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Teoria e metodi/2 . Critica del nonostante. Perché è ancora necessaria la critica letteraria

 

9788865987384 0 0 1525 75 Guido Guglielmi, Critica del nonostante. Perché è ancora necessaria la critica letteraria, a cura di Valerio Cuccaroni, prefazione di Niva Lorenzini, Pendragon, Bologna 2016, € 14.

Il bel libro postumo di Guglielmi Critica del nonostante ci fa ragionare sull'utilità e la dignità del pensiero critico e in particolare della critica letteraria, in un tipo di società, quella di mercato, che nonostante le apparenze non offre reali possibilità di libera scelta. La società civile è ridotta a semplice “pubblico”, chiamato a esercitare di volta in volta una fra le varie opzioni, tutte fungibili, che costituiscono un panorama culturale di fatto monotono. Il gusto delle masse viene  standardizzato e uniformato, per cui non si sceglie più. Piuttosto si eseguono “ordini” dolcemente impartiti, secondo procedure mentali inoculate nel vissuto più intimo delle persone. Viene così meno una reale capacità di scegliere, oltre che il bisogno di farlo. Tutto questo ha molto a che fare con il bisogno della critica.

Il volume di G. ha come pregnante sottotitolo: «perché è ancora necessaria la critica letteraria». I saggi, tutti scritti e pubblicati fra la fine degli anni Novanta e l'inizio degli anni Duemila, sono divisi in due gruppi. Il primo comprende degli interventi di natura teorica; il secondo si concentra su autori centrali del modernismo novecentesco italiano ed europeo (Joyce, Svevo, Beckett). La silloge si chiude con un penetrante saggio su Corporale di Volponi, uno scrittore che intrattiene col modernismo fecondissimi rapporti. In questo articolo tratterò quasi esclusivamente di questioni legate alla prima parte del libro. Il punto cruciale attorno a cui si svolge il discorso di G. è infatti il postmoderno e la sua critica.

Generazione Zero. Chi sono i nuovi studenti?

contu 20160910 0099 Gli Zero a scuola

Insegno al triennio. La 3°C di quest’anno è composta da ragazze e ragazzi nati nel 2001. Nella 4°C ci sono quelli nati nel 2000. Nella 5°C quelli nati nel 1999. Dal prossimo anno nella mia scuola, e nelle scuole secondarie di primo e secondo grado di tutta Italia, ci saranno solo studentesse e studenti nati negli anni Zero. Mi è capitato spesso negli ultimi due-tre anni di pensare più o meno una cosa del genere: «occhio che una nuova specie sta prendendo posto. Te ne accorgerai quando usciranno gli ultimi Novanta e avrai solo gli Zero. Cambierà tutto, la scuola sarà tutta un’altra cosa». Niente di nuovo, per carità, la riflessione (e la narrazione) sulla nuova generazione digitale va avanti da un pezzo. In rete si trova di tutto, l’accademia ne parla da tempo, la stessa scuola offre, in ordine sparso un po’ in tutta Italia, esempi virtuosi di accettazione convinta e attiva di questa grande sfida culturale. Eppure, se l’attenzione e lo sforzo posto sul come fare sembrano essere cresciuti in modo esponenziale, mi pare che paradossalmente proprio all’interno del mondo scolastico si tenda a ridurre sempre più (se non a rimuovere) la domanda sul chi siano questi studentesse e studenti.  A riguardo ho provato a mettere in ordine qualche riflessione da potere condividere e magari avviare una discussione.

Il mondo non è mai stato così opaco e accelerato. A margine di un caso di revisionismo storico

 

Ghersi 20170606 0006 La targa in memoria di Giuseppina Ghersi e il revisionismo neofascista

Poche settimane fa, sui giornali e in rete, si è letta una dura polemica intorno a una targa commemorativa per una ragazzina ligure di 13 anni, Giuseppina Ghersi, che nel ‘45 fu – si è detto – violentata e uccisa da partigiani comunisti. La questione, di interesse locale, ha fatto il balzo verso le cronache nazionali quando la sezione savonese dell’Anpi si è dichiarata contraria alla targa, sia perché vedeva in questa decisione una strumentalizzazione politica, sia perché, nonostante la giovane età di Giuseppina Ghersi, si trattava comunque di una fascista. Questa presa di posizione ha ovviamente suscitato feroci riprensioni anche a sinistra e divisioni all’interno della stessa Associazione dei partigiani, ligure e nazionale.

Ma le cose stanno davvero così?

La ricostruzione della vicenda, data per assodata da giornali locali e nazionali (si veda ad esempio il Corriere), è in verità molto incerta e oscura. 

Nessuno, infatti, ha minimamente sospettato che l’acqua fosse inquinata all’origine, e dalla riaggallante fanghiglia del neofascismo. Chi si occupa per professione di manipolazioni revisioniste e negazioniste è prontamente intervenuto e ora possiamo leggere un primo debunking della vicenda da parte del collettivo Nicoletta Bourbaki (ma si veda anche questa accurata ricostruzione dello stemma codicum degli articoli che hanno dato la notizia).

Narratori d'oggi. Intervista a Helena Janeczek

 

helena janeczek A cura di Morena Marsilio

Sui generi

Negli ultimi vent’anni la narrativa italiana sembra essere stata egemonizzata da due generi dallo statuto ibrido, la non fiction e l’autofiction. Il primo sembra porre al centro del racconto, seppur con diversi “effetti di narratività”, la ricostruzione di fatti di cronaca, l’attraversamento in chiave saggistico-riflessiva di temi legati all’attualità, il diario di viaggio, la rielaborazione di un’inchiesta; il secondo, invece, è la risultante dell’operazione in parte mistificante da parte di un “trickster” (Siti), ossia di un io-narrante che mescida liberamente fatti realmente accadutigli e fatti inventati.

Come si pone rispetto all’uno e all’altro genere? Li sente consoni al suo modo di rappresentazione del mondo?

Ricorro spesso a un io-narrante che si discosta da quello tipico dell’autofiction. Il mio primo libro, Lezioni di tenebra, è una narrazione memoriale (o post-memoriale per usare il termine coniato da Marianne Hirsch), dove la voce che dice “io” si fa garante delle vicende della madre sopravvissuta e dei famigliari uccisi a Auschwitz, ma tematizza al tempo stesso i silenzi, le reticenze, le mistificazioni protettive tessute intorno a quel lascito traumatico. Proprio per questo non era possibile che quel “io” autobiografico potesse liberamente ibridare realtà e finzione. A partire da lì, mi sono occupata spesso dell’intreccio tra realtà e finzione, ma ho sempre “mostrato il trucco” quando mi sono servita di un espediente “autofinzionale”, come per esempio, nelle prime pagine di Le Rondini di Montecassino.

Preferisco lavorare su materiali biografici, memorialistici, storici, cronachistici ecc., sperimentando una varietà di forme narrative volte a trasformare quei contenuti non finzionali in costruzioni letterarie.

Teoria e Metodi/1. Scienze cognitive ed ecocritica: un’intervista a Marco Caracciolo

 

Caracciolo 20171001 065 A cura di Alberto Godioli

Con questo testo inauguriamo una nuova serie di interventi, intitolata Teorie e Metodi. La serie si occuperà di prospettive di studio che hanno conosciuto un particolare sviluppo negli ultimi anni, e che ci permettono di riflettere in termini nuovi sulla letteratura. Siamo lieti di avviare Teorie e Metodi con un’intervista a Marco Caracciolo, assistant professor presso l’Università di Ghent (Belgio), la cui attività di ricerca si fonda sul dialogo tra studi letterari e scienze cognitive: ricordiamo in particolare le importanti monografie The Experientiality of Narrative: An Enactivist Approach (De Gruyter, 2014), Strange Narrators in Contemporary Fiction: Explorations in Readers’ Engagement with Characters (University of Nebraska Press, 2016), e A Passion for Specificity: Confronting Inner Experience in Literature and Science (con lo psicologo Russell Hurlburt, Ohio State University Press, 2016).

  1. Su cosa verte il tuo progetto Narrating the Mesh?

In inglese ‘mesh’ significa maglia, nel senso che una rete da pesca o una recinzione sono fatte di maglia. Timothy Morton, uno dei pensatori contemporanei che più hanno ispirato il mio progetto, usa l’idea di ‘mesh’ come metafora per quello che – parafrasando Carlo Emilio Gadda – si potrebbe chiamare il ‘groviglio’ di umano e non-umano, cioè il rapporto reciproco e costitutivo tra le società umane e processi biologici, geologici o climatici. Vista in questa luce, la specie umana è profondamente intrecciata a realtà non-umane. Il cambiamento climatico è un esempio lampante di questo groviglio, ma ce ne sono molti altri.

Il mio progetto si concentra su come questo senso di ‘enmeshment’ (o aggrovigliamento) può essere colto in forma narrativa: come, in altre parole, si può raccontare il non-umano senza ridurlo al ruolo di appendice o strumento dell’umano. L’idea è che ci sono una serie di resistenze culturali e concettuali da affrontare – resistenze che hanno a che fare, principalmente, con le limitazioni della nostra immaginazione. Nel caso del cambiamento climatico, facciamo fatica ad immaginare la scala della ‘mesh’, o come azioni quotidiane (prendere un aereo, usare centinaia di bottiglie e sacchetti di plastica) possano avere ripercussioni per generazioni e generazioni. La letteratura riflette le limitazioni della nostra immaginazione, ma al tempo stesso può fornirci strumenti per superarle. Questa, almeno, è la scommessa alla base del progetto.

Portare Kazuo Ishiguro in classe

 

IshiguroKazuo2005copy E anche quest’anno il Nobel. E anche quest’anno noi donne e uomini d’Occidente, che sappiamo leggere e scrivere, e “senza imparare la Treccani a memoria possiamo ancora stupire mezz’ora”, ci troviamo a mandare la consueta lettera a Philip Roth: «Mio caro, sei il più bravo, e il Nobel lo dovevi vincere tu. Pastorale americana non l’ha scritto nessuno e nel canone occidentale il tuo nome è al centro della costellazione romanzesca. Ma si sa come va il Nobel: una volta c’è da svincolare dal ghetto la canzone d’autore (et voilà Dylan), un’altra si sdogana la scrittura giornalistica (ah! Svjatlana Aleksievič), un’altra volta ancora è il turno dell’Oriente (Mo Yan), poi un giro a Svezia e Francia non si nega mai (Tranströmer e Modiano), la quota rosa va rispettata (e meglio se magari l’autrice ha scritto i racconti più belli del secondo Novecento: Munro), e …» No, qui la lettera si inceppa: Ishiguro non appartiene a nessuna categoria protetta (a meno di non chiamare in causa la vecchia etichetta di mètéque sbandierata già da Bellow: ma ammettiamolo, anche l’ingessatissima Accademia di Svezia è stata in grado di accorgersi che nella storia letteraria c’è stato, che so?, un Joseph Conrad). Ishiguro è a tutti gli effetti uno scrittore tradizionale, a tratti midcult, e comunque rappresentante di quella persistenza modernista che ha informato il secondo Novecento e l’inizio di questo secolo. Non a caso Sara Danius, nell’annunciare il nome del vincitore, ha tirato in ballo Proust e Kafka, nonché quello di Jane Austen, che al Novecento ha detto qualcosa. Perciò, con sintesi brutale, Philip Roth e Kazuo Ishiguro appartengono alla stessa famiglia. Il primo è più bravo e l’altro ha vinto il Nobel. Pazienza, non è un dramma: del resto nemmeno Gianni Rivera ha mai vinto il campionato del mondo, e ha avuto comunque una vita felice.

La lettura nella scuola superiore italiana

 

lettura 20171008 0004 Caro collega, cara collega, 

anche tu soffri del fatto di non poterti confrontare sulla didattica della letteratura con altri? Anche tu vorresti sapere cosa leggono i nostri studenti, cosa fanno leggere i nostri colleghi, quali libri hanno successo e interessano e quali no? Anche tu vorresti avere indicazioni su come far appassionare alla lettura i ragazzi?

Ti chiediamo di collaborare a un’iniziativa di La letteratura e noi che può aiutarti e aiutarci a comprendere meglio lo stato della lettura e della letteratura nelle nostre scuole.

In fondo all’articolo troverai un questionario sulle letture domestiche. Ti chiediamo di compilarlo e di farlo compilare a tutti i colleghi della tua scuola o di tua conoscenza. Quanti più dati raccoglieremo, tanto più la nostra indagine sarà rappresentativa.

Il questionario è in pdf. Puoi scaricarlo e indicare la tua risposta evidenziandola con l'apposita funzione. Dopodiché salva sul tuo pc il pdf modificato e spediscilo.

I questionari vanno spediti all’indirizzo redazione@laletteraturaenoi.it, entro il 23 dicembre 2017.

La redazione de La letteratura e noi

Indagine sulla lettura


Fotografia: G. Biscardi, Libri sospesi, Palermo 2017

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Efemeridi. Storie, amori e ossessioni di 27 grandi scrittori

efemeridi copertina Scrivere un libro è anche assumersi delle responsabilità. E ancor di più deve esserlo se il libro che si è deciso di scrivere, o che si è “chiamati a scrivere”, riguarda vite e brevi momenti dell'esistenza di altri autori. Un lavoro tanto rischioso quanto più noti sono gli scrittori-totem che si mettono su pagina. Difficile trovare un proprio punto d'osservazione; difficile decidere se raccontarli in maniera distaccata oppure esageratamente appassionata. Un rischio, come detto, che non ha spaventato Cesare Catà, scrittore, docente e performer teatrale da poco in libreria con “Efemeridi”. “Storie, amori e ossessioni di 27 grandi scrittori”, come da sottotitolo, è un libro nato in parte da articoli per il web, con alcuni di questi profili d'autore già pubblicati da Catà sulle pagine dell'Huffington Post e raccolti poi assieme ad altri da Aguaplano editore nella sua nuova collana Glitch, ambiziosa e riuscita nella sua veste con rilegatura a vista. Ritratti che squarciano un mondo, che fissano sentimenti e sensazioni più che coordinate temporali, e che trovano altra vita anche oltre le pagine del libro, negli spettacoli che lo stesso Catà porta in giro per l'Italia, dedicandoli ai “propri” autori. Passeggiando nelle librerie è facile accorgersi come libri che raccontano scrittori, anche o non solamente in forma strettamente biografica, siano diventato un genere piuttosto frequentato.

La poesia di Creuza de mä, ovvero quando per arrivare all’idea c’è da impiastrarsi con la forma

len 20120723 0090 Odio i musei. Quei posti chiusi, isolati, protetti, dove le opere sono custodite e conservate con cura, ognuna ordinatamente etichettata e catalogata, ognuna quotidianamente spolverata e periodicamente restaurata, ognuna ognora visitata e spuntata dalla to do list di turno, spesso fraintesa o del tutto incompresa, e poi puntualmente dimenticata. Odio i canoni senza se e senza ma, i capolavori indiscussi e soprattutto indiscutibili, odio i classici in quanto classici e chi li conosce soltanto perché. Odio la filologia, le partiture che soffocano l’esecuzione e la vitalità che si sacrifica a una presunta fedeltà. Per questo amo Creuza de mä, e per questo, mentre provo a dirvi perché secondo me è un capolavoro, vi chiedo di dimenticare che lo sia, e di non darlo per scontato. Vi chiedo di rimuovere gli assunti e le informazioni già immagazzinate – la vetta insuperata della discografia di Fabrizio De André, uno dei migliori dischi degli anni Ottanta e forse il massimo esemplare di world music mai prodotto in Italia –, vi chiedo di ascoltare il disco e poi di entrarci dentro insieme a me. Perché non è possibile fruire Creuza de mä in maniera superficiale. Il messaggio più profondo racchiuso nell’album – che è poi il suo contenuto ideologico, e ciò che non smetterà mai, credo, di renderlo attuale – non è veicolato con i mezzi della retorica, ma con quelli della poesia. E la poesia si sa, non è mai un pretesto per dire qualcos’altro: la poesia è o non è, tutto o niente, senza mezze misure. Creuza de mä porta con sé un messaggio bellissimo, ma non lo propaganda e non lo sbandiera; è l’ascoltatore, se mai, a poterselo conquistare, ma soltanto a patto di mettere in discussione tutto e in primo luogo se stesso, di mettersi in gioco senza remore e senza sconti, di impiastrarsi talmente con quella forma inventata – i versi in un dialetto genovese più immaginario che reale e le musiche speziate con sonorità etniche artigianali, da rigattiere – da riconoscerla infine, laggiù in profondità, e da riconoscersi in essa. Creuza de mä è un capolavoro perché in Creuza de mä la forma non dice il contenuto: la forma è essa stessa il contenuto, e l’espressione dell’idea passa necessariamente attraverso l’invenzione di un linguaggio atto a incarnarla.

L’insegnante capovolto: anatomia del suo successo

len 20171001 0003Chi ama la scuola la ribalta”. Questo è il titolo del prossimo convegno dell’associazione che promuove la Flipped Classroom in Italia, la classe capovolta. “Un modo diverso di fare scuola: didattica attiva, competenze, collaborazione e gioco di squadra. Niente interrogazioni o lezioni frontali. Niente noia”. Queste poche righe, volutamente accattivanti e identificative, riassumono l’ispirazione di una nuova didattica e prefigurano una nuova tipologia di insegnante: l’insegnante capovolto. Il principio è semplice: lezioni a casa, attività/compiti a scuola. Partito dagli Stati Uniti negli anni 90[1],  l’insegnamento capovolto arriva in Italia nel 2014, con il primo “manuale operativo”[2], scritto da due docenti della scuola superiore. Il “battesimo” è affidato ad un’illustre prefazione: quella di Tullio De Mauro. Di lì a poco nasce l’associazione Flipnet, che promuove la didattica rovesciata, raggruppa docenti capovolti, diffonde materiali e pratiche. Nel giro di pochi anni, le classi rovesciate si diffondono nell’immaginario comune e diventano avanguardia educativa. E’ impressionante il numero di occorrenze che una ricerca in rete delle parole flipped classroom produca: quasi 27 milioni di pagine web[3].

Cercando una via d’uscita dalle macerie. Sulle ultime poesie di Salvatore Ritrovato

9788899868178 0 0 0 75 «Ancor gustate qualche leccornia / di quest’isola, quale non vi lascia / le cose vere scerner dalle false»

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