Alfabeto delle letture

alfabeto 20110918 0349 Forniamo di seguito un  piccolo “alfabeto” di letture integrali da proporre in classe al biennio e al triennio delle superiori.

A come Animali

Doris Lessing, Gatti molto speciali, Feltrinelli, Milano 2013 Per il biennio

Nella vita di Doris Lessing (1919-2013), premio Nobel per la letteratura, i gatti hanno svoltoun ruolo molto importante. In questo libro la scrittrice ci racconta dei gatti che ha avuto: di ognuno descrive carattere, abitudini, piccole e grandi esperienze. E attraverso i suoi gatti racconta se stessa.

A come Amore

Haruki Murakami, 1Q84, Einaudi, Torino 2011 Per il triennio

Un taxi intrappolato nel traffico della tangenziale di Tokyo. Un autista, una passeggera, musica di sottofondo. Apparentemente niente di più ordinario, banale … eppure... eppure il taxi è straordinariamente silenzioso, l’ingorgo è inusuale, a quell’ora, su quella strada…. Inizia così imprimo libro della la trilogia 1Q84 di Haruki Murakami, che racconta una grande storia d’amore sospesa tra realtà e sogno.

B come Barriere

Arundhati Roy, Il dio delle piccole cose, Guanda, Milano 2004 Per il triennio

Il dio delle piccole cose (1997) della scrittrice indiana Arundahti Roy (nata nel 1961) è un libro sulle barriere sociali, culturali, di genere, di casta che condizionano la vita di Ammu, una donna divor­ziata, quindi senza status nell’India meridionale degli anni Sessanta, che avvia una relazione assolutamente proibita con un “intoccabile”. Velutha è il “dio delle piccole cose”, un paria, un umile falegname che vive in una baracca sulle rive del fiume. La scelta di Ammu di assecondare questa passione innesca una catena di eventi tragici…

Sulla scuola, fermatevi!

Angelucci 1996 dia 012 Di cosa parliamo quando parliamo di scuola? Parliamo forse solo di qualcosa che riguarda studenti e professori, o tutt’al più, occasionalmente, qualche intellettuale che interviene su questo o quel provvedimento? Parliamo forse solo di norme sui voti o sugli esami, di leggi sugli ordinamenti, di riforme dell’organizzazione, di investimenti o di tagli? Parliamo forse solo di stipendi e di contratti, di assunzioni e di trasferimenti?

Nossignori, quando parliamo di scuola stiamo parlando del Paese, della sua identità, della sua tenuta culturale, del suo profilo etico e politico, del suo presente e della sua prospettiva futura. E’ una questione che ci interpella tutti, e non perchè variamente implicati, ma in quanto cittadini italiani, cittadini di un Paese che sta fragorosamente rovinando nel magma di insipienza, incompetenza, burocrazia, malaffare e corruzione che è sotto gli occhi di tutti.

La scuola è lo specchio del Paese e della sua gestione politica. Ed è la fotografia di un Paese e di una gestione politica che negli ultimi vent’anni ha deliberatamente abdicato ad ogni vero progetto di miglioramento e di progresso, individuale e collettivo. Quel progetto di vita personale e sociale che passa necessariamente e in primis, attraverso la scuola, con buona pace della Ministra Fedeli, che in un Paese dignitoso, priva di un adeguato titolo di studio, non solo non sarebbe mai diventata titolare del dicastero dell’Istruzione, Università e Ricerca ma non avrebbe potuto dichiarare impunemente che la sua scuola è stata il sindacato.

Guardiamoci intorno, con un occhio al passato. Alla legge 107, la cosiddetta “Buona scuola”, ci siamo arrivati dopo un percorso ventennale di autonomia scolastica – targato Luigi Berlinguer – responsabile della frammentazione e della privatizzazione della scuola pubblica italiana. E’ l’autonomia, prima ancora della legge 107, che ha trasformato dal 1997 ogni nostra scuola pubblica in un’azienda, collocata sul mercato dell’istruzione e costretta, anno dopo anno, taglio dopo taglio, a cercare nel mercato le risorse private che le servono per sopravvivere. E che solo la sfrontata ipocrisia di una classe politica che ha dilapidato e divorato tutte le risorse pubbliche del nostro Paese può chiamare “sussidiarietà”.

Dialoghetto fra un critico e l'autore

mostra Escher a Milano 5 CRITICO. Vedo che hai pubblicato un altro romanzo, e con un titolo niente affatto pop, anzi un poco vintage e  molto, molto rétroL’ultima sillaba del verso. Troppo letterario, troppo simbolico, troppo difficile… E poi un altro romanzo … alla tua età…  Non hai  un po’ di vergogna? In fondo come critico non eri male, avevi una tua identità. Ma come narratore sei un avventizio. Rischi di mettere a repentaglio la tua reputazione. Chi te lo fa fare? Sarà magari la vanità delle persone anziane… Ma da te che accusi la società d’oggi d’essere narcisista, non mi aspettavo questo rigurgito  di narcisismo…

AUTORE. Sul titolo l’editore la pensava come te e ho dovuto insistere a lungo per far prevalere L’ultima sillaba del verso. A me piace proprio perché fa pensare, non è immediatamente fruibile. Quanto alla critica, è diventata un fenomeno chiuso e istituzionale, senza eco sociale o civile. Un critico universitario scrive per lettori quasi sempre coatti: studenti o colleghi. Ma è vero che fare critica è richiesto da una istituzione e avviene all’interno di una comunità, per quanto ormai sempre più burocratizzata, mentre fare lo scrittore è atto gratuito e solitario che nessuno ti richiede. Per cui, sì, provo un poco di vergogna. Ma d’altro canto certe cose in un saggio non si possono dire, in un romanzo sì. E a me queste cose preme dirle, e che ci sia qualcuno disposto a udirle e a reagirvi dà un qualche senso alla parte finale della mia vita. Rischio così di rovinare la mia identità e di mettere in pericolo la mia faccia? Non mi sembra un problema grave. Nella mia vita ho fatto per vent’anni il militante politico, per trenta il professore e il critico, ora scrivo qualche romanzo. Ma in fondo ho sempre cercato in modi diversi il senso della  vita, e non solo della mia.

CRITICO. Il libro ancora non l’ho letto, però l’ho preso in mano in libreria e ho scorso un paio di recensioni. Devo dirti che la prima reazione, conoscendo le tue idee politiche, è stata di stupore per la scelta dell’editore. Mi ha stupito che tu sia uscito con un grande editore come Mondadori che esercita una sorta di oligopolio sul mercato librario…Anche questa scelta dovrebbe contrastare con i tuoi convincimenti, no?

Narratori d'oggi. Intervista a Andrea Tarabbia

premio campiello 2016 intervista ad andrea tarabbia 4 A cura di Morena Marsilio

1.Sui generi letterari

Negli ultimi vent’anni la narrativa italiana sembra essere stata egemonizzata da due generi dallo statuto ibrido, la non fiction e l’autofiction. Il primo sembra porre al centro del racconto, seppur con diversi “effetti di narratività”, la ricostruzione di fatti di cronaca, l’attraversamento in chiave saggistico-riflessiva di temi legati all’attualità, il diario di viaggio, la rielaborazione di un’inchiesta; il secondo, invece, è la risultante dell’operazione in parte mistificante da parte di un “trickster” (Siti), ossia di un io-narrante che mescida liberamente fatti realmente accadutigli e fatti inventati.

Come si pone rispetto all’uno e all’altro genere? Li sente consoni al suo modo di rappresentazione del mondo?

Li leggo, li conosco: ho per esempio appena finito di leggere, apprezzandolo moltissimo, L’impostore di Javier Cercas, che è un romanzo di non-fiction in cui l’autofiction la fa da padrona (e Cercas ne è talmente consapevole che a un certo punto, addirittura, parla del padre di tutte le autofiction, A sangue freddo di Capote, e nella stessa pagina discute a distanza con Emmanuel Carrére sullo statuto della verità in un libro in rapporto al narratore). Trovo che siano il modo in cui il nostro tempo ha deciso di raccontarsi, nel senso che mi pare sia una delle cifre stilistiche in cui, benché non rappresentino una novità, chi si sente di voler descrivere la contemporaneità si trova più a suo agio. A me piace molto questo genere di narrativa (se si può chiamare così), e l’ho praticato, anche, in almeno un libro – che non a caso è, tra le mie opere, quella più strettamente legata alla contemporaneità. Mi sono fatto l’idea che molti scrittori pensino che si possa raccontare il passato in modo per così dire classico, ma che per dare uno statuto valido alla contemporaneità bisogna mettere in gioco il proprio io (o una sua proiezione), e che questo accada perché ci si è resi conto che non si può mettere tra sé e il proprio tempo la distanza necessaria per osservarlo con calma, valutarlo e raccontarlo: ci si vive dentro, e dunque è, per così dire, eticamente giusto, nei confronti dei lettori e del tempo stesso, mettersi dentro la scena. È un modo per dire: le cose sono andate così, forse. Perlomeno io le ho viste da qui.

Dal Signore degli anelli a Omero: un percorso introduttivo all'epica classica per una classe di prima superiore

000000000000000Tolkien1 Tolkien è uno scrittore di epica

Tolkien è considerato il fondatore del genere fantasy, e certamente il giudizio è giusto. Ma lo scrittore definiva il suo Signore degli anelli «romanzo eroico». Ancor più radicalmente, Elemire Zolla, nella prefazione all'edizione italiana, polemizzava con quanti disdegnavano Tolkien in quanto “brutta copia” dell'epica antica («preferiamo leggere l'originale»), sostenendo che quella di Tolkien è, né più né meno, epica.

Ovviamente questo genere antico, come sappiamo da Lukács, non è più possibile oggi, e solo un ultraconservatore polemico con la modernità come Zolla o un cattolico chiuso dentro il giardino ameno di Oxford come Tolkien, possono trovare non incongruente il richiamo a un genere storicamente morto.

Ma a scuola possiamo fermarci molto prima di Lukács e constatare come Il Signore degli anelli sia in effetti, considerato solo in sé, del tutto plausibile come epica: funziona proprio come i poemi omerici e la chanson de geste.

Tolkien era professore di letteratura inglese medievale e affermava che il suo scrittore preferito era Omero. Egli non si è limitato a scrivere delle storie fantastiche, ma ha messo mano a un'intera cosmogonia, con ere, cronologie mitiche e poi storiche, genealogie di eroi; inoltre, a differenza di molti altri scrittori di fantasy, non si è limitato a ipotizzare che un elfo parli elfico, un orchetto la lingua oscura di Mordor, un nano il nanesco, o a mimarne qualche tratto, ma, forte della sua esperienza di glottologo, ha dato a ciascuna di queste lingue una grammatica e l'ha descritta minuziosamente.

Tolkien ha affermato: «Credo che parte dell'attrattiva del Signore degli anelli sia dovuta agli scorci di un'ampia storia sullo sfondo». I poemi antichi erano organizzati in cicli («troiano», «tebano»): come sappiamo, il tema dell'Iliade è solo l'ira di Achille, non tutta la guerra di Troia, e l'Odissea è solo uno dei molti nostoi, dei viaggi di ritorno a casa degli eroi dalla guerra. Percepire che una storia non è isolata, ma fa parte di un più ampio tessuto, affascina la mente umana, come dimostrano ancora oggi saghe familiari e soap opera infinite, del cui mondo non si intravedono i confini. Tutti gli scrittori di fantasy creano un mondo parallelo al nostro e in sé coerente (in un fantasy non manca mai una mappa dei territori), ma nessuno lo ha fatto con la vastità e profondità di Tolkien, che viveva davvero come se fossero ancora possibili le “antiche storie”.

Prendiamo perciò per buona la definizione di Zolla: Il Signore degli anelli è epica. Dunque da esso si può provare a prendere l'avvio per introdurre gli studenti a questo genere letterario.

Recensione a La notte ha la mia voce di Alessandra Sarchi

9788806232016 0 0 1577 80 Dopo Violazione (2012) e L’amore normale (2014), Alessandra Sarchi pubblica sempre per Einaudi il suo terzo romanzo, La notte ha la mia voce, in cui pone al centro l’esperienza di un “io” dichiarato sin dal titolo e immerso nei conflitti e nelle contraddizioni contemporanei.

Qualcuno non tarderà a considerarlo un romanzo autobiografico – non certo assimilabile all’autobiografia e tantomeno all’autofinzione – per la condizione corporea dell’io narrante e per le altre schegge di vissuto rintracciabili all’interno del testo, subito trasfigurate nella messa in forma letteraria. Sarebbe tuttavia fuorviante limitarsi a tale definizione perché La notte ha la mia voce, in cui non mancano digressioni di ordine riflessivo e argomentativo, è anche e soprattutto un romanzo di formazione. Lo indica in filigrana l’epigrafe che anticipa il testo, estrapolata dalla dichiarazione autoriale che Jerzy Kosinsky scrive a dieci anni dall’uscita del suo L’uccello dipinto (1965), storia di un bambino dell’est europeo in cerca della salvezza tra gli orrori umani e storici della seconda guerra mondiale.

Sarchi, con il suo Bildungsroman, riprende un genere della grande tradizione letteraria per narrare un passaggio altro da quello che conduce dalla gioventù all’essere adulti. Il passaggio di confine si realizza attraverso il racconto di un’anonima protagonista che, anche grazie all’aiuto di Giovanna, soprannominata la Donnagatto, deve reimparare a vivere, ad andare «incontro al mondo», con un corpo diverso, estraneo, e con una «diversa dotazione», dopo un incidente che la obbliga alla paralisi degli arti inferiori. È la lotta di un corpo bisognoso di interrogarsi e di riconoscersi tanto nell’intimità quanto nella «guerra quotidiana» da cui non è immune l’Occidente moderno, solo apparentemente tollerante e garantista e invece disposto a difendere «i più forti» qualora vada salvaguardata «la continuità della specie».

In questa prospettiva ben si comprende il motivo che rende “sopravvivenza” una parola chiave in La notte ha la mia voce, fin dall’epigrafe di apertura. Non è un caso che nella stesura dell’opera un riferimento importante, dichiarato dall’autrice, sia stato Se questo è un uomo; le analisi leviane sull’apocalisse novecentesca del lager, che hanno reso dicibili mediante il filtro della ragione la sofferenza e la vergogna del corpo e della mente, non sono del tutto estranee alla rappresentazione letteraria della semiparalisi: con le necessarie differenze, anche in questo caso si è di fronte a una situazione limite e traumatica che obbliga a una verifica dei parametri umani su un piano personale e sociale, nonché a una rieducazione corporea spersonalizzante che impone un nuovo modo di esistere.

Narratori d'oggi. Intervista a Alessandra Sarchi

Alessandra Sarchi1  a cura di Morena Marsilio

1. Sui generi letterari

Negli ultimi vent’anni la narrativa italiana sembra essere stata egemonizzata da due generi dallo statuto ibrido, la non fiction e l’autofiction. Il primo sembra porre al centro del racconto, seppur con diversi “effetti di narratività”, la ricostruzione di fatti di cronaca, l’attraversamento in chiave saggistico-riflessiva di temi legati all’attualità, il diario di viaggio, la rielaborazione di un’inchiesta; il secondo, invece, è la risultante dell’operazione in parte mistificante da parte di un “trickster” (Siti), ossia di un io-narrante che mescida liberamente fatti realmente accadutigli e fatti inventati.

Come si pone rispetto all’uno e all’altro genere? Li sente consoni al suo modo di rappresentazione del mondo?

Credo di essere una scrittrice di finzione. Amo i romanzi e i racconti. Trovo che allestiscano visioni del mondo e aperture cognitive non meno potenti dei generi che, abbassando il tasso di figuralità, di costruzione dell’intreccio e di definizione dei personaggi, puntano sulla presa diretta rispetto agli accadimenti o sulla riflessione sociologica e antropologica. Le scritture che vanno sotto la dicitura di ‘non fiction’ mi interessano nella loro varietà e sperimentazione, in quanto nello scarto rispetto a un codice o nella ibridazione si produce mediamente qualcosa di nuovo e di potenziale. In Italia è sempre esistita una forte tradizione non romanzesca, anzi in alcuni momenti storici è stata prevalente per quantità e qualità. Io vedo, peraltro, un continuum fra questi  diversi impieghi della scrittura ravvisabile nell’uso della lingua e delle sue possibilità morfologiche ed espressive. Un discorso analogo vale anche per la cosiddetta autofiction, rispetto alla quale mi pare comunque che l’Italia sia arrivata dopo che in Francia si erano prodotte opere in cui l’io narrante gioca un ruolo dialettico più interessante rispetto al binomio fatti veri/fatti inventati. Penso a scrittori come Modiano e Carrère, ma volendo risalire all’indietro anche Duras era già su questa strada. Il problema della realtà dei fatti si pone soprattutto a chi scrive, o riscrive, la Storia. Gli esiti più convincenti in tale senso si hanno, a mio parere, nei testi in cui il rigore della ricerca si accompagna all’immaginazione, alle supposizioni, alle proiezioni che crescono sullo stesso terreno dei fatti ma, per così dire, a un’altra quota.  Viceversa, la distinzione tra fatti realmente accaduti e fatti inventati, specie quando si tratta di un racconto in prima persona, non mi ha mai particolarmente convinto, funziona molto bene come spediente per attirare, al presente, l’attenzione su di sé. Ma gli scrittori sono per natura bugiardi, sognatori e mistificatori, perché dar credito, e seguito, a patenti di realtà o irrealtà biografiche, quando sappiamo bene che il contenuto di verità o di svelamento risiede nell’opera stessa e non in quanto è esterno a essa?

Intervista di Filippo La Porta a Romano Luperini. Che cos’e’ la letteratura oggi?

romano IMG 1053 cielo specchio Questa intervista a cura di Filippo La Porta è uscita il 23 febbraio 2017 su www.wikicritics.com.  Si ringrazia l'editore Enrico Damiani per la gentile concessione.

1) Cominciamo con una domanda banale. Se qualcuno ti dice che vuole scrivere un romanzo è legittimo chiedergli “Hai qualcosa da dire?”

“Qualcosa da dire” non significa nulla. Uno scrittore cerca il senso, o il non-senso, della vita. Lo può cercare nella storia, nell’amore, in una vicenda privata o in una collettiva, o anche in una visione del mondo comunque verificata…Non importa dove, in quale tipo di storia, ma come, con quale rovello, con quale gioco formale, con quale profondità. Uno scrittore cerca comunque di capire in quale mondo ci tocca di vivere. Per questo continua a interessarci anche  secoli dopo che ha scritto. Perché quello che scrive ci riguarda, riguarda il nostro destino, il significato che diamo alla vita, al nostro essere nel mondo.

2) L’anima del romanzo è la ricerca della verità (Stendhal). Non voglio buttarla sul filosofico ma ha senso per te parlare oggi di “verità”, oppure è soltanto un anacronismo (per Carlo Freccero, neosituazionista da talk show, “una cosa anni ’60”) o un effetto retorico (per buona parte della cultura francese para-nietzscheana degli ultimi decenni)? Esiste ancora la verità, ineludibile pur nel suo essere relativa, parziale e provvisoria (una verità che riguarda la psicologia, l’etica, l’esistenza, la nostra relazione con il mondo…)?

Se per verità si intende la ricerca di cui ho appena parlato, e non un qualche dogma precostituito, si può usare anche questa parola. Ma la verità di uno scrittore è sempre aperta, problematica, suscettibile di interpretazioni diverse. In un’opera esteticamente efficace contano le domande più delle risposte. Sta qui il suo contenuto etico. La sua verità consiste  in quelle domande. Che poi sono sempre domande di senso. La verità di un testo contribuisce  a determinare un orizzonte di verità, una verità storica, relativa, parziale. La verità storica di una società e di un’epoca è una costruzione ininterrotta di senso, e il testo vi porta  il suo contributo. Consiste  in questo la socialità profonda della letteratura. E tuttavia il problema che oggi soprattutto ci preme è il seguente: nell’ultimo capoverso ho usato ancora il presente, ho scritto “contribuisce”, “porta”, “consiste”. Non avrei dovuto piuttosto scrivere “contribuiva”, “portava” “consisteva”? La situazione che ho descritto al presente (quella cui fa riferimento Sartre) esiste ancora o fa parte di un passato ormai irrecuperabile?

Iniziare a fare Letteratura. Un modulo zero per una classe difficile

contu IMG 2186 Un giusto abbrivio

Nella scuola dove insegno il dipartimento di Lettere prevede all’inizio del triennio un modulo zero di introduzione al linguaggio della Letteratura, da svolgere nelle prime due settimane di lezione di settembre. Si tratta di una pratica a mio parere di buon senso didattico e che negli anni ho sperimentato essere ottima per dare un giusto abbrivio al percorso del triennio. Nello spirito della condivisione delle pratiche che anima questo blog, racconterò brevemente come è andata quest’anno con la mia III°C, classe composta da soli maschi e presentatami dai colleghi del biennio come difficile e particolarmente ostile alle materie umanistiche. Per facilitare la lettura è possibile trovare qui la presentazione Prezi con i materiali nell’ordine utilizzato in classe.

Omaha beach

La programmazione dipartimentale della mia scuola non prevede per il modulo zero una tematica in particolare, ma soltanto una serie di obbiettivi declinati in conoscenze e competenze, riassumibili nell’idea di facilitare l’accesso al linguaggio letterario. Sta quindi al docente ideare e organizzare i contenuti del proprio modulo zero prescindendo, almeno per le prime lezioni, dal programma canonico. I primi di settembre di quest’anno ho iniziato a pensare al possibile tema e fin da subito ho capito che avrei dovuto sceglierne uno che mi permettesse di arrivare alla Letteratura come meta finale del percorso ma di non poterla utilizzare, almeno inizialmente, come mezzo. Questo per un motivo noto oggi a ogni insegnante di Lettere: il linguaggio della Letteratura, tanto più se storicizzato, è oramai per ogni studente un linguaggio inizialmente lontano se non estraneo, di sicuro posizionato nei recessi più remoti della grande galassia della multimedialità dove si muovono i nostri ragazzi. Detta in modo semplice, pur consapevole che nel giro di quindici giorni sarei comunque dovuto arrivare all’ Indovinello veronese, mi era ben chiaro come ciò non sarebbe potuto accadere con profitto semplicemente iniziando da un buon sonetto introduttivo e paradigmatico del bello del Medioevo. Consapevole quindi di dovere sparigliare un po’ le carte in tavola tanto più a fronte di una classe difficile, dopo aver vagliato e scartato diverse ipotesi, come spesso capita a noi insegnanti è stata la vita quotidiana a darmi il suggerimento giusto. Una visione serale in quei giorni di settembre con mio figlio del film Salvate il soldato Ryan mi ha regalato dopo i primi minuti dello sbarco a Omaha beach il titolo bello e pronto di quello che sarebbe stato il mio modulo zero: Raccontare la guerra. Introduzione al linguaggio della Letteratura.

La mia ultima sillaba

9a16efaaf90aed80f101eb576ed31500 1. LA STRUTTURA NARRATIVA

Ho riletto il romanzo L'ultima sillaba del verso, tutto.

L’ho letto varie volte, in redazioni successive. Ma forse questa è la prima in cui l’ho riletto ordinatamente, dall’inizio; da quello che – redazione dopo redazione – si è delineato come l’inizio: una collocazione niente affatto preordinata, che questo segmento si è come conquistata, ma quietamente, naturalmente; come se si fosse fatta da sé.

Il romanzo inizia dal sottofinale; si licet parare, è quel che accade nell’Odissea.

Nel poema d’Omero, sappiamo dall’inizio che Odisseo, partito vittorioso da Troia insieme ai suoi compagni, non è mai arrivato ad Itaca, ma, solo, provato da molte avventure, battuto dalla tempesta, privato della sua identità, è raccolto dal popolo dei Feaci e indotto dal canto di un esule troiano a raccontare la sua storia, fin dove della sua stessa storia sa essere testimone. Poi, giunto col suo racconto fino alla zattera, concessa da Calipso e vessata da Poseidone, si consegna al narratore onnisciente che lo conduce ad Itaca, alla strage dei Proci, alla pace imposta da Atena, all’abbraccio di Penelope.

In questo romanzo, sappiamo dal prologo iniziale che Valerio, protagonista e voce narrante, è reduce da un intervento devastante, che ha segnato il suo corpo, minato le sue energie vitali; eppure vive. Non sa per quanto; non sa per chi, per cosa. Nessuna Itaca, nessuna Penelope ad attenderlo; solo una donna albanese, arrivata in Italia in gommone, che fa le pulizie in casa e le iniezioni. E, nella posta elettronica, la email della (più) giovane Claudine, che – dopo anni di silenzio – saputo della malattia, gli scrive per informarsi di lui. E Valerio, indotto da quella voce che riemerge da un passato complesso, ma intenso e forse in qualche modo felice, lo racconta, quel passato, fin dove sa esserne testimone. Poi, si consegna al racconto di Claudine per riprendersi nel finale il ruolo di narratore.

In questa struttura narrativa c’è forse il senso di tutto il romanzo. Il presente del prologo resta – per l’intera durata della narrazione – sotteso ad essa come corda sotto un arco, punto d’avvio e punto d’arrivo. E la narrazione è quasi una sorta di lunga analessi: contravvenendo alla logica lineare dello storico, che dispone i fatti in catene di cause ed effetti per rintracciare nel passato le ragioni profonde degli accadimenti presenti, qui la dimensione privilegiata, depositaria di senso, è il presente. E’ il Valerio del 2012-2013 a restituire agli eventi della sua vita negli anni compresi fra il 1988 e il 2001 senso, valore, prospettiva. Zona franca, demitizzata, ugualmente liberata dagli idoli dei giovani, come dal dissacrante cinismo degli adulti, il presente è epifania di un tempo inesplorato, che, latente per anni nei ritmi serrati di un vitalismo pluridirezionale, intermittente e pubblico, esce finalmente dal limbo subliminale in cui Valerio l’aveva confinato, per scoprire le movenze lente e cadenzate di sequenze tutte private, personali, intime. L’identità di Valerio, definita, in un passato fatto di impegno civile e intellettuale, dai parametri della funzione pubblica (è un professore universitario, al vertice della carriera e con importanti trascorsi di militanza politica), si offre al vaglio dell’esperienza privata, dove risuonano le voci care della madre, degli amici, delle donne amate. Torna ad ascoltarle, Valerio, tutte; fino a tacersi, fino a cedere la parola a lei, a Claudine. La sua voce – non a caso, come quella della madre, sebbene con modalità diverse – è l’unica a scavalcare le linee di percorrenza dettate dal tempo e dallo spazio convenzionali, disegnando percorsi sinusoidali e inattesi. E’ mettendosi su quel percorso, nuovo nonostante l’età matura, che Valerio recupera il suo ruolo di narratore.

Perché leggere Rosso nella notte bianca di Stefano Valenti

9788807031793 quarta A complemento dell’intervista Stefano Valenti oggi proponiamo nella rubrica Perché leggere questo libro l’incipit del suo romanzo “Rosso nella notte bianco”, uscito nel 2016, e un approfondimento sul libro.

La tremenda immensità dei duemila metri. La distesa è intirizzita. E la neve di novembre ha cancellato arbusti, rocce, terreno. Ulisse ritrova l’ombra nebbiosa del primo mattino, un’onda immobile che divora i monti. La accoglie fermo, le braccia abbandonate sui fianchi. È arrivato in malga ieri sera. Lì, in radura, la casera bruciata. Le pareti della baita nere di fumo trascorsi ormai cinquant’anni. E l’immensità dei monti. Gli anni vissuti a ricordarli non aiutano a far memoria di che cosa nasconda quel manto di neve. Cammina nel grande abbandono, nel dislivello, verso il fondo, in direzione del bosco. Cammina morbido, a margine del Creato, oltre un cinto di abeti che fa da confine al mondo. Le campane dal fondovalle rintoccano le sei.

Infine Ulisse è tornato. Ha dormito ridestandosi in questa terra abbandonata una mattina di molti anni fa. Una terra abitata, come allora, da nemici. E cerca una traccia che conceda di ritrovare l’uomo che è stato prima di andarsene. Gli anni trascorsi altrove sono anni che non possono essere misurati. È ancora buio quando infila la mulattiera. La notte ansima, il mondo intorno prende la rincorsa, comincia a correre. Lì per lì nel sottobosco un frullo, una presenza sul terreno, tra aghi d’abete e melma. Un uccello è volato via in un batter d’ali. Le nuvole basse, a banchi, cancellano il Creato. Gli stivali affondano nel fango d’acqua e neve e ritrovano il terreno. Un guizzo, l’inatteso chiarore dell’acciaio ricurvo. L’estremità del piccone che fuoriesce dalla sacca; il tempo di fermarsi, affondare il manico di sbieco, rimetterlo dov’era.

Ha dimenticato di urinare Ulisse, e, fermo nell’intrico d’alberi, chiude gli occhi, le dita fredde sul membro ritratto. Le mani attraversate da un fremito malato e l’alito caldo dell’urina nella neve color canarino. Nella sacca l’ultima bottiglia buona a cacciare la febbre, la fatica brutta della malattia. La necessità di vodka,  di non addormentarsi fin quando la bottiglia sarà vuota. Ulisse, un metro e ottanta di fatica, ha quasi settant’anni ma non dà l’idea di essere affaticato, pallido forse, le fattezze del condannato confuse nella mente. L’alternarsi caotico di incubi e orrore ha cancellato i volti, come se niente avesse nome in queste incerte giornate. Ricorda orridi, rii in secca, mastodontici blocchi di roccia, ricorda le bestie sulla mulattiera, ma non ha memoria di volti.