Il paese dalle imposte serrate: Condominio Oltremare di Giorgio Falco e Sabrina Ragucci

Scritto da Morena Marsilio Giovedì, 21 Maggio 2015 16:38. Categoria: L'interpretazione e noi

0Falco Tra racconto e reportage fotografico

Quella pubblicata sullo scorcio del 2014 da Giorgio Falco e Sabrina Ragucci è un’opera originale sia per il connubio tra parola e immagini che per l’ibridazione di generi letterari che la caratterizza: Condominio Oltremare (Roma, L’Orma Editore) è infatti al contempo reportage, diario memoriale e albo fotografico. La commistione di generi e codici – già sperimentata dalla coppia di artisti qualche anno fa con un testo misto di scrittura e fotografia dal titolo The collared dove sound (2012) ispirato alla raccolta di racconti di Falco Lubicazione del bene (2009) - è funzionale a rappresentare uno specifico spazio: la riviera romagnola, rivisitata in un gennaio freddo e solitario dalla voce narrante di un milanese che, dopo ventisette anni, torna nel luogo delle vacanze di famiglia.

Attraversando la riviera romagnola fuori stagione

Oltre a raccontare la storia del mutamento radicale di un territorio fissatosi nell’immaginario degli italiani, a partire dagli anni del boom, come icona del divertimento organizzato, il racconto di Falco è anche un viaggio nell’Italia immobiliare degli ultimi sessant’anni, dal periodo vitalistico e fagocitante della cementificazione della costa alla fossilizzazione “fuori stagione” di oggi.

Gli strumenti percettivi e ricostruttivi di questa trasformazione epocale sono da una parte la memoria autobiografica di Falco, dall’altra l’occhio fotografico di Ragucci che suggella il volume con una breve nota dal titolo «4,7 km».

L’io-narrante, un quarantacinquenne ormai senza genitori dai quali ha ereditato due appartamenti «che al momento nessuno vuole», uno in città e uno sulla riviera,giunge in pulmann a Lido delle Nazioni e ricostruisce la storia di questi luoghi, rilegge la propria vicenda personale nel suo intreccio con la Storia: ripercorre la cartografia del paesaggio romagnolo, ridisegnata dai capitali del dopoguerra (soprattutto da quelli della Nesco S.p.a. di Michele Sindona, operazione narrativa avviata dall’autore già nel romanzo La gemella H, 2014); rivisita le estati della sua infanzia e dell’adolescenza; rievoca l’aspirazione dei genitori all’acquisto della seconda casa, una residenza «Completa de tücc, anca de sculapasta» (p. 24).

La vitalità del passato

In un andirivieni continuo tra presente e passato, il protagonista cerca di “riconoscere” la casa dove ha trascorso tante vacanze, passa in rassegna con precisione quasi ossessiva gli oggetti ancora conservati nell’appartamento, percepisce il senso di estraneità che essi comunque gli suscitano, ricostruisce i rapporti di vicinato tra gli abitanti del condominio, comprendendo solo da adulto come il loro status professionale e sociali influenzasse le reciproche relazioni anche durante la vacanza. Emblematici, a questo proposito, i rapporti tra il padre dell’io narrante («un capoufficio») e Barlassina («un capofficina cattolico») da una parte e, dall’altra, il capofamiglia dei Rummolo («liquidato come uno scansafatiche, un irregolare che non era nemmeno comunista»). (p.92)

Le pagine più “storiografiche” di Condominio Oltremare restituiscono criticamente la vitalità della riviera del boom, quando era meta del turismo di massa del ceto medio italiano e dei molti tedeschi attirati dal mare e dal clima; in queste sequenze si rimemorano anche i traumi che hanno costellato le estati italiane negli anni della strategia della tensione, di cui è emblema la vicenda della famiglia Mader, decimata alla stazione di Bologna il 2 agosto del 1980, dopo la vacanza trascorsa al Lido di Pomposa. (pp. 126-130)

Il presente “morto”

Viceversa le sequenze in cui l’io narrante racconta la sua immersione nel presente fossile, narcotizzato, estinto della riviera fuori stagione restituiscono la visione di un luogo straniato. Da Lido delle Nazioni a Porto Garibaldi il narratore-pellegrino si imbatte, infatti, in un mondo serrato, imballato, che sembra non poter più riprendere vita. E l’occhio fotografico di Ragucci sembra dargli ragione: quando si fissa sulle case, esso registra serrande abbassate, porte irrimediabilmente chiuse, imposte variopinte ma sigillate, muretti e ringhiere a sancire proprietà immobiliari che hanno ceduto alla consunzione. Scrive del resto l’artefice delle foto a conclusione del libro: «Essere guardati dalla casa, dagli oggetti, una forma d’immersione, ciò che raccogli è anche la storia di un momento che finisce» (p.162). I due artisti, ciascuno a modo proprio, sembrano pertanto far proprio il paradosso di Barthes in La camera chiara:

l’immobilità della foto è come il risultato di una maliziosa confusione tra due concetti: il Reale e il Vivente: attestando che l’oggetto è stato reale, essa induce impercettibilmente a credere che è vivo […]; ma spostando questo reale verso il passato («è stato»), essa suggerisce che è già morto. (p. 80)

Donna Marcella. Un racconto di Laura Pariani

Scritto da Laura Pariani Lunedì, 18 Maggio 2015 10:59. Categoria: La scrittura e noi

01CervantesPariani Laura Pariani ama riempire con la sua scrittura i vuoti della storia, dando voce ai vinti e agli offesi. Emigranti ed esiliati, donne accusate di stregoneria, indios oppressi e perseguitati, vite spezzate dalla violenza: le sue opere sono popolate da un’umanità ferita e raccontano vicende «ai margini della storia ufficiale, frammenti, brandelli di storie dimenticate e vaghe». Per la scrittrice lombarda la letteratura è infatti una forma di memoria e di riscatto. Protagonisti dei suoi ultimi romanzi sono grandi scrittori come Dostoevskij (in Nostra Signora degli scorpioni, steso con Nicola Fantini, Sellerio 2014) e Dino Campana (Questo viaggio chiamavamo amore, Einaudi 2015), che interessano alla Pariani proprio in quanto “diversi”. In questo racconto, invece, Laura Pariani si misura con un personaggio di romanzo: Donna Marcella, la straordinaria figura femminile che fa la sua apparizione nella Prima Parte del Don Chisciotte di Cervantes.

 
 
Donna Marcella
Tre scene

L'amore, assoluto e straordinario, per una donna è il meccanismo che muove la vicenda di Don Chisciotte della Mancia. Ma nel romanzo di Cervantes, oltre alla figura di Dulcinea del Toboso, c’è una lunga catena di personaggi femminili indimenticabili. Tra loro, è Marcella quella che da sempre preferisco: ché in una letteratura avara di donne forti e positive, in un’epoca in cui le donne erano rappresentate come recipienti delimitati dall’unico confine possibile della virilità, Marcella, la bellissima, «la figlia di Guglielmo il ricco: quella che se ne va in abito da pastora per questi luoghi deserti», è un ritratto moderno; e, soprattutto, è la donna che, per profondità del sognare, più assomiglia a Don Chisciotte (si trova ai capitoli 12-14 della Prima parte).

All’inizio c’è un patio di una casa elegante. Un bellimbusto con gesto galante si sta levando il cappello davanti a donna Marcella e spazzola il suolo con la copertura di piume, in una riverenza in piena regola. La voce dell’uomo è sovreccitata, quasi furiosa: «La vostra bellezza mi ha stregato, señora»; una sonorità minacciosa sottolinea quel vocativo continuamente ripetuto, quel señora che rimbalza provocatorio nell’aria notturna del patio. Pacata e severa risponde la voce di donna Marcella: «Don Crisostomo, la bellezza in donna onesta è come fuoco acceso discosto o spada aguzza; quello non brucia né questa ferisce chi non vi si avvicina... l'amore deve essere spontaneo e non già costretto...».

Il discorso dell’uomo si alza però di tono. Un delirio di dichiarazioni a riguardo del piccolo neo settebellezze che la padrona di casa ha sul labbro destro; ché sicuramente - dice il sedicente conte, e quasi grida - deve essercene un altro ugualmente bello nel più occulto e saporoso della natura di femmina di donna Marcella. Don Crisostomo giura che ne coglierà il frutto: «Por los cojones de Satanás, señora, non mi liquiderete stavolta con le vostre moine!». Poi le minacce: se entro una settimana lei non avrà ceduto, la denuncerà davanti al tribunale della Santa Inquisizione come strega ammaliatrice... Una sospensiva crudele. Un colpo di porta sbattuta, dei passi nella via deserta.

Donna Marcella si siede sul bordo del fontanino al centro del patio, chiude gli occhi, parla a nessuno - a noi? - con aria abbattuta, la voce le trema di indignazione:

L’avete sentito, quel conquistatore di vergini? Se si nasce femmina, e oltretutto bella, avere un progetto diverso dal matrimonio è disdicevole, quasi indecente. Una donna che non si squaglia davanti alle braghette di un ometto che proclama di amarla è un'oscena anomalia: si può insultarla impunemente, minacciarla, portarla davanti a un Inquisitore. Ché una donna che non è di nessun uomo, è nessuno. Ma io non mi sposerò mai, e non mi batterò il petto né mi morderò la lingua per quello che sto dicendo. Muérdase el diablo, se vuole.

Nella seconda scena avviene l’inaudito. Donna Marcella fa ciò che nessuna giovane della sua condizione ha mai fatto. Si alza, lenta e determinata; poi, senza prendere con sé nulla, neanche uno scialle, esce di casa, diretta al monte. I piedi si muovono per istinto a passetti brevi, nelle scarpe impolverate. Sulle labbra inalbera il sorriso chiuso degli oltraggiati, di fronte al quale chi la incontra è costretto a chinare lo sguardo. Cammina a occhi chiusi, i piedi sanno la strada. La foresta si spalanca davanti a lei come unico avvenire possibile.

Quando si ritrova sola nel folto nero, il sorriso si spegne; il viso pallidissimo pare assorto. Comunque continua a camminare, come dentro il rigore di un sogno. Forse avverte che tutte le donne, le deluse le offese le perseguitate, al suo passaggio sorgono dalla terra dove riposano i loro desideri divenuti polvere, e la seguono in silenzio.

E donna Marcella, tornata bambina sognante, avanza con loro. Cammina cammina, con un cane al fianco e un bastone in mano, nei prati sotto la luna.

Nella terza scena, sono passati anni, quello che gli uomini chiamano tempo, ma per Marcella, che ha scelto la foresta come sua casa, il tempo non esiste più. La ricca veste è diventata ruvida e sbrindellata, la pelle del volto esposta a sole pioggia e venti si è fatta scura, coprendosi di piccole rughe intorno agli occhi e alle labbra.

Mi piace pensare che Miguel de Cervantes la incontri in una delle sue peregrinazioni per la Spagna, mentre requisisce grano e bestiame per la Corona - Philippi II iussu et auctoritate - nel periodo in cui lavora come addetto al reperimento di fondi per l'Armada. Ascolta la storia di Marcella in silenzio. Per uno come lui, che fin da piccolo si è sentito deridere per i vestiti rammendati e la professione del padre, barbiere chirurgo, i colpi della malasorte sono pane di tutti i giorni. Uno come lui, che ha assaggiato più di una volta la sbobba che i conventi danno in elemosina, che ha perso in guerra l’uso di una mano ed è rimasto a lungo in prigione a Algeri, mentre i suoi compagni venivano riscattati dai frati Trinitari... uno come lui è sempre stato pronto a cambiare aria, se gli capitava un giro di cattive carte. Ma che una señora, abituata a una vita di agi, abbandoni tutto e scelga di fare la pastora gli pare un'enormità.

«Forse - si azzarda a dire -, accettare il matrimonio con quel tal Grisostomo sarebbe stato un male minore: voi almeno avreste conservato i vostri beni; ché, anche sposata a qualsisìa, l’indipendenza della testa non poteva togliervela nessuno. Facendo un po’ di conti, tra il dare e l’avere, probabilmente...» si ingarbuglia un po’ con le parole, il sorriso misterioso della donna che ha di fronte gli incute una certa soggezione.

«Probabilmente - dice Marcella -, se il buon Dio fosse un commerciante che bada alla partita del dare e dell’avere, potreste aver ragione voi; ma siccome io credo sia un pastore, e magari anche qualcosa di più, non si sorprenderà della mia scelta».

La conversazione è finita. La pastora si allontana. A guardarla da qui, ritta in cima alla montagna, col bastone in mano, il mantello di lana gonfiato dal vento, sembra una regina solitaria che, come il Cavaliere dalla Triste Figura, conosce il linguaggio delle bestie, delle nuvole e di Dio.

Davide contro Golia. Moravia e la Palestina

Scritto da Giulia Falistocco Sabato, 16 Maggio 2015 19:22. Categoria: L'interpretazione e noi

 

00001Moravia Alberto Moravia in Impegno controvoglia dedica sette articoli alla situazione in Medio Oriente. Gli scritti sono concentrati nel periodo tra il 1971 e il 1973: sono gli anni in cui Israele ha espanso e consolidato i confini, ma allo stesso tempo il popolo arabo ha preso «consapevolezza della propria forza». Il tono lucido e distaccato di Moravia riesce a interpretare in maniera avveniristica la situazione mediorientale e di conseguenza quella mondiale. Partendo dall’analisi delle condizioni dei palestinesi, la riflessione di Moravia coglie l’importanza dei complessi equilibri nei territori arabi che porteranno negli anni seguenti alle trasformazioni geopolitiche attuali.

La tragedia del popolo palestinese comincia con la nascita dello stato di Israele. Per Moravia quindi la diaspora è «fatalmente collegata con la storia d’Europa»: «il male nazista» è «il padre di tutti i mali in Medio Oriente», che ha destabilizzato l’equilibrio sociale e politico europeo. Tuttavia Moravia inserisce subito il conflitto all’interno di dinamiche mondiali, nello specifico nella Guerra Fredda, riuscendo a cogliere la pericolosità della situazione. USA e URSS, spinti dalla necessità di “sopravvivere”, armano i due schieramenti, prolungando e alterando la guerra: «la grande colpa» dell’occidente, come la definisce l’autore, ha causato l’ingigantimento del conflitto le cui spese sono tutte ai danni dei palestinesi. Moravia sembra cogliere il significativo spostamento del baricentro bellico: una volta esaurita la guerra fredda, la situazione in Medio Oriente diventerà il nuovo terreno di conflitto. In particolare emerge la preoccupazione per la portata che potrebbe assumere, degenerando in una funesta terza guerra mondiale. L’unione di «motivi ideali» e «motivi materiali» in Israele e nei paesi arabi riproduce in piccola scala il conflitto tra le due superpotenze, così da delineare un mosaico:

Quale mosaico? Quello di una guerra non soltanto non dichiarata cioè fredda ma anche probabilmente ancora inconsapevole contro le strutture economiche dell’Europa. Ora quello che si deve ad ogni costo evitare è che di questa guerra prendano coscienza sia gli arabi sia gli europei. Una simile consapevolezza da ambedue le parti potrebbe portarci di colpo di fronte all’irreparabile.

Fino al settembre nero, “il gioco” è stato retto da un sistema di equilibri, mantenendo la situazione in fermento, senza mai essere portata al collasso. Le potenze Occidentali non hanno però tenuto conto della lenta, seppur inevitabile, presa di “coscienza” del mondo arabo. L’inizio Moravia lo fa risalire al 1956, alla crisi del canale di Suez, quando Nasser e l’intero Medio Oriente con lui, comprende che il grande sviluppo economico occidentale altri non è che il punto debole contro il quale colpire. Questo vale sia dal punto di vista economico-sociale, come dimostra la successiva crisi petrolifera, ma anche per quello strettamente militare. Le due guerre arabo-israeliane, del 1948 e del 1967, avevano dimostrato la superiorità militare di Israele e alleati: una prima fase, in cui la causa palestinese si lega a doppio filo con la Lega araba. Con “guerra dei sei giorni” inizia la seconda, nella quale i palestinesi, sdoganati dalle logiche nazionalistiche panarabe, adottano la strategia asimmetrica. Moravia individua due complementari momenti: quello «difensivo» della guerriglia, unito al terrorismo, la parte «offensiva» (A. Moravia, Tre o quattro maniere di essere libero, in Impegno controvoglia, cit., p.220). La strategia del terrore è sfruttata come macabra pubblicità di morte mettendo al centro obiettivi sensibili come i civili per colpisce indirettamente il nemico. Moravia cita l’attentato a Fiumicino del 1973, che rappresenta «il risultato aberrante della scoperta di un’altra debolezza» (A. Moravia, Guerra e Pace, p. 250) sfruttata dal terrorismo: il traffico aereo. L’indebolimento della Lega araba e il mutare della strategie militari però, come individua perfettamente Moravia, non portano alla cessazione del conflitto, ma a una sua modificazione sistematica. Si modifica da guerra a guerriglia, o meglio, si stabilisce una volta per tutte il passaggio da guerra simmetrica a asimmetrica. Con occhio freddo Moravia ricostruisce la parabola araba che partita «dalla deformazione razzista del nazionalismo», passando per «l’idea della giustificazione assoluta perché basata sul dato nazionale», finisce «alla logica della corresponsabilità di tutto l’Occidente» (ivi, p.251). In questo senso le modificazioni politiche sono collegate al drastico cambio delle strategie militari. La guerra iniziata tra Israele e Palestina perciò travalica i confini, comprendendo «un equilibrio di calcoli e di timori» destinato a «prolungarsi indefinitamente» (A. Moravia, L’arabo errante, in Impegno controvoglia, cit. p.194).

Moravia riconosce quindi le importanti trasformazione strategiche impiegate in seguito, giunte fino ad oggi: il lancio dei sassi nella prima Intifada esemplifica bene il conflitto creatosi tra il “piccolo” Davide arabo e il “grande” Golia occidentale.

L'ultima possibilità. Il DDL Giannini, la scuola, la pedagogia

Scritto da Alain Goussot Mercoledì, 13 Maggio 2015 10:27. Categoria: La scuola e noi

I due versanti del DDL Scuola

Il disegno di legge del governo Renzi La buona scuolaha un segno chiaramente aziendalistico, autarchico e antidemocratico. E' funzionale alla logica economica e alle esigenze dei poteri finanziari che vogliono asservire la scuola e l'educazione agli interessi dei mercati. A riprova di quanto affermato basta elencare alcune delle disposizioni contenute dal DDL:

  • entrata degli sponsor privati nei programmi e nei piani dell'offerta formativa (che divengono triennali, senza possibilità di essere rimodulati e dunque privi di una vera progettualità pedagogica);

  • la chiamata diretta ad opera dei dirigenti scolastici supermanager;

  • l'istituzionalizzazione e incentivazione del middle managment d'istituto che svuota il carattere democratico e partecipativo delle decisioni collegiali;

  • la svalorizzazione sistematica del carattere umanistico della formazione;

  • l'enfatizzazione di parole d'ordine come 'competenze' (in cui risuona l'eco del verbo 'competere') ed 'efficienza' (intesa all'interno di una dinamica di costi/benefici);

  • la precarizzazione del mestiere dell'insegnante con l'estensione alla scuola delle logiche del Job's Act;

  • l'esclusione d'ufficio dei precari di lunga data (è così che il governo intende risolvere la questione del precariato);

  • l'uso del 5X1000 per finanziare i progetti delle scuole, il che implica due scelte: 1) è scontato che non s'investirà a sufficienza denaro pubblico nella scuola (come del resto è stato scritto nero su bianco sul documento “La buona scuola” 2) aumenteranno le diseguaglianze tra le scuole e tra i territori;

  • la confusione caotica di progetti di formazione e di preparazione dei futuri insegnanti che dovranno autofinanziarsi salati percorsi formativi che non garanttiranno il reclutamento a scuola (come già i TFA);

  • un progetto di evoluzione del sostegno (su cui presto torneremo con un intervento dedicato, poiché l'inclusione è il punto sensibile di tutto il nostro sistema scolastico) che presenta due aspetti: 1) un dominio del carattere clinico sulla disabilità e 2) una progressiva diminuzione dell'organico specializzato per il futuro.

In questo quadro, vi sono poi delle dimenticanze (come notato anche da Tullio De Mauro), non da ultimo l'assenza di misure per una politica scolastica in favore della scuola meticciata, che ormai è la nostra scuola. A questo indirizzo, drasticamente direttivo da una parte -il versante economicista- e riduttivo dall'altro - il versante pedagogico - si aggiunge la scelta del governo di mantenere otto deleghe sul Ddl, tramite le quali potrà non tener conto di quanto deciderà il parlamento.

L'ultima possibilità

Il DDL del governo Renzi è regressivo e reazionario e rischia di demolire l'architettura stessa della scuola pubblica repubblicana e democratica. In parlamento i giochi sono praticamente fatti, visto il controllo esercitato dal Pd sul governo e da Renzi sul Pd. L'unica possibilità per far indietreggiare il governo, dunque, può solo passare attraverso la mobilizzazione e la ribellione esplicita di insegnanti, dirigenti scolastici, famiglie che ormai hanno preso coscienzache con questo provvedimento viene colpita al cuore la scuola della costituzione, gratuita, libera e aperta a tutti. La rivolta degli insegnanti (a tal proposito va rammentato per dovere di cronaca che le mobilitazioni dal basso sono iniziate assai prima delle mobilitazioni sindacali), il risveglio critico di tante famiglie hanno dato la scossa ad un paese intontito da talk show addomesticati, rituali televisivi, stampa compiacente. Sta accadendo assai più di quello che vediamo sui tg.

La scuola che non è

La scuola italiana da anni è stata deprivata della parte più viva e profonda delle sua identità, cioè la preparazione e l'azione pedagogica. La scuola è stata colonizzata dallo sguardo clinico-diagnostico e da una concezione puramente procedurale della didattica. Il paradigma clinico-terapeutico e il didatticismo (come procedura standardizzata) sono diventati i due pilastri di un'operazione di svuotamento culturale del sistema scuolastico.  Il progetto la 'Buona scuola' prosegue su questa china e prefigura un sistema formativo rifunzionalizzato per rispondere ai bisogni del mondo dell'economia e dell'impresa, col fondato rischio di divenire un ingranaggio del meccanismo di riproduzione delle diseguaglianze sociali. La buona scuola non è una scuola aperta alla vita sociale, come la immaginavano John Dewey, oppure Célestin Freinet, non gioca le sue carte per formare l'uomo e il cittadino, si preoccupa semmai di preparare degli individui sufficientemente adatti e flessibili per le esigenze del nuovo capitalismo imprenditoriale e finanziario.

Da questo punto di vista la pedagogia non ha importanza, è disciplina desueta, priva di significatività e credibilità, anzi rappresenta un ostacolo sul cammino dell'innovazione. C'è molta fretta e insofferenza nell'aria: piuttosto che interrogarsi sui perché degli apprendimenti, sui nodi delle relazioni, sulle architetture didattiche, si imbocca la via breve degli specialismi tecnici e clinici della psicologia clinica-comportamentale.

La stessa modalità valutativa delle prove Invalsi, col loro nozionismo a pillole standardizzate, non fa che confermare questo orientamento: della valutazione al Miur hanno una concezione quantitativa e padronale e non collegiale e di processo.

La protesta e la pedagogia

In questo momento sta crescendo il movimento di protesta degli insegnanti contro il progetto del governo Renzi-Giannini. È molto probabile che il governo e il Ministero rimangano completamente sordi alle richieste degli insegnanti mobilitati e che il parlamento approvi il disegno di legge. Eppure non ascoltare quanto proviene dai movimenti sociali èun atteggiamento miope  che denota una concezione profondamente antidemocratica del governo ed anche, a ben vedere, una fragilità e inconsistenza dal punto di vista progettuale.

La progettualità adesso è altrove, non in mano ai decisori politici, ma tra il brusio e il fervore di insegnanti, studenti, famiglie. Ciò avviene per lo più a livello pre-politico, ma implicitamente già si intravede un paradigma pedagogico comune. Forse gli insegnanti che hanno scioperato e gli studenti che hanno manifestato non vi hanno riflettuto, ma a sfilare accanto a loro c'erano: Maria Montessori e la sua concezione della libera espressione delle potenzialità del bambino; Ernesto Codignola con la sua Scuola-città;  Johann Heinrich Pestalozzi, che accoglieva decine e decine di bambini sbandati dopo la guerra tramite l’organizzazione cooperativa dell’educazione;  Danilo Dolci, che introdusse i metodi non violenti della disobbedienza civile di Gandhi per lottare contro la mafia che opprimeva i contadini;  Raffaele Laporta, con la sua concezione attiva dell’apprendimento tramite una pedagogia di comunità; don Lorenzo Milani e al sua radicale critica delle diseguaglianze;  Antonio Banfi e la concezione problematizzante del processo d’insegnamento/apprendimento per cambiare la società e le sue strutture d’ingiustizia; e ancora Giovanni Maria Bertin;  Lamberto Borghi,Piero Bertolini che ripropongono la concezione di John Dewey sul nesso tra democrazia e educazione; e maestri come Aldino Bernardini e Mario Lodi, che seppero applicare con grandissima originalità la cooperazione educativa di Célestin Freinet per formare il ‘bambino democratico’ inserito in una società più accogliente e solidale. L’esperienza educativa e la volontà di resistenza di migliaia di insegnanti e studenti cammina fianco a fianco con i maestri delle pedagogie attive e critiche. Li muove un patrimonio comune che non si vuole disperdere. Quando i governi diventano sordi è arrivato il momento dell’insorgenza civile.

Cancellature. Il caso Elena Ferrante/5

Scritto da Caterina Verbaro Martedì, 12 Maggio 2015 21:03. Categoria: L'interpretazione e noi

 

000CancellatureVerbaro Il dibattito apertosi negli ultimi mesi intorno a Elena Ferrante ha il merito di rendere manifeste le attuali modalità di ricezione della letteratura. L’effetto mediatico, lungi dall’esserne smorzato, è invece rafforzato dalla scelta di sottrazione di un profilo pubblico da parte dell’autrice, che dal 1992, anno dell’esordio con L’amore molesto, è sempre comparsa sulla scena letteraria con un nom de plume e scarne informazioni biografiche, e ha rilasciato alcune interviste, poi raccolte in La frantumaglia (Roma, e/o, 2007), sempre e solo in forma scritta. Di fronte a questa scelta, le reazioni della società letteraria, improntate a piccata irritazione o a sconfinata ammirazione, appaiono sempre un po’ fuori misura, e forniscono in ultima analisi una prova di cattiva coscienza. In questa eccessiva reattività intorno al tema della sottrazione dell’autore reale dalla scena pubblica, può leggersi infatti la prova di quanto la letteratura, nella comunicazione culturale, sia oggi di fatto totalmente asservita a fattori estrinseci, quali l’identità dell’autore, il suo ruolo pubblico, la commestibilità della sua immagine, la sua ascrivibilità a schieramenti e ambiti di varia mondanità. Il gioco di società intitolato “chi è Elena Ferrante”, apertosi in particolare dopo la candidatura dell’ultimo libro allo Strega, coinvolge anche chi non manifesta alcun interesse né intelligenza critica rispetto ai suoi libri. A farne le spese è naturalmente la letteratura, la lettura, la riflessione critica.

Rispetto al tabù dell’invisibilità, ai censori di Elena Ferrante sembra non bastare né la motivazione ‘personale’ dell’autrice (“Io credo che i libri non abbiano alcun bisogno degli autori, una volta che siano stati scritti. Se hanno qualcosa da raccontare, troveranno presto o tardi lettori; se no, no” – La frantumaglia, p. 10), né il sottofondo politico di tale scelta. Eppure, le questioni che Ferrante pone a un giornalista nel 1995 in occasione di un’intervista, non sembrano del tutto peregrine:

Voglio chiederle questo: un libro è, dal punto di vista mediatico, innanzitutto il nome di chi lo scrive? La risonanza dell’autore, o per dire meglio del personaggio d’autore che va in scena grazie ai media, è un supporto fondamentale per il libro? Non fa notizia, per le pagine culturali, che sia uscito un buon libro? Fa notizia piuttosto che un nome in grado di dire qualcosa alle redazioni abbia firmato un qualsiasi libro? (ivi, p. 51).

Si ha l’impressione che la volontà di anonimato dell’autrice, inizialmente imputabile a un privato “desiderio un po’ nevrotico di intangibilità” (ivi, p. 68), sia via via diventata una scelta di polemica culturale, ed abbia finito per farsi rivendicazione di un’alterità comunicativa. In un’altra intervista di alcuni anni più tardi, si può leggere la pretesa valenza politica di questa sparizione dell’autore, quando, a proposito della “trasformazione degli italiani in pubblico” avvenuta nel ventennio berlusconiano, Ferrante dichiara: “sono interessata a capire come la spettacolarizzazione della vita intera stia svuotando tra l’altro anche il concetto di cittadinanza. Sono anche colpita da come la persona sia sempre più infelicemente votata a diventare personaggio” (ivi, p. 234).

Il senso di tale scelta di cancellazione dell’autore che, privata o politica che sia, niente davvero ci autorizza a interpretare come una strategia di marketing, mi sembra che si sveli compiutamente proprio mediante la lettura dell’ultimo volume del ciclo L’amica geniale, intitolato Storia della bambina perduta, uscito nell’autunno 2014. In una recente intervista rilasciata a Giulia Calligari, Ferrante dice a proposito del romanzo: “più una storia mi crea disagio, più mi intestardisco a narrarla. Questa potrebbe essere la storia della cancellazione di Lila” («Io Donna», 31/10/2014). Ci sembra una traccia importante da seguire: chi è Lila, e cosa rappresenta nel testo? Cosa significa e comporta la sua “cancellatura”? È questo il termine che più frequentemente nel romanzo il personaggio di Lila associa a se stessa: “io sono uno scarabocchio su uno scarabocchio, del tutto inadatta a uno dei tuoi libri; lasciami perdere, Lenù, non si racconta una cancellatura” (Storia della bambina perduta, p. 17). Quest’ultimo volume dell’ampio ciclo romanzesco (L’amica geniale, 2011; Storia del nuovo cognome, 2012; Storia di chi fugge e di chi resta, 2013; Storia della bambina perduta, 2014), che racconta le vicende intrecciate di Lena e Lina (o Lila, come la chiama la sua amica) dall’infanzia alla vecchiaia, nel portare alle estreme conseguenze la tangenza quanto la dissonanza dei due destini, svela fino in fondo il senso relazionale dei due personaggi.

Credo che se ci limitassimo ad assegnare a tali personaggi la rappresentanza di modelli di comportamento femminili storicamente determinati e alla storia narrata il compito di raccontare il Novecento e lo scacco delle sue tensioni rivoluzionarie (come fa ad esempio Laura Fortini sul «il Manifesto», 6/11/2014), se insomma leggessimo questo romanzo muovendo da un’ipostasi realista, ne ricaveremmo fatalmente un’impressione di insufficienza e di complessiva inverosimiglianza, e saremmo costretti a sottoscrivere le tante letture svalutative che sono finora state fatte. Se ci fermiamo alla lettera del testo, infatti, e prendiamo sul serio i fatti raccontati, e in particolare la brillante e miracolosa carriera di romanziere di Elena Greco e il folgorante successo imprenditoriale di Lina, a dispetto della loro origine svantaggiata, non possiamo evitare la sensazione di una storia troppo facile e scontata, di uno schema di eventi e di personaggi triti e consolatori, di un’inverosimiglianza di fondo. Ma se proviamo a leggere il senso del “destino di reciprocità” (D. Brogi, www.leparoleelecose.it) di questa strana coppia bifronte Lena-Lina, che già l’assonanza onomastica e la comune nascita nell’agosto 1944 sembrano ricondurre a unità, ci rendiamo conto che la dimensione più propria del romanzo è quella psicologica e intrapsichica, e che la storia più profonda che il libro racconta è quella di uno sdoppiamento dell’io. Viene in mente Pasolini, che aprendo Petrolio sulla geminazione del protagonista in Carlo di Tetis e Carlo di Polis, teorizza la necessità dello sdoppiamento dell’individuo perché una qualunque narrazione possa consistere. Storia della bambina perduta, così come l’intera tetralogia, nasce dal tentativo di contenere l’informe, rappresentato dal personaggio vulcanico e autodistruttivo di Lina, dentro la forma, che è il segno distintivo della compostezza un po’ melensa di Lena. La dicotomia forma/informe percorre il romanzo: si pensi, ad esempio, alle pagine dedicate a una Napoli non proprio convenzionale (tutt’altro che quella “stampina turistica con Vesuvio e golfo” di cui parla Di Paolo, «La Stampa», 13/10/2014) verso la fine della storia. Lila, devastata dalla tragica sparizione della figlia e diventata “per tutti la donna tremenda che, colpita da una grande disgrazia, ne portava la potenza addosso e la spandeva intorno” (p. 346), si appassiona ossessivamente alla storia della sua città e la racconta come luogo di “splendori e miserie” (p. 419), di secolari violenze, orrori, sopraffazioni, che si sono poi ricomposte nella bellezza dei monumenti e dell’urbanistica, nell’arte, nella vita ordinaria. Tematizzando la relazione tra forma e informe, tra scrittura e “cancellatura”, il romanzo rivela una stratificazione metanarrativa che ne cela il senso più profondo. La scrittura narrativa di Elena Greco, segnata da una cifra di miracolosa facilità e leggerezza, attinge da sempre all’oscurità scomposta dell’amica Lila, e nel fare ciò nel contempo nega e cancella questa oscurità, la traduce in una storia lieve ed edificante. Non solo La fata blu, una favola scritta da Lila bambina, corrisponde per Lena a una sorta di mito fondativo della propria scrittura, ma dalla giovinezza in poi ogni suo libro trae forza e origine da Lila, dalla materia contorta e profonda che essa rappresenta agli occhi dell’amica, dall’emotività del mondo che in essa si condensa. Solo a partire da Napoli, dalle relazioni aggrovigliate e ambigue del “rione”, dalle parole imprevedibili e fantasiose di Lila, Elena può scrivere e costruire la propria identità intellettuale (“Attingeva spesso a quella mezz’ora passata nel negozio dei Solara”, p. 47, si dice ad esempio a proposito delle brillanti conferenze in Francia tenute da Lena). In Storia della bambina perduta il senso quasi vampiresco di tale relazione tra le due amiche si svela definitivamente, grazie al fatto che, nel cuore degli anni Settanta, dopo alterne e piuttosto stucchevoli vicende sentimentali, Lena decide di tornare a Napoli e vive nuovamente anni di grande vicinanza con Lila, rafforzati dalla nascita delle due bambine, Imma e Tina, a pochi giorni di distanza. La trama di vita comune tra le due perciò qui si riannoda e lascia emergere, con più chiarezza che nei volumi precedenti, la dicotomia luce/ombra, forma/informe, apollineo/dionisiaco, che costituisce a mio avviso il senso di quest’opera.

I feticci imbambolati della Storia. Il caso Elena Ferrante/4

Scritto da Giancarlo Alfano Domenica, 10 Maggio 2015 15:37. Categoria: L'interpretazione e noi

0000Alfano «A partire dall’ottobre 1976»: inizia così la Storia della bambina perduta, quarta e ultima parte della saga di Elena Ferrante dedicata a L’amica geniale. È un incipit significativo, col quale l’autrice mostra di voler restare fedele al suo impianto narrativo: attraversare la Storia d’Italia attraverso la profonda relazione personale di due donne meridionali.

In quest’ultimo volume, l’amicizia tra Elena Greco e Raffaella Cerullo si svolge nel clima alterno delle maggiori vicende nazionali, dal terrorismo di sinistra al femminismo, dal cosiddetto riflusso alla diffusione nella società italiana di un relativo benessere, il cui risvolto – almeno al Sud – fu però il radicarsi dei poteri malavitosi e lo scatenarsi della guerra di camorra. Il percorso, che qui si apre con gli effetti sociali e culturali del movimento giovanile e operaio, si chiude infine con gli anni a noi più vicini, con in particolare il riferimento all’improvvisa quanto drammatica trasformazione del quadro politico intercorsa tra il 1992 e il 1994.

Da questo punto di vista, Storia della bambina perduta può essere ricondotto alla vocazione storiografica tipica della tradizione romanzesca italiana. Fin dai suoi esordi d’inizio Ottocento, il romanzo ha da noi assunto di frequente la forma della ricostruzione storica del presente. Una tendenza a mio avviso profonda, che ha spesso fatto della narrativa uno strumento di indagine sociale e di riflessione politica, ma filtrato attraverso un punto di vista (e, direi anche, un “foro di coscienza”) estremamente circoscritto. Si tratta, credo, di una tendenza ancora attiva, testimoniata in questi ultimi anni, per limitarmi a due esempi, da Francesco Pecoraro e Giorgio Falco, che hanno proposto (rispettivamente con La vita in tempo di pace e La gemella H) due ricostruzioni del passaggio tra la guerra e il dopoguerra utilizzando il punto di vista ristrettissimo (e idiosincratico) di personaggi minimi, quasi vuoti.

Il personaggio della Ferrante però non è né minimo né vuoto. Anzi, padrona della sua storia, che racconta in prima persona, Elena fa della scrittura uno strumento di analisi personale. Attraverso le grandi campiture degli eventi collettivi, l’opera continua dunque a gravitare sul vincolo profondo, a tratti misterioso, da copularità gemellare, che lega Lina e Lenuccia, vincolo duplicato in questo volume dal parto quasi simultaneo con cui le protagoniste danno alla luce le loro ultime figlie, Tina e Imma, rinnovando in carne viva il feticcio delle due bambole in cui si rispecchiavano da bambine. E anzi, proprio il protrarsi del legame attraverso le generazioni successive costituisce il nucleo più esplicito del racconto, che l’autrice persegue anche con effetti narrativi plateali, come mostra l’asimmetria tra la sparizione congiunta delle due bambole al tempo dell’infanzia (più volte ricordata anche in questo volume) e la scomparsa di una sola bambina (l’evento che, peraltro, dà titolo a questo quarto romanzo) nel nuovo tempo della maturità. Asimmetria appunto eclatante, ulteriormente sottolineata dalla conclusiva riapparizione, non si sa se ironica o perturbante, se maligna o benefica, delle due bambole che, «quasi sei decenni prima, erano stati gettate [...] in uno scantinato del rione» (p. 450).

Se dunque la presenza profonda dell’«amica geniale» resta il ganglio della saga, d’altra parte questa stessa gemellarità è più volte proposta come chiave per leggere la storia d’Italia. Lo mostra il ruolo assunto in questo ultimo volume dalla figura di Nino, legato a Lina da un appassionato amore adolescenziale e poi stretto a Lenuccia da una relazione tormentata quanto superficiale, sigillata dalla nascita di Imma ma al tempo stesso resa inerte dalla sua volubilità sensuale. Anche per questo suo carattere psicologico, Nino appare il rappresentante di un’intera generazione che, protagonista di uno spettacolare movimento di emancipazione, ha finito col collocarsi in posizioni di potere (cioè di subordinazione alle logiche del potere): da qui il progressivo spostamento del personaggio dalle fila della sinistra extraparlamentare alla carriera politica nel PSI all’ultimo approdo nel sistema della “seconda repubblica”.

L’opera di Ferrante sembrerebbe dunque trovare la sua più profonda ragione in questo rapporto tra vicenda intima e storia collettiva. Ma qui essa trova anche il suo limite più evidente per la genericità dei riferimenti, se non addirittura per la grossolanità dello sfondo. Il susseguirsi tumultuante di episodi grandi piccoli e minimi nella vita privata e nella stessa mente di Lenuccia satura infatti tutto lo spazio narrativo del romanzo, mentre i grandi movimenti storici servono per lo più per inscatolare quegli episodi in partizioni o epoche distinte.

Quel che sembrava non solo un’affascinante storia femminile, ma anche il tentativo di raccontare il costituirsi in Italia di una nuova borghesia piccola e media a partire dagli anni Cinquanta del Novecento si rivela una grande macchina evenemenziale, del tipo dei Tre moschettieri di Dumas (non certo di Il conte di Montecristo), vòlta ad attrarre il lettore negli effetti narcotici della sua trama, lasciando che la Storia sia soltanto un’evocazione, come mostrano alcune formule davvero rivelatrici: «Fummo sempre in movimento in quegli anni» (p. 76: e dove andarono, chi incontrarono,?); «Il clima politico e culturale stava cambiando» (p. 212: e chi lo stava egemonizzando, quali libri si leggevano, quale editoria si stava organizzando?).

Sembra insomma che alla Ferrante succeda lo stesso che all’altra Elena, la quale, deve difendersi dall’accusa dell’amica geniale di non aver fatto nomi, ma di aver raccontato «molte cose che si riconoscevano». È qui il punto: un’ambizione narrativa così ampia, la tentazione della grande campitura non può ridursi in fiaba, sia pure amara. Appare allora davvero emblematico che alla fine della sua storia, Elena, che ha scritto – come la sua controfigura in copertina – «un po’ romanzo un po’ no» (p. 268), si ritrovi in mano le bambole dell’infanzia, i feticci «poveri e brutti» dell’identità soggettiva che, ignorando le ferite della storia, si possono, finalmente, addomesticare sistemandoli inerti sugli scaffali della libreria (cfr. p. 451).