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diretto da Romano Luperini

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Due voci per un poema impossibile e un canto irripetibile. Su L'irripetibile cercare di Monica Matticoli

8458434 2853631 Vorrei dire quello che penso dell'ultimo lavoro di Monica Matticoli. Perché il libro in questione, L'irripetibile cercare, che l’editore Oèdipus presenta unito al disco L’essenza dell’io, mi sembra proprio uno di quegli esperimenti di cui si deve parlare, nel bene e nel male, nel merito e soprattutto (ça va sans dire) nel metodo.

Distribuiti in tre sezioni, i testi che compongono il libro si presentano di fatto come un grande flusso di immagini da cui emerge una voce, un io femminile rivolto a un tu maschile, per convocarlo in una comune risalita verso la fondazione di un’identità. I riferimenti all’origine, alla creazione, alla nascita corrono dall’inizio alla fine del libro, fino al titolo, Così come si schiude il corpo al mondo, del testo che precede la chiusura (affidata alla traduzione della Poesia d’amore di Carole Ann Duffy). Ma a tratti sembra che l’unica creazione possibile consista nell’infiorescenza di materia (organica e inorganica), cioè non nella creazione ma nell’espulsione, oppure nel trituramento, nell’ossificazione, toccando esiti che sembrano addirittura collocarsi in uno scenario post-umano (penso ai «due scheletrini in decoupage» di Pryp’jat’).

Eppure la ricerca del senso è affidata al fuoco della relazione fisica – e da qui l’amore, invocato, cercato, rivendicato. Il tu è portato dentro il processo di individuazione, dentro la costruzione dell’identità: se un mito di fondazione si cerca qui di costruire è quello di una nuova identità relazionale, a due voci: femminile e maschile, scrittura e canto, materia verbale e fisicità vocale.

Il test PISA: una corsa globale all’educazione?

pisa caduta gravi Traduzione di Daniele Lo Vetere

Questo articolo è uscito su Europhysicsnews. The magazine of the European Physical Society, n. 48, 4 2017. L’autore è un accademico norvegese con grande esperienza nel settore dell’educazione scientifica e con incarichi presso enti internazionali che si occupano di educazione. L’abbiamo tradotto per il nostro blog perché il suo interesse esula da quello specifico dell’insegnamento della scienza. È un prezioso contributo alla critica alle politiche internazionali dell’educazione basate su rilevazioni degli apprendimenti, classifiche, pressioni esplicite ed implicite alla riforma dei sistemi scolastici nazionali. Ringraziamo l’autore per averci concesso la pubblicazione.

Il programma PISA (Programme for International Student Assessment, Programma per la valutazione internazionale degli studenti) è stato introdotto dall’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) nel 2000 e da allora ha cambiato drasticamente in tutto il mondo sia i dibattiti sull’educazione che le politiche in quest’ambito. Benché scienziati ed educatori possano apprezzare la logica che sta dietro il quadro concettuale della valutazione PISA, dovrebbero anche comprendere il più ampio contesto sociale e ideologico di questo programma.

Il programma PISA deve essere inteso come fenomeno sociale e progetto politico, sostanzialmente uno strumento di potere profumatamente finanziato che ha costantemente accresciuto la propria influenza sul discorso e sulle politiche educative nelle 70 nazioni che attualmente vi partecipano. Il dibattito sull’educazione è diventato globale e la corsa a migliorare il piazzamento nelle classifiche PISA è diventato un’assoluta priorità in molti paesi.

 Mentre non si fornisce alcun feedback agli studenti, agli insegnanti, alle scuole, per i governi il test PISA rappresenta un’alta posta in gioco. Essi vengono messi sotto accusa per un punteggio basso e sono veloci nell’approfittare degli onori quando i risultati migliorano. Posizionamenti percepiti come cattivi spesso producono crisi o panico e i governi sono sollecitati a fare “qualcosa” per migliorare il loro punteggio. Ma il programma PISA, per come è concepito, non è in grado di dirci nulla sulle cause e gli effetti. Per migliorare i risultati nel test PISA vengono spesso attuate riforme scolastiche approssimative. I curricoli nazionali, i valori e le priorità culturali vengono messi da parte.

Molte delle riforme che vengono legittimate dal test PISA possono essere descritte come New Public management e politiche neoliberali. Le parole chiave in queste riforme sono la standardizzazione dei curricoli, più test, fiducia nella competizione, privatizzazione e libera scelta della scuola.

Perché leggere "Gli indifferenti" di Alberto Moravia

GliIndifferenti2 Entrò Carla; aveva indossato un vestitino di lanetta marrone con la gonna così corta, che bastò quel movimento di chiudere l'uscio per fargliela salire di un buon palmo sopra le pieghe lente che le facevano le calze intorno alle gambe; ma ella non se ne accorse e si avanzò con precauzione guardando misteriosamente davanti a sé, dinoccolata e malsicura; una sola lampada era accesa e illuminava le ginocchia di Leo seduto sul divano; un'oscurità grigia avvolgeva il resto del salotto.

“Mamma sta vestendosi”, ella disse avvicinandosi “e verrà giù tra poco”.

“L’aspetteremo insieme”; disse l’uomo curvandosi in avanti; “vieni qui Carla, mettiti qui”. Ma Carla non accettò questa offerta; in piedi presso il tavolino della lampada, cogli occhi rivolti verso quel cerchio di luce del paralume nel quale i gingilli e gli altri oggetti, a differenza dei loro compagni morti e inconsistenti sparsi nell’ombra del salotto, rivelavano tutti i loro colori  e la loro solidità, ella provava col dito la testa mobile di una porcellana cinese: un asino molto carico sul quale tra due cesti sedeva una specie di Budda campagnuolo, un contadino grasso dal ventre avvolto in un kimono a fiorami; la testa andava in su e in giù, e Carla, dagli occhi bassi, dalle guancie illuminate, dalle labbra strette, pareva tutta assorta in questa occupazione.

“Resti a cena con noi?” ella domandò alfine senza alzare la testa.

“Sicuro”, rispose Leo, accendendo una sigaretta; “forse non mi vuoi?” Curvo, seduto sul divano, egli osservava la fanciulla con una attenzione avida: gambe dai polpacci storti, ventre piatto, una piccola valle di ombra fra i grossi seni, braccia e spalle fragili, e quella testa rotonda così pesante sul collo sottile.

‘Eh che bella bambina’; egli si ripetè ‘che bella bambina’. La libidine sopita per quel pomeriggio si ridestava, il sangue gliene saliva alle guancie, dal desiderio avrebbe voluto gridare.

(Da A. Moravia, Gli indifferenti, Nota critica di A. Grandelis, Milano, Bompiani, 2017, pp. 7-8)

Merito! Eccellenza! Valutazione! Contro l’università “in scatola”

9788858125618 0 0 3307 75 Una versione più lunga di questa recensione è stata pubblicata sul n. 75 di Allegoria

Universitaly. La cultura in scatola (Laterza, 2016) di Federico Bertoni ci consente uno sguardo critico sugli assetti attuali dell’Università italiana: è dunque un libro prezioso e da discutere. Il volume, dedicato «ai miei tre figli, piccoli maestri», è aperto da avvertenze (Questo libro) che ne precisano il genere, il metodo e gli intenti («al tempo stesso un racconto, un saggio di critica culturale e un testardo gesto d’amore per il sapere, l’insegnamento e un’istituzione che ha accompagnato il progetto della modernità occidentale», p. VII). Il titolo rinvia al pullulare merceologico degli acronimi anglofili nel marketing accademico. La struttura è tripartita: il primo capitolo (Esperienza) è dedito a misurare nella prassi quotidiana (dettagli, relazioni, gesti della «giornata d’un professore») l’impatto delle trasformazioni imposte agli adempimenti burocratici, all’insegnamento, all’organizzazione dei corsi e all’identità stessa di un docente universitario a partire dalla riforma Berlinguer in poi; il secondo capitolo (Narrazione) racconta con intento demistificante (con Flaubert) i luoghi comuni della bêtise  e della master fiction egemone sull’Università e le sue parole magiche (Merito, Eccellenza, Valutazione); il terzo e ultimo capitolo (dal titolo Politica) è diagnostico e terapeutico: cerca di spiegare come sia potuto accadere che l’università da luogo di elaborazione della conoscenza sia diventata un «concentrato di stupidità” e cerca di suggerire alcune minime pratiche di resistenza.

Va detto che la scelta di un taglio demistificante da parte di un docente “strutturato” (e di uno studioso e critico di valore) come Bertoni, è assai coraggiosa. La «bonifica semantica» (p. 62) che permette di decostruire le parole egemoni svelando l’ideologia, è oggi indispensabile. Il metodo della testimonianza sul campo è altresì efficace e condivisibile: dà un’idea problematica e al contempo divulgativa, a un pubblico potenzialmente ampio, di cosa sia oggi l’Università.

Don Milani e la Parola. Su «La lettera sovversiva» di Vanessa Roghi

9788858129890 0 0 0 75 Un amico, anche lui insegnante, mi raccontava di come una collega cadesse dalle nuvole alla sua frase «Don Milani? Era innanzitutto un prete». «Un prete? Lui, il comunista?», «Sì, un prete». Eppure quel “don” è inequivocabile. Nella nostra mente, che accumula dati, li sintetizza, li travisa, e li trasforma in simbolo, evidentemente è come se il titolo si fosse fuso con il cognome: “Dommilani”.

Incontro Vanessa Roghi alla presentazione del suo libro, La lettera sovversiva (Laterza, 2017). Le racconto l’aneddoto. Lei rilancia: «In una scuola dove ero stata invitata a parlare di don Milani ho detto: “Guardate che don Milani non è Don Backy. Il ‘don’ non fa parte del nome”». Insomma, ci troviamo subito d’accordo: non si può parlare pubblicamente di lui se non sciogliendo per prima cosa le tante incrostazioni che si sono depositate sulla sua figura.

Distanza critica e immedesimazione

La deformazione della figura di don Milani è avvenuta in due fasi: durante la sua stessa vita e immediatamente dopo la sua morte – gli anni Sessanta e Settanta –, quando è stato assimilato tout court alla “contestazione”, e nel tempo lungo che porta fino alle polemiche di quest’anno su quotidiani e in rete, stimolate proprio dal cinquantennale della pubblicazione della Lettera a una professoressa e della morte di don Milani (1967). 

I work therefore I am (European)

22540214 10213887822540014 5802931957547615496 n  Particolarmente evocativo il titolo del convegno svoltosi il 9-10-11 novembre a Bruxelles che ha raccolto attorno a più tavoli, tra il Comitato delle regioni, una delle Istituzioni europee più attive, e la Fonderie, museo “operaio”, sociologi, filosofi e letterati appartenenti (precariamente o stabilmente) a diverse università europee. A.C. e T.T. hanno animato un dibattito interdisciplinare multilingue e insolitamente aconflittuale, maggior comun denomitore tra i partecipanti: esperienza diretta o indiretta del precariato in Europa. L’identità si costruisce sulla base del lavoro che si svolge e se il lavoro è precario l’identità sarà un puzzle modellato su misura come un abito di arlecchino, diversi lavori, vari luoghi, la bellezza dell’insieme dipende dalla tenacia e insieme dalla capacità di abbandonarsi al fato (ducunt volentem fata nolentem trahunt). Non è un caso che Trevisan, con il suo WORKS, sia risultato non un prototipo ma un emblema del precariato degli anni Dieci, dove l’identità che si costruisce è non omologata e priva di ogni forma di compromesso.

Tutto questo mi tocca personalmente, non fosse altro che ricevendo da numerosi anni mensilmente una fiche salaireàtemps plein, nella dichiarazione dei redditi risulto: Travailleur du secteur public sans contrat de travail. Due episodi esplicativi.

1. Giugno.

«Vous êtes salariée?»

«Oui, bien sûr!»

In banca, la prima domanda, la più ovvia, eppure mi pare paradossale, chiedo il perché, mi risponde come meglio può ma poi ci guardiamo con sconcerto reciproco. È possibile certo che io non lo sia ma non riesco a riavermi da questa domanda, così ovvia eppure così brutale che mi pare apra un baratro sulla mia condizione e sui ‘ruoli’ nella società. Sarà che oggi all’improvviso fa un caldo mostruoso e io ho passato la mattinata con Svevo, Tozzi e Pirandello, cercando di imbastire un dialogo con accordi e disaccordi che non hanno avuto su una questione che importa solo a me.

Anatomopatologia di una vita lavorativa: l’ipotesi di Giorgio Falco

8035446 Fin dalla copertina – dove campeggia il “prelievo” da una fototessera ripresa a distanza di trent’anni e illuminata da un cono di luce – Giorgio Falco si presenta nel suo ultimo libro come un anatomopatologo «in un laboratorio di esperimenti» (p. 263) e il documento a cui può attingere per la ricostruzione della sua ipotesi sulla sconfitta del lavoro è il libretto rilasciatogli dall’ufficio di collocamento «ubicato nella palazzina di fianco alla scuola elementare […] in cui […] fino a una dozzina di anni prima giocavo durante le ricreazioni» (p.114). Il motivo di interesse di questo recente memoir -  Ipotesi di una sconfitta – è dunque suggerito fin dal titolo, allusivo a un’implosione del mondo del lavoro che va ben oltre l’autore e che coinvolge l’intera nazione, contrapponendo l’Italia del boom economico a quella contemporanea.

Tale polarità trova la sua rappresentazione esemplare fin dal primo capitolo, dedicato alla figura del padre. Emigrato a Milano dalla Sicilia a metà degli anni Cinquanta, il padre di Falco ha esercitato per tutta la vita il medesimo lavoro, presso la medesima azienda, l’Atm (Azienda trasporti milanesi), dapprima guidando gli autobus lungo la linea extraurbana del Naviglio Grande, in seguito come impiegato nella stessa azienda. Ha portato avanti la professione di autista con puntualità quasi maniacale («era ossessionato dall’orario, […] era come se accompagnasse regnanti il giorno dell’investitura» p.5), affascinato dalle voci alle sue spalle – all’alba quelle degli operai seguite, al turno successivo, da quelle degli impiegati, dei commessi, degli studenti. Questa lunga fedeltà, coronata negli anni Ottanta dalla festa di pensionamento organizzata nel deposito dei bus con altri due colleghi e di cui l’autore conserva il filmino, restituisce, a distanza di tempo, «un pezzo di Novecento che scompariva» (pp. 33-35). La figura del padre, sempre identica a se stessa, abitudinaria, fedele non solo al deposito ma anche al gruppo di colleghi che lì intorno orbitano, aleggia su tutte le esperienze successive del figlio – il trait d’union è rappresentato dalle utilitarie che il padre, ormai in pensione, presta al figlio per i suoi svariati impieghi -  e funge da contraltare rispetto al destino lavorativo frammentato dell’autore: da lavorante a cottimo per l’assemblaggio di spillette a venditore porta a porta di abbonamenti a La Repubblica, da commesso in un outlet a rappresentante di scope in saggina, da magazziniere a istruttore di una squadra di basket, fino al “salto” in una ditta di telefonia negli anni in cui il traffico telefonico mobile è agli albori («Ancora una volta, un lavoretto, uno stipendio minimo, - registra lucidamente Falco -  ma con una serie di benefit, come l’assistenza sanitaria ereditata dal Novecento quasi finito senza che me ne rendessi conto» (p. 251)). Il suo rimpallo da un lavoro all’altro dà il senso del progressivo ma inesorabile passaggio a un’epoca nuova, in cui quella del padre risulta sconfitta, superata e in cui a sparire non è tanto il mito del posto fisso quanto piuttosto quello del lavoro percepito come “casa comune” in cui le aspirazioni del singolo coincidono con quelle dei colleghi, tra i quali si istituiva una forma di solidarietà.

Le strade e le forme d’esperienza nella letteratura italiana del secondo Novecento. Morante, Lodoli, Tondelli e Calvino

len 20141201 0048 Lo specifico della letteratura: tempo o spazio?

Affrontare il tema dello spazio, suggerisce Genette, porta ad interrogarsi sui rapporti che le arti e la letteratura intrattengono con questa dimensione. Certo, il nostro immaginario connette con più immediatezza tale immagine ad arti più specificatamente spaziali quali la pittura, la scultura o l’urbanistica. Viene, dunque, da chiedersi se lo specifico della letteratura sia appunto lo spazio, o se piuttosto questa non costituisca che una cornice in cui dipanare il filo delle vicende. Se, allora, ci si appresta ad analizzare un elemento come la strada in alcuni testi della nostra produzione narrativa, si dovrà preliminarmente affrontare una questione specifica: quali interrogativi ha sollevato la rappresentazione dello spazio in letteratura? 

‘La letteratura è tempo’ o ‘La letteratura è spazio’?
Nel saggio Laocconte (1776) Lessing rimarca la natura strettamente temporale della letteratura, fondata su un criterio di successione degli eventi. Ciò che è statico in narrativa deve essere presentato in modo non statico: Omero, per esempio, non descrive la bellezza di Elena, ma mostra gli effetti che ha sugli anziani di Troia (lib. III, vv.152-160).
Il pensatore tedesco, quindi, assegnando il primato indiscusso del tempo alla produzione letteraria e vincolando, invece, l‘arte figurativa alla staticità dello spazio, infrange il principio estetico classico che aveva dominato per secoli, fondato sulla identificazione fra poesia e pittura. Il detto di Simonide «la pittura è una poesia muta e la poesia una pittura parlante», giunge ad Orazio che enuncia il principio dell’ ut pictura poësis, fondante il rapporto di reciprocità fra arte figurativa e arte poetica.
Che si sia andata affermando una dimensione fortemente narrativa nella tradizione seguente lo testimoniano opere come quelle di Ariosto e Tasso: un vorticoso succedersi di eventi labilmente intercalati da elementi descrittivi. La frequenza dei fatti, incalzati da un vivace senso dello scorrere del tempo, si riverserà poi nei romanzi picareschi del ‘600 e quindi del ‘700, riducendo la componente spaziale a debole contenitore di intrecci.

Spazi novecenteschi: la strada
Ora, questo primato del tempo nella narrazione pare messo in discussione dalla cultura novecentesca che ha enfatizzato, invece, l’elemento spaziale in letteratura – si pensi al valore degli ambienti chiusi, per esempio in Kafka, ma anche oltre nel Noveau roman e nell’École du regard. Anche la critica degli anni ’60 e ’70 del ‘900 ha riservato grande attenzione allo spazio pervenendo a soluzioni interpretative che per decenni hanno fatto scuola e alle quali ci si è rifatti per le proposte di letture che qui vengono avanzate: pensiamo soprattutto a Bachtin, per l’elaborazione del concetto di cronotopo, e Lotman, per la relazione indagata fra spazio e cultura. Modelli critici questi che si cercherà, in questa sede, di far dialogare con testi a nostro modo di vedere rappresentativi della produzione narrativa italiana fra gli anni ’60 ai ’90 del secolo scorso, in cui l’immagine della strada emerge come immagine-simbolo della natura spaziale della sensibilità del nostro tempo: La strada di San Giovanni di Italo Calvino (1962), La Storia di Elsa Morante (1974), Autobahn di Pier Vittorio Tondelli (1980) e Crampi di Marco Lodoli (1992).
Per affrontare materiali così eterogenei, scartata la prospettiva cronologica, ci si muoverà lunga una trama di interrogativi-guida, quali la natura reale o immaginaria delle stesse e la loro capacità di innescare il processo narrativo. L’elemento spaziale fa fermare il tempo fino a spegnerlo? La presenza della strada nel testo fa prevalere l’elemento descrittivo o l’elemento dinamico? conferma i personaggi nella loro identità o li muta, attivando un processo di formazione o almeno di trasformazione?

Esperienze di lettura giocate sul tempo

len 20140518 0037 Fuori la scuola

A pochi giorni dall’inizio del nuovo anno scolastico, mentre aspetto il mio turno in salumeria, una signora con un sorriso smagliante attira la mia attenzione e con sguardo complice esordisce: «professoressa sa che leggo anch’io?». Abbozzo un sorriso perplesso e cordiale chiedendomi chi sia…

Un anno fa in classe: l’idea

Tutto è iniziato l’anno scolastico precedente, quando, dopo diversi anni, mi è stata affidata una prima classe liceale in cui avrei insegnato solo italiano. Una classe della generazione zero. Allora mi sono chiesta come poter presentare i contenuti di sempre con strumenti e linguaggi nuovi, capaci di conquistare ragazzi abituati a stare sull’attimo, piegati costantemente sullo schermo del telefonino, la cui soglia attentiva non supera i venti minuti.

Con idealistica caparbietà, ho accolto la novità come una sfida. E così è nata l’idea di far passare tutta la didattica dell’italiano del primo anno dalla lettura integrale di libri per adolescenti. Lettura che è stata svolta in classe.

Presentando il piano di lavoro ai miei alunni, ho proposto loro di leggere un libro dopo l’altro alla ricerca di un solo obiettivo: la scoperta di noi stessi. I mezzi che avremmo adottato sarebbero stati la lingua italiana e la narratologia. Sguardi perplessi e sorrisi nascosti per buona educazione hanno accolto la proposta. Eppure già a metà del primolibro, l’ora di italiano si è trasformata in un appuntamento atteso sia da me che dagli studenti di I D.

Pierluigi Cappello, il poeta che sapeva cogliere il «centro delle cose»

pierluigi cappello La necessità della poesia

Quando uno scrittore o un poeta di fama muore, il suo destino immediato è quello di essere sottoposto al vaglio del toto-maturità: quante probabilità ci sono che la sua opera e la sua figura siano argomento dell’esame di Stato di quest’anno? Dubito che ciò accada per Pierluigi Cappello, morto all’alba di domenica 1° ottobre. I giornali hanno dato, sì,  notizia della sua scomparsa, ma in tono minore, com’era del resto consono alla sua persona schiva. Per lo più, a ricordarlo sono stati i suoi amici: Eraldo Affinati, scrittore e viaggiatore, in un articolo sul quotidiano «la Repubblica» ha rievocato il progetto impossibile e tuttavia continuamente accarezzato di un viaggio insieme nel cuore dell’Europa; Maurizio Crosetti, giornalista sportivo di rara sensibilità, saltando ogni ostacolo imposto dalle norme del “coccodrillo”, ha dichiarato su Repubblica.it una semplice quanto straziante verità: che «Pierluigi era un uomo bellissimo»; Massimilano Castellani ha scritto su «Avvenire» che l’amico Pierluigi «sapeva sorridere, di una risata dolce e contagiosa, di tutto, anche della sua condizione di disabile»; Alessandro Fo, latinista e poeta, sulla sua pagina Facebook ha descritto la casualità che ha voluto che il suo incontro con Cappello avvenisse nel nome di Rutilio Namaziano, un poeta tardolatino solitamente misconosciuto perché relegato nelle ultime pagine del manuale di letteratura. Pochi esempi di una fitta schiera di amici che hanno testimoniato «col cuore in lacrime» l’intimo tesoro di affetti, ricordi, pensieri e sorrisi che Pierluigi sapeva distribuire pur dalla carrozzella su cui si muoveva. Perché era un poeta che aveva scelto la solitudine, ma non era un uomo solo. A sostenerlo, da una Milano incredibilmente distante per chi si muova confidando solo su treni e corriere, è stata da sempre Anna De Simone, non solo curatrice delle opere di Cappello, ma autentico angelo custode e radar infallibile a captare le affinità elettive e a metterle in contatto con quel giovane ferito eppur paziente e umile, che fino a poco tempo fa aveva abitato in una casetta precaria, dono solidale del governo austriaco ai terremotati del Friuli, ma negli anni sempre più dissestata. Io stessa devo ad Anna il privilegio di aver conosciuto questo poeta vero: il maggiore, forse, della sua generazione, attento, però, a sottrarsi agli occhi deformanti e intrusivi dei media, di cui peraltro si serviva con discrezione per diffondere la poesia.

Luigi Pirandello

800px Luigi Pirandello 1934b Luigi Pirandello (nato a Girgenti, poi Agrigento, nel 1867, morto a Roma nel 1936, premio Nobel per la letteratura nel 1934) probabilmente è l’unico scrittore italiano del Novecento conosciuto in tutto il mondo. Termini come “pirandelliano” e “pirandellismo” si sono diffusi in quasi tutte le lingue dell’Occidente a indicare situazioni e atteggiamenti paradossali, ispirati a un assoluto relativismo o a un esasperato cerebralismo. Se si aggiunge che Pirandello è uno degli inventori del teatro di avanguardia e, insieme con Svevo, il maggior rappresentante del modernismo italiano per la produzione teatrale e narrativa, si può capire la sua importanza sullo scenario culturale e sull’immaginario dell’età contemporanea.

La fortuna planetaria di Pirandello ha una ragione: ha saputo dare voce all’autocoscienza del moderno. La teoria e la poetica dell’umorismo (a cui Pirandello dedicò un libro, L’umorismo, nel 1908) costituiscono uno dei fondamenti di tale autocoscienza.

Per Pirandello l’uomo ha avuto sempre bisogno di autoinganni, di ideali e di leggi morali e sociali per cercare di dare un senso a un mondo che in realtà non ne ha, e l’umorismo ha denunciato tale situazione irridendo le illusioni che l’umanità si costruisce in questo vano tentativo. È però con la nascita della modernità e con la scoperta di Copernico, con la fine dell’antropocentrismo tolemaico e con la scoperta dell’assoluta irrilevanza del pianeta Terra e della stessa vita umana, che ai afferma pienamente la consapevolezza della relatività di ogni fede, di ogni valore, di ogni ideologia e l’intuizione che si tratta solo di autoinganni, utili per sopravvivere ma del tutto mistificatori. Nella modernità una letteratura fondata sul tragico e sull’eroico non è perciò più praticabile. I parametri distintivi che rendevano possibili l’epos e il tragico – come le categorie vero/falso o bene/male – si rivelano alla coscienza moderna come mere illusioni. L’umorista perciò non propone valori, né eroi esemplari, ma un atteggiamento critico-negativo e personaggi problematici, inetti all’azione; non risolve problemi, non indica soluzioni, ma mette in rilievo le contraddizioni, irridendo e compatendo nello stesso tempo.