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diretto da Romano Luperini

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La scrittura e noi

Contiene testi poetici e narrativi editi e inediti di autori contemporanei.

Plausi e botte, Saviano, Ciabatti, Hamid

la paranza dei bambini 1 Dieci anni fa, o poco più, Gomorra era stato una sorpresa, un esperimento audace, l’opera di un dilettante di genio. Un ibrido, fra autobiografia, documentario, saggismo. Il libro rappresentava l’autore, Saviano, che si aggirava in scooter in Campania sulla scena del crimine di camorra per documentare la verità in cui si imbatteva. Dopo anni di metaletteratura, di riscritture e di citazionismo la realtà tornava a fare irruzione in una opera letteraria. Era il segno di una svolta, della fine del postmodernismo. Dopo dieci anni Saviano fa uscire La paranza dei bambini (Feltrinelli). Un romanzo, questa volta, un vero romanzo. Un romanzo “ben fatto”, scritto con cura professionale, un romanzo “riuscito”. Se Gomorra era l’opera di un dilettante, questa invece nasce da un impegno professionale: quasi dal desidero di mostrare al mondo che l’autore è capace di essere un vero romanziere. E allora sparisce l’io autobiografico, la voce narrante è onnisciente e interviene di continuo a commentare e a spiegare le ragioni storiche, sociologiche, antropologiche di certi fatti e di certi comportamenti (persino l’uso del dialetto – avverte una nota finale  ̶  nasce in laboratorio come prodotto dalla manipolazione della comune oralità e della “classicità” della lingua napoletana). Il lettore vi ritrova una serie di situazioni che già conosceva dalle serie televisive (a diverse delle quali ha collaborato lo stesso Saviano), oltre che dal diluvio di prove narrative successivo a Gomorra (il romanzo di camorra è diventato subito un genere come un altro). Viene meno quanto c’era, dieci anni fa, di ingenuo e di autentico, di risentito e di sorprendente. Il romanzo diventa prevedibile, con i personaggi invariabilmente “piatti” (direbbe Foster), coerenti con se stessi, rigidi. Del realismo qui c’è quello delle serie televisive americane: un realismo standard.

*

Dicono che La più amata di Teresa Ciabatti vincerà lo Strega di quest’anno. Lo hanno vinto anche romanzi peggiori, non mi stupirei. La più amata è un romanzo di stereotipi e di luoghi comuni trattati con  disinvoltura e una certa vena macchiettistica. Ovviamente anche qui il personaggio principale è “piatto”: è il padre “cattivo”, che ovviamente è autoritario, filofascista, forse complottista, massone e affiliato alla P2, proprietario di ville con piscina, attaccato ai soldi e chi più ne ha più ne metta. È un romanzo “cattivo”, si dice, per farne l’elogio. Certo. Ma in nome di cosa? Dietro tanta cattiveria, cosa c’è? C’è l’ostentato narcicinismo dell’io narrante. Cioè, il nulla.

Morte di un cane

Romano IMG 2813 Ieri sera, tornando da un viaggio, ho trovato il cane agonizzante. Da tempo era ammalato, anch’io lo ero, e così ci facevamo compagnia. Negli ultimi giorni però non mangiava più, e quando sono tornato non si teneva  in piedi. Stava disteso su un fianco, immobile, solo la pupilla grigia si muoveva seguendo i miei spostamenti. Però, quando gli accarezzavo la testa, deglutiva di piacere, come sempre. Sono stato alzato quasi tutta la notte per assisterlo. Poi mi sono addormentato, e ho sognato mia madre tanti anni fa, ritta sulle scale, al mezzanino di casa, con il grembiule alla vita, che mi salutava e voleva guardarmi finché non sparivo in basso.

Stamani l’ho portato dal veterinario per farlo morire. L’ho dovuto prendere in braccio alzandolo con la sua cuccia. Pesava molto poco, forse la metà di qualche mese prima. L’ho deposto nell’auto sul sedile accanto al mio. Durante il viaggio gli ho tenuto sempre la mano sulla testa, lo accarezzavo ma non deglutiva più. Ogni tanto però levava il capo e mi guardava con gli occhi dolcissimi. Allora ho deciso che l’avrei accompagnato sino all’ultimo momento, e quando il veterinario voleva chiudermi fuori ho dichiarato che intendevo restare. Si è giustificato dicendo che i più non volevano assistere alla fine. L’hanno disteso su un tavolo, e lui era calmo, con gli occhi fissi su di me. Io gli accarezzavo piano la testa, gli ossi del suo cranio sotto il mio palmo. E’ un cane buonissimo, vede?, è buonissimo sino all’ultimo, ho detto. Per prima cosa gli hanno dato un sedativo, poi un antidolorifico, non trovavano la vena, è così magro che è quasi sparita, dicevano. Lui mi guardava ancora, ma a poco a poco i suoi occhi si sono appannati. Perché un antidolorifico?, ho chiesto, mentre portavano una flebo col Tanax. Il Tanax funziona arrestando il respiro e il cuore in dieci-quindici secondi, ma sarebbe un dolore violentissimo, anche se breve, meglio evitarlo, mi hanno spiegato. Poi gli hanno iniettato il Tanax. Nemmeno un sussulto. Era lì, davanti a me, inerte, ripiegato nella posizione in cui lo aveva collocato il veterinario. Materia bruta, una cosa già estranea. Ora va smaltito, bisogna cremarlo, hanno aggiunto. Speravo di seppellirne il corpo in giardino,  ho dovuto rinunciarvi.

Narratori d'oggi. Intervista a Vanni Santoni

vanni santoni macao 2015 A cura di Morena Marsilio 

1. Sui generi letterari

Negli ultimi vent’anni la narrativa italiana sembra essere stata egemonizzata da due generi dallo statuto ibrido, la non fiction e l’autofiction. Il primo sembra porre al centro del racconto, seppur con diversi “effetti di narratività”, la ricostruzione di fatti di cronaca, l’attraversamento in chiave saggistico-riflessiva di temi legati all’attualità, il diario di viaggio, la rielaborazione di un’inchiesta; il secondo, invece, è la risultante dell’operazione in parte mistificante da parte di un “trickster” (Siti), ossia di un io-narrante che mescida liberamente fatti realmente accadutigli e fatti inventati.

Come si pone rispetto all’uno e all’altro genere? Li sente consoni al suo modo di rappresentazione del mondo?

Come aveva a dire Nabokov, “fiction is fiction”: nel momento in cui si mettono in scena personaggi e luoghi e punti di vista e filtri, nel momento insomma in cui entra in campo un processo artistico, ecco che siamo di fronte a un’opera di finzione, non importa quanto sia basata sul reale. Al di là di ciò, che pur è molto, non condivido appieno la definizione di “ibrido”. Il romanzo è meticcio per natura, e solo l’avvento dell’editoria commerciale ci ha portato a pensare che un “romanzo puro” sia quello con un set relativamente circoscritto di personaggi di finzione (tra cui alcuni “protagonisti”), un inizio, uno sviluppo e una risoluzione. Riprendendo le parole che l’autore bulgaro Georgi Gospodinov affidava al suo alter ego Gaustìn, “il romanzo non è ariano”: nasce infatti ibrido, i primi romanzi moderni sono romanzi filosofici o romanzi picareschi con tratti enciclopedici, o già addirittura metaromanzi. Il fatto, poi,  che in un certo periodo della storia letteraria di un certo paese o continente emergano con più forza certe tipologie di romanzo è un fatto normale che non altera la natura del romanzo come genere, pur ponendo questioni certamente interessanti – ad esempio, per quanto riguarda l’oggi, la possibile perdita di forza, rispetto a un mondo complesso, caotico e molteplice, di una terza persona “oggettivante”. Il problema, piuttosto, come diceva recentemente Mircea Cărtărescu, potrebbe essere che il romanzo, tornato a usare tutti gli strumenti a sua disposizione, è diventato qualcosa di così ampio da poter includere tutto, e quindi non indicare niente di specifico.

Incroci identitari in Vincenzo Consolo

cover consolo (Recensione a Mediterraneo. Viaggiatori e migranti di Vincenzo Consolo, Edizioni dell’Asino, Roma, 2016, pp.38).

Due parole al singolare, mito e storia, che fissano i nuclei ideativi di partenza e una al plurale, letterature, che di quei nessi costituisce la filigrana espressiva, la facies esteriore, ma anche l’antico sostrato di fondo, disseminato in reminescenze culturali multiple. Queste le connotazioni principali che affiorano leggendo Mediterraneo. Viaggiatori e migranti di Vincenzo Consolo (Edizioni dell’Asino, Roma, 2016, pp.38), una piccola silloge di prose in forma breve che raccoglie testi già pubblicati dall’autore del Sorriso dell’ignoto marinaio, alcuni dei quali presenti nel recente Meridiano mondadoriano, curato da Gianni Turchetta.

Il libro presenta un prezioso incastro di storie, riprodotto anche nella struttura stilistica degli scritti, accomunati dall’incisiva brevitas e dal tema conduttore: il viaggio, il movimento continuo come metafora di accoglienza e scambio. Ma anche come dispositio mentale di luoghi e sogni, identità meticcie, desideri ed emancipazioni. La dimensione narrativa, da questo punto di vista, è solo l’attacco emblematico di un itinerario conoscitivo nel quale trovano posto riflessioni critiche sulla lingua e la storia, reportage, memorie private e recensioni letterarie: spunti per una spicciola, e sui generis sociologia della letteratura, in costante dialogo con i fermenti dell’attualità.

Attraverso essa Consolo ci consegna una scrittura ricca, curiosa e vorace, dipanata in una tessitura testuale che segue la Storia ufficiale (citata , per esempio, è la Storia dei musulmani in Sicilia, di Michele Amari), ma che non disdegna le antiche cronache locali dimenticate, gli aneddoti legati a certe figure minori, o le microstorie, anche di natura (auto)biografica, che hanno dato vita a trame letterarie di intensa levatura, come ci insegna, tra gli altri, Leonardo Sciascia, che di Consolo fu amico e maestro. Ne viene fuori una prosa a metà strada tra racconto e saggio, nella quale l’armonizzazione dei pensieri dell’autore si accompagna ad una piacevole cifra conversativa con il lettore.

Emozioni di lettura. A proposito di “L’ultima sillaba del verso”

schiena daliSul romanzo di Luperini sono usciti su questo blog due ottimi interventi di Mirone e di Cingolani. Mi sono sembrati sottili, acuti. Eppure ho avvertito che in essi manca qualcosa. Entrambi tacciono su un aspetto fondamentale del romanzo: l’importanza decisiva delle emozioni e il carattere lirico del testo.

Nel prologo due passaggi mi hanno imposto una prima riflessione: “tutto si può descrivere, spiegare, capire, niente si può comprendere”, e allora anche l’ultima sillaba del verso non svela nulla?

E più avanti: “Si dice che il verso acquisti il proprio senso dall’ultima sillaba e che solo la meta dia significato al percorso. Ma quando non ci sono più mete e la morte è soltanto la fine?”

Allora si torna al passato, alla lingua e alla vita della madre che trova senso nella ripetizione, nei piccoli gesti quotidiani che spesso diventano simboli da decifrare e tramandare come cucinare i necci.  Una regressione al momento in cui è ancora possibile il rifugio nell’innocenza. E si torna agli affetti, si torna a un amore.

In questo romanzo, dall’inizio alla fine, il passato ricopre, avvolge, si adatta alla forma del presente. E l’opera commuove non là dove il protagonista descrive la malattia, le settimane, i mesi di profondo disagio fisico e morale, il deperimento del corpo che prima o poi tradisce tutti a dispetto della nostra voglia di durare, ma nelle pagine che ripercorrono le fasi di un amore vissuto in età matura senza infingimenti e inganni, un amore vero, paziente, generoso. Un amore che sa guardare e riconoscere in se stesso i lati in ombra ma è anche capace di integrare i sentimenti negativi all’interno dell’umana complessità. L’amore qui è completamento dell’essere, nello stesso modo in cui lo è l’impegno politico. Per questo sono in totale disaccordo con la recensione di Angelo Guglielmi uscita su “Tuttolibri” il 5 maggio. Guglielmi coglie nella storia d’amore una volontà di ammiccamento al lettore, curioso della vita privata di un ex sessantottino prima “esaltato” e poi “disilluso” dal corso degli eventi storici e politici, la giudica una brutta concessione a esigenze romanzesche come in un film di guerra la vicenda amorosa del protagonista. Io trovo, invece, in quelle pagine private e fortemente liriche una rappresentazione di una passione capace di aggredire il perbenismo borghese, il decoro domestico e istituzionale. Una rappresentazione nuova, uno sguardo fermo, a volte duro, e allo stesso tempo tenero come una confessione, ma comunque capace di mettere in discussione le consuetudini e il “politically correct”.

Narratori d'oggi. Intervista a Laura Pugno

laura pugno BN A cura di Morena Marsilio 

1. Sui generi letterari

Negli ultimi vent’anni la narrativa italiana sembra essere stata egemonizzata da due generi dallo statuto ibrido, la non fiction e l’autofiction. Il primo sembra porre al centro del racconto, seppur con diversi “effetti di narratività”, la ricostruzione di fatti di cronaca, l’attraversamento in chiave saggistico-riflessiva di temi legati all’attualità, il diario di viaggio, la rielaborazione di un’inchiesta; il secondo, invece, è la risultante dell’operazione in parte mistificante da parte di un “trickster” (Siti), ossia di un io-narrante che mescida liberamente fatti realmente accadutigli e fatti inventati.

Come si pone rispetto all’uno e all’altro genere? Li sente consoni al suo modo di rappresentazione del mondo?

In scrittura e in letteratura, ho imparato a non escludere nulla, però, almeno per il momento, non sono particolarmente attratta dall’autofiction, e anche la non fiction entra poco in quello che faccio. Entrambi i generi sono poi molto più antichi….e se appunto immaginassimo di diventare, ammesso di arrivarci un giorno, una nuova antichità, se delle nostre opere non rimanessero che frammenti privi di autore, o addirittura attribuiti a qualcun altro, cosa ne sarebbe dell’autofiction? Lo dico come domanda, e non in senso polemico. Fino a che punto è fondante il rapporto tra il soggetto che scrive e l’opera? Siamo stati abituati a metterlo da parte, oggi è fondamentale, nel mondo editoriale e giornalistico per la comunicazione dell’opera stessa, è la via dominante a parlarne. Ma per l’opera in sé?

Narratori d'oggi. Intervista a Eraldo Affinati

Eraldo Affinati A cura di Morena Marsilio

1. Sui generi letterari

Negli ultimi vent’anni la narrativa italiana sembra essere stata egemonizzata da due generi dallo statuto ibrido, la non fiction e l’autofiction. Il primo sembra porre al centro del racconto, seppur con diversi “effetti di narratività”, la ricostruzione di fatti di cronaca, l’attraversamento in chiave saggistico-riflessiva di temi legati all’attualità, il diario di viaggio, la rielaborazione di un’inchiesta; il secondo, invece, è la risultante dell’operazione in parte mistificante da parte di un “trickster” (Siti), ossia di un io-narrante che mescida liberamente fatti realmente accadutigli e fatti inventati. 

Come si pone rispetto all’uno e all’altro genere? Li sente consoni al suo modo di rappresentazione del mondo?

EA - Per quanto mi riguarda, credo di dover partire sempre da un’esperienza che, nel momento della composizione, sento come vera. In questa chiave a mio avviso  la distinzione proposta perde fondamento. Conta ciò che resta sulla pagina a prescindere dai modi in cui la scrittura è scaturita.

2. Sulla finzione

Non è tuttavia venuta meno la scrittura di romanzi e di racconti “tout court” in cui nel trattamento del tempo, nella costruzione dei personaggi e nel patto con il lettore agisce quella “sospensione dell’incredulità” che già due secoli or sono Coleridge aveva indicato come tratto distintivo dell’opera finzionale. Qual è la sua posizione in proposito? Crede che la finzione sia ormai colonizzata dall’intrattenimento o che mantenga viceversa un proprio potere di rivelazione e di verità?

EA - Anche di fronte alla rivoluzione informatica la letteratura continua ad assumere un ruolo decisivo di interpretazione della realtà: forse oggi più di ieri. Le forme liriche e narrative si riposizionano continuamente con esiti a volte sorprendenti e imprevedibili.

Una poesia laminare Su Sonnologie di Lidia Riviello

sonnologie È arrivato a una certa distanza dal poema, questo Sonnologie di Lidia Riviello (Zona, 2016), e dopo una lunga e laboriosa gestazione. A otto anni dal poematico Neon 80 (Zona, 2008), questa nuova poesia gravita piuttosto nella zona dell'epigramma, dell'iscrizione su lastra, del cut up. Tuttavia lo spazio poematico, «taggato alle spalle», ne è il punto di partenza e, in un certo senso, anche d'arrivo, come una materia che, sottoposta a tagli e deformazioni, si ripresenti nella forma di lamine resilienti.

I singoli versi e le brevi strofe, disposte spesso a scalare, si collocano sulla pagina come lastre che scivolano l'una sull'altra, si toccano o si allontanano (anche per via di non casuali riprese a distanza di versi o sintagmi), disegnando mutanti forme geometriche in un movimento continuo sulla «superficie di un conflitto» (il sonno), specie di corpi solidi affioranti su una materia liquida, iscrizioni di una collettività ridotta a massa informe di sonnambuli eterodiretti «senza conducente», come la macchina progettata da Sebastian Thrun che è in scena (in senso anche teatrale) nella seconda delle tre sezioni del libro.

«Una volta e per sempre fuori dalla lirica» (come si legge nella Nota di Emanuele Zinato), esclusa la centralità dell'io come del tu senza però raggiungere la dimensione collettiva della prima persona plurale né una stabile terza persona, ma sempre oscillando tra le diverse persone grammaticali, questa poesia riesce a dare voce a un'identità indeterminata, a un'umanità ridotta in uno stato indistinto - perché la distinzione è saltata - tra sonno e veglia, ovvero condannata a una veglia permanente e privata di quella risorsa indispensabile che è il sonno, inteso come baluardo della libertà e dell'utopia nell'epoca in cui produzione e consumo occupano per intero il tempo di vita.

Dialoghetto fra un critico e l'autore

mostra Escher a Milano 5 CRITICO. Vedo che hai pubblicato un altro romanzo, e con un titolo niente affatto pop, anzi un poco vintage e  molto, molto rétroL’ultima sillaba del verso. Troppo letterario, troppo simbolico, troppo difficile… E poi un altro romanzo … alla tua età…  Non hai  un po’ di vergogna? In fondo come critico non eri male, avevi una tua identità. Ma come narratore sei un avventizio. Rischi di mettere a repentaglio la tua reputazione. Chi te lo fa fare? Sarà magari la vanità delle persone anziane… Ma da te che accusi la società d’oggi d’essere narcisista, non mi aspettavo questo rigurgito  di narcisismo…

AUTORE. Sul titolo l’editore la pensava come te e ho dovuto insistere a lungo per far prevalere L’ultima sillaba del verso. A me piace proprio perché fa pensare, non è immediatamente fruibile. Quanto alla critica, è diventata un fenomeno chiuso e istituzionale, senza eco sociale o civile. Un critico universitario scrive per lettori quasi sempre coatti: studenti o colleghi. Ma è vero che fare critica è richiesto da una istituzione e avviene all’interno di una comunità, per quanto ormai sempre più burocratizzata, mentre fare lo scrittore è atto gratuito e solitario che nessuno ti richiede. Per cui, sì, provo un poco di vergogna. Ma d’altro canto certe cose in un saggio non si possono dire, in un romanzo sì. E a me queste cose preme dirle, e che ci sia qualcuno disposto a udirle e a reagirvi dà un qualche senso alla parte finale della mia vita. Rischio così di rovinare la mia identità e di mettere in pericolo la mia faccia? Non mi sembra un problema grave. Nella mia vita ho fatto per vent’anni il militante politico, per trenta il professore e il critico, ora scrivo qualche romanzo. Ma in fondo ho sempre cercato in modi diversi il senso della  vita, e non solo della mia.

CRITICO. Il libro ancora non l’ho letto, però l’ho preso in mano in libreria e ho scorso un paio di recensioni. Devo dirti che la prima reazione, conoscendo le tue idee politiche, è stata di stupore per la scelta dell’editore. Mi ha stupito che tu sia uscito con un grande editore come Mondadori che esercita una sorta di oligopolio sul mercato librario…Anche questa scelta dovrebbe contrastare con i tuoi convincimenti, no?

Narratori d'oggi. Intervista a Andrea Tarabbia

premio campiello 2016 intervista ad andrea tarabbia 4 A cura di Morena Marsilio

1.Sui generi letterari

Negli ultimi vent’anni la narrativa italiana sembra essere stata egemonizzata da due generi dallo statuto ibrido, la non fiction e l’autofiction. Il primo sembra porre al centro del racconto, seppur con diversi “effetti di narratività”, la ricostruzione di fatti di cronaca, l’attraversamento in chiave saggistico-riflessiva di temi legati all’attualità, il diario di viaggio, la rielaborazione di un’inchiesta; il secondo, invece, è la risultante dell’operazione in parte mistificante da parte di un “trickster” (Siti), ossia di un io-narrante che mescida liberamente fatti realmente accadutigli e fatti inventati.

Come si pone rispetto all’uno e all’altro genere? Li sente consoni al suo modo di rappresentazione del mondo?

Li leggo, li conosco: ho per esempio appena finito di leggere, apprezzandolo moltissimo, L’impostore di Javier Cercas, che è un romanzo di non-fiction in cui l’autofiction la fa da padrona (e Cercas ne è talmente consapevole che a un certo punto, addirittura, parla del padre di tutte le autofiction, A sangue freddo di Capote, e nella stessa pagina discute a distanza con Emmanuel Carrére sullo statuto della verità in un libro in rapporto al narratore). Trovo che siano il modo in cui il nostro tempo ha deciso di raccontarsi, nel senso che mi pare sia una delle cifre stilistiche in cui, benché non rappresentino una novità, chi si sente di voler descrivere la contemporaneità si trova più a suo agio. A me piace molto questo genere di narrativa (se si può chiamare così), e l’ho praticato, anche, in almeno un libro – che non a caso è, tra le mie opere, quella più strettamente legata alla contemporaneità. Mi sono fatto l’idea che molti scrittori pensino che si possa raccontare il passato in modo per così dire classico, ma che per dare uno statuto valido alla contemporaneità bisogna mettere in gioco il proprio io (o una sua proiezione), e che questo accada perché ci si è resi conto che non si può mettere tra sé e il proprio tempo la distanza necessaria per osservarlo con calma, valutarlo e raccontarlo: ci si vive dentro, e dunque è, per così dire, eticamente giusto, nei confronti dei lettori e del tempo stesso, mettersi dentro la scena. È un modo per dire: le cose sono andate così, forse. Perlomeno io le ho viste da qui.