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diretto da Romano Luperini

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Il mondo non è mai stato così opaco e accelerato. A margine di un caso di revisionismo storico

 

Ghersi 20170606 0006 La targa in memoria di Giuseppina Ghersi e il revisionismo neofascista

Poche settimane fa, sui giornali e in rete, si è letta una dura polemica intorno a una targa commemorativa per una ragazzina ligure di 13 anni, Giuseppina Ghersi, che nel ‘45 fu – si è detto – violentata e uccisa da partigiani comunisti. La questione, di interesse locale, ha fatto il balzo verso le cronache nazionali quando la sezione savonese dell’Anpi si è dichiarata contraria alla targa, sia perché vedeva in questa decisione una strumentalizzazione politica, sia perché, nonostante la giovane età di Giuseppina Ghersi, si trattava comunque di una fascista. Questa presa di posizione ha ovviamente suscitato feroci riprensioni anche a sinistra e divisioni all’interno della stessa Associazione dei partigiani, ligure e nazionale.

Ma le cose stanno davvero così?

La ricostruzione della vicenda, data per assodata da giornali locali e nazionali (si veda ad esempio il Corriere), è in verità molto incerta e oscura. 

Nessuno, infatti, ha minimamente sospettato che l’acqua fosse inquinata all’origine, e dalla riaggallante fanghiglia del neofascismo. Chi si occupa per professione di manipolazioni revisioniste e negazioniste è prontamente intervenuto e ora possiamo leggere un primo debunking della vicenda da parte del collettivo Nicoletta Bourbaki (ma si veda anche questa accurata ricostruzione dello stemma codicum degli articoli che hanno dato la notizia).

Non sbeffeggiamo il “politicamente corretto”. qualche riflessione su Trump, Faulkner e Tacito

o POLITICAL CORRECT facebook«Mi venga un accidente se non siamo in una bella situazione quando un qualsiasi sporco forestiero incapace di guadagnarsi la vita nel paese dove Dio l’ha fatto nascere può venire in questo a portare via i quattrini dalle tasche di un americano».

Di chi è questa frase? Si direbbe di Trump durante la campagna presidenziale di questo 2016.

Nella terza parte di L’urlo e il furore uno dei protagonisti, Jason, svolge un lungo monologo che serve a Faulkner per caratterizzare in modo deteriore questo personaggio, il più spregevole dei fratelli Compson, sadico e truffatore. La frase è sua, siamo nel 1928, agli inizi della grande depressione. La crisi economica contribuiva allora, come accade anche oggi, novanta anni dopo, a incrementare la xenofobia e lo squallore morale (Jason è anche razzista, odia i neri e gli ebrei). Che questa frase che Faulkner riteneva degradante possa essere attribuita non a un figlio degenere della decaduta classe rurale americana degli anni venti, come Jason, ma a un presidente dello stato più potente dell’Occidente fa pensare in quale abisso siamo caduti.

Fuocoammare di Gianfranco Rosi

locandinaPrendo spunto dal pezzo di Alberto Godioli Le Guerre invisibili: Fuocoammare di Gianfranco Rosi, che indaga sui rapporti tra l’idea letteraria di spazio in Calvino e il cinema documentario di Rosi, da Sacro Gra a Fuocoammare, Orso d’oro a Berlino 2016, per dire due cose su un film che, come il resto del mondo, ho amato (venduto in sessanta paesi, il film ha registrato su Rai Tre due milioni e trecentomila telespettatori, pari all’8,8 % di share), e per intervenire sulla polemica scatenata sui giornali dopo la notizia della coraggiosa candidatura agli Oscar di un documentario come miglior film di finzione (Lampedusa verso l’Oscar, Sorrentino: scelta masochistica, “Repubblica” 27 settembre 2016). Il 24 gennaio prossimo sapremo se Fuocoammare entrerà nella cinquina ufficiale dei film stranieri (tra gli altri candidati cito almeno Neruda di Pablo Larrain, Julieta di Almodovar, Paradise di Konchalocsky, The Salesman di Farhadi), oltre che, come tutti immaginiamo, nella cinquina ufficiale dei documentari. Una scelta coraggiosa, dicevo, sostenuta dal primo momento dalla presidente di giuria della Berlinale Meryl Streep, che all’uscita della sala dichiarò che si sarebbe battuta fino alla fine per la candidatura del film agli Oscar.

La notizia ha creato polemiche e spaccato il nostro paese, se è vero che, alla vigilia della pubblicazione della notizia, il nostro premio Oscar Paolo Sorrentino, membro della commissione per gli Oscar, dichiarava: «Fuocoammare è magnifico, ma andava candidato nella categoria dei documentari. Questa scelta è un masochistico depotenziamento del cinema italiano, che poteva candidare due film». Eppure, caro Paolo, sta proprio qui la novità: candidare Fuocoammare come miglior film straniero sancisce una volta per tutte che tra film documentario e film di finzione non ci sono barriere di genere e che il documentario è prima di tutto un film. Lo spiega bene Emiliano Morreale (Il cinema ai confini tra fiction e realtà, Può un documentario candidarsi all’Oscar come film? “Repubblica” 28 settembre 2016), quando scrive che il documentario, o il cinema del reale, «nasce storicamente dal corpo centrale della storia del cinema e anzi spesso in forte legame con i movimenti d’avanguardia e le spinte d’innovazione artistica». Non una distinzione di genere, dunque, ma di metodo. Una diversa tensione conoscitiva nei confronti del mondo e un diverso approccio morale nei confronti della storia narrata, dove l’estetica non è mai separata dall’etica, e viceversa. E se Morreale cita come grandi documentari Les Hurdes di Louis Bunuel e Anna di Alberto Grifi, noi aggiungiamo almeno il documentario di poesia di Pietro Marcello, il surrealismo gridato di Pippo Delbono, il figurativismo di Vittorio De Seta. 

Fuocoammare è prima di tutto un film, e come film deve essere giudicato. Lo hanno capito i più grandi Festival di cinema del mondo (alla Berlinale era in gara come film nel Concorso ufficiale). Lo ha capito la commissione degli Oscar. Lo ha capito il pubblico, come quella piazza gremita di gente a Salina, per la serata di apertura dell’ultima edizione lo scorso Giugno del Salinadocfest, Festival del documentario narrativo, che dirigo da dieci anni e di cui sono Presidente (www.salinadocfest.it). Per l’occasione abbiamo deciso di mettere a confronto il regista, in collegamento Skype da Londra per l’uscita in sala, il montatore Jacopo Quadri, che ha affiancato Gianfranco per quasi un anno durante le riprese a Lampedusa, e Corrado Formigli, giornalista televisivo di Piazza Pulita, che ha firmato molte inchieste su Lampedusa e sulla tragedia dei migranti – un soggetto inflazionato a cui ormai il nostro occhio si è assuefatto -. Per chiarire una volta per tutte che il documentario non è un réportage e che le differenze tra documentario e finzione riguardano prima di tutto lo sguardo, il modo in cui si racconta una storia.

È lo sguardo che sedimenta i vecchi contenuti e li rende nuovi, diversi, inediti all’occhio umano. Da anni vediamo in TV i volti di quegli stessi profughi, le coste di una Lampedusa martoriata, i resti dei barconi sulle nostre coste. Ma in Fuocoammare la luce cambia. L’occhio rallenta, sottrae al tempo le immagini, lavora per sottrazione. Rosi scandaglia in profondità gli abissi della storia come in una discesa agli inferi del buio sottomarino, scruta negli animi dell’essere umano, lampedusano, somalo o etiope che sia, come quando, naufrago tra naufraghi, si ritrova accanto a corpi morti o in agonia, sul gommone della guardia costiera, e incrocia il loro sguardo, rivolto in macchina, in silenzio, senza parole, se non quelle del rispetto per il dolore altrui. La quotidianità della comunità di Lampedusa procede così, grazie al sapiente montaggio alternato di Jacopo Quadri, tra le storie dei suoi abitanti - Samuele, il bambino che soffre il mare, Pietro, il dottore che accoglie i migranti, Pippo, il dj di una radio locale che trasmette solo canzoni in dialetto, tra un bollettino sugli sbarchi e l’altro, Francesco, il sub che tutte le mattine s’immerge in cerca di ricci -, e gli sbarchi continui dei profughi; tra il grido dei sopravvissuti e il silenzio di un’isola separata dal mondo; tra i soccorsi in mare e i gesti quotidiani di Samuele, il bambino dall’occhio pigro, che vede oltre e vede meglio, che gioca a sparare agli uccelli, perché ha perduto la sua innocenza. Due realtà che si incrociano, ma non si incontrano, se non nello sguardo del regista, che fa da trait d’union tra le due diverse realtà, che osserva senza retorica e al tempo stesso partecipa, senza il distacco neutrale del cronista. Con uno sguardo d’autore, appunto. Con lo sguardo del cinema.

Lo sguardo si riappropria degli spazi, rende epifanici luoghi invisibili, nei campi lunghi fissi sulle rocce di una Lampedusa feroce e bellissima, dove passa, solitudine tra solitudini, il motorino di Samuele; nelle lente panoramiche sugli interni - dalla stanza da pranzo di Samuele, dove assistiamo, in tempo reale e simbolico, al rituale degli spaghetti con i totani appena pescati, alla consolle di Pippo DJ, che sceglie con cura i motivi siciliani dai suoi vecchi vinili, come Fuocoammare che dà il titolo al film, alla camera di un’anziana casalinga rimasta vedova, il cui unico impegno quotidiano è il letto nuziale da rifare, come buon auspicio per iniziare la giornata sotto la protezione della Madonna e di Padre Pio.

Fiction 2.0 di Giulio Mozzi: dall'io possibile alla realtà possibile, una nuova generazione di lettori è nell'aria

cop mozzi fiction2 0 Laurana ha da poco pubblicato una nuova edizione della raccolta di racconti di Giulio Mozzi Fiction 2.0, uscita nel 2001 per Einaudi. Parliamo dell'autore che sin dagli esordi (1993) ha (ri)lanciato, in Italia, il genere dell'autofiction: ricordo ancora lo scandalo che provocò con Il male naturale (Mondadori, 1998, Laurana 2011) nell'ambiente letterario, del tutto impreparato a questa novità; la convergenza di autore e personaggio, la sua parresìa – celebre l'incipit di un racconto: «Mi chiamo Giulio e sono un alcolista» –, avevano prodotto quella tipica riattivazione degli atti linguistici che confonde il piano di realtà del lettore e quindi il suo ordine morale. Se è vero infatti che il romanziere moderno e contemporaneo, per evitare carcere e censura ha fatto di tutto per disattivarli – tanto che la più diffusa avvertenza romanzesca è sempre stata “ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale” –, dalla fine degli anni novanta in poi si è accresciuto in tutta Europa (L'avversario di Emmanuel Carrère è del 2000, I soldati di Salamina di Javier Cercas nel 2001) l'interesse per narrazioni che prendono ispirazione proprio da fatti realmente accaduti o da persone esistenti, compresa la pelle dell'autore; diventerà esemplare l'incipit di Troppi paradisi (2006, l'anno di Gomorra): «Mi chiamo Walter Siti, come tutti. Campione di mediocrità.»

Dopo l'uscita nel 1998, fatalmente un deputato leghista accusò Il male naturale di pedopornografia, fece un'interrogazione parlamentare e minacciò denunce: il testo sparì subito dalla circolazione, perfino dal sito della Mondadori che vi aveva pubblicato, con la complicità di Giuseppe Genna, il racconto “Amore” all'origine delle accuse. A parte le acquisizioni più recenti della critica – L'io possibile. L'autofiction come paradosso del romanzo contemporaneo di Lorenzo Marchese è del 2014 –, la vicenda non ha purtroppo aiutato il testo a trovare sin dall'inizio la giusta prospettiva genealogica.

Il mito della creatività

2b8f076c3595ba89f42be5bd76aba024 andy warhol marilyn arte popSiamo lieti di presentare un estratto tratto dal primo numero della rivista «Figure». Il numero è dedicato alla creatività ed è consultabile seguendo questo link: rivistafigure

Questo brano fa parte dell’articolo “Il mito della creatività”.

Una volta che ci si è accorti dell'esistenza del mito della creatività si inizia a rintracciarlo un po' dappertutto; si inizia pian piano a vederlo nelle sue personificazioni – i creativi – e nella sua presenza nel mondo del lavoro – il lavoro creativo o i modi creativi di compiere un lavoro; si sentono risuonarne la parole  in molti discorsi a vari livelli (nei telegiornali, nei blog, su facebook, negli annunci di lavoro, nelle chiacchiere da bar...); lo si nota come un'aura che colora molte figure significative del nostro immaginario. La tinta euforica che sempre si accompagna al mito della creatività viene utilizzata per rappresentare una serie di oggetti, valori e luoghi anche molto diversi tra di loro; i colori ricordano quelli delle fotografie di Oliviero Toscani. Anche quando non vengono usate direttamente la parola e i suoi derivati ci si accorge, man mano che si affina lo sguardo, che una serie di altri lemmi, concetti e valori che con essa costruiscono una ragnatela simbolica (innovazione, originalità, bellezza diffusa, genio, successo...) sono disseminati nel mondo che abbiamo davanti, nei nostri discorsi quotidiani. La creatività appare nella forma del mito: non semplicemente una mistificazione, ma narrazioni, immagini, costellazioni di elementi che producono identità culturali e collettive, all'interno delle quali le persone possono riconoscersi e riconoscere i loro simili, ricondurre le loro esperienze particolari a un modello generale. Abbiamo iniziato pensando di dover portare in superficie un ossicino un po' coperto dalla terra e ci accorgiamo, mano a mano che si scava, che l'ossicino è il dito di una zampa dello scheletro di brontosauro, sepolto sotto tutta la pianura circostante.

Il mio impotente 25 aprile

Buon 25 Aprile 9 I fatti: Casa Pound, Forza Nuova, il dibattito su “noi” e “loro”

Prima di Pasqua, davanti al mio liceo, sono comparsi due ragazzi poco più grandi dei miei studenti a distribuire volantini. Pur in assenza del simbolo di quell'associazione, non ci ho messo molto a capire che quel volantino era prodotto da un gruppo giovanile legato a Casa Pound, che nella città in cui insegno ha da poco aperto una sede, presto seguita da Forza Nuova. Il volantino aveva carattere “tecnico” e prendeva posizione su questioni scolastiche come il contributo cosiddetto volontario dei genitori, la rappresentatività degli studenti, i libri di testo, ma era improntato anche alla retorica del primo fascismo movimentista («Giovinezza al potere», «Siamo nazionalisti e rivoluzionari»). Ero abbastanza convinto che il diffuso disinteresse verso la politica da parte degli studenti avrebbe abbondantemente depotenziato l'effetto di quel volantinaggio; tuttavia fiutavo il rischio e ho deciso di intervenire, parlandone nelle due classi con cui avrei avuto lezione quella mattina.

Quando, nella prima di queste due classi, ho lasciato spazio al dibattito fra gli studenti – che, ho premesso, era assolutamente libero, nessuna opinione era vietata – si è scoperchiato il vaso di Pandora. Era mia intenzione lasciare il reciproco contraddittorio ai ragazzi, riservandomi il ruolo di moderatore. Ma il contraddittorio fra pari non c'è praticamente stato, a parte quello di due studentesse, presto ammutolite dalla schiacciante maggioranza. È emersa un'unica voce, sebbene intonata su registri diversi: ma a questo punto il volantino di Casa Pound era ormai diventato solo un pretesto, perché l'argomento che stava a cuore a tutti era quello del rapporto tra “noi” e “loro”, ovvero la paura dell'immigrazione.

Che ansia gli articoli sull'ansia nella scuola italiana

000000000001ansia Che pensare, che provare davanti a un titolo come «Scuola, per l’Ocse quella italiana è la più ansiogena del mondo. E gli studenti sono i meno soddisfatti della loro esistenza»? Io direi, in un bel gioco di specchi e di rilanci infiniti: ansia, ansia, ansia!!!

Ma i titoli, si sa, spesso non sono d'autore e spesso mettono un carico da novanta (d'ansia) sul più ragionativo e piano tono del pezzo per il quale fungono da richiamo. In effetti l'articolo di Alex Corlazzoli, uscito il 19 aprile scorso su Il Fatto quotidiano, è tutto pieno di dati OCSE-PISA e di sobrie deduzioni da quei dati. Ma, per la verità, a parte per una maggior coloritura psicodrammatica (gli studenti italiani sono “i meno soddisfatti della loro esistenza”), il titolo è abbastanza fedele al contenuto e allo spirito dell'articolo.

Di articoli così, son pieni i giornali

Ricetta per un articolo medio, da quotidiano nazionale, sulla scuola.

Si prenda una bella “ricerca statistica”, fresca di giornata (perché la matematica, si sa, non è un'opinione).

Ci si limiti (apparentemente) a “leggere” i dati, ovvero a illustrare quello che essi, indubitabilmente, sembrano dire, senza “interpretarli”: perché non si tratta della mia o della tua opinione, di cui è pieno il mondo. Qui ci son sodi fatti.

Il pezzo è pronto e può essere liberato nel mondo, a generare ansia. Di articoli così, son pieni i giornali.

Sulla scuola, fermatevi!

Angelucci 1996 dia 012 Di cosa parliamo quando parliamo di scuola? Parliamo forse solo di qualcosa che riguarda studenti e professori, o tutt’al più, occasionalmente, qualche intellettuale che interviene su questo o quel provvedimento? Parliamo forse solo di norme sui voti o sugli esami, di leggi sugli ordinamenti, di riforme dell’organizzazione, di investimenti o di tagli? Parliamo forse solo di stipendi e di contratti, di assunzioni e di trasferimenti?

Nossignori, quando parliamo di scuola stiamo parlando del Paese, della sua identità, della sua tenuta culturale, del suo profilo etico e politico, del suo presente e della sua prospettiva futura. E’ una questione che ci interpella tutti, e non perchè variamente implicati, ma in quanto cittadini italiani, cittadini di un Paese che sta fragorosamente rovinando nel magma di insipienza, incompetenza, burocrazia, malaffare e corruzione che è sotto gli occhi di tutti.

La scuola è lo specchio del Paese e della sua gestione politica. Ed è la fotografia di un Paese e di una gestione politica che negli ultimi vent’anni ha deliberatamente abdicato ad ogni vero progetto di miglioramento e di progresso, individuale e collettivo. Quel progetto di vita personale e sociale che passa necessariamente e in primis, attraverso la scuola, con buona pace della Ministra Fedeli, che in un Paese dignitoso, priva di un adeguato titolo di studio, non solo non sarebbe mai diventata titolare del dicastero dell’Istruzione, Università e Ricerca ma non avrebbe potuto dichiarare impunemente che la sua scuola è stata il sindacato.

Guardiamoci intorno, con un occhio al passato. Alla legge 107, la cosiddetta “Buona scuola”, ci siamo arrivati dopo un percorso ventennale di autonomia scolastica – targato Luigi Berlinguer – responsabile della frammentazione e della privatizzazione della scuola pubblica italiana. E’ l’autonomia, prima ancora della legge 107, che ha trasformato dal 1997 ogni nostra scuola pubblica in un’azienda, collocata sul mercato dell’istruzione e costretta, anno dopo anno, taglio dopo taglio, a cercare nel mercato le risorse private che le servono per sopravvivere. E che solo la sfrontata ipocrisia di una classe politica che ha dilapidato e divorato tutte le risorse pubbliche del nostro Paese può chiamare “sussidiarietà”.

Luigi Pirandello

800px Luigi Pirandello 1934b Luigi Pirandello (nato a Girgenti, poi Agrigento, nel 1867, morto a Roma nel 1936, premio Nobel per la letteratura nel 1934) probabilmente è l’unico scrittore italiano del Novecento conosciuto in tutto il mondo. Termini come “pirandelliano” e “pirandellismo” si sono diffusi in quasi tutte le lingue dell’Occidente a indicare situazioni e atteggiamenti paradossali, ispirati a un assoluto relativismo o a un esasperato cerebralismo. Se si aggiunge che Pirandello è uno degli inventori del teatro di avanguardia e, insieme con Svevo, il maggior rappresentante del modernismo italiano per la produzione teatrale e narrativa, si può capire la sua importanza sullo scenario culturale e sull’immaginario dell’età contemporanea.

La fortuna planetaria di Pirandello ha una ragione: ha saputo dare voce all’autocoscienza del moderno. La teoria e la poetica dell’umorismo (a cui Pirandello dedicò un libro, L’umorismo, nel 1908) costituiscono uno dei fondamenti di tale autocoscienza.

Per Pirandello l’uomo ha avuto sempre bisogno di autoinganni, di ideali e di leggi morali e sociali per cercare di dare un senso a un mondo che in realtà non ne ha, e l’umorismo ha denunciato tale situazione irridendo le illusioni che l’umanità si costruisce in questo vano tentativo. È però con la nascita della modernità e con la scoperta di Copernico, con la fine dell’antropocentrismo tolemaico e con la scoperta dell’assoluta irrilevanza del pianeta Terra e della stessa vita umana, che ai afferma pienamente la consapevolezza della relatività di ogni fede, di ogni valore, di ogni ideologia e l’intuizione che si tratta solo di autoinganni, utili per sopravvivere ma del tutto mistificatori. Nella modernità una letteratura fondata sul tragico e sull’eroico non è perciò più praticabile. I parametri distintivi che rendevano possibili l’epos e il tragico – come le categorie vero/falso o bene/male – si rivelano alla coscienza moderna come mere illusioni. L’umorista perciò non propone valori, né eroi esemplari, ma un atteggiamento critico-negativo e personaggi problematici, inetti all’azione; non risolve problemi, non indica soluzioni, ma mette in rilievo le contraddizioni, irridendo e compatendo nello stesso tempo.

Emozioni e letteratura

mommy Emozioni e letteratura è una proposta teorica pubblicata sull’ultimo numero della rivista «Moderna» (XVII, 2, 2015), curato da Alessandra Ginzburg, Romano Luperini e Valentino Baldi. L’intero numero è dedicato a questo argomento e il saggio qui pubblicato ne costituisce l’introduzione. Il testo presenta due particolarità rispetto alla scrittura saggistica a cui siamo abituati: è scritto da quattro autori ed è strutturato per punti di media e breve lunghezza. Note e bibliografia sono ridotte, le questioni vengono affrontate con minime premesse storiche o di contesto. Questo stile frammentario, ellittico e asseverativo è funzionale all’intento militante perseguito da Baldi, Cataldi, Ginzburg e Zinato.

Il saggio è diviso in quattro sezioni principali: Fra psicoanalisi, storia e letteratura; Matte Blanco e la teoria delle emozioni;  Ritorno del represso e formazione di compromesso; La retorica delle emozioni. Ciascuna sezione presenta sotto-paragrafi numerati e titolati. Gli autori hanno discusso e scritto assieme l’intero saggio, che è il risultato di una riflessione condivisa sul rapporto tra emozioni, retorica e letteratura che prosegue dal 2012.