Saggio su Rosso Malpelo

romano 20161203 0082 (Testo letto al convegno sul commento organizzato dalla Università per Stranieri di Siena, novembre 2016)

Rosso malpelo: quale commento?

Affronto qui due problemi: il primo è preliminare a ogni commento, perché riguarda quale testo considerare, quando si diano edizioni diverse di una stessa opera e si sia in presenza di varianti significative, il secondo riguarda la questione intertestuale dei debiti, dei prestiti linguistici, delle reminiscenze e delle corrispondenze con altri testi.

Di un terzo problema, che etichetterei sotto il titolo “Rosso Malpelo e noi”, avrei voluto parlare, ma non c’è spazio in mezz’ora. Sarà per un’altra volta, se un’altra volta ci sarà.

Qual è il testo di Rosso Malpelo?

Prestigio storico dei testimoni e ultima volontà dell’autore: questo è il titolo significativo di un saggio teorico di Claudio Giunta[1], sviluppato anche attraverso un confronto fra le due edizioni di Novelle rusticane, quella del 1883 e quella del 1920. Partirò proprio dal dittico da lui proposto.

Anche Vita dei campi presenta due edizioni fondamentali: quella del 1880, la princeps, e quella del 1897, che  esprime l’ultima volontà dell’autore. Eppure oggi circola prevalentemente la edizione del 1880, ripresa nei Meridiani ( e poi negli Oscar) curati da Carla Riccardi, che nel 1987 ha pubblicato anche la edizione critica della raccolta[2]. Minore fortuna sembra arridere alla edizione critica di Tellini, uscita  nel 1980, che opta invece per la redazione del 1897[3].

Perché leggere questo libro: I detective selvaggi di Roberto Bolaño

2b387f0c39b016eb738743c634eb01d7 w600 h mw mh cs cx cy Che cosa vide la maestra? Vide un letto di ferro, un tavolo pieno di carte dove si ammucchiavano, in due pile, più di venti quaderni con la copertina nera, vide i pochi vestiti Cesárea appesi a un filo tirato da una parte all'altra della camera, un tappeto indio, un comodino e sul comodino un fornello a paraffina, tre libri presi in prestito dalla biblioteca di cui non ricordava il titolo, un paio di scarpe senza tacco, della calze nere che spuntavano da sotto il letto, una valigia di cuoio in un angolo, un cappello di paglia tinto di nero appeso a un minuscolo attaccapanni inchiodato dietro la porta, e roba da mangiare: video un pezzo di pane, vide un barattolo di caffè e un altro di zucchero, vide una tavoletta di cioccolato mangiata a metà che Cesárea le offrì e che lei rifiutò, e vide l'arma: un coltello a serramanico, con l'impugnatura di corno e la parola Caborca incisa sulla lama. E quando domandò a Cesárea a che cosa le serviva un coltello, lei le rispose che era stata minacciata di morte e poi rise, una risata, ricorda la maestra, che oltrepassò le pareti della stanza e le scale di casa fino ad arrivare in strada, dove morì. In quel momento alla maestra parve che su calle Rubén Darío cadesse un silenzio repentino, perfettamente orchestrato, il volume delle radio si abbassò, il parlottio dei vivi si spense di colpo rimase solo la voce di Cesárea. E allora la maestra vide o le sembrò di vedere una piantina della fabbrica di conserve attaccata alla parete. E mentre ascoltava le parole che Cesárea doveva dirle, parole né esitanti né precipitose, parole che la maestra preferisce dimenticare ma che ricorda perfettamente e addirittura comprende, adesso comprende, i suoi occhi percorsero la piantina della fabbrica di conserve, una piantina che Cesárea aveva disegnato, in certe zone con grande cura di dettagli e in altre in modo vago o incerto, con annotazioni ai margini anche se la scrittura a tratti era illeggibile e altrove era in stampatello e addirittura con punti esclamativi, come se Cesárea con la sua mappa fatta a mano si stesse riconoscendo nel proprio lavoro o stesse riconoscendo aspetti che fino ad allora ignorava. E allora la maestra dovette sedersi, anche se non voleva farlo, sul bordo del letto e dovette chiudere gli occhi e ascoltare le parole di Cesárea. E addirittura, anche se si sentiva sempre peggio, trovò la forza di domandarle per quale ragione aveva disegnato la piantina della fabbrica. E Cesárea disse qualcosa sui tempi che stavano arrivando, anche se la maestra supponeva che si fosse messa a fare quella piantina senza senso semplicemente per via della solitudine in cui viveva. Ma Cesárea parlò dei tempi che stavano arrivando e la maestra, per cambiare argomento, le domandò quali tempi e quando sarebbero arrivati. E Cesárea indicò una data: verso il 2600. Duemilaseicento e rotti. E poi, davanti alla risata che suscitò nella maestra una data così peregrina, una risatina soffocata e appena percepibile, Cesárea scoppiò di nuovo a ridere, anche se stavolta il fragore della sua risata rimase nei limiti della stanza.

da Roberto Bolaño, I detective selvaggi, Adelphi, Milano 2014.

Desìo - Ariosto e noi

a cura della IV E del Liceo Scientifico S. Cannizzaro di Palermo

E poi è nata l’idea di Desìo. Non è facile definire come, nel continuum dell’attività didattica, è sorta la proposta di far rivivere l’Orlando Furioso, che proprio quest’anno compie 500 anni, attraverso la creazione di un cortometraggio. In diverse città italiane l’Università festeggiava il poema durante la Giornata della Letteratura e noi avevamo già letto e discusso molte ottave, che ci trascinavano col loro ritmo armonioso: ci perdevamo nel palazzo di Atlante, luogo della ricerca incessante e labirintica, ci soffermavamo fin sotto le scale anche, a cercare giganti, come Ruggiero; accompagnavamo Orlando fino al cuore della sua follia, ripercorrevamo l’errare di Astolfo fin sulla luna e stavamo a contemplare da lassù la terra, piccola, insignificante; sorridevamo sempre al pensiero che egli sì, avesse ripreso anche il suo senno insieme a quello di Orlando, ma per riperderlo poi, ben presto, perché  si sa, siamo in bilico noi, poveri umani. E poi quella donna inedita, Angelica, così affascinante, sorda a tanto desiderare, che alla fine tra tanti eroi aveva scelto il meno desiderabile degli uomini, un povero fante, Medoro.

   E dunque è nata l’idea di Desìo: dovevamo proporre alla giornata della Letteratura un progetto didattico innovativo per festeggiare quello che era diventato ormai il nostro Ariosto. Saremmo partiti dalla riscrittura di alcune ottave del Palazzo del mago Atlante (Francesco non si taglia mai i capelli, ma fa battute in endecasillabi, lui!), che avrebbero parlato di desideri struggenti e attuali. Perché ancora oggi ci è dato di avvertire la “mancanza delle stelle”, di ricercare un senso al nostro agire. Così ci siamo chiesti quale sia la meta di ogni folle aspirazione, cosa turba e cattura, per quale brama un essere umano dei nostri giorni arriverebbe a “perder sé stesso”. Tra i cumuli di desideri dell’immaginario contemporaneo ne abbiamo scelti tre: l’amore, la brama di fama e successo, la smania di perfezione fisica. È stato un lavoro di squadra, un’impresa ardua, ma sinfonica, un’esperienza intensa. La scrittura della sceneggiatura, e poi l’individuazione del set, l’affascinante villa Pottino, col suo giardino magico, i suoi chiaroscuri interni, le scale invitanti, i saloni in cui perdersi è facile. E ancora la composizione delle musiche originali e le nottate di montaggio e produzione del cortometraggio: tutto interamente realizzato dagli alunni, ormai appassionati poeti, attori, registi, sceneggiatori, musicisti. 

   E poi è nato Desìo. Io avevo suggerito Il castello dei desideri incrociati, ma loro volevano essere più incisivi, dicevano che con Desìo sarebbero arrivati al cuore quella questione, visto che il titolo dà nome a quella forza ossessiva, struggente e insaziabile che si ostina a vivere e diventa il motore stesso di ogni nostra esperienza. 

   Ariosto è stato festeggiato. Aveva ragione Calvino, quando diceva che «un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire».

Che ci faccio? Sul bonus diciottenni e sui libri importanti

Contu Paris93 01 Pizzette e 500 euro.

Questa mattina ho avuto la terza e quarta ora nella mia V°C. Durante la ricreazione ero seduto dietro la cattedra e stavo rivedendo sul manuale l’introduzione alla Scapigliatura che avevo programmato per l’ora successiva. Come spesso accade, due studenti che avevano appena finito di mangiare in classe la loro pizzetta attaccano bottone. «Lo sa prof che c’hanno dato 500 euro da spendere con il bonus diciottenni?». «Si lo so, spero ne approfittiate» rispondo io senza alzare lo sguardo dal manuale. «È che prof, lo sa, io non so proprio come spenderli, bisogna fare acquisti culturali ci hanno detto» replica uno dei due. A quel punto alzo il viso e li scruto perplesso, ma in fondo nemmeno troppo, l'espressione acquisti culturali però mi rimbomba in testa. «Beh, comprate libri, quelli importanti». «E quali prof? Ci suggerisca una lista» risponde uno dei due. «Sì prof, ci faccia una lista!» rilancia convinto il compagno. Mi si allarga un sorriso in viso e decido di parcheggiare la Scapigliatura in un angolo e impiegare diversamente l’ora successiva.

Nei guai

Suona la campanella e aspetto che tutti riprendano posto. Esordisco così: «siete tutti diciottenni?». «Sì» rispondono rumorosi, «l’ultimo è stato Moschini che li ha fatti a novembre prof» aggiunge qualcuno. «Avete tutti attivato il bonus?» aggiungo io. «No prof, quel salame di Cinfrignini ancora no» sbraita Rosi. «Imbecille, l’ho fatto la scorsa settimana» ribatte Cinfrignini imbruttito. «Allora, prima Bielli e Cesaretti mi hanno chiesto consiglio per spenderli» taglio corto io. «Giusto prof, io ci volevo comprare il telefono e mi hanno detto che non posso» ribatte interessato Canali. «Bene, la cosa migliore che potete farci è, con una parte si intende, comprarci libri». Giù risate. «Poco da ridere» aggiungo io, «quando vi ricapita un’occasione così, adesso vi faccio una lista di libri importanti». «Che lista?» chiede Aureli. Faccio una pausa, in realtà non ho nessuna lista pronta, tutto è improvvisato lì per lì. Ma poi le parole escono sorprendendo anche me «la lista dei quindici libri importanti che chiunque dovrebbe leggere, o per lo meno avere in casa. Se non li comprate ora non lo fate più». Mi rendo immediatamente conto di essermi messo nei guai da solo.

Cronaca di un incidente stradale

romano 20160715 0244 Tempo bello, strada solitaria, sempre la stessa, percorsa migliaia di volte, l’auto che scivola tranquilla. Andavo a un appuntamento in ospedale per curare una polmonite.

Ho imboccato il ponte sul fiume, stretto, a senso unico alternato. Sono le 11,10, in anticipo, posso procedere a velocità medio-bassa.

Poi non ho avuto più alcun pensiero. Il sangue mi inondava la faccia e mi scorreva sulla mano sinistra, il fumo usciva dall’airbag afflosciato sul volante. Davanti a me sul ponte una coppia di pedoni, un uomo e una donna, terrorizzati, mi gridavano da lontano di uscire fuori. Stavano attenti a non avvicinarsi: «La macchina sta prendendo fuoco,  rischia di cadere nel fiume», urlava lui. «Ma no», dico io ancora seduto al posto di guida, «non è la macchina che prende fuoco, è l’airbag che fuma». Ed esco dall’auto. Dopo qualche passo sul ponte mi volto: la macchina ostruisce la strada sbarrandola, la parte posteriore è rialzata, sollevata sulla spalletta del ponte, sospesa nel vuoto. Mi siedo su un paracarri, mando un sms al medico con cui avevo appuntamento. Intanto è venuta gente, avevano chiamato i carabinieri, i vigili urbani, i pompieri, l’autoambulanza, mia moglie a scuola. Una conoscente mi ha fatto sedere nella sua auto, mi ha allungato dei fazzolettini di carta per tamponare il sangue che usciva dal viso (dal naso?) e da un taglio profondo sulla mano sinistra. Un dolore acuto al torace.

Ernaux, L’altra figlia

cover ernaux laltra figlia solo fronte L’altra figlia è una lunga lettera ad una sorella mai conosciuta, perché nata e morta prima della nascita della scrittrice, a soli sei anni. Di questa sorella maggiore la Ernaux non ha mai avuto notizia fino ad un afoso giorno d’estate, quando sente, casualmente, la madre che parla con una conoscente. Nell’atmosfera crepuscolare di un pomeriggio domenicale, la bambina ascolta, di nascosto, la rivelazione dolorosa ed inaspettata dell’esistenza di un’altra figlia, «morta di difterite prima della guerra, a Lillebonne», […] come una piccola santa » (p. 16), una figlia diversa rispetto a lei, «più buona». Il segreto di famiglia. Tali parole bruciano e consumano in un istante tutta l’infanzia della Ernaux, in «una fiamma muta e senza calore»; improvvisamente tutto assume una dimensione, un colore, un peso diverso, ogni ricordo del passato ed ogni momento del presente diventano elementi essenziali di un’ unica immagine in bianco e nero, immobile, sospesa, irreale. La meraviglia illumina la coscienza in un modo talmente potente da spingere la protagonista a riesaminare le immagini dell’infanzia fedelmente amate, tenacemente fissate nella memoria, a far emergere gli antecedenti inconsci.

Il racconto della madre diviene «il racconto unico» che inaugura il mondo in cui la sorella esiste «in quanto morta e in quanto santa», «il racconto che proferisce la verità» e  la «esclude».

Il terremoto e il nichilismo

terremoto 1987 49 gibellina a Dell’uomo ignara e dell’etadi/ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno / dopo gli avi i nepoti,/ sta natura ognor verde, anzi procede/ per sì lungo cammino,/ che sembra star.

E’ della natura e dei suoi tempi che ragiona Leopardi in questi versi della “Ginestra” ed è precisamente la diversità tra questi tempi, o meglio ere geologiche, e i tempi della storia umana che è alla base del senso di angoscia che prende nel guardare le foto d’interi paesi e comunità annientati del terremoto dell’Italia centrale. 

Ecco che si delinea, se la letteratura non è mera attività della domenica ma possiede un valore conoscitivo, come la catastrofe può essere capita a partire da una riflessione, da una presa di coscienza sul limite dell’umano, ossia su una “fragilità”, filosofica e quindi ontologica,  della civiltà umana, su una “fragilità” costitutiva della civiltà rispetto ai tempi lunghi e inconsapevoli dell’uomo dei cicli geologici naturali. 

Ora tale senso del limite è anche la base di una necessaria critica “politica” del presente. La catastrofe del terremoto dovrebbe, infatti, indurci a mettere in discussione tutto un pensiero scientista, liberista, post-moderno che ha accantonato, in nome dell’onnipotenza della tecnologia e del predominio dell’economia, questa “precarietà”, per propagandare un modello di sviluppo indefinito e infinito, incurante dell’ambiente e anzi distruttivo nei suoi confronti.  Un modello che ci lascia però in una solitudine impotente quando tutto va in briciole in pochi istanti, come succede con il terremoto.

Appunti sul referendum. Due scelte, un’occasione

Grendene 20060605 136Scrivo questi appunti da Padova, dove da qualche giorno all’interno di un’aula occupata dell’Università, in piazza Capitaniato, è nata la Casa per il No. Lo spazio è gestito da diverse realtà (Catai – Clash City Workers, BiosLab, ASU – Sindacato degli Studenti, ecc.) che hanno individuato la necessità di rompere l’aut-aut fra posizioni liberiste e posizioni populiste tendenzialmente di destra all’interno del quale ci troviamo costretti nella campagna referendaria, in una prospettiva che tuttavia non si esaurisca il 4 dicembre.

1. La discussione pubblica attorno al referendum ha assunto, all’avvicinarsi del voto, caratteri inediti di ampiezza e trasversalità; inediti, chiaramente, almeno per quel che riguarda gli ultimi anni. Dalle strade delle città italiane, tappezzate di manifesti su incontri autoconvocati, alle aule scolastiche e universitarie, dal dibattito su internet e quotidiani fino – ma questo ha meno d’insolito – alle dispute televisive, in tutta Italia, fra gli italiani all’estero, nelle ambasciate e nei gabinetti riservati si discute dell’appuntamento referendario. Ha un carattere inedito non solo la dimensione della discussione, la sua pervasività, ma anche la diffusa volontà di capire, di comprendere, esattamente, di che cosa si sta parlando.

Un alfabetiere per la gemella

 GFalco flanericom p6xihf Scrivi tutto l’alfabeto con cura, come costruissi una capanna dove rifugiarti.[…] Dentro le lettere c’è in potenza tutto ciò che vedi nella stanza, devi fare una scelta, ogni cosa entro il limite del foglio bianco, basta appoggiare la punta della penna e incominciare, in principio lenta, impacciata, poi sciolta, quasi automatica, presa da te stessa nell’ingranaggio. (G. Falco, La gemella H, Torino, Einaudi, 2014, p.59-60).

Ragioni per un alfabetiere

A più di due anni dalla pubblicazione de La gemella H (2014) e alla luce del dilagare in Occidente di forme di populismo che cercano di intercettare l’accresciuto scontento della classe media, può essere interessante una rilettura del romanzo con cui Giorgio Falco ha rappresentato la connivenza della piccola borghesia con la dittatura di Hitler, resa omologa, nell’opera, alla lenta ma inarrestabile espansione del mito della merce e dei consumi.

Ne La gemella H si racconta l’epopea di un «un nazista piccolo piccolo dal Terzo Reich a Rimini» (R. Saviano): si tratta di una saga familiare sui generis perché la vita del clan si configura ben presto come una “tana esistenziale” che permette al padre Hans, esponente della zona grigia di leviana memoria, di riciclare la sua identità sulla riviera romagnola del boom, celando le  responsabilità con il passato regime. Il romanzo, caratterizzato sia da una narrazione digressiva che rompe la linearità temporale della vicenda sia da una pluralità di voci e punti di vista, è percorribile per lemmi-chiave o per dettagli esemplari, volti a far emergere la rete di figure, temi e motivi soggiacenti. In tal modo il libro di Falco può essere riletto secondo il principio che anima l’ idea di scrittura di questo autore: «la letteratura dovrebbe  dislocare, slogare la prospettiva, creare vertigine, mostrare ciò che non si era visto prima».

Inoltre l’alfabetiere è un omaggio a Hilde, la gemella vigile, lucida, consapevole: la voce “vertiginosa” di questa storia.

Portare a spasso il canone. (Uno stress test alla Letteratura italiana)

 

Contu 20070109 06 Non tutto il vagare viene per nuocere

In quindici anni di carriera scolastica, dieci da precario, gli ultimi cinque di ruolo, ho dovuto cambiare ogni anno scuola, sede, classi. Se per un verso ciò ha generato la fatica di dovere sempre ripartire da zero, da un altro punto di vista mi ha permesso di fare esperienza di situazioni estremamente diversificate: ho insegnato dagli istituti professionali ai licei, ho conosciuto e apprezzato territori diversi, mi sono confrontato con organizzazioni scolastiche differenti. Tra i vantaggi di questo vagare c’è stato anche quello di sottoporre alla prova della classe tutta la Letteratura italiana dalle origini ai giorni nostri, in contesti eterogenei. Oltre all’ arricchimento personale, ho potuto maturare a riguardo una serie di considerazioni che hanno a che fare con la spendibilità del nostro canone letterario nella Scuola d’oggi.

Una domanda impertinente

Nei primi anni in cui ho fatto l’insegnante sono entrato in aula con un bagaglio di autori e pagine per me imprescindibili, derivanti dalla mia formazione: dei veri e propri punti fermi su cui non avrei ipotizzato la possibilità della messa in discussione. Alla prova della classe ho sperimentato, specie nelle scuole difficili (istituti tecnici e professionali), come tali certezze non lo fossero dal punto di vista della quasi totalità degli studenti. Il fatto è che ogni anno sempre di più mi sono andato accorgendo che gli studenti, se decidono di accettare gli autori (con un se grande come un palazzo), li accettano non in sé ma per sé, senza troppi complimenti. Si potrebbe obbiettare che tale prerogativa ci sia sempre stata e che gli studenti non debbano accettare alcun che, quanto limitarsi a studiare. In realtà mentre in un passato nel quale anche io mi metto la tradizione per quanto indigesta appariva comunque incontestabile, oggi la situazione è evidentemente cambiata. Per gli studenti oggi non esiste alcun autore dovuto, punto. Dirò di più. A un certo punto io stesso mi sono trovato più volte, nel procinto di presentare un’opera o un autore, a intuire con largo anticipo chi o cosa avrebbe funzionato e chi o cosa avrebbe miseramente fallito. E non solo per il livello sempre peggiore degli studenti. La domanda impertinente che a un certo punto mi sono fatto è stata perciò questa: posto che io sappia fare al meglio il mio mestiere (conditio sine qua non) quest’opera o quest’autore falliscono in classe perché «ah, non ci sono più gli studenti di una volta, o tempora, o mores» o forse quest’opera o quest’autore, o tempora o mores - sì vabbé, mostrano irrimediabilmente il fiato corto per l’epoca e per la sensibilità attuale?

Fuocoammare di Gianfranco Rosi

locandinaPrendo spunto dal pezzo di Alberto Godioli Le Guerre invisibili: Fuocoammare di Gianfranco Rosi, che indaga sui rapporti tra l’idea letteraria di spazio in Calvino e il cinema documentario di Rosi, da Sacro Gra a Fuocoammare, Orso d’oro a Berlino 2016, per dire due cose su un film che, come il resto del mondo, ho amato (venduto in sessanta paesi, il film ha registrato su Rai Tre due milioni e trecentomila telespettatori, pari all’8,8 % di share), e per intervenire sulla polemica scatenata sui giornali dopo la notizia della coraggiosa candidatura agli Oscar di un documentario come miglior film di finzione (Lampedusa verso l’Oscar, Sorrentino: scelta masochistica, “Repubblica” 27 settembre 2016). Il 24 gennaio prossimo sapremo se Fuocoammare entrerà nella cinquina ufficiale dei film stranieri (tra gli altri candidati cito almeno Neruda di Pablo Larrain, Julieta di Almodovar, Paradise di Konchalocsky, The Salesman di Farhadi), oltre che, come tutti immaginiamo, nella cinquina ufficiale dei documentari. Una scelta coraggiosa, dicevo, sostenuta dal primo momento dalla presidente di giuria della Berlinale Meryl Streep, che all’uscita della sala dichiarò che si sarebbe battuta fino alla fine per la candidatura del film agli Oscar.