Tre appunti su L'ultima sillaba del verso

9788804674955 0 0 1525 80 1. Le cose ultime

Il titolo del nuovo romanzo di Romano Luperini (L’ultima sillaba del verso, Mondadori 2017) istituisce immediatamente, attraverso la parola ‘ultima’, un dialogo con il lapidario incipit dell’introduzione a Tramonto e resistenza della critica (sempre di Luperini, Quodlibet 2013): “Questa è la mia ultima raccolta di saggi”. E del resto quella introduzione recava un titolo, Per chiudere i conti, altrettanto inequivocabile.

C’era, insomma, ad animare quella preziosa raccolta di saggi del 2013, una istanza di ultimità fin troppo esplicita, esibita; forse resa necessaria, al di là delle motivazioni dichiarate, dalle emergenti esigenze di una nuova e diversa stagione di scrittura, dedicata più organicamente, dopo gli esperimenti degli anni Zero,  a esplorare quelle cose che “in un saggio non si possono dire, in un romanzo sì” (così ancora Luperini nel suo recente Dialoghetto fra un critico e un autore): lo spazio del romanzo come quello più appropriato per tentare di chiudere i conti; o di farli tornare, che poi è la stessa cosa.

Ma è lecito ipotizzare che questa netta separazione fra un prima dedicato prevalentemente alla critica ovvero a varie forme di militanza (quella propriamente politica, quella intellettuale, quella pedagogica) e un poi dedicato alla scrittura narrativa sia solo apparente: un più o meno voluto depistaggio. Ed è probabile invece che fra le varie stagioni luperiniane ci sia una coerenza più tenace e una continuità più lucida di quanto a prima vista possa sembrare: del resto, quando si inscrive la propria vita e la propria opera nell’ordine della lotta e della radicale ricerca di senso, questa ricerca e questa lotta non possono che continuare, anche se in diverse forme, per sempre; e anzi non possono che farsi, col tempo, più drammatiche e più essenziali.

Il mio impotente 25 aprile

Buon 25 Aprile 9 I fatti: Casa Pound, Forza Nuova, il dibattito su “noi” e “loro”

Prima di Pasqua, davanti al mio liceo, sono comparsi due ragazzi poco più grandi dei miei studenti a distribuire volantini. Pur in assenza del simbolo di quell'associazione, non ci ho messo molto a capire che quel volantino era prodotto da un gruppo giovanile legato a Casa Pound, che nella città in cui insegno ha da poco aperto una sede, presto seguita da Forza Nuova. Il volantino aveva carattere “tecnico” e prendeva posizione su questioni scolastiche come il contributo cosiddetto volontario dei genitori, la rappresentatività degli studenti, i libri di testo, ma era improntato anche alla retorica del primo fascismo movimentista («Giovinezza al potere», «Siamo nazionalisti e rivoluzionari»). Ero abbastanza convinto che il diffuso disinteresse verso la politica da parte degli studenti avrebbe abbondantemente depotenziato l'effetto di quel volantinaggio; tuttavia fiutavo il rischio e ho deciso di intervenire, parlandone nelle due classi con cui avrei avuto lezione quella mattina.

Quando, nella prima di queste due classi, ho lasciato spazio al dibattito fra gli studenti – che, ho premesso, era assolutamente libero, nessuna opinione era vietata – si è scoperchiato il vaso di Pandora. Era mia intenzione lasciare il reciproco contraddittorio ai ragazzi, riservandomi il ruolo di moderatore. Ma il contraddittorio fra pari non c'è praticamente stato, a parte quello di due studentesse, presto ammutolite dalla schiacciante maggioranza. È emersa un'unica voce, sebbene intonata su registri diversi: ma a questo punto il volantino di Casa Pound era ormai diventato solo un pretesto, perché l'argomento che stava a cuore a tutti era quello del rapporto tra “noi” e “loro”, ovvero la paura dell'immigrazione.

Amianto e storia operaia. Alberto Prunetti incontra gli studenti

alberto prunetti A cura di Daniele Lo Vetere

Lo scrittore Alberto Prunetti ha incontrato gli studenti e le studentesse di un liceo senese. Questa è l'intervista che il nostro collaboratore Daniele Lo Vetere gli ha fatto in quell'occasione.

1. Amianto è la storia di tuo padre, ma è anche la storia di tutti i morti per amianto italiani; ancor di più, direi, è la storia dei morti di fabbrica tutti. C'è un pezzo di storia operaia dentro questo libro, entro quella va contestualizzato. Dentro questa storia però ci sei anche tu. Nel libro c'è un'immagine simbolicamente molto efficace, che riconnette la storia privata a quella nazionale: dici di essere nato a Piombino, ma concepito a Casale Monferrato, la città dell'amianto. È come se tu avessi sentito che nella tua persona precipitava la storia precedente della nazione, di una classe sociale, di tuo padre e di chi l'ha preceduto. C'è anche l'orgoglio di un'appartenenza, anche se è doloroso e rabbioso perché ha significato morte. Questo autobiografismo “non autoreferenziale”, se mi passi la formula approssimativa, dà al tuo libro, che comunque è il racconto fedele, documentato, della vita e della morte di tuo padre, una forza notevole, che va oltre il libro di denuncia o il racconto biografico. Almeno questo è quello che ho sentito leggendolo. Ho sovrainterpretato?

Sì, nelle mie intenzioni c’era proprio questo: mettere in tensione la storia personale con la storia di una classe sociale e poi vedere l’effetto che fa. Si creava attrito con le narrazioni delle vulgate correnti sulla fine della classe operaia, il miracolo economico, la bolla economica e antropologica degli anni Novanta? Era una memoria personale, un omaggio privato al padre, o piuttosto un frammento di un più esteso atlante delle memorie operaie? E’ una narrazione della crisi e del conflitto? Un’autofiction raccontata una volta tanto senza narcisismo o pietismi? Direi un po’ di tutto questo. E’ anche un testo che cerca di legare due generazioni, in anni in cui, tagliando a mansalva diritti e welfare, ci raccontavano la panzana dei “vecchi che avevano vissuto nel lusso”, dei pensionati “che a lavoro strisciavano solo il cartellino”. Il debunking di uno storytelling odioso che infamava il duro lavoro di una generazione di operai, gli stessi che a partire dagli anni Sessanta avevano strappato diritti e salario a padroni che non regalavano nulla. Tute blu con la terza media in tasca che, a colpi di sacrifici, complice una democratizzazione dell’accesso agli studi, avevano fatto studiare i figli fino all’università, pagando talvolta un duro prezzo sul corpo e sulla salute. Tutto questo sta in Amianto, ma non lo racconto con queste parole, ma con aneddoti e pagine che alternano umorismo e tragedia, leggerezza e densità. In parte Amianto è anche una scrittura di formazione. Anzi di deformazione, perché il corpo del protagonista si deforma pagina dopo pagina.

Che ansia gli articoli sull'ansia nella scuola italiana

000000000001ansia Che pensare, che provare davanti a un titolo come «Scuola, per l’Ocse quella italiana è la più ansiogena del mondo. E gli studenti sono i meno soddisfatti della loro esistenza»? Io direi, in un bel gioco di specchi e di rilanci infiniti: ansia, ansia, ansia!!!

Ma i titoli, si sa, spesso non sono d'autore e spesso mettono un carico da novanta (d'ansia) sul più ragionativo e piano tono del pezzo per il quale fungono da richiamo. In effetti l'articolo di Alex Corlazzoli, uscito il 19 aprile scorso su Il Fatto quotidiano, è tutto pieno di dati OCSE-PISA e di sobrie deduzioni da quei dati. Ma, per la verità, a parte per una maggior coloritura psicodrammatica (gli studenti italiani sono “i meno soddisfatti della loro esistenza”), il titolo è abbastanza fedele al contenuto e allo spirito dell'articolo.

Di articoli così, son pieni i giornali

Ricetta per un articolo medio, da quotidiano nazionale, sulla scuola.

Si prenda una bella “ricerca statistica”, fresca di giornata (perché la matematica, si sa, non è un'opinione).

Ci si limiti (apparentemente) a “leggere” i dati, ovvero a illustrare quello che essi, indubitabilmente, sembrano dire, senza “interpretarli”: perché non si tratta della mia o della tua opinione, di cui è pieno il mondo. Qui ci son sodi fatti.

Il pezzo è pronto e può essere liberato nel mondo, a generare ansia. Di articoli così, son pieni i giornali.

La stanza profonda dell'ego. Una riflessione e una proposta

9788858127377 0 0 1520 80 Il nuovo libro di Vanni Santoni, La stanza profonda (Laterza), parte da una tesi “post-apocalittica” molto precisa: nulla avviene per caso, il trionfo dei giochi di ruolo e delle loro espansioni on line (dentro le quali l'autore raccoglie, con un'analogia che forse valeva la pena approfondire, anche l'acquario di Facebook) è il segno di un'epoca dove tutto è diventato narrazione, la realtà/identità come la conoscevamo scompare e viene sostituita da un'attività ludica (le “pratiche” senza ideologia, ma sempre disgiuntive nel gerarchizzare vincitori e sconfitti, vittime e carnefici) il cui significato profondo (la coscienza, l'analisi logica, la scrittura, l'ego) soggiace al centro di un labirinto sotterraneo (l'inconscio, l'oralità, l'istruzione per l'esecuzione, il dio) diverso da soggetto a soggetto eppure eternamente uguale.

In pratica, l'architettura della «stanza profonda» è quella della mente bicamerale da cui si è generata, per collasso, la coscienza umana. E ora che un dio non ci parla più da là sotto e da là dietro, sostituito da un «dungeon master» qualsiasi, un nerd probabilmente, che dirige il gioco da un garage, che succede adesso?

«Alla fine quel che conta è l'idea chiave, il fatto che ci siano dei giocatori, un master, dei personaggi da interpretare, un mondo e un sistema aperto di regole.»

La tesi post-apocalittica è la seguente: non stiamo parlando solo del senso del gioco, ma del senso della vita, che dipende oggi, come la verità disancorata dalla vittima, dalla circostanza che un certo numero di persone sia d'accordo sull'interpretazione da dare agli eventi: ciò che determina, in conclusione, il sorgere stesso dell'evento (e della verità) dalla ctonia nebulosità dei fatti.

Pagine a prova di alunno. La letteratura e le scuole difficili

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Volavano le sedie

Sono entrato in classe per la prima volta a ventisei anni non compiuti. Venni convocato a inizio ottobre in un istituto professionale statale per l’industria e l’artigianato (IPSIA) della provincia di Perugia, per una supplenza in Italiano e Storia che poi durò tutto l’anno. Ricordo bene il bacio di mia moglie prima di uscire di casa e il maglioncino di cotone morbido che ritenni adatto per il mio primo in assoluto giorno in cattedra. Poi venti minuti di macchina, durante i quali ascoltai un po’ di radio senza sentire nulla, ebbro della constatazione che finalmente il momento sognato fin dai tempi del liceo fosse finalmente arrivato. Parcheggiata l’auto nel grande piazzale gremito di motorini, per un attimo mi sentii felice e mi beai tra me e me: «prof. Contu, suona bene». Varcata la porta della scuola chiesi degli uffici a una signora in camice blu seduta in portineria. Venni accompagnato alla segreteria del personale da dove mi spedirono immediatamente in presidenza: il dirigente mi stava aspettando. Ovviamente non colsi l’anomalia che intesi invece come ineccepibile cortesia. Bussai alla porta, il preside mi fece accomodare all’istante. Ricordo il doppiopetto, la cravatta, gli occhialetti da ragioniere. «Benvenuto professore». In cinque minuti venni messo in guardia sulla «terribile I°E meccanica» che aveva già collezionato tre consigli straordinari in meno di un mese di scuola. Venni congedato con un «le auguro buon lavoro professore, vedo che è molto giovane, se la saprà cavare». Non mi resi conto del messaggio, salutai con un bel sorriso di circostanza e mi avviai verso il mio battesimo scolastico. Ricordo vagamente il percorso di avvicinamento alla classe, erano le circa undici di giovedì mattina, questo lo so per certo perché mi dissero che avrei dovuto tenere, mi dissero proprio «tenere», la I°E meccanica durante le ultime due ore di lezione. Ricordo invece perfettamente e mai lo dimenticherò l’istante successivo in cui ho aperto la porta dell’aula. Come potrei dimenticare. Vidi una sedia volare da una parte all’altra della classe, lanciata da uno studente contro un altro che per un pelo riuscì a schivare il colpo.

Una poesia laminare Su Sonnologie di Lidia Riviello

sonnologie È arrivato a una certa distanza dal poema, questo Sonnologie di Lidia Riviello (Zona, 2016), e dopo una lunga e laboriosa gestazione. A otto anni dal poematico Neon 80 (Zona, 2008), questa nuova poesia gravita piuttosto nella zona dell'epigramma, dell'iscrizione su lastra, del cut up. Tuttavia lo spazio poematico, «taggato alle spalle», ne è il punto di partenza e, in un certo senso, anche d'arrivo, come una materia che, sottoposta a tagli e deformazioni, si ripresenti nella forma di lamine resilienti.

I singoli versi e le brevi strofe, disposte spesso a scalare, si collocano sulla pagina come lastre che scivolano l'una sull'altra, si toccano o si allontanano (anche per via di non casuali riprese a distanza di versi o sintagmi), disegnando mutanti forme geometriche in un movimento continuo sulla «superficie di un conflitto» (il sonno), specie di corpi solidi affioranti su una materia liquida, iscrizioni di una collettività ridotta a massa informe di sonnambuli eterodiretti «senza conducente», come la macchina progettata da Sebastian Thrun che è in scena (in senso anche teatrale) nella seconda delle tre sezioni del libro.

«Una volta e per sempre fuori dalla lirica» (come si legge nella Nota di Emanuele Zinato), esclusa la centralità dell'io come del tu senza però raggiungere la dimensione collettiva della prima persona plurale né una stabile terza persona, ma sempre oscillando tra le diverse persone grammaticali, questa poesia riesce a dare voce a un'identità indeterminata, a un'umanità ridotta in uno stato indistinto - perché la distinzione è saltata - tra sonno e veglia, ovvero condannata a una veglia permanente e privata di quella risorsa indispensabile che è il sonno, inteso come baluardo della libertà e dell'utopia nell'epoca in cui produzione e consumo occupano per intero il tempo di vita.

Vitaliano Trevisan a Bruxelles

Senza titolo Il 22 marzo 2017 Vitaliano Trevisan e Andrea Cortellessa hanno discusso di lavoro, scrittura e recitazione a partire dall’opera di Trevisan Works, pubblicata da Einaudi nel 2016.

Vengo da una serata stimolante, introdotta da Paolo Grossi, direttore dell’IIC di Bruxelles, e animata da due figure complementari: un critico letterario eloquente (Andrea Cortellessa) e uno scrittore ritroso (Vitaliano Trevisan). La sinergia che si è creata tra queste due persone ha costituito il valore aggiunto e imprevisto che ha reso unico l’incontro.

La tempistica sembrava studiata: Cortellessa ha parlato a lungo mentre il narratore si scherniva; poi le domande sulla dimensione materiale - del lavoro, della scrittura, della recitazione - e Trevisan è diventato protagonista.

A partire dal titolo, Works, in italiano “mestieri”, (l’altra accezione, ha ipotizzato Cortellessa, è  “opere”), Trevisan si è soffermato su un lavoro artigiano, quello dell’orafo e la pulizia del laboratorio. Quanti dettagli, quanta accuratezza. La perfezione sta nei piccoli gesti e nelle parole che sanno restituirli. Il Veneto operaio. “Il Veneto non è una terra ricca” ha ripetuto più volte quasi tra sé e sé lo scrittore operaio e artigiano. Mi è venuto in mente il film Piccola patria di Alessandro Rossetto.

L’immancabile domanda “fuori fuoco” dal pubblico ha sottolineato per contrasto il livello della discussione. Era sul precariato dei giovani e Trevisan l’ha utilizzata come spunto. «I giovani non sono una categoria, non li vedo come una categoria, non vedo il mondo in categorie». Mi dico: certo, è un artista, perché mai dovrebbe classificare? Il discorso è poi finito sulla droga con dichiarazioni scioccanti rilasciate con disarmante candore (forse involontariamente - una provocazione) dallo scrittore sregolato e vitale: cinque compagni di classe su venticinque sono morti di overdose da ragazzi, molti altri successivamente per patologie provocate dalla tossicodipendenza e dall’alcolismo. Ho pensato a Riportando tutto a casa di Nicola Lagioia. La statistica ha sbalordito il pubblico e creato un climax che ha definitivamente rotto il ghiaccio, tra il protagonista e il suo deuteragonista ma anche tra il pubblico e gli oratori.

La delega sull'inclusione al tempo dei fichi secchi

08 Guido Guidi La tomba Brion 16969Anche se a tratti il mio tono sarà assertivo, desidero dire che non ho chiara la direzione da seguire. Mi sembra che i nostri orizzonti si vadano sempre più offuscando, come se le spinte contrapposte che ci animano sollevassero troppa polvere da terra. L'unica cosa che mi sembra di vedere con chiarezza è questa polvere.

Passaggi di tempo in compagnia del nulla

Oggi, 4 aprile, si terrà un incontro fra MIUR e sindacati per limare alcune parti dello schema di decreto legislativo sull'inclusione. Siamo giunti alle ultime battute di un annoso confronto. Difatti, si discute di riformare il sistema d'integrazione italiano oramai da molti anni. Già nel 2006 era stata depositata in Parlamento, su iniziativa di alcune associazioni dei familiari delle persone con disabilità, una proposta di legge di cui era prima firmataria l'onorevole Zanotti. L'iniziativa però decadde, insieme alla legislatura del secondo governo Prodi.

Del 2011 è il noto e discusso rapporto Gli alunni con disabilità nella scuola italiana: bilancio e proposte, redatto da Treeelle, Caritas Italiana, Fondazione Giovanni Agnelli e pubblicato dalla Erickson. Nel rapporto il gruppo di ricerca1 individuava i «nodi critici del modello attuale» e ipotizzava cinque nuove linee strategiche di intervento incentrate su:

  1. L'evoluzione dell'attuale figura dell'insegnante di sostegno, con «il passaggio degli insegnanti di sostegno all'organico delle scuole e contemporaneamente la creazione di un congruo numero di insegnanti “specialisti” ad alta competenza» (p. 195), senza ore di lavoro didattico diretto con gli alunni con disabilità e in grado di fornire un supporto tecnico alle scuole.

  1. Come seconda linea d'intervento si ipotizzava «l'abolizione degli effetti scolastici della certificazione sanitaria e nuove modalità di attivazione delle risorse umane e finanziarie» (p.196). Le scuole, di raccordo con i docenti specialisti dei CRI (Centri di risorse per l'inclusione), avrebbero dovuto “leggere” i bisogni degli alunni con disabilità e formulare le richieste di organico. La certificazione medica non sarebbe più stata la base per determinare le risorse di organico aggiuntivo delle scuole2.

  1. I CRI, nelle intenzioni dei proponenti, costituivano strutture amministrative autonome a livello provinciale che svolgevano le funzioni di sportello unico per le famiglie e definivano di concerto con le scuole le risorse umane, le attrezzature e le risorse finanziarie da assegnare agli istituti scolastici.

  1. Anche l'ipotesi di individuare forme di valutazione per la qualità dell'integrazione, istituendo un «patto» fra CRI, scuola e famiglie contenente gli elementi di intervento minimi vincolanti e i livelli di soddisfazione richiesti dalle famiglie, faceva parte delle linee progettuali proposte nel rapporto.

  1. Infine si auspicava l'attivazione di un coordinamento e di un monitoraggio centrale dei processi di integrazione scolastica.

Il rapporto - sia nel merito delle proposte avanzate che per il metodo utilizzato (alcuni addetti ai lavori ne contestavano la scientificità) - suscitò numerose polemiche, ben presto scalzate tuttavia dall'infiammarsi del dibattito sui BES a seguito dell'emanazione della circolare ministeriale del 27 dicembre 2012.

Tra assestamenti e contrapposizioni passano altri anni. L'ultima tappa prima dell'emanazione delle deleghe della 107 è costituta dalla proposta di legge 2444. Era il 10 giugno 2014 quando la FISH (Federazione Italiana per il superamento dell'handicap) e la FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali di Persone con Disabilità) presentavano la 2444 trovando sponda nel governo3. É di questa proposta che per mesi e mesi abbiamo dibattuto pubblicamente. Anche su questo blog.

L'approvazione della delega ha però inconfutabilmente rivelato che abbiamo discusso invano. Perché malgrado gli annunci dell'allora primo ministro Matteo Renzi (il 5 aprile del 2016) dell'allora ministra Giannini (10 aprile dello stesso anno alla Leopolda di Palermo), e dell'allora sottosegretario Faraone ( il 25 e il 26 settembre 2016), le deleghe annunciate come in corso di emanazione venivano rinviate senza che più nessun interlocutore ne conoscesse il contenuto. Al proliferare di dettagli tecnici, di tavoli e di confronti si era sostituito il nulla.

Padri e figli. Vicari, Loach e il cinema nel tempo della Brexit

brexit 1 brexit sa  A ottobre 2016 ho visto due bei film, di due registi importanti, appartenenti a due generazioni diverse, due culture diverse, due contesti storici diversi: Sole, cuore e amore di Daniele Vicari, con una intensissima Isabella Ragonese, e Io, Daniel Blake di Ken Loach, sceneggiato dal fedele collaboratore Paul Laverty. Il primo è stato presentato in Concorso alla Festa del Cinema di Roma, e il 4 maggio uscirà in sala; il secondo, vincitore, tra gli altri, della Palma d’oro al Festival di Cannes, del Premio del pubblico al Festival del film di Locarno e al Festival internazionale del cinema di San Sebastián, è uscito in sala lo scorso Ottobre, e oggi è disponibile in home video e streaming, come atto politico del regista britannico per la circuitazione dei film in rete.

Nel frattempo, in questi mesi, sono usciti altri film italiani - voglio citare almeno Le Ultime cose di Irene Dionisio, giovane regista piemontese proveniente dal mondo del documentario (il suo Sponde è stato presentato in Concorso all’ultima edizione del Salinadocfest), interamente girato in un banco dei pegni torinese, dove la regista, figlia di operai, si è trasferita a lungo per osservarne i rituali quotidiani; e Il Padre d’Italia di Fabio Mollo, regista trentenne di origine calabrese, anche lui proveniente dal documentario e dal cortometraggio, al suo secondo film di finzione, interpretato da Isabella Ragonese e Luca Marinelli, nei panni di una coppia di giovani disadattati, in giro dal nord al sud di Italia -, che alla fine mi hanno portato a una riflessione tematica su Padri e Figli a confronto. La propongo qui, in questa sede, come spunto per future discussioni.

Diciamo subito che il miglior cinema italiano di questi anni torna a parlare del nostro tempo e a mettere in scena i nuovi poveri, sulla scia del grande cinema di denuncia sociale, quello dei fratelli Dardenne, di Frederick Wiseman, di Sidney Lumet, e, appunto, di Ken Loach. Tanto che all’anteprima romana per la stampa di Sole Cuore e Amore, Fulvia Caprara ha parlato di “Neo-neorealismo italiano” (sebbene nessun regista ami le etichette) e di racconto di vita quotidiana, attento alla crisi sociale e alla disgregazione economica del nostro paese.

Tirare la corda fa male, psicologicamente e fisicamente, erode la forza delle persone. Ce lo ha insegnato per anni Ken Loach, con gli umani troppo umani dei suoi film, che lottano ogni giorno per la sopravvivenza; ce lo ricorda oggi Daniele Vicari, con la storia di Eli, una giovane barista romana, che con meno di mille euro al mese si carica sulle spalle marito e figli, come le duecentomila donne, sole o sposate, che, secondo gli ultimi sondaggi, tengono in piedi le famiglie del nostro paese. Il confronto tra i due film può illuminarci sul conflitto generazionale tra padri e figli e aiutarci a capire il diverso contesto in cui l’Italia e l’Europa in questo momento si stanno muovendo.

Alfabeto delle letture

alfabeto 20110918 0349 Forniamo di seguito un  piccolo “alfabeto” di letture integrali da proporre in classe al biennio e al triennio delle superiori.

A come Animali

Doris Lessing, Gatti molto speciali, Feltrinelli, Milano 2013 Per il biennio

Nella vita di Doris Lessing (1919-2013), premio Nobel per la letteratura, i gatti hanno svoltoun ruolo molto importante. In questo libro la scrittrice ci racconta dei gatti che ha avuto: di ognuno descrive carattere, abitudini, piccole e grandi esperienze. E attraverso i suoi gatti racconta se stessa.

A come Amore

Haruki Murakami, 1Q84, Einaudi, Torino 2011 Per il triennio

Un taxi intrappolato nel traffico della tangenziale di Tokyo. Un autista, una passeggera, musica di sottofondo. Apparentemente niente di più ordinario, banale … eppure... eppure il taxi è straordinariamente silenzioso, l’ingorgo è inusuale, a quell’ora, su quella strada…. Inizia così imprimo libro della la trilogia 1Q84 di Haruki Murakami, che racconta una grande storia d’amore sospesa tra realtà e sogno.

B come Barriere

Arundhati Roy, Il dio delle piccole cose, Guanda, Milano 2004 Per il triennio

Il dio delle piccole cose (1997) della scrittrice indiana Arundahti Roy (nata nel 1961) è un libro sulle barriere sociali, culturali, di genere, di casta che condizionano la vita di Ammu, una donna divor­ziata, quindi senza status nell’India meridionale degli anni Sessanta, che avvia una relazione assolutamente proibita con un “intoccabile”. Velutha è il “dio delle piccole cose”, un paria, un umile falegname che vive in una baracca sulle rive del fiume. La scelta di Ammu di assecondare questa passione innesca una catena di eventi tragici…