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diretto da Romano Luperini

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Intellettuali, critica letteraria, scuola

immagini architettura 20 secolo modernismo postmodernismo the new world geebird bamby 08 Risposte a una intervista di Gilda Policastro pubblicata su IL REPORTAGE, n. 26, 2016 (per ragioni di spazio non riproduciamo le domande della intervistatrice).  

1. L’intellettuale in Occidente ha perduto funzione e centralità come mediatore ideologico (non necessariamente per conto del potere e delle sue articolazioni sociali, ma anche per conto delle forze di opposizione) quando è stato soppiantato dagli strumenti di comunicazione di massa e soprattutto dalla televisione (negli anni settanta circa, in Italia). Non c’era più bisogno di lui e di fatto si è dovuto chiudere nella riserva indiana degli apparati educativi, sostituito, negli altri campi, dall’esperto. Al posto di una funzione (storico-antropologica) si è imposto il ruolo, quello tecnico di un esperto dotato di una competenza specifica e specialistica: un ruolo sostanzialmente subordinato. Di questo cambiamento ha risentito la critica. Fra crisi dell’intellettuale e crisi della critica c’è insomma una relazione. Oggi la critica non ha più una funzione sociale perché non ha più una società civile a cui rispondere e che le faccia sponda o eco. Di qui il tramonto del saggio, che è la forma storica di espressione degli intellettuali. Nello stesso tempo è in corso un tentativo della critica letteraria (ma anche di altre discipline umanistiche, come la storia, la filosofia, gli studi del mondo grecolatino) di rinnovarsi adeguandosi all’immaginario contemporaneo e alle sue modalità comunicative (blog, divulgazione, ibridazione del saggio erudito con la narrazione o il giornalismo ecc.). Mentre lo studio accademico ha una circolazione asfittica destinata a pochi studiosi, la critica tenta in tal modo di rinnovarsi e di resistere, cercando nuovi interlocutori.

2. In La fine del postmoderno negavo che il cosiddetto postmoderno fosse un’epoca nuova diversa dalla modernità, e tuttavia affermavo che le trasformazioni informatiche segnano una rottura profonda, anzi una rivoluzione non solo nel linguaggio ma anche nel campo della produzione. Negli anni settanta c’è stata infatti una profonda mutazione, non credo, però, più profonda di quella che, fra la fine dell’Ottocento e i primi tre decenni del Novecento, ha comportato non solo, anche allora, la nascita di un nuovo modo di produrre, il fordismo, ma la diffusione del telegrafo, del cinema, della radio, del telefono, dell’aeroplano. La comunicazione a distanza in tempo reale è cominciata allora. La modernità è segnata da tappe successive, ognuna delle quali rappresenta un cambiamento, talora anche di notevoli proporzioni e incisività, ma non un salto d’epoca: e infatti certi tratti fondamentali d’ordine socioeconomico e politico restano costanti (come il capitalismo e il regime democratico-parlamentare). Fra il cosiddetto postmoderno e il periodo precedente non c’è stata insomma una svolta epocale: non c’è stata né una rivoluzione sociale né una rivoluzione economica né una rivoluzione politica, niente insomma di paragonabile a ciò che è accaduto in Europa alla fine del Settecento. Il postmoderno è una fase nuova della modernità, non un’alternativa a essa. Quanto al web e ai nuovi tipi di scrittura che favorisce, bisogna farci di necessità i conti, come accennavo anche nella risposta alla precedente domanda. Fra la loro esaltazione acritica e la loro condanna aprioristica va cercata una terza strada che punti su un loro uso non impressionistico, viscerale, narcisistico, dunque irresponsabile, come oggi spesso succede, ma piuttosto critico e riflessivo, puntando a creare comunità orizzontali e una rete di rapporti solidali. Esempi del genere, che vanno al di là dell’immediatismo e dell’espressivismo individualistico, sono ancora pochi, ma non mancano.

3. Il rimpianto non ha senso. Quella stagione è finita. È finita anche la società letteraria che Fortini e Volponi rappresentavano, nel bene (l’abitudine al dibattito e al confronto pubblico, il rapporto con i problemi sociali e all’impegno politico) ma anche nel male (quella società era anche un’oasi di privilegio sociale, di rivalità e competizioni meschine eccetera: tutti abbiamo letto Bourdieu). Semmai bisogna recuperare di quel tempo le assunzioni di responsabilità pubbliche e il rapporto con i grandi problemi storici e sociali, con i “destini generali” di cui parlava Fortini; ma si tratterà di farlo in modi del tutto nuovi in una situazione molto diversa, e in rapporto a fenomeni prima sconosciuti (soprattutto il precariato intellettuale e giovanile e le immigrazioni, che dipendono da nuove condizioni materiali di vita e possono offrire occasioni di militanza impensabili anche solo vent’anni fa).

4. Credo che in effetti ci sia stata una sorta di mutazione antropologica come la chiamava Pasolini in seguito alla quale io mi sento più simile a mio padre o a mio nonno che a un eventuale figlio che oggi abbia fra i quaranta e i cinquanta anni. È il tema del mio romanzo La rancura che esce in questi giorni da Mondadori. E tuttavia c’è figlio e figlio, e il libro di Giglioli, pur partendo da un’analisi simile a quello di Mazzoni (e d’altronde si tratta di una analisi largamente condivisibile), è mosso da esigenze diverse e arriva anche a conclusioni diverse: non mira a teorizzare l’adattamento allo status quo, ma a individuare le possibilità del conflitto e della resistenza. D’altronde l’esigenza di un patto fra le generazioni è a fondamento di qualsiasi civiltà. Senza un minimo di valori condivisi una società non sta in piedi, e lo vediamo bene in Italia di questi tempi. Senza una narrazione comune non si dà vita sociale, e nessuna comunità resiste basandosi solo sulla legge del mercato. Per questo è giusto e necessario che la generazione dei figli si divida. Ci sono poi i figli dei figli, quelli che oggi hanno vent’anni, che partono sì dal deserto di motivazioni del presente ma vivono in condizioni materiali (fra disoccupazione e precariato) che possono favorire nuove forme di militanza e di impegno. I conti con la storia sono ancora aperti.

5.La scuola è una riserva indiana, come ho detto, una riserva assediata dal consumismo, dall’utilitarismo e dal cinismo dominanti, dalle conseguenze della crisi dell’umanesimo, del libro, della scrittura, dai ripetuti tentativi di ridurla all’interno di schemi manageriali di tipo economico ed efficientistico. Le diverse riforme vanno tutte in questa direzione trasformando i docenti in impiegati e burocrati dediti a presunti metodi oggettivi di valutazione (e autovalutazione) e, in genere, assai più ai mezzi e agli strumenti che ai fini della educazione (dei quali non si parla quasi più). Fortunatamente questi tentativi riformistici, che pure fanno guai e guasti gravissimi, non raggiungono mai del tutto i loro obiettivi perché risultano sostanzialmente eteronomi rispetto alla natura stessa dell’insegnamento e alle forme storiche che ha assunto all’interno del quadro sancito dalla nostra Costituzione. Insomma la scuola si adegua molto lentamente e fornisce una indubbia resistenza in parte fondata sulla dinamica stessa dell’insegnamento (come si fa a misurare oggettivamente il valore di un canto di Dante e della interpretazione che se ne può dare? E per quale ragione oggettiva e misurabile a scuola si legge ancora Dante e non Folcacchiero dei Folcacchieri?) e in parte fondata sulla superstite autocoscienza degli insegnanti di essere ancora intellettuali (precari, marginalizzati, miserabili spesso, ma intellettuali), e cioè mediatori ideologici (solo in quanto mediatore ideologico e culturale un docente può spiegare alla classe perché bisogna ancora leggere Dante). Quindi la scuola è ancora un terreno di confronto e di scontro. La battaglia che vi si conduce può sembrare di retroguardia. Ma in realtà, in un mondo dove sono decisivi i beni immateriali, la comunicazione e l’informazione, l’unica rivoluzione che si può ancora immaginare è una rivoluzione culturale.

6. Non mi considero scrittore. Come scrittore sono un autore avventizio. Gli scrittori veri sono un’altra cosa, appartengono a un altro mondo rispetto al mio. Hanno scommesso per tutta la loro vita sulla scrittura. Io l’ho scoperta tardi. Rispetto a loro sono un intruso, un dilettante. Non potrei mai giudicarli in quanto scrittore, e tanto meno misurarmi con loro: siamo su piani diversi. Come critico invece da decine di anni (ormai) io cerco di interpretarli e giudicarli, e posso continuare tranquillamente a farlo. Io per tutta la vita sono stato dall’altra parte del fosso, su una riva che sono abituato a frequentare da sempre. Perciò continuerò a fare senza problemi quello che facevo prima. Per questa stessa ragione ho durato molto fatica a passare da un tipo di scrittura a un altro, ci ho messo, diciamo, una decina d’anni. Quanto a linguaggio e stile si tratta infatti di registri completamente diversi. Che ci sia riuscito o no, non sta a me dirlo. Del critico comunque restano nel romanzo l’impianto razionale e l’impostazione storica. Ma soprattutto sotto i miei saggi critici si nascondevano sempre una passione o una emozione. Ora spero di essere riuscito a tirarle fuori. L’emozione che scorreva, repressa, sotto quei lavori vorrei fosse avvertibile in ogni frase di La rancura. E questa forse è la linea di continuità più marcata, spero, fra i due tipi di scrittura.

7. In Italia vi sono ancor oggi molti poeti di notevole e anche notevolissimo livello. Non altrettanto si può dire del romanzo che, in quanto genere letterario, è molto più sensibile agli estrogeni dell’industria culturale. Dopo Calvino, Levi, Sciascia, Volponi, c’è stata una caduta verticale. Forse il solo Siti (non l’ultimo però) si salva, insieme con qualche romanzo di Balestrini, come Sandokan. E comunque siamo ben lontani da DeLillo o da Littel, tanto per fare due nomi di scrittori stranieri. Lo stesso Saviano, che pure ha il merito di aver segnato una svolta, non è Svetlana Aleksievi, anche se un poco le somiglia. Mi è piaciuto La vita in tempo di pace di Pecoraro, peccato però che sia spesso inutilmente debordante. Semmai direi che in modi fra loro diversissimi sia Siti che Balestrini, sia Saviano che Pecoraro indicano una strada che mi pare nuova e interessante: quella del confronto con la storia italiana, dopo anni di evasioni verso la metascrittura o verso il puro intrattenimento.

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