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I ragazzi, la poesia e un libro ritrovato

frasi muro 400x300 La poesia salva la vita

Avevo quattordici anni e Greta mi regalò un libro che divorai; come spesso capita, negli anni è finito nel dimenticatoio. Ma certi libri prima o poi ritornano, portando con loro la lei che sei stata e indicandoti una strada. Il libro in questione è La poesia salva la vita e l’ha scritto Donatella Bisutti: a riprenderlo in mano adesso, quel volume fa tenerezza. È un libro che parla di me, che gronda della mia adolescenza e di antichi furori: qua e là ci sono frasi evidenziate e colorate, disegni, epigrammi scritti da me e tentativi di poesia. Tentativi di cui mi sono sempre vergognata, perché il problema, quando si passa l’adolescenza a leggere e si continua a farlo per tutta la vita, è sentirsi sempre banali e mai all’altezza e essere il più terribile censore di te stessa. A scuola non ho mai scritto poesie, era affare da cameretta privata: sono cresciuta pensando che il testo poetico andasse interpretato e decodificato, che fosse un linguaggio segreto da tenere per me. In classe abbiamo letto molte poesie, le abbiamo vivisezionate e descritte, vi ho scritto saggi e commenti, mi sono formata ascoltando le voci dei grandi, senza sperimentare la mia. Da insegnante ho fatto scrivere ai ragazzi molte poesie, ma sempre come esercizi per ragionare su quella tipologia testuale, per imparare tecniche: per cui negli anni abbiamo scritto sonetti, endecasillabi, poesie ermetiche, versi liberi, rime incatenate baciate e chi più ne ha più ne metta. Esercizi di stile, insomma, fedele all’idea che se sperimenti ti resta più in mente l’apparato teorico (quella cosa che si chiama learning by doing, insomma). Ma quest’anno è stato un anno diverso, in cui ho toccato con mano a cosa serva la poesia e, come sempre, l’ho imparato dai ragazzi.

Le tracce di italiano all'esame di stato

IMG20160429205003970 900 700 A una insegnante, Roberta Olmastroni, presidente di commissione agli esami di stato, e collaboratrice anni fa a La scrittura e l’interpretazione, ho chiesto un parere sulle tracce per i temi di italiano all’esame di stato. Mi ha mandato questo breve commento, in cui prende le distanze dalla stroncatura che Christian Raimo ne ha fatto sul settimanale “Internazionale”. Le obiezioni di Raimo al tema corrispondente alla tipologia A sono sostanzialmente due: il testo non è noto agli studenti che a scuola non studiano Caproni; non è certo fra i maggiori o i più significativi di Caproni. Sulla tipologia B il suo dissenso riguarda la natura stessa del genere proposto, il saggio breve, improponibile a scuola.

Sulla tipologia A, ecco quanto mi scrive Roberta Olmastroni:

«Non concordo con Raimo. La tipologia A su Caproni, proprio nella sua semplicità, ha permesso a tutti di scrivere. A chi non ne ha particolare abilità, ha concesso di buttar giù qualcosa di dignitoso senza sentirsi quello che "non ho capito che chiedeva". A chi sa scrivere non ha impedito, anzi ne ha lasciato il modo, di volare alto. Qualcuno dei miei studenti (quinta liceo al Volta di Colle val d’Elsa) ha tirato fuori confronti con Parini, Leopardi, Pascoli, D'Annunzio e la letteratura inglese. Riferimenti scontati? Forse per noi che mastichiamo pane e letteratura sì. Per i ragazzi sono stati invece l’occasione di declinare, in uno scritto loro, competenze e conoscenze acquisite. E poi, si sa, dipende tutto da come quei riferimenti li si argomenta, li si rende convincenti e magari “seduttivi”. Chi “sa”, ha potuto incrementare la scarna analisi formale del testo proposta con valutazioni retoriche e linguistiche più approfondite. Chi “sa un po’ meno”, ha avuto la tranquillità di poter provare a dire comunque, e meglio che può, qualcosa.

I minotauri di Sir Roger Penrose

Marcacci 20161019 0045 8 maggio 2017, Pontificia Università Lateranense, International Symposium “Celebrating twenty Years of the International Research Area on Foundation of Sciences, l’area di ricerca voluta dai grandi matematici Ennio De Giorgi (1928-1996) e Edward Nelson (1932-2014). Il volto simpatico e gli occhi strizzati di Sir Roger Penrose incrociano un attimo i miei, mentre scendiamo le scale per andare a prendere un caffè. “Mi sai dire perché avrebbero dato questo titolo alla versione italiana del mio ultimo libro?”. “No, Professore. A dirle il vero me lo sono chiesta anch’io, se lo sono chiesti molti”. “Ma non viene spiegato in qualche pagina nel testo, il motivo di questo titolo?” “No, almeno fin dove ho letto io non viene spiegato!” "Lei non menziona minotauri nel suo libro?" "No! Affatto!"

12 maggio 2017, Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Lectio Commandiniana Fashion, Faith, and Fantasy. “Sir Roger!”, saluto il prof. Penrose con sincero entusiasmo. È stato alla Specola Vaticana in questi giorni per un importante convegno sulla cosmologia e la gravità quantistica, ma non lo vedo poco propenso a chiacchierare. “Forse ho una ipotesi per interpretare il titolo del suo libro in italiano”, gli faccio. “Davvero? Dimmi!” “Eh, no. Ne parliamo dopo il conferimento del Sigillo di Ateneo e della Medaglia Commandiniana” (cose importanti che accadono nella città di Federico Commandino, l’umanista urbinate che permise la diffusione della matematica greca nel cinquecento), uno dei tanti riconoscimenti che Sir Roger ha ricevuto. Posso dirgli così, perché da lì a poco avrò l’onore di commentare pubblicamente la sua lezione.

Non mi dilungo sui dettagli delle celebrazioni accademiche e vado al dubbio che mi è venuto ripensando ai titoli di due noti libri di Penrose. La strada che porta alla realtà (Rizzoli, Milano 2005; ed. or. The road to reality, 2004), anziché essere sicura e difesa dal ferro della matematica e dal fuoco della creatività scientifica, è solo piena di Fede, moda e fantasia (Fashion, Faith and Fantasy in the New Physics of the Universe, Princeton, Princeton Un. Press 2016)? Il sottotitolo al volume italiano suggerisce una risposta: Perché la nuova scienza non è affatto scientifica. Viene insinuato il dubbio che la scienza attuale si stia inabissando sotto il peso della non-scienza, enfatizzando la dicotomia scienza-non scienza che riecheggia nella prefazione. Eppure Sir Roger nella stessa prefazione dichiara che talvolta la fantasia è indispensabile, che la fede gioca un ruolo strategico nella mente degli scienziati e che le mode possono anche fornire vie esplorative che spingono al di là dei confini segnati dalle teorie.

Dialogo sulla poesia. Cinque domande a Dario Bertini

000000000000000Bertini A cura di Daniele Lo Vetere

Il poeta Dario Bertini ha incontrato alcuni studenti e studentesse di un liceo senese, per un dialogo sulla sua poesia. Pubblichiamo l'intervista che gli è stata fatta in quell'occasione dal nostro collaboratore Daniele Lo Vetere

1. La tua poesia, in particolare la tua ultima raccolta Prove di nuoto nella birra scura (Edizioni del Foglio Clandestino, 2014), è – come mi hai detto e come hai avuto modo di ribadire durante l’incontro con gli studenti – pensata per la pagina ma anche per per la lettura ad alta voce, per la performance dal vivo. Infatti mi hai anche chiesto di accompagnarti con la chitarra per improvvisare le tue poesie come se fossero un blues. Per fare solo un esempio molto semplice, a volte tratti certi tuoi versi come un ritornello, ripetendoli nell’esecuzione anche se sulla pagina li si trova solo una volta. Sei molto interessato al legame tra poesia e oralità, poesia e voce?

Sì, la poesia nasce sempre come testo scritto, ma la mia è anche una scrittura pensata per la lettura ad alta voce. La voce non viene dopo, non è un’aggiunta, un surplus di interpretazione per accattivarsi il pubblico, ma accompagna e sottolinea le scelte stilistiche e ritmiche del poeta. Un testo deve arrivare al lettore, deve provocare una reazione, positiva o negativa, non importa, ma deve suscitarla. La reazione di chi legge o ascolta è parte integrante della poesia. La poesia ha bisogno di divertimento, non nel senso che debba cercare di arruffianarsi il pubblico come se fosse cabaret, ma nel senso dello sforzo di  coinvolgere le persone alle quali si rivolge. Il primo nemico della poesia è la noia.

2. Infatti sei anche il promotore di un reading nella città in cui vivi, Pavia...

Sì lo organizzo da sette anni. Si chiama “Poesie al tavolino” e si svolge ogni ultimo sabato del mese, all’ora dell’aperitivo. Il contesto è infatti quello di un pub, dove ci si incontra, si chiacchiera, si beve birra. Ormai vengono molte persone, anche da Genova, Milano, addirittura qualcuno dalla Svizzera. Però non si tratta di un poetry slam o di un evento “a microfoni aperti”. Anche quelli vanno bene, per carità, ma capita spesso che le persone non vadano lì con l’idea di ascoltare la poesia, di rendersi disponibili a quanto gli altri dicono e leggono, ma con quella di esibirsi, di mettere se stessi al centro. L’idea è invece quella della lettura e della condivisione: non un palco dove mettersi in mostra, ma un’occasione per condividere una forte passione e per fare della lettura il banco di prova della forza dei versi che si leggono, che sono quelli di poeti contemporanei importanti, italiani e internazionali. In questi ultimi due anni sono riuscito anche a portare qui Mircea Cărtărescu e Jack Hirschman e la formula dell’incontro è stata la stessa, solo che eravamo alla presenza fisica dei due autori.

Tozzi e le emozioni

05280080 È uscito da Carocci il libro che raccoglie relazioni e interventi del convegno tenutosi nel settembre 2016 all’Università di Liegi su Federigo Tozzi in Europa. Il libro, a cura di Riccardo Castellana e Ilaria de Seta, pubblica saggi degli stessi Castellana e de Seta, di Matteo Palumbo (Le epifanie di Tozzi), Romano Luperini,  Massimiliano Tortora (Tozzi e la tradizione del romanzo impiegatizio europeo), Marco Menicacci, Valeria Taddei e altri. Pubblichiamo qui il breve saggio di Romano Luperini, intitolato Tozzi e le emozioni.

TOZZI E LE EMOZIONI

Parto da una citazione di Musil:

Ella pensò: si traccia una linea, una sola linea coerente, per trovare un appoggio fra le cose che torreggiano mute; questa è la nostra vita; qualcosa come parlar senza più smettere e illudersi che ogni parola derivi dalla precedente e susciti la seguente, perché si ha paura, se il filo si strappa, di vacillare e di essere inghiottiti dal silenzio. […] Vide tutta la sua vita dominata dal continuo tradimento per cui, mentre per tutti gli altri si resta la stessa persona, ci si stacca da se stessi, dall’estrema, inesauribile tenerezza, lontana dal pensiero cosciente, attraverso la quale si è uniti con se stessi più profondamente che con tutto ciò che si fa.[1]

L’esistenza ordinaria è un continuo tradimento che ci allontana da noi stessi, da un fondo oscuro, da un bisogno di amare e di essere amati, da una sete di tenerezza che spinge la protagonista, che pure ama il marito, a tradirlo per un insignificante consigliere ministeriale. In I furiosi, un dramma contemporaneo alla novella ma pubblicato un decennio più tardi, questa estrema tenerezza lontana dal pensiero cosciente viene rappresentata come «un pezzetto ancora fluido del nucleo di fuoco della Creazione»[2].  È il ricordo e il richiamo di questo fondo oscuro e di questa tenerezza creaturale e corporale a legarci alla nostra vita profonda assai più delle azioni e delle parole a cui siamo costretti dalle convenzioni per restare coerenti con noi stessi e identici nella considerazione degli altri. Ogni tanto il filo si spezza, il continuo tradimento di quel bisogno d’amore viene meno e per un attimo si torna fedeli al nostro essere profondo.

I giovani, il digitale e il cambiamento mentale

image Non occorre essere scienziati, esperti, studiosi o addetti ai lavori per cogliere l’incessante dilagare della realtà virtuale nella nostra vita quotidiana. Basta l’esperienza, anche banale, di una qualunque giornata-tipo: smartphone, tablet, personal computer e innumerevoli altri strumenti digitali riempiono le nostre case, i nostri luoghi di lavoro, le scuole, le università, le nostre borse, le nostre tasche. Adulti, adolescenti, bambini. E non solo. Facciamo moltissime cose on line, 24 ore su 24, per scelta, per necessità, per obbligo. Lavoro, acquisti, prenotazioni, comunicazioni, svago, informazione, controllo, dialogo, gioco: tutto ormai avviene prevalentemente davanti a uno schermo, seduti, soli e irresistibilmente attratti da questa dimensione immateriale che coltiva la nostra onnipotenza. O fagocitati, per chi - come me – avverte il timore, piuttosto che il fascino, della dematerializzazione.

Sento molte persone, anche notevolmente istruite, affermare  che non bisogna demonizzare i nuovi strumenti digitali. Che sono il frutto del progresso, delle scoperte scientifiche, dell’avanzamento della tecnologia. Che non c’è differenza con quanto accaduto nel passato, con tappe altrettanto significative dell’evoluzione culturale o della storia umana, sempre considerate da qualcuno potenzialmente temibili (anche Socrate credeva che la scrittura avrebbe distrutto le abilità mentali, rendendo gli uomini ‘portatori di opinioni, invece che sapienti’). Che questi strumenti sono forieri di importanti miglioramenti nei nostri standard di vita, che la variabile fondamentale è l’uso che se ne fa, che bisogna insegnarne un utilizzo corretto. E così via, tra innumerevoli luoghi comuni. E io penso che McLuhan si rivolti nella tomba, continuando a riformulare invano l’idea che “il medium è il messaggio” e che dunque questa presunta, invocata neutralità dello strumento rivendicata dall’uomo comune non è mai esistita nella storia della civiltà.  Mentre la vera novità, forse non ancora sufficientemente esplorata, è un’altra: la pervasività di queste tecnologie digitali, sia nella diffusione capillare dei dispositivi, ormai a disposizione fin dalla più tenera età - si calcola che oggi sei miliardi di persone hanno accesso a un telefono cellulare, mentre solo quattro miliardi e mezzo hanno accesso a un bagno funzionante - sia nell’ampliamento progressivo e illimitato delle loro possibilità di utilizzo per ogni aspetto della nostra vita e in ogni momento della nostra giornata.

Plausi e botte, Saviano, Ciabatti, Hamid

la paranza dei bambini 1 Dieci anni fa, o poco più, Gomorra era stato una sorpresa, un esperimento audace, l’opera di un dilettante di genio. Un ibrido, fra autobiografia, documentario, saggismo. Il libro rappresentava l’autore, Saviano, che si aggirava in scooter in Campania sulla scena del crimine di camorra per documentare la verità in cui si imbatteva. Dopo anni di metaletteratura, di riscritture e di citazionismo la realtà tornava a fare irruzione in una opera letteraria. Era il segno di una svolta, della fine del postmodernismo. Dopo dieci anni Saviano fa uscire La paranza dei bambini (Feltrinelli). Un romanzo, questa volta, un vero romanzo. Un romanzo “ben fatto”, scritto con cura professionale, un romanzo “riuscito”. Se Gomorra era l’opera di un dilettante, questa invece nasce da un impegno professionale: quasi dal desidero di mostrare al mondo che l’autore è capace di essere un vero romanziere. E allora sparisce l’io autobiografico, la voce narrante è onnisciente e interviene di continuo a commentare e a spiegare le ragioni storiche, sociologiche, antropologiche di certi fatti e di certi comportamenti (persino l’uso del dialetto – avverte una nota finale  ̶  nasce in laboratorio come prodotto dalla manipolazione della comune oralità e della “classicità” della lingua napoletana). Il lettore vi ritrova una serie di situazioni che già conosceva dalle serie televisive (a diverse delle quali ha collaborato lo stesso Saviano), oltre che dal diluvio di prove narrative successivo a Gomorra (il romanzo di camorra è diventato subito un genere come un altro). Viene meno quanto c’era, dieci anni fa, di ingenuo e di autentico, di risentito e di sorprendente. Il romanzo diventa prevedibile, con i personaggi invariabilmente “piatti” (direbbe Foster), coerenti con se stessi, rigidi. Del realismo qui c’è quello delle serie televisive americane: un realismo standard.

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Dicono che La più amata di Teresa Ciabatti vincerà lo Strega di quest’anno. Lo hanno vinto anche romanzi peggiori, non mi stupirei. La più amata è un romanzo di stereotipi e di luoghi comuni trattati con  disinvoltura e una certa vena macchiettistica. Ovviamente anche qui il personaggio principale è “piatto”: è il padre “cattivo”, che ovviamente è autoritario, filofascista, forse complottista, massone e affiliato alla P2, proprietario di ville con piscina, attaccato ai soldi e chi più ne ha più ne metta. È un romanzo “cattivo”, si dice, per farne l’elogio. Certo. Ma in nome di cosa? Dietro tanta cattiveria, cosa c’è? C’è l’ostentato narcicinismo dell’io narrante. Cioè, il nulla.

L’ignoto marinaio sorride anche a noi

Antonello da Messina 080La produzione di marginalità sociale è un problema costantemente presente nel mondo contemporaneo, come le cronache ci ricordano ogni giorno. Consolo ne ebbe consapevolezza, come risulta evidente dalla lettura del suo secondo romanzo: Il sorriso dell’ignoto marinaio, pubblicato da Einaudi nel 1976. L’opera, che è un romanzo storico sul Risorgimento in Sicilia, colpì la critica per la sua particolare struttura: un alternarsi di diegesi e appendici. Accanto alla narrazione vera e propria infatti egli pone dei documenti appartenenti alla storiografia del tempo. Una scelta che produce un effetto straniante sul lettore, convinto di trovarsi davanti ad un romanzo di un genere consolidato come quello storico. Ed effettivamente proprio questa particolarità ci fa parlare anche oggi del Sorriso, facendone emergere l’importanza a livello letterario anche per un nuovo pubblico.

Il romanzo racconta di un momento cruciale della storia d’Italia, visto però in una prospettiva straniante data dal confronto tra il protagonismo rivoluzionario dei ceti popolari e la riflessione di un intellettuale membro delle élite. L’idea gramsciana di Risorgimento come rivoluzione mancata viene letta e interpretata attraverso la narrazione di un episodio marginale e dimenticato, ovvero i moti di Alcàra li Fusi. È questo un piccolo paese sui monti Nebrodi dove, come nella più famosa sollevazione contadina di Bronte, i popolani insorsero spinti dall’arrivo di Garibaldi, chiedendo giustizia e terre. Ma anche questo episodio fu motivo di violenza sociale: i moti furono sedati e si conclusero con arresti e fucilazioni da parte di quelle stesse truppe garibaldine che, per i contadini, erano state ispiratrici della rivolta. In questa cornice Consolo colloca i suoi personaggi storici: il barone Mandralisca di Cefalù, fervente studioso dalle idee liberali e collezionista di lumache; l’avvocato Giovanni Interdonato, esule rivoluzionario dal ʼ48, che rivestirà numerose cariche sotto la Dittatura di Garibaldi. Se inizialmente Interdonato avrà il compito di scuotere Mandralisca dalla sua attitudine contemplativa convincendolo della necessità di agire per la causa della rivoluzione, in un secondo momento la situazione si ribalterà. Mandralisca infatti si troverà casualmente ad essere uno spettatore postumo dei moti di Alcàra e assumerà la prospettiva dei popolani comprendendo che nella storia la parte degli umili deve essere rappresentata da questi stessi senza la mediazione equivoca e mistificatrice dell’intellettuale. Così si rivolgerà al suo interlocutore Interdonato: «E cos’è stata la Storia sin qui, egregio amico? Una scrittura continua di privilegiati. A codesta riflessione sono giunto dopo aver assistito a’noti fatti».

Morte di un cane

Romano IMG 2813 Ieri sera, tornando da un viaggio, ho trovato il cane agonizzante. Da tempo era ammalato, anch’io lo ero, e così ci facevamo compagnia. Negli ultimi giorni però non mangiava più, e quando sono tornato non si teneva  in piedi. Stava disteso su un fianco, immobile, solo la pupilla grigia si muoveva seguendo i miei spostamenti. Però, quando gli accarezzavo la testa, deglutiva di piacere, come sempre. Sono stato alzato quasi tutta la notte per assisterlo. Poi mi sono addormentato, e ho sognato mia madre tanti anni fa, ritta sulle scale, al mezzanino di casa, con il grembiule alla vita, che mi salutava e voleva guardarmi finché non sparivo in basso.

Stamani l’ho portato dal veterinario per farlo morire. L’ho dovuto prendere in braccio alzandolo con la sua cuccia. Pesava molto poco, forse la metà di qualche mese prima. L’ho deposto nell’auto sul sedile accanto al mio. Durante il viaggio gli ho tenuto sempre la mano sulla testa, lo accarezzavo ma non deglutiva più. Ogni tanto però levava il capo e mi guardava con gli occhi dolcissimi. Allora ho deciso che l’avrei accompagnato sino all’ultimo momento, e quando il veterinario voleva chiudermi fuori ho dichiarato che intendevo restare. Si è giustificato dicendo che i più non volevano assistere alla fine. L’hanno disteso su un tavolo, e lui era calmo, con gli occhi fissi su di me. Io gli accarezzavo piano la testa, gli ossi del suo cranio sotto il mio palmo. E’ un cane buonissimo, vede?, è buonissimo sino all’ultimo, ho detto. Per prima cosa gli hanno dato un sedativo, poi un antidolorifico, non trovavano la vena, è così magro che è quasi sparita, dicevano. Lui mi guardava ancora, ma a poco a poco i suoi occhi si sono appannati. Perché un antidolorifico?, ho chiesto, mentre portavano una flebo col Tanax. Il Tanax funziona arrestando il respiro e il cuore in dieci-quindici secondi, ma sarebbe un dolore violentissimo, anche se breve, meglio evitarlo, mi hanno spiegato. Poi gli hanno iniettato il Tanax. Nemmeno un sussulto. Era lì, davanti a me, inerte, ripiegato nella posizione in cui lo aveva collocato il veterinario. Materia bruta, una cosa già estranea. Ora va smaltito, bisogna cremarlo, hanno aggiunto. Speravo di seppellirne il corpo in giardino,  ho dovuto rinunciarvi.

Napoleone, Totti e la fine della scuola

contu 1996 dia 001 Maggio odoroso vs maggio furioso

Venerdì ventisei maggio, entro in classe alle otto nella mia quarta. Le due ore si preannunciano più che problematiche: ho in animo di leggere e commentare tutto Il cinque maggio. L’esito è più che incerto. Sono rassegnato a pagare dazio al maggio odoroso degli studenti, che me li porterà in classe con la testa ovunque nell’universo fuorché dal Manzanarre al Reno, ma sono anche rassegnato al maggio furioso del docente che, se ha lavorato come Scuola comanda, si ritrova a questo punto dell’anno col cervello completamente in pappa. «Ma lo devi fare, è importante, lo so che non capiranno, lo so che si annoieranno, ma lo devi fare»: è questo il mantra che mi impongo salendo le scale. Entro in aula, entrano gli studenti, fanno la lista delle merende, faccio quattro clic sul registro elettronico. Iniziamo la lezione. Decido di vendere cara la pelle, provo a giocarmela, tento il bluff (oramai sgamato dai più) «della grande pagina di letteratura che di sicuro voi non capirete, che vi annoierà perché troppo difficile per voi del tecnico, ma se ce la faceste, ah la bellezza!». Stranamente mi accorgo che sono tranquilli. L’aria fresca aiuta, le facce sono sveglie e poi quell’attacco «Ei fu», immediatamente stoppato dal coro dei «oh ma io questa l’ho studiata alle medie». Mi dico «stai a vedere che forse ci arrivo davvero al Tanai».

Narratori d'oggi. Intervista a Vanni Santoni

vanni santoni macao 2015 A cura di Morena Marsilio 

1. Sui generi letterari

Negli ultimi vent’anni la narrativa italiana sembra essere stata egemonizzata da due generi dallo statuto ibrido, la non fiction e l’autofiction. Il primo sembra porre al centro del racconto, seppur con diversi “effetti di narratività”, la ricostruzione di fatti di cronaca, l’attraversamento in chiave saggistico-riflessiva di temi legati all’attualità, il diario di viaggio, la rielaborazione di un’inchiesta; il secondo, invece, è la risultante dell’operazione in parte mistificante da parte di un “trickster” (Siti), ossia di un io-narrante che mescida liberamente fatti realmente accadutigli e fatti inventati.

Come si pone rispetto all’uno e all’altro genere? Li sente consoni al suo modo di rappresentazione del mondo?

Come aveva a dire Nabokov, “fiction is fiction”: nel momento in cui si mettono in scena personaggi e luoghi e punti di vista e filtri, nel momento insomma in cui entra in campo un processo artistico, ecco che siamo di fronte a un’opera di finzione, non importa quanto sia basata sul reale. Al di là di ciò, che pur è molto, non condivido appieno la definizione di “ibrido”. Il romanzo è meticcio per natura, e solo l’avvento dell’editoria commerciale ci ha portato a pensare che un “romanzo puro” sia quello con un set relativamente circoscritto di personaggi di finzione (tra cui alcuni “protagonisti”), un inizio, uno sviluppo e una risoluzione. Riprendendo le parole che l’autore bulgaro Georgi Gospodinov affidava al suo alter ego Gaustìn, “il romanzo non è ariano”: nasce infatti ibrido, i primi romanzi moderni sono romanzi filosofici o romanzi picareschi con tratti enciclopedici, o già addirittura metaromanzi. Il fatto, poi,  che in un certo periodo della storia letteraria di un certo paese o continente emergano con più forza certe tipologie di romanzo è un fatto normale che non altera la natura del romanzo come genere, pur ponendo questioni certamente interessanti – ad esempio, per quanto riguarda l’oggi, la possibile perdita di forza, rispetto a un mondo complesso, caotico e molteplice, di una terza persona “oggettivante”. Il problema, piuttosto, come diceva recentemente Mircea Cărtărescu, potrebbe essere che il romanzo, tornato a usare tutti gli strumenti a sua disposizione, è diventato qualcosa di così ampio da poter includere tutto, e quindi non indicare niente di specifico.