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diretto da Romano Luperini

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Il ribaltamento come matrice conoscitiva Studio di una figura in 2666 di Roberto Bolaño

Deserto arido La versione integrale di questo articolo si può leggere qui:

http://rivistafigure.it/?p=155

Ringraziamo la rivista “Figure” per averci concesso questo estratto.

Il personaggio principale di 2666 di Roberto Bolaño è Hans Reiter ma il suo nome lo si scopre solo una volta giunti a leggere l’ultimo dei cinque romanzi di cui l’opera si compone. Fino a La parte di Arcimboldi, infatti, il nome attraverso cui conosciamo questo sfuggente perno della narrazione è Benno von Arcimboldi, scrittore contemporaneo tedesco di nicchia.

Il quinto romanzo si confronta quindi finalmente con questo fantasma, ossessivamente ricercato nella prima parte da un gruppo di critici letterari (La parte dei critici), relegato poi progressivamente ai margini della storia nelle tre articolazioni narrative successive (La parte di Amalfitano, La parte di Fate, La parte dei delitti), in cui la perdita di centralità tematica è proporzionale al moltiplicarsi di richiami indiretti allo scrittore, che portano a confondere il suo personaggio con altri, in una serie di abbagli che disorienta chi legge. Del resto l’ambientazione principale di questi tre romanzi è il deserto messicano, quale luogo più idoneo a una distorsione allucinata della realtà?

Il disorientamento effettivamente è una delle esperienze principali provocate da questo libro e una conferma di ciò potrebbe già essere nel nome scelto per il suo pseudo-protagonista: Arcimboldi, appunto. Hans Reiter, soldato tedesco coinvolto suo malgrado nella seconda guerra mondiale, se ne appropria una volta tornato alla vita civile, quando la ricostruzione frettolosa delle città mima l’esigenza di una parallela ricostruzione delle identità e riconversione delle coscienze dalla violenza alla pace. Il soldato Reiter ha ucciso un solo uomo in guerra; in seguito ha scritto e ora necessita di una macchina da scrivere per completare la sua opera e di un nome che nasconda il suo passato con cui proporsi al futuro: Arcimboldi.

Sconsigliati d'estate. L'epica iperletteraria di Matteo Nucci

88683366699788868336660 300x442 Avrebbe potuto essere uno dei romanzi più significativi dell’anno È giusto obbedire alla notte di Matteo Nucci, incentrato, nelle intenzioni dell’autore, su un tema forte: il trattamento epico della catabasi nel dolore più grande e immedicabile che un uomo possa vivere -  la perdita di un figlio - e della catarsi che ne può seguire. Ma, a lettura conclusa, resta un senso di insoddisfazione proprio riguardo alla costruzione del protagonista, “indimenticabile personaggio, antico e moderno assieme” secondo l’iperbolica logica del risvolto di copertina, e, invece, sfilacciato e inconsistente per l’artificiosità e per l’affastellamento dispersivo di personaggi e vicende.

Nucci, appassionato e fine conoscitore dell’antichità, compie un’operazione iperletteraria tanto nei richiami intertestuali al mondo classico - evidenti sia nel nome di ascendenza euripidea del protagonista, Ippolito, sia nel titolo e nella citazione in esergo tratti dal VII libro dell’Iliade – quanto nelle scelte stilistiche, compiaciute fino all’esibizione di ricercatezza (“Sopra al blu leggero in cui si decomprime la fascia di cielo si abbarbica, come un mostro che è pronto a schiacciare ogni cosa, un’immensa, deforme orrorifica caterva di nubi che s’incastrano come sbrindellandosi le une dentro le altre e che si avvolgono in striature argentee e poi plumbee e diventano nere in cima , sulla più alta calotta del cielo, diventando nerissime e quasi violacee sopra di me  e sembra che dentro ci sia una mano enorme, un pugno devastante e che il giallo dello sfondamento sia lì lì per comparire in forme elettriche e distruttive” p. 215)  o, viceversa, alla scontata mimesi del romanesco parlato dai pescatori di anguille che compaiono nel romanzo (“Giulio hai rotto il cazzo. Mica ce so’ abituati loro. Stanno qua a imparà, a pescà, a vedè le anguille. Mi ca a sentì le cazzate tue” p. 15).

Fiction 2.0 di Giulio Mozzi: dall'io possibile alla realtà possibile, una nuova generazione di lettori è nell'aria

cop mozzi fiction2 0 Laurana ha da poco pubblicato una nuova edizione della raccolta di racconti di Giulio Mozzi Fiction 2.0, uscita nel 2001 per Einaudi. Parliamo dell'autore che sin dagli esordi (1993) ha (ri)lanciato, in Italia, il genere dell'autofiction: ricordo ancora lo scandalo che provocò con Il male naturale (Mondadori, 1998, Laurana 2011) nell'ambiente letterario, del tutto impreparato a questa novità; la convergenza di autore e personaggio, la sua parresìa – celebre l'incipit di un racconto: «Mi chiamo Giulio e sono un alcolista» –, avevano prodotto quella tipica riattivazione degli atti linguistici che confonde il piano di realtà del lettore e quindi il suo ordine morale. Se è vero infatti che il romanziere moderno e contemporaneo, per evitare carcere e censura ha fatto di tutto per disattivarli – tanto che la più diffusa avvertenza romanzesca è sempre stata “ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale” –, dalla fine degli anni novanta in poi si è accresciuto in tutta Europa (L'avversario di Emmanuel Carrère è del 2000, I soldati di Salamina di Javier Cercas nel 2001) l'interesse per narrazioni che prendono ispirazione proprio da fatti realmente accaduti o da persone esistenti, compresa la pelle dell'autore; diventerà esemplare l'incipit di Troppi paradisi (2006, l'anno di Gomorra): «Mi chiamo Walter Siti, come tutti. Campione di mediocrità.»

Dopo l'uscita nel 1998, fatalmente un deputato leghista accusò Il male naturale di pedopornografia, fece un'interrogazione parlamentare e minacciò denunce: il testo sparì subito dalla circolazione, perfino dal sito della Mondadori che vi aveva pubblicato, con la complicità di Giuseppe Genna, il racconto “Amore” all'origine delle accuse. A parte le acquisizioni più recenti della critica – L'io possibile. L'autofiction come paradosso del romanzo contemporaneo di Lorenzo Marchese è del 2014 –, la vicenda non ha purtroppo aiutato il testo a trovare sin dall'inizio la giusta prospettiva genealogica.

La letteratura, il teatro, il carcere e la strada/2 Le donne, le armi, gli amori

Senza titolo1 Orlando in strada

 

L'orca di Angelica e Olimpia,  tratta dal laboratorio di scenografia a cura del prof. Di Trapani.

Mentre Don Chisciotte prendeva corpo in carcere, Orlando girava per strada. Gli studenti delle scuole in rete, guidati  dai registi Preziosa Salatino ed Emilio Ajovalasit del Teatro Atlante (1), hanno messo in scena  diversi spettacoli a cielo aperto: due condotti dagli studenti delle scuole primarie e medie uno, Ariosto a Ballarò, itinerante, organizzato dagli studenti delle scuole superiori e dell'università. Il maestro Croce Costanza, della scuola La Masa, ha invece curato Gesta fuori di testa (3), uno spettacolo di strada che ha coinvolto oltre che i bambini, in qualità di attori, i genitori della scuola, in qualità di costumisti e scenografi. Ariosto a Ballarò è stato accompagnato dalle scenografie e dai costumi degli alunni del Liceo Artistico Ragusa Kiyohara (2).

Altre riflessioni

Anche quest'anno, dunque, una rete ampia di scuole di ogni ordine e grado, università e associazioni (3) ha formato la rete dei Classici in strada  con l’obiettivo, scrive Isabella Tondo, coordinatrice degli insegnanti, di gettare un ponte tra i quartieri della città abbattendo idealmente le mura scolastiche o universitarie per riportare la letteratura ad una dimensione sociale e offrirla alle orecchie di chi per varie ragioni è stato sottratto troppo presto alla scuola. Dopotutto, proprio la strada è stata spesso all’origine di alcuni dei grandi capolavori classici, primi tra tutti l’Iliade e l’Odissea, recitati in strada dagli antichi aedi.

(S)consigliati per l'estate. Il caffè della fornarina, ovvero su Guardami negli occhi di Giovanni Montanaro

9788807032356 quarta Nella sterminata produzione narrativa dell’Italia di oggi si registra, come del resto è naturale, una netta preponderanza di romanzi di consumo. Il fenomeno in sé non andrebbe demonizzato: è normale che gran parte dei lettori vada in cerca di testi che non richiedono un particolare impegno. Considerando poi i dati preoccupanti sulla lettura, che di anno in anno peggiorano (caso unico nel mondo occidentale), si può senz’altro considerare accettabile l’eventuale successo di libri di intrattenimento, che magari attraggono persone altrimenti non disposte a prendere un romanzo in mano. A patto però che si tratti di un intrattenimento intelligente: troppo spesso invece vengono pubblicati testi che non raggiungono una soglia di decenza. Un compito fondamentale della critica giornalistica sarebbe proprio offrire una guida, indicando con chiarezza quali romanzi vale o no la pena di leggere: ma con qualche eccezione le recensioni assomigliano ormai ad inserti pubblicitari, arrivando a magnificare libri che nessun lettore di qualche esperienza dovrebbe prendere per buoni.

Particolarmente bene accolti sono solitamente i romanzi improntati a quella che si può definire pseudoletterarietà: testi che ammiccano alla cultura alta, ma procedendo attraverso banalizzazioni che vanno oltre ogni limite di accettabilità. Sono libri che dànno la sensazione al lettore ingenuo di essere di fronte alla grandezza della storia, dell’arte o del pensiero: ma senza dover fare alcuno sforzo di reale apprendimento o riflessione. Si tratta in buona sostanza del corrispettivo letterario di certi viaggi organizzati nelle città d’arte, in cui si viene portati a vedere in grande fretta molti capolavori, per poi tornare a casa senza alcun arricchimento, neppure minimo.

Un tipico esempio di questo genere di romanzi è Guardami negli occhi di Giovanni Montanaro (Milano, Feltrinelli, 2017); vi viene raccontata la vita della Fornarina dopo la morte di Raffaello, con l’intento dichiarato di rendere giustizia ad una giovane donna messa ai margini e costretta al silenzio dalle convenzioni sociali del tempo, che impongono di nascondere la relazione scandalosa del grande pittore. Un tema che non può non incontrare il gusto di un certo pubblico (si usa questa parola non a caso: il romanzo sembra fatto per essere trasposto in uno sceneggiato).

Tutto può divenire oggetto di buona letteratura, se l’autore lavora adeguatamente su modi di rappresentazione e stile; ma questo, manifestamente, non è il caso in questione. Il romanzo è una raccolta, per fortuna breve, di banalità. Il lettore meno ingenuo viene messo sull’avviso sin dal prologo, in cui si imbatte in sentenze da rotocalco come questa: «Perché certi amori sono diversi dagli altri, e non finiscono mai, non sanno finire, è come se facessero i semi, e continuano a fiorire, nonostante il tempo che passa?» (p. 14). Arrivato al congedo, gli toccherà prendere atto delle sensazioni provocate all’autore dalla visione del dipinto, espresse con una prosa di schietta marca tardoadolescenziale: «È solo una tavola, ma pare che sia lei. La guardo. Mi emoziona sempre, sin da quando ero bambino. Mi pare vera, mi pare qui davanti a me. Si vede che è felice, che è amata. No, non invecchierà mai. Non invecchierà più» (p. 140).

Quello che dovrebbe essere il punto di forza del romanzo è l’adozione della prima persona: a raccontare è infatti la stessa Fornarina. Rendere credibile la voce di una giovane donna vissuta mezzo millennio fa non è certo impresa facile. L’autore non pare essersi posto neppure il problema, tarando pensieri ed espressioni su quelli di una qualsiasi ragazza di oggi; sono frequenti i passi, come i seguenti, che paiono presi di peso dalla rubrica delle lettere di un settimanale: «È che mio padre era orgoglioso, era un padre, voleva esserlo con me, e si era ripromesso che le sue malinconie e i suoi problemi non sarebbero mai diventati i miei» (p. 33); «avevo qualcosa che nessun’altra aveva, come il potere di capirlo, di calmarlo, di farlo sentire nell’unico posto dell’universo dov’era felice di stare, anche se poi voleva andarsene» (p. 46); «Io mi ero sognata che volesse solo me, che io potessi bastargli. Invece no. [...] Il mio grande amore era sbagliato» (p. 51).

Chi intende praticare il genere del romanzo storico è tenuto a compiere qualche ricerca sugli ambienti che vuole raffigurare, per evitare di cadere in errori grossolani: Montanaro si è palesemente astenuto da questa saggia regola. Così, capita che nel primo Cinquecento descritto nel libro si beva caffè (grande passione della protagonista) e si mastichi tabacco; inoltre si inviano mazzi di orchidee alle fanciulle e si va dal farmacista. Ciò che fa riflettere, alla lettura di Guardami negli occhi, non è tanto l’imperizia mostrata a tutti i livelli dall’autore, quanto il fatto che venga ormai considerato normale pubblicare romanzi così sgangherati: le reazioni sono state perlopiù positive, e i difetti qui sinteticamente evidenziati, che dovrebbero saltare agli occhi di qualunque lettore con un minimo di esperienza, non sono stati notati da nessuno. Una caratteristica comune a troppa parte della produzione editoriale dei nostri giorni è la mancanza di rispetto per i lettori. Segnalare libri da evitare può essere uno dei compiti ecologici della critica, tanto più in un momento in cui l’eccesso di offerta nel campo del romanzo rende difficilissimo orientarsi anche per il lettore più volenteroso.

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La letteratura, il teatro, il carcere e la strada/1. Sogni di giustizia

chisciotte01  

La cultura - il lato ideale delle cose -  pretende di costituirsi come un mondo separato e sufficiente, in cui possiamo trasferire la nostra interiorità. È un’illusione, e solo considerata come illusione, come un miraggio in terra, la cultura è al posto che le compete.

J. Ortega y Gasset, Meditazioni del Chisciotte

Elmi, foto tratta dal laboratorio di scenografia a cura del prof. Badagliacca.

Ariosto e Cervantes: premessa

Nella storia della letteratura occidentale il folle don Chisciotte ha un precedente illustre,  l’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto. Cervantes conosceva e ammirava il capolavoro di Ariosto e lo tenne presente nel comporre il Chisciotte (dall’Orlando furioso, tra l’altro,  riprese l’inserto narrativo dell’Indagatore Indiscreto). Nel Furioso la pazzia del protagonista è una follia d’amore, l’esito di una passione frustrata: Angelica, amata dal paladino Orlando, non lo ricambia e anzi gli preferisce il saraceno Medoro. Per la delusione, come tutti sanno, il cavaliere perde il senno. Ariosto indaga il furore irrazionale che travolge l’eroe, la cui pazzia richiama al senso del limite della ragione, in implicita polemica con la concezione cortese dell’amore totalizzante. 

chisciotte02 I cavalli dei cristiani e dei pagani, foto tratta dal laboratorio di scenografia a cura del prof. Quadrio.

Don Chisciotte, invece, impazzisce leggendo libri di cavalleria. Non è la realtà, una persona o un fatto a renderlo folle, ma un eccesso d’immaginazione: la sua follia ha quindi un’origine intellettuale. Con essa Cervantes non ci richiama ad un armonico senso del limite, ci mostra piuttosto che la follia riempie un vuoto, la vita monotona e antieroica di un idalgo di provincia. Attraverso la follia del cavaliere errante, Cervantes ci comunica perciò un senso di crisi tipico del Barocco: il mondo delude e l’io si perde in esso. 

chisciotte03Le corazze, foto tratta dal laboratorio di scenografia a cura dei proff. Badagliacca e Quadrio.

La differenza di prospettive dei due autori si coglie ancor meglio valutandone il diverso stile. Ariosto scrive un poema in ottave dalla forma armoniosa ed equilibrata. Attraverso l’adozione di uno stile medio esibisce un senso di distacco e di controllo verso i fatti raccontati. Cervantes, invece, scrive in prosa, assume un linguaggio realistico e adotta vari registri stilistici, da quello comico-parodico a quello lirico ed illustre.

Sia Ariosto che Cervantes, infine, ricorrono ai procedimenti dell’ironia, ma con esiti anche qui molto diversi. Ariosto ironizza sui limiti degli uomini, stigmatizzandone gli eccessi, oppure, fa dell’autoironia presentandosi ai lettori come un autore indaffarato alle prese con la propria opera. Cervantes ironizza su tutti gli aspetti della narrazione: l’autore, le fonti, i personaggi, lo stile, il genere sono sottoposti a corrosione ironica, con l’effetto di rendere il mondo raccontato precario e la verità romanzesca incerta. Possiamo perciò dire che se Ariosto irride le debolezze degli uomini, Cervantes si fa invece beffa delle loro certezze. Il disincanto di Ariosto verso la sorte mutevole degli esseri umani è divenuto in Cervantes smarrimento. 

chisciotte04 La luna di Astolfo, foto tratta dal laboratorio di scenografia a cura dei proff. Quadrio e Di Trapani.

L'Orlando Furioso e il Don Chisciotte sono stati i due classici al centro di un progetto (1) che ha coinvolto molte scuole di ogni ordine e grado e i detenuti del carcere Ucciardone (2). I testi sono stati riscritti dagli studenti e messi in scena per le strade di Palermo e nell'Istituto penitenziario. Il lavoro degli insegnanti (3) ha preso le mosse da due constatazioni: ci sono libri-prospettiva di cui abbiamo ancora bisogno, la nostra città ha bisogno della scuola. In questo articolo pubblichiamo un primo video che mostra l'esperienza in carcere e di seguito alcune riflessioni.

Don Chisciotte in carcere

Nel 1587 Cervantes si trasferisce a Siviglia. Per vivere fa l'esattore e il commissario per il vettovagliamento dell’Invincibile Armata, cioè confisca grano e cereali per la flotta del re. Subisce due scomuniche per avere requisito grano ad alcune parrocchie. Amareggiato e stanco, prova a cambiare a vita, ma gli viene seccamente rifiutato un posto di amministratore nelle Americhe. Continua pertanto a fare l’esattore in Andalusia, finché non viene ingiustamente imprigionato  nel 1592 con l'accusa della vendita illegale di grano e nel 1597, a Siviglia, per il fallimento della banca in cui aveva depositato il denaro riscosso. È nella durissima prigione di Siviglia che, a quanto sembra, inizia a scrivere il Don Chisciotte.

Prime riflessioni

Don Chisciotte della Mancia è un romanzo calato nel presente, in un momento di crisi epocale. La realtà storica è raccontata senza retorica,  nei suo aspetti quotidiani e contraddittori. L’apparenza ingannevole,  la sorte mutevole, la precarietà degli uomini, la dissonanza col mondo, la vita come finzione teatrale sono anche alcuni dei temi del romanzo che hanno guidato il laboratorio teatrale nell'Istituto penitenziario Ucciardone condotto da Preziosa Salatino del Teatro Atlante, in collaborazione con Gabriella D'Agostino dell'Università di Palermo e con il supporto dell'Asvope e dei docenti che hanno svolto le lezioni in carcere, tra questi Isabella Tondo che racconta:

la prima volta che si varcano i cancelli di un carcere non lo si dimentica più. Pochi luoghi sembrano così vicini allo spazio infernale descritto da Dante nella  Divina Commedia con i suoi passaggi sorvegliati da custodi, i blocchi di controllo e i percorsi tortuosi.  Il luogo impressiona il visitatore anche se non si trova lì per salutare parenti o amici reclusi, ma per tenere ad esempio un’occasionale lezione sulla follia di don Chisciotte, con le fotocopie dei testi rilegate e pronte al vaglio della polizia penitenziaria. Se in aula qualche volta la voce suona stonata e ci assalgono i dubbi sull'effettivo senso del nostro mestiere, qui le domande diventano ancora più brucianti: perché raccontare l’inutile grandezza della letteratura proprio dentro le mura di un carcere?

La risposta a domande del genere rischia di essere retorica finché non hai di fronte volti precisi e vite vissute. Non è possibile, forse, percepire fino in fondo la potenza della letteratura finché non hai provato a far conoscere le parole di Omero, le Favole di Esopo o l’avventura dei mulini a vento di Cervantes a uomini che versano in condizioni di disagio, di emarginazione o che non hanno completato il loro percorso scolastico, talora drammaticamente arrestato già alla fine della scuola primaria. Uomini che fino a quel momento avevano vissuto e agito senza sapere nulla di Ettore, di Achille, di Ulisse, di Chisciotte o Sancio noti, al massimo, come protagonisti di film hollywoodiani o di serial tv. Accade, infatti, che la letteratura faccia la sua miglior prova proprio in questi contesti di privazione della libertà, dove il tempo e lo spazio si condensano in un cronotopo completamente diverso da quello presente nel mondo fuori le sbarre. Qui, in un confronto libero da verifiche finali, il testo letterario ritorna ad essere un puro scambi di vissuti. Siamo tutti costretti ad un dialogo nudo, senza cellulari, notifiche, rinvii di conversazioni, siamo tutti preda di una ben diversa urgenza comunicativa che trova nei testi letterari una forma di scampo verso altri mondi possibili. Nella costrizione delle mura (ma forse anche fuori da esse) la scuola fa innanzitutto esperienza di un bisogno di ascolto.

 

NOTE

Fotografie a cura di Loredana D'Ippolito.

Video a cura di Vincenzo Patricolo e Fabrizio Bonadonna della Palumbo Editore.

1) I classici in strada, giunto alla 4 edizione, ha ricevuto il contributo dell’USR Sicilia-AT Palermo e il patrocinio del Comune di Palermo http://www.classicinstrada.eu.

2) Le scuole in rete per i Classici in strada del 2016-2017 sono state: Liceo Scientifico “B. Croce”, Liceo scientifico “S. Cannizzaro” - Liceo classico “Umberto I” - Liceo classico “V. Emanuele II”  - Liceo classico “Garibaldi”- Liceo classico “G. Meli” -  Liceo artistico “Ragusa Kiyohara” (che ha curato le scenografie) - Liceo arstico "Catalano", IIS  “E. Medi” - Scuola elementare “N. Garzilli” - Istituto Comprensivo “G. Marconi”-Istituto Comprensivo “Nuccio/Verga”- Istituto Comprensivo “Politeama” - Istituto Comprensivo “Pino Puglisi”. Hanno partecipato ai laboratori anche L'Università degli Studi di Palermo, Dipartimento Culture e Società e i detenuti dell'Istituto penitenziario Ucciardone.

3) I docenti del comitato scientifico che hanno coordinato i lavori sono Isabella Tondo, Francesca Marchese, Loredana Gambino, Maurizio Civiletti, Mariella Rinaudo, Maria Motoleone, Emanuela Annaloro. I docenti referenti delle varie scuole sono stati: Marina Buttari, Patrizia Campagna, Daniela Conte, Lucia Corsaro, Croce Costanza, Giusi Norcia e, per l'Università,  Andrea Cozzo.

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Il mito della creatività

2b8f076c3595ba89f42be5bd76aba024 andy warhol marilyn arte popSiamo lieti di presentare un estratto tratto dal primo numero della rivista «Figure». Il numero è dedicato alla creatività ed è consultabile seguendo questo link: rivistafigure

Questo brano fa parte dell’articolo “Il mito della creatività”.

Una volta che ci si è accorti dell'esistenza del mito della creatività si inizia a rintracciarlo un po' dappertutto; si inizia pian piano a vederlo nelle sue personificazioni – i creativi – e nella sua presenza nel mondo del lavoro – il lavoro creativo o i modi creativi di compiere un lavoro; si sentono risuonarne la parole  in molti discorsi a vari livelli (nei telegiornali, nei blog, su facebook, negli annunci di lavoro, nelle chiacchiere da bar...); lo si nota come un'aura che colora molte figure significative del nostro immaginario. La tinta euforica che sempre si accompagna al mito della creatività viene utilizzata per rappresentare una serie di oggetti, valori e luoghi anche molto diversi tra di loro; i colori ricordano quelli delle fotografie di Oliviero Toscani. Anche quando non vengono usate direttamente la parola e i suoi derivati ci si accorge, man mano che si affina lo sguardo, che una serie di altri lemmi, concetti e valori che con essa costruiscono una ragnatela simbolica (innovazione, originalità, bellezza diffusa, genio, successo...) sono disseminati nel mondo che abbiamo davanti, nei nostri discorsi quotidiani. La creatività appare nella forma del mito: non semplicemente una mistificazione, ma narrazioni, immagini, costellazioni di elementi che producono identità culturali e collettive, all'interno delle quali le persone possono riconoscersi e riconoscere i loro simili, ricondurre le loro esperienze particolari a un modello generale. Abbiamo iniziato pensando di dover portare in superficie un ossicino un po' coperto dalla terra e ci accorgiamo, mano a mano che si scava, che l'ossicino è il dito di una zampa dello scheletro di brontosauro, sepolto sotto tutta la pianura circostante.

(S)consigliati per l'estate. Una storia nera di Antonella Lattanzi

9788804674863 0 0 1493 80 In questo periodo dell’anno si rincorrono sugli inserti letterari dei maggiori quotidiani le liste, più o meno nutrite, di libri “da mettere in valigia”, da “leggere sotto l’ombrellone”, di titoli che possano, insomma, degnamente accompagnare il tempo libero dei lettori nel corso dell’estate. Con questa rubrica “a tempo” si procederà, invece, all’operazione inversa, invitando a tenersi alla larga da alcuni titoli apparsi in questi mesi in libreria: a favore di un’“ecologia della letteratura” e in difesa dall’ipertrofica pressione editoriale che caratterizza l’odierna produzione romanzesca.

Una storia nera di Antonella Lattanzi, apparso nel marzo di quest’anno nella collana “Scrittori italiani e stranieri” di Mondadori,  fin dal paratesto  sembra proporsi come un romanzo che intende andare oltre il semplice intrattenimento:  se il titolo e l’immagine di copertina alludono infatti al  genere noir, la quarta promette di sondare addirittura il “crinale che separa bene e male, colpa e giustizia, amore e violenza” e la citazione in esergo – tratta da Memoriale di Paolo Volponi - apparenta indirettamente la protagonista Carla, per anni vittima delle violenze del marito al punto da premeditarne l’uccisione, all’operaio-contadino visionario protagonista del celebre romanzo sull’alienazione di fabbrica (“A quel punto – si legge nella citazione – ho capito che nessuno può arrivare in mio aiuto”).  

In realtà, a ben guardare, Lattanzi ha confezionato un prodotto “furbo”: coniugando la sua abilità di sceneggiatrice - evidente nel ritmo incalzante, nei frequenti dialoghi e nel montaggio del plot - con l’argomento caldo del femminicidio ha costruito una parabola romanzesca caratterizzata da un immancabile colpo di scena conclusivo, la cui prevedibilità non sfugge, tuttavia, a un lettore accorto. Inoltre nel romanzo Carla, rea confessa, conosce durante il processo un trattamento mediatico che la trasforma repentinamente da “mantide” a Madre Coraggio. Se tale scelta, nella costruzione del personaggio, ben rappresenta la creazione del Mostro o, viceversa, della Vittima cui, in effetti, tanta recente cronaca nera ci ha abituato, il coup de théâtre su cui si chiude il romanzo non riabilita lo spessore della protagonista che rimane, come i comprimari e le comparse, costruita a tavolino e pronta per la trasposizione in una fiction televisiva da prima serata.

Bruciare tutto?

siti Non è un caso che i primi due libri in classifica per lo Strega siano Le otto montagne di Cognetti e La più amata di Ciabatti. Entrambi danno una risposta a una richiesta del mercato: quella dei buoni sentimenti e della edificazione morale da un lato e quella, opposta, di cattivi sentimenti, della provocazione cinica e della esibizione dell’immoralità dall’altro. Sul primo aspetto qualche giorno fa ha scritto su questo blog parole persuasive Demetrio Paolin. Non è una cosa nuova: i buoni sentimenti, da De Amicis alle serie  di prima serata nel Primo Programma della TV, hanno sempre avuto facile corso. E, in misura minore ma sempre più crescente, anche le tendenze che speculano invece sull’orrore e sul male (per esempio, oggi, nei programmi di seconda serata della RAI-TV e nelle serie poliziesche, nelle storie di camorra ecc.).  Anzi, mi pare che oggi dilaghino due tipi di retorica, diversi ma anche molto simili, che si stanno diffondendo a scapito di modelli più complessi, più contraddittori e, ha detto giustamente Paolin, più problematici: la retorica di una moralità facile, a buon mercato, che si commuove per i soliti “valori”, e la retorica di una immoralità “provocatoria” che li sbeffeggia  ed  esibisce tale atteggiamento come trofeo o addirittura come protesta contro la ipocrisia dei cosiddetti benpensanti. Ognuna delle due retoriche ha ovviamente i suoi schemi, i suoi luoghi comuni, i suoi procedimenti più o meno scontati. Entrambe obbediscono e si adeguano a un conformismo: quello dei buoni sentimenti e quello, nichilista, di chi gioca a scandalizzare offendendoli e vituperandoli.

Il successo crescente  della seconda retorica si presta a qualche considerazione. Ma intanto bisognerà considerare che l’alternativa moralità/immoralità non ha a che fare con la storia estetica dei prodotti artistici (l’arte, diceva Marcuse, «non crea nessun obbligo» e quindi si pone al di là di questo dilemma), ma con quella del gusto, delle inclinazioni del pubblico e degli interessi della industria culturale che li solletica a scopo di profitto, oltre che, ovviamente, con l’effetto che tutto ciò può avere negli autori. Fra l’altro, nelle letterature dell’età contemporanea, da Céline a Houellebecq sino al Littel di Le benevole, e, da noi, al Siti di Troppi paradisi e oggi di Bruciare tutto (o, su un piano molto più modesto, al romanzo di Teresa Ciabatti) non manca certo una inclinazione all’ostentazione del cinismo e della crudeltà. Ma la  letteratura, si sa, non può avere limiti di contenuto: può mostrare le vicende della Germania nazista dal punto di vista di un ufficiale delle SS, come fa Littel, o tentare di sdoganare la pedofilia come in fondo suggerisce Siti in Bruciare tutto (seppure con furbizie, mossette ambigue oscillanti fra desiderio di scandalo e prudenza, note a piè di pagina, dediche a don Milani che un grande scrittore si poteva risparmiare).

Leggere un racconto di Edgar Allan Poe navigando incerti tra Scilla e Cariddi

800px Edgar Allan Poe 2 edit1 “Parlare” di libri

Ricordo benissimo la frase di un mio compagno di università: «La nostra professoressa non ci dava nessuna scheda-libro per le letture dei romanzi. Ne parlavamo in classe». Per me, che invece avevo avuto la ventura di doverne preparare sempre o di dover affrontare verifiche e interrogazioni, quel “parlavamo” suonò dolcissimo, liberatorio, circonfuso di un'aura di mito. Con la somma ingiustizia di cui si è capaci a vent’anni, decisi che quella professoressa era molto meglio di quelle che avevo avuto io.

Nel film di Spike Lee la Venticinquesima ora, uno dei coprotagonisti, interpretato da Philip Seymour Hoffman, è un professore di liceo depresso e senza più entusiasmo. Lee mette in scena una sua lezione: i ragazzi mettono in cerchio i banchi, il professore si siede fra loro e iniziano a parlare del libro letto. Nonostante le sollecitazioni e le domande dell’insegnante, non se ne riesce a cavare nient’altro che questo giudizio lapidario sul sugo della storia: «Lui si vuole fare lei», sentenzia una studentessa bella e sfrontata.

Qualche anno dopo i due episodi si appaiarono nella mia mente e la morale che ne trassi è abbastanza ovvia: come fai, sbagli. Sembra pessimismo, e invece è una morale molto rassicurante, credetemi. Ora infatti so che trovare l’equilibrio tra la libertà, il piacere, la spontaneità della lettura e l’applicazione paziente alla fatica della decodifica e dell’interpretazione non è affatto facile, perché, da un lato, si rischia sempre di appiattire tutto in una immediatezza superficiale e banalizzante, come quella della lettura di mero rispecchiamento psicologico della studentessa di Lee, dall’altro si rischia sempre di deprimere sacrosanti entusiasmi giovanili con un lavoro metodico ma noioso.

Come sarà raccontata dai miei studenti cresciuti l’esperienza didattica che sto per presentare? Anche loro si lamenteranno di quanto li abbia annoiati? Non lo escludo. Ho fatto, e avrò sbagliato.

Le otto montagne

32916360. UY396 SS396  Inizio con una premessa: questa che segue non è una recensione al libro di Paolo Cognetti Le otto montagne (Einaudi, 2016), ma una sorta di riflessione ad alta voce rispetto alle mie impressioni di lettore. Ciò che mi ha portato a scrivere queste righe e le successive è appunto legata a una domanda secondo me fondamentale: “Cosa chiedo come lettore a un libro che leggo?”. È naturale che la risposta a questo interrogativo produca per rimando una sorta di definizione di cosa sia la letteratura, ovvero di quella cosa che ironicamente e con estrema distrazione continuo ad amare e praticare in questi anni. Quindi nessuno si aspetti un discorso generale e o una teoria complessiva, perché non sono un critico né ho gli strumenti per esserlo, al massimo vi propongo una serie di riflessioni alcune volte idiosincratiche di uno scrittore che legge un libro.

Le otto montagne, in cinquina allo Strega di quest’anno e vincitore dello Strega giovani, è un libro praticamente perfetto. La lingua che usa Cognetti è misurata e precisa, la trama e la storia si sviluppano secondo una coerenza interna, che fa pensare a un lungo lavoro di riscrittura e di messa a fuoco dei diversi nuclei narrativi; anche i personaggi sono tratteggiati con maestria e sapienza.  Scalfita questa superficie, però, accade che il lettore si chieda perché debba leggere questo romanzo, cosa produca dentro di lui.

Spesso negli strilli o nelle fascette o nelle quarte di copertina leggiamo “romanzo necessario”, altrettanto spesso sorridiamo di questa moda. È chiaro che siamo di fronte a una semplice strategia pubblicitaria, ma sarebbe forse più utile ragionare sul perché si senta il bisogno di sottolineare costantemente la “necessità” di un testo. La risposta non più ovvia e immediata è che quegli strilli sono un sintomo. Essi certificano la povertà, o l’assenza, di libri necessari; si dice che ogni libro è necessario perché nessun libro realmente lo è, così di volta in volta, di quel determinato libro, si invoca la necessità a giustificazione dell'opposto.