Brexit. Considerazioni ai margini dell’Impero

DSC 0116 Alle 5.47 del 24 giugno 2016 il sole è sorto sul più piccolo e più meridionale avamposto dell’ex Impero Britannico. Alle 6.30 è arrivata la notizia del Brexit.

Al rumore di tutti i mezzi di informazione italiani qui è corrisposto uno strano silenzio. Il giornale nazionale si è mosso solo nel primo pomeriggio, attraverso interviste a passanti incontrati per le strade della capitale. Le reazioni in questa piccola isola costituiscono un microcosmo entro cui si rispecchiano le analisi che hanno attraversato i principali Stati. Ce ne sono diverse, tanto da permettere di creare delle macro-categorie:

a. Le reazioni protomarxiste-deliranti: quelle che insistono nel rappresentare l’Unione come un Leviatano senza volto, incarnazione dei mercati finanziari e del turbo-capitalismo. È la tipologia che ha avuto, però, il merito di spostare l’attenzione sulle classi meno abbienti, contestando la dicotomia vecchi/giovani che ha dominato il discorso dei media. Eppure, nessun intellettuale sembra disposto a volersi fare portavoce, o interprete, delle classi in cui è maturata la decisione dell’uscita.

La prima prova dell’Esame di Stato 2016: paesaggio con ombre, e qualche luce

Cingolani Berlin 2178 Luci

La divulgazione delle tracce della prima prova dell’Esame di Stato, e il conseguente dibattito che ogni anno si apre, è sempre molto interessante per chi si occupa di didattica delle discipline umanistiche nella scuola superiore, se non altro perché è l’unico momento dell’anno in cui le questioni che gli premono (metodi, temi, canone, valutazione, interdisciplinarità ecc.) smettono per un attimo di essere materia per addetti ai lavori e diventano, seppur con vaste e a volte sconfortanti approssimazioni, oggetto di una discussione molto più ampia. Va inoltre detto che, più di tanti altri strumenti, queste tracce hanno una potente ricaduta sulle scelte didattiche degli insegnanti che, soprattutto negli anni terminali, cercheranno di adeguare le loro azioni alle linee di tendenza che vedranno emergere dalla prova ministeriale, allo scopo di preparare al meglio i loro studenti ad affrontare quella che toccherà loro in sorte.

In questo senso, vale la pena di provare a capire quali siano le principali linee di tendenza che emergono dalla prima prova di quest’anno, se esse siano in linea con quanto accaduto negli scorsi anni, e cosa si possa immaginare (o sperare) per il futuro.

Rimanere dentro: a proposito di Cella di Gilda Policastro

 

Immagine CellaUscito da qualche mese, Cella (Marsilio) è il terzo romanzo di Gilda Policastro. Non avendo né l’arte né gli strumenti del critico e non avendo letto i due precedenti lavori, provo a mettermi a confronto con il testo a partire dall’esperienza emozionale della lettura privata. Tre sono i lasciti personali a libro concluso.

Una lettura agile e non faticosa

Ho letto il libro in due giorni, pur non essendo un lettore particolarmente veloce. Cella è un libro che scorre rapidamente, le pagine si susseguono in modo ritmico, la fine del romanzo è un traguardo che si raggiunge senza fatica. So di non essere il primo a riconoscere questa caratteristica, sottolineata da vari recensori, anche a distanziarsi da certo (stupido) stigma sull’autrice di prosatrice difficile al limite dell’intellettualismo. Trattandosi di un libro dalla trama piuttosto esile e piatta, pur complicata dall’intersecarsi continuo di connessioni repentine sul piano del tempo e dello spazio, è interessante capire dove poggi la sostanza di tale rapporto felice con il lettore. Nel mio caso la risposta è la scrittura e in particolare il ritmo della sintassi che l’autrice riesce a governare per tutto il romanzo in modo sorprendente. Traluce senz’altro la sensibilità della Policastro poetessa di valore, che gestisce i periodi in ritmo cadenzato. Un po’ come quando ascoltiamo a lungo quelle persone che sanno catturare la nostra attenzione con il tono della voce e il dosaggio di parole e silenzi, tale da non farci mai replicare, la voce narrante di Cella ci porta dentro una spirale che termina solo nel penultimo capitolo del libro. È questo dunque a mio giudizio uno dei pregi più importanti del romanzo: la voce di Cella è notevole.

Il graphic novel prima del graphic novel in Italia

Cenati 20160603 0118 1. Un parvenu dei bassifondi

L’avvento del graphic novel in Italia, sulla scorta del suo successo internazionale, può essere ricondotto agli albori del secolo ventunesimo. Di lì in avanti, il linguaggio fumettistico si mostra prevalentemente incline alle narrazioni lunghe, articolate, di ambizione realistica, concepite e pubblicate in maniera unitaria. Il racconto a fumetti viene così assumendo sempre più le parvenze di un oggetto editoriale compatto, che presenta formato e fisionomia omologhi a quelli del libro letterario. Come tale si fa riconoscere da tempo nelle librerie, dove si è guadagnato appositi scaffali e convive in contiguità con i libri di fiction o con i libri illustrati, e ultimamente fa capolino nelle competizioni letterarie più blasonate: Gipi e Zerocalcare sono stati annoverati tra i finalisti del Premio Strega nel 2014 e nel 2015, mentre ancora a Zerocalcare compete il merito di insediarsi al vertice delle classifiche dei libri più venduti “di fiction”, anche se ciò paradossalmente avviene con il reportage Kobane calling (2016).

Requisitoria contro la tipologia B dell'Esame di Stato

esame IMG 3810 tubi «Professore, ma questo Walter Benjamin era un fascista o un borghese conservatore?».

Lo studente che recentemente mi ha posto questa domanda non era un ingenuo che ignorasse del tutto la storia del Novecento, né un qualunquista disinteressato alla politica, tutt'altro; ma stava cercando di venire a capo del brano che segue, tratto da Per una critica della violenza (in Angelus novus):

Per quale funzione la violenza possa, a ragione, apparire così minacciosa per il diritto e possa essere tanto temuta da esso, si mostrerà con esattezza proprio là dove le è ancora permesso di manifestarsi secondo l'attuale ordinamento giuridico. È questo il caso della lotta di classe nella forma del diritto di sciopero garantito ai lavoratori. I lavoratori organizzati sono oggi, accanto agli Stati, il solo soggetto di diritto cui spetti un diritto alla violenza. Contro questo modo di vedere si può certamente obiettare che l'omissione di azioni, un non-agire, come in fin dei conti è lo sciopero, non dovrebbe affatto essere definita come violenza. Questa considerazione ha certamente facilitato al potere statale la concessione del diritto di sciopero, quando ormai non si poteva più evitare. Ma poiché non è incondizionata, essa non vale illimitatamente.

I paradossi del significato: su Osare dire di Cesare Viviani

osare dire A uno sguardo sommario, l’ultima raccolta di Cesare Viviani (Einaudi, 2016) produce due impressioni: che si tratti di un libro aperto e non fortemente strutturato, come mostrano l’assenza di titoli per poesie e sezioni e l’estrema brevità di quasi tutti i testi; che la parola poetica si trovi riassegnato un valore antico, quella pienezza che tradizionalmente si è creduto separasse il discorso della poesia dalla trasparenza della comunicazione quotidiana – e testimoniano in questo senso la «liturgia» (p. 109) evocata nelle Note finali e il titolo stesso, con la carica vaga ed euforica della coppia di infiniti, come un augurio e una sfida. Si entra quindi nel libro sorretti da attese contraddittorie, che la lettura integrale non smentirà.

Sul piano delle forme riconosciamo, secondo un’indicazione di Enrico Testa, una delle due modalità in cui si esprime la poesia-pensiero praticata dall’autore a partire dagli anni novanta: la sequenza di frammenti brevi, quasi tutti monostrofici e spesso anche monoperiodali. Vi sono poi altri due aspetti degni di rilievo, la presenza di costrutti e movenze del parlato e un fitto e peculiare uso della ripetizione. Tra le funzioni assunte dell’iterazione lessicale e fonica, la prima è quella di marcare le chiuse e gli snodi testuali, in coerenza con la natura sentenziosa di una poesia che cerca, se pure con pudore – e qui sta il ruolo degli inserti di oralità nel controbilanciare l’enfasi e asciugare il discorso –, il rilievo della memorabilità.

Epifanie del padre. Su Folfiri e Folfox degli Afterhours

after È successo. Ha chiuso la bocca a tutti. Manuel Agnelli, ultimo e unico Afterhours, voce di riferimento della musica italiana, aveva dichiarato che l’album Folfiri o Folfox avrebbe zittito le tante voci critiche che lo attaccavano da mesi. A far discutere è stata la sua adesione alla prossima edizione di X-Factor Italia: non come semplice ospite, ma in qualità di giudice di un programma che sta, da molti punti di vista, contribuendo ad impoverire la musica pop contemporanea. Ad aumentare il sospetto nei confronti dell’ultimo album si univano altri due fattori: la completa rivoluzione della band, che ha visto mutare tutti i suoi membri originari (tranne, ovviamente, Agnelli), e i molti limiti di Padania, un album discontinuo, freddo e ridondante, soprattutto in termini di post-produzione. Folfiri o Folfox, uscito il 10 giugno 2016, è scintillante. Oggetto raffinato e strano, ricco di ballate, ma anche di rock violento e dai toni post-apocalittici. Sguardo alla tradizione (soprattutto degli anni Sessanta), attenzione alla sperimentazione, incursioni noise, melodia, testi importanti.

Perché leggere questo libro: Arcadia di Lauren Groff

groff copertina Oggi inauguriamo una nuova rubrica: Perché leggere questo libro. L’obiettivo è segnalare opere della letteratura contemporanea più o meno note che, per motivi diversi, meritano di essere lette. Come farlo? Lasciando parlare direttamente i testi. Al centro, insomma, sta il testo letterario, e dall’incipit partiremo di volta in volta per spiegare perché ne suggeriamo la lettura.

Le donne che cantano, nel fiume.

È il primo ricordo di Briciola, sebbene all’epoca non fosse ancora nato. Nondimeno la strada che serpeggiava tra le montagne gli appare nitida, e così pure la sosta per riposarsi tra fiori gialli che si chiudevano al tocco dei bambini. Era il tramonto quando la Carovana vide il  fiume inverdire lungo la curva e stabilì di fermarsi per la notte. Era una sera di primavera tinta di blu, faceva freddo.

Camion, pullman e furgoni si disposero in cerchio a ridosso dell’argine, come bisonti contro il vento; al centro il Pink Piper, l’autobus a due piani. Handy, il capo, si trovava sul tettuccio del Piper per rivolgere il saluto del sole al giorno morente.

Giulio Mozzi. Sulla scrittura creativa a scuola

Giulio Mozzi foto di Elisabetta Michielin A cura di Roberto Contu

Se dovessimo stilare la classifica delle italiche tragiche sentenze appioppate da noi insegnanti agli studenti, credo che al sempreverde «i ragazzi non leggono più» seguirebbe senza segni di cedimento lo sconsolante «i ragazzi non sanno più scrivere». Ora, tralasciando per un attimo la constatazione che proprio la Scuola pubblica dovrebbe essere il luogo dove quei due non dovrebbero traballare, interessa a riguardo il tema dell’esercizio della scrittura creativa a Scuola. Ma non tanto per rinforzare l’ego di quei pochi ragazzi dotati che magari possono partecipare al concorso letterario provinciale di turno che non manca mai tra le nostre circolari. Interessa piuttosto verificare se e come un’introduzione intelligente dell’esercizio della scrittura creativa a Scuola possa giovare in toto alla didattica delle materie umanistiche e quindi non solo a vantaggio di precoci vocazioni di narratori che spesso sarebbe meglio raffreddare piuttosto che rinfocolare. Ne parliamo con Giulio Mozzi.

Insegnare, con freschezza: una conversazione con Marco Balzano

rugiada Incontro per la prima volta Marco Balzano all’ingresso di un albergo di Macerata il 6 maggio di quest’anno. Quando lo vedo entrare, con quel canestro di ricci in testa e lo zaino, il fisico minuto e scattante, ho una sensazione strana, come se mi venisse incontro, insieme allo scrittore e all’insegnante che è, il ragazzino e lo studente che Marco è stato qualche anno fa.  La direi una sensazione di freschezza, se si capisce quel che voglio dire. Marco è appena arrivato nelle Marche per incontrare gli studenti che insieme a me, durante l’anno, hanno letto e discusso il suo romanzo L’ultimo arrivato. Nel pomeriggio dobbiamo incontrare i ragazzi di Macerata, il mattino dopo quelli di Recanati; in mezzo, gli ho strappato la promessa di una chiacchierata su scuola e scrittura per laletteraturaenoi. L’idea iniziale è di farla subito dopo l’incontro maceratese, ma poi ci facciamo catturare dalla dolcezza del pomeriggio di maggio, e preferiamo goderci il centro storico di Macerata. Decidiamo così che la nostra intervista la faremo il mattino dopo, in auto, nel tragitto verso Recanati.