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Teorie e metodi/3. Aria fresca e pulita. Su Il poeta innamorato di Marco Santagata

marco santagata Quando lessi Saggio sul Petrarca di Francesco De Sanctis, ero ancora un lettore acerbo, ma formulai un pensiero che suonava così: che cosa è successo, da allora, alla critica letteraria? Perché (quasi) nessun libro novecentesco di critica mi aveva fatto fare l’esperienza che De Sanctis mi offriva: vedere intero il contorno dell’autore, farmi venire la voglia di leggerlo, sentendo che aveva a che fare con la mia vita.

Era, naturalmente, una sensazione ingenua: oggi un De Sanctis non si potrebbe ridare, l’iperspecialismo che perde di vista la totalità non è (solo) una moda: è una dato strutturale del sistema dei saperi. Eppure, a constatare la quasi completa irrilevanza in esso della attuale critica accademica (e non solo accademica), irresistibilmente rinasce in me quell’ingenua domanda: ma a che e a chi serve una critica che non ha più nulla a che fare con l’esperienza della lettura?

Ecco perché Il poeta innamorato. Su Dante, Petrarca e la poesia amorosa medievale (Guanda, 2017) di Marco Santagata è una boccata d’aria fresca, pulita. Il libro nasce da una «crescente insoddisfazione, stavo per dire irritazione, che in me e, penso, non solo in me sta provocando tanta esegesi critica attuale» (p. 5). 

Le due patologie principali della critica, per Santagata, sono la deriva incontrollata dell’intertestualità, e connesso a questa, il proliferare impazzito di un’esegesi fatta soprattutto di letteratura secondaria e non di contatto diretto con i testi, in un «gioco di confutazioni e ribadimenti, correzioni e aggiustamenti praticato su temi dibattuti e ipotesi interpretative note» (p. 7). 

Ma il libro non parla agli studiosi: esce per un editore che punta al più ampio pubblico colto, intende orientare la lettura della poesia lirica delle origini con chiare scelte interpretative che ripristinino la funzione di mediazione culturale della filologia, vuole rispondere a quel genere di domande «che un lettore normale si pone davanti a un normale testo letterario» (p. 7). 

Letteratura e vita

Nel caso della letteratura medievale, la deriva interpretativa è facilitata  dall’assunto critico quasi indiscusso che essa sia una letteratura fatta di altra letteratura, dunque altamente stereotipata e ripetitiva. Per Santagata, al contrario, anche la letteratura medievale rispondeva alle stesse esigenze cui risponde la letteratura di tutti i tempi: dialogare con la vita. Dentro la coppia dialettica continuità-discontinuità tra passato e presente, il critico enfatizza il primo elemento, e a spingerlo in questa direzione è proprio la constatazione che la prevalente sottolineatura dell’alterità della letteratura medievale abbia da un lato nociuto alla sua fruizione, dall’altro abbia garantito una sorta di insindacabilità a molte interpretazioni troppo disinvolte, che sono campate proprio sulla possibilità di allargare all’infinito il reperimento di letture simboliche dei testi. 

Le poesie di Dante, Petrarca, Cavalcanti, Cino da Pistoia, invece, lasciano trasparire, pur sotto la coltre delle forme codificate, la concretezza del mondo nel quale sono nate. Se un lettore colto, leggendo del saluto di Beatrice a Dante, tenderà per abito mentale appreso a seguire la strada del gioco etimologico con “salute” e ad evocare tutti i valori allegorici della donna-angelo, della Beatrice della Vita nova e poi della Commedia – tenderà insomma a muoversi sul piano orizzontale della letteratura –, Santagata preferisce invece rispondere al lettore meno attrezzato: come è possibile che un semplice saluto per strada, dato e poi tolto, possa avere effetti così sproporzionati sull’animo del poeta? 

Ed ecco apparire sulla pagina l’interno di una chiesa, le strade di Firenze, le finestre e i balconi, dove donne medievali in carne e ossa erano vincolate a una ferrea disciplina del guardare e del parlare agli uomini. L’insistenza della poesia d’amore medievale su Amore che passa per gli occhi, dunque, non ha a che fare solo con un codice lirico prescrittivo e ripetitivo e con teorie fisiche e filosofiche coeve, ma con una concreta esperienza personale e sociale, che caricava il guardarsi reciproco di uomini e donne di un significato erotico che noi oggi facciamo fatica a immaginare. 

Nella Firenze della fine del Duecento, quindi, il saluto che Beatrice/Bice Portinari dà a Dante è innanzitutto un gesto socialmente trasgressivo. Proprio questo lo rende eccezionale e consente a Dante di caricarlo di un significato fuori dal comune: è un gesto che non si conforma alla morale umana, ma la trascende, per essere pura gratuità da parte di un essere miracoloso.

Altre sono le curiosità del lettore comune (colto) che Santagata soddisfa. Sappiamo che le poesie di Dante dedicate a Beatrice circolavano a Firenze: come è possibile che il marito di lei, Simone de’ Bardi, lo tollerasse? E le famiglie degli Alighieri, dei Portinari, dei Bardi erano in rapporto tra di loro? È plausibile che Dante abbia incontrato la donna amata a nove anni come scrive nella Vita Nova? In che modo Dante e i suoi amici dialogavano, personalmente e letterariamente, fra di loro? Dante era anche un pittore? ...

Ancora: siamo abituati, per cliché critico e scolastico, a pensare alla descrizione di Beatrice e Laura come tanto tipizzata da non avere alcun legame con la realtà. Al contrario, Santaga dimostra che, pur nell’alta stereotipia (non era consentito «produrre rappresentazioni mimetiche della realtà, fisiche o psicologiche», p. 109), il ritratto delle due donne è assai diverso: quello di Beatrice è poverissimo, ridotto quasi soltanto al colore delle vesti; quello di Laura è invece ricchissimo di dettagli che fanno della donna una creatura terrestre, al punto che essa addirittura invecchia e si può alludere al suo corpo sfiorito e provato dai molti parti (ma nel Secretum e non nel Canzoniere).

Naturalmente l’obiettivo di Santagata non è quello di fare biografia spicciola, di retrocedere alla critica romantica o positivista. Egli mira piuttosto a ricostruire un contesto storico vivo intorno a testi che, comunque, continuiamo a leggere a distanza di secoli. La sua puntuale ricostruzione documentaria, inoltre, è sempre al servizio di una migliore intelligenza dei testi, in particolare della Vita nova. Essa è un’autobiografia idealizzata ma non romanzesca e l’assenza di episodi propriamente biografici – come potremmo intenderli noi moderni – non toglie che lo sforzo di Dante sia quello di presentare il racconto come verosimile e fondato sulla propria esperienza personale.

Realtà e finzione

La recensione potrebbe finire qui. Ma sono convinto che l’interesse de Il poeta innamorato trascenda il solo ambito della storia della letteratura medievale. Vorrei perciò fare ancora due osservazioni: l’una che colloca il libro entro il più ampio contesto culturale dei nostri anni, l’altra che ne trae alcune conseguenze per la didattica della letteratura.

Anche la letteratura medievale parla della vita, dice Santagata. Ma leggiamolo: 

non c’è corrispondenza [...] tra ciò che poeti e romanzieri scrivono (molto spesso in quanto professionisti, come persone cioè che di quello vivono, un po’ come succede oggi con i cantautori e con gli artisti della musica rock e pop) e le loro reali esperienze sentimentali (pp. 132-133).

“Realtà” e “finzione” sono tra i concetti più instabili di tutta la nostra cultura. Dal dibattito sul realismo non usciremo probabilmente mai. Se solo i lettori molto ingenui pensano che la letteratura sia un immediato rispecchiamento di eventi biografici, è pur vero che alla letteratura noi chiediamo soprattutto di parlare della realtà, ovvero di noi.

Santagata, benché in forma disseminata e non sistematica, dedica parecchie considerazioni al rapporto tra realtà e finzione nell’opera dantesca. Questione complessa, perché, a causa di quell’instabilità cui ho fatto cenno, il confine tra reale e fittizio di Dante non è certo il nostro. Ma vale la pena domandarsi perché Santagata, per indicare una strada alternativa all’iperspecialismo che si parla addosso, si sia avviato proprio su questo sentiero.

Mi sembra che il suo tentativo di valorizzare la “vita” dentro le opere medievali sia in linea con il “ritorno alla realtà” della letteratura di questi anni – quale sia il grado di intenzionalità di questo progetto è irrilevante: siamo dalle parti della manifestazione di una medesima Weltanschauung .

Non è perciò un caso che le ipotesi di Santagata sulla precisa corrispondenza storica e biografica di certe invenzioni dantesche abbiano suscitato l’interesse del più geniale manipolatore di realtà e finzione dei nostri anni, Walter Siti, nel suo libretto di poetica Il realismo è l’impossibile (Nottetempo, 2013, pp. 30-31). 

Per Siti, il realismo in arte è una sorta di traiettoria asintotica verso un irraggiungibile coincidenza con la realtà, che deve lottare, secolo dopo secolo, con la tendenza delle rappresentazioni a usurarsi, a diventare mera ripetizione stereotipa, che non fa più balzare davanti agli occhi del lettore quel perfetto simulacro della realtà che è l’arte vera. Questo inevitabile ottundimento della forza percettiva e conoscitiva della rappresentazione è costantemente sfidato dall’artista, che, ogni volta con strumenti diversi, trova il modo di perforare la piattezza della tela con nuovi rilanci di “realismo” (per intendersi: se Siti si compiace di lasciarci con il dubbio atroce se le oscenità sessuali da lui descritte siano reali o letterarie, lo fa proprio perché grazie a quell’incertezza “percettiva” egli ci lascia intendere che non si tratti “solo” di letteratura).

Santagata va alla ricerca di guizzi di realismo dentro il tessuto apparentemente inerte – perché stereotipo – delle allegorie e dei simbolismi medievali. Mi domando se la sua insoddisfazione per la critica attuale e il suo più profondo movente conoscitivo non nascano dallo stesso humus di Siti, che è a dire dall’humus di tutti noi.

Il lettore adolescente

Il libro di Santagata si rivolge a un pubblico non specialistico di lettori colti, non certo a degli adolescenti. Ma a scuola un intero anno delle nostre superiori è dedicato alla letteratura medievale. Sono perciò tentato di applicare il suo invito a rispondere alle domande dei lettori comuni a quella particolare specie di lettori in erba che sono i nostri studenti. 

Quali domande si fa un sedicenne davanti alla poesia medievale? Direi di due ordini: alcune di ordine sociale, psicologico, antropologico, altre di ordine letterario. Le prime sono domande cui si può rispondere abbastanza facilmente: perché un amore adultero, perché la donna-angelo, come è possibile che Jaufrè Rudel si innamori di una dama che non ha mai visto, perché i poeti adoperano lessico e metafore tratti dal rapporto vassallatico, ecc… 

Molto più complicato è far loro capire perché il linguaggio sia così intellettualistico e freddo (per i loro codici eternamente post-romantici) e perché la rappresentazione dell’amore così piattamente stereotipa, così poco psicologica, così poco fisica (o, se fisica, perché così ritualizzata e codificata: giochi comico-realistici, pastorelle, …).

Spesso a queste seconde domande noi insegnanti, sempre costretti a barcamenarci tra contraddittorie forze ed esigenze, rispondiamo o lasciando intendere che si tratta di un codice ormai morto, è ovvio che non lo capiate, abbiate pazienza, o cercando di risvegliarlo con attualizzazione generose ma non sempre fondate. La colpa non è nostra. Sotto i nostri piedi è in corso un cataclisma culturale e ad essere in bilico è lo stesso nesso tra passato altro da noi e presente. 

Penso che le esigenze cui Santagata cerca di rispondere con il suo libro siano molto, davvero molto, vicine a queste nostre e che in esso noi insegnanti troveremo molte indicazioni preziose per la didattica. Ma vorrei anche dire che non basta. Lo iato tra ricerca accademica, cultura scolastica, cultura diffusa, non è mai stato tanto spaventoso e ampio. Santagata indica una strada da percorrere per la critica e la filologia. Ma il cammino è ancora tutto da fare. Non so se la critica saprà battere sul tempo le urgenze tecno-didattiche ed economicistiche che premono sulla scuola. Sono felice, quanto meno, di avere scoperto che non siamo soli.

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