Ultime notizie dalla scuola

len 20160826 0063 

Dappertutto è il medesimo progetto di una ristrutturazione senza comunità.

Guy Debord, La società dello spettacolo,  1967         

Ultimi giorni d'estate: impressioni  

I miei ultimi giorni d'estate - quelli più intensi e malinconici, in cui la diversa inclinazione dei raggi solari ti rende epidermicamente consapevole che un ciclo sta per finire - quest'anno li ho trascorsi in compagnia di alcuni cari amici e poi, quando loro sono partiti, di alcune letture molto belle, rese ancora più belle dal posto in cui mi trovavo con la mia famiglia: una casa al mare bianca e solitaria, piccola e silenziosa. In quei giorni la tv era lontana, lontani i rumori della città, le voci, non sempre gradite, delle persone. E' decisamente rigenerante riuscire a vivere qualche tempo senza rumori di fondo. Anche se alla fine qualcosa o qualcuno comunque ti raggiunge.

Come molti altri, io sono stata raggiunta da una serie di articoli sulla scuola che dalla stampa nazionale rimbalzavano sui vari social  alimentando, per dirla con Gottschall, una serie di  «confabulazioni patologiche» 1.  In quegli articoli si parlava di mobilità degli insegnanti (10 agosto ), dei voti attribuiti al Sud e al Nord agli Esami di Stato (11 agosto) e poi del concorso dei docenti (22 agosto). Insieme alla polemica sulla lettera del genitore che non fa fare i compiti estivi al figlio (13 settembre), sono queste per il grande pubblico le ultime notizie dalla scuola, intervallate da avvenimenti ben più penosi che hanno risucchiato la nostra attenzione. 

Sulla scuola di tutto un po', insomma, e non sempre legittimato, come si dice in gergo, dall'agenda giornalistica, visto che quando il Corriere ha pubblicato l'articolo sugli esiti degli Esami di Stato questi erano terminati da quasi un mese, un'eternità nel campo dell'informazione2 .  Il dibattito, se così si può chiamare il parlare forsennato di tutti contro tutti senza un adeguato rigore argomentativo, è stato aperto dal Corriere della Sera con una delle sue prime firme, quella di Gian Antonio Stella. Le parole di Stella sono state riprese da esponenti del governo per motivare alcune loro scelte, come spesso accade per effetto della circolarità dei media, del servilismo di alcuni giornalisti e dell'opportunismo dei politici. I pezzi di Stella sono stati anche censurati da gruppi di insegnanti e organizzazioni di categoria che hanno gridato al complotto mediatico-politico, spesso con imbarazzante volgarità; mentre singoli studiosi o esperti hanno cercato di confutare le tesi dell'uno o dell'altro fronte con dati e argomenti alla mano. Un gran bailamme, insomma, a cui si è unita anche la nostra redazione con articoli schierati  ma, si spera, di taglio riflessivo. Il caos di voci e opinioni è però risultato tale che in fin dei conti non saprei dire se nel nostro piccolo siamo riusciti a  partecipare democraticamente a un conflitto interpretativo, o se invece anche noi non abbiamo fatto altro che alimentare il rumore di fondo. In ogni caso, visto che non posso tornare nella mia casa al mare, mi tocca fare i conti con questo rumore.

L’autore, il genere, il pubblico. Intervista a Stefano Dal Bianco

dal bianco 1990 30 Tra l’autunno 2014 e la primavera 2015 la Scuola Galileiana di Studi Superiori di Padova ha ospitato un ciclo di incontri con narratori e poeti intitolato L’autore, il genere, il pubblico, organizzato da Pier Giovanni Adamo e Marco Malvestio, al quale ha partecipato anche Stefano Dal Bianco. Il testo che segue, preceduto dal questionario che introduceva ogni incontro, è la trascrizione dell’intervento nel corso del quale il poeta ha discusso del suo lavoro e della sua idea di poesia e scrittura. L’intervista è stata condotta da Pier Giovanni Adamo, Marco Malvestio e Franco Tomasi.

Questionario

1. Ha senso parlare di “fine dei generi”? Ovvero: pensa che la letteratura, a un secolo dalle avanguardie e dopo oltre trent’anni di importanti tentativi di dissoluzione, abbia ancora un bisogno pratico, non solo concettuale, delle forme?

2. Crede che oggi esista o debba esistere una specificità del genere letterario in relazione al contenuto espresso, come se forme privilegiate potessero veicolare esclusivamente determinati contenuti, altrimenti ineffabili? Due esempi: la poesia contemporanea, soprattutto italiana, è ancora eminentemente lirica? Il romanzo rimane l’epopea del mondo borghese o è semplicemente la possibilità di raccontare qualsiasi storia in qualsiasi modo?

3. Nel suo lavoro di scrittore, sia al momento della creazione autonoma dei testi sia nella prospettiva dell’orizzonte d’attesa dei lettori, ha dato peso all’idea dei generi letterari? Se sì, sarebbe in grado, anche con un esempio tratto dalle sue opere, di quantificare questa influenza?

4. Quanto conta, secondo la sua esperienza, nel rapporto tra un autore, le case editrici e il mercato la scelta di esprimersi in uno o più generi letterari, magari ibridandoli? Perché lei ha scelto quello/quelli che conosciamo?

5. Come si realizza, a suo parere, nella contemporaneità l’incontro tra la letteratura e altre forme discorsive, quali, ad esempio, la storia, la saggistica, l’autobiografia? Quali componenti formali, espressive, tematiche coinvolge, mutandole, questa contaminazione?

Stefano Dal Bianco

Stefano Dal Bianco (1961) è autore dei libri di poesia La bella mano (1991), Stanze del gusto cattivo (1991), Ritorno a Planaval (2001) e Prove di libertà (2012). Ha fondato e diretto con Mario Benedetti e Giorgio Manacorda la rivista Scarto minimo. La sua attività critica si è concentrata su Zanzotto (Tradire per amore, 1997), Petrarca (La metrica dei fragmenta, 2003) e Ariosto (L’endecasillabo del Furioso, 2007). Insegna all’Università di Siena.

DAL BIANCO: Nel corso degli anni si è rafforzata sempre più in me l’idea che la crisi dei generi vada fatta rientrare in una crisi più radicale – non solo quindi della letteratura e delle scienze umane, ma una vera e propria crisi della consapevolezza.

Italianisti fuori dall'Italia. Inchiesta su una disciplina vista "da fuori"

Immagine Inchiesta 1 A cura di Valentino Baldi

Presentiamo due interviste ad Alessandro Metlica e ad Eloisa Morra.

Metlica ha conseguito il dottorato di ricerca nel 2013 presso l’Università di Padova e, fino al 2016, ha lavorato presso l’Université catholique de Louvain. Dal luglio 2016 è rientrato all’Università di Padova, con un Assegno Senior, fino al giugno 2018.

Morra è dottoranda in letteratura italiana presso la Harvard University, dove lavora anche come Teaching Fellow. Ha studiato presso la Scuola Normale Superiore di Pisa e l’Università di Pisa. Nel 2015 il suo libro «Un allegro fischiettare nelle tenebre». Ritratto di Toti Scialoja, ha vinto il Edinburgh Gadda Prize, Harvard Edition.

Qui è possibile trovare la scheda di presentazione.

Perché sei andata/o all'estero?

Metlica: Con ogni evidenza, si trattava dell’unica opzione per esercitare questo mestiere ricevendo uno stipendio dignitoso e regolare. I miei coetanei rimasti in Italia dopo il dottorato hanno goduto di contratti episodici, a intermittenza, o peggio hanno continuato a fare ricerca gratis: per ragioni personali – ma sarebbe più corretto dire: per ragioni di classe – questo itinerario mi era precluso. Sin dai primi mesi del dottorato, che ho svolto grazie alla borsa ministeriale all’Università di Padova, ho perciò cercato di costruire un piccolo network internazionale, con la speranza di ricevere qualche offerta di lavoro da fuori. Più in generale, ho l’impressione che percorrere l’intera carriera accademica in Italia, salvo rarissimi casi, sia diventato affatto impossibile senza un congruo sostegno da parte delle famiglie. È un tema di cui si parla pochissimo, ma che in sostanza riproduce i meccanismi del prestito d’onore diffuso negli Stati Uniti: salvo che la selezione avviene a priori, per censo, poiché chi non ha una copertura famigliare alle spalle non può rivolgersi a un ente privato. A mio parere, urge una riflessione su questo punto, che in Italia resta un tabù a causa degli stereotipi sui concetti di pubblico e privato, sulla precarietà del lavoro, sul ruolo dei sindacati e dello stato sociale.

Morra: Mi sono trasferita negli Stati Uniti subito dopo la laurea per mettermi alla prova e vedere il modo in cui sarei riuscita a confrontarmi con una realtà nuova (per lingua, tipo di società, modello di ricerca e insegnamento). Era un paese diversissimo, che avevo sempre guardato con un misto di diffidenza e curiosità. Quando si è presentata l’occasione di una esperienza di ricerca e insegnamento in letteratura italiana a Harvard non ci ho pensato due volte.

“Pangramma” ed “Esercizi di stile”. Due esperienze didattiche di scrittura creativa

scrittura 20140524 0102 Questo intervento consta di tre sezioni. La prima è introduttiva e contiene alcune riflessioni sulla «scrittura creativa» (che cos'è, se è “seria”, perché può essere utile per la didattica dell'italiano); la seconda descrive due esperienze di scrittura creativa in classi delle scuole superiori (ciò non toglie che con opportune semplificazioni esse possano essere perfettamente adattate anche alla scuola media); la terza (un'appendice) riporta alcuni dei testi scritti dagli studenti, a titolo esemplificativo.

Chi non fosse interessato alle riflessioni generali della prima sezione può perciò saltare direttamente alla seconda. A chi, invece, fosse sospettoso di fronte al termine stesso «scrittura creativa», consigliamo di provare almeno a leggere la terza sezione, per verificare de visu i risultati concreti dell'attività.

1. La «scrittura creativa»

Nella prefazione a un libro che nella didattica dell'italiano nella scuola media ha fatto la storia, I draghi locopei, Umberto Eco riferì di una lettera ricevuta dalla professoressa-autrice, Ersilia Zamponi, che lo rassicurava sul fatto che i giochi linguistici e gli esercizi di scrittura raccolti nel libro erano stati riservati all'orario extracurricolare. Eco rassicurò a sua volta la professoressa (e i lettori): quei “giochi” si potevano fare tranquillamente anche in orario curricolare, al posto di altre attività “tradizionali” di scrittura.

A che punto siamo, oggi, quanto all'uso della scrittura creativa nelle scuole italiane? È quasi impossibile dirlo, perché l'attività didattica è un buco nero. Quanti di noi insegnanti sanno davvero (per averlo visto: non per sentito dire, sulla base di malignità di corridoio o per auratica fama di eccezionalità) che cosa faccia precisamente il collega che sta nell'aula a fianco della nostra? Dunque, descrivendo le nostre due esperienze di scrittura creativa, non sappiamo precisamente se ci rivolgiamo a colleghi che ne hanno fatte magari di assai più intelligenti ed efficaci, o se invece stiamo esplorando un terreno vergine. Facciamo l'ipotesi minimalista: la scrittura creativa non è ancora diffusa nella nostra scuola, o lo è ancora troppo poco. Per questa ragione occorre spiegare almeno per sommi capi di che cosa si tratti e se sia una “cosa seria” e non un capitolo della retorica da Silicon Valley applicata alla scuola, sui giovani geni che inventano un processore nel chiuso di un garage di provincia e diventano milionari.

Primi appunti sul caos: interpretare in Rete. A margine del caso di Charlie Hebdo e del terremoto italiano.

Charlie 20160722 0190 Siamo già confutati, e rifiutiamo di riconoscerci vinti. L'evidenza è ristabilita, e noi, con l'ammirevole malafede dell'innamorato o del credente che nulla scoraggia, rifiutiamo di convenirne. […] Il malinteso è quindi qualcosa di più di un grumo verbale o di una nodosità grammaticale

(V. Jankélévitch, Il non-so-che e il quasi-niente)

Facebook e la gran macchina sociale delle interpretazioni e delle argomentazioni

Sono su Facebook da qualche anno e lo uso quotidianamente. Le vignette di Charlie Hebdo sul terremoto nel Centro Italia sono arrivate anche a me, come a quasi tutti, tramite questo social network. Anche io ho sentito l'urgenza morale e intellettuale di prendere posizione su di esse, anche io ho contribuito a mettere in moto la gran macchina sociale delle interpretazioni e delle argomentazioni, fra migliaia di altri piccoli e dispersi esegeti e retori.

Oggi, interpretazioni e argomentazioni sono pane quotidiano di un vasto popolo, non più prerogativa di una piccola aristocrazia. L'atteggiamento entusiasta di chi vede in questo un avanzamento della democrazia è incauto non meno di quanto sia poco generoso quello di chi rifiuta di buttarsi nel magma e di tirarne fuori uno straccio di senso.

Si dice che si dovrà educare al buon ragionare e al corretto argomentare. Certo. Ma prima di prescrivere un dover-essere ragionevole, sarà bene descrivere quel che è sotto i nostri occhi. Quello che dovremo capire e insegnare a capire è che cosa è in gioco ogni volta che sui social network si scatenano dibattiti o furibondi litigi: non penso infatti che l'“irrazionalità” della Rete sia stata generata dalla Rete stessa, ma che essa semplicemente abbia rivelato con un'intensità inusitata qualcosa che era sotto traccia ma da sempre attivo. Vorrei provare ad andare alla ricerca di questo “grumo” e di questa “nodosità” proprio riflettendo su come funzionino le interpretazioni in Rete.

Un bellissima storia, disegnata. A proposito di Fermo di Sualzo

14371963 1206253179447088 1788225000 n Questa estate ho avuto la fortuna di leggere Fermo, la graphic novel di Sualzo alias Antonio Vincenti (BAO Publishing, 2013) e l’ho trovata bellissima. L’ho fatta leggere ai miei due figli, uno adolescente, l’altra bambina e pur non capendolo tutto l’hanno giudicato un fumetto molto bello. L’ha letta pure mia moglie e anche lei ne è stata entusiasta: «che bel romanzo!» mi ha detto. Ho un terzo figlio che ancora non sa leggere, metterò nello scaffale Fermo in attesa di darglielo, curioso di capire in quale genere letterario vorrà collocare con il suo giudizio questo piccolo gioiello. Resta il fatto che Fermo di Antonio Vincenti è proprio una bella storia ed è senz’altro, volendo scomodare di nuovo l’etichettatura spesso artificiosa dei generi, una significativa storia di formazione.

1) Il servizio civile sulla luna

All’inizio del racconto il protagonista Sebastiano è vittima di quella forca caudina detta rinvio militare che gli universitari degli anni Novanta come il sottoscritto ricordano perfettamente: l’assillo degli esami da sostenere per non fare scattare la chiamata al servizio di leva fu la bestia nera di molti. Sebastiano «sbaglia il conto con gli esami» e si ritrova spedito per il servizio civile in un posto a distanza lunare per un umbro del lago Trasimeno come lui: Bibbiena nella limitrofa provincia di Arezzo. Ma Sebastiano è perennemente in ritardo con la vita, anche nei piccoli bivi. Appena arrivato al Comune di Bibbiena per l’assegnazione del posto dove svolgere il servizio civile riesce a farsi sfuggire immediatamente la tranquilla mansione di bibliotecario e viene catapultato nel mondo delle assistenze domiciliari per giovani con problemi psichiatrici. Sarà l’inizio di un percorso feriale di conoscenza di una fetta di mondo silenziosa ma densa, sarà il momento in cui Sebastiano inizierà a fare i conti con la sua paura di guardare dentro la vita.

Italianisti fuori dall'Italia. Inchiesta su una disciplina vista "da fuori"

Marco Ceroni 102mq 2015 02 Questa settimana si apre l’Inchiesta sull’Italianistica. Qui è possibile leggere la scheda di presentazione.
Oggi presentiamo due interviste ad Alessio Baldini e a Maria Anna Mariani. Entrambi, italianisti di formazione, contaminano i loro studi con interessi per la cultura contemporanea, le letterature comparate e la teoria letteraria. Baldini è Lecturer presso la University of Leeds. Mariani è Assistant Professor presso la University of Chicago, ma prima ha insegnato in Corea, presso la Hankuk University of Foreign Studies. Tra le pubblicazioni di Baldini, si segnala Dipingere coi colori adatti. «I Malavoglia» e il romanzo europeo, Quodlibet, Macerata, 2012; di recente lavora su Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Natalia Ginzburg e sul rapporto tra letteratura e morale. Maria Anna Mariani ha pubblicato Sull’autobiografia contemporanea. Nathalie Sarraute, Elias Canetti, Alice Munro, Primo Levi, Carocci, Roma, 2012; ora sta lavorando ad un libro sulla sopravvivenza.
 
VB: Vorrei che ci dicessi qualcosa su di te, in particolare spiegandoci perché sei andata/o all'estero?
 
Baldini: Da sei anni lavoro e vivo in Inghilterra. Attualmente sono Lecturer in Italian Culture alla University of Leeds. Più precisamente lavoro nella School of Languages, Cultures, and Societies (LCS). La LCS corrisponde all’incirca a quello che in Italia sarebbe un Dipartimento di Lingue Straniere. Con circa 2000 studenti e 140 docenti, si tratta di una delle più grandi School di lingue straniere del Regno Unito.
I miei principali campi di ricerca e insegnamento sono la teoria letteraria e la letteratura italiana moderna e contemporanea. Mi sono occupato a lungo di Giovanni Verga e adesso sto spostando la mia ricerca anche su autrici e autori del Novecento, come Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Natalia Ginzburg. Il mio interesse principale riguarda il rapporto fra letteratura e morale. Nella mia ricerca cerco di combinare una approccio filosofico e uno storico a questo tema. Uso la filosofia morale e l’estetica per articolare delle domande, ma poi mi interesso al modo in cui dei testi letterari rispondono a queste domande nel proprio contesto. L’idea è che alcune scrittrici e scrittori scrivano testi letterari per articolare e rispondere a questioni morali emerse nel tempo in cui hanno vissuto. Per me è quindi importante non solo l’architettura della morale, ma anche la sua storia, che è poi intrecciata con la storia politica e sociale di un paese. In fondo studio la letteratura come storia culturale, cioè come espressione di una certa mentalità e sensibilità morale storicamente collocate.
 
Mariani: Perché sapevo che in Italia l’accademia era ibernata e che se volevo entrarci avrei dovuto aspettare, forse inutilmente, per chissà quanto. Ero insofferente e sfiduciata, ma anche curiosa: e allora alla fine del 2010 me ne sono andata in Corea, a insegnare lingua italiana (e clandestinamente anche letteratura) alla Hankuk University of Foreign Studies. Ci sono rimasta per quattro anni e mezzo, vivendo in un dormitorio di cemento incastonato nella campagna coreana, a due ore d’autobus da Seoul – in compagnia di tanti professori attoniti quanto me, provenienti da ogni parte del globo: dalla Siberia alle Filippine.
Ora lavoro all’Università di Chicago, dove ho una libertà sterminata nella progettazione dei corsi che insegno e soprattutto nel fare ricerca. Sto scrivendo un libro sulla sopravvivenza, dove la letteratura si salda alla bio-politica e a quella famigerata disciplina dei Trauma Studies. Mi chiedo se il mio progetto potrebbe avere risonanza in Italia; dopo un istante di esitazione mi rispondo di no.

450 migranti, una stazione e una città

Cavadini 20071123 500 Poi un’estate capita che la tua placida e sonnacchiosa città si trovi a far fronte a un’emergenza reale, capita che situazioni di cui hai sempre sentito parlare e che ti sei trovata a commentare ora siano lì a un passo da te, capita che ti trovi a dire: “e ora? Come stanno le cose? Cosa ne penso? Cosa si può fare? Cosa si è fatto? Cosa posso far io?”

L’ultima stazione in Italia

Alla stazione di Como San Giovanni, la stazione bella della città, ci sono 450 migranti, accampati da fine giugno. Vengono dall’Africa. Da quell’Africa dove se resti muori. Prima erano 100, poi 200 ora sono 450, tra loro diversi “minori non accompagnati”. Vengono dall’Eritrea, dalla Guinea, dall’Etiopia, dal Sudan, dalla Somalia, dal Sahara Occidentale; da quell’Etiopia contro il cui governo l'atleta Feysia Lilesa, medaglia d'argento alla maratona di Rio, ha attraversato il traguardo con le braccia incrociate sulla testa. Nelle gambe queste persone hanno un viaggio lungo un anno, botte, scafisti, attese, deserto, mare, gommone, piedi che sanguinano. Vogliono solo passare il più velocemente possibile. Qui in Italia non vogliono stare, e quelli intorno all’Italia non vogliono farli passare, mancano loro i requisiti necessari: bella presenza, belle famiglie, valigie cariche di soldi. Molti comaschi hanno affidato ai social il loro pensiero: persone che ricordo recitare insieme a me “avevo fame e mi hai dato da mangiare” inneggiano a cacciarli via perché “non si può avere paura nella propria città”; volontari che se la prendono con la politica al motto del “se non c’eravamo noi” (il che è poi vero); politici locali che se la prendono con i volontari che suppliscono alla politica (!) e invocano lo Stato centrale cieco e sordo; normali cittadini, in numero pari ai forcaioli di cui sopra, che pubblicano foto, fanno appelli emotivi, vorrebbero abbracciarli, curarli, ospitarli;  difensori del decoro urbano che postano amene foto della stazione a inizio ‘900, prima che “diventasse un campeggio”.  Il problema è complesso e intricato e non c’è la soluzione magica, quella che fa contenti tutti. Per ora ci sono: 450 migranti che non vogliono fermarsi in Italia, la Svizzera che li respinge e la stazione che hanno occupato. Non è umano sgombrarli (per mandarli poi dove? Le persone non scompaiono se le sposti, spariscono semplicemente dalla vista) e non si può mandarli ai centri accoglienza perché si rifiutano di dare le generalità (si può schedare chi non ha nome?) temendo di dover restare in Italia. L’emergenza è stata gestita per tutta l’estate da volontari, coordinati dalla Caritas comasca e dalla croce rossa: spontaneamente è nata una rete che ha garantito cibo, coperte, tende, assistenza sanitaria. Ma non solo, qualcuno ha pensato ad altro. Ha donato musica e festa.

Italianisti fuori dall’Italia. Inchiesta su una disciplina vista “da fuori”

images Di crisi della critica letteraria e crisi dell’umanesimo si parla dalla fine degli anni Ottanta e, in Italia, il dibattito è diventato più acceso nel corso degli anni Novanta. Le riflessioni di Segre in Notizie dalla crisi hanno rilanciato una discussione che, all’inizio del 2000, ha coinvolto critici di generazioni e impostazioni diverse, da Lavagetto e Luperini a Carla Benedetti e Matteo Di Gesù. Una delle conseguenze più evidenti di questo panorama di crisi è la drastica riduzione di possibilità di studio e carriera per giovani che escono dai dottorati di ricerca italiani. Se, fino a qualche anno fa, il percorso per entrare all’università era impervio ma ancora ipotizzabile, negli ultimi tempi le possibilità si sono ridotte sensibilmente. Per uno studente che ha frequentato il dottorato negli ultimi dieci o quindici anni, l’estero si è trasformato spesso da possibilità ad unica prospettiva. Lo stato di salute dell’italianistica, che ha provato a salvarsi appoggiandosi a contesti altri, si è aggravato: con l’esplodere della crisi finanziaria ed economica, anche gli Stati Uniti hanno quasi smesso di rappresentare una opzione possibile per gli italianisti appena usciti dal dottorato. Il fenomeno di dottoranti o dottori di ricerca italiani che ricominciavano un dottorato nordamericano si è ridotto fino ad esaurirsi, perché le Graduate Schools hanno capito che accogliere profili già formati e smaccatamente overqualified stava diventando rischioso per gli equilibri dipartimentali.

Misurare o valutare? Il dibattito su Invalsi e voti del Sud e del Nord

muraglia 20160426 0197 Il MIUR ha fatto sapere che le Regioni con il maggior numero di ‘super bravi’ all’Esame di Stato conclusivo degli studi sono Puglia (934 lodi), Campania (713), Sicilia (500). Tutta l’estate è stata occupata dal solito dibattito pubblico alimentato dal sospetto che ci sia qualcosa che non va in questa scandalosa differenza di risultati. I governatori del Nord urlano allo scandalo perché il rigore delle scuole nordiste penalizzerebbe gli studenti nell’accesso alle Università, mentre il Sud sarebbe avvantaggiato da criteri di valutazione di manica più larga. E si aggiunge che l’inattendibilità delle valutazioni del Meridione sarebbe confermata dal rovesciamento di risultati sancito invece dalle prove Invalsi, dove gli studenti del Sud invece risulterebbero nettamente più scarsi. Fin qui la chiacchiera pedagogico-mediatica.

C’è bisogno a mio parere di fare qualche passo in avanti nella riflessione, che pare inquinata da alcuni apriori indiscutibili. E che vanno invece discussi.

Il primo apriori è quello che la valutazione deve essere “oggettiva”. Vera chimera, per fortuna. Se le valutazioni scolastiche fossero oggettive, potremmo mandare a casa i docenti e affidarci, visto che ormai è di moda, ai famosi algoritmi che dicono “la cosa com’è”. Il secondo apriori riguarda la differenza tra Nord e Sud. Non è possibile che il Sud superi il Nord (e comunque per inciso ciò non è dimostrato dalla mera maggiore quantità di lodi). Il terzo apriori, collegato al secondo, è che la verità stia nei risultati delle prove Invalsi.

Perché leggere questo libro: L'arte della gioia di Goliarda Sapienza

arte della gioia Ed eccovi me a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso. Non ci sono né alberi né case intorno, solo il sudore per lo sforzo di trascinare quel corpo duro e il bruciore acuto delle palme ferite dal legno. Affondo nel fango fin sino alle caviglie ma devo tirare, non so perché, ma lo devo fare. Lasciamo questo mio primo ricordo così com'è; non mi va di fare supposizioni o d'inventare. Voglio dirvi quello che è stato senza alterare niente. Dunque, trascinavo quel pezzo di legno; e dopo averlo nascosto o abbandonato, entrai nel buco grande della parete, chiuso solo da un velo nero pieno di mosche. Mi trovo ora nel buio della stanza dove si dormiva, si mangiava pane e olive, pane e cipolla. Si cucinava solo la domenica. Mia madre con gli occhi dilatati dal silenzio cuce in un cantone. Non parla mai, mia madre. O urla, o tace. I capelli di velo nero pesante sono pieni di mosche. Mia sorella seduta in terra la fissa da due fessure buie seppellite nel grasso. Tutta la vita, almeno quanto durò la loro vita, la seguì sempre fissandola a quel modo. E se mia madre - cosa rara - usciva, bisognava chiuderla nello stanzino del cesso, perché non voleva saperne di staccarsi da lei. E in quello stanzino urlava, si strappava i capelli, sbatteva la testa ai muri fino a che lei, mia madre, non tornava, la prendeva fra le braccia e l'accarezzava muta.