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Il modernismo europeo: un totum pro parte. Appunti del congresso CEMS (Perugia, 14-16 dicembre 2016)

20160813 0398b Non è facile organizzare un convegno con più di cento partecipanti, fra discorsi plenari e sessioni parallele con un’anima internazionale e tutto in lingua inglese, quando più della metà dei relatori è di madrelingua italiana. Oggi, però, questa esigenza di far assumere dimensioni globali ai convegni accademici diventa sempre più reale, soprattutto con le valutazioni della ricerca (in Italia, all’estero già da tempo) che all’internazionalizzazione danno sempre più peso.

Non è facile, poi, organizzare tale convegno intorno a un concetto vasto come il modernismo, senza rischiare di dividere i partecipanti in fazioni o scuole, secondo i diversi modi di definizione e periodizzazione, e mettere a repentaglio un confronto aperto e costruttivo (che dovrebbe essere lo scopo ultimo di ogni seduta accademica di questo tipo).

E invece, a volte accade che una città medievale dalla spiccata vocazione internazionale si faccia teatro di un convegno dai risvolti, umani e accademici, inaspettati. Grazie all’impegno di Massimiliano Tortora e Annalisa Volpone, fondatori del CEMS – Centre for European Modernism Studies - si è tenuto un raduno di modernisti nel quale si è stabilito un dialogo, fra culture, aree artistiche e discipline disparate. Oltre che al soggetto centrale del convegno, ossia la forma letteraria, si è dato spazio allo studio del modernismo e alle sue molteplici declinazioni ed espressioni. Borders of Modernism: il primo, si spera, di una lunga serie di convegni promossi dal CEMS a livello europeo e in chiave interdisciplinare.

Il titolo del convegno, costruito su due sostantivi chiave in contraddizione fra loro, è emblematico perché tenta di definire i limiti del modernismo. Un’opposizione marcata proprio per mettere in risalto l’ambiguità e la fluidità dell’impostazione scelta dagli organizzatori. Borders ossia confini: tra ambiti, prospettive teoriche, approcci critici e persino letterature, tutti accomunati da una categoria interpretativa (anch’essa a sua volta dai bordi labili), il modernismo, che nell’ultimo decennio ha preso sempre più piede nella critica italiana e pare poter ridisegnare le frontiere della storia letteraria europea.

Una scatola da riempire con autori e opere? Fortunatamente no, nessuna forzatura è stata fatta in questa direzione. Piuttosto, inaspettatamente, sull’ottica di un’intuizione iniziale, si è assistito all’emergere di una serie di motivi chiave trasversali tra opere diverse e autori più disparati. Perché se è vero che quando si parla di modernismo non si può che pensare agli anglofoni Virginia Woolf, James Joyce ed Ezra Pound – ovviamente presenti in molte delle sessioni del convegno – è altrettanto vero che più raramente si sono rintracciati parallelismi tra quei famosi autori e i nostrani Federigo Tozzi e Luigi Pirandello, come invece ha proposto Valeria Taddei giovane dottoranda dell’Università di Oxford mostrando quale flusso invisibile di idee attraversasse, per esempio, Italia e Inghilterra nei primi anni del Novecento. Un concetto che è stato possibile ravvisare anche in direzione contraria valutando la ricezione italiana di autori inglesi meno noti di inizio secolo come nel caso di Richard Aldington presentato da Elisa Bolchi dell’Università Cattolica di Milano.

Parlare di confini extra nazionali vuol dire anche pensare agli strumenti che hanno permesso di veicolare quelle idee e quegli statuti di cui vogliamo occuparci. Dunque in questa direzione pare naturale riferirsi alle riviste come mezzo di teorizzazione e riflessione letteraria. Ed è quello che ha fatto nel suo discorso plenario Andrew Thacker (Nottingham-Trent University) rilevando quanto sia sottile la linea di demarcazione fra avanguardia e modernismo e rimarcando come sulle pagine dei little magazines sia stato all’ordine del giorno il confronto fra la “vecchia” e la “nuova cultura” e il paragone con altre nazioni e altre forme d’arte. Un esempio è stato la celebrazione dell’avanguardismo portoghese all’interno della rivista Orpheu uscita in soli due numeri: un’edizione singolare con pagine a forma di fisarmonica presentata da Giorgia Casara dell’Università di Coimbra che pare viaggiare, in un insolito parallelo, con l’espressione futurista nella satira inglese a fumetti proposta da Luca Somigli (University of Toronto).

Portogallo e Inghilterra prima, e Italia poi: qui, una delle riviste più aperte alle tendenze europee innovative fu Solaria che nel 1927 dedicò un numero monografico al rapporto fra letteratura e cinema. Rossella Riccobono (University of St. Andrews) ha messo in evidenza come nel decennio tra il 1926 e il 1936 si sia registrato proprio nelle pagine di Solaria un dibattito sullo sviluppo di un cinema dalle ambizioni artistiche. Infatti non dobbiamo dimenticare che modernismo fu anche uso della tecnologia e avvicinamento a nuovi mezzi espressivi: di qui la proposta, all’interno della rivista, di una “galleria di opinioni” in merito al cinematografo dai più considerato “un’arte eminentemente popolare” in confronto ad altre forme espressive, quali la letteratura o il teatro. Quello sulle riviste è uno studio che necessita l’analisi di materiale di prima mano: è per questo che prezioso risulta il progetto di digitalizzazione delle riviste moderniste lanciato dall’Università di Pisa in collaborazione con il CNR la cui metodologia è stata illustrato da Antonietta Sanna (Università di Pisa) attraverso il caso della rivista Commerce.

Il rapporto con la realtà coeva è fondamentale in un periodo di intensi cambiamenti come quello di inizio secolo che ha visto gli intellettuali europei interrogarsi su come riuscire a fare letteratura superando i vecchi moduli interpretativi e provando a rendere con chiarezza la complessità del reale recuperando l’io poetico senza tralasciare l’aderenza al fenomenico. Infatti, uno degli aspetti più discussi già riferito da Erich Auerbach nel suo noto Mimesis parlando del “nuovo realismo”, è l’io narrante – autoriale o del personaggio – diventato lente di diffrazione della realtà circostante e quindi del racconto. Un io che in molte occasioni si trasfigura e si distorce sino ad assumere forme non umane, ma animali. In questa prospettiva temporale, ovvero legata alla dimensione contingente del reale, Alberto Godioli dell’Università di Groninga, specialista in umorismo nonché di post-umanesimo, ha rilevato nel suo intervento come l’espressione latina natura non facit saltus si ritrovi (con lievi variazioni) in due capolavori del modernismo internazionale: L’uomo senza qualità (1921-1942) di Robert Musil e Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (1946-1957) di Carlo Emilio Gadda. Entrambi gli autori hanno tentato di rappresentare il mondo come un continuum piuttosto che una realtà discreta che potrebbe portare a una percezione rigida e stereotipata del reale. Il border-blurring, ovvero lo sfumare dei confini fra centro-periferia, uomo-donna, colpa-innocenza, umano-animale di questi autori si riscontra in opere di altri maestri del modernismo europeo, partendo da Joyce, Woolf, Proust e arrivando a Pirandello. Anche nella presentazione di Novella di Nunzio dell’Università di Vilnius è stato messo in luce proprio come l’animalità sia un nodo focale della letteratura novecentesca interpretabile, tuttavia, in modo variegato: se per Alberto Savinio la bestialità è rivelatrice di un senso autentico (ovvero continua a esistere un uomo sotteso all’animale), in Massimo Bontempelli e Tommaso Landolfi quella stessa trasfigurazione sarà, rispettivamente, caricatura da una parte e vuota allegoria dall’altra.

Proprio le narrazioni popolate di figure non umane ci portano ad affrontare in una prospettiva diversa la relazione interiorità-esteriorità nei personaggi modernisti arrivando a scorgere, come ci ha mostrato Valentino Baldi dell’Università di Malta, nelle metamorfosi zoomorfe una forma di tentata redenzione alla crisi dell’uomo moderno – passando per Joyce, Kafka e Pirandello. In un mondo in cui scienza e tecnica hanno reso l’individuo subordinato a un processo di inarrestabile modernizzazione, l’umanità del personaggio, la sua interiorità si spegnerà in favore di un altro da sé maggiormente integrato nella realtà: lì dove la macchina prende il sopravvento sulla coscienza, il soggetto narrativo più identificativo di un mondo annientato dagli uomini, non potrà che essere non umano o post-umano.

Gli interventi di questa conferenza hanno evidenziato come ogni paese abbia proprie declinazioni del modernismo (si parlerà delle dicotomie modernismo occidentale/orientale; anglosassone/mediterraneo e.a.) interpretabili secondo più sfaccettature critiche. Un discorso che ha mostrato quanto i confini geografici e letterari non sempre siano accostabili e come sia necessario ripensare alla fluidità del pensiero culturale in un’ottica trans-nazionale così come rilevato dai due keynote speakers Catriona Kelly dell’Università di Oxford e Claire Davison dell’Université Paris 3.

“Confini del Modernismo”, o meglio dei vari “modernismi” vuol dire anche interrogarsi su quel che accade dopo: dopo gli anni della prima crisi dell’uomo moderno, dopo le prime risposte a un secolo che si apre con due guerre mondiali, dopo i molteplici tentativi formali che provano ad adeguare l’espressione narrativa a una trasformazione epocale. Un dopo che non prescinde dal prima e che dischiude nuove prospettive storiografiche. Poiché la letteratura è mobile, dinamica, soggetta alle contraddizioni temporali, spaziali e mediatiche, insite in diversi modernismi non solo High Modernism, ma anche modernismo (neo)realista e intermodernismo sino al neomodernismo, di cui ha parlato Tiziano Toracca per definire una tendenza della narrativa letteraria tra gli anni ’60 e ’70 del secolo volta a recuperare lo sperimentalismo formale modernista, ma aperta a un nuovo ruolo assunto dai fatti storici e politici, dai problemi sociali e dalla vita pubblica. Sperimentalismo che Paolo Giovannetti (IULM – Milano) mostra declinato anche nella forma del verso libero e dell’installazione: due espressioni della forza innovatrice di questa tendenza precorritrice del concetto di trans-medialità oggi così attuale e che vede protagonisti artisti prismatici del calibro di Almada Neigreiros cui gli organizzatori del convegno hanno dedicato una mostra presentata da Valeria Tocco dell’Università di Pisa.

La categoria di modernismo si rivela essere un utile strumento, una griglia interpretativa, un totum pro parte, che racchiude in sé interpretazioni concettuali, temporali e geografiche in cui le singole parti – plurali ma comunque all’unisono – riescono a rafforzare il concetto madre. Un canto corale che sulla base dei temi sino a qui illustrati ha eseguito un’armonia unica fatta di novità, sperimentalismo, sincretismo. Allo stesso modo il Centre for European Modernism Studies, è più di un centro: è una sinergia fra gruppi di ricerca, progetti e singoli ricercatori in dialogo polifonico. Modernista, s’intende.

Alcune immagini dal congresso

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Foto 1 – Luigi Giuliani (Università di Perugia), Massimiliano Tortora (Università di Torino) ed Enrico Terrinoni (Università per stranieri di Perugia)

 

 

 

 

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Foto 2 – Pausa culinaria con Valentino Baldi (Università di Malta), Tiziano Toracca (Università di Perugia),
Carmen Van den Bergh (Ku Leuven), Carmela Pierini (Università Cattolica del Sacro Cuore), Luca Somigli (University of Toronto)

 

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Foto 3 – Gli organizzatori Annalisa Volpone (Università di Perugia) e Massimiliano Tortora durante la cena sociale
assieme a Valentino Baldi e alle autrici di questo articolo Carmela Pierini e Carmen Van den Bergh

 

 

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Foto 4 –Paul Fagan (University of Vienna) e Ruben Borg (The Hebrew University of Jerusalem)
esperti di modernismo irlandese

 

 

 

 

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Foto 5 – Andrew Thacker (Nottingham-Trent University) e Onno Kosters (Utrecht University) ringraziano pubblicamente
gli ideatori e organizzatori del convegno

 

 

 

 

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Foto 6 – Annalisa Volpone e Massimiliano Tortora nel discorso finale durante la cena sociale

 

 

 

 

 

  


Fotografia:G. Biscardi, Vienna 2016, Mumok

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