Su "La città interiore" di Mauro Covacich

covavivh la citta interioreAnche ne La città interiore di Mauro Covacich, come ci ha insegnato Javier Cercas, è individuabile un punto ciego, un momento in cui la ricostruzione narrativa degli eventi – tra rigore del documento storico e diritti dell’immaginazione – pare incrinarsi, denunciare la sua costitutiva fallacia: è il momento in cui l’autore-narratore, nel corso di un viaggio in Bosnia alla ricerca della tomba o quantomeno di una traccia pur labile del poeta e partigiano croato Ivan Goran Kovačić, ucciso dai cetnici nel 1942, si interroga sulle ragioni di questo viaggio e di una ossessione ormai ventennale che lo perseguita. Cosa cerca in effetti l’autore e il protagonista? «Non le radici – risponde Covacich – non il ritorno a casa […], ma una stele funeraria, la croce del fratello morto che mi assolva dall’indifferenza. Dalla non appartenenza. Sei italiano o sei slavo? Se porti quel nome perché non parli croato? Se sei italiano perché ti chiami così?».

Lo slittamento dalla K alla C, la «microvariazione di un’omonimia» è solo una delle numerose frontiere che Covacich tenta di oltrepassare nel corso di questo suo ultimo libro che, secondo una pratica ormai consolidata nell’editoria italiana, porta in copertina la dicitura “Romanzo”, eppure pienamente romanzo non è. Sconfinando continuamente nei territori dell’autobiografia o del saggio culturale, Covacich compone un libro dai confini mobili, dove ogni definizione appare impropria e dove, significativamente, l’immagine dell’attraversamento torna ricorsivamente (a partire da James Morris, soldato britannico sbarcato a Trieste durante l’occupazione americana e poi divenuto famoso con il nome e l’identità femminile di Jan Morris, passando per il musicista Bibalo, che Trieste lasciò per diventare il più grande compositore norvegese del Novecento, arrivando a John M. Coetzee, sudafricano di origine boera che ha appreso l’inglese come una lingua straniera, come uno «straniero a casa sua»).

Perciò il “punto cieco” ha in questo caso a che fare con una traslazione in primo luogo linguistica, con l’italianizzazione forzata di ampi strati di popolazione di origine slovena, compiuta a inizio Novecento tra Trieste e l’Istria: Covacich in effetti riporta in primo piano in questo libro la “questione della lingua”. L’italiano, di fatto appreso in età scolare dall’autore che confessa di pensare e sognare ancora per lo più in triestino, è da un lato la lingua coercitiva del fascismo e dall’altro è un codice solo apparentemente democratico che «spiana le differenze con il dogma della comunicazione, l’idioma standard adottato, ma sarebbe più giusto dire implementato, dalle catene di negozi in franchising e sui social network». Tra questo italiano-ruspa o schiacciasassi e l’inglese-leviatano che fagocita tutte le altre specificità linguistiche, ci sarebbe allora una differenza minima.

Narratori d'oggi. Intervista a Mauro Covacich

il libro di mauro covacich 2A cura di Morena Marsilio

  1. Sui generi letterari: fiction, autofiction, non fiction

Negli ultimi vent’anni la narrativa italiana sembra essere stata egemonizzata da due generi dallo statuto ibrido, la non fiction e l’autofiction. Il primo sembra porre al centro del racconto, seppur con diversi “effetti di narratività”, la ricostruzione di fatti di cronaca, l’attraversamento in chiave saggistico-riflessiva di temi legati all’attualità, il diario di viaggio, la rielaborazione di un’inchiesta; il secondo, invece, è la risultante dell’operazione in parte mistificante da parte di un “trickster” (Siti), ossia di un io-narrante che mescida liberamente fatti realmente accadutigli e fatti inventati. Come si pone rispetto all’uno e all’altro genere? Li sente consoni al suo modo di rappresentazione del mondo? e per quanto riguarda la finzione narrativa, crede che sia ormai colonizzata dall’intrattenimento o che mantenga viceversa un proprio potere di rivelazione e di verità?

Non credo nell’autofiction, credo nell’autobiografia. Credo in una scrittura che si confronta con il reale, non credo in una scrittura che decostruisce la realtà. La realtà, intesa come i fatti realmente accaduti, mi sembra già abbastanza indagata (i media, le scienze sociali, la statistica ecc), in sé non mi interessa (né mi interessa la sua rarefazione), mi interessa il reale, ovvero quel luogo interiore in cui, come dice Philippe Forest, un soggetto fa un’esperienza di verità. Ovviamente non mi sfugge che ogni tentativo di raccontare quell’esperienza di verità è destinato a trasformarla in un’invenzione letteraria, ma questa consapevolezza non porta necessariamente alla scelta di un trickster. Lo slittamento inevitabile da persona a personaggio non mi esime dalla responsabilità di scavare nella persona. Anche l’io narrante di Se questo è un uomo diventa un personaggio, ma non per questo è un trickster. E comunque ci si può ostinare a essere autentici anche nell’epoca della post-verità. Scrivere è mentire, sempre, ma c’è un modo di essere sinceri anche dicendo bugie. Vedi Forest, vedi la Ernaux.

Non ho nessun preconcetto verso la forma classica del romanzo, trovo curioso però che, rispetto alle altre espressioni artistiche (musica, teatro, arti visive), la letteratura sia l’unica ad essere rimasta fedele allo stesso modello anche nel secondo novecento e oltre. Nessuno si aspetterebbe oggi da un musicista una sinfonia in quattro movimenti, invece ci sembra del tutto normale che Franzen scriva gli stessi libri di Tolstoj. Per quanto mi riguarda, tendo a fondere insieme materiali diversi – cronaca, memoir, finzione romanzesca – segnalando al lettore i brani o i capitoli di pura invenzione (o meglio, facendo in modo che non possa non accorgersene). Mi piace che il narratore sia in scena, col suo corpo e la sua voce, e che, anche dopo che ha ceduto la parola ai personaggi, non sparisca dietro le quinte ma resti visibile sullo sfondo.

Gli studenti sapranno ancora scrivere in futuro? Sull'"appello dei 600"

Daniele 1993 0041 L'appello dei 600 professori sul cattivo italiano degli studenti è tutto sbagliato. Eppure hanno ragione.

Non inizio così questo intervento per gusto del paradosso. Lo inizio così perché quando tutti gli altri posti sono già occupati, tocca sedersi dalla parte del torto. Intervengo infatti nel dibattito da buon ultimo.

Le reazioni all'appello sono già state molte. Eccezion fatta per quella solidale, anzi di rilancio aggressivo, di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere, tutte sono state critiche, alcune ferocemente critiche. Grossolanamente, possiamo distinguere due generi di repliche: quelle concentrate sul merito "stretto" della questione, l'educazione linguistica (il contro appello di molti linguisti italiani, Giuseppe Bagni per conto del Cidi, Silvana Loiero per conto del Giscel, Alberto Sobrero sempre per il Giscel) e quelle che reagiscono ad aspetti più generali o impliciti dell'appello (Antonio Brusa; Lorenzo Renzi in difesa di Tullio De Mauro; Mariangela Galatea Vaglio nella sua rubrica Non volevo fare la prof; il maestro Franco Lorenzoni; Simone Giusti e Christian Raimo, in un intervento articolato che sintetizza un po' tutto il dibattito, su Minima et moralia). Il 6 febbraio anche Tutta la città ne parla di Radio Tre ha dedicato una puntata al tema, in un confronto utile e interessante.

Quasi tutto ciò che c'è di sbagliato in quell'appello è stato ampiamente illustrato in questi interventi: approssimazione nell'individuazione del problema e delle sue cause; idee confuse, anzi arcaiche, sull'educazione linguistica, che sembra essere questione riservata alla sola scuola del primo ciclo; soluzioni generiche e punitive, come l'invocare verifiche cadenzate degli apprendimenti a livello nazionale, la presenza di docenti dell'ordine scolastico superiore agli esami conclusivi di ciascun ciclo, la riscrittura delle Indicazioni nazionali, che però già prevedono quanto chiesto nell'appello.

Tutto giusto. Ma quell'appello è un sintomo; persino la sua stessa genericità è un sintomo. E a me pare che ad esso si sia risposto con un accanimento a tratti non meno sintomatico.

Insegnare a leggere, insegnare a scrivere

Cavadini 20151231 0173 Gli studenti italiani non leggono e non sanno scrivere

Il problema dei troppi ragazzi che scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente1 esiste e non lo scopriamo certo ora. La responsabilità non è solo della scuola ma, al solito, è la scuola la principale imputata e nel merito la scuola di base, come se insegnare a leggere e a scrivere fosse affare solo di quegli ordini di scuola. Complice la facilità dello scambio comunicativo, oggi si scrive troppo, si scrive male, non si legge più: si guarda e (più raramente) si ascolta.

Lavoro con i ragazzi della secondaria di primo grado, credo molto in loro e nelle loro risorse e ho imparato che qualsiasi analisi e intervento deve partire dalla realtà, da ciò che c’è, non da ciò che manca e pensiamo dovrebbe esserci. E la realtà è questa. Ieri Simone (studente bravo e diligente) mi ha scritto in piattaforma: “Prof Lo perso, non è che per caso ce la lei?”. Gli ho risposto: “Messaggio incomprensibile: riscrivi e riformula”, al secondo tentativo abbiamo raggiunto il risultato. Per la cronaca Simone nella verifica sull’ortografia aveva preso 10, 8 nel test sul modello invalsi. Ciò che mi ha colpito non sono solo i due errori ortografici, ma la sua richiesta senza oggetto: per i ragazzi è testo tutto ciò che è scritto, con buona pace di correttezza, coesione e coerenza.

Dobbiamo correre ai ripari, ma la strada non è quella dell’introduzione di verifiche nazionali periodiche durante gli otto anni del primo ciclo: dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale e scrittura corsiva a mano2, se non si cambia cosa si insegna e come lo si insegna, non serve a nulla calcare la mano su bocciature, voti etc. Abbiamo bisogno di un nuovo rigore formale e sostanziale, da pretendere anzitutto da noi stessi e poi dai ragazzi: dobbiamo pensare programmi e progetti che partano da loro e dal bisogno, che è sociale, di appassionare alla scrittura e alla lettura e il percorso che illustrerò a breve va proprio in questa direzione. E a chi poi fosse roso dal dubbio: “sì ma i verbi li studiate? E l’ortografia?” Rispondo: provate voi a scrivere o leggere un testo con i verbi sbagliati e pieno di errori ortografici! Anche prassi tradizionali come il dettato, l’analisi grammaticale, le liste di verbi irregolari, le poesie a memoria fanno parte del rigore cui accennavo prima, necessario per imparare a scrivere e a leggere, rigore che è solo un altro mezzo con cui prendersi cura dei ragazzi.

Perché leggere questo libro: Le variazioni Reinach di Filippo Tuena

reinach A complemento dell’intervista a Filippo Tuena oggi proponiamo nella rubrica Perché leggere questo libro l’incipit del suo romanzo “Le variazioni Reinach”, uscito nel 2005 e riedito nel 2015, e un approfondimento sul libro.

Variazione su una visita al museo

La vede salire lo scalone e attraversare i saloni deserti e come una perfetta padrona di casa controlla ogni cosa, passa la mano sopra i ripiani delle commodes, scorre le dita tra gli intagli delle cornici, sistema col piede gli angoli dei tappeti arricciati e prima di lasciare ogni ambiente si volta per accertarsi che tutto sia in ordine e il suo sguardo ha un’espressione accigliata e fredda, in contrasto con i suoi sentimenti che sono di grande rimpianto e di profonda malinconia.

Ogni stanza le ricorda un evento che appartiene al passato irrecuperabile perché sa che ha ancora poco tempo a disposizione mentre avrebbe voluto spendere tutta la notte ricordando il tempo trascorso o forse ancora più tempo, magari una notte intera per ogni salone, una notte intera per ogni oggetto, per ogni ricordo, per ogni immagine e invece dovrà fare in fretta nei pochi minuti che durerà quest’ultima ricognizione che le sembra sempre più troppo frettolosa perché abbandona la sua casa come se avesse commesso un peccato anche se non è così e per questo è rigida e severa perché sta esaudendo la volontà di suo padre con un dolore profondissimo che le attanaglia il cuore.

Nel ricordo intravede i suoi figli correre per la galleria, scendere di corsa il grande scalone, ridere mentre giocano nel giardino e ritornano le voci della servitù sommesse a volte timorose e in qualche caso sguaiate mentre un rumore meccanico le rammenta il rassicurante procedere del montacarichi che portava le pietanze in sala da pranzo e l’innaturale voce di suo padre, quel suo accento orientale e il tono esagerato molto alto o impercettibile a volte, come se egli non sapesse modulare la voce e poi ricorda i pochi attimi d’intimità col marito legati ai primi tempi del matrimonio e si stupisce che siano quelli e non altri i ricordi che ricorda come le lunghe e interminabili sere quando lei, Léon e suo padre parlavano nel salone alternando grandi silenzi e ricorda il suono del pianoforte di suo marito, quelle melodie scheletriche, intellettuali ma molto romantiche, un poco artificiose che si perdono in quel palazzo troppo grande e troppo vuoto perché troppo distanti sono le memorie e le immagini e sa che non potrà mantenerle vive per il futuro che le si offre dinnanzi come un paesaggio sconfinato e nebbioso.[…]

Narratori d'oggi. Intervista a Filippo Tuena

filippo tuena ecco perche ho riscritto le variazioni reinach3a cura di Morena Marsilio

Oggi inauguriamo un ciclo di interviste dal titolo “Narratori d’oggi” che coinvolge alcuni tra gli autori e le autrici più rappresentativi del panorama letterario contemporaneo. L’intervista sarà seguita, il giorno successivo, dalla pubblicazione di una recensione o di una scheda della rubrica “Perché leggere questo libro” dedicata a un romanzo del narratore in questione.

Intervista a Filippo Tuena

1. Sui generi letterari

Negli ultimi vent’anni la narrativa italiana sembra essere stata egemonizzata da due generi dallo statuto ibrido, la non fiction e l’autofiction. Il primo sembra porre al centro del racconto, seppur con diversi “effetti di narratività”, la ricostruzione di fatti di cronaca, l’attraversamento in chiave saggistico-riflessiva di temi legati all’attualità, il diario di viaggio, la rielaborazione di un’inchiesta; il secondo, invece, è la risultante dell’operazione in parte mistificante da parte di un “trickster” (Siti), ossia di un io-narrante che mescida liberamente fatti realmente accadutigli e fatti inventati.

Come si pone rispetto all’uno e all’altro genere? Li sente consoni al suo modo di rappresentazione del mondo?

FT - Ho iniziato a pubblicare narrativa nel 1991. In quegli anni la questione non fiction non era neppure accennata (o non ricordo che lo fosse). C’era sempre il modello di ‘A sangue freddo’ ma in qualche modo, ormai cristallizzato. Romano Bilenchi scriveva brevi racconti autobiografici, Parise faceva qualcosa del genere, Nuto Revelli lavorava sulla memoria storica. Questi erano gli scrittori italiani che amavo allora ma non avevo ancora affrontato la questione come autore. In quegli anni la mia era, essenzialmente, narrativa d’invenzione, ambientata in luoghi reali, che appartenevano al mio passato o al mio presente: gallerie antiquarie, case d’asta, biblioteche. Il protagonista di quelle storie, scritte in prima persona, si chiamava come me. Ovvero: ero io alle prese con vicende relativamente plausibili ma immaginarie. (A dire il vero in qualche caso intervenivano fantasmi o licantropi; dunque l’aspetto immaginario era molto presente ma dato come assolutamente normale). Mi ponevo tuttavia il problema del rapporto tra la realtà e la finzione che si sviluppa sulle pagine di un libro. Alla fine i due aspetti sono andati a coincidere in una narrativa che trae origine da dati reali. Col tempo mi sono dedicato a scrivere questa vicende, a cercare di dar voce a personaggi realmente vissuti. Ne è venuto fuori un ibrido, che si vivifica soprattutto nel rapporto tra narratore e materia del suo narrare e nell’impatto che avviene quando una storia trova il suo narratore. I frantumi che se ne ricavano sono l’argomento dei miei libri. 

Figure della Storia. Menzogna e reticenza nella prosa di W.G. Sebald

Sebald 20160814 0286 Una domenica di novembre di qualche anno fa, nel giorno consacrato ai morti, preso da un’inquietudine inspiegabile, decisi di fare una deviazione, proseguendo verso Ponte Pietra e abbandonando momentaneamente l’idea di visitare il cimitero monumentale, relegato al suo silenzio nella parte orientale della città.

Un colto viaggiatore ha visitato questi luoghi all’inizio degli anni Ottanta, soffermandosi ad ammirare la delicata favola di San Giorgio e la principessa, l’affresco che orna l’arco della cappella Pellegrini. Il tempo sembra essersi fermato: i volti e corpi umani sono come incantati da un sortilegio che li rende immobili, incomunicabili; le figure animali – rese con perfetta cura anatomica – contrastano con la malinconica visione della città tardogotica, addormentata nell’oscurità dello sfondo.

L’anonimo protagonista di una delle quattro prose di Vertigini è uno studioso d’arte in viaggio All’estero per delle vaghe «ricerche sul Pisanello».

Ciò che mi affascina in lui non è solo la sua arte realistica, […] ma anche il modo in cui gli riesce di far germogliare quest’arte su una superficie di fatto inconciliabile con il realismo pittorico e nella quale viene accordato a ogni cosa – ai protagonisti e alle comparse, agli uccelli in cielo, all’inquieto bosco verdeggiante e a ciascuna singola foglia – il medesimo diritto all’esistenza, da nulla sminuito.

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Essere solo se stessi. Guido Mazzoni incontra gli studenti

Mazzoni 20060509 1297 A cura di Daniele Lo Vetere

Il poeta Guido Mazzoni ha incontrato alcuni studenti e studentesse di un liceo senese, per un dialogo sulla sua poesia. Pubblichiamo l'intervista che gli è stata fatta in quell'occasione dal nostro collaboratore Daniele Lo Vetere.

1. Durante l'incontro, gli studenti sono rimasti colpiti dalla presenza ricorrente del tema della violenza nelle tue poesie, ad esempio nell'inedito Sedici soldati siriani, che parla del noto video dell'Isis in cui si assiste in diretta al loro sgozzamento. Rispondendo loro, tu hai parlato della violenza nella nostra epoca e nella storia, nonché della sua percezione nella società dello spettacolo (magari proprio da parte dei giovani). La violenza è un tema che può davvero ossessionare così tanto un poeta?

È una domanda legittima. L’ultima guerra combattuta sul suolo europeo occidentale risale a oltre settant’anni fa; in Italia il servizio militare obbligatorio è stato abolito nel 2005. Se si guarda alla storia di media durata, le persone nate in Europa occidentale e negli Stati Uniti dopo il 1945 hanno vissuto in un lungo tempo di pace interrotto da alcuni episodi di violenza statisticamente marginali, che hanno provocato molti meno morti degli incidenti stradali. L’11 settembre 2001, il più importante attentato degli ultimi decenni, ha ucciso circa 3000 persone; durante tutto il 2001 negli Stati Uniti più di 42000 persone sono morte sulle strade. Questi sono i numeri.

Le statistiche ignorano però l’immaginario. Insieme al sesso, al gioco e al gossip, la violenza è il tema preferito dalla comunicazione di massa. Circola in forma diretta (i videogiochi e i film hollywoodiani destinati al pubblico maschile raccontano omicidi; di omicidi parla una parte consistente dell’infotainment), o in forma di spettro, come accade nell’ossessione paranoica per la sicurezza, nel culto delle vittime, nella fortuna etico-politica del vittimismo. Questo esteso fenomeno di ritorno del represso significa due cose: l’appagamento di un bisogno antropologico primario (la violenza, la pulsione di morte, è anche una fonte di piacere) e la percezione fantasmatica dei conflitti reali che la nostra cultura rimuove.

Stupore e contemplazione in Cieli celesti di Claudio Damiani

cieli celesti light 1Che cosa non troverà, il lettore, nei recenti Cieli celesti di Claudio Damiani? Innanzitutto nessuna facile cantabilità, e nessuna ricerca dell’effetto di stile, dell’oltranza linguistica, dello scarto dalla norma: la sua poesia, in perfetta continuità con la raccolta precedente (Il fico sulla fortezza, Fazi, 2012), torna a interrogarsi sull’ordine stesso delle cose con un andamento ragionativo ma piano e affabile. Il poeta per Damiani è in effetti un «investigatore», una via di mezzo tra un filosofo e uno scienziato che si pone ancora e sempre le stesse domande su tempo, natura, ruolo dell’io nel cosmo. La storia, gli eventi della cronaca o della vicenda esistenziale del poeta sono banditi dall’orizzonte poetico: lo spazio lasciato libero è occupato dallo scorrere del tempo, inteso nella sua dimensione sincronica dove le ore come i millenni sono di fatto irrilevanti rispetto dalla dimensione assolutizzante del Tempo. Come ha rilevato Silvio Perrella, Damiani è un poeta che «cerca nei tempi il Tempo»: i suoi versi sono animati da una inesausta ricerca di un ubi consistam capace di superare la barriera dei secoli, una volontà di giungere a un nocciolo essenziale delle cose, alla loro natura ultima ed eterna. Che cosa in effetti distingue il 2012 dall’816 a.C.? Il cielo che ci sovrasta e l’intimo della nostra coscienza sono immutati, o meglio: sono sempre gli stessi nonostante il continuo mutare. Il monte Soratte che ogni giorno un poco “diminuisce” perché l’aria e l’acqua ne consumano la roccia porosa è l’emblema più forte messo in scena da Damiani in una sequenza di dialoghi immaginari tra l’io e il monte, dove la perdita è sinonimo di possibilità, di dono di sè:

diminuire ogni giorno non mi dispiace,

è l’energia che consumo, è il mio stesso vivere,

preferisco diventare pianura come tutti gli altri monti

che restare uguale per sempre

come in una campana di vetro.

Il modernismo europeo: un totum pro parte. Appunti del congresso CEMS (Perugia, 14-16 dicembre 2016)

20160813 0398b Non è facile organizzare un convegno con più di cento partecipanti, fra discorsi plenari e sessioni parallele con un’anima internazionale e tutto in lingua inglese, quando più della metà dei relatori è di madrelingua italiana. Oggi, però, questa esigenza di far assumere dimensioni globali ai convegni accademici diventa sempre più reale, soprattutto con le valutazioni della ricerca (in Italia, all’estero già da tempo) che all’internazionalizzazione danno sempre più peso.

Non è facile, poi, organizzare tale convegno intorno a un concetto vasto come il modernismo, senza rischiare di dividere i partecipanti in fazioni o scuole, secondo i diversi modi di definizione e periodizzazione, e mettere a repentaglio un confronto aperto e costruttivo (che dovrebbe essere lo scopo ultimo di ogni seduta accademica di questo tipo).

E invece, a volte accade che una città medievale dalla spiccata vocazione internazionale si faccia teatro di un convegno dai risvolti, umani e accademici, inaspettati. Grazie all’impegno di Massimiliano Tortora e Annalisa Volpone, fondatori del CEMS – Centre for European Modernism Studies - si è tenuto un raduno di modernisti nel quale si è stabilito un dialogo, fra culture, aree artistiche e discipline disparate. Oltre che al soggetto centrale del convegno, ossia la forma letteraria, si è dato spazio allo studio del modernismo e alle sue molteplici declinazioni ed espressioni. Borders of Modernism: il primo, si spera, di una lunga serie di convegni promossi dal CEMS a livello europeo e in chiave interdisciplinare.

Il titolo del convegno, costruito su due sostantivi chiave in contraddizione fra loro, è emblematico perché tenta di definire i limiti del modernismo. Un’opposizione marcata proprio per mettere in risalto l’ambiguità e la fluidità dell’impostazione scelta dagli organizzatori. Borders ossia confini: tra ambiti, prospettive teoriche, approcci critici e persino letterature, tutti accomunati da una categoria interpretativa (anch’essa a sua volta dai bordi labili), il modernismo, che nell’ultimo decennio ha preso sempre più piede nella critica italiana e pare poter ridisegnare le frontiere della storia letteraria europea.

Media del 6 e ammissione all'Esame di Stato. Che cosa è davvero in gioco?

1445935364711 1 Sì, ma che cambia?

Lo confesso: in un primo momento non mi sono appassionato affatto alla polemica molto internettiana sui nuovi criteri di calcolo della media per l'ammissione all'Esame di Stato, previsti da una delle deleghe alla legge 107. Non mi entusiasmava il derby tra “di questo passo dove andremo a finire?” e “basta con la solita mastrocolite”. Non basta una legge per aprire gli abissi infernali e, d'altra parte, diffido per principio delle accuse di conservatorismo. Soprattutto, liquidavo istintivamente la questione come irrilevante nominalismo.

Pensavo: che cosa cambia nella sostanza ammettere alla maturità con la sufficienza in ciascuna materia o con la media matematica del 6 fra tutte le materie? Il Consiglio di classe può già ora decidere di alzare uno o più 5 al voto più alto, per far tornare i conti. Arrivati alla fine di un intero percorso scolastico, prima di decidere di non lasciare a uno studente nemmeno la possibilità di tentare l'esame, ci si pensa bene.

Ma poi mi è capitato di leggere, su Facebook, il post di un ex-collega di matematica:

Ho ipotizzato, per l'allieva Rossi Mariolina, la seguente plausibile dettatura dei voti allo scrutinio finale: Italiano 4; Storia 6; Inglese 5; Diritto 6; Matematica 4; Scienze 5; Educazione fisica 8; Voto di condotta 10; Media dei voti 6,00. Rossi Mariolina è ammessa!

Meditando queste parole e approfondendo la questione, ho cominciato a ricredermi sulla sua irrilevanza.

Qualcosa forse cambia davvero

Noi insegnanti sappiamo che, con gli attuali criteri, l'ammissione di Mariolina non sarebbe garantita e, considerato il quadro dei suoi voti, non senza buone ragioni. Volendo invece ammetterla, si dovrebbero adeguare i voti verso l'alto: e sarebbe un'azione pedagogicamente magnanima.

Con i criteri proposti nella delega, al contrario, non potendo che calcolare la media effettiva, non solo si abbasserebbe la soglia della sufficienza, ma soprattutto si introdurrebbe una rigidità che prima non c'era: esclusa per principio la discrezionalità (no: libertà) del Consiglio di classe, l'ammissione sarebbe decisa per forza di legge. (Naturalmente a meno di non voler ritoccare i voti effettivi verso il basso, prima di calcolare la media, cosa che equivarrebbe a un falso in atti pubblici).

Quello che comunemente chiamiamo “voto di Consiglio” (in modo ambiguo, perché in effetti tutti i voti sono “di Consiglio”) è infatti di norma usato dai docenti per “ammorbidire” la rigidità di una valutazione basata su medie matematiche, per non condannare la realtà dello studente alle forche caudine della forma burocratica. Non è un male che ai docenti sia riconosciuta questa libertà.