A proposito di Brexit. Diario da Londra

brexit 20080306 0565Già nel Maggio del 2015, poco dopo la rielezione di Cameron, avrei dovuto capire che il referendum sarebbe diventato il ricettacolo di conflitti irrisolti che andavano ben oltre l’insofferenza per le norme imposte dall’UE. Assunta da poco in una piccola agenzia letteraria londinese, sto raccontando a Jeremy, accountant, che nel weekend visiterò le scogliere di Dover. Jeremy ha un’età imprecisata, ma sicuramente più di 60 anni; durante la pausa pranzo legge il Daily Mail e poi fa un pisolino. Vive fuori Londra, soffre di diabete e ipertensione. È un collega premuroso, affidabile, paterno.

‘Come mai vai proprio a Dover? Attenta a non farti deportare!’, mi dice. Colta del tutto impreparata, chiedo per quale motivo rischio di essere deportata, anche se conosco benissimo la risposta. Jeremy mi ricorda che la zona di Dover è ‘invasa’ da immigrati irregolari e ‘gente povera’ proveniente dall’Europa dell’Est. Mi dice che i treni sono sempre in ritardo a causa dei migranti che cercano di raggiungere il Regno Unito attraverso l’Eurotunnel, e il traffico a Dover e dintorni è un inferno perché i camion devono essere controllati per evitare che vi si nascondano dei clandestini.  Lui lo sa perché sua sorella abita nella zona. I giovani inglesi non trovano lavoro, la competizione è alta anche per ottenere sussidi di Stato, e molti finiscono col cadere nella droga.  È chiaro che per Jeremy gli immigrati costituiscono una categoria unica, a cui ovviamente appartengo anche io: non avrebbe fatto questa battuta ad un collega inglese, o a Suzanne, che è svedese.  Ho vissuto questa conversazione come in trance, in una condizione di sospensione e inadeguatezza. Quello che continua a scuotere la mia coscienza, ancora oggi, non è la battuta infelice di Jeremy: è l’essermi sentita oltraggiata, anche solo per una frazione di secondo, perché io non sono come quegli immigrati, come ‘loro’.  

Ho ripensato spesso a questo episodio nelle settimane precedenti al referendum, caratterizzate da una tensione crescente, un senso di ‘impending doom’ che aveva una qualità quasi cinematografica, e che ha raggiunto l’apice con l’omicidio di Jo Cox. Il tema dell’immigrazione è stato presentato fin da subito come l’ago della bilancia – non l’economia, i soldi versati all’Europa, la sovranità popolare, i rapporti con altri paesi. In modo più o meno elaborato, ogni questione sembrava ricondursi inevitabilmente alla libera circolazione degli europei, al controllo delle frontiere e alle ‘quote’ di rifugiati che ogni paese dovrebbe accogliere.

 La multinazionale in cui lavora il mio ragazzo, per evitare incidenti, aveva fatto circolare un avviso interno in cui ai dipendenti era chiesto di evitare discussioni sul referendum. Sono i primi di Giugno, ed io non posso avvalermi dello schermo di alcuna direttiva ‘corporate’. Jade e Lisa, rispettivamente agente letteraria e editor, parlano vicino alla mia scrivania. Entrambe tra i cinquanta e i sessanta, Jade ha una casa nel Kent, sul mare, Lisa ha un compagno che lavora a Parigi e non perde occasione per ricordare come l’albero genealogico della sua famiglia si sia intrecciato più volte con quello di vari reali di cui ignoro la successione e rilevanza storica. Jade parla del fatto che ci sono tre milioni di polacchi in UK, e della disoccupazione giovanile in Italia e in Spagna che è superiore al 30%: ‘È ovvio che vengano tutti qui!’. Mi interpella per chiedere conferma, io fingo di dover fare una telefonata urgente.

Jade è un po’ preoccupata per le possibili conseguenze della Brexit sull’economia nazionale, ma allo stesso tempo vede che in Kent i giovani hanno bisogno di lavorare, e che non riescono a competere con gli immigrati polacchi e rumeni. L’anno scorso il nipote trentenne di una sua vicina si è suicidato.  ‘Faremo come prima, come prima dell’Europa. Ci sono troppe parti del paese che vanno recuperate’, Lisa la rassicura. Concordano sul fatto che si tratterà di un passaggio complicato e probabilmente doloroso, ‘but in the end we’ll be free to choose for ourselves again’.

A una settimana dal voto, un’altra questione viene sviscerata vicino alla mia scrivania: Lisa e Jade esprimono insofferenza nei confronti delle regole a cui devono sottostare i cittadini del Commonwealth che vogliono vivere e lavorare in UK, e nei cui confronti si è perpetuata per troppo tempo una forma di razzismo. Nonostante le innumerevoli obiezioni che si potrebbero fare – a partire dal fatto che i beneficiari dell’ ‘argomento Commonwealth’, nell’immaginario collettivo, somigliano molto di più ad australiani e canadesi piuttosto che a indiani o pakistani - , non posso fare a meno di pensare alla ragazza che ho sostituito all’agenzia. Originaria di Taiwan, naturalizzata canadese, ha dovuto lasciare il Regno Unito, e quello che poi è diventato il mio lavoro, perché non le era stata rinnovata la visa. Circa un anno fa aveva tentato di tornare a Londra con un visto turistico, ma i suoi documenti erano stati contestati. Dopo ore di attesa, fu deportata da Heathrow a Taiwan – nonostante provenisse da Toronto. Ne sono al corrente perché risposi io, al telefono, quando le autorità dell’aeroporto chiamarono in ufficio per chiedere se sapevamo per quale motivo Ms Maggie Ying-Ju stava cercando di rientrare in UK. Per diverso tempo, tutte le volte che i colleghi parlavano di questa ingiustizia subita da una ragazza onesta e responsabile, mi sentivo in difficoltà, come uno che ha rubato qualcosa e non ha ancora capito se lo hanno scoperto.

La metropolitana è stranamente silenziosa la mattina dei risultati del referendum. È‘rush hour’, ma trovo posto a sedere. Per quanto la vittoria del Leave non mi abbia sorpreso del tutto, sono come anestetizzata. Mi sembra che le persone si muovano con lentezza, faticosamente. In ufficio, Carol - mamma di due bambini che frequentano una scuola pubblica tra le più ‘racially diverse’ - mi chiede cosa si dice in Italia, ‘Cosa pensano di noi? Pensano che siamo ridicoli, vero?’. Anche Jeremy si rammarica - a suo avviso, Cameron non doveva dimettersi, perché per quanto il Remain sia stato sconfitto, è grazie a lui se la popolazione ha potuto esprimersi su un tema così fondamentale e porre fine ai diktat dell’UE. Inizia qui una discussione accesa con Carol - furiosa, quasi in lacrime. Jeremy non può che apparirle come l’incarnazione del Brexiter, ed è così che anche io lo vedo: per la prima volta, però, mi rendo conto che forse per me non potrà mai essere nient’altro, come se la sua personalità e individualità fossero state cancellate per sempre dalla preferenza che ha espresso. L’imbattibile aplomb inglese, intanto, ha calmato gli animi. Carol mi scrive un’email, quasi a scusarsi: ‘I have no idea why I began that conversation. I think I'll back away now...’. Molti amici inglesi mi contattano quella mattina, alcuni per chiedere in generale come mi sento, come vanno le cose, altri addirittura per chiedere scusa.

Ho preso ferie il pomeriggio per andare ad un colloquio di lavoro. Sono arrogante, ingrata? Non solo ho un lavoro ed uno stipendio fisso in un paese che non è il mio, ma sto cercando anche di migliorare la mia posizione. La ‘way of life’ di Londra è fortemente incentrata sul lavoro -  forse uno dei pochi elementi di unione in una città altrimenti così stratificata e dispersiva. Ma perché dovrebbe essermi permesso di costruire una carriera qui? E se oggi fossi svantaggiata, rispetto a ieri? Perché un’azienda dovrebbe anche solo considerare l’assunzione di un europeo, oggi? ‘All applicants must be able to demonstrate the right to live and work in the UK in order to be considered for the vacancy’ – ultimo paragrafo sempre letto nelle job descriptions, sempre ignorato. Fino ad oggi, s’intende.

La donna con cui si svolge il colloquio è distratta. Mi descrive il lavoro, fa lunghe pause. Dice poi ‘Sorry, I feel a bit numb today, I do apologise’. Capiamo di appartenere alla stessa fazione - il solco che si è creato tra pro-Leave e pro-Remain sembra allargarsi ora dopo ora, è così innegabile, indiscutibile, che la tentazione di rivendicare la differenza e punire i Brexiters per mezzo di scenari apocalittici è troppo forte. Iniziamo a parlare dell’arroganza inglese, dimostrata dal numero insignificante di libri che vengono tradotti ogni anno, dalla ‘snobbery’ con cui vengono accolte, e mai davvero comprese, le tendenze culturali del continente. D’altra parte film, libri e artisti stranieri, per aver successo in UK, devono essere assimilabili a stereotipi che hanno già uno spazio nell’immaginario del pubblico anglosassone. Sappiamo entrambe che si tratta di un giudizio rabbioso, approssimativo e sostanzialmente scorretto, ma ci fa sentire meglio. Immaginiamo un futuro di irrilevanza internazionale per la lingua inglese, Francoforte o Berlino come le nuove capitali dell’editoria europea, la costosissima fiera del libro di Londra ignorata dagli editori stranieri. Dopo essermene andata, mi rendo conto che abbiamo a malapena discusso il mio curriculum, la posizione per cui avevo fatto domanda, e che forse non avrei dovuto parlare male del Regno Unito con una persona nata e cresciuta a Cambridge. Mi viene in mente la poesia in cui Vittorio Sereni descrive Saba ‘un giorno o due dopo il 18 Aprile’ - ‘ “Porca – vociferando – porca." Lo guardava/ stupefatta la gente (…)’.  Mi riprometto di controllare se Sereni è mai stato tradotto in inglese.

20160702 133446Il 2 Luglio vado alla ‘March for Europe’ indetta a Londra dalle varie organizzazioni pro-Remain. L’atmosfera è pacifica, giocosa, colorata: è come se le persone, dopo una settimana di nervosismo, avessero innanzitutto voglia di stare insieme, di ritrovare la Londra che conoscono e la sua inclusività. Sono sorpresa dai numerosi mea culpa che si susseguono dal palco, dove si alternano gli speakers più disparati: semplici cittadini, MPs, qualche celebrità, giornalisti, delegazioni provenienti da tutto il paese - applaudite con maggior entusiasmo in base alle ore di viaggio che hanno sostenuto ‘to be here, today’. Si dice che la capitale non è lo specchio del paese e non può ignorare il disagio delle zone che più hanno sofferto gli effetti del thatcherismo, della globalizzazione, della crisi economica. Dobbiamo recuperare l’unità nazionale. Il fronte del Leave non è composto da ignoranti, razzisti e xenofobi. Basta col paternalismo. Dobbiamo lavorare sulle disuguaglianze. Dobbiamo accettare il risultato e trovare il ‘best deal possible’ con l’Europa. Amici europei che vivete e lavorate in questo paese, ci batteremo per voi.

Lo scirocco e l’Europa

scirocco 20060421 1066 Come lo scirocco che ha imperversato in questi giorni sul Sud d’Italia, la riflessione politologica italiana ha immerso i nostri corpi e le nostre menti in una sconfortante e sudata bonaccia, continuando a ripetere gli stessi concetti tanto nel commentare i risultati delle amministrative che nell’analizzare l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa.

Cosa porta via lo scirocco? In genere il vento secco del Nord, oppure una pioggia liberatrice. Ora il vento del Nord ha soffiato ma non ha portato via lo scirocco, ovvero fuor di metafora i risultati del referendum inglese sulla permanenza nella UE sono stati un vero vento gelido su tutte le istituzioni e i governi europei ma non hanno portato via la stagnante ripetizione di alcuni mantra del pensiero liberista, primo fra tutti, da noi, la ripetizione ossessiva che occorre procedere sulla strada delle riforme costituzionali per non finire come l’Inghilterra in un caos economico e politico. Addirittura l’ufficio studi della Confindustria si è dedicato all’astrologia e alla previsione del futuro indicando con precisione le cifre della crisi economica che attenderebbe l’Italia in caso di vittoria del No al referendum costituzionale. Il caso della Brexit viene apertamente usato come monito per costruire uno scenario politico predeterminato mediante un mix di terrorismo economico ed evocazione di possibili crisi politiche. Ha ragione Etienne Balibar in un recente articolo sul “Manifesto” (Europa la crisi è morale e politica, “Manifesto”, 28 giugno 2016) a parlare di “processo destituente” rispetto alla situazione attuale.

A margine dell’esame di stato 2016. Dalla periferia

Sclarandis 20140724 082 Ho partecipato agli esami nel ruolo di presidente di una commissione che doveva esaminare gli studenti di liceo classico di due scuole antitetiche per collocazione geografica e per statuto giuridico: il paritario “Istituto Sociale” dei Gesuiti di Torino e il liceo pubblico “Norberto Rosa” di Susa, frequentati rispettivamente da studenti metropolitani agiati e da ragazzi residenti in piccoli paesi di montagna, nella valle ormai nota per la strenua opposizione alla TAV.

Giusto mezzo e metri che ormai non misurano più. Su La sfida della scuola di Guido Baldi

Baldi Berlin 2369 Guido Baldi, autore del noto manuale, ha raccolto alcuni suoi interventi sulla scuola e la didattica della letteratura in un piccolo volume dal titolo La sfida della scuola. Crisi dell'umanesimo e tradizione del dialogo (Paravia, 2016). La lettura del libro di Baldi suscita sentimenti contraddittori: d'istinto, si vorrebbero sottrarne molte e molte pagine, piene di considerazioni sensate e proposte condivisibili, dall'abbraccio di uno spirito aristocratico e risentito, percepibilissimo nonostante la parola «democrazia» ricorra spesso in endiadi con «scuola», che spinge a domandarsi se, parlando di «difesa dell'umanesimo», intendiamo tutti precisamente la stessa cosa.

Il terrorismo surreale

Contu 20140724 036Con i fatti di Monaco siamo entrati nella fase del terrorismo surreale.

Surreale è stato il comportamento del terrorista, un ragazzo di 18 anni, disturbato mentale, che non era armato di kalashinov, non aveva cintura esplosiva né bombe ma solo una pistola, e dopo aver ammazzato otto persone è salito allo scoperto, sul tetto di un supermarket, ha passeggiato diversi minuti un po’ nervoso, ma indisturbato, senza destare l’attenzione né degli elicotteri che volteggiavano in alto (ma avevano un’altra missione, è stato detto) né della polizia accorsa dal basso, ha ingaggiato una discussione durata qualche minuto con un abitante della zona che lo ingiuriava da una finestra, e poi si è dileguato, per suicidarsi un paio d’ore dopo a un chilometro di distanza.

Intervista a Paolo Zardi. XXI Secolo

 Paolo Zardi oggetto editoriale 850x600 a cura di Morena Marsilio

1. Nella tradizione letteraria italiana del Novecento ci sono alcune figure di intellettuali a cavallo tra scienza e letteratura o “stregate dalla scienza”: dal chimico Primo Levi all’ingegner Gadda, dallo Sciascia che indaga il mistero della scomparsa di Majorana all’esperto di botanica Calvino.

La prima domanda che intendo rivolgerti riguarda proprio la tua figura “ibrida” di professionista della tecnica e delle narrazioni: ti senti più ingegnere o più scrittore o credi che l’uno alimenti l’altro e viceversa? Senti di poter annoverare tra gli autori che ho citato qualcuno dei tuoi modelli?

Verso una nuova forma di saggismo? Su Futuro interiore di Michela Murgia

murgia 20160606 0040 Poltrona o matita?

Ci sono libri che si leggono alla scrivania con la matita in mano, altri che si leggono in poltrona o comodamente distesi. Questo avviene perché ci sono libri che chiamano al dialogo, alla risposta, e altri che invitano al silenzio e all'ascolto. Futuro interiore di Michela Murgia (Einaudi, 2016) è del primo tipo: va letto con la matita in mano, e non perché sia un saggio da glossare (del saggio mantiene la tensione ma rinuncia alla forma), piuttosto perché è un libro con il quale si sente l'impulso di discutere.

Il liceo classico e l’abc della società aperta

Cozzo 20160529 0029 Lo dico subito: il greco, il latino e - se vogliamo considerarla come caratterizzante il liceo classico – la filosofia e a questo punto anche la storia e la letteratura, non sono fondamentali, non sono un qualche valore in sé. Come, aggiungo però, non sono un valore in sé la chimica, la matematica, la fisica...Per la verità, forse non conosco discipline che siano valori in sé. Conosco modi di studiare, ed è rispetto ad essi che prendo posizione, anzi rispetto ai modi di studiare e ai valori e progetti sociali che vedo ad essi legati. Per questo non potrò limitarmi, qui di seguito, a parlare di discipline ma proverò a impostare un discorso più ampio.

Nizza e la nuova guerra mondiale: riflessioni di un'insegnante di letteratura

angelucci lacrime Avevo in mente di scrivere un articolo sulla letteratura, la critica e l’insegnamento ma i drammatici fatti di Nizza hanno sparigliato tutti i miei pensieri, i ragionamenti, le riflessioni che si aggrumavano nella mia mente in queste ultime settimane. Mi spingono, mi costringono a ripensarli sotto un diverso profilo.

Morire per vivere: "L’altra figlia" di Annie Ernaux

ernaux 20070202 052 C’è una scena, in Vivre sa vie di Godard, in cui un filosofo racconta a una prostituta un episodio contenuto in Vingt ans après di Dumas padre. Porthos, che deve far esplodere un sotterraneo, ha appena acceso la miccia e comincia a correre. D’un tratto però, si mette a osservare i propri piedi e a pensare al proprio movimento. Rallenta fino ad arrestarsi, il soffitto gli crolla addosso, per un po’ lo sostiene ma infine soccombe e muore. È posto così, in forma di apologo, il conflitto tra azione e pensiero, ma in fondo anche tra vita e scrittura, e vediamo affiorare l’idea che il pensiero coincida con una qualche forma di morte. Muove da una variante dello stesso nesso L’altra figlia di Annie Ernaux, uscito in Francia nel 2011 e ora tradotto in italiano da Lorenzo Flabbi per L’Orma (2016): scrivendo, l’autrice (Lillebonne, 1940) prova a dare consistenza a ciò che non c’è, ma per farlo deve morire a se stessa, abbandonare il «fuori fuoco del vissuto» (p. 14).