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Gli intellettuali italiani e la Grande Guerra/ 1

alpino e mulo albaniaPubblichiamo in due tempi questo intervento di Romano Luperini letto al convegno "Riflessi letterari della Grande Guerra", tenutosi a Giovinazzo, Bari, il 15-16 gennaio 2015. Nella prima parte del saggio verranno esaminati la condizione storica e sociale degli intellettuali degli anni Ottanta, le posizioni della «Voce» e di uno dei suoi autori più rappresentativi, Scipio Slataper. Nella seconda parte saranno analizzate le posizioni di Piero Jahier e di Renato Serra e verrà tracciato un bilancio complessivo sulla crisi d'identità degli intellettuali italiani al cospetto della prima guerra mondiale.

Il saggio può essere didatticamente utile per problematizzare le categorie di interventismo e neutralismo, per collegare la letteratura italiana dei primi del Nocecento con i temi storici del tempo e per aprire alla comprensione degli anni del fascismo.

Una nuova generazione di intellettuali

Il sostantivo “intellettuali”, diffusosi in Francia alla fine dell’Ottocento in seguito all’affaire Dreyfus, compare in Italia qualche anno dopo ed è certificato per la prima volta da Alfredo Panzini nel suo Dizionario moderno del 1905. Secondo Panzini, «indica coloro che vanno distinti per l’uso e raffinatezza di cultura», talora anche in senso ironico1. Pochi anni dopo, caduto ogni sospetto di ironia, il termine si presterà a un uso rigorosamente sociologico diventando denominazione di una «classe», come lo definisce più volte Croce, o piuttosto di uno «strato sociale», come preferisce chiamarlo Gramsci. La comparsa della parola coincide non casualmente con la rilevanza di un fenomeno sociale.

Già nell’età giolittiana, comunque, il termine definisce non solo pochi individui dotati di una cultura superiore ma in generale gli addetti alle professioni intellettuali, la «classe dei colti» cui si rivolge la principale rivista di quegli anni, «La Voce». E si capisce: la nascita in Italia di uno stato moderno determina un notevolissimo sviluppo non solo dell’industria, del ceto imprenditoriale e della classe operaia, ma della burocrazia statale e impiegatizia e nel lavoro culturale, negli uffici, nelle scuole, nei servizi, nel giornalismo, nelle case editrici, nelle sceneggiature della nascente cinematografia e ben presto anche alla radio. La piccola borghesia si allarga oltre misura, diventando rapidamente un nuovo strato sociale di massa. Anche la maggior parte dei letterati e degli scrittori proviene ormai da questo strato e non più dalla nobiltà o da une élite aristocratico-borgese. Gli intellettuali cessano insomma di vivere di rendita o di essere dei produttori indipendenti di reddito per divenire dei salariati2. La maggior parte di essi fa l’insegnante, l’impiegato o il giornalista, e solo meno di un terzo riesce a vivere attraverso i diritti d’autore e i guadagni delle consulenze editoriali, delle traduzioni e soprattutto (ci informa Renato Serra in un libro uscito nel 1914, Le lettere) delle collaborazioni giornalistiche grazie agli elzeviri o ai brevi racconti pubblicati sulle terze pagine dei quotidiani.

Questa piccola borghesia è inquieta e tendenzialmente sovversiva, perché in cerca di uno spazio sociale e di un ruolo protagonistico che invece tende sempre più a ridursi. La soffoca l’alleanza giolittiana fra grande industria protezionistica e aristocrazia operaia del nord, mentre la sua condizione intermedia la condanna a un continuo pendolarismo fra borghesia e proletariato, fra un’esigenza di potere e di affermazione e i processi di proletarizzazione che invece la attraversano. I nuovi scrittori dell’età giolittiana si distinguono perciò nettamente dagli intellettuali della generazione precedente, quella di Carducci, Pascoli, d’Annunzio, Pirandello, Svevo, formatisi, culturalmente e politicamente, all’interno di una società ancora patrizio-borghese. Ad affermarsi ora è la nuova «generazione degli anni ottanta», quella dei «giovani» cui espressamente si rivolgono, in polemica contro i «vecchi», non solo i futuristi, ma le principali riviste del primo Novecento.

Ecco dunque giustificato l’arco del discorso qui proposto e motivata la ragione di alcune esclusioni. Non parlerò qui di d’Annunzio, Pirandello, Svevo, Croce, De Roberto, tutti intellettuali, nati negli anni cinquanta e sessanta dell’Ottocento, che pure sulla Grande Guerra hanno scritto, pubblicando racconti, poesie, romanzi, saggi, articoli. Mi limiterò invece a poche ma esemplari parabole di alcuni fra i principali collaboratori della maggiore rivista d’anteguerra, «La Voce», fondata da Prezzolini come settimanale politico-culturale nel 1908 con l’intenzione di dare “voce” appunto alla nuova generazione di intellettuali perché potesse affermarsi come classe dirigente. Ed è già significativo che questa rivista si trasformi poi, alla fine del 1914, a dimostrazione del fallimento di tale progetto e a guerra europea ormai in corso, nella «Voce» bianca diretta da Giuseppe De Robertis, dedita ormai a un impegno esclusivamente letterario. Evoluzione, che fa pendant con quella opposta di «Lacerba» che negli stessi anni da rivista artistica diventa invece rivista politica dell’interventismo militante. Due soluzioni diverse che rivelano però lo stesso impasse: la chiusura di ogni autonomo spazio di mediazione politico-culturale, a vantaggio della pura propaganda politica in un caso e della pura letteratura nell’altro.

I vociani e la guerra

La prima «Voce», in fondo più salveminiana che prezzoliniana, si impegnò in un antigiolittismo sostanzialmente di stampo liberale e riformistico. Ma già la guerra di Libia, inizialmente contrastata, poi sostanzialmente accettata, segna una prima svolta, caratterizzata dalla fuoriuscita di Salvemini che dà vita a «L’unità». Da questo momento la ricerca di una funzione intellettuale nella nuova società di massa diventa sempre più confusa e convulsa, mentre comincia a prevalere la tendenza al sovversivismo piccolo-borghese più estremo. Ne diventa espressione soprattutto Giovanni Papini che, dopo avere svolto di fatto un ruolo di direzione della «Voce» nel corso del 1912, fonda nel ’13 la rivista «Lacerba». Papini declina il sovversivismo in forme ibride che mescolano avanguardismo di marca futurista e nostalgie invece provinciali che lo inducono al assumere un ruolo ideologico e pedagogico e pose vagamente dannunziane da poeta-vate.

Fra la guerra di Libia e lo scoppio del grande conflitto mondiale, venuto meno il riformismo della prima «Voce», la borghesia industriale andava scegliendo la strada degli armamenti e della preparazione alla guerra e gli spazi si andavano rapidamente chiudendo. Se il tentativo vociano di dare vita a una società civile autonoma aveva dovuto registrare il proprio fallimento, la volontà protagonistica di Papini di fatto era costretta a esercitarsi. nel vuoto sociale che si era ormai determinato fra classi subalterne e classe dirigente. Così la tradizionale aspirazione al potere da parte della cultura rovescia la propria frustrazione in atteggiamenti scandalistici e provocatori, che si esprimono nella proposta papiniana del «teppismo» da parte di un intellettuale, che si autorappresenta come «incendiario», solitario «scorridore», isolato «iconoclasta» (nel Discorso di Roma,1913). Lo scoppio della guerra induce «Lacerba» a trasformarsi da organo artistico a rivista dell’ interventismo nazionalista e imperialista (vi si sottrae solo, in nome di un cauto neutralismo, un altro lacerbiano, Palazzeschi, l’unico della sua generazione a restare estraneo al bellicismo dominante). Nell’articolo Amiamo la guerrra!, pubblicato all’indomani dell’inizio del conflitto, l’ideologia malthusiana viene assunta da Papini come vaga copertura della propaganda futurista della guerra «sola igiene del mondo» e cinicamente esaltata in nome di un virilismo allora di moda (anche in seguito alla influenza di un altro pensatore caro ai vociani, Weininger, allora da poco tradotto anche in italiano):

Finalmente è arrivato il giorno dell’ira dopo i lunghi crepuscoli della paura. Finalmente stanno pagando la decima dell’anime per la ripulitura della terra.

Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne. Ci voleva una bella innaffiatura di sangue […]

È finita la siesta della vigliaccheria, della diplomazia, della ipocrisia e della pacioseria. I fratelli sono sempre buoni ad ammazzare i fratelli; i civili son pronti a tornar selvaggi; gli uomini non rinnegano le madri belve. […]

Siamo troppi. La guerra è un’operazione maltusiana. Fa il vuoto perché si respiri meglio. […]

Amiamo la guerra ed assaporiamola da buongustai finché dura. La guerra è spaventosa – e appunto perché spaventosa […] dobbiamo amarla con tutto il nostro cuore di maschi.3

Questo appello eccitato e dionisiaco alla ferinità naturale dell’uomo (vi risuona l’eco di un Nietzsche magari letto attraverso d’Annunzio) è una rinuncia radicale ai valori della cultura che pure dovevano distinguere la “classe dei colti”. Anche se con toni molto diversi, e con ben altra tensione esistenziale e morale, tale rinuncia significativamente caratterizza, come vedremo, la vicenda di molti altri intellettuali vociani.

 Scipio Slataper

Più interessante seguire l’evoluzione di due “moralisti” interpreti dell’anima liberaldemocratica e riformista della prima «Voce», il triestino Scipio Slataper e il valdese Piero Jahier, genovese di nascita, ma di madre fiorentina. Entrambi svolsero di fatto, in parte contemporaneamente, in parte invece in tempi diversi, la funzione pratica di redattori della rivista, collaborando con Prezzolini o a volte sostituendosi a lui.

Quando si chiude la fase riformistica della prima «Voce”, e dunque già nel corso del 1912, Slataper si allontana progressivamente dalla rivista, non condividendo né la prudenza di Prezzolini, troppo incline all’ordine crociano, né l’indirizzo prevalentemente letterario e artistico allora promosso da Papini. Slataper aveva sempre pensato alla «Voce» come a uno strumento di «preparazione» (termine spesso ricorrente nei suoi scritti) insieme, e indissolubilmente, etico-politica e artistica (d’altronde la sua autobiografia lirica, Il mio Carso, termina con questa significativa dichiarazione che unisce tensione sentimentale e morale: «Noi vogliamo amare e lavorare»). «Preparazione» doveva significare formazione di un ceto intellettuale capace di direzione politica complessiva perché costituitosi attraverso un continuo problematicismo culturale e la padronanza tecnica delle massime questioni nazionali poste dallo sviluppo della modernità. Ora, nelle diverse soluzioni prospettate da Prezzolini (sino a quella finale che farà della «Voce” un organo chiuso e persino settario dell’«idealismo militante») e da Papini (che nel 1913 aderisce di fatto a un’avanguardia artistica), Slataper vedeva svanire questa esigenza di «vivificazione» (altro termine a lui caro). Non per questo, tuttavia, lasciata «La Voce», egli rinuncia al proprio progetto, anzi mira ad articolarlo in termini più concreti e in una prospettiva politico-culturale più definita, calandolo nella realtà storica ed economica di Trieste. Pensa infatti a una nuova rivista, «Trieste», appunto, e a una nuova funzione sociale dell’intellettuale, capace di collegarsi organicamente ai centri commerciali più moderni della città. Il suo, avrebbe detto Gramsci, è il progetto di un intellettuale organico a una borghesia attiva in campo economico, politicamente liberale e progressiva. Slataper non immagina solo una rivista, un centro bibliotecario e una nuova università, in grado di rinnovare e di sviluppare l’antica scuola cittadina Revoltella, ma avanza un articolato progetto politico, che allora era condiviso anche dai socialisti triestini. Da un lato, sul primo versante, propone la fondazione di una università commerciale che superi la tradizionale estraneità fra il mondo della cultura e quello degli affari: una università che egli vorrebbe significativamente priva di una facoltà di lettere, ma fondata sullo studio storico delle civiltà moderne e dei popoli con cui Trieste era in rapporti commerciali e dunque sullo studio delle lingue, del costume, delle varie costituzioni politiche. Dall’altro, sul secondo versante, Slataper si batte per un irredentismo culturale e non politico: la Trieste da lui prospettata avrebbe dovuto difendere ed espandere la propria italianità, e magari imporre la propria egemonia, attraverso una libera concorrenza con le altre culture nell’ambito di «un’Austria del popoli», di una libera confederazione concepita in termini mazziniani e liberaldemocratici4. Ne risulta escluso per il momento un impegno irredentistico volto a modificare i confini. Questo «irredentismo» esclusivamente culturale Slataper lo chiama significativamente «vociano». Particolarmente interessante è poi il drastico rifiuto delle posizioni nazionaliste e, invece, il proposito di rispettare i diritti dei vari popoli, a partire da quello slavo e dalle popolazioni della Dalmazia di cui viene riconosciuta l’esigenza di una autonomia linguistica e civile all’interno della auspicata federazione contro le tendenze imperialistiche anche di parte italiana. Tra i «vociani» Slataper è l’unico in quegli anni, insieme ad altri due triestini, i fratelli Stuparich, che si consideravano d’altronde suoi allievi, ad avere l’idea di un’Europa dei popoli, capace di convivere in modo pacifico e democratico (Jahier ci arriverà più tardi, subito dopo la fine della guerra, sull’onda dell’utopia wilsoniana).

Slataper, proponendo una fusione fra la cultura «fiorentina» e lo spirito commerciale triestino, indica agli intellettuali un compito d’avanguardia borghese moderna in una cornice politica che tuttavia era quanto mai irreale. L’«Austria dei popoli» è un sogno che svanisce con l’uccisione a Sarajevo dell’arciduca Francesco Ferdinanndo e con l’ultimatum austriaco alla Serbia. È la guerra. Il «realismo politico» come lo chiama Slataper, lo induce ad accettare il fatto compiuto e a sposare la causa dell’irredentismo politico e dell’interventismo. Anzi Slataper giunge, in quei mesi di attesa, a rinnegare le precedenti posizioni federative e democratico-mazziniane e a sostenere l’annessione all’Italia non solo di Trieste, ma della Dalmazia di cui andrebbe duramente repressa l’aspirazione alla autonomia politica. Naturalmente l’adesione all’interventismo non è giustificata nei termini del dominante nazionalismo: Slataper parla di guerra difensiva, delle necessità dell’indipendenza nazionale e della conclusione del processo risorgimentale: «La nostra non sarà una guerra né sentimentale né imperialistica […]: sarà una guerra per difenderci», scrive5. E tuttavia si assiste a una sostanziale rinuncia non solo ai principi democratici e mazziniani sino allora professati, ma soprattutto a quello spirito ribelle, non privo di venature anarchiche, che aveva animato la sua prima produzione, culminando nella figura del barbaro Alboino in cui si identifica il protagonista di Il mio Carso. Gli scritti politici e le lettere fra l’agosto del 1914 e il dicembre del 1915, quando Slataper cade sul Podgora in un’azione di pattuglia, sono caratterizzati da una accettazione dell’ordine, del codice (era la «conversione al codice» teorizzata da un altro moralista vociano, Boine), della disciplina. E quando torna a rivolgersi agli intellettuali è solo per constatarne ora il cupio dissolvi e la necessità della rassegnazione. Mi riferisco soprattutto a un articolo pensato per «Il resto del Carlino» e significativamente intitolato Prepariamoci alla guerra. Conviene citare:

Questa guerra, la guerra che dovrebbe essere […]la grande suscitatrice di passioni, costringe tutti dopo due o tre mesi a una quieta e quasi opaca rassegnazione spirituale. C’è un desiderio, curioso: d’essere imbrancati in qualche trincea, nel fango e nel freddo, e di morire. Un cupio dissolvi. Un sentimento quasi mistico […]. È l’eroismo questo?6

Bisognerebbe «preparare il paese», aggiunge, ma come? Facendo propaganda alla guerra, cercando di convincere l’opinione pubblica? Ed ecco la disarmante conclusione:

È un’illusione credere che, in regime di neutralità, voi possiate convincere operaio e borghese a voler la guerra, mentre spinge l‘aratro e si corica, come se nulla fosse, o la gente avesse tempo di pensare a ciò che verrà. Se soltanto voi, intelligenza, per conto vostro, onestamente e astrattamente, senza faticoso e correttore contatto di popolo, siete riusciti a convincervi e quasi ormai avete l’istinto delle necessità vitali della nazione nel mondo, voi non potete pretendere e, soprattutto, non dovete illudervi di applicare oggi all’anima del lontano popolo le vostre conclusioni. […] Non c’è propaganda che persuada un popolo alla guerra. La guerra è un’imposizione e un’eroica rassegnazione. La guerra è un comando. Il comando verrà. E la nazione sarà un esercito.7

L’unico eroismo, dunque, è quello della rassegnazione. Tanto resta a chi si era proclamato il «vivificatore» della propria generazione e si era proposto il compito della sua «preparazione» culturale e politica. Alla fine una sola proposta può avanzare: fare «piccole cose», per esempio organizzare associazioni di studenti medi che sovrintendano ai servizi pubblici in caso di mobilitazione generale. Sia l’autodistruzione del cupio dissolvi, sia la subordinazione e l’accettazione rassegnata della guerra come «imposizione» e «comando», sia la politica delle «piccole cose» concrete non sono che manifestazioni della rinuncia dell’intellettuale alla propria identità.

1 A. Panzini, Dizionario moderno delle parole che non si trovano nei dizionari comuni, Hoepli, Milano 1908 [1905], a.v.

 

2 Cfr. A. Acciani, Dalla rendita al lavoro, in Letteratura italiana, diretta da A. Asor Rosa, vol. II: Produzione e consumo, Einaudi, Torino 1983.

 

3 G. Papini, Amiamo la guerra!, in «Lacerba», 5, 1913, ora in La cultura italiana del ‘900 attraverso le riviste, IV, «Lacerba», «La Voce» (1915-1916), a cura di G. Scalia, Einaudi, Torino 1960, p. 140-146.

 

4 S. Slataper, Epistolario, a cura di G. Stuparich, Mondadori, Milano 1950, pp. 235-236 e ID., Scritti politici, a cura di G. Stuparich, Mondadori, Milano 1954, pp.102-103..

 

5 S. Slataper, Scritti politici, cit., p.282.

 

6 S. Slataper, Scritti politici, cit., pp. 253-254.

 

7 S. Slataper, Scritti politici, cit., p. 255.

 

 

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