Il graphic novel: bricoleur di memorie

Greco Immagine Parlare di graphic novel e memoria collettiva implica una serie di questioni legate sia alle specificità del fumetto e al suo rapporto con i generi sia ai meccanismi traduttivi e di costruzione delle identità che in esso si sviluppano.

La particolarità di questa tipologia di testi è da rintracciare nel modo in cui sono in grado di declinare i temi tradizionali – dalla Shoah all’immaginario coloniale e postcoloniale – attraverso strategie discorsive e narrative diversificate: dalla costruzione di una soggettività evidente alla sollecitazione di stati emotivi nel lettore e all’innesto di materiale fotografico, fonti documentarie, prefazioni, ringraziamenti, postfazioni, cronistorie e riferimenti bibliografici. Nel far questo, il fumetto definisce i propri limiti e traduce le caratteristiche proprie ad altri generi e forme artistiche: dalla fotografia al cinema, dal romanzo al giornalismo, dalla pittura alla poesia ecc., riprendendo quel concetto di girotondo delle muse che ben spiega il dialogo tra un linguaggio estetico e l’altro (Lotman 1998).

In alcuni esempi, la distinzione tra racconto di fiction, racconto storico, cronaca e diario di viaggio tende a dissolversi, secondo un processo che trova nel graphic novel uno dei terreni più fertili. Si tratta di riflettere sul modo in cui il fumetto è in grado di contribuire alla riorganizzazione della memoria condivisa e alla riduzione della complessità della materia storica. Nel narrare eventi scioccanti della storia collettiva, il graphic novel diventa luogo di rivalorizzazione del ricordo, attraverso il racconto di finzione, che dà nuova luce al già noto. Inoltre, laddove il lettore sia sprovvisto di conoscenze pregresse, il graphic novel è in grado di attivare meccanismi di costruzione della post-memoria. Lo fa mediante l’uso di strategie di scrittura che creano illusioni di realtà, tanto da indurre chi li legge a credere che i fatti di cui narra siano realmente accaduti.

L’indisciplina dell’unicità. Michela Murgia sulla scuola

Foto Murgia A cura di Roberto Contu

Quando ci si interroga sul mondo della Scuola, specie tra addetti ai lavori, si rischia sempre di ritrovarsi persi in luoghi comuni. Incombe la cantilena della sala insegnanti: perché la crisi dell’istituzione, perché lo svuotamento della funzione dell’insegnante, perché la mutazione incontrollata di quell’essere ostile che continuiamo a chiamare studente. Ma se è vero che è l’intelligenza dell’interlocutore a qualificare il luogo e a farlo diventare da comune a vivo, mi dico che sarebbe uno spreco non approfittare della chiacchierata con Michela Murgia. Senza troppi convenevoli, sottoponendole alcune domande importanti, quelle che spesso ci facciamo e rincorriamo, quelle a cui un'osservatrice attenta della contemporaneità come Michela Murgia potrebbe fornire peso e spessore.

Michela Murgia, recentemente lei ha parlato del sistema di valutazione dell’obbligo come cattiva risposta all’esigenza ineludibile di un’educazione complessa. Al di là delle proposte che lei ha avanzato e di quel sentiero parallelo che lei ha riassunto nella categoria di elezione educativa, rimane l’interrogativo che riguarda la figura dell’insegnante. Quanto è ancora in mano a noi insegnanti, in quanto funzione e non mero ruolo, nel poter mediare l’incontro con la complessità?

La questione dell'educazione complessa è uno dei temi nascosti del presente. Quel pezzo sul «Corriere» l’ho scritto dopo aver fatto un lungo viaggio in Scandinavia ed essere entrata in contatto con un modello educativo alternativo al nostro. All’inizio non l’ho apprezzato, perché parte da uno schema culturale completamente diverso, riconosciuto più o meno da tutti nel nord Europa: quello che stigmatizza con sospetto le eccellenze individuali. Chi si discosta troppo dalla media viene considerato pericoloso per la collettività, perché il principio di meritocrazia, mettendo tutti in competizione, è percepito come un disgregante sociale. Non esiste la valutazione individuale degli allievi nelle scuole: si valuta la classe e il fallimento del singolo è percepito come un fallimento collettivo. Non esistono forme di valutazione analoghe alle nostre, del tipo «alzi la mano chi si ricorda la tal cosa», perché quella mano alzata mostra soprattutto quanti sono quelli che non sanno la risposta. Nei paesi che funzionano secondo il nostro modello la lode a chi sa è data al prezzo del ludibrio altrui e questo scatena una competizione sociale da cui i paesi scandinavi cercano di tenersi lontani il più possibile, almeno formalmente. Il sistema di riconoscimento non è costruito in forma piramidale perché regge la convinzione che più in alto salirà la punta della piramide, più larga dovrà essere la base su cui si scaricherà il peso, con costi di disuguaglianza sociale infinitamente più alti del beneficio di ogni singola eccellenza. La stessa parola “eccellenza” viene guardata con sospetto, perché il più delle volte negli altri paesi viene usata per designare un'eccezione, il caso di qualcuno che ce l’ha fatta nonostante il sistema, mentre in Scandinavia lo sforzo educativo viene fatto verso il traguardo che tutti debbano potercela fare grazie al sistema. Personalmente partivo già con dei pregiudizi molto forti sulla parola eccellenza, sia per come la utilizzava Berlusconi che soprattutto per come la utilizzano Renzi e il suo governo. Ricordiamo tutti la polemica della ricercatrice italiana con la ministra Giannini che ha cercato di appendere il cappello del Ministero ai suoi risultati individuali. Nelle socialdemocrazie scandinave si lotta affinché la punta di diamante sia tale perché ha dietro il diamante. Da questo punto di vista il diamante in Italia sono gli insegnanti, ma il diamante sta nel loro essere persone appassionate del loro mestiere, piuttosto che professionisti nell'esercizio di un ruolo. Chi vuole può semplicemente attenersi al suo ruolo e non fare un passo in più che esuli dal raggiungimento delle cosiddette competenze, rinunciando alla gestione della complessità educativa. Quelli che fanno la differenza la fanno perché vanno oltre quanto richiesto dal loro contratto, in modo anti-sistemico. Questa eccedenza/eccellenza è un'attitudine che il sistema non riconosce in alcun modo, che non legittima, tanto che chi prova a mettere un di più trova immediatamente colleghi che gli chiedono chi glielo faccia fare. Spesso un insegnante di questo tipo finisce addirittura per essere considerato un pericolo, perché immette nel lavoro una dimensione vocazionale che rischia di far sembrare gli altri inefficienti proprio perché si rifiutano di fare ciò per cui nessuno li paga.

Scatti dal “bunkerino”. Per Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Falcone e Borsellino nel "bunkerino"

Negli anni Ottanta, quando si intensificarono le minacce nei confronti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, vennero realizzate e messe a disposizione del pool antimafia tre stanze blindate, un vero e proprio bunker. Fu così che Falcone e Borsellino si trasferirono nei locali più remoti dell’ala più isolata del Palazzo di Giustizia di Palermo, alla fine di un lungo corridoio cieco. Il “bunkerino”: questo era il nome con cui negli ambienti giudiziari ci si si riferiva a quei locali appartati, reconditi e protetti. 

 In queste stanze Falcone e Borsellino lavorarono per mesi fino a tarda sera per imbastire il Maxiprocesso, accumulando strumenti di lavoro e oggetti personali. Domani queste stesse stanze verranno finalmente aperte al pubblico per iniziativa dell’Associazione Nazionale Magistrati, che ha allestito in questi luoghi un Museo-Esposizione Permanente, recuperando gli oggetti, i fascicoli e le carte appartenute ai due giudici. I luoghi, i mobili, i documenti, le suppellettili, la macchina da scrivere, i posacenere, le fotografie, il modellino di un elicottero verde caro a Falcone, la sua collezione di paperelle di porcellana, l’immancabile confezione di sigari, la trascrizione originale della deposizione di Tommaso Buscetta, i dattiloscritti degli atti giudiziari: tutto concorre a rendere tangibile la presenza di chi in queste stanze ha lavorato e ha vissuto per anni. 

Scegliere il Romanzo al posto della Storia: a proposito de "La scelta" di Giovanni Dozzini

Senza titolo Le solite questioni, riviste e corrette: può un romanzo raccontare una storia realmente accaduta senza tradirla con quella sua brama di finzione? e un giornalista, come nel nostro caso e in tanti altri di cosiddetto New Journalism, non viene meno al suo mandato quando intesse attorno a fatti realmente accaduti tutta una trama di piccoli eventi, gesti, personaggi, nomi inventati? e dentro la sua coscienza non c’è qualcosa che rimorde se decide di riportare alla luce le vicende di miseri pescatori capaci di riscattare dalla morte un gruppo di ebrei durante l’ultimo conflitto mondiale, se decide cioè di restituire la meritata memoria a una storia di “giusti” scegliendo però di trapiantarla nel territorio dell’immaginazione?

Eraldo Affinati. Il viaggio, la memoria, il lavoro culturale

zaino fermata treno  Il presente saggio è la rielaborazione di un intervento proposto agli studenti del liceo scientifico veronese “A. Messedaglia” nell’ambito della Rete interregionale “Attraversare il Novecento tra ideologie di guerra e utopie di pace”: vi emergono le direttrici che da vent’anni guidano le scelte narrative di Eraldo Affinati, da Campo del sangue (1997), sul quale ci sofferma per la coerenza tematica con il lavoro della Rete, ai più recenti Vita di vita (2014) e  L’uomo del futuro.Sulle strade di don Lorenzo Milani (2016).

Affinati, «insegnante artistoide»

Eraldo Affinati ha scelto da sempre di lavorare in situazioni di frontiera: le sue classi di un istituto professionale - inserite nella comunità La città dei ragazzi - vengono frequentate da stranieri multietnici e italiani bordeline. Una sfida quotidiana, dunque, per un «insegnante artistoide» che si relaziona con «gli ultimi del carro» (E. Affinati, Secoli di gioventù, Milano, Mondadori, 2004, p. 14 e p. 38), con le loro storie di separazioni, i viaggi affrontati con mezzi di fortuna nonchè con il loro italiano imperfetto contaminato dal romanesco dei compagni:

Specialisti della lontananza: ecco chi sono i miei ragazzi. Tecnici del distacco. Esperti dell’assenza. Conoscitori del lutto. Piante cresciute fuori del fusto. In mancanza d’altro, si legano mani e piedi a poche verità essenziali, stringendo forte, col nodo doppio.(E. Affinati, La città dei ragazzi, Milano, Mondadori, 2008, p. 100)

Un principio di umanità: Don Milani in "L’uomo del futuro" di Affinati

Nel suo ultimo libro (L’uomo del futuro, Mondadori 2016) Eraldo Affinati fa i conti con una figura affascinante e ingombrante, in ogni caso ineludibile, quella del prete ed educatore Lorenzo Milani, e lo fa nella maniera a cui la sua scrittura ci ha abituato, ovvero con un corpo a corpo che è sempre, insieme, una lotta e un abbraccio.

I capitoli del libro sono venti: i dispari raccolgono il diario, scritto da Affinati in seconda persona, in qualche modo parlando a sé stesso, della sua quête sui luoghi della vita del priore di Barbiana; i pari sono invece frammenti, appunti, istantanee di viaggi dello scrittore in giro per il mondo, alla ricerca di esperienze educative marginali e feconde, esperienze nelle quali egli vede sopravvivere (più che nella scuola italiana, compresa quella pubblica: ma su questo tornerò) lo spirito educativo e profetico di don Milani.

Mutilazione e delirio: il coraggio dell’invenzione ne “Il giardino delle mosche” di Andrea Tarabbia

Giardino mosche «Questo le chiedo, di ascoltarmi e credermi, ma non mi domandi, non ancora, perché io mi sia deciso a raccontare» (p.11). Sotto forma di una lunga, allucinata confessione - come nella migliore tradizione della narrativa russa - Andrea Tarabbia ha scelto di trasfigurare in voce narrante Andrej Čikatilo, il killer che tra il 1978 e il 1990 è stato artefice di una serie di omicidi tra i più truci e indicibili del secondo Novecento: un fatto di cronaca nera che il senso comune ha biasimato e condannato, alimentandosi però morbosamente dei dettagli diffusi da un giornalismo sempre più indistinguibile dallo sciacallaggio mediatico.

Zerocalcare, ti voglio bene

Immagine Zerocalcare «Zerocalcare ti voglio bene»: è questa l’unica cosa che mi viene da dire ogni volta che chiudo l’ultimo libro di Zerocalcare. Con Kobane calling, per quanto mi riguarda, siamo allo «Zerocalcare ti voglio bene» numero sette. E sono proprio in tanti oramai a volergli bene. C’è chi gli vuole bene dal blog e fa a gara per postare il primo «grande Calca’» all’apparizione della nuova storiella. C’è chi gli vuole bene da Facebook e lo ha conosciuto magari per una mini recensione alla propria serie-tv-preferita su qualche testata on-line. C’è chi gli vuole proprio ma proprio bene ovunque, pure dal vivo, dopo aver aspettato le quattro di notte per farsi fare il disegnetto-accollo al salone del fumetto. E poi sempre di più ci sono quelli che gli vogliono bene per i libri che, ma guarda tu, rischiano di essere presi in considerazione anche per il Premio Strega. A casa mia io gli voglio bene, mia moglie invece non lo capisce e non capisce me e le mie risate incontrollate quando lo leggo.

L’insegnamento della letteratura alla scuola secondaria di primo grado

libri Il bisogno di narrazione

Quando sono entrata in classe nella mia prima scuola media, pensavo sarebbe stata una sistemazione temporanea, perché io avrei insegnato letteratura, al Liceo. Sono passati 13 anni, sono rimasta per scelta. E insegno letteratura. Perché? Semplicemente perché la letteratura è vita e narrazione e non esiste un’età giusta e sbagliata per affrontarla; è come l’aria, di cui nessuno si domanda l’esistenza, semplicemente esiste. In classe uso una piattaforma di social learning che si chiama Fidenia (www.fidenia.com): ha un’interfaccia simile a facebook e, tra le altre cose, spesso discutiamo a partire da una mia domanda. Questa settimana era la volta di «che cos’è la letteratura».

Marco Balzano, narratore della migrazione

cover il figlio del figlio1 Marco Balzano è un narratore della migrazione: non di quella contro cui l’Europa innalza ora i suoi nuovi muri ma di quella italiana del “miracolo” economico che dei flussi globali è stata, per certi aspetti, preannuncio e figura.

I suoi tre romanzi (Il figlio del figlio, 2010; Pronti a tutte le partenze,  2013 e L’ultimo arrivato, 2014) raccontano la grande mutazione antropologica nostrana attraverso diversi sguardi generazionali e diverse prospettive culturali comprendendo, tra di esse, costantemente, le voci di giovani intellettuali. Il serbatoio tematico di queste narrazioni è autobiografico: nato a Milano nel 1978 da una famiglia pugliese, Balzano è stato precario della ricerca (in I confini del sole, il suo studio su Leopardi e il Nuovo Mondo del 2005, il tema dell’alterità è già presente) e ora lavora come insegnante nei licei e nelle scuole medie.

Che cos'è una vertigine in letteratura? Per una proposta di un frammento del testo Vertigini, di W.G. Sebald

W.G Sebald  Particolarità della scrittura di Sebald è certamente quella di offrire diversi livelli interpretativi. Un testo come Vertigini, per esempio, può essere letto come un racconto che segue l'itinerario di certi personaggi (Henri Beyle, il dottor K., Casanova e altri ancora, tutti maschere dell'autore) in alcuni viaggi o vicende che li vedono protagonisti. Un percorso corredato di immagini e documenti, fotografie, aneddoti e racconti in grado di intrattenere qualsiasi lettore. Ma se si vuol dare credito al significativo lavoro intertestuale dello scrittore tedesco, serve prestare molta attenzione: con Sebald, infatti, gli iconotesti raggiungono una particolare maturità, rivendicando sempre più la loro identità di genere nel panorama della letteratura contemporanea. L'immagine che segue è un frammento ripreso da Vertigini (Adelphi, 2003, Milano). Per una sufficiente comprensione del testo si legga da [Perciò Beyle] fino a [come chi sta colando a picco].