L'interpretazione e noi

L'interpretazione e noi contiene saggi, interpretazioni e interventi sulla letteratura e su di noi, donne e uomini contemporanei.

Figure della Storia. Menzogna e reticenza nella prosa di W.G. Sebald

Sebald 20160814 0286 Una domenica di novembre di qualche anno fa, nel giorno consacrato ai morti, preso da un’inquietudine inspiegabile, decisi di fare una deviazione, proseguendo verso Ponte Pietra e abbandonando momentaneamente l’idea di visitare il cimitero monumentale, relegato al suo silenzio nella parte orientale della città.

Un colto viaggiatore ha visitato questi luoghi all’inizio degli anni Ottanta, soffermandosi ad ammirare la delicata favola di San Giorgio e la principessa, l’affresco che orna l’arco della cappella Pellegrini. Il tempo sembra essersi fermato: i volti e corpi umani sono come incantati da un sortilegio che li rende immobili, incomunicabili; le figure animali – rese con perfetta cura anatomica – contrastano con la malinconica visione della città tardogotica, addormentata nell’oscurità dello sfondo.

L’anonimo protagonista di una delle quattro prose di Vertigini è uno studioso d’arte in viaggio All’estero per delle vaghe «ricerche sul Pisanello».

Ciò che mi affascina in lui non è solo la sua arte realistica, […] ma anche il modo in cui gli riesce di far germogliare quest’arte su una superficie di fatto inconciliabile con il realismo pittorico e nella quale viene accordato a ogni cosa – ai protagonisti e alle comparse, agli uccelli in cielo, all’inquieto bosco verdeggiante e a ciascuna singola foglia – il medesimo diritto all’esistenza, da nulla sminuito.

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Il modernismo europeo: un totum pro parte. Appunti del congresso CEMS (Perugia, 14-16 dicembre 2016)

20160813 0398b Non è facile organizzare un convegno con più di cento partecipanti, fra discorsi plenari e sessioni parallele con un’anima internazionale e tutto in lingua inglese, quando più della metà dei relatori è di madrelingua italiana. Oggi, però, questa esigenza di far assumere dimensioni globali ai convegni accademici diventa sempre più reale, soprattutto con le valutazioni della ricerca (in Italia, all’estero già da tempo) che all’internazionalizzazione danno sempre più peso.

Non è facile, poi, organizzare tale convegno intorno a un concetto vasto come il modernismo, senza rischiare di dividere i partecipanti in fazioni o scuole, secondo i diversi modi di definizione e periodizzazione, e mettere a repentaglio un confronto aperto e costruttivo (che dovrebbe essere lo scopo ultimo di ogni seduta accademica di questo tipo).

E invece, a volte accade che una città medievale dalla spiccata vocazione internazionale si faccia teatro di un convegno dai risvolti, umani e accademici, inaspettati. Grazie all’impegno di Massimiliano Tortora e Annalisa Volpone, fondatori del CEMS – Centre for European Modernism Studies - si è tenuto un raduno di modernisti nel quale si è stabilito un dialogo, fra culture, aree artistiche e discipline disparate. Oltre che al soggetto centrale del convegno, ossia la forma letteraria, si è dato spazio allo studio del modernismo e alle sue molteplici declinazioni ed espressioni. Borders of Modernism: il primo, si spera, di una lunga serie di convegni promossi dal CEMS a livello europeo e in chiave interdisciplinare.

Il titolo del convegno, costruito su due sostantivi chiave in contraddizione fra loro, è emblematico perché tenta di definire i limiti del modernismo. Un’opposizione marcata proprio per mettere in risalto l’ambiguità e la fluidità dell’impostazione scelta dagli organizzatori. Borders ossia confini: tra ambiti, prospettive teoriche, approcci critici e persino letterature, tutti accomunati da una categoria interpretativa (anch’essa a sua volta dai bordi labili), il modernismo, che nell’ultimo decennio ha preso sempre più piede nella critica italiana e pare poter ridisegnare le frontiere della storia letteraria europea.

Due rappresentazioni letterarie della maschilità adolescente

zinato Berlin 2413 Il presente saggio è la rielaborazione di un intervento proposto in occasione del Convegno “La questione maschile. Archetipi, transizioni, metamorfosi” (Padova, 24-27 marzo 2015) confluito nell’omonimo volume curato da Saveria Chemotti (Il Poligrafo, Padova, 2015).

«Tutti gli individui umani, come risultato della loro disposizione bisessuale ed eredità mista, combinano in sé caratteristiche sia maschili che femminili, perciò la pura maschilità e femminilità rimangono costruzioni teoriche dal contenuto incerto». S. Freud, Alcune conseguenze psichiche della differenza anatomica tra sessi (1925).

Questo intervento riguarda la rappresentazione dell’adolescenza maschile e dei luoghi del controllo sociale novecentesco, come il collegio, la palestra, il bordello, in cui il soggetto è chiamato ad adeguarsi alla logica dominante, nel momento in cui alla maschilità si sostituisce la mascolinità. (Cfr. A. Di Biasio, Studiare il maschile, in «Allegoria», 61, 2010, pp. 9-36). Il taglio adottato presuppone l’interpretazione delle scritture letterarie come possibile dicibilità di logiche emotive e modelli corporei e affettivi rimossi dal modello dominante. Entrambi i romanzi esaminati (Il lanciatore di giavellotto di Paolo Volponi e Aracoeli di Elsa Morante) escono nei primi anni Ottanta ma sono ambientati in epoca fascista, in cui i riti ginnico-fallici assumono una dimensione di massa.

Bob Dylan, il Nobel e i supporti

Bob Dylan bob dylan 20907465 462 480 I propositi per il nuovo anno che Massimiliano Tortora ci comunicava su questo blog, e che muovevano dal Nobel a Dylan, hanno già ricevuto una serie di risposte su fb e poi, qui, in un intervento di Isotta Piazza. Tortora e Piazza hanno declinato le rispettive discussioni verso delle proposte didattiche e anch’io vorrei aggiungere alcune considerazioni legate in qualche modo a quanto da loro indicato. Non intendo quindi partecipare al dibattito per dire se la scelta dell’Accademia svedese sia da considerarsi giusta, sbagliata o così e così. Dichiaro da subito che personalmente la ritengo così e così, ma anch’io faccio parte di quelli che il giorno dell’assegnazione di quel Nobel hanno ritenuto opportuno parlarne a lezione. Come si ricorderà, era lo stesso giorno della morte di Dario Fo e mi sono presentato in aula con la prima pagina di un giornale. L’ho mostrata in tutta la sua apertura e ho avviato la discussione dalla bizzarra concomitanza dei due eventi. Proprio in quei giorni stavo proponendo ai miei studenti – insegno Letteratura inglese – l’analisi di In Patagonia di Chatwin, quello strano romanzo che con il pretesto di un viaggio in uno dei luoghi più desolati e silenziosi del pianeta infilza una serie di storie, di leggende, di micro-biografie, di cronache, di echi di eventi storici per come essi rimbalzano ai confini del mondo. Avere pertanto la possibilità di mostrare come l’arte affabulatoria di un cantastorie stonato e di un giullare buffo e gesticolante fosse stata capace di conquistare il massimo riconoscimento al merito letterario, mi offriva sia un modo facile per accreditare il materiale che stavamo trattando nelle ultime lezioni, sia l’estro per riaffermare che lo sconfinamento e l’attraversamento di generi letterari non sono solo patrimonio ricercato del Postmoderno (ammesso che Chatwin vi appartenga) ma una pratica antica e assai popolare: quella che gli stessi Fo e Dylan hanno ripreso dalle più arcaiche tradizioni della poesia, del teatro, della letteratura in genere.

Ancora su Bob Dylan (Nobel eccome!)

nobel 20160813 0367 Premetto: non ho le idee chiare in merito. Anzi, rettifico: nella mia testa le ho chiarissime, il problema è scriverle o dirle ad alta voce (seguendo i propositi per il nuovo anno consigliati da Massimiliano Tortora su questo stesso blog).

Se si trattasse solo di esternare il mio apprezzamento al cantautore americano non avrei problemi. Così come non esiterei a testimoniare che, personalmente, quando leggo o rileggo alcuni testi delle canzoni di Dylan spesso ne ricavo un piacere estetico e un coinvolgimento intellettuale non inferiore all’esperienza di lettura della migliore poesia del Novecento. Impostato così, però, il  discorso mi sta portando fuori strada: primo perché non è mia intenzione farne una questione personale, secondo perché il nodo del problema è un altro.

Propositi per il nuovo anno: a partire dal Nobel a Bob Dylan

almada A leitura Rapariga debrucada sobre a mesa 1 Ci piaccia o no, le mosse delle istituzioni, anche quelle a cui magari riconosciamo meno peso in fatto di canone letterario, hanno un’influenza e impongono di essere ascoltate. Dunque, ci piaccia o no ancora una volta, il 2016 sarà ricordato per il premio a Bob Dylan. E, ci piaccia o no (ma questo è l’ultimo), la polemica tra favorevoli e contrari si ripeterà negli anni, trascinando anche le nuove generazioni. Come accade ancora oggi con Grazia Deledda («ma veramente la Deledda ha preso il Nobel, professore?» mi chiedeva qualche tempo fa una studentessa; «sì, è successo» ammettevo io non senza mostrare sconforto), con Salvatore Quasimodo («pure Quasimodo?»; «sì, certo», replicavo io con più brio), per non parlare di Dario Fo («Una vergogna. Cosa avrà mai dato Dario Fo alla letteratura italiana o mondiale?», diceva un insolitamente esperto Gianfranco Fini; ma nel campo della Casa delle libertà la polemica – sempre con insospettata competenza – si allargava anche ai senatori a vita: «Luzi? Disconoscevo finora che esistesse al mondo», dixit Calderoli).

Cliffhanger cammina con me: utilizzo e evoluzione nelle serie tv da Twin Peaks a Game of Thrones

10062014 Twin Peaks Cooper Bob Il cliffhanger è una tecnica scrittoria utilizzata dalla letteratura al cinema che consiste nel bloccare la trama abbastanza bruscamente in un momento saliente. L’utilizzo maggiore però è riscontrato in campo televisivo: essere lasciati sospesi, come letteralmente andrebbe tradotto il termine, è una sensazione che gli appassionati di serie tv conoscono molto bene. Infatti spesso la fine di un episodio o di una stagione è interrotta nel mezzo di un evento drammatico, creando una forte suspence. Il pubblico attende così con ansia una settimana se non un anno (nel caso della nuova stagione) per vedere il continuo della storia. Nella sua variegata tipologia, l’utilizzo più classico permette, quindi, di collegare una sequenza all’altra: un esempio riuscito è 24, in cui per creare continuità temporale (visto che la serie si svolge nell’arco di ventiquattro ore, senza interruzioni) ogni episodio si conclude con un cliffhanger, per poi riprendere la sequenza narrativa l’episodio dopo.

Il cliffhanger, perciò, è un elemento cardine della serialità televisiva e ha due funzioni principali: una commerciale, come ad esempio saper attirare lo spettatore (la tecnica può essere presente anche prima di una pausa pubblicitaria) e quella di contribuire a una prospettiva orizzontale della storia. Eppure la serialità televisiva senza cliffhanger, non è impossibile: le serie poliziesche, si pensi a Law and Order, le antologiche e in parte le sitcom hanno strutture episodiche del tutto verticali, che non necessitano nessun tipo di cliffhanger.

Un corpo a corpo con il mondo: Ginevra Lamberti, Laura Pugno, Claudia Durastanti

marsilio 20151230 0180 occhi I romanzi scelti per questa “campionatura di fine d’anno” - La questione più che altro di Ginevra Lamberti, La ragazza selvaggia di Laura Pugno e Cleopatra va in prigione di Claudia Durastanti - sono parsi esemplari, nel corso del 2016, di una scrittura d’autrice che prende di petto il mondo, di gran lunga lontana da quel “sussurro degli affetti” che spesso il senso comune si aspetta dalle “penne rosa”. Sono opere in cui, senza indulgere in rassicuranti lieti fine, in edificanti quadretti di famiglia, in seriali affreschi generazionali, Lamberti, Pugno e Durastanti si gettano in un corpo a corpo con la contemporaneità, anche a costo che le loro donne ne escano “ammaccate”. In tutti e tre i casi, ai quali va senz’altro affiancato La prima verità di Simona Vinci, le protagoniste si configurano come antieroine, personaggi non stereotipati che si mettono in gioco nell’incontro con una realtà decisamente poco addomesticabile, quando addirittura non ostile. Come ha scritto Lucia Ravera delineando una panoramica delle scrittrici italiane contemporanee, «ci sarà dato di incontrare donne che, sfondando resilienti tabù […], raccontano quel che resta da dire della vita e ci trasportano, talora sorprendentemente, nell’indomabile vertigine del jamais dit».

Alla ricerca di un’identità e di un riconoscimento sociale fuori dall’ambito domestico e al contempo respinte da un mondo del lavoro sempre più umiliante e precario e da relazioni interpersonali conflittuali o prive di prospettiva, Gaia, Tessa e Caterina – questi i nomi delle protagoniste – non si sottraggono alla mischia e, con voci dal timbro difforme, offrono al lettore «nuovi alfabeti con cui interpretare la vita, accordandole, quanto meno, l’opportunità di uno sguardo alternativo». (Intervista a L. Ravera)

Ginevra Lamberti – Sopravvivere al deterioramento del nord-est con le armi dell’ironia  

Il romanzo d’esordio di Ginevra Lamberti (1985), La questione più che altro, è un ritratto disilluso e sottile di quel che resta del “mitico” nord-est. La mutazione dello spazio e la disgregazione di un tessuto lavorativo operoso e redditizio almeno fino a una ventina di anni fa sono i poli tematici attorno a cui ruota il disagio di Gaia, metabolizzato grazie alle armi dell’ironia.

Saggio su Rosso Malpelo

romano 20161203 0082 (Testo letto al convegno sul commento organizzato dalla Università per Stranieri di Siena, novembre 2016)

Rosso malpelo: quale commento?

Affronto qui due problemi: il primo è preliminare a ogni commento, perché riguarda quale testo considerare, quando si diano edizioni diverse di una stessa opera e si sia in presenza di varianti significative, il secondo riguarda la questione intertestuale dei debiti, dei prestiti linguistici, delle reminiscenze e delle corrispondenze con altri testi.

Di un terzo problema, che etichetterei sotto il titolo “Rosso Malpelo e noi”, avrei voluto parlare, ma non c’è spazio in mezz’ora. Sarà per un’altra volta, se un’altra volta ci sarà.

Qual è il testo di Rosso Malpelo?

Prestigio storico dei testimoni e ultima volontà dell’autore: questo è il titolo significativo di un saggio teorico di Claudio Giunta[1], sviluppato anche attraverso un confronto fra le due edizioni di Novelle rusticane, quella del 1883 e quella del 1920. Partirò proprio dal dittico da lui proposto.

Anche Vita dei campi presenta due edizioni fondamentali: quella del 1880, la princeps, e quella del 1897, che  esprime l’ultima volontà dell’autore. Eppure oggi circola prevalentemente la edizione del 1880, ripresa nei Meridiani ( e poi negli Oscar) curati da Carla Riccardi, che nel 1987 ha pubblicato anche la edizione critica della raccolta[2]. Minore fortuna sembra arridere alla edizione critica di Tellini, uscita  nel 1980, che opta invece per la redazione del 1897[3].

Un alfabetiere per la gemella

 GFalco flanericom p6xihf Scrivi tutto l’alfabeto con cura, come costruissi una capanna dove rifugiarti.[…] Dentro le lettere c’è in potenza tutto ciò che vedi nella stanza, devi fare una scelta, ogni cosa entro il limite del foglio bianco, basta appoggiare la punta della penna e incominciare, in principio lenta, impacciata, poi sciolta, quasi automatica, presa da te stessa nell’ingranaggio. (G. Falco, La gemella H, Torino, Einaudi, 2014, p.59-60).

Ragioni per un alfabetiere

A più di due anni dalla pubblicazione de La gemella H (2014) e alla luce del dilagare in Occidente di forme di populismo che cercano di intercettare l’accresciuto scontento della classe media, può essere interessante una rilettura del romanzo con cui Giorgio Falco ha rappresentato la connivenza della piccola borghesia con la dittatura di Hitler, resa omologa, nell’opera, alla lenta ma inarrestabile espansione del mito della merce e dei consumi.

Ne La gemella H si racconta l’epopea di un «un nazista piccolo piccolo dal Terzo Reich a Rimini» (R. Saviano): si tratta di una saga familiare sui generis perché la vita del clan si configura ben presto come una “tana esistenziale” che permette al padre Hans, esponente della zona grigia di leviana memoria, di riciclare la sua identità sulla riviera romagnola del boom, celando le  responsabilità con il passato regime. Il romanzo, caratterizzato sia da una narrazione digressiva che rompe la linearità temporale della vicenda sia da una pluralità di voci e punti di vista, è percorribile per lemmi-chiave o per dettagli esemplari, volti a far emergere la rete di figure, temi e motivi soggiacenti. In tal modo il libro di Falco può essere riletto secondo il principio che anima l’ idea di scrittura di questo autore: «la letteratura dovrebbe  dislocare, slogare la prospettiva, creare vertigine, mostrare ciò che non si era visto prima».

Inoltre l’alfabetiere è un omaggio a Hilde, la gemella vigile, lucida, consapevole: la voce “vertiginosa” di questa storia.