Psicoanalisi della valutazione

Scritto da Maria Rosaria Marella Giovedì, 24 Aprile 2014 10:19. Categoria: La scuola e noi

 lettinoFrustrazione e politica

La questione “valutazione” mi mette a disagio. Mi turba la convinzione che le classifiche di atenei e facoltà che ogni santo luglio ci vengono propinate da Repubblica, Sole 24ore, ecc. utilizzano parametri che chi fa l’università mai eleggerebbe a indicatori di qualità. Mi angoscia la consapevolezza che l’operazione di mistificazione che la retorica del merito mette in atto resta immune ad ogni tentativo di “controinformazione”. La lettura di documenti come quello dell’ANVUR, dedicato a «Criteri e parametri di valutazione dei candidati e dei commissari dell’abilitazione scientifica nazionale», così pieno di competizione, internazionalizzazione, capacità di attrarre fondi esterni - concetti vuoti, manipolabili, ovvero del tutto estranei all’idea di ricerca che in molti condividiamo, crea in me un senso di profondo disorientamento.

Andando oltre la mia personale frustrazione, vorrei recuperare il senso collettivo di questa vicenda. Mi parrebbe, cioè, importante capire in che modo il discorso del merito è diventato senso comune in riferimento a università, scuola e ricerca, perché la retorica della valutazione ha guadagnato subito un’adesione quasi fideistica e perché il nuovo conformismo accademico che ad essa si ispira tanto presto e tanto facilmente ha avuto la meglio sul bisogno di comprenderne il significato politico. Non sarei in grado di fornire una lettura psicoanalitica di tutto questo, pur riconoscendo il successo che da ultimo la psicanalisi ha guadagnato nell’interpretazione del contesto politico e delle dinamiche sociali. Registro però dei comportamenti che nel complesso rappresentano dati interessanti.

Invalsi e altre storie. Intervista a Giorgio Israel

Scritto da Giorgio Israel Venerdì, 18 Aprile 2014 06:17. Categoria: La scuola e noi

A cura di Emanuela Annaloro

70906Da oggi apriamo un dibattito sulla valutazione. Il campo di analisi, come è noto, è molto vasto. Secondo Giancarlo Cerini, ad esempio, possiamo “rintracciare i diversi profili di una valutazione strettamente didattica (rivolta ad apprezzare i processi e gli esiti dell’apprendimento), una di istituto (volta a rilevare le caratteristiche del servizio erogato da uno “stabilimento” scolastico), una valutazione di sistema, orientata a cogliere le grandi tendenze, il rapporto costi/benefici, i macro-indicatori, il peso delle variabili geografiche e territoriali."

Qui ce ne occuperemo seguendo tre prospettive: 1) la logica culturale della valutazione 2) la valutazione di sistema 3) la valutazione nella didattica.

E.A: Gli insegnanti di scuola sono alle prese con due spinte contrastanti: da un lato si richiede loro di rendere misurabili, oggettivabili e dunque valutabili gli apprendimenti, dall'altro gli si richiede di tener conto nella prassi didattica, e dunque anche in sede valutativa, di tutte le soggettività e individualità presenti nella classe. Si direbbe che a scuola esiste una cultura dello standard oggettivo che convive con una cultura della soggettività discrezionale. 

G. I: Il modo stesso in cui è posta la questione indica l’equivoco – diciamo pure il patente errore epistemologico – che, malauguramente. è stato reso senso comune in questi anni: la valutazione esiste soltanto se gli apprendimenti sono misurabili e oggettivabili. Ma i giudizi aventi carattere oggettivo – il che significa che s’impongono in modo indiscutibile al di là di qualsiasi dissenso, come 2 + 2 = 4 – sono pochi e sono possibili soltanto entro una parte limitata delle scienze cosiddette “esatte” e in un complesso di constatazioni empiriche elementari. Il resto è affidato a valutazioni con una componente soggettiva che possono aspirare, attraverso il confronto di opinioni, a un grado quanto più possibile elevato di consenso (insisto su questa idea: grado quanto più possibile elevato di consenso). Le grandezze misurabili sono in numero molto limitato. Si può parlare di misurabilità soltanto quando è possibile definire in modo univoco (anche soltanto operativo) un’unità di misura. Altrimenti, parlare di misurabilità è una presa in giro: neppure la temperatura era una grandezza misurabile, nell’epoca dei termometri e prima dell’introduzione del concetto di zero assoluto in termodinamica. Quando venne introdotto il concetto che ancor oggi ha un ruolo chiave nella rappresentazione matematica delle scelte soggettive, e cioè il concetto di utilità (e di funzione di utilità), il fondatore dell’economia matematica moderna Léon Walras fu costretto ad ammettere che non si trattava di una grandezza misurabile, dicendo che se l’economia matematica non poteva essere concepita come una scienza fisico-matematica si poteva tentare di pensarla come una scienza psichico-matematica in cui la matematica consentiva rappresentazioni quantitative generali dei processi economici senza aspirare a misurazioni concrete. Quando il celebre matematico Henri Poincaré fu chiamato dalla Corte di Cassazione francese a dare un parere sulle perizie calligrafiche che avrebbero stabilito la colpevolezza del capitano Alfred Dreyfus nel celebre caso (che era stato il pretesto per un’ondata di antisemitismo nella Francia di fine Ottocento), scrisse un rapporto di cento pagine che si concludeva con l’affermazione perentoria che tentare di sostituire gli elementi morali con cifre è «pericoloso e vano» e che «occorre astenersi assolutamente dall’applicare il calcolo alle cose morali», ovvero dal praticare quel che definì «lo scandalo della scienza». Non credo che si possa liquidare il punto di vista di uno dei più grandi scienziati degli ultimi secoli – peraltro largamente condiviso – come irrilevante. Potrei citare la critica durissima fatta da uno dei fondatori della biologia molecolare moderna, François Jacob, della nozione di IQ (quoziente intellettivo), da lui ritenuta una vera e propria cialtronata. So bene che la tendenza è di scavalcare queste obiezioni ricorrendo a concetti di misurazione definiti all’interno di una teoria formalizzata, ovvero di un modello matematico. Questo è il caso del modello di Rasch, largamente usato dall’Invalsi nelle sue stime. Ma – a parte le tante critiche che gli sono state mosse, in particolare per non tenere conto della multidimensionalità dei processi che pretende di rappresentare – il fatto è che se si ricorre a un concetto di misurazione formale, e quindi definito senza alcuna relazione con l’oggetto empirico da misurare, occorre giustificare la validità empirica del modello usato. Altrimenti tutto si risolve in una colossale presa in giro. Ma fare questo è non meno difficile che definire l’unità di misura della bravura o della competenza. E difatti non viene neppure tentato. Pertanto siamo di fronte a giochi formali contrabbandati come analisi di fatti reali, come purtroppo accade spesso nella modellistica matematica contemporanea.

Lo scandalo del principe

Scritto da Romano Luperini Lunedì, 14 Aprile 2014 14:00. Categoria: L'interpretazione e noi

 

1010658 345550328906566 639155037 nIn occasione della premiazione delle Olimpiadi di italiano si è tenuta a Firenze l’11 e il 12 aprile una celebrazione di Galilei, affidata alla professoressa Alteri Biagi, e del centenario del Principe di Machiavelli. Ecco qui il mio intervento, dedicato al Principe. Aggiungo solo che sarebbe bello e giusto se le Olimpiadi di italiano non riguardassero solo la lingua, come accade ora, ma anche la letteratura italiana. C’è oggi una tendenza a ridurre lo spazio della letteratura a vantaggio dello studio della lingua e della grammatica, che, fra l’altro, si prestano a una valutazione più tecnica, più oggettiva e neutrale. Ma ne va di mezzo proprio la complessità di cui molto si è parlato nella tavola rotonda che ha chiuso la serata e che peggio si presta, almeno nel caso della interpretazione letteraria, a misurazioni quantitative. Ma questo è argomento di cui molto si parlerà su questo blog nei prossimi giorni.

I tre scandali del Principe

Lo scandalo del Principe è anzitutto di natura morale, in quanto Machiavelli vi sostiene la tesi chi la morale del principe deve dipendere solo dal benessere e dalla salvaguardia dello stato che deve governare e non dai principi di una etica personale, religiosa o laica che sia. La morale del principe viene fatta coincidere con la sorte dello stato, e perciò è sempre verificabile in termini pratici dal successo o dal fallimento della sua azione politica. Questa impostazione rappresenta un radicale capovolgimento rispetto alle teorie da secoli dominanti nella trattatistica politica. In Machiavelli, beninteso, non c’è cinismo né indifferenza rispetto ai valori. Il male esiste, e viene chiamato per nome. L’etica nuova consiste piuttosto nel chiarire apertamente, senza ipocrisie, i prezzi attraverso i quali è possibile modificare la realtà ed edificare uno stato nuovo.

Ma Il Principe contiene un secondo scandalo, questa volta di natura filosofica. Il punto di partenza della riflessione teorica di Machiavelli non è costituito da motivazioni ideali, ma dall’analisi concreta delle situazioni concrete, cioè, come dice nel Principe (cap. XV), dalla «verità effettuale della cosa». Ciò comporta una potente demistificazione sia del comportamento umano, che invece si finge promosso da ideali disinteressati, sia della precedente trattatistica che, invece di procedere dalla «verità effettuale della cosa», muoveva dalla «immaginazione di essa».

Un terzo scandalo è più precisamente di natura letteraria. Apparentemente Machiavelli segue tutte le convenzioni del genere letterario della trattatistica politica. Ma anche in questo caso le segue solo per rovesciarle. Come tutti gli altri trattatisti, Machiavelli illustra le qualità che deve avere il principe e muove dalla descrizione dei diversi tipi di principato. Ma da un lato le qualità del principe non sono quelle morali indicate dalla trattatistica tradizionale, dall’altro, e soprattutto, viene capovolto l’intero modo dell’argomentazione, la quale, infatti, non deriva più da un precedente sistema organico di un pensiero largamente condiviso. La fonte dell’autorità non è più quella della fede religiosa, come nei trattati di Dante o di san Tommaso, e neppure quella delle virtù laiche degli specula principis quattrocenteschi di Patrizi, Platina o Pontano, bensì è assunta direttamente dalla scrittura del trattatista. Il lettore deve prestarle fede sulla base esclusivamente della forza di convincimento e di persuasione che essa esprime. L’autorità ora va conquistata sul campo: non dipende più da verità consolidate del passato, ma da una verità nuova e individuale di cui l’autore si assume tutta la responsabilità. La legittimità dell’opera insomma è fondata solo dalla forza della scrittura (di qui il rilievo decisivo dello stile), dalla esperienza politica dei chi scrive (dalla sua «esperienza delle cose moderne») e dalla sua personale conoscenza della Bibbia e soprattutto dei classici greci e latini, i quali forniscono «lezioni» delle cose «antique», e cioè una serie di esempi del passato tuttora praticabili sulla base del principio umanistico della imitazione. Se si aggiunge che la energia suasoria della scrittura è volta non a sostenere disinteressatamente una tesi, ma a suscitare l’azione, e dunque ha un fine immediatamente pragmatico, si può meglio capire la novità dell’operazione machiavelliana. Dal tronco della trattatistica, sta nascendo un nuovo genere letterario, la saggistica moderna.

De Roberto e le contraddizioni dell'amore

Scritto da Claudia Carmina Domenica, 13 Aprile 2014 19:37. Categoria: L'interpretazione e noi

Federico De Roberto 18871Cos'è l'amore?

Cos'è l'amore? Un «sentimento egoistico», «un caso dell’amor proprio»: questa è la risposta di De Roberto. Una risposta che lo scrittore argomenta per oltre cinquecento pagine nel saggio L’Amore. Fisiologia Psicologia Morale del 1895. L'Amore è una ridondante ed erudita grammatica dei sentimenti d'impianto positivista, ed è anche di più: è un libro impietoso e dissacrante, in cui l’autore mette in gioco tutto se stesso, riversandovi per intero «l’intimo, sincero e doloroso pensiero suo sui problemi umani» (lettera di F. De Roberto a D. Oliva del 4 settembre 1895).

De Roberto qui concepisce l’amore come una contraddizione estrema, una «cosa impossibile», che si colloca nel punto d’interferenza fra «contrasti formidabili». La sua sostanza ossimorica è il prodotto della combinazione tra la spinta all’autonomia e la pulsione alla soggezione; tra il desiderio di fusione e l’illusorietà di tale desiderio; tra il senso e il sentimento; tra l’egoismo e l’altruismo; tra gli uomini e le donne, che «essendo fatti diversamente, non possono intendersi». Queste antitesi sono poi riconducibili ad una sorta di «contraddizione originale»: infatti, come ci ricorda l’autore, di per sé «l’uomo è già contraddittorio».

Amore e odio

L’insistenza sulla discordia degli opposti che convivono in maniera ossimorica nell’amore è messa in rilievo da una scelta lessicale che attinge alla sfera semantica della guerra e della violenza, volutamente evidenziata con l'uso del corsivo. Così il corteggiamento è paragonato ad una «contesa», ad una «lotta lunga e feroce», nel corso della quale si vedono i maschi «battagliare, acciuffarsi, dilaniarsi, uccidersi», mentre «contendono tra loro violentemente, fino alla morte o all’abbattimento» nel tentativo di aggiudicarsi il possesso della femmina. «L’amore, dunque, costa ad essi dolore e sangue›»; tanto più che, sconfitta la concorrenza, rimane da vincere la resistenza della «preda». Una conquista estremamente difficile, visto che tra i due sessi vige una «lotta continua, e il piacere è a costo di dolore e l’amore è una specie d’odio», come dimostra il fatto che «la mimica dell’accoppiamento è sulle prime quella della zuffa», «d’una vera e propria lotta». «Crudeltà» e pietà, attrazione e «odio», «affezione» e « avversione» si mischiano insieme nel «tragico conflitto» del sentimento. Il «massimo dell’amore» coincide con «il massimo dell’odio», con un’ulteriore aggravante: se chi odia può astenersi dal procurare un danno all’oggetto del suo spregio, viceversa «chi ama infligge sempre dolori e tormenti».

Tra restauri e conversioni: storia e politica negli spazi de I viceré

Scritto da Ilaria De Seta Giovedì, 10 Aprile 2014 10:50. Categoria: L'interpretazione e noi

KIF 1812Ne I viceré (1894) De Roberto rappresenta il passaggio dalla Monarchia borbonica al Regno d’Italia sabaudo attraverso lo spostamento progressivo dell’asse della narrazione verso la politica. Con il procedere della trama, di pari passo con le vicende della storia, si assiste a una graduale ma inesorabile “politicizzazione” di nobiltà e clero, le due parti della società storicamente in crisi. Questo processo è osservabile puntando lo sguardo sugli spazi del romanzo antistorico(1) e sulle loro funzioni.

Soglia del palazzo, soglia del romanzo

L’esordio, ex abrupto, si svolge all’ingresso del palazzo catanese della nobile famiglia Uzeda di Francalanza. Lì, nel palazzo avito, la narrazione procede, per buona parte del primo capitolo della prima parte; e del palazzo, in più punti, viene illustrata la struttura architettonica. Il portone è la soglia sulla quale si riceve la notizia della morte della principessa capostipite del casato dei Francalanza. E l’annuncio della morte avvenuta nella residenza di campagna, il Belvedere, comporta la chiusura, in segno di lutto, del portone del palazzo avito di Catania. Il messaggio di estrema negatività espresso dalla morte della principessa viene così ribadito da un elemento spaziale. Se la narrazione inizia con la morte del personaggio principale (la Principessa), così il luogo d’azione principale (il palazzo) si chiude ai passanti. La funzione dell’apertura e chiusura di una porta, come indicatore di inizio e fine di un passo descrittivo, sembra qui alterata dal significato simbolico (il lutto), che evidenzia la forza negativa dell’evento iniziale e “causale” della narrazione.

Dentro” e “fuori”: protagonisti e non

La stessa chiusura del portone non è immediata: l’esitazione nella chiusura è espediente narrativo per rimarcare l’importanza di tale gesto. Vale la pena ricostruirne le fasi, narrate in discorso diretto e indiretto libero con un’intonazione spiccatamente colloquiale: «“Il portone?... perché non chiudete il portone?” (2); Il portone restava spalancato (p. 415)»; «E Baldassarre, Baldassarre dove diamine aveva il capo, se non ordinava di chiudere ogni cosa? (p. 415)»; «Giuseppe in quella confusione, non sapeva che fare: chiudere il portone per la morte della padrona era una cosa, in verità, che andava con i suoi piedi; ma perché mai don Baldassarre non dava l’ordine? [...] Del resto, neppur gli scuri erano chiusi su al piano nobile; e poiché il tempo passava senza che l’ordine venisse, qualcuno cominciava ad accogliere un dubbio e una speranza nella corte: se la padrona non fosse morta? (p. 416)»; «“Giuseppe, il portone! Non hai chiuso il portone? Chiudete le finestre della stalla e delle scuderie...dite che si chiudano le botteghe. Chiudete tutto!” [...] E come, spinto da Giuseppe, il portone girò sui cardini, i passanti cominciarono ad accrocchiarsi: “Chi è morta?... La principessa?... al Belvedere?” (p. 417)» (3).

La prima parte del capitolo è così trasversalmente scandita dal processo di chiusura del portone che svela la composizione del sistema dei personaggi. La chiusura del portone del palazzo avito di Catania, entro cui si svolgerà gran parte del romanzo, indica anche la separazione tra i personaggi protagonisti, la famiglia Uzeda di Francalanza, e il resto della società. Una separazione che mette in luce il prestigio, la nobiltà, ma anche la decadenza della stirpe vicereale. Nella “folla” dei personaggi si distinguono più parti: una prima linea di demarcazione è tra chi abita il palazzo e chi ne è escluso, chi sta “dentro” e chi sta “fuori” (4). La divisione gerarchica per classi è poi ribadita – nello spazio – in molti modi all’inizio del romanzo.

Brevi considerazioni su “Insegnare la letteratura oggi”

Scritto da Roberto Oddo Domenica, 30 Marzo 2014 13:07. Categoria: La scuola e noi

eraser-1-300x192In una società in cui ogni valore appare azzerato in un magma indifferenziato, la scuola ha oggi il dovere di non arrendersi, di tentare di prefigurare una civiltà come dialogo e come conflitto delle interpretazioni libero da dogmatismi e da verità precostituite.

Non una recensione

Anticipo subito che questo post non è una recensione. E ciò non per il pudore nei confronti di una delle figure più autorevoli dell'italianistica contemporanea, nonché mio maestro "a distanza", se considero tutto quello che ho imparato dai suoi libri. Per quanto alberghi in me questo sentimento in misura quasi imbarazzante, so anche superarmi e rassegnarmi alla responsabilità bellissima di essere una persona nuova rispetto a Romano Luperini.

Due sono gli aspetti che mi interessa discutere in questa sede: uno è l'appassionata difesa della linea tematica nella formulazione di un manuale scolastico e/o universitario e l'altro il profilo dell'insegnante di lettere della scuola secondaria superiore tra militanza intellettuale e attenzione alla più avanzata ricerca accademica. Andiamo con ordine, ma preannuncio già che il secondo aspetto occuperà buona parte di questo mio intervento.