"Il mondo non è bello se non veduto da lontano." Il carteggio fra Leopardi e la sorella Paolina

Scritto da Laura Barile - Antonio Prete Venerdì, 27 Febbraio 2015 10:29. Categoria: L'interpretazione e noi

Giacomo e Paolina. Carteggio tra Giacomo e Paolina Leopardi Grazie alla gentile concessione dell'editore nottetempo  e dei curatori Laura Barile e Antonio Prete, pubblichiamo la nota introduttiva e una lettera del carteggio "Il mondo non è bello se non veduto da lontano. Lettere 1812-1835", a cura di Laura Barile e Antonio Prete, nottetempo 2014. 

 Nota introduttiva di Laura Barile 

 Questo carteggio fa parte del vasto epistolario leopardiano, uno fra i più belli della letteratura italiana, e commovente per il profondissimo affetto, e bisogno di affetto, che esprime. Proponiamo qui per la prima volta in Italia nella sua autonomia e completezza il dialogo – un centinaio di lettere su quasi duemila – fra Giacomo e la sorella Paolina: interlocutrice privilegiata per la sua complicità e intimità scherzosa col fratello, e per la grazia intelligente della scrittura.

I legami di Leopardi con i famigliari, di estrema intensità affettiva ed emotiva, sono di grande interesse. Prima di tutti il complesso, controverso e fondamentale rapporto con il padre Monaldo; poi quello col fratello Carlo, per molti anni partecipe attento della vicenda esistenziale di Giacomo. Con Paolina si aggiunge l'elemento del genere: con lei, infatti, Giacomo intrattiene il più intenso, prolungato e condiviso rapporto col femminile della sua esistenza.  

A una prima pubblicazione delle lettere di Paolina alle amiche, che risale alla fine dell'Ottocento, ne sono seguite negli anni varie altre: ma sempre scambi epistolari con alcune amiche di penna, interessanti soprattutto sul piano della condizione femminile espressa nella vicenda esemplare di questa intellettuale, nata in una famiglia della piccola aristocrazia di provincia all'inizio del XIX secolo.

Giacomo si confronta con la sua condizione di reclusa e la durezza del suo destino di prigioniera nella casa a vita, finché non venga a liberarla col matrimonio un principe azzurro. C'è in Giacomo una particolare dolcezza protettiva che lo spinge ad attivarsi nella ricerca di un marito, e insieme aprire alla sorella compassione generosa e assolutamente paritaria i suoi interessi intellettuali, filologici e filosofici, e la sua attività creativa.

La rilevanza di questo epistolario sta però anche nella sua dolorosa rottura, non mai detta, ma reale, che conclude l'intenso scambio tra i due fratelli: una rottura che avviene sul piano religioso, ideologico e politico. Ci sono si mezzo i moti del '31, che lambiscono nella Marca pontificia anche Recanati e che fanno ricredere Paolina sulle idee liberali francesi. C'è il suo contributo fondamentale, di cui non parla a Giacomo, alla rivista cattolica, lealista e reazionaria La voce della Ragione, fondata da Monaldo nel '32; e di contro, l'ateismo di Giacomo, da lei paventato e per lei impensabile e inaccettabile. C'è la pubblicazione quasi anonima nel '32, e da molti attribuita a Giacomo, dei Dialoghetti di Monaldo, fortunatissimo libretto che usa la formula delle Operette morali, uscite pochi mesi prima, per rovesciarne il contenuto morale, religioso e politico. E c'è in quello stesso anno la traduzione di Paolina, che però non ne fa parola al fratello, lo stravagante e umoristico Viaggio notturno intorno alla mia camera di Xavier de Maistre, indolente e svagato fratello di quel Joseph de Maistre, il fierissimo pensatore reazionario, che lo zio Antici ripetutamente aveva invitato Giacomo a leggere e meditare, per correggere il pensiero espresso nelle Operette, appunto...C'è infine, anche questo non detto, il recente, stretto rapporto di Giacomo cin Antonio Ranieri e insieme la sua ferma intenzione, dopo l'ultimo penoso soggiorno del 1829-'30, di non mettere mai più piede a Recanati. Una decisione che Paolina forse percepisce e che la offende e sdegna.

E' anche questa curva del rapporto, che vira verso un dissidio ideologico ormai insanabile pur se mai dichiarato – e che emerge drammaticamente attraverso il vivace, ironico e appassionato fluire della scrittura fino ai silenzi, e poi al silenzio, degli ultimi anni – a costituire dunque un particolare motivo fino ai silenzi, e poi al silenzio, degli ultimi anni – a costituire dunque un particolare motivo di interesse per questo carteggio.

Certo, anche Paolina è “la sorella”, è stato detto di lei. E' vero: ma Paolina, prigioniera del suo tempo e della sua classe, era riuscita a trovare se stessa propria grazie alla largesse di quel fratello di genio sofferente, che capisce il mondo e lo ama disperatamente.

 

Di Paolina Leopardi

Recanati, 13 Gennaio 1823

Caro Giacomuccio mio. Ecco cominciato questo nuovo anno, che io vi desidero pieno difelicità, e lo sarà senza dubbio, avendolo cominciato sotto favorevoli auspicj. Per me non hoaltro desiderio a formare, che di non vederne il fine, ed è questo desiderio concepito con ilpiù intimo sentimento del cuore, e voi lo crederete bene, conoscendo me e quelli che migovernano. Dei quali io sono così annoiata, e di questo modo di vita, che non ne posso più;ed il peggio è il non avere alcuna speranza, neppur lontana, di miglioramento; no, nonvedere per fine a questo stato altro che la morte! Ebbene, venga pure questa morte, evenga anzi prestissimo, chè sempre sarà troppo tarda ai miei voti; e se mi si assicurasse dimorire domani, forse dalla consolazione non ci arriverei. Voi dite che l’allegria e lamalinconia sono frutti d’ogni paese; per la malinconia crederò che possa essere frutto diRoma, ma l’allegria di Recanati credo che sbagliate. E poi il paese dove abito io, è casaLeopardi; e voi sapete meglio di me come vi si vive. Insomma io sono disperata; ed alla fine,essendo certa di dover vivere sempre miseramente, termino sicuramente col farmi monaca.E potessi farlo adesso in questo momento in cui piango, e mi dispero! Voi mi domandereteforse cosa mi è avvenuto di nuovo. Niente, Giacomuccio mio, ma ogni giorno che passa,accresce la mia infelicità. Ma adesso che vi rifletto, non so perchè venga a tormentarvi conqueste ciarle, ora che vi godete la vostra pace, e vi ridete di tutte le nostre miserie. Scusate,caro Giacomo mio; io sono amareggiata talmente, e così intimamente desolata, che senzaaccorgermi ho preso a parlare di me, non ricordandomi, che questa è la cosa pegli altri piùnoiosa che si possa dare. Non così però è per me quando mi parlate di voi, anzi vi prego afarlo sempre, prendendo io moltissima parte nei vostri affari; come prendo molto dolore aivostri geloni, che dal vostro silenzio nell’ultima a Carlo argomentiamo che stiano meglio.Non dimenticate però di parlarcene, e se avete usato di quell’unguento che vi hannomandato ec.

Mi fate strabiliare colle lodi, che date alle mie lettere. In verità che fino ad ora ho credutoche valessero niente, e quasi mi vergognavo di scrivere a voi, come al primo intelligente a cuile abbia indrizzate, temendo che scopriste l’inganno di quelli che le lodavano. Adesso peròsospetto che voi pecchiate un poco di adulazione, come peccate certo di bugia nel dire chenon sapete rispondermi con galanteria ec. Benchè questo sia assolutamente falso, è certoperò che io non ne esigo, e mi basta solo che mi diciate di volermi bene, anche in terminitrivialissimi, chè io mi contento; ma voglio positivamente che me lo diciate.

Non vi perdono più le scuse che mi fate sopra le mie commissioni. Se non volete farmipentire di avervele date, non me le rinnovate più. Esse sono di così poca importanza, chequasi non giustificano l’incommodo che vi prenderete per esaurirle. Abbiamo tutticompianta la morte del povero Quercia, ed io più degli altri, che secondo il mio fare glivolevo bene. E quel pensiero di non doverlo rivedere più, io che lo vidi montare in legno, esalutarci partendo e ridendo, mi tormenta un poco. Voi però non ci penserete più, esuccederà in Roma ciò che diceva Madame de Sévigné succedere in Parigi rapporto allegrandi nuove o morti, che era un torrente che trascinava tutto, e l’ammirazione e il dolore;solo la morte di Turenna fece parlare per più lungo tempo; ma non sarà paragonabile aquesta morte di Quercia o Cerqua, ch’io non ho mai imparato il vero nome. Vedete dunquea che proposito ho cavato fuori la mia erudizione, e ridete; e già sapete che Madame de Sévigné è la mia opera classica, e avendola letta tre volte, la so bene a memoria. Addio, Giacomuccio mio. Se vi siete annoiato delle mie ciarle, come sarà senza dubbio,ringraziatemi che ho cominciato in un mezzo foglio di carta. Tutti vi salutano, ed io salutotanto Mariuccia e voi, Giacomo mio, abbracciandovi affettuosamente. Addio.

Per vostra regola, ho renduto già le vostre lettere e le mie invisibili ad ogni altro.

Boccaccio dei Taviani

Scritto da Romano Luperini Domenica, 22 Febbraio 2015 12:20. Categoria: L'interpretazione e noi

 Meraviglioso Boccaccio, torna il cinema dei fratelli TavianiSono andato a Firenze alla prima del film dei fratelli Taviani ispirato al Decameron. Ne sono uscito turbato. E’ un film molto intenso. Ed è intenso perché sa esprimere l’intensità delle emozioni e dei sentimenti, dei gesti e dei silenzi. Eravamo tutti abituati allo scetticismo, al diluvio di ironie, alla esibizione di cinismo, a una letteratura e cinematografia volutamente sporche e sapute, e qui invece c’è una opera che tende a purezza e semplicità e fa coincidere con esse la propria moralità.

I personaggi e i paesaggi sono essenziali, riportati a una assoluta elementarità.

I personaggi della novella della donna lasciata come morta e salvata dall’amante e soprattutto quelle di Tancredi e Ghismunda e del falcone sono scarnificati, ridotti a pochi atti, a poche parole, a molti sguardi e a molti silenzi. Così atti e parole, riportati alla loro autenticità elementare, sembrano recuperare significati che l’abuso retorico e pletorico che se ne fa da decenni sembravano aver cancellato per sempre.

I paesaggi toscani si sono prestati, anche nella cinematografia più recente, a una serie di belle cartoline illustrate. Qui il paesaggio ha invece la stessa impronta dei sentimenti e delle parole. E’ un paesaggio innocente, prima del diluvio. Nessun estetismo. E nessuna citazione da dipinti famosi. Colli, alberi, campi, prati è come se fossero visti per la prima volta, prima che la pittura e la fotografia li trasfigurassero.

Il film non è boccaccesco. Per quanto ne so, è il film più originale che sia stato tratto dal Decameron. Qui c’è un Boccaccio casto, di una innocenza primordiale. Agli antipodi, per esempio, rispetto a quello di Pasolini. La purezza del film esclude qualsiasi cedimento alla grossezza dell’erotismo. Il sesso qui è sempre sentimento amoroso.

Dopo tanta raffinatezza, dopo tanta ricchezza di informazione, dopo tanto saperla lunga, tanta civiltà stanca e sfinita, oppure superba e gonfia di sé (e l’eccesso di civiltà, come Leopardi sapeva, è causa del suo decadimento, una delle ragioni della peste che ci travolge), l’opera dei Taviani sembra voler riproporre una autenticità da raggiungersi non già regredendo a prima della peste ma oltrepassandola. Il ritorno alle emozioni e ai sentimenti non è frutto di incoscienza, anzi è immaginato come un passaggio difficile attraverso la peste del nostro tempo. I Taviani non ignorano l’ironia e la crudeltà del Novecento, ma proprio perché l’hanno sperimentata si pongono al di là di essa, in una zona di innocenza che è conquista non smemoratezza. Ciò si percepisce dai due tipi di recitazione che si alternano sullo schermo: quando sono in scena i novellatori della cornice essi portano ancora nel tono, talvolta quasi manierato o artefatto, le regole del mondo civile e le memorie della peste che esso ha prodotto; quando vi subentrano i personaggi delle novelle, essi parlano invece il linguaggio diretto dei sentimenti, con le sfumature, i silenzi e il pudore che i sentimenti esigono. A poco a poco però i due tipi di recitazione tendono a unificarsi: la civiltà che la comunità rappresenta, coi suoi divieti e il suo ordine, sembra recuperare l’autenticità originaria espressa dai personaggi delle novelle. I due mondi si ricongiungono. Dopo la peste i giovani torneranno in città. La vita rinascerà non già attraverso scelte anarchiche o di isolamento sociale, ma con un nuovo compromesso fra civiltà e natura.

Incontro con Franco Buffoni

Scritto da Sara Fabrizio - Arianna Festinese Sabato, 21 Febbraio 2015 00:23. Categoria: La scrittura e noi

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 L'incontro

«La poesia sta a metà strada tra prosa e musica; al cinquanta per cento confina con la prosa e al cinquanta per cento con la musica». È in questo modo che il poeta lombardo Franco Buffoni, classe 1948, esordisce tra le mura azzurre della classe III E del liceo classico Virgilio; gli occhi degli studenti lo scrutano attenti e incuriositi. Appare imponente, Franco Buffoni, alto e robusto nel suo completo total black, una sciarpa dai toni dell’azzurro sistemata distrattamente intorno al collo; un’imponenza quasi fuori luogo, che va a scontrarsi con la leggerezza e la delicatezza delle sue parole: «il primo ritmo di cui nasciamo impastati è il battito della madre», dice.

È proprio ritmo, infatti, la parola chiave dell’incontro: un ritmo «ancestrale», il punto d’incontro tra la prosa e la musica. Il ritmo come elemento unico in grado di tenere in bilico il significato e la musicalità, il ritmo come «la possibilità di trovare il soggetto». «Se un poeta trova il ritmo, trova quello che sta dicendo». Per Franco Buffoni, la poesia è tutta una questione di ritmo, infatti, di «consustanziazione» di musica e significato. Proprio come le sue parole, che vorticano leggere nell’aria, il cui significato, così concreto, reale, si mescola in una perfetta armonia con la musica, il dolce suono dei significanti, quasi componesse poesia in quello stesso momento.

E in fondo vicino alla finestra

Si inchioda la memoria ai ferri

Alle mani bianche fra le coperte

Senza pieghe, il corpo in mezzo.

Come appaiono dense le parole di Franco Buffoni durante l’incontro! Dense e imponenti proprio come la sua figura. Come risuona leggero e pacato il suo tono di voce! Proprio come la musica della sua poesia, così essa si presenta come una perfetta armonia di contrasti, il dolce scontrarsi tra le parole, tra i loro significati così carichi e forti e la dolce musica che esse compongono.

Jucci

La poesia di Franco Buffoni si manifesta come reale e sincera, in essa io lirico e realismo biografico coincidono, senza filtri, senza censure, la pura e, a volte, ostica verità trascritta.

Di quando, per vincere il pallore,
Ti cimentavi coi colori accesi
Il verde e il paonazzo
L’incarnato e il ranciato.
Ma perché è ondulato il mio ricordo?
Come un eternit mi lavora alle tempie
E sotto il mento mi sorprende…

Perché io innamorata sono di te,
Più ti scuoti per allontanarmi
Più io penetro in profondità.

Queste sono le parole che possiamo trovare in uno dei tanti simulati dialoghi all’interno della raccolta di poesie intitolata Jucci. Gli interlocutori di questi dialoghi fittizi sono l’io poetico di Franco Buffoni e Jucci. L’io lirico all’interno di queste poesie conserva il suo spirito diciassettenne e si trova, in questa fase della sua vita in modo particolare, in conflitto con la sua natura omosessuale, estranea agli stereotipi di amore propagandati dalla sua fervente famiglia cristian, che non manca di ostacolare la sua relazione con Jucci.

Jucci, invece, può essere considerata, per dirla con Auerbach, una figura poiché possiede una realtà storica, perché fu l’amore del Franco ventenne, che fu colta nel culmine della sua gioventù da una prematura morte a causa di un cancro scoperto poco prima, e allo stesso tempo rappresenta l’«emblema di un passato che non passa, che si protende e si inculca nel presente e che è pronto a divorarlo se il presente non si difendesse attraverso i contraccolpi della memoria e del ricordo». Jucci è una figura collocata al di fuori dei limiti del tempo e dello spazio. Jucci è l’incarnazione del dolore del protagonista che all’interno di questa raccolta inscena una vicenda universalmente utile: l’affetto per un’amante che invece dovrebbe meritare amore e che, dopo la morte di quest’ultima, finisce per diventare solo un lacerante senso di colpa.

Franco Buffoni ha bisogno di ricordare, ha bisogno di ricreare «un intreccio di tempo e di voci» per dare a Jucci ciò che non è riuscito a darle quando era in vita, per sedare questo suo ossessionante senso di colpa. E ci riesce, riesce a ricordarla ma non nel modo in cui lui vorrebbe, non torna nella sua mente per non lasciarlo solo, torna per tormentarlo, per ricordargli le sue mancanze, i suoi errori, per riportargli alla mente tutti quei ricordi che Buffoni si era illuso di aver seppellito con lei. Ed egli non cerca di cacciarla, non la smentisce, non la interrompe: non ne ha il coraggio.

A te che invecchierai sino a decrepitezza
Condannato per sempre a raccontare
Della mia freschezza.

Ti odiavo con tutti i miei pori
Quando sulle sere-notti interferivi
Ma nel chiaro giorno ti aspettavo,
Per te persino ancora vivo.

Gli anni passeranno ma il ricordo di Jucci, anziché diventare sempre più sbiadito e lontano, si riproporrà al poeta con la forza drammatica di un’immagine ancora fatta di carne e di sangue. La dimensione onirica diventerà quella in cui l’immagine di Jucci si accamperà con una forza sempre rinnovata che annulla il tempo e che le ridà una vita più viva della vita reale.

Nel sogno invece, se mi comporto bene,
Ti siedi di fronte e non hai fretta
Mentre ti squarci il corpo
E nascondi il coltello.

Guerra

Ed è ancora un «bisogno di onestà» che muove Franco Buffoni nella stesura del suo romanzo in versi Guerra, contenuto nella raccolta Oscar della casa editrice Mondadori, con i suoi componimenti dal 1975 al 2012. Sono aspri e duri i toni di questa raccolta, violente e forti le sue parole.

«Guerra è stata un momento cruciale della mia vita», confessa Buffoni. Una storia, quella di Guerra, fatta di ricordi, memoria, e piccoli foglietti scritti in caratteri stenografici. Guerra nasce dal fortuito ritrovamento in cantina di una piccola cassetta di metallo appartenuta a suo padre, morto nel 1980, stesso anno della morte di Jucci. Al suo interno sono conservati dei piccoli fogli criptici, scritti in stenografia, degli anni in cui suo padre visse in un campo di concentramento: 8 settembre 1943- agosto 1945. Un diario per non dimenticare, per raccontare la verità; ed è proprio per questo che Franco Buffoni decide di andare da un’insegnante di stenografia e di tradurli, prima con l’intenzione di trasformarli in un libro di storia, «ma io non sono uno storico», come dice lui stesso. Buffoni quindi trasforma quei ricordi in ciò che gli riesce meglio: la poesia; una poesia vera e autentica, fatta per raccontare le torture e le brutture di quegli anni; ed è proprio con le Torture al foglio che si apre questa raccolta, metafore del drammatico dolore di quegli anni.

Augurando a te una mente

In cui non sia memoria,

Come la fatica della tua formica-

Lei scelta fra mille, lei a restare

Immortale designata

A resurrezione dopo morte-

Lungo il tubo dell’acqua
Praticherò io questo esercizio del ricordo

Conquistando schegge di passato

Per ricomporre l’oscenità.

Leggere a scuola i poeti del presente: Valerio Magrelli

Scritto da Laura Gatti Domenica, 15 Febbraio 2015 21:43. Categoria: La scrittura e noi

Valerio MagrelliRispondendo ad alcune sollecitazioni espresse sulle pagine di questo blog (D. Lo Vetere; G. Turra), vorrei avanzare una serie di considerazioni e una proposta per la lettura e la trasmissione della poesia contemporanea in classe.

Salvo le sempre preziose eccezioni, è vero che quando gli studenti approdano alla scuola secondaria superiore mostrano indifferenza se non estraneità nei confronti della poesia contemporanea. Stupirebbe d’altronde il contrario: la posizione marginale che, per motivi molteplici e complessi in cui non mi addentro, il linguaggio poetico occupa all’interno del dibattito culturale e anche della scuola non potrebbe far sperare esiti diversi. Lo stesso discorso non vale, beninteso, per tutta la tradizione lirica: Dante, Leopardi o Montale fanno ancora parte del bagaglio culturale degli studenti (e spesso in maniera sostanziosa), ma poeti come Sereni, Caproni, Fortini, Luzi e, citando anche alcuni viventi tra i più antologizzati, Valerio Magrelli, Patrizia Valduga, Maurizio Cucchi o Fabio Pusterla, non ne hanno mai fatto parte.

Mi spingo così, un po’ provocatoriamente, fino alle soglie del presente richiamando l’attenzione su un poeta che ha esordito negli anni Ottanta e che può suscitare un grande interesse negli studenti: Valerio Magrelli.

Vorrei proporre la lettura di tre componimenti tratti dalle due prime raccolte, Ora serrata retinae (1980) e Nature e venature (1987), per mostrare alcune strade analitico-interpretative percorribili in classe, libere da schemi predefiniti o rigidi. Questo approccio non si traduce in una «lettura anarchica», ma piuttosto è un’occasione per l’insegnante e - nell’ottica ormai consolidata di una didattica collaborativa che metta al centro il discente - per gli allievi di impostare un commento di volta in volta diverso, in relazione alle caratteristiche del testo e in base alle conoscenze e competenze sia del docente che dello studente.

Valerio Magrelli, gli anni Ottanta e la riflessione sul presente

Nella scelta di proporre agli studenti tre poesie degli anni Ottanta le motivazioni di carattere didattico si sono intrecciate con quelle culturali. Quando Magrelli si affaccia alla poesia, la crisi dei grandi sistemi di riferimento e la fine del mandato politico dell’intellettuale sono un dato di fatto e lo scenario politico-culturale con cui si confronta racchiude i germi della società attuale.

Ora serrata retinae inaugura una stagione in cui, dopo i furori della neoavanguardia e la crisi di un'idea di letteratura come portavoce di letture globali, dominano il minimalismo e il ripiegamento sull’io. Nella prefazione di Enzo Siciliano alla prima edizione della raccolta magrelliana si legge «mi parve scritta mentre il fumo e le ceneri di una battaglia andavano diradandosi. L’aria, intorno, non è ancora schiarita, ma è subentrata una vasta, attonita quiete». Già a partire dalla fine del decennio precedente, diverse correnti poetiche avevano rifiutato un’idea di poesia come categoria storico-sociologica, idea che affondava le sue radici in De Sanctis e Gramsci ed era sostenuta in quegli stessi anni da poeti come Fortini e dalla neoavanguardia. Protagonista di questa svolta è il gruppo dei “poeti nuovi” del quale fanno parte, tra gli altri, Cesare Viviani, Milo De Angelis, Maurizio Cucchi, gruppo che si forma attorno alla rivista “Niebo” (1977-1980) e all’antologia La parola innamorata (1978). Nella premessa a La parola innamorata, una delle rare dichiarazioni di poetica di questi scrittori, si legge: «no alla critica storicistica e alle sue diramazioni sociologizzanti, […] che istituisce un avvicinamento tattico della poesia alla storia e al sociale e quella missione internamente etica e politica dell’arte (valori positivi, esemplarità, contenuto ideologico, rispecchiamento ecc.)». A differenza della generazione precedente, per Magrelli e per i poeti che esordiscono in questo decennio la constatazione dell’assenza di grandi sistemi di riferimento e della fine del mandato politico dell’intellettuale è un dato di fatto: essi ricostruiscono sulle ceneri del passato. Il nuovo scenario politico-culturale con cui si confrontano i letterati in questa campata storica coincide con l’inizio di un processo che porterà - nel bene e nel male - alla formazione della società attuale. Anche per queste ragioni può essere interessante introdurre nelle classi la poesia di questo decennio di svolta: è un’occasione preziosa e quanto mai necessaria per avviare una riflessione sul presente.

Il commento come un percorso a ritroso sulle orme lasciate dai poeti

La definizione di commento proposta da Cesare Segre (cfr. Per una definizione del commento ai testi, in O. Besomi e C. Caruso (a cura di), Il commento ai testi, Basel, Boston, Berlin, Birkhäuser, 1992) può costituire un supporto teorico utile per affrontare in classe i testi di Magrelli e, in generale, del secondo Novecento, testi che non pongono tanto problemi sul piano storico-linguistico (il sistema linguistico collettivo non è da allora così mutato), quanto su quello relativo all’usus scribendi dell’autore e più in generale dell’esegesi del testo. La proposta teorica di Segre potrebbe essere utilizzata in classe come premessa per far capire agli studenti il senso (e anche il divertimento) insiti in questo tipo di lavoro intellettuale. Il critico ha definito il commento un processo di elaborazione di un testo letterario rappresentabile con la serie analisi-sintesi-analisi-sintesi: «lo scrittore compie un’analisi della realtà, che poi sintetizza in una sua data opera riferendola a una realtà particolare. Il lettore si trova davanti a questa sintesi, che non può abbracciare e tanto meno assimilare in forma immediata: egli perciò è costretto ad attuare a sua volta un’analisi del messaggio, cioè dell’opera, e a realizzare, sugli elementi tratti dall’analisi, una nuova sintesi (interpretativa)».

Il commentatore (l’insegnante, lo studente o la comunità della classe) può porsi sulla linea seguita dall’autore (analisi-sintesi), ripercorrendo però nel verso opposto le orme da lui lasciate, per cercare di aprire delle brecce nella sintesi che l’autore ci propone (il testo) e scorgere qualche momento dell’analisi (o della rielaborazione della realtà) che l’ha preceduta.

Una proposta di lettura dei testi

Ma torniamo a Magrelli e alle sue poesie. La prospettiva retroflessa dell’occhio verso l’interno, la centralità della vista e della percezione e, soprattutto, la riflessione metapoetica che permeano Ora serrata retinae sono l’atto inaugurale di una nuova stagione culturale e letteraria, è come se la poesia ripartisse da un grado zero. Il soggetto di Ora serrata retinae si ritrae verso se stesso, verso il margine frastagliato della retina (traduzione letterale del titolo) dove inizia la percezione. Dalla vista prende così forma il metadiscorso sull’io e sulla poesia (centrale in tutta la raccolta). Questo componimento può essere proposto agli studenti per introdurli nella poetica e nella filosofia magrelliana e anche per raccontare il disorientamento della generazione di poeti che esordiscono negli anni Ottanta:

Di sera quando è poca la luce,

nascosto dentro il letto

colgo i profili dei ragionamenti

che scorrono sul silenzio delle membra.

È qui che devo tessere                                      

l’arazzo del pensiero

e disponendo i fili di me stesso

disegnare con me la mia figura.

Questo non è un lavoro

ma una lavorazione.         

Della carta prima, poi del corpo.

Suscitare la forma del pensiero,

sagomarla secondo una misura.

Penso ad un sarto

che sia la sua stessa stoffa. 

 

La visione del mondo esterno si affievolisce e si apre una mente-occhio che guarda verso l’interno, disegnando i profili dei ragionamenti (v. 3); condizione necessaria alla riflessione è il ritrarsi della realtà circostante, l’isolamento (v. 2 nascosto) e l’inerzia (il silenzio delle membra del v. 4). Obiettivo di questa visione-conoscenza è tradurre il fiume silenzioso dei pensieri in un disegno ordinato, di tessere / l’arazzo del pensiero (vv. 5-6).

Magrelli, sulle orme di Cartesio e di Paul Valery (in particolare del romanzo Monsieur Teste), definisce questo processo il “vedersi vedersi”: affondando le sue radici nell’ego cogito me videre cartesiano, il soggetto pensante raccoglie i pensieri depositati durante il giorno e li lavora per riordinarli, nel tentativo di definire una geometria del pensiero. Una mente-occhio raccoglie le immagini depositate sul bordo della retina e le rielabora, trasformandole in oggetto di riflessione: è come se un occhio interiore posizionato all’interno della testa guardasse l’occhio-finestra sul mondo.

Molteplici sono i collegamenti che si possono fare con Facebook, il più grande occhio-vetrina della nostra società, dove la presenza di se stessi al proprio sguardo è sostituita dalla presenza allo sguardo degli altri. L’immagine di sé che si mette in mostra nella “vetrina” di Facebook è rivolta unicamente verso l’esterno e l’occhio interno di chi si guarda vivere rischia di chiudersi, sostituito dall’occhio dominante del “grande fratello”.

Ma la riflessione di Magrelli prosegue: il testo crea una sorta di cortocircuito perché l’oggetto della lavorazione (v. 10) coincide con il soggetto stesso (v. 7 i fili di me stesso) e, come in un gioco di specchi, rappresentando graficamente i fili dei propri pensieri si forma il disegno della propria immagine: disegnare con me la mia figura (v. 8). I collegamenti con il Calvino della fine degli anni Settanta-inizio Ottanta (penso al romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore, ma anche ai saggi di Una pietra sopra) sono molteplici. Proprio in un Una pietra sopra Calvino definiva i procedimenti meta-letterari come «fondamenti di natura morale o di natura epistemologica: contro l’illusorietà dell’arte, contro la pretesa naturalistica di far dimenticare al lettore o allo spettatore di aver di fronte un’operazione condotta con mezzi linguistici» (Una pietra sopra, Torino, Einaudi, 1980, p. 316). In contrasto con una concezione naturalistica e illusoria della letteratura come produttrice di senso, il componimento ribadisce un’idea di scrittura come atto speculativo ben delimitato, dove l’esprit de géometrie risulti circoscritto al pensiero.

L’ultimo distico (vv. 14-15 Penso ad un sarto / che sia la sua stessa stoffa) esprime uno dei paradossi di fondo della sua scrittura: l’io per avere un’immagine di sé deve rappresentarsi, divenendo così sia locutore che oggetto del discorso. Per spiegare il disorientamento insito in questa condizione possono essere utili le parole con cui Magrelli stesso commenta il testo: nei versi «agisce la stessa logica che governa l’anello di Möbius [...]. C’è una specie di pista continua, si sono rovesciate le dimensioni, ce n’è una sola, io e non io coincidono; mentre si scrive, noi siamo un sarto che si fa stoffa» (V. Magrelli, Intorno all’inaccettabilità dell’io, in A. Dolfi (a cura di), Identità alterità doppio nella letteratura moderna, Roma, Bulzoni, 2001, pp. 49-72).

Altri testi di Ora serrata retinae si prestano invece a una tipologia di lettura e commento incentrata sulla ricostruzione dell’enciclopedia dell’autore, dando spazio all’individuazione delle fonti e delle intertestualità anche interdisciplinari. In questa direzione il lavoro diviene una sorta di “caccia al tesoro” in cui come direbbe Segre «ogni svelamento prepara la strada per svelamenti successivi»:

Come terreno calpestato, risuona

profondo, cavo e abbandonato

come terra scossa,

questo corpo chiaro di donna,

come un animale battuto, questa schiena 

fatta lucida da mani silenziose,

come pietra levigata

dal corso d’altre pietre,

senza profumo e senza voce,

bocca consumata e debole 

come una pianta troppo usata,

senza ombra, ovunque toccata,

ovunque percossa, campo desolato

senza erba e senza tracce, senza margini

come la dolorosa immagine del cieco, 

nuda e sospesa, raccolta

nel cerchio della solitudine,

questo è l’ultimo frutto dell’amore

che per sé trattiene soltanto

la disabitata povertà dell’osso. 

La nostra scuola. O quel che ne resta

Scritto da Anna Angelucci Domenica, 08 Febbraio 2015 16:06. Categoria: La scuola e noi

Scuola-Levi-Civita-finestreVenerdì, ultima ora di lezione. Entro in classe estenuata da due giorni di contrattazione integrativa. E’ l’una passata, dovrei spiegare Dante, introdurre la trilogia di Cacciaguida, spirito militante, leggere i versi di chi teme di “perder viver tra coloro che questo tempo chiameranno antico”. Sospiro. I ragazzi mi interrogano con lo sguardo, non capiscono le ragioni della mia spossatezza. Sanno che sono stata due giorni chiusa in presidenza, immaginano che ciò rientri nelle mie prerogative di rappresentante sindacale, ma non sanno esattamente cosa ho fatto e perché.

 Così, su due piedi, decido di rimandare la lettura dei versi di Dante e comincio a spiegare cos’è una contrattazione di secondo livello, che rapporto c’è con il contratto collettivo nazionale e quali sono i compiti dei sindacati nei rispettivi ambiti. Stanno facendo il quinto liceo scientifico, sono grandi, ancora cinque anni di università e, se avranno fortuna, saranno loro a doversi occupare dei loro contratti, dei loro stipendi, dei loro diritti e dei loro doveri di lavoratori.

Il contratto integrativo integra il contratto collettivo nazionale con voci aggiuntive in materia di retribuzioni, come la produttività, orario, condizioni di lavoro, ambiente e sicurezza, formazione”.Qualcuno interviene, laddove le mie parole riecheggiano questioni e problemi orecchiati in famiglia, dai loro genitori. Adesso alcune cose sembrano più chiare. L’educazione civica si interseca con la storia, con il diritto del lavoro, con l’attualità. “La scuola ha l’autonomia, come sapete bene, un’organizzazione interna e un fondo d’istituto. La gestione deve essere onesta, equa e trasparente”. Ma la mia voce ha un sussulto: com’è difficile parlare di onestà, equità e trasparenza quando, fuori da queste aule, la corruzione dilaga! E qui, qui come in tutte le scuole d’Italia, le esigenze degli studenti aumentano e i soldi diminuiscono.

Abbiamo fatto una contrattazione integrativa avendo, nelle casse della scuola, esattamente un terzo di quello che avevamo due anni fa. Abbiamo definito i compensi dei lavoratori, docenti e non docenti, facendo tagli non lineari ma ragionando voce per voce. E poiché non è possibile eliminare né ridurre tutto il carico di lavoro aggiuntivo svolto dalla stragrande maggioranza dei lavoratori della scuola, abbiamo assegnato a tutti compensi simbolici. Lesivi della dignità personale.

Ci sono collaboratori scolastici che percepiscono 200 euro lordi l’anno per il supporto quotidiano all’attività didattica di 86 docenti. Ci sono assistenti amministrativi che percepiscono 200 euro lordi l’anno per la gestione dei compensi accessori, stipendi e relative dichiarazioni di 118 dipendenti. Ci sono assistenti tecnici che percepiscono 100 euro lordi l’anno per la manutenzione e il supporto dell’aula conferenze. Ci sono docenti che percepiscono 300 euro lordi l’anno per la gestione del sito web della scuola. Ci sono docenti che fanno i loro progetti gratis. In nessun altro luogo di lavoro civile, pubblico o privato, un lavoratore viene liquidato con cifre tanto risibili per un anno di lavoro.

Abbiamo fatto la contrattazione integrativa mentre nelle aule si muore di freddo, perché a mezzogiorno i termosifoni sono già spenti ma noi stiamo tutti i giorni a scuola fino alle due e spesso anche il pomeriggio, per le attività aggiuntive e di recupero. Abbiamo fatto la contrattazione integrativa mentre i ragazzi stavano da soli nelle classi dove non si possono chiamare i supplenti per mancanza di fondi e noi tremiamo perché abbiamo visto con i nostri occhi serrande abbassarsi all’improvviso e cadere come mannaie sul collo dello sfortunato studente affacciato o ante di finestre pencolanti che si staccano e finiscono sul piede di chi passa in quel momento. Abbiamo fatto la contrattazione integrativa sapendo che abbiamo crediti residui che lo Stato ci sta chiedendo di radiare dal bilancio annuale, come un qualunque debitore insolvente e impunito che ti dice che tanto non ti pagherà mai. Abbiamo fatto la contrattazione integrativa con i soldi delle famiglie dei nostri studenti, quei contributi volontari che dovrebbero essere usati per migliorare e incrementare l’offerta formativa e con cui invece dobbiamo pagare chi fa i corsi di recupero o chi pulisce la scuola perché lo Stato, questo Stato che ha dilapidato le risorse economiche degli italiani onesti, non ci dà neanche quello che ci serve per sopravvivere, mentre continua a erogare centinaia di migliaia di euro l’anno alle scuole private aggirando il dettato costituzionale.

Stasera a Presa Diretta, alle 21.45 su Rai3, Riccardo Iacona, con il suo “La nostra scuola” ci mostrerà le immagini di questo drammatico inverno della scuola italiana. Uno scempio perpetrato nell’ultimo quindicennio da scelte politiche dissennate, riforme sbagliate e tagli draconiani. Un combinato disposto che sta facendo implodere il sistema dell’istruzione. Al giornalista dedico le parole di quel Cacciaguida che venerdì avrei voluto leggere e spiegare ai mie alunni: “Coscienza fusca o de la propria o de l’altrui vergogna pur sentirà la tua parola brusca. Ma nondimen, rimossa ogni menzogna, tutta tua vision fa manifesta; e lascia pur grattar dov’è la rogna”.

La vita che non è tua. Un viaggio in Birmania

Scritto da Valentino Baldi Giovedì, 05 Febbraio 2015 12:33. Categoria: La scrittura e noi

BIRMANIA-SADU' SADU'I ricordi del tuo viaggio iniziano con il viso di un ragazzo. Ha dodici anni, gli occhi dolci e l'aria furba e un po' aggressiva di chi è abituato a vivere per strada. Sei a Bagan vecchia, città di templi nel cuore della Birmania, e la tua mongolfiera si è appena posata su una distesa di campi riarsi, che si estendono a perdita d’occhio per chilometri. Il pilota inglese è al centro di un cerchio di sedie di bambù che delimita lo spazio simbolico che la gente locale non può attraversare. Il giro di un’ora in mongolfiera ti è costato molto, 250 dollari, e lo champagne di cattiva qualità con cui sei accolto all’atterraggio dovrebbe farti sentire un po’ del lusso occidentale per cui hai sborsato questa cifra oscena. I turisti si accalcano attorno alla bottiglia e addentano cornetti incredibilmente trasportati fino a queste latitudini. Ti senti in colpa per tutto questo: ti ripeti che c’è una differenza sostanziale tra te e loro, francesi e tedeschi che bevono champagne e si tengono a distanza dai bambini seminudi che non possono varcare il cerchio della civiltà e del colonialismo. Ma non sei diverso da loro: pelle troppo sensibile, leggero sovrappeso, un sistema immunitario ridicolo e subito incline a cedere alla malattia portata da stoviglie lavate nell’acqua di fiume. I bambini sono ovunque e vendono di tutto: stoffe, cartoline, lacche, addirittura disegni infantili di una mongolfiera uguale la tua. Ti avvicini incuriosito e già propenso a commuoverti per l’ennesima volta, quando ti accorgi che quelle sono fotocopie colorate chissà dove e di quei disegni infantili di mongolfiere ne troverai continuamente sul tuo percorso. Però tra tutti i ragazzini, quello con le cartoline uguale a tutte le altre ti colpisce: è da un po’ che ti corteggia, ti sorride furbo e ti chiama col suo hello, ripetuto come una preziosa litania. Gli chiedi il prezzo e sai già che comprerai le cartoline: 3000 kyats, 3 dollari per una striscia di dieci cartoline lucide e colorate. Gli dai 5000 kyats e lui ti lascia le cartoline e corre a perdifiato nel sole del mattino. Quante immagini hai visto simili a questa? Quanti film sull’India e il Brasile ti dicono che non rivedrai più il resto dei soldi e già pensi, perché non puoi fare altro, che quei 2000 kyats in più gli faranno comodo e che alla fine non hai idea della vita che è costretto a fare. Guardi le cartoline e poi di nuovo all’orizzonte: il bambino si è fermato a 300 metri dal cerchio, tira per la manica un adulto e gli mostra i soldi. Dopo una frazione di secondo riparte a perdifiato e viene verso di te. Stringe due banconote luride, grigie e quasi stinte. Arriva fiero con il tuo resto e te lo offre con un grande sorriso. Sorridi ma ti senti morire: tu non avresti mai fatto un gesto del genere, in quelle condizioni di vita saresti morto da molto e comunque duemila kyats a un turista straricco non li avresti mai restituiti.

In questo gesto di onestà rivivrò per sempre la Birmania, uno dei paesi più poveri del mondo: due volte più grande dell’Italia e incuneato tra India e Tailandia. Da Bangkok la Birmania sembra un sogno di isolamento e poesia. Non esistono città estese: arrivi a Mandalay da un aeroporto simile a un container, ti stupisci per le navette, che da lontano non sembrano nemmeno bus, ma strane lamiere che si muovono misteriosamente. Attraversi la dogana indisturbato: i militari ti guardano truci, tutti gli altri ti sorridono e si sforzano di capire le tue domande in inglese. Mandalay, Bagan, Yangon e, tra di loro, campagna che si trasforma in giungla e foresta. Ovunque templi buddisti e stupe, uno dei paesi in cui la religione è rimasta più vicina agli insegnamenti originari del Buddha. Qui non sanno chi sia il Dalai Lama, né Richard Gere o Roberto Baggio.

Il paese è nei fatti una dittatura. Scrivo così perché dal 2003 il governo dei generali ha lasciato il posto ad una democrazia-fantoccio in cui nulla è davvero libero: le case costano due volte il prezzo che si pagherebbe in Italia, per lasciare il paese è necessario un visto e i militari hanno la facoltà di arrestare e uccidere a propria discrezione. È strano vivere e respirare in un luogo in cui gli abitanti sono privati della propria libertà. Pensi a quante volte hai ripetuto che l’Italia, la Francia, gli Stati Uniti, non sono delle democrazie e ti senti ridicolo. Pensi ai racconti sul fascismo che credevi di capire, ma è chiaro che non potevi davvero capire nulla. Sentirsi ridicoli o stupidi o colpevoli è l’unica sensazione possibile: il mio corpo porta involontariamente i segni del progresso e della violenza invisibile esercitata sugli altri. Forse visitare posti del genere non è una buona idea: troppa sofferenza rispetto alla quale non puoi che dimostrare la curiosità grottesca di un sadico. Ma poi la tua guida te lo spiega, calma e paziente: è importante che i turisti arrivino. Dovete parlare di questo posto, nessuno lo conosce, il mondo deve sapere. E capisci che quello che fai per vivere tratta di questo: il potere di testimoniare, di parlare agli uomini degli uomini, di raggiungere il miracolo di farci diventare, anche solo per un attimo, l’Altro. Nessuna arte, come la letteratura, raggiunge questo miracolo. La letteratura non è fatta per essere contemplata, ma per diventare la tua pelle, la tua carne e il tuo sangue, per farti entrare nelle vite di uomini diversi e lontani da te.

In un attimo tutto quello per cui lavori e lotti ti sembra triviale, il saggio su Svevo, il libro di teoria letteraria, ma il principio fondamentale che ti muove assume proporzioni gigantesche: ha ragione la nostra guida (che preferisco non citare per nome), è necessario parlarne, è necessario che il mondo sappia, è l’unica cosa che mi rende un po’ meno colpevole.

Abbiamo visto intere famiglie vivere in baracche nella giungla, senza elettricità. L’acqua si raggiunge con ore di cammino ed è una pozzanghera di melma che tutta la famiglia beve direttamente, senza filtrarla. Bambini e giovani ovunque, ma nessun anziano, si capisce presto perché. Nessun ospedale, finché la guida ci mostra un capannone semi-deserto e capiamo che non riuscivamo a distinguerle l’ospedale dal resto della devastazione. Si potrebbe pensare che queste condizioni siano la base naturale di rivolte sanguinose, eppure i birmani vivono pacifici, accettano questa vita come espiazione per il male commesso in altre vite. Noi, gli occidentali, siamo i fortunati, coloro che si sono comportati bene in passato ed ora vivono la ‘vita comoda’. La finta democrazia che vige tuttora in Birmania ha una grande nemica, Aung San Suu Kyi, The Lady, da poco rilasciata dopo anni di prigionia e che spera di poter partecipare alle prossime elezioni, che si terranno nel 2015, nessuno sa quando esattamente. Il governo sta cercando di capire come impedire alla Signora di prendere parte alle elezioni e poi, anche nel caso di una vittoria (vincerebbe con un consenso assoluto) c’è ancora l’esercito: questi volti scuri e accigliati che si muovono con pick-up o camionette e sembrano costantemente indaffarati a difendersi da tutto e tutti.

Proprio ora, nel momento in cui scrivo, una grossa manifestazione di studenti sta attraversando il paese: quando ho lasciato la Birmania erano in 20.000. Puntano alla città di Yangon, la vecchia capitale del paese, chiedendo elezioni libere. Attraversano i villaggi e le loro fila si ingrossano: la gente non gli offre molto sostegno, è troppo impegnata a cercare di sopravvivere, ma il cibo e acqua gli sono assicurati. Mi ricordo di un passaggio di The Road in cui padre e figlio si ritrovano in una biblioteca bruciata: il padre la osserva solo per un attimo, non pensa di salvare nessun libro lasciato a marcire e impreca contro le menzogne che sono accumulate in quelle pagine. È così per i birmani: la rivoluzione si fa quando la tua famiglia non dipende da te per sopravvivere. Senza acqua, senza luce e senza cibo devi lottare per tenerti in equilibrio: gli studenti lottano un’altra battaglia ed è difficile che diventi quella di tutta la gente. Oggi (4 febbraio 2015), però, il sito del Times of Myanmar non funziona per “problemi tecnici”. Nell’ultima comunicazione su Facebook, del 3 febbraio, si legge che il governo “non può più garantire l’incolumità degli studenti”. E poi più nulla.

Mi fermo nel mercato, rifiuto ancora l’ennesima offerta di un negoziante che vuole farmi assaggiare la sua frutta: non posso toccarla con il mio corpo morbido e colpevole.