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L'interpretazione e noi

L'interpretazione e noi contiene saggi, interpretazioni e interventi sulla letteratura e su di noi, donne e uomini contemporanei.

Merito! Eccellenza! Valutazione! Contro l’università “in scatola”

9788858125618 0 0 3307 75 Una versione più lunga di questa recensione è stata pubblicata sul n. 75 di Allegoria

Universitaly. La cultura in scatola (Laterza, 2016) di Federico Bertoni ci consente uno sguardo critico sugli assetti attuali dell’Università italiana: è dunque un libro prezioso e da discutere. Il volume, dedicato «ai miei tre figli, piccoli maestri», è aperto da avvertenze (Questo libro) che ne precisano il genere, il metodo e gli intenti («al tempo stesso un racconto, un saggio di critica culturale e un testardo gesto d’amore per il sapere, l’insegnamento e un’istituzione che ha accompagnato il progetto della modernità occidentale», p. VII). Il titolo rinvia al pullulare merceologico degli acronimi anglofili nel marketing accademico. La struttura è tripartita: il primo capitolo (Esperienza) è dedito a misurare nella prassi quotidiana (dettagli, relazioni, gesti della «giornata d’un professore») l’impatto delle trasformazioni imposte agli adempimenti burocratici, all’insegnamento, all’organizzazione dei corsi e all’identità stessa di un docente universitario a partire dalla riforma Berlinguer in poi; il secondo capitolo (Narrazione) racconta con intento demistificante (con Flaubert) i luoghi comuni della bêtise  e della master fiction egemone sull’Università e le sue parole magiche (Merito, Eccellenza, Valutazione); il terzo e ultimo capitolo (dal titolo Politica) è diagnostico e terapeutico: cerca di spiegare come sia potuto accadere che l’università da luogo di elaborazione della conoscenza sia diventata un «concentrato di stupidità” e cerca di suggerire alcune minime pratiche di resistenza.

Va detto che la scelta di un taglio demistificante da parte di un docente “strutturato” (e di uno studioso e critico di valore) come Bertoni, è assai coraggiosa. La «bonifica semantica» (p. 62) che permette di decostruire le parole egemoni svelando l’ideologia, è oggi indispensabile. Il metodo della testimonianza sul campo è altresì efficace e condivisibile: dà un’idea problematica e al contempo divulgativa, a un pubblico potenzialmente ampio, di cosa sia oggi l’Università.

Le strade e le forme d’esperienza nella letteratura italiana del secondo Novecento. Morante, Lodoli, Tondelli e Calvino

len 20141201 0048 Lo specifico della letteratura: tempo o spazio?

Affrontare il tema dello spazio, suggerisce Genette, porta ad interrogarsi sui rapporti che le arti e la letteratura intrattengono con questa dimensione. Certo, il nostro immaginario connette con più immediatezza tale immagine ad arti più specificatamente spaziali quali la pittura, la scultura o l’urbanistica. Viene, dunque, da chiedersi se lo specifico della letteratura sia appunto lo spazio, o se piuttosto questa non costituisca che una cornice in cui dipanare il filo delle vicende. Se, allora, ci si appresta ad analizzare un elemento come la strada in alcuni testi della nostra produzione narrativa, si dovrà preliminarmente affrontare una questione specifica: quali interrogativi ha sollevato la rappresentazione dello spazio in letteratura? 

‘La letteratura è tempo’ o ‘La letteratura è spazio’?
Nel saggio Laocconte (1776) Lessing rimarca la natura strettamente temporale della letteratura, fondata su un criterio di successione degli eventi. Ciò che è statico in narrativa deve essere presentato in modo non statico: Omero, per esempio, non descrive la bellezza di Elena, ma mostra gli effetti che ha sugli anziani di Troia (lib. III, vv.152-160).
Il pensatore tedesco, quindi, assegnando il primato indiscusso del tempo alla produzione letteraria e vincolando, invece, l‘arte figurativa alla staticità dello spazio, infrange il principio estetico classico che aveva dominato per secoli, fondato sulla identificazione fra poesia e pittura. Il detto di Simonide «la pittura è una poesia muta e la poesia una pittura parlante», giunge ad Orazio che enuncia il principio dell’ ut pictura poësis, fondante il rapporto di reciprocità fra arte figurativa e arte poetica.
Che si sia andata affermando una dimensione fortemente narrativa nella tradizione seguente lo testimoniano opere come quelle di Ariosto e Tasso: un vorticoso succedersi di eventi labilmente intercalati da elementi descrittivi. La frequenza dei fatti, incalzati da un vivace senso dello scorrere del tempo, si riverserà poi nei romanzi picareschi del ‘600 e quindi del ‘700, riducendo la componente spaziale a debole contenitore di intrecci.

Spazi novecenteschi: la strada
Ora, questo primato del tempo nella narrazione pare messo in discussione dalla cultura novecentesca che ha enfatizzato, invece, l’elemento spaziale in letteratura – si pensi al valore degli ambienti chiusi, per esempio in Kafka, ma anche oltre nel Noveau roman e nell’École du regard. Anche la critica degli anni ’60 e ’70 del ‘900 ha riservato grande attenzione allo spazio pervenendo a soluzioni interpretative che per decenni hanno fatto scuola e alle quali ci si è rifatti per le proposte di letture che qui vengono avanzate: pensiamo soprattutto a Bachtin, per l’elaborazione del concetto di cronotopo, e Lotman, per la relazione indagata fra spazio e cultura. Modelli critici questi che si cercherà, in questa sede, di far dialogare con testi a nostro modo di vedere rappresentativi della produzione narrativa italiana fra gli anni ’60 ai ’90 del secolo scorso, in cui l’immagine della strada emerge come immagine-simbolo della natura spaziale della sensibilità del nostro tempo: La strada di San Giovanni di Italo Calvino (1962), La Storia di Elsa Morante (1974), Autobahn di Pier Vittorio Tondelli (1980) e Crampi di Marco Lodoli (1992).
Per affrontare materiali così eterogenei, scartata la prospettiva cronologica, ci si muoverà lunga una trama di interrogativi-guida, quali la natura reale o immaginaria delle stesse e la loro capacità di innescare il processo narrativo. L’elemento spaziale fa fermare il tempo fino a spegnerlo? La presenza della strada nel testo fa prevalere l’elemento descrittivo o l’elemento dinamico? conferma i personaggi nella loro identità o li muta, attivando un processo di formazione o almeno di trasformazione?

Luigi Pirandello

800px Luigi Pirandello 1934b Luigi Pirandello (nato a Girgenti, poi Agrigento, nel 1867, morto a Roma nel 1936, premio Nobel per la letteratura nel 1934) probabilmente è l’unico scrittore italiano del Novecento conosciuto in tutto il mondo. Termini come “pirandelliano” e “pirandellismo” si sono diffusi in quasi tutte le lingue dell’Occidente a indicare situazioni e atteggiamenti paradossali, ispirati a un assoluto relativismo o a un esasperato cerebralismo. Se si aggiunge che Pirandello è uno degli inventori del teatro di avanguardia e, insieme con Svevo, il maggior rappresentante del modernismo italiano per la produzione teatrale e narrativa, si può capire la sua importanza sullo scenario culturale e sull’immaginario dell’età contemporanea.

La fortuna planetaria di Pirandello ha una ragione: ha saputo dare voce all’autocoscienza del moderno. La teoria e la poetica dell’umorismo (a cui Pirandello dedicò un libro, L’umorismo, nel 1908) costituiscono uno dei fondamenti di tale autocoscienza.

Per Pirandello l’uomo ha avuto sempre bisogno di autoinganni, di ideali e di leggi morali e sociali per cercare di dare un senso a un mondo che in realtà non ne ha, e l’umorismo ha denunciato tale situazione irridendo le illusioni che l’umanità si costruisce in questo vano tentativo. È però con la nascita della modernità e con la scoperta di Copernico, con la fine dell’antropocentrismo tolemaico e con la scoperta dell’assoluta irrilevanza del pianeta Terra e della stessa vita umana, che ai afferma pienamente la consapevolezza della relatività di ogni fede, di ogni valore, di ogni ideologia e l’intuizione che si tratta solo di autoinganni, utili per sopravvivere ma del tutto mistificatori. Nella modernità una letteratura fondata sul tragico e sull’eroico non è perciò più praticabile. I parametri distintivi che rendevano possibili l’epos e il tragico – come le categorie vero/falso o bene/male – si rivelano alla coscienza moderna come mere illusioni. L’umorista perciò non propone valori, né eroi esemplari, ma un atteggiamento critico-negativo e personaggi problematici, inetti all’azione; non risolve problemi, non indica soluzioni, ma mette in rilievo le contraddizioni, irridendo e compatendo nello stesso tempo.

Emozioni e letteratura

mommy Emozioni e letteratura è una proposta teorica pubblicata sull’ultimo numero della rivista «Moderna» (XVII, 2, 2015), curato da Alessandra Ginzburg, Romano Luperini e Valentino Baldi. L’intero numero è dedicato a questo argomento e il saggio qui pubblicato ne costituisce l’introduzione. Il testo presenta due particolarità rispetto alla scrittura saggistica a cui siamo abituati: è scritto da quattro autori ed è strutturato per punti di media e breve lunghezza. Note e bibliografia sono ridotte, le questioni vengono affrontate con minime premesse storiche o di contesto. Questo stile frammentario, ellittico e asseverativo è funzionale all’intento militante perseguito da Baldi, Cataldi, Ginzburg e Zinato.

Il saggio è diviso in quattro sezioni principali: Fra psicoanalisi, storia e letteratura; Matte Blanco e la teoria delle emozioni;  Ritorno del represso e formazione di compromesso; La retorica delle emozioni. Ciascuna sezione presenta sotto-paragrafi numerati e titolati. Gli autori hanno discusso e scritto assieme l’intero saggio, che è il risultato di una riflessione condivisa sul rapporto tra emozioni, retorica e letteratura che prosegue dal 2012. 

Pirandello post-umano? Ecocritica, modernismo e coscienza di specie/Teorie e metodi 4

pirandello 759x500 [Il testo seguente raccoglie, in forma abbreviata, alcune osservazioni tratte da un saggio che sarà incluso negli atti del seminario Posthumanist Modernism, tenutosi a Utrecht nel luglio 2017. Il volume è attualmente in preparazione; un resoconto del seminario si può trovare qui]

Cos’è il post-umanesimo? Nel libro omonimo oggi considerato tra i principali punti di riferimento in quest’ambito (What Is Posthumanism?, 2009), Cary Wolfe lo definisce come un tentativo di abbattere ogni rigida dicotomia tra umano e animale, ripensando la stessa categoria dell’umano (con i suoi tratti distintivi) all’interno di un continuum biologico ed evoluzionistico. Questa prospettiva filosofica ha svolto un ruolo fondamentale negli sviluppi recenti dell’ecocritica, ovvero la disciplina che studia i modi in cui la letteratura e le arti rappresentano il groviglio che lega la specie umana all’ambiente (l’enmeshment, per usare una metafora introdotta da Timothy Morton, come spiega Marco Caracciolo in un’intervista per laletteraturaenoi). Per quanto riguarda gli studi letterari, l’ecocritica ha avuto il merito di inserire nozioni ben note (come ad esempio la critica all’antropocentrismo) all’interno di un quadro filosofico più articolato, e di promuovere l’analisi del rapporto tra coscienza di specie da una parte e scelte tematiche o formali dall’altra; è ormai possibile trovarne ottimi esempi anche in ambito italiano, dal volume Ecocritica. La letteratura e la crisi del pianeta a cura di Caterina Salabè (Donzelli, 2013) al recentissimo Letteratura e ecologia di Niccolò Scaffai (Carocci, 2017).

Il «terzo spazio» dei vinti

vanga Sono usciti gli atti del Convegno Verga e noi, a cura di R. Castellana (Annali della Fondazione Verga, Catania 2017), tenutosi a Siena nel 2016. Pubblichiamo qui la prefazione di Romano Luperini che dà conto delle diverse relazioni e azzarda una propria ipotesi interpretativa.

L’originalità di questo volume di studi, pur apparentemente accademico (raccoglie le relazioni al convegno verghiano organizzato nel 2016 dal Dipartimento di Filologia e critica della letteratura dell’Università degli studi di Siena), è il suo carattere sostanzialmente antiaccademico, suggerito, e promosso, già dal titolo, Verga e noi, che invita a collocare lo scrittore siciliano nei nostri giorni e nel dibattito attuale. E infatti i vari contributi qui pubblicati si caratterizzano  per la varietà non solo degli approcci metodologici ma anche dei modi di considerare l’attualità di Verga e il suo impatto sul mondo di oggi.  Si va dallo studio delle strategie e delle tattiche retoriche (in cui eccelle Gabriella Alfieri) a quello antropologico e tematico (Rappazzo, Lo Castro), dall’analisi narratologica  (Giovannetti) e quella sociologica  (Castellana) e storico-ideologica (Manganaro, Di Gesù, Baldini, Giglioli), mentre l’attualizzazione può essere cercata nella vitalità dei contenuti storici e tematici e/o degli approcci formali (come fanno De Cristofaro che ha anche il merito di allargare il discorso alla ricezione cinematografica e teatrale, e ancora Castellana e Manganaro). C’è poi il tentativo di applicare a Verga nuove categorie critiche per rinnovare l’approccio sociologico  (quelle elaborate da Bourdieu e da Orlando nel contributo di Castellana) e  narratologico (quelle del cognitivismo e della neonarratologia nel saggio di Giovannetti).

Teorie e metodi/3. Aria fresca e pulita. Su Il poeta innamorato di Marco Santagata

marco santagata Quando lessi Saggio sul Petrarca di Francesco De Sanctis, ero ancora un lettore acerbo, ma formulai un pensiero che suonava così: che cosa è successo, da allora, alla critica letteraria? Perché (quasi) nessun libro novecentesco di critica mi aveva fatto fare l’esperienza che De Sanctis mi offriva: vedere intero il contorno dell’autore, farmi venire la voglia di leggerlo, sentendo che aveva a che fare con la mia vita.

Era, naturalmente, una sensazione ingenua: oggi un De Sanctis non si potrebbe ridare, l’iperspecialismo che perde di vista la totalità non è (solo) una moda: è una dato strutturale del sistema dei saperi. Eppure, a constatare la quasi completa irrilevanza in esso della attuale critica accademica (e non solo accademica), irresistibilmente rinasce in me quell’ingenua domanda: ma a che e a chi serve una critica che non ha più nulla a che fare con l’esperienza della lettura?

Ecco perché Il poeta innamorato. Su Dante, Petrarca e la poesia amorosa medievale (Guanda, 2017) di Marco Santagata è una boccata d’aria fresca, pulita. Il libro nasce da una «crescente insoddisfazione, stavo per dire irritazione, che in me e, penso, non solo in me sta provocando tanta esegesi critica attuale» (p. 5). 

Le due patologie principali della critica, per Santagata, sono la deriva incontrollata dell’intertestualità, e connesso a questa, il proliferare impazzito di un’esegesi fatta soprattutto di letteratura secondaria e non di contatto diretto con i testi, in un «gioco di confutazioni e ribadimenti, correzioni e aggiustamenti praticato su temi dibattuti e ipotesi interpretative note» (p. 7). 

Ma il libro non parla agli studiosi: esce per un editore che punta al più ampio pubblico colto, intende orientare la lettura della poesia lirica delle origini con chiare scelte interpretative che ripristinino la funzione di mediazione culturale della filologia, vuole rispondere a quel genere di domande «che un lettore normale si pone davanti a un normale testo letterario» (p. 7). 

Teoria e metodi/2 . Critica del nonostante. Perché è ancora necessaria la critica letteraria

 

9788865987384 0 0 1525 75 Guido Guglielmi, Critica del nonostante. Perché è ancora necessaria la critica letteraria, a cura di Valerio Cuccaroni, prefazione di Niva Lorenzini, Pendragon, Bologna 2016, € 14.

Il bel libro postumo di Guglielmi Critica del nonostante ci fa ragionare sull'utilità e la dignità del pensiero critico e in particolare della critica letteraria, in un tipo di società, quella di mercato, che nonostante le apparenze non offre reali possibilità di libera scelta. La società civile è ridotta a semplice “pubblico”, chiamato a esercitare di volta in volta una fra le varie opzioni, tutte fungibili, che costituiscono un panorama culturale di fatto monotono. Il gusto delle masse viene  standardizzato e uniformato, per cui non si sceglie più. Piuttosto si eseguono “ordini” dolcemente impartiti, secondo procedure mentali inoculate nel vissuto più intimo delle persone. Viene così meno una reale capacità di scegliere, oltre che il bisogno di farlo. Tutto questo ha molto a che fare con il bisogno della critica.

Il volume di G. ha come pregnante sottotitolo: «perché è ancora necessaria la critica letteraria». I saggi, tutti scritti e pubblicati fra la fine degli anni Novanta e l'inizio degli anni Duemila, sono divisi in due gruppi. Il primo comprende degli interventi di natura teorica; il secondo si concentra su autori centrali del modernismo novecentesco italiano ed europeo (Joyce, Svevo, Beckett). La silloge si chiude con un penetrante saggio su Corporale di Volponi, uno scrittore che intrattiene col modernismo fecondissimi rapporti. In questo articolo tratterò quasi esclusivamente di questioni legate alla prima parte del libro. Il punto cruciale attorno a cui si svolge il discorso di G. è infatti il postmoderno e la sua critica.

Teoria e Metodi/1. Scienze cognitive ed ecocritica: un’intervista a Marco Caracciolo

 

Caracciolo 20171001 065 A cura di Alberto Godioli

Con questo testo inauguriamo una nuova serie di interventi, intitolata Teorie e Metodi. La serie si occuperà di prospettive di studio che hanno conosciuto un particolare sviluppo negli ultimi anni, e che ci permettono di riflettere in termini nuovi sulla letteratura. Siamo lieti di avviare Teorie e Metodi con un’intervista a Marco Caracciolo, assistant professor presso l’Università di Ghent (Belgio), la cui attività di ricerca si fonda sul dialogo tra studi letterari e scienze cognitive: ricordiamo in particolare le importanti monografie The Experientiality of Narrative: An Enactivist Approach (De Gruyter, 2014), Strange Narrators in Contemporary Fiction: Explorations in Readers’ Engagement with Characters (University of Nebraska Press, 2016), e A Passion for Specificity: Confronting Inner Experience in Literature and Science (con lo psicologo Russell Hurlburt, Ohio State University Press, 2016).

  1. Su cosa verte il tuo progetto Narrating the Mesh?

In inglese ‘mesh’ significa maglia, nel senso che una rete da pesca o una recinzione sono fatte di maglia. Timothy Morton, uno dei pensatori contemporanei che più hanno ispirato il mio progetto, usa l’idea di ‘mesh’ come metafora per quello che – parafrasando Carlo Emilio Gadda – si potrebbe chiamare il ‘groviglio’ di umano e non-umano, cioè il rapporto reciproco e costitutivo tra le società umane e processi biologici, geologici o climatici. Vista in questa luce, la specie umana è profondamente intrecciata a realtà non-umane. Il cambiamento climatico è un esempio lampante di questo groviglio, ma ce ne sono molti altri.

Il mio progetto si concentra su come questo senso di ‘enmeshment’ (o aggrovigliamento) può essere colto in forma narrativa: come, in altre parole, si può raccontare il non-umano senza ridurlo al ruolo di appendice o strumento dell’umano. L’idea è che ci sono una serie di resistenze culturali e concettuali da affrontare – resistenze che hanno a che fare, principalmente, con le limitazioni della nostra immaginazione. Nel caso del cambiamento climatico, facciamo fatica ad immaginare la scala della ‘mesh’, o come azioni quotidiane (prendere un aereo, usare centinaia di bottiglie e sacchetti di plastica) possano avere ripercussioni per generazioni e generazioni. La letteratura riflette le limitazioni della nostra immaginazione, ma al tempo stesso può fornirci strumenti per superarle. Questa, almeno, è la scommessa alla base del progetto.

La poesia di Creuza de mä, ovvero quando per arrivare all’idea c’è da impiastrarsi con la forma

len 20120723 0090 Odio i musei. Quei posti chiusi, isolati, protetti, dove le opere sono custodite e conservate con cura, ognuna ordinatamente etichettata e catalogata, ognuna quotidianamente spolverata e periodicamente restaurata, ognuna ognora visitata e spuntata dalla to do list di turno, spesso fraintesa o del tutto incompresa, e poi puntualmente dimenticata. Odio i canoni senza se e senza ma, i capolavori indiscussi e soprattutto indiscutibili, odio i classici in quanto classici e chi li conosce soltanto perché. Odio la filologia, le partiture che soffocano l’esecuzione e la vitalità che si sacrifica a una presunta fedeltà. Per questo amo Creuza de mä, e per questo, mentre provo a dirvi perché secondo me è un capolavoro, vi chiedo di dimenticare che lo sia, e di non darlo per scontato. Vi chiedo di rimuovere gli assunti e le informazioni già immagazzinate – la vetta insuperata della discografia di Fabrizio De André, uno dei migliori dischi degli anni Ottanta e forse il massimo esemplare di world music mai prodotto in Italia –, vi chiedo di ascoltare il disco e poi di entrarci dentro insieme a me. Perché non è possibile fruire Creuza de mä in maniera superficiale. Il messaggio più profondo racchiuso nell’album – che è poi il suo contenuto ideologico, e ciò che non smetterà mai, credo, di renderlo attuale – non è veicolato con i mezzi della retorica, ma con quelli della poesia. E la poesia si sa, non è mai un pretesto per dire qualcos’altro: la poesia è o non è, tutto o niente, senza mezze misure. Creuza de mä porta con sé un messaggio bellissimo, ma non lo propaganda e non lo sbandiera; è l’ascoltatore, se mai, a poterselo conquistare, ma soltanto a patto di mettere in discussione tutto e in primo luogo se stesso, di mettersi in gioco senza remore e senza sconti, di impiastrarsi talmente con quella forma inventata – i versi in un dialetto genovese più immaginario che reale e le musiche speziate con sonorità etniche artigianali, da rigattiere – da riconoscerla infine, laggiù in profondità, e da riconoscersi in essa. Creuza de mä è un capolavoro perché in Creuza de mä la forma non dice il contenuto: la forma è essa stessa il contenuto, e l’espressione dell’idea passa necessariamente attraverso l’invenzione di un linguaggio atto a incarnarla.