Bob Dylan, il Nobel e i supporti

Bob Dylan bob dylan 20907465 462 480 I propositi per il nuovo anno che Massimiliano Tortora ci comunicava su questo blog, e che muovevano dal Nobel a Dylan, hanno già ricevuto una serie di risposte su fb e poi, qui, in un intervento di Isotta Piazza. Tortora e Piazza hanno declinato le rispettive discussioni verso delle proposte didattiche e anch’io vorrei aggiungere alcune considerazioni legate in qualche modo a quanto da loro indicato. Non intendo quindi partecipare al dibattito per dire se la scelta dell’Accademia svedese sia da considerarsi giusta, sbagliata o così e così. Dichiaro da subito che personalmente la ritengo così e così, ma anch’io faccio parte di quelli che il giorno dell’assegnazione di quel Nobel hanno ritenuto opportuno parlarne a lezione. Come si ricorderà, era lo stesso giorno della morte di Dario Fo e mi sono presentato in aula con la prima pagina di un giornale. L’ho mostrata in tutta la sua apertura e ho avviato la discussione dalla bizzarra concomitanza dei due eventi. Proprio in quei giorni stavo proponendo ai miei studenti – insegno Letteratura inglese – l’analisi di In Patagonia di Chatwin, quello strano romanzo che con il pretesto di un viaggio in uno dei luoghi più desolati e silenziosi del pianeta infilza una serie di storie, di leggende, di micro-biografie, di cronache, di echi di eventi storici per come essi rimbalzano ai confini del mondo. Avere pertanto la possibilità di mostrare come l’arte affabulatoria di un cantastorie stonato e di un giullare buffo e gesticolante fosse stata capace di conquistare il massimo riconoscimento al merito letterario, mi offriva sia un modo facile per accreditare il materiale che stavamo trattando nelle ultime lezioni, sia l’estro per riaffermare che lo sconfinamento e l’attraversamento di generi letterari non sono solo patrimonio ricercato del Postmoderno (ammesso che Chatwin vi appartenga) ma una pratica antica e assai popolare: quella che gli stessi Fo e Dylan hanno ripreso dalle più arcaiche tradizioni della poesia, del teatro, della letteratura in genere.

Un maestro che parlava con le maestre

130825361 83a24261 1f38 4ded b293 b1bb1f4610cb Da quando il 5 gennaio è morto Tullio De Mauro molto è stato scritto sul significato che la sua persona ha avuto per la storia linguistica e culturale del nostro paese. Sarebbe qui ridonante elencare ancora una volta i suoi testi che hanno permesso una svolta nel modo di studiare le discipline linguistiche, in particolare la semantica, la storia della lingua italiana, la lessicografia. Tutti i ricordi, più o meno personali, che ne sono stati tracciati convergono nel tratteggiare la figura di uno studioso mai autoreferenziale e poco “accademico”, sebbene al mondo accademico, anche quello palermitano, ha lasciato una scuola –accademicamente intesa – e un nutrito gruppo di allievi che ne possono ben seguire le orme grazie al suo insegnamento.

Forse i suoi inizi all’Università, con professori poco inclini a capire opere innovative come la sua Storia linguistica dell’Italia unita, hanno in qualche modo condizionato il suo modo di essere professore. Benché nelle nuove generazioni di linguisti, che hanno avuto l’onore e il piacere di incontrarlo e di ascoltarlo, incuteva anche per il suo fare ironico un rispetto reverenziale - quello che si prova quando i libri che costituiscono le pietre miliari della propria formazione hanno anche un volto e una voce - il suo modo di rivolgersi anche ai colleghi più giovani e ai giovani in formazione era sempre connotato da una autentica volontà di comunicare in modo piano e senza autocompiacimenti. Era capace, infatti, di instaurare con gli interlocutori un dialogo maieutico, fondato sulla consapevolezza di quanto il ruolo di chi insegna sia fondamentale per la formazione dei cittadini di oggi e di domani, al pari di quanto lo sia rendere i parlanti reali padroni della loro lingua.

Una lingua che non può essere studiata nelle sue strutture senza tener conto dei parlanti e senza tener conto delle varietà e di quel plurilinguismo che arricchisce il repertorio individuale e comunitario.

Il perdono in famiglia

munro mani 2011 Traduzione e introduzione di Valentina Fedi

Something I’ve been meaning to tell you è la seconda raccolta di Alice Munro. Dopo essere stati a lungo ingiustamente sottovalutati, questi racconti sono disponibili in lingua italiana da novembre 2016 con il titolo Una cosa che volevo dirti da un po’ e traduzione di Susanna Basso.

Il mio progetto di traduzione nasce otto anni fa e si concentra su tre dei tredici racconti che fanno parte della raccolta: Qualcosa che ho sempre avuto intenzione di dirti, Il perdono in famiglia e Dimmi sì o no. Questa traduzione vuole rispettare la personalità e lo stile dell’autrice attraverso una trasposizione fedele, che riesca a trasmettere in italiano l’immediatezza lessicale e la potenza narrativa dell’originale.

Tre storie, tre protagoniste: integerrime, fragili, tenere, spietate.

Ancora su Bob Dylan (Nobel eccome!)

nobel 20160813 0367 Premetto: non ho le idee chiare in merito. Anzi, rettifico: nella mia testa le ho chiarissime, il problema è scriverle o dirle ad alta voce (seguendo i propositi per il nuovo anno consigliati da Massimiliano Tortora su questo stesso blog).

Se si trattasse solo di esternare il mio apprezzamento al cantautore americano non avrei problemi. Così come non esiterei a testimoniare che, personalmente, quando leggo o rileggo alcuni testi delle canzoni di Dylan spesso ne ricavo un piacere estetico e un coinvolgimento intellettuale non inferiore all’esperienza di lettura della migliore poesia del Novecento. Impostato così, però, il  discorso mi sta portando fuori strada: primo perché non è mia intenzione farne una questione personale, secondo perché il nodo del problema è un altro.

Grazie maestro. Tullio De Mauro per la scuola

de mauro 20060920 032 La perdita di un Maestro

La mattina del 5 gennaio 2017 moriva Tullio De Mauro.

La mia commozione, profonda, è stata quella, immediata, di tantissimi altri. Quando un Maestro ci lascia, ci si sente più soli, presi dal dubbio di riuscire a camminare nella direzione giusta, a spiegare accadimenti nella maniera illuminante con cui il  Maestro ci aveva aiutato a fare.

La lettura dei tantissimi  messaggi  che nei social hanno dato voce allo sgomento, al dolore di tanti (sembra che i Grandi non debbano mai sparire),  ha trovato in queste parole la sintesi perfetta di quello che Tullio De Mauro è stato: «Un democratico, autentico». «Autentico» è l’aggettivo che segna la linea di demarcazione tra chi parla di democrazia, di comportamenti democratici, e chi, come De Mauro, lucidamente ha indicato la strada perché la democrazia, la giovane democrazia italiana, potesse trovare alimento attivo, riflessivo, partecipativo nei suoi cittadini: l’educazione linguistica democratica.

Qualcosa che ho sempre avuto intenzione di dirti

munro 20080212 0313  Traduzione e introduzione di Valentina Fedi

Alice Munro scrive Something I’ve been meaning to tell you nel 1974, mentre si trova a Vancouver. In quel periodo insegna scrittura creativa e aiuta il marito, James Munro, a gestire il loro negozio di libri Munro’s books. Soltanto un anno dopo il suo matrimonio finirà e la scrittrice tornerà a vivere dove è nata, in Ontario.

I tredici racconti che compongono questa raccolta – la seconda, in ordine di tempo – forniscono un’importante chiave di lettura del complicato e affascinante universo di Alice Munro. Ingiustamente sottovalutata rispetto alle altre raccolte, la versione in italiano ha tardato ad arrivare ed è stata pubblicata soltanto nel novembre 2016 con il titolo Una cosa che volevo dirti da un po’, traduzione di Susanna Basso.

Propositi per il nuovo anno: a partire dal Nobel a Bob Dylan

almada A leitura Rapariga debrucada sobre a mesa 1 Ci piaccia o no, le mosse delle istituzioni, anche quelle a cui magari riconosciamo meno peso in fatto di canone letterario, hanno un’influenza e impongono di essere ascoltate. Dunque, ci piaccia o no ancora una volta, il 2016 sarà ricordato per il premio a Bob Dylan. E, ci piaccia o no (ma questo è l’ultimo), la polemica tra favorevoli e contrari si ripeterà negli anni, trascinando anche le nuove generazioni. Come accade ancora oggi con Grazia Deledda («ma veramente la Deledda ha preso il Nobel, professore?» mi chiedeva qualche tempo fa una studentessa; «sì, è successo» ammettevo io non senza mostrare sconforto), con Salvatore Quasimodo («pure Quasimodo?»; «sì, certo», replicavo io con più brio), per non parlare di Dario Fo («Una vergogna. Cosa avrà mai dato Dario Fo alla letteratura italiana o mondiale?», diceva un insolitamente esperto Gianfranco Fini; ma nel campo della Casa delle libertà la polemica – sempre con insospettata competenza – si allargava anche ai senatori a vita: «Luzi? Disconoscevo finora che esistesse al mondo», dixit Calderoli).

La balena sui muri. Cronaca di un laboratorio di italiano

Senza titolo3Credo che fossimo a metà gennaio di quest'anno quando per la prima volta alzai gli occhi e vidi il segno sul muro. Per fissare una data è necessario ricordare quello che si è visto. Così ora penso al fuoco; il velo immobile di luce gialla sulla pagina del mio libro.

Si, questo sembra esprimere la rapidità della vita, il perpetuo sciupare e riparare; tutto così casuale, tutto alla ventura

V. Woolf, Il segno sul muro

Tre problemi

E' la fine della scuola. Mi hanno assegnato il bonus premiale a cui ero contraria. In verità ho fatto domanda per averlo (nella mia vecchia scuola avevano disposto che si facesse domanda), in modo che non finisse esclusivamente nelle tasche di chi, anche grazie alla mia “integrità morale”, ha gioco facile nel trasformare la scuola in un ramo della McKinsey. Il mio proposito, e quello di altri colleghi, era di restituirlo alla scuola sotto forma di donazione e di rivendicare pubblicamente, motivandolo, il gesto.

E' il 14 settembre. Entro nelle aule della mia nuova scuola dopo aver fatto domanda di trasferimento. E' un liceo artistico storico della città. Si tratta di un palazzo moderno inglobato fra altri palazzi. Al suo interno, negli spazi comuni, ci sono i manufatti in ferro, in legno, in gesso, le pitture degli studenti che fioriscono in mezzo a finestre rotte, armadi vecchi e muri sporchi. Le aule sono povere. Se si escludono i laboratori di indirizzo e un'aula di informatica, noi docenti di area comune non abbiamo altri strumenti che quattro Lim per tutta la scuola, le lavagne di classe, i banchi, sedie e sgabelli senza posizione fissa e in numero insufficiente, tanto che i ragazzi se li passano da un'aula all'altra. C'è pure una biblioteca, ma è gestita in modo tale per cui è difficilmente utilizzabile.

E' il 14 dicembre, giorno in cui inizia la settimana dello studente. Nella mia scuola, come in molte altre, questa settimana è stata istituita per prevenire e gestire le occupazioni scolastiche. Le occupazioni sono un fenomeno ciclico ormai privo di contenuto politico. I ragazzi rivendicano non si sa bene che. E occupano. La settimana dello studente è il tentativo di istituzionalizzare, con mossa carnevalesca, la loro inquietudine e dunque anche di svuotarla. Oppure potrebbe anche essere un tentativo di dargli una forma?

Il laboratorio Palomar prende le mosse da questi tre problemi. Cominciamo dalla fine.

Dislocazioni in bilico sul filo. Su Controlli di Rosaria Lo Russo e Daniele Vergni

14976837 1840571759497911 5792148758575911140 o Arriva, finalmente, Controlli (libro + dvd, Mille gru), che Rosaria Lo Russo firma insieme a Daniele Vergni: due autori per un dittico poematico e un mediometraggio in due tempi; due prosopopee per una voce multiforme, quella di Rosaria Lo Russo, e due sguardi speculari, quelli del tuffatore Klaus Dibiasi e del poeta persiano Hāfez di Shiraz.

L’opera è fatta di due videopoemetti, Ilcontrolloredivolo e IlcantodiHāfez, composti ed eseguiti da Rosaria Lo Russo - per la prima volta nella sua esperienza artistica - specificamente per video, attraverso un dialogo serrato con Daniele Vergni, che del video è autore.

Cliffhanger cammina con me: utilizzo e evoluzione nelle serie tv da Twin Peaks a Game of Thrones

10062014 Twin Peaks Cooper Bob Il cliffhanger è una tecnica scrittoria utilizzata dalla letteratura al cinema che consiste nel bloccare la trama abbastanza bruscamente in un momento saliente. L’utilizzo maggiore però è riscontrato in campo televisivo: essere lasciati sospesi, come letteralmente andrebbe tradotto il termine, è una sensazione che gli appassionati di serie tv conoscono molto bene. Infatti spesso la fine di un episodio o di una stagione è interrotta nel mezzo di un evento drammatico, creando una forte suspence. Il pubblico attende così con ansia una settimana se non un anno (nel caso della nuova stagione) per vedere il continuo della storia. Nella sua variegata tipologia, l’utilizzo più classico permette, quindi, di collegare una sequenza all’altra: un esempio riuscito è 24, in cui per creare continuità temporale (visto che la serie si svolge nell’arco di ventiquattro ore, senza interruzioni) ogni episodio si conclude con un cliffhanger, per poi riprendere la sequenza narrativa l’episodio dopo.

Il cliffhanger, perciò, è un elemento cardine della serialità televisiva e ha due funzioni principali: una commerciale, come ad esempio saper attirare lo spettatore (la tecnica può essere presente anche prima di una pausa pubblicitaria) e quella di contribuire a una prospettiva orizzontale della storia. Eppure la serialità televisiva senza cliffhanger, non è impossibile: le serie poliziesche, si pensi a Law and Order, le antologiche e in parte le sitcom hanno strutture episodiche del tutto verticali, che non necessitano nessun tipo di cliffhanger.

Concorso docenti 2016: qualche riflessione da parte di un presidente di commissione /2

concorso pubblico 672 640x342 Pubblichiamo oggi il secondo dei due interventi sul concorso di selezione dei docenti 2016, a firma di Giuseppe Noto. La settimana scorsa abbiamo pubblicato l'intervento di Sabrina Stroppa, Presidente di commissione in Valle d'Aosta.

1. Prima premessa («Chi te lo ha fatto fare?»)

Ho vissuto la scuola come  studente, docente di scuola secondaria, genitore, presidente di due Consigli di Istituto; mi occupo di formazione degli insegnanti (in ingresso e, per così dire, in itinere) da vent’anni anni e negli ultimi sei anni ho rivestito funzioni ‘direttive’ al riguardo per conto del mio Ateneo (l’Università degli Studi di Torino, presso il cui Dipartimento di Studi Umanistici sono professore associato di Filologia e linguistica romanza): sono stato il primo direttore del Centro Interateneo per la formazione degli insegnanti della scuola secondaria del Piemonte; presidente della Commissione di accesso a due cicli di TFA per le allora classi di abilitazione A043 e A050; presidente o componente della Commissione finale di abilitazione per due cicli TFA e due cicli PAS per le allora classi di abilitazione A043, A050 e A051. Nei corsi SIS, TFA e PAS per le allora classi di abilitazione A043, A050, A051 e A052 ho insegnato svariate discipline (Didattica della lingua italiana; Letterature comparate; Didattica della lingua italiana e del testo letterario; ecc.). Dico tutto questo soltanto perché si comprenda che, quando ho deciso di propormi per l’incarico di Presidente di Commissione per il famigerato ‘concorsone’ (per la classe di concorso ora A011: Latino e Materie letterarie), l’ho fatto non dalla specola dell’accademico che esce dalla sua turris eburnea per una breve vacanza nel mondo o nel ‘secolo’, ma spinto dalla volontà di verificare la qualità del lavoro svolto (dagli Atenei piemontesi e anche da me stesso) in tanti anni e dalla volontà di collaborare, se possibile, a mettere in collegamento due mondi, quello della Scuola e quello della ricerca scientifica, che da tempo, e per motivi che ora non mette conto elencare, faticano a comunicare con conseguenze a mio avviso esiziali sia per la ricerca sia per la Scuola, nonché per il sistema formativo italiano nel suo complesso e per l’intero Paese.