Un’altra scuola. Diario verosimile di un anno scolastico

Scritto da Giovanni Accardo Sabato, 02 Maggio 2015 21:53. Categoria: La scuola e noi

0000Accardo Il 6 maggio uscirà, nella collana Carta Bianca di Ediesse diretta da Angelo Ferracuti e con la prefazione di Eraldo Affinati, Un’altra scuola. Diario verosimile di un anno scolastico. L'autore è Giovanni Accardo, che insegna nel liceo «Giovanni Pascoli» di Bolzano. È un libro di confine, come può essere il diario scolastico di chi insegna in Alto Adige, ma soprattutto di chi insegna nella scuola italiana del 2015, che il senso comune (e qualche fiction) raccontano ormai popolata soltanto da insegnanti patetici, psicopatici, lavativi, grigi, tristi, ignoranti, mentre essa è anche retta dalla forza di insegnanti stimolanti, affettuosi, comprensivi, colti, allegri, esigenti. Ringraziamo l'autore e l'editore per averci concesso di pubblicare un estratto del libro.

 

 

 

 

 

 
AGOSTO
Lunedì 27

Le novità del primo collegio docenti sono due.

La prima è il ritorno di Giacomozzi, dopo sei mesi di aspettativa per un infarto. Era stato abbandonato dalla moglie, che si è innamorata di un altro e se n’è andata via di casa con i due figli. Si presenta più palestrato e abbronzato del solito, con le infradito, i jeans scuciti e una maglietta dell’Hard Rock Cafè di Berlino. Si è messo un orecchino al lobo sinistro e mostra un bel tatuaggio sull’avambraccio. Non fosse per i capelli caduti precocemente, che lui porta rasati, non gli daresti 54 anni. Lo abbracciamo tutti. Alcune colleghe se lo stringono al petto più del necessario. Lui è pieno di sorrisi, sembra carico di voglia di vivere. Ho l’impressione che quest’anno molte studentesse studieranno volentieri la matematica. Si dice che la moglie si sia stufata delle sue avventure erotiche con le studentesse, se è vero quello che si racconta.

Ogni tanto arriva qualche genitore a lamentare voti ingiusti, a suo dire decisi sulla base della maggiore o minore disponibilità delle figlie ad accettare le profferte di qualche insegnante erotomane. Un collega particolarmente sensibile al fascino femminile e decisamente privo di scrupoli è stato costretto a chiedere il trasferimento ad altra scuola, e infatti è sparito. Ma è anche vero che più di una volta la preside ha invitato le studentesse a venire a scuola senza minigonne vertiginose o calzoncini inguinali, senza calze a rete o strappate in perfetto stile sadomaso. Non siamo in discoteca, le ha ammonite durante un’assemblea in aula magna. Cosa spinge alcune studentesse a venire a scuola conciate così? Sì, certo, la giovane età, la voglia di trasgredire o provocare, la moda, come quando andavano l’ombelico scoperto e i pantaloni a vita bassa. Credete sia facile fare lezione con delle ragazze di 18 o 19 anni agghindate in quel modo, magari col tanga che sbuca fuori dai pantaloni? E credete sia facile per un insegnante di sesso maschile dire alla studentessa di vestirsi in altro modo? No, non è facile, perché poi ti arriva la mamma o il papà a rimproverarti che hai guardato la figlia in modo improprio.

E gli studenti maschi?, vi domanderete. Ecco, per la mia esperienza, da questo punto di vista, con i ragazzi non esistono problemi, nel senso che non ricordo di colleghe che abbiano cercato di sedurre uno studente o uno studente che abbia cercato di portarsi a letto una professoressa. Perché? Intanto per l’età media delle insegnanti della scuola italiana, non propriamente giovanissime. E poi perché credo che le ragazze siano condizionate dai modelli televisivi e dalla pubblicità molto più dei ragazzi.

La seconda novità del collegio docenti l’annuncia la preside: gireranno un film nella nostra scuola. L’annuncio viene accolto dal più completo silenzio, subito seguito da un brusio che contiene sia disappunto che curiosità. Quando comunica che due quinte faranno da comparse, perché il film racconta la contrastata storia d’amore tra due studenti, cala di nuovo il silenzio; appena annuncia che le due classi saranno impegnate per un’intera settimana, mattina e pomeriggio, durante la quale non faranno lezioni, il brusio rimonta fino a diventare protesta. A malapena riusciamo a sentire il nome delle due classi e i docenti che la preside ha individuato come referenti: uno sono io. Ma questo lo sapevo già. Mi aveva telefonato mentre ero in vacanza a Londra, per propormelo. Io avevo accettato, ma a sentire le domande di molti colleghi e le loro lamentele, mi chiedo se ho fatto bene.

Quest’anno le lezioni cominciano il 5 settembre, lo ha voluto l’assessora alla scuola in lingua tedesca; l’assessore alla scuola in lingua italiana dapprima ha accettato, quando poi genitori, studenti, docenti e dirigenti hanno iniziato a protestare, elencando le ragioni della loro contrarietà, a partire dal timore di un progressivo distacco della scuola altoatesina da quella nazionale, ha cambiato idea. Ma oramai era troppo tardi: una delibera della giunta provinciale ha annullato la legge nazionale sull’autonomia scolastica e avocato a sé il diritto di stabilire l’inizio e la fine delle lezioni. La giunta della provincia di Bolzano è da sempre a maggioranza tedesca. L’assessore italiano avrebbe potuto votare contro e non sarebbe cambiato nulla. Però non l’ha fatto. Ora non resta che aspettare il ricorso al TAR presentato dai sindacati e la decisione del governo, che parrebbe intenzionato ad impugnare la delibera per incostituzionalità. In tanti si chiedono se questa imposizione aiuterà la convivenza tra italiani e tedeschi. In tanti si chiedono quale sarà il destino degli italiani dell’Alto Adige, visto che sono sempre in minoranza e non possono mai far valere le loro richieste. Sono i politici tedeschi ad essere particolarmente bravi o quelli italiani ad essere particolarmente insipienti? Nel resto d’Italia, intanto, si alzano le proteste contro i privilegi delle provincie autonome, mentre qui qualcuno ipotizza che se un giorno gli italiani venissero cacciati dall’Alto Adige, non gliene importerebbe niente a nessuno.

Finito il collegio docenti cominciano gli esami di recupero: prova scritta di italiano.

Martedì 28

Iniziamo a lavorare ai nuovi percorsi di “Scuola d’autore”, il progetto dell’IPRASE Trentino ideato dal collega di Trento Amedeo Savoia e dallo scrittore Giulio Mozzi, e che il mio liceo propone per il secondo anno: un corso di aggiornamento di didattica condivisa, con lezioni per i docenti, attività nelle classi e incontri con gli autori durante i quali gli studenti presentano i loro elaborati.

L’anno scorso abbiamo lavorato sul romanzo di Michele Mari, Rosso Floyd, e sulle poesie di Umberto Fiori, in particolare sul volume Esempi. Hanno partecipato docenti e studenti di varie scuole di Bolzano. Io avevo coinvolto la mia seconda. I ragazzi, dopo aver comprato il libro di Mari e averne iniziato la lettura, si erano spaventati. Rosso Floyd è un romanzo polifonico privo della consueta struttura e intreccio, una serie di testimonianze sulla storia dei Pink Floyd e del loro rapporto con Syd Barrett, anima e fondatore del gruppo.

Paolo Febbraro. Una poesia e un autocommento

Scritto da Paolo Febbraro Venerdì, 01 Maggio 2015 11:01. Categoria: La scrittura e noi

0000Febbraro Poeti d'oggi è una rubrica dedicata alla poesia contemporanea. Ospita riflessioni sull’insegnamento della poesia e una selezione di testi con autocommento degli autori. L'intervento di oggi è un autocommento di Paolo Febbraro alla poesia Deposizione (da Fuori per l'inverno, 2014), scelta dall’autore per la nostra rubrica.

 
 
 
 
 
 
 
 
Deposizione

Do testimonianza, metto a verbale

che un tempo si cantava per lo specchio,

tardava o ci ammalava primavera,

le donne si compravano coi cuori.

Notte, tramonto e sera

stavano per la morte, di amori

era sintomo il giorno, e cecità.

Del mare affermo la materna crudeltà,

dell’albero la piega taciturna.

Visto e approvato ciò che qui fu legge,

piango, lo scordo e depongo nell’urna.

(da Fuori per linverno, Nottetempo 2014)

 

Autocommento

 Ho scritto questa poesia nel 2008, a matita, su una delle pagine di un libro di prose poetiche e aforistiche di Julia Hartwig, autrice polacca. La versione finale di questi versi è un poco differente dalla prima stesura.

In questi anni, mi è capitato spesso di leggerla ad alta voce durante degli incontri con il pubblico, ma essa resta per me ancora un po’ misteriosa. La propongo qui perché credo che la poesia debba, o possa, consentire una felice esitazione, non fra un pieno e un vuoto, ma fra due pieni. Dopo averla scorsa con gli occhi, una poesia dovrebbe produrre in noi una felice vertigine, come un momento di sconcerto provocato da un eccesso di certezza.

Il bello è che la poesia non è l’ineffabile, il volatile, l’assoluto: ha una sua magnifica concretezza, è tutta lì, squadernata davanti ai nostri occhi, fatta in un certo modo, analizzabile. È influenzata da qualunque cosa e può influenzare chiunque. È democratica, e insieme è riservata a quei pochi che sanno meritarsi la democrazia.

Ad esempio, mentre sto tentando di scrivere queste righe, mi trovo nel mio appartamento romano, immediatamente fuori dal quale diversi operai stanno montando rumorosamente delle impalcature. In più, i miei vicini di sopra hanno scelto proprio questo sabato mattina per trapanare senza pietà qualche loro innocentissimo muro. Il sicuro miglioramento estetico o funzionale della loro abitazione è però un serio attentato alla mia salute mentale, o al mio impegno di scrittore, al suo vecchio, idealistico “prestigio”, alla sua improbabile superiorità sulle “arti meccaniche”. Tutto ciò è dentro e dietro alle parole che state leggendo. Esse esistono solo perché hanno metabolizzato, accettato, forse mentalmente disinnescato l’infernale, laboriosa allegria urbana di cui faccio parte. Forse, essa ha determinato la scelta della poesia che ho riportato qui sopra.

Dunque, comincio questo mio un po’ paradossale autocommento sottolineando che la poesia s’intitola Deposizione ed è fra virgolette. Il suo impianto ritmico, che pure non è stato calcolato in partenza, è basato sull’endecasillabo, con un paio di ipometri o ipermetri. Ci sono diverse rime, una addirittura fra «cuori» e «amori». L’autore non sta parlando in prima persona, ma accoglie la voce di qualcuno che sta compiendo una deposizione giurata, forse davanti a un giudice o a un ufficiale di polizia; forse davanti a un dio, o al tribunale di sé stesso. Il tono generale della poesia mi fa pensare a quello di una persona molto provata, giunta al culmine di un’esperienza, che tuttavia conserva una dignità e una precisione più che sufficienti per indurla a rispettare le forme, anzi per fare di esse un motivo di selezione delle immagini e dei ricordi, per non abbandonarsi o vendersi facilmente. Questa poesia è un verbale (uno degli autori che più amo è Stendhal, con la sua prosa “da codice civile”), ma non ha nulla di mortificato o derelitto, non è prosastica o quotidiana, pur senza esibire una volontaristica ginnastica retorica.

In realtà, la poesia parla della fine del mondo. Ci sono i versi all’imperfetto, la notte, la morte, una «legge» ormai remota, un pianto fermo, l’oblio e l’urna in cui tutto viene deposto, fornendo un doppio senso alla parola del titolo. Ci sono delle immagini strane, affiorate da una memoria forse turbata, in un calmo rimpianto.

Un tempo si cantava (si poetava) per veder meglio noi stessi, la primavera ci deludeva come al solito perché fredda o tardiva. Il quarto verso si può leggere in due modi (è una delle esitazioni di cui parlavo sopra): le donne si acquistavano se avevano il cuore, oppure si ottenevano versando il cuore come contropartita. Fra gli uomini esistevano dei segnali convenuti: il tramonto significava morte, il giorno era l’estate, la luce, l’amore e dunque anche la cecità. Il mare (o madre) era provvidenziale e tirannico come una dea greca, l’albero (altra figura del poeta, credo) si insinuava nel mondo con ritrosa cedevolezza. In questi due versi, l’alternanza fra gli accenti sulle “a” e sulle “e” prelude però alla “u” dell’ultima parola: è come l’ingresso nel vero finale. Il quale consiste in una formula di rito, ma anche in una dichiarazione di responsabilità personale: la voce vuole farsi garante di quanto ha enigmaticamente rilevato, porta su di sé il mondo scomparso, prima di dimenticarlo e deporlo ai piedi della Storia.

Se guardo dentro me stesso, dopo aver letto questa poesia sento che il mondo finisce in continuazione, ma che finisce solo il nostro mondo. Ci si può trasferire in un’altra storia, trasmettendo il nutrimento e le sofferenze, persino le allucinazioni, che abbiamo sperimentato altrove, che ci hanno inciso e ritmato come vecchi, modernissimi versi. L’importante (e questo me lo dice proprio il tono della poesia) è non giocare al ribasso, non essere spenti o rinunciatari, crepuscolari o rimpiccioliti dalla sventura (un altro dei miei autori è Foscolo, come è ormai chiaro, e come si comprende dall’ultima parola della deposizione). Si direbbe che la poesia venga dopo il mondo, perché è fatta solo di parole e debba per questo accettare il lutto come unica vera dimensione. Però essa, quando si scrive e si legge, è pienamente presente, del mondo fa parte, lo modifica anche impercettibilmente, lo porta con sé, lo tramanda e incessantemente lo ricompone.

Esserci e non esserci. Il caso Elena Ferrante/3

Scritto da Beatrice Collina Mercoledì, 29 Aprile 2015 19:29. Categoria: L'interpretazione e noi

0000doppio Velarsi/Svelarsi

Per capire chi è Elena Ferrante bisogna abbandonare le ricerche sul mistero del suo vero nome e leggere le sue opere, dietro le quali si vela, ma soprattutto si svela. Si potrebbe dire che il principio per il quale sono le opere a parlare per lo scrittore e non lo scrittore a parlare della sua opera è una tautologia. Quindi non sarebbe necessario che fosse la stessa Ferrante a dichiararlo: «Io credo che i miei libri, non abbiano bisogno del loro autore, una volta che siano stati scritti. Se hanno qualcosa da raccontare, troveranno presto o tardi lettori; se no, no». Questo ne Il dono della Befana (la mattina dell’Epifania «i doni c’erano, ma la Befana nessuno l’aveva vista», 1993), lettera che l’autrice spedisce all’editore nel 1991, l’anno prima della pubblicazione de L’amore molesto, e contenuta ne La frantumaglia, collettanea di scritti e scambi epistolari, uscita nel 2003 per rispondere alle domande degli intervistatori e soddisfare le curiosità dei lettori. Lascio dunque da parte le bizzarre elucubrazioni formulate sulle ragioni di questa scelta per seguire le tracce che la stessa autrice ha disseminato sulle sue pagine.

«In Totem e tabù Freud racconta di una donna che si era imposta di non scrivere il proprio nome. Temeva che qualcuno se ne servisse per impadronirsi della sua personalità. La donna cominciò col rifiuto di scrivere il proprio nome e poi, per estensione, smise di scrivere. Ma devo confessare che la vicenda di quella malattia, quando ne lessi, mi sembrò subito sanamente significativa. Ciò che scelgo di mettere fuori di me non può e non deve diventare una calamita che mi risucchi tutta. Un individuo ha il diritto di tenere separata, se vuole, la sua persona, persino la sua immagine, dagli effetti pubblici del suo operato [...] Non credo che l’autore abbia da aggiungere mai alcunché di decisivo alla sua opera: considero il testo un organismo autosufficiente, che ha in sé, nella sua fattura, tutte le domande e tutte le risposte».

La citazione di Elena Ferrante è tratta da La frantumaglia. Racconta di una decisione presa a priori, che precede di un anno la pubblicazione del suo primo romanzo. Decisione poi coerentemente mantenuta nei decenni successivi, a fronte di un crescente successo e di una conseguente pressione mediatica sempre più forte. Quella volontà di tenere separati la persona di chi scrive dalla sua opera, considerata da Ferrante non “malata”, come aveva fatto Freud, ma “significativa”, si declina in diversi passaggi e in altri testi di interviste che l’autrice ha concesso successivamente per lettera o via mail. Quando il giornalista insiste, Ferrante ricorre a un esempio e cita Italo Calvino che nel 1964 scriveva a una studiosa dei suoi libri: «[...] dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all’altra. Mi chieda pure quel che vuol sapere e glielo dirò, ma non le dirò mai la verità, di questo può star sicura». (cit. in La frantumaglia).

Equilibri fragili

Può darsi che Ferrante appartenga a quel novero di autori che per scrivere hanno bisogno di tranquillità, di anonimato e d’altra parte temano che i fragili e misteriosi equilibri della scrittura possano essere turbati o snaturati dall’esposizione mediatica, corollario necessario del successo. Questa la spiegazione da lei stessa fornita: «Oggi la cosa che temo di più è la perdita dello spazio creativo del tutto anomalo che mi pare di aver scoperto. Non è poco scrivere sapendo di poter orchestrare per i lettori non solo una storia, personaggi, sentimenti, paesaggi, ma la propria figura di autrice, la più vera perché fatta di sola scrittura, di pura esplorazione tecnica di una possibilità. Ecco perché resto Ferrante o non pubblico più». (Intervista di Simonetta Fiori a «La Repubblica», 5.12.2014). Ma a questo motivo dicibile potrebbero aggiungersene altri difficili da immaginare e impossibili da dire. Recentemente alcuni contemporanei di notevole visibilità hanno espresso condivisione e solidarietà con la decisione di Elena Ferrante. Roberto Saviano amaramente ammette: «Con il tempo ho scoperto che metterci la faccia e il corpo – accanto alla scrittura – vuol dire anche offrire carne e sangue ai nemici perché possano farne brandelli. Ho scoperto che esistono verità difficili da scrivere senza l’anonimato, ho scoperto che esistono verità che prediligono che il volto si smaterializzi, che resti nell’ombra, perché le cose dette sono talmente personali che aggiungere carne e sangue vorrebbe dire due cose: rinunciare all’autenticità del racconto o morirne» (Roberto Saviano, «La Repubblica», 21.2.2015). E Daniel Pennac osserva: «A volte mi piacerebbe poter fare come la Ferrante: scrivere e scomparire, non essere riconosciuto e far parlare solo i miei libri […] Il fatto che non sappiamo chi sia questa autrice o questo autore - ma sono sicuro che si tratti di una donna - crea una frustrazione tale in tutti noi che ci riduce a leggere intelligentemente i suoi libri […] Non è affatto una furba e non cerca di essere spettacolare: tutto questo me la fa apprezzare sempre di più» (Intervista di Giuseppe Fantasia in «The Huffington Post», 19.3.2015). Ma numerosi sono gli esempi che si potrebbero trarre dalla storia della letteratura e dalle biografie di coloro che hanno tentato di preservare la propria persona dall’assalto dei media, dei lettori o dei curiosi. A fronte di scrittori vanitosi, egocentrici, malati di protagonismo, ce ne sono altri che si nascondono, che si negano, che non vogliono essere disturbati o che si ritirano in luoghi segreti o eremitici dopo aver assaggiato il morso del successo.

"Di bianco in bianco" di Laura Pugno. Poesie inedite

Scritto da Laura Pugno Martedì, 28 Aprile 2015 13:46. Categoria: La scrittura e noi

001Pugno Pubblichiamo alcuni versi di Laura Pugno, “Di bianco in bianco”, dalla raccolta inedita L’inizio dell’inverno.

 

 

 

 

 

 *

ritorna,

dove non c’è stagione ma solo inverno,

sceglie sul greto del fiume

la sua forma

di bianco in bianco, e a volte

lacerando

*

prende anni, poi accade,

lo vedi in questa mattina di dicembre,

guardi e guarderai,

poi la sciarpa e le braccia che gelano. Nessuno

è sceso sulle piste,

c’è nebbia fino alle forme più piccole, il disgelo

*

in calma

compi tutti i gesti,

ricordi chi hai visto nel compierli

è tanto tempo,

da tanto tempo accade,

le loro mani sono passate nelle tue, i loro capelli

*

dov’era il il bianco sulle dita,

o tra le clavicole

la pelle più chiara. Andranno avanti,

si farà sera

una volta e un’altra, le notti in cucina

e tutto quello che è animale è

vivo, è vivo

 

Storia della bambina perduta: la fortuna controversa di una world-fiction italiana. Il caso Elena Ferrante/2

Scritto da Morena Marsilio Giovedì, 23 Aprile 2015 20:19. Categoria: L'interpretazione e noi

journalismus zeitung feuilletonÈ probabilmente nelle dichiarazioni autoriali della Frantumaglia che va cercata una possibile soluzione al caso Ferrante, che da qualche tempo divide la critica:

Con gli anni, per esempio, mi vergogno sempre meno di come mi appassionavo alle storie dei giornaletti femminili che circolavano per casa; robaccia di amori e tradimenti, che però mi ha causato emozioni indelebili, un desiderio di trame non necessariamente sensate, il godimento di passioni forti e un po’ volgari. Anche questo scantinato dello scrivere, fondo pieno di piacere che per anni ho represso in nome della Letteratura, mi pare vada messo al lavoro, perché non solo sui classici ma anche lì è cresciuta la smania di racconto, e allora ha senso gettare via la chiave?i

In questa lettera a Fofi del 2003, a esempio, vi è la chiave di volta per interpretare “la pasta” di cui è fatta la narrativa di Elena Ferrante («come si fa con le torte per vedere se hanno raggiunto la cottura giusta, ficcarci uno stuzzicadenti»ii) e le ragioni del suo successo. Due sono infatti i modelli esibiti: i romanzetti rosa e i fotoromanzi, «fondo pieno di piacere», e la Letteratura studiata sui banchi del Liceo, richiamo a una perfezione inevitabilmente disgiunta dal godimento. Per sua stessa ammissione, dunque, l’approdo alla scrittura si coniuga con l’abbandono di un’idea totalizzante di Letteraturaiii.

Coerente con queste affermazioni di principio, Ferrante si è dedicata nel decennio successivo alla stesura della quadrilogia L’amica geniale, il cui ultimo volume è uscito nello scorso autunno e, grazie al sostegno di Saviano e della Dandini, è entrato nella rosa dei libri tra cui verrà selezionata la cinquina candidata al Premio Strega. Si tratta di una saga e di una world-fictioniv destinata, fin dall’ideazione, al lancio su scala mondiale, complici la semplicità della lingua e della sintassi – assai prossima a quella che Giuseppe Antonelli definisce «traduttese»v – e la sapiente costruzione del plot. E, per quel che riguarda il successo nazionale, senz’altro la quadrilogia ha saputo intercettare due differenti domande di un pubblico via via più numeroso e fedele: il bisogno di rendere dicibile, a livello medio, il mondo dei sentimenti e quello di trovare sostanziali conferme al proprio modus vivendi. Il ciclo di Ferrante potrebbe rientrare dunque, a pieno diritto, in quella che Gianluigi Simonetti ha definito «letteratura di nobile intrattenimento»:

Questo tipo di letteratura e questo format editoriale di taglio medio […] ha da un lato lo scopo di divertire il lettore, dall’altro quello di istruirlo e più in generale di rassicurarlo: si tratta per lo più di narrativa identitaria, che tende a rafforzare i valori e le identità sociali già presenti, a confermare ciò che già si savi.

In che modo, allora, Storia della bambina perduta capta e intreccia, agli occhi del lettore, evasione e riconoscimento?

Il volume chiude il sipario sulla altalenante ma inossidabile amicizia tra Lila e Elena, sbocciata nella Napoli del secondo dopoguerra tra due bambine di rione e durata una vita tra alterne vicende. Le protagoniste vivono nel quarto volume la loro piena maturità: il meccanismo di immedesimazione, giocato tutto al femminile, è di sicuro effetto, fondato com’è su ingredienti come la solidarietà di genere, l’amore, la maternità.

Il processo di identificazione avviene in primis seguendo la vita sentimentale discontinua e spesso sofferta delle due amiche. In questa fase della storia la più tormentata è di certo Elena, l’io narrante, a causa del suo doppio naufragio sentimentale: la donna, infatti, rompe il primo matrimonio per una storia che sarà ancor più fallimentare. Ma, nel far ciò, Storia della bambina perduta mette Elena – e tutte le sue lettrici con lei – di fronte agli ambigui risultati del processo di emancipazione femminile cui essa aveva contribuito da ragazza. Nino, l’amore idealizzato della sua giovinezza, non solo non rinuncerà mai alla legittima moglie ma tradirà entrambe di continuo. Nel corso della lettura, viene naturale chiedersi come possa Elena, così “moderna”, intelligente e consapevole, accettare e subire le umiliazioni di un uomo tanto meschino: inaffidabile, viene dichiarato moltissime volte anche da Lila, che in passato ne è stata l’amante e ne ha compreso fino in fondo la mediocrità.

Ancora immedesimazione suscita il nucleo narrativo suggerito fin dal titolo di Storia della bambina perduta: la maternità, tema centrale nei testi della Ferrante. Lila e Elena, entrambe già madri, partoriscono a poca distanza l’una dall’altra due figlie femmine. Tina e Imma, come le loro mamme, sono completamente diverse l’una dall’altra, ma indissolubili: le bimbe vivono in appartamenti separati solo da una rampa di scale dopo che Elena, allontanatasi definitivamente da Nino, è tornata a vivere nel rione. La donna guarda Tina, figlia della sua amica, vedendone con chiarezza e senza alcuna gelosia la maggiore spigliatezza, una vivacità mentale più fervida e pronta: è la bimba degna della sua «amica geniale». Lila, del resto, vive il ritorno di Elena nel rione come «un moltiplicatore» di energia: accudisce le tre figlie dell’amica ogniqualvolta questa debba allontanarsi da Napoli per il suo lavoro di scrittrice: «Le tue figlie sono più che figlie mie, portamele quando ti pare e fa le tue cose per tutto il tempo che vuoi»vii, le dice con sincera generosità.

Dal canto suo, la saga nel suo complesso, con i suoi sposalizi, i tradimenti, gli affronti, le violenze e le riconciliazioni tra i membri delle varie famiglie del rione, soddisfa anche quei lettori in cerca del «godimento di passioni forti e un po’ volgari»viii, tanto che Raffaele La Capria ha scritto poco dopo l’uscita dell’ultimo volume (e quindi in tempi lontani dalle polemiche più recenti):

Forse ci sono troppi parenti e parentele, troppi nomi, troppi personaggi secondari ma attivi. A volte il lettore perde il filo, forse così è la vita, specie quella del rione ma un libro vuole una struttura più abbordabileix.

E per i lettori desiderosi di «trame non necessariamente sensate»x e dei coups de théatre Ferrante ordisce un evento narrativo che quasi strizza l’occhio alla tradizione del feuilletton, se non fosse che simili rarissimi eventi sono entrati nelle cronache nere del nostro paese: in una soleggiata domenica di primavera, mentre si trova in strada a poca distanza da Nino, dalla madre e da Imma, Tina, all’età di quattro anni, scompare in modo inspiegabile ma definitivo: «In quel niente si era perso il veicolo, si perse la bambina per sempre»xi.

La sua sparizione si posa come una cappa plumbea su Lila, su Enzo, sulla vicenda tutta. E con Tina il lettore perde a poco a poco anche Lila: il suo carattere, già umorale e spinoso, si inasprisce; il rapporto con Enzo diventa uno stillicidio di litigi, fino alla separazione; le sue giornate si disperdono insensatamente nel cuore della città; il rapporto con Elena si fa ancora più oscillante e discontinuo che in passato. Quest’ultima, infine, decide, complice l’adolescenza delle figlie, di lasciare definitivamente Napoli per Torino. E’ a questo punto che il romanzo si ricongiunge, là dove era cominciato, al «Prologo» dell’Amica geniale (2011). Qui, nelle prime pagine, si apprende che Lila, volutamente, si è «volatilizzata» senza lasciare più alcuna traccia di sé e l’amica Elena, per una sorta di vendetta, decide di narrare la loro lunga storia:

Lila come al solito vuole esagerare, ho pensato.

Stava dilatando a dismisura il concetto di traccia. Voleva non solo sparire lei, adesso a sessantasei anni, ma anche cancellare tutta la vita che si era lasciata alla spalle.

Mi sono sentita molto arrabbiata.

Vediamo chi la spunta, questa volta, mi sono detta. Ho acceso il computer e ho cominciato a scrivere ogni dettaglio della nostra storia, tutto ciò che mi è rimasto in mentexii.

Nel complesso i numerosi fili si riannodano sapientemente e pazientemente in questa saga che ha tutti gli ingredienti sia per concorrere a un riconoscimento letterario sempre più disposto a premiare narrativa «destinata a un soggetto sociale in espansione vertiginosa, cioè appunto il ceto medio»xiii, sia per accedere al successo estero che, soprattutto sul mercato statunitense, fa addirittura parlare di una Ferrante Fever e ci induce a chiederci se il brand Made in Italy stia trovando una sua connotazione anche nel campo editorialexiv.

L'ultimo libro di Elena Ferrante: discutiamone. Il caso Elena Ferrante/1

Scritto da Romano Luperini Lunedì, 20 Aprile 2015 10:53. Categoria: L'interpretazione e noi

spiraleIl blog Laletteraturaenoi ha deciso di pubblicare una serie di interventi dedicati ai romanzi di Elena Ferrante. Questo post di Romano Luperini è il primo che viene pubblicato. A breve usciranno due post a firma di Beatrice Collina e Morena Marsilio. Cercheremo di dare spazio a visioni differenti, con la speranza di fare chiarezza su un caso letterario che è stato al centro di molte discussioni recenti.

 

All’inizio il romanzo di Elena Ferrante, Storia della bambina perduta, quarto e ultimo volume di L’amica geniale, mi ha incuriosito. Mi è sembrata la storia di un matrimonio fallito, quello della protagonista, una scrittrice, Elena, con un professore universitario, serio ma noioso, spodestato dall’amante, un opportunista spregiudicato e libertino. Le dinamiche psicologiche della donna, alle prese, oltre che con marito e amante, con due figlie, con una madre popolana e prepotente e con una suocera intellettuale e ostile, mi parevano colte con qualche acutezza, e anche il contrasto fra il mondo del rione napoletano, dove la protagonista è nata e tuttora vive la sua migliore amica, Lila, e quello intellettuale di Firenze, dove il romanzo è inizialmente ambientato, ha suscitato la mia attenzione, spingendomi a procedere nella lettura. Finché la storia ha seguito la vicenda del distacco dal marito, del ritorno a Napoli e del nuovo incontro con l’amica di un tempo, progressivamente descrivendo la inaffidabilità e lo squallore dell’amante, refrattario ad abbandonare la moglie anche dopo che Elena lo ha reso padre di una figlia, ho continuato a leggere ma, devo ammetterlo, con disagio crescente. Infine, a due terzi della narrazione, mi sono arreso e solo per dovere, e in un secondo tempo, ho continuato sino alla fine peraltro leggendo solo in modo saltuario.

Perché mi sono bloccato nella lettura? Perché questo disagio? Forse, per capirlo, la cosa migliore è che confessi apertamente il tenore delle mie reazioni a mano a mano che procedevo nella lettura.

Basta, mi sono detto a un certo punto, basta!. Aria, aria! Mi sono sentito tappato in un universo senza luce, angusto, concentrazionario, costituito esclusivamente di una minutaglia di rapporti intersoggettivi e di dinamiche psicologiche che si ripetono sempre eguali in modo ossessivamente monotono. In queste pagine non si può respirare. Del mondo che pure doveva esistere intorno a quelle dinamiche psicologiche e a quei rapporti intersoggettivi, delle vicende politiche di quel periodo (quello, addirittura, degli anni di piombo fra fine anni settanta e prima metà degli ottanta) e persino del paesaggio (quello urbano di Napoli e delle altre città in cui la scrittrice si trova a vivere o viene invitata) niente si dice se non per allusioni generiche e banalissime (di un personaggio si dice che è un terrorista di sinistra, della casa napoletana si dice che si vede il mare, del rione napoletano si dice che c’è la camorra, cui forse – ma magari è solo una vendetta dovuta a una faida familiare o di quartiere – è dovuta la scomparsa della bambina del titolo… e così via). Il lettore viene schiacciato in un tritarsi di infiniti piccoli fatti e di infiniti personaggi che si susseguono incessantemente senza che mai nessuno di essi acquisti un qualche rilievo linguistico, stilistico o tematico. Il tasso figurale (la presenza del quale, secondo Orlando, distingue il discorso artistico da quello comune) è vicino a zero. La grigia patina della voce narrante avvolge ogni dettaglio, smussa, spiega e media cancellando ogni potenzialità drammatica. Tutto viene troppo “detto” e troppo poco rappresentato. La lingua è scolorita, lo stile costantemente uniforme. Mai una increspatura o un’accensione, mai uno scarto. O meglio uno ne ho trovato: a pag. 204, dove si legge che «già lampeggiavano i profumi della primavera», sinestesia un po’ bislacca che rimanda forse alle approssimazioni linguistiche dei romanzi d’appendice.

C’è chi dice che dietro lo pseudonimo di Elena Ferrante ci sia qualche prestigioso intellettuale napoletano. Tutto è possibile, ma stento a crederlo: il modo con cui nel libro si parla di cultura, di università, del successo letterario, del mondo intellettuale o della politica editoriale è privo di qualsiasi spirito critico e anzi rivela una mitizzazione abbastanza ingenua di tali «ambienti altolocati» e della «vita di ampio respiro» (pag. 252) di chi li frequenta.

Confesso che questo mio stato d’animo di fastidio mi crea qualche problema. Fra l’altro alcune amiche che stimo, che fanno critica letteraria da anni e sono lettrici raffinate e intelligenti, apprezzano sinceramente Elena Ferrante e si apprestano a scrivere saggi serissimi sulle sue opere. Che nel mio fastidio ci sia una dose di sessismo? Che non riesca cioè a penetrare nei segreti di una scrittura femminile (o, comunque, al femminile)? E se invece, ribatto, in quell’esagerato apprezzamento ci fosse una sorta di zdanovismo femminista, e cioè un atteggiamento ideologico preconcetto, aprioristicamente favorevole alla scrittura di una donna (o che tale si presenta), a prescindere dai valori letterari dell’opera?

Penso che la questione debba essere posta e il dibattito vada aperto. Anche qui, su questo blog. Se qualcuno mi convincerà, sono pronto a ravvedermi, anche se temo che non sarà facile.