Raccontare la guerra: la comunicazione etica nella poesia italiana contemporanea (Fortini, Anedda, Buffoni, Gezzi, Testa)

Scritto da Maria Borio Lunedì, 29 Settembre 2014 07:05. Categoria: L'interpretazione e noi

 la-guerra-es-un-infierno-24-580x3801. Il rapporto tra la poesia italiana contemporanea e la comunicazione etica indica un percorso in cui, a partire dalla seconda metà del Novecento, la poesia ha mostrato una consapevolezza altalenante del proprio ruolo storico e della fiducia nella propria funzione lirica, soprattutto dagli anni Settanta quando, anche per il progressivo affievolirsi delle ideologie, i contenuti soggettivistici hanno iniziato ad essere predominanti. In particolare, con la linea critica segnata da Satura di Montale, con gli epigoni della Neoavanguardia e con l’emergere dell’estetica postmoderna, il rapporto tra l’io e la profondità storica è stato generalmente, per alcuni anni, livellato su uno stato di psicologismo e di corporalismo esibiti. Non si vuole, tuttavia, affrontare il tema della comunicazione etica come riflusso della logica idealistica discendente da De Sanctis, quella di una storia della letteratura, caratteristica della tradizione italiana, i cui cardini sono costituiti proprio dalla portata etica delle opere. La mia analisi intende, piuttosto, far uso della comunicazione etica come strumento induttivo per individuare i legami tra l’estetica della lirica e la storia, tra la poesia e i contenuti che non riguardino esclusivamente la sfera del soggetto, ma senza voler imporre giudizi di valore discriminanti e settari.

È un fatto che, oltre alla poesia in cui il senso etico è esplicito, forme come quelle dell’Ermetismo - ad esempio - che fanno ricorso ad aspetti alogici per trasmettere indirettamente messaggi storici trasversali e nascosti, non sono più vitali dopo il Sessantotto. Inoltre, la comunicazione etica diventa, a mano a mano, una realtà che non può più essere affrontata come situazione a tutti gli effetti interdipendente tra l’io e la collettività. Infatti, quando la comunicazione etica si manifesta nella poesia contemporanea è affrontata soprattutto da una prospettiva esistenziale che mostra la responsabilità artistica dell’io in qualità di individuo soggettivo e che può far osservare la maturazione della struttura stessa della lirica, in particolare tra gli anni Novanta del Novecento e i cosiddetti Anni Zero.

In questo breve saggio cercherò, quindi, di illustrare come siano cambiate le rappresentazioni che la poesia italiana ha dato a esperienze di violenza e di guerra nel corso degli ultimi vent’anni, partendo dalle raccolte Composita solvantur di Franco Fortini (1994)1, Notti di pace occidentale di Antonella Anedda (1999)2 e Guerra di Franco Buffoni (2005)3. In base al modo in cui questi libri affrontano i casi di violenza e di conflitto, possiamo cercare di capire almeno due aspetti ulteriori.

1) Il primo riguarda l’attuale situazione della lirica italiana nei confronti di un principio di comunicazione etica dei contenuti, aggregante significativo per la migliore poesia contemporanea che sembra lo abbia recuperato dopo la generale espettorazione irrazionalistica centrata sull’individuo degli anni Settanta e la diffusa retorica postmoderna degli anni Ottanta. Non ne viene fatto, però, un uso politico – come poteva avvenire nella scrittura del Neorealismo o della Neoavanguardia: l’impiego avviene piuttosto secondo una caratura esistenziale, in cui il privato cerca di dirigersi verso il pubblico soprattutto nei luoghi dove l’impianto lirico trascende il particolare o si dispone in forme metapoetiche.

2) Il secondo aspetto affronta il problema del cosiddetto Nuovo Realismo e del concetto di Postmoderno. Negli ultimi anni, infatti, si è discusso molto di ‘ritorno alla realtà’ (dalle formulazioni, in parte discutibili, di Wu Ming con il New Italian Epic apparso in Italia nel 20084 fino ad alcuni saggi più recenti come quello di Maurizio Ferraris, Manifesto del nuovo realismo, del 20125). Si è tentato anche di definire i connotati di un’attualità storica che sembra essersi lasciata alle spalle il postmodernismo: Remo Ceserani si è concentrato sulla definizione di Zygmunt Bauman di ‘modernità liquida’6; Raffaele Donnarumma ha brillantemente descritto la condizione della narrativa italiana contemporanea attraverso la categoria di ‘ipermodernità’ come congedo dal postmoderno7. Sono convinta anch’io che ci troviamo in un’epoca che si è lasciata alle spalle un’«idea testuale del mondo», in cui la realtà e la finzione potevano fondersi in un unico campo senza interrogativi sulla storia e sui valori (cfr. Romano Luperini, Su Ipermodernità di Raffaele Donnarumma). Sono convinta che si stia tentando, oramai da un decennio, di fondare la scrittura su una presa di contatto autentica con l’esperienza, per testimoniare una necessità espressiva e una nuova condizione storica individuale e condivisa, che non deve essere necessariamente letta – secondo me – come una forma di ritorno al Realismo o di Modernismo (con cui si notano comunque parentele strutturali), perché i presupposti storici e culturali sono diversi, sono più complessi e più contraddittori.

Tuttavia, non è mia intenzione soffermarmi su definizioni teoriche né formulare categorie a partire dalla poesia italiana contemporanea, riflessione che richiederebbe più spazio e che devo maturare in modo più organico. Dall’analisi che svilupperò si potrà osservare come nella lirica degli ultimi vent’anni ci siano esempi che riescono a rappresentare, con un forte valore icastico, il recupero della dimensione etica della parola in quella che può essere definita una transizione dal politico all’esistenziale, e i legami tra Postmoderno, Nuovo Realismo e massmedia. Questi aspetti sono accompagnati da una ricerca formale che, progressivamente, non si è più ancorata a categorie di ‘grande stile’8 per legittimare la propria organicità ed efficacia comunicativa, fondate invece su un assunto responsabile da parte del soggetto lirico, in dialogo aperto, e non più gerarchico, con la tradizione.

2. Dalla prospettiva degli autori e dei lettori occidentali la guerra assume una significativa posizione di ‘frontiera’ in termini di spazialità, di temporalità e di cultura. Una prima accezione di ‘frontiera’ è, dunque, geografico-culturale: in base ad essa, le esperienze di violenza e di guerra caratterizzano l’Occidente come un attore-spettatore, un’entità separata dai luoghi del conflitto, che assiste attraverso un diaframma da una posizione di intangibilità. La guerra del Golfo, ad esempio, a cui si riferiscono i libri di Fortini e dell’Anedda, è non un evento effettivamente tangibile, non ha nulla di realistico per il cittadino occidentale che ne viene a contatto solo attraverso i mass media, come un fatto televisivo. Nella poesia di Fortini e di Antonella Anedda la tragedia della guerra non sta solo nella violenza in sé, ma nel fatto che di fronte ad essa l’uomo occidentale sia impotente, passivo, in una condizione di estraneità: la guerra è stata rimossa dall’ontologia occidentale, ma sussiste come rappresentazione, immagine, mimesi, come fatto estetico a cui attingere attraverso le riproduzioni massmediatiche che offrono un contatto virtuale, diretto e straniante, con l’evento9. Alla frontiera geografico-culturale si affianca una frontiera temporale, segnata dall’attacco alle Twin Towers dell’11 settembre 2001. Questa data simbolica non produce nell’immediato cambiamenti decisivi per l’atteggiamento con cui l’uomo occidentale si rapporta alla situazione catastrofica: basti pensare che gli stessi testimoni dell’attentato riescono a comprendere l’accaduto solo tramite la mediazione delle televisioni, attraverso la trasposizione verisimile e spettacolare. Tuttavia, a partire da questa data assistiamo anche a un graduale mutamento nelle forme letterarie: la letteratura, infatti, e insieme ad essa parte della produzione cinematografica, inizia a produrre spinte che tentano di riappropriarsi concretamente del reale e usano il documento, la testimonianza riportata come scheggia di realtà viva, per costruire opere in cui l’autore tenta di riscattarsi da un ruolo passivo. Si assiste a un recupero della funzione critica dell’immaginazione per porre un freno alla visione aleatoria trasmessa dai media, sfruttando spesso gli stessi media come tracce documentarie, prove funzionali.

3. Per illustrare questo percorso ho scelto tre poesie: Gli imperatori… di Franco Fortini da Composita solvantur (parte della sezione Settecanzonette del Golfo), Correva verso un rifugio… di Antonella Anedda da Notti di pace occidentale e Di noi accosti alla siepe sui flutti allontanati… di Franco Buffoni da Guerra. Riporto di seguito le prime due, come nucleo di partenza, osservando quindi come agisca su di esse quella che ho chiamato frontiera geografico-culturale:

L’ingegnere Gadda nella «tetra» Europa del carbone

Scritto da Claudia Carmina Venerdì, 26 Settembre 2014 06:23. Categoria: L'interpretazione e noi

 gadda-300-240L’oscillazione tra letteratura e ingegneria segna l’intera vicenda biografica di Gadda, condizionandone profondamente le scelte inventive. Troppo integrato nel mondo dell’ingegneria, e ingegnere troppo a lungo, per considerarsi con disinvoltura un uomo di lettere; troppo allettato dalle lettere, per sentirsi a pieno titolo un ingegnere, Gadda è diviso tra due culture discordanti ma non inconciliabili.

Dalla percezione di una lacerazione al suo superamento: questa parabola frastagliata, piena di faglie e di discontinuità, è fedelmente registrata nelle lettere che Gadda scrive nella sua veste d’ingegnere, affrontando questioni attinenti ad un ambito strettamente tecnico. In questa prospettiva il carteggio con l’«Ammonita Casale» (pubblicato in cinquecento copie a cura di Dante Isella nel 1982) costituisce un osservatorio d’eccezione da cui mettere a fuoco le contraddizioni dello scrittore-ingegnere. L’epistolario comprende 54 messaggi di Gadda e 26 dell’«Ammonia Casale S.A.» e copre l’arco di tempo decisivo che va dall’aprile 1927 al gennaio del 1940 (con una lunga interruzione tra l’autunno del 1931 e la primavera del 1936): sono gli anni cruciali dell’apprendistato letterario, in cui il romanziere fa le sue prime prove pubbliche.

Il lettore che, sfogliando l’epistolario con l’«Ammonia Casale», si aspetti di imbattersi nei guizzi inventivi del narratore lombardo, sotto questo profilo rimane inevitabilmente deluso. La parsimoniosa precisione di queste lettere è in apparenza quanto di più lontano possa esserci dai virtuosismi del Gadda scrittore. La sobrietà, la chiarezza espositiva, la linearità della comunicazione, sempre compita e a tratti cerimoniosa, testimoniano una completa adesione alle ragioni del destinatario, salvaguardano la piena accessibilità del messaggio e, al tempo stesso, si fanno specchio di una mente pratica, esatta, geometrica.

Il ritratto di Gadda che ci viene restituito da questa corrispondenza collima solo approssimativamente con la raffigurazione, talvolta stereotipata, fatta circolare dopo la sua morte da tutta una nutrita aneddotica biografica, nella quale il «Gran Lombardo» è tratteggiato come un personaggio da commedia: misantropo, goffo, irascibile, vorace, involontariamente grottesco. E se gli autoritratti umoristici disseminati nella prosa narrativa hanno finito per accreditare l’autenticità di questa maschera, forgiata dallo scrittore stesso ad uso letterario, l’epistolario ne smentisce in parte la verosimiglianza. Chi scrive queste lettere è un ingegnere apprezzato, rigoroso, diligente: la considerazione e la stima che gli tributano i colleghi e i dirigenti dell’azienda è tale, da far sì che ne vengano tollerati anche i comportamenti più inopportuni.

La carriera dell’ingegnere Gadda decolla nel settembre del 1925, quando è assunto dalla società «Ammonia Casale» in qualità di dirigente, addetto ai progetti d’impianti. «La Società “Casale Ammonia” presso cui sono impiegato», spiega Gadda in una lettera a Betti del 14 febbraio 1926, «fornisce a tutto il mondo impianti per ammoniaca, sfruttando un intelligente brevetto italiano del Dottor Casale. Esporta macchinario italiano, lavorato a Napoli, a Firenze, a Milano, a Genova. Io penso con ammirazione a questi miei colleghi e superiori e a voi altri che con tanto onore lavorate in altro campo: e capisco che sono un cretino». L’ingegnere milanese accetta di buon grado il nuovo lavoro allettato dalla prospettiva di viaggiare per l’Europa. Eppure, sin da subito, percepisce una frattura tra sé e il mondo produttivo che lo circonda. Un senso ossessivo di estraneità e di mutilazione emerge dalle lettere che lo scrittore invia da Roma ad amici e familiari: nonostante la buona accoglienza e la disponibilità dei colleghi, Gadda si sente solo e straniero in un ambiente che non gli appartiene. «Il nuovo lavoro, come prevedevo, è pesante, assorbente», confessa allora a Betti, declinando per lettera il «bollettino della sua vita priva di senso»:

‹‹La sera, tardi, esco stanco dall’ufficio, dopo aver messo a posto un numero inverosimile di tubi che fanno dei garbugli inimmaginabili.›› Ecco l’ultimo bollettino della mia vita priva di senso. – […] Adesso devo progettare dei pentoloni per fare il solfato ammonico, che è una sorta di letame, ma dall’aspetto pulito del sale: questi pentoloni pesano più di un elefante, perché sono di piombo; e devono andare in Russia [dove si trovava un impianto dell’azienda]. Io non so come fare perché temo che me li sconquassino sul più bello. – Insomma mi trovo alle prese continuamente con dei problemi a cui non avevo mai pensato: abbiamo mai parlato a Celle dello spedire in Russia pentole di piombo? Che cosa è questa Russia, questo piombo, queste pentole? Credo di impazzire. Voglio propormi a Pirandello per protagonista di un suo dramma.

Su Ipermodernità di Raffaele Donnarumma

Scritto da Romano Luperini Martedì, 23 Settembre 2014 08:34. Categoria: L'interpretazione e noi

DSC2505Il libro di Donnarumma, Ipermodernità, non solo illustra la tesi che si sta affermando un nuovo clima culturale e letterario, ma ne è esso stesso una spia (un «sintomo», direbbe l’autore) e un agente di promozione. E’ opera storiografica e, insieme, opera militante. Tanto è vero che certe piccole cautele esibite dall’autore per ridimensionare quest’ultimo aspetto (su cui tornerò alla fine) risultano fortunatamente inefficaci.

É, dirò subito, un bel libro. Pulito. Schierato. Capace di impegnarsi sul piano sia della teoria che dell’analisi concreta e puntuale. Verrebbe voglia di dire onesto, se questo aggettivo non fosse un po’ equivoco e qualunquista (ma su ciò più avanti). Un libro che storicizza con rigore e con passione il presente, compiendo una operazione che sino a non molti anni fa lo avrebbe retrodatato a una epoca arcaica e improponibile e che oggi risulta invece del tutto attuale. E che si ricorderà per le acuminatissime osservazioni sul realismo in sede teorica e storiografica (in particolare sulla differenza fra il realismo documentario e testimoniale degli ultimi anni e quello del passato), sulle nozioni di verità e di realtà, e sulla futilità con cui queste vengono ancora oggi attaccate con sottigliezze che sfidano il buon senso.

Molto schematicamente, secondo Donnarumma il postmodernismo letterario si sarebbe affermato nel trentennio 1965-1995 per poi progressivamente lasciare il posto a un clima culturale e letterario nuovo, che l’autore chiama ipermoderno (una categoria già usata in Francia e oggi ripresa in Italia, per esempio, da Recalcati). Il primo si caratterizza per l’eclettismo citazionista, per la metaletterarietà, per l’ironia, per l’ilare nichilismo, per il manierimo, per il pastiche inteso come parodia bianca, per una idea testuale del mondo, il secondo per un recupero di poetiche ispirate al realismo e al modernismo, per una istanza di partecipazione civile e, appunto, di militanza (anche se di tipo nuovo rispetto a quella ideologica e partitica del passato).

Su questo disegno generale sono del tutto d’accordo. Né c’è da stupirsene: faccio parte anch’io della rivista che per prima ha avanzato questa proposta interpretativa e della cui redazione Donnarumma fa parte, «Allegoria».

Restano alcuni punti di perplessità non certo sul quadro generale, ma su alcuni dettagli del disegno. Il primo riguarda il 1965 come data di inizio del postmodernismo italiano. Io, anni fa, avevo suggerito un'altra data, il 1973, e comunque avevo dichiarato che si può parlare di postmodernismo solo nella seconda metà degli anni settanta e di una vera svolta in questo senso solo a partire da Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979) e Il nome della rosa (1980). Ora mi conforta il recente intervento rievocativo di Umberto Eco in calce alla riedizione del dibattito sul romanzo sperimentale del settembre 1965 a Palermo. Eco sostiene che il dibattito di quell’anno divideva chi credeva ancora alla opposizione avanguardista (Sanguineti su tutti) e chi invece si limitava a proporre un romanzo sperimentale avanzando la ipotesi di un recupero della trama e dell’intreccio, seppure autre. Insomma fra chi restava fedele al principio di contraddizione e chi lo abbandonava per ritornare nel recinto della istituzione, e insomma fra avanguardisti e futuri postmodernisti. Dice però anche che allora era troppo presto perché si possa pensare al postmoderno, che il primo a parlarne fu John Barth nel 1967, seguito da Leslie Fiedler all’inizio degli anni Ottanta, e che lui stesso ha dovuto aspettare un quindicennio prima di arrivare, col Nome della rosa, a trarre le conseguenze di quel convegno; e conclude che tutt’al più si può parlare, per quel dibattito, di «una divinazione del postmoderno a venire». Il fatto è che non bastano le tendenze genericamente anticipatrici di Barilli o di altri sodales del Gruppo 63 a determinare un nuovo clima o, come dice Donnarumma, una nuova «dominante». Non bastano nemmeno le tre opere da lui ricordate, Fratelli d’Italia di Arbasino, Hilarotragoedia di Manganelli e Cosmicomiche di Arbasino. La dominante nella seconda metà dei Sessanta è ancora fondata sul principio di contraddizione, sia esso coniugato in senso sperimentale oppure civile. A dare l’impronta a quegli anni sono Balestrini, Volponi, Sciascia, Pasolini, Celati, Malerba (per non parlare di autori oggi quasi dimenticati ma allora importanti come Lombardi o Leonetti). Opere come Il serpente di Malerba, La macchina mondiale di Volponi, Vogliamo tutto di Balestrini, Le comiche di Celati, Il contesto e Toto modo di Sciascia, Petrolio di Pasolini non hanno nulla del postmodernismo. Insomma negli anni Sessanta del postmodernismo si danno indubbiamente alcune anticipazioni, ma esso si afferma, diventa «dominante», solo dopo il 1975.

Giambattista Vico “iperattivo” e malinconico/Letteratura e bisogni speciali 7

Scritto da Alain Goussot Sabato, 20 Settembre 2014 07:32. Categoria: La scuola e noi

Giovan Battista VicoVico ‘iperattivo’

Giambattista Vico spesso viene citato nei testi di studiosi che si occupano di linguistica, mitologia, antropologia e storiografia. Eppure è una figura poco nota, poco letta e la sua stessa biografia è ignorata dai più.

Si può affermare che il pensatore, erudito e filosofo napoletano si impegnò tutta la vita per la conoscenza e la ricerca storica provando in questo modo a comprendere il corso dell’umanità, ma anche ad evadere dalla vita miserabile e difficile che lo costringeva ad affaticarsi molto.

Nato nel 1688 in una famiglia di modeste condizioni, Giambattista è un fanciullo molto vivace che oggi gli esperti definirebbero ‘iperattivo’, in realtà Vico era semplicemente un bambino molto turbolento come tutti i bambini che hanno bisogno di muoversi per scoprire se stessi ed il mondo.

Il piccolo Giambattista amava muoversi e fare salti pericolosi, andava nella povera libreria del padree si arrampicava sui mobili. Egli stesso racconta il suo primo grande trauma nella sua Autobiografia:

Imperciocchè, fanciullo, egli fu spiritosissimo e impaziente di riposo, ma in età di sette anni, essendo col capo in giù piombato da alto fuori d’una scala nel piano onde rimase ben cinque ore senza moto e privo di senso, e fiaccatagli la parte destra del cranio senza rompersi la cotenna, quindi dalla frattura cagionatogli uno sformato tumore, per gli molti e profondi tagli il fanciullo si dissanguò; talché il cerusico, osservato rotto il cranio e considerato il lungo sfinimento, ne fè tal presagio: che egli o ne morrebbe o avrebbe sopravvissuto stolido. Però il giudizio in niuna delle sue parti, la Dio mercè, si avverrò; ma dal guarito malore provenne che indi in poi crescesse di una natura malinconica ed acre, qual dee essere degli uomini ingegnosi e profondi, che per l’ingegno balenino in acutezze, per la riflessione non si dilettino dell’arguzie e del falso.

La caduta sembrò dover fermare la sua crescita e il suo sviluppo, si temette anche per la sua vitae, per le sue cagionevoli condizioni di salute, rimase fuori dalla scuola per tre anni.

Da quel momento Giambattista diventa solitario e si tuffa nella lettura, legge in latino e in greco; ammesso agli studi dai gesuiti di Napoli abbandona tuttavia il collegio. Decide di studiare da solo. La solitudine e lo studio approfondito dei filosofi e pensatori antichi furono, da quel momento, le sue principali attività. Ma Vico soffrirà continuamente di malori e di mal di testa.

Vico svantaggiato

Nato di famiglia molto modesta, sofferente, solitario, vivrà dentro ‘una somma povertà’ dedicandosi corpo e anima allo studio della storia, dei miti, della filosofia e della filologia latina. La sua furia di imparare e di conoscere lo porterà alla depressione giovanissimo; combatterà continuamente con dolori fisici e terribili mal di testa .

Scrive Enzo Siciliano a proposito:

Scuole irregolari: fu un ‘fanciullo maestro a se medesimo’. Ebbe un incidente a sette anni: cadde da una scala, restò per cinque ore privo di sensi. (...). Il ragazzo non morì, né poté dirsi stolido (...).Tornò agli studi di grammatica dopo tre anni di convalescenza, e vi tornò con lena e intensità. Sposò una donna analfabeta. Lavorava in mezzo al chiasso domestico. Nell’Autobiografia racconta di una malattia che gli corrose il palato. Si disse che Giambattista Vico ‘giammai non rise’. Le sue qualità umane sono quelle del solitario e del sofferente. Ma la solitudine era cosa che temeva, e fu lo scotto che egli pagò al disagio dell’esistenza.

Lo stesso Vico si rende conto a più riprese di stare sull'orlo critico di una psiche sotto pressione che poteva spezzarsi ad ogni momento, si rendeva conto del rischio di sprofondare nell’isolamento altezzoso e di perdere il senso del reale. Confessava:

Nella mia vita ho temuto sopra ogni cosa proprio questo: l’esser solo a sapere: mi è sembrato sovraccarico di una pericolosa responsabilità, per la scelta che impone tra essere un Dio ed essere uno stolto.

Si appassiona alla filosofia e svolge anche l’attività di precettore dei figli del marchese Domenico Rocca, nel Cilento, in quella occasione sfrutta la ricca Biblioteca del marchese e legge Platone, Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, Sant’Agostino, Aristotele e Bacone. Scopre la storia con Tacito e il rapporto della storia, della filosofia con il diritto leggendo Bodin e Grozio.

Nel 1695 deve tornare a Napoli; ha 27 anni ed è affetto di tisi, con la febbre che lo indebolisce Vico è costretto a fare delle ripetizioni di retorica e grammatica per sfamare la sua famiglia. Tenta, ma senza successo, di ottenere un posto come segretario presso il Municipio di Napoli.

Sempre più in difficoltà ed ammalato prova il concorso di eloquenza e retorica all’Università di Napoli. La nomina accademica è un grosso aiuto ma, oltre alla sua famiglia con 8 figli, deve provvedere al fratello e al padre. Per aumentare il suo reddito è costretto ad aprire uno studio privato dove impartisce le lezioni di retorica e di grammatica; scrive anche poesie, epigrafi, orazioni funebri e panegirici per arrotondare. Non conoscerà mai più la tranquillità necessaria per lo studio, eppure proseguirà le sue meditazioni «tra lo strepitio dei suoi figli». Difficoltà economiche, un carico famigliare enorme, sofferenza fisica e problemi di salute: ecco la quotidianità di Vico.

Schoolitaly. La riforma dell'appetibilità perfetta

Scritto da Emanuela Annaloro Mercoledì, 17 Settembre 2014 05:00. Categoria: La scuola e noi

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La scuola deve diventare l'avamposto del rilancio del made in Italy

Governo Italiano

Un brutto inizio d'anno scolastico

Ho letto con attenzione La Buona scuola. Facciamo crescere il Paese  e il mio giudizio è fortemente critico anche su temi ad una prima lettura condivisibili come l'eliminazione del precariato o la formazione in servizio degli insegnanti. Il mio giudizio è critico perché i rimedi proposti alle criticità della scuola italiana - criticità elencate in modo confuso e sfuocato1 - adombrano mali assai peggiori. Questi mali (già emersi con le esternazioni di Reggi e nei cantieri estivi del PD ) sono essenzialmente due:

  1. un ingegnerismo organizzativo, in cui il mantra digitale e l'ansia di innovazione la fanno da padroni, che va a discapito di una scuola guidata da una visione culturale complessiva;

  1. un economicismo spinto veicolato da meccanismi competitivi, il cui compendio è, come già all'università, una burocrazia valutativa minuta e totalizzante che va a discapito di una scuola a servizio delle persone e della stessa autonomia intellettuale e lavorativa degli insegnanti.

Il primo male sancisce in una forma ormai definitiva, e quindi apertamente rivendicata, la torsione dei fini della scuola da quelli indicati nella Costituzione a quelli della competizione economica globale:2

La scuola deve fornire buoni cittadini che abbiano i mezzi, le conoscenze e le competenze per vivere da protagonisti il mondo del lavoro. Per fare in modo che la nostra educazione renda giustizia al primo articolo della Costituzione: fondata sul lavoro, per davvero p. 106.

Non è un caso, del resto, se l'unico articolo della Costituzione citato nel documento è appunto l'articolo 1, mentre gli articoli 33 e 34, su cui è stata impostata la scuola repubblicana, non vengono mai richiamati.

Il secondo male svuota e altera le nostre prassi di insegnamento e apprendimento e aggrava le nostre condizioni lavorative. Il combinato disposto dei due mali ne genera, infine, un terzo assai peggiore, poiché prefigura per tutti noi sin dai banchi della scuola d'infanzia una civiltà di adulti incapaci di legami solidali e di comportamenti responsabili, autonomi, gratuiti e disinteressati.

Per motivare il mio giudizio negativo sulla «ridefinizione della missione» (p. 6) della scuola e le sue conseguenze sulle persone mi soffermerò sulla forma del dossier. A queste riflessioni preliminari seguiranno due esempi.

Dalla campagna denigratoria alla campagna suasoria

La Gelmini e il governo Berlusconi, come è noto, facevano precedere i loro atti di riforma su scuola e università da una campagna denigratoria: il docente vacanziero, il professore barone, gli scandali ai concorsi, le interminabili ferie, i privilegi contrattuali, un impegno professionale scadente fioccavano come titoli e inchieste sui giornali. Del tutto falsi o parzialmente veri che fossero, dati occupazionali e retributivi nazionali e internazionali venivano forzati per far emergere verità di comodo e aprire la strada a tagli draconiani e licenziamenti di massa. A tal proposito, forse, potremmo affermare che il Metodo Boffo del denigrare per piegare l'avversario politico è stato sperimentato e applicato prima agli insegnanti e ai ricercatori che ai singoli nemici politici del Cavaliere. Perché così è andata: la scuola pubblica di massa e parte dell'università, confluiti in più ondate nei movimenti della conoscenza, sono stati tra i più assidui avversari politici dei governi di centrodestra.

Oggi però siamo in un'altra epoca e discutiamo con altri interlocutori del nostro destino. Oggi, che a Viale Trastevere siede la Giannini e che il governo delle larghe intese ha un primo ministro del PD, le proposte di riforma sulla scuola sono accompagnate da una campagna suasoria di cui il design è l'anima.

Una poesia di Magrelli e l'inizio dell'anno scolastico

Scritto da Romano Luperini Domenica, 14 Settembre 2014 05:07. Categoria: La scuola e noi

Maltzan-MMA-New-Carver-Apartments-2-Photo-Iwan-BaanValerio Magrelli è un poeta fra i maggiori, forse il maggiore, degli ultimi trenta anni (il suo primo libro, Ora serrata retinae, è del 1980). In un paese civile, in cui la cultura abbia ancora una eco e un valore, il suo ultimo libro, Il sangue amaro, uscito da Einaudi, avrebbe costituito un evento anche per persone mediamente colte e informate. Se ne è parlato, invece, solo nella cerchia degli specialisti. Né posso parlarne ora io qui, occorrerebbero altra lena e altro spazio. Però di una poesia vorrei dire qualcosa, intitolata Invettiva sotto una tomba etrusca, da leggersi magari insieme con la successiva Il funerale laico a cui mi pare intrinsecamente legata.

La poesia è interessante sia perché conferma una evoluzione della poesia di Magrelli già evidente a partire da Didascalie per la lettura di un giornale (1999), sia per il tema che affronta. Parlo di un’evoluzione in senso civile, ancora più significativa in quanto verificatasi in un autore che nelle sue prime opere sembrava sospetto addirittura di calligrafismo. Anche la poesia insomma, abbandonato il disimpegno del postmodernismo, sembra orientarsi in una direzione nuova che si registra anche, e forse ancora di più, nella narrativa e che sembra qualificare una nuova fase della letteratura occidentale (la fase dell’ipermoderno, se si vuole accettare il termine recentemente proposto da Raffaele Donnarumma nel libro Ipermodernità, pubblicato poche settimane fa dl Mulino).

Quanto al tema, basta il titolo, dove colpisce già il rovesciamento. Invettive, preghiere, elegie avevano per tradizione, prima e dopo Foscolo, uno spazio obbligato: si svolgevano sopra una tomba e non sotto. C’è qui un elemento straniante, potenzialmente barocco che è tipico della maniera di Magrelli. Ma è tutt’altro che una invenzione formale, una trovata per stupire il lettore. Il rovesciamento di prospettiva – da dentro una tomba, sotto il suo coperchio – serve piuttosto a comunicare una impressione di chiusura senza scampo, di un orizzonte tappato, di una morte che si reclude in se stessa e non lascia intravedere alcun possibile spiraglio di vita e nessuna alternativa. E’ l’alfabeto dei padri che è morto, è morta la lingua della poesia. Che la poesia e il suo linguaggio appartengano al passato, a un mondo scomparso o in via di scomparsa è stato detto più volte, da Leopardi sino, per esempio, a Fortini. Ma si trattava appunto di invettive o lamenti sopra la sua tomba: c’erano ancora indignazione e speranza. Ora si vive invece, si legge nella già citata poesia successiva, nell’epoca in cui «Non c’è rimasto niente, appena il morto,/ e solo con un morto si fa poco». Ai poeti e a chi legge la poesia, e anche agli intenditori di letteratura in generale, sono venute meno «le vecchie parole» e, con esse, la possibilità di intendersi e di parlare. Sono rimaste soltanto le tombe, «estremo ridosso». Il poeta può solo parlare dal loro interno, accompagnato dalle forme colorate degli antichi disegni: «Perciò parlo da qui,/ voce reclusa nel buio/ tra forme colorate, ma immobili per sempre/ come l’ultimo alito/ della nostra pronuncia». Le tombe non incitano più a egregie cose, non sono ragione di speranza e nemmeno di disperazione. Qualcuno ha trasformato il mondo, ha cacciato e braccato l’alfabeto, e non resta che parlare «tutti uguale»: ormai, infatti, parliamo «tutti la stessa lingua che ci ha tolto la nostra».

E’ una poesia questa che ogni insegnante di letteratura italiana dovrebbe leggere all’inizio dell’anno per ricordarsi le difficoltà che dovrà affrontare nei mesi successivi. E magari leggerla anche ai suoi studenti a voce alta, in classe, in modo che anche loro abbiano chiara la situazione che si spalanca loro davanti appena aprano un testo letterario, e magari una qualche forma di pietas li faccia per un attimo commuovere spingendoli a piegarvi sopra il capo e a cercare di resuscitare per un attimo un mondo scomparso.

 

 

Invettiva sotto una tomba etrusca

Adesso parleranno tutti uguale,

tutti la stessa lingua che ci ha tolto la nostra.

Hanno cacciato l’alfabeto tra i campi

Braccandolo come un fuggiasco, come un ladro,

l’alfabeto dei padri.

 

Nessuno ci capirà, e nemmeno tra noi

Impiegheremo più le vecchie parole,

corrose, diroccate mura delle nostre fortezze.

Ci hanno lasciato soltanto

Le tombe, estremo ridosso.

 

Perciò parlo da qui,

voce reclusa nel buio

tra forme colorate, ma immobili per sempre

come l’ultimo alito

della nostra pronuncia.