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diretto da Romano Luperini

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La scrittura e noi

Contiene testi poetici e narrativi editi e inediti di autori contemporanei.

Esuli di carta. Una rappresentazione romanzesca della precarietà intellettuale globale

261 “Studiare in America” è un’esperienza che, nell’immaginario collettivo italiano, risulta ormai scissa fra vecchio prestigio e nuova angoscia, emblema di un ambìto successo e, al contempo, esilio forzato e anticamera della precarizzazione internazionale dei lavoratori della conoscenza. Un giovane studioso italiano, reduce da un Phd umanistico negli Stati Uniti, prova a farne ora materia di narrazione romanzesca. Beppi Chiuppani in Quando studiavamo in America (Il Sirente editore, 2016) tenta di recuperare coraggiosamente a tal fine due modelli forti della narrativa moderna, il romanzo di formazione e il romanzo-saggio, per raccontare l’esperienza del protagonista Marco, un dottorando veneto a Chicago negli anni precedenti e successivi all’elezione di Obama.

La voce del narratore-testimone, che si finge abbia condiviso con il personaggio le vicende del campus, dichiara di muovere dall’intento di capire in cosa diverga il suo tragitto da quello dell’amico «diventato un altro uomo» (p. 7) al ritorno in Italia. Ma, a ben guardare, tra narratore e protagonista la distanza è assai esile: il trattamento di un dettaglio anticipatore, la piccola agnizione data dei calici plastificati in equilibrio, perfettamente simili a quelli in vetro, in una festa universitaria americana, lo rivela già in esergo. L’esperienza di Marco, secondo lo schema della Bildung che fin dal Settecento ha opposto provincia e metropoli, muove dall’entusiasmo per il modello accademico e sociale americano e dal parallelo disgusto per la povertà culturale veneta, al rovesciamento di questa iniziale opposizione binaria.

 Due sono i nuclei attorno a cui ruotano le frequenti digressioni, descrittive o argomentative: la descrizione dello spazio iperurbano di Chicago comparato allo spazio veneto e la riflessione sul sistema universitario americano come sineddoche dell’intera civiltà liberale colta in uno dei suoi luoghi simbolici. In tal modo, il libro è anche il resoconto di un viaggio, lungo una tradizione (Moravia, Pasolini, Parise…) di reportage spaesanti nell’altrove statunitense: esemplare, a questo riguardo, il rilievo dato alla facilità “infantile” con cui ci si può muovere alla guida di un’auto o negli uffici del campus, analoga a quella su cui ha riflettuto Baudrillard in America (p.101) .

In uno dei suoi rientri in Italia, Marco compara i due spazi (la provincia veneta e la megalopoli americana) confondendone i dati delle percezioni: un tempio canoviano rivisto allo specchietto retrovisore, le ville palladiane «coi parchi mozzati dall’asfalto», il revival architettonico che riproduce le epoche precedenti sia intorno a Vicenza che nei grattacieli di Michigan Avenue. A metà della vicenda, il giovane protagonista si sente infatti «confuso»: «era come se adesso l’una e l’altra immagine – Vicenza e Chicago – fossero sì il rovescio l’una dell’altra, e tuttavia non in maniera da essere compiutamente contraddittorie quanto entrambe parti di uno stesso sistema (…) come se ogni Atene avesse in fondo bisogno di una sua Roma e soprattutto dei suoi legionari (p. 137)».

All’indistinzione segue tuttavia, in una crescente presa di coscienza, una nuova capacità di discernimento. Al ritorno in America, accompagnato in auto dalla bella Sajani il protagonista ha modo di immergersi nel cuore dei quartieri più alti, «inaudito sfoggio di ricchezza privata» e di «falsità architettonica» e di esperire, d’un tratto, la vera differenza tra questo spazio allegorico imperiale e quello veneto. Tanto da poter riattivare, nella sua mente sempre cogitante, l’idea di “borghesia”, un concetto sociologico ritenuto desueto: «una borghesia al quadrato», in cui «la ricchezza non era rendita o mero sfoggio» ma «il culmine di una serie di azioni che essa quindi rappresentava» (pp. 155-56).

Non è un caso, dunque, che il libro si chiuda, nel capitolo Riapertura, con due immagini contrapposte e tra loro non più reversibili: quella di un vecchio professore americano e quella dello spazio intorno a Treviso. Il vecchietto accademico arzillo e feroce, dalla vita passata fra workshop, conferenze e articoli, è un economista della Chicago School, il gruppo che, dopo il Golpe in Cile, ha fatto di quella università il centro del modello economico e ideologico neoliberista egemone in occidente. Per lui, Marco avverte acuta pietà: quel modello gli appare «in tutta la sua natura dominatrice, ma anche velleitaria e fallimentare». (p. 260) Lo spazio del definitivo ritorno a casa è sempre quello del periferico degrado veneto, con le file di platani dalle radici affioranti ai margini dell’asfalto, con le croci o fotografie alla memoria delle vittime degli incidenti, con i resti di parchi «tranciati dalla viabilità». Eppure quelle ferite nel «corpo dell’Italia», agli occhi di Marco sembrano ora feconde di futuro perché riproducono «le fessure, i paradossi, le contraddizioni» della scrittura letteraria, e alludono alla vitalità mentale e creativa che la bolla plastificata del campus avrebbe spento per sempre in una progressiva atrofia, nell’«avvenuta tecnicizzazione del sapere letterario» (p. 221). E’ solo appigliandosi a quella crepa o fessura della sua provincia malandata che al protagonista sembra possibile una rinascita dell’esperienza e della scrittura.

Sconsigliati d'estate. L'epica iperletteraria di Matteo Nucci

88683366699788868336660 300x442 Avrebbe potuto essere uno dei romanzi più significativi dell’anno È giusto obbedire alla notte di Matteo Nucci, incentrato, nelle intenzioni dell’autore, su un tema forte: il trattamento epico della catabasi nel dolore più grande e immedicabile che un uomo possa vivere -  la perdita di un figlio - e della catarsi che ne può seguire. Ma, a lettura conclusa, resta un senso di insoddisfazione proprio riguardo alla costruzione del protagonista, “indimenticabile personaggio, antico e moderno assieme” secondo l’iperbolica logica del risvolto di copertina, e, invece, sfilacciato e inconsistente per l’artificiosità e per l’affastellamento dispersivo di personaggi e vicende.

Nucci, appassionato e fine conoscitore dell’antichità, compie un’operazione iperletteraria tanto nei richiami intertestuali al mondo classico - evidenti sia nel nome di ascendenza euripidea del protagonista, Ippolito, sia nel titolo e nella citazione in esergo tratti dal VII libro dell’Iliade – quanto nelle scelte stilistiche, compiaciute fino all’esibizione di ricercatezza (“Sopra al blu leggero in cui si decomprime la fascia di cielo si abbarbica, come un mostro che è pronto a schiacciare ogni cosa, un’immensa, deforme orrorifica caterva di nubi che s’incastrano come sbrindellandosi le une dentro le altre e che si avvolgono in striature argentee e poi plumbee e diventano nere in cima , sulla più alta calotta del cielo, diventando nerissime e quasi violacee sopra di me  e sembra che dentro ci sia una mano enorme, un pugno devastante e che il giallo dello sfondamento sia lì lì per comparire in forme elettriche e distruttive” p. 215)  o, viceversa, alla scontata mimesi del romanesco parlato dai pescatori di anguille che compaiono nel romanzo (“Giulio hai rotto il cazzo. Mica ce so’ abituati loro. Stanno qua a imparà, a pescà, a vedè le anguille. Mi ca a sentì le cazzate tue” p. 15).

(S)consigliati per l'estate. Il caffè della fornarina, ovvero su Guardami negli occhi di Giovanni Montanaro

9788807032356 quarta Nella sterminata produzione narrativa dell’Italia di oggi si registra, come del resto è naturale, una netta preponderanza di romanzi di consumo. Il fenomeno in sé non andrebbe demonizzato: è normale che gran parte dei lettori vada in cerca di testi che non richiedono un particolare impegno. Considerando poi i dati preoccupanti sulla lettura, che di anno in anno peggiorano (caso unico nel mondo occidentale), si può senz’altro considerare accettabile l’eventuale successo di libri di intrattenimento, che magari attraggono persone altrimenti non disposte a prendere un romanzo in mano. A patto però che si tratti di un intrattenimento intelligente: troppo spesso invece vengono pubblicati testi che non raggiungono una soglia di decenza. Un compito fondamentale della critica giornalistica sarebbe proprio offrire una guida, indicando con chiarezza quali romanzi vale o no la pena di leggere: ma con qualche eccezione le recensioni assomigliano ormai ad inserti pubblicitari, arrivando a magnificare libri che nessun lettore di qualche esperienza dovrebbe prendere per buoni.

Particolarmente bene accolti sono solitamente i romanzi improntati a quella che si può definire pseudoletterarietà: testi che ammiccano alla cultura alta, ma procedendo attraverso banalizzazioni che vanno oltre ogni limite di accettabilità. Sono libri che dànno la sensazione al lettore ingenuo di essere di fronte alla grandezza della storia, dell’arte o del pensiero: ma senza dover fare alcuno sforzo di reale apprendimento o riflessione. Si tratta in buona sostanza del corrispettivo letterario di certi viaggi organizzati nelle città d’arte, in cui si viene portati a vedere in grande fretta molti capolavori, per poi tornare a casa senza alcun arricchimento, neppure minimo.

Un tipico esempio di questo genere di romanzi è Guardami negli occhi di Giovanni Montanaro (Milano, Feltrinelli, 2017); vi viene raccontata la vita della Fornarina dopo la morte di Raffaello, con l’intento dichiarato di rendere giustizia ad una giovane donna messa ai margini e costretta al silenzio dalle convenzioni sociali del tempo, che impongono di nascondere la relazione scandalosa del grande pittore. Un tema che non può non incontrare il gusto di un certo pubblico (si usa questa parola non a caso: il romanzo sembra fatto per essere trasposto in uno sceneggiato).

Tutto può divenire oggetto di buona letteratura, se l’autore lavora adeguatamente su modi di rappresentazione e stile; ma questo, manifestamente, non è il caso in questione. Il romanzo è una raccolta, per fortuna breve, di banalità. Il lettore meno ingenuo viene messo sull’avviso sin dal prologo, in cui si imbatte in sentenze da rotocalco come questa: «Perché certi amori sono diversi dagli altri, e non finiscono mai, non sanno finire, è come se facessero i semi, e continuano a fiorire, nonostante il tempo che passa?» (p. 14). Arrivato al congedo, gli toccherà prendere atto delle sensazioni provocate all’autore dalla visione del dipinto, espresse con una prosa di schietta marca tardoadolescenziale: «È solo una tavola, ma pare che sia lei. La guardo. Mi emoziona sempre, sin da quando ero bambino. Mi pare vera, mi pare qui davanti a me. Si vede che è felice, che è amata. No, non invecchierà mai. Non invecchierà più» (p. 140).

Quello che dovrebbe essere il punto di forza del romanzo è l’adozione della prima persona: a raccontare è infatti la stessa Fornarina. Rendere credibile la voce di una giovane donna vissuta mezzo millennio fa non è certo impresa facile. L’autore non pare essersi posto neppure il problema, tarando pensieri ed espressioni su quelli di una qualsiasi ragazza di oggi; sono frequenti i passi, come i seguenti, che paiono presi di peso dalla rubrica delle lettere di un settimanale: «È che mio padre era orgoglioso, era un padre, voleva esserlo con me, e si era ripromesso che le sue malinconie e i suoi problemi non sarebbero mai diventati i miei» (p. 33); «avevo qualcosa che nessun’altra aveva, come il potere di capirlo, di calmarlo, di farlo sentire nell’unico posto dell’universo dov’era felice di stare, anche se poi voleva andarsene» (p. 46); «Io mi ero sognata che volesse solo me, che io potessi bastargli. Invece no. [...] Il mio grande amore era sbagliato» (p. 51).

Chi intende praticare il genere del romanzo storico è tenuto a compiere qualche ricerca sugli ambienti che vuole raffigurare, per evitare di cadere in errori grossolani: Montanaro si è palesemente astenuto da questa saggia regola. Così, capita che nel primo Cinquecento descritto nel libro si beva caffè (grande passione della protagonista) e si mastichi tabacco; inoltre si inviano mazzi di orchidee alle fanciulle e si va dal farmacista. Ciò che fa riflettere, alla lettura di Guardami negli occhi, non è tanto l’imperizia mostrata a tutti i livelli dall’autore, quanto il fatto che venga ormai considerato normale pubblicare romanzi così sgangherati: le reazioni sono state perlopiù positive, e i difetti qui sinteticamente evidenziati, che dovrebbero saltare agli occhi di qualunque lettore con un minimo di esperienza, non sono stati notati da nessuno. Una caratteristica comune a troppa parte della produzione editoriale dei nostri giorni è la mancanza di rispetto per i lettori. Segnalare libri da evitare può essere uno dei compiti ecologici della critica, tanto più in un momento in cui l’eccesso di offerta nel campo del romanzo rende difficilissimo orientarsi anche per il lettore più volenteroso.

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(S)consigliati per l'estate. Una storia nera di Antonella Lattanzi

9788804674863 0 0 1493 80 In questo periodo dell’anno si rincorrono sugli inserti letterari dei maggiori quotidiani le liste, più o meno nutrite, di libri “da mettere in valigia”, da “leggere sotto l’ombrellone”, di titoli che possano, insomma, degnamente accompagnare il tempo libero dei lettori nel corso dell’estate. Con questa rubrica “a tempo” si procederà, invece, all’operazione inversa, invitando a tenersi alla larga da alcuni titoli apparsi in questi mesi in libreria: a favore di un’“ecologia della letteratura” e in difesa dall’ipertrofica pressione editoriale che caratterizza l’odierna produzione romanzesca.

Una storia nera di Antonella Lattanzi, apparso nel marzo di quest’anno nella collana “Scrittori italiani e stranieri” di Mondadori,  fin dal paratesto  sembra proporsi come un romanzo che intende andare oltre il semplice intrattenimento:  se il titolo e l’immagine di copertina alludono infatti al  genere noir, la quarta promette di sondare addirittura il “crinale che separa bene e male, colpa e giustizia, amore e violenza” e la citazione in esergo – tratta da Memoriale di Paolo Volponi - apparenta indirettamente la protagonista Carla, per anni vittima delle violenze del marito al punto da premeditarne l’uccisione, all’operaio-contadino visionario protagonista del celebre romanzo sull’alienazione di fabbrica (“A quel punto – si legge nella citazione – ho capito che nessuno può arrivare in mio aiuto”).  

In realtà, a ben guardare, Lattanzi ha confezionato un prodotto “furbo”: coniugando la sua abilità di sceneggiatrice - evidente nel ritmo incalzante, nei frequenti dialoghi e nel montaggio del plot - con l’argomento caldo del femminicidio ha costruito una parabola romanzesca caratterizzata da un immancabile colpo di scena conclusivo, la cui prevedibilità non sfugge, tuttavia, a un lettore accorto. Inoltre nel romanzo Carla, rea confessa, conosce durante il processo un trattamento mediatico che la trasforma repentinamente da “mantide” a Madre Coraggio. Se tale scelta, nella costruzione del personaggio, ben rappresenta la creazione del Mostro o, viceversa, della Vittima cui, in effetti, tanta recente cronaca nera ci ha abituato, il coup de théâtre su cui si chiude il romanzo non riabilita lo spessore della protagonista che rimane, come i comprimari e le comparse, costruita a tavolino e pronta per la trasposizione in una fiction televisiva da prima serata.

Bruciare tutto?

siti Non è un caso che i primi due libri in classifica per lo Strega siano Le otto montagne di Cognetti e La più amata di Ciabatti. Entrambi danno una risposta a una richiesta del mercato: quella dei buoni sentimenti e della edificazione morale da un lato e quella, opposta, di cattivi sentimenti, della provocazione cinica e della esibizione dell’immoralità dall’altro. Sul primo aspetto qualche giorno fa ha scritto su questo blog parole persuasive Demetrio Paolin. Non è una cosa nuova: i buoni sentimenti, da De Amicis alle serie  di prima serata nel Primo Programma della TV, hanno sempre avuto facile corso. E, in misura minore ma sempre più crescente, anche le tendenze che speculano invece sull’orrore e sul male (per esempio, oggi, nei programmi di seconda serata della RAI-TV e nelle serie poliziesche, nelle storie di camorra ecc.).  Anzi, mi pare che oggi dilaghino due tipi di retorica, diversi ma anche molto simili, che si stanno diffondendo a scapito di modelli più complessi, più contraddittori e, ha detto giustamente Paolin, più problematici: la retorica di una moralità facile, a buon mercato, che si commuove per i soliti “valori”, e la retorica di una immoralità “provocatoria” che li sbeffeggia  ed  esibisce tale atteggiamento come trofeo o addirittura come protesta contro la ipocrisia dei cosiddetti benpensanti. Ognuna delle due retoriche ha ovviamente i suoi schemi, i suoi luoghi comuni, i suoi procedimenti più o meno scontati. Entrambe obbediscono e si adeguano a un conformismo: quello dei buoni sentimenti e quello, nichilista, di chi gioca a scandalizzare offendendoli e vituperandoli.

Il successo crescente  della seconda retorica si presta a qualche considerazione. Ma intanto bisognerà considerare che l’alternativa moralità/immoralità non ha a che fare con la storia estetica dei prodotti artistici (l’arte, diceva Marcuse, «non crea nessun obbligo» e quindi si pone al di là di questo dilemma), ma con quella del gusto, delle inclinazioni del pubblico e degli interessi della industria culturale che li solletica a scopo di profitto, oltre che, ovviamente, con l’effetto che tutto ciò può avere negli autori. Fra l’altro, nelle letterature dell’età contemporanea, da Céline a Houellebecq sino al Littel di Le benevole, e, da noi, al Siti di Troppi paradisi e oggi di Bruciare tutto (o, su un piano molto più modesto, al romanzo di Teresa Ciabatti) non manca certo una inclinazione all’ostentazione del cinismo e della crudeltà. Ma la  letteratura, si sa, non può avere limiti di contenuto: può mostrare le vicende della Germania nazista dal punto di vista di un ufficiale delle SS, come fa Littel, o tentare di sdoganare la pedofilia come in fondo suggerisce Siti in Bruciare tutto (seppure con furbizie, mossette ambigue oscillanti fra desiderio di scandalo e prudenza, note a piè di pagina, dediche a don Milani che un grande scrittore si poteva risparmiare).

Le otto montagne

32916360. UY396 SS396  Inizio con una premessa: questa che segue non è una recensione al libro di Paolo Cognetti Le otto montagne (Einaudi, 2016), ma una sorta di riflessione ad alta voce rispetto alle mie impressioni di lettore. Ciò che mi ha portato a scrivere queste righe e le successive è appunto legata a una domanda secondo me fondamentale: “Cosa chiedo come lettore a un libro che leggo?”. È naturale che la risposta a questo interrogativo produca per rimando una sorta di definizione di cosa sia la letteratura, ovvero di quella cosa che ironicamente e con estrema distrazione continuo ad amare e praticare in questi anni. Quindi nessuno si aspetti un discorso generale e o una teoria complessiva, perché non sono un critico né ho gli strumenti per esserlo, al massimo vi propongo una serie di riflessioni alcune volte idiosincratiche di uno scrittore che legge un libro.

Le otto montagne, in cinquina allo Strega di quest’anno e vincitore dello Strega giovani, è un libro praticamente perfetto. La lingua che usa Cognetti è misurata e precisa, la trama e la storia si sviluppano secondo una coerenza interna, che fa pensare a un lungo lavoro di riscrittura e di messa a fuoco dei diversi nuclei narrativi; anche i personaggi sono tratteggiati con maestria e sapienza.  Scalfita questa superficie, però, accade che il lettore si chieda perché debba leggere questo romanzo, cosa produca dentro di lui.

Spesso negli strilli o nelle fascette o nelle quarte di copertina leggiamo “romanzo necessario”, altrettanto spesso sorridiamo di questa moda. È chiaro che siamo di fronte a una semplice strategia pubblicitaria, ma sarebbe forse più utile ragionare sul perché si senta il bisogno di sottolineare costantemente la “necessità” di un testo. La risposta non più ovvia e immediata è che quegli strilli sono un sintomo. Essi certificano la povertà, o l’assenza, di libri necessari; si dice che ogni libro è necessario perché nessun libro realmente lo è, così di volta in volta, di quel determinato libro, si invoca la necessità a giustificazione dell'opposto.

Plausi e botte, Saviano, Ciabatti, Hamid

la paranza dei bambini 1 Dieci anni fa, o poco più, Gomorra era stato una sorpresa, un esperimento audace, l’opera di un dilettante di genio. Un ibrido, fra autobiografia, documentario, saggismo. Il libro rappresentava l’autore, Saviano, che si aggirava in scooter in Campania sulla scena del crimine di camorra per documentare la verità in cui si imbatteva. Dopo anni di metaletteratura, di riscritture e di citazionismo la realtà tornava a fare irruzione in una opera letteraria. Era il segno di una svolta, della fine del postmodernismo. Dopo dieci anni Saviano fa uscire La paranza dei bambini (Feltrinelli). Un romanzo, questa volta, un vero romanzo. Un romanzo “ben fatto”, scritto con cura professionale, un romanzo “riuscito”. Se Gomorra era l’opera di un dilettante, questa invece nasce da un impegno professionale: quasi dal desidero di mostrare al mondo che l’autore è capace di essere un vero romanziere. E allora sparisce l’io autobiografico, la voce narrante è onnisciente e interviene di continuo a commentare e a spiegare le ragioni storiche, sociologiche, antropologiche di certi fatti e di certi comportamenti (persino l’uso del dialetto – avverte una nota finale  ̶  nasce in laboratorio come prodotto dalla manipolazione della comune oralità e della “classicità” della lingua napoletana). Il lettore vi ritrova una serie di situazioni che già conosceva dalle serie televisive (a diverse delle quali ha collaborato lo stesso Saviano), oltre che dal diluvio di prove narrative successivo a Gomorra (il romanzo di camorra è diventato subito un genere come un altro). Viene meno quanto c’era, dieci anni fa, di ingenuo e di autentico, di risentito e di sorprendente. Il romanzo diventa prevedibile, con i personaggi invariabilmente “piatti” (direbbe Foster), coerenti con se stessi, rigidi. Del realismo qui c’è quello delle serie televisive americane: un realismo standard.

*

Dicono che La più amata di Teresa Ciabatti vincerà lo Strega di quest’anno. Lo hanno vinto anche romanzi peggiori, non mi stupirei. La più amata è un romanzo di stereotipi e di luoghi comuni trattati con  disinvoltura e una certa vena macchiettistica. Ovviamente anche qui il personaggio principale è “piatto”: è il padre “cattivo”, che ovviamente è autoritario, filofascista, forse complottista, massone e affiliato alla P2, proprietario di ville con piscina, attaccato ai soldi e chi più ne ha più ne metta. È un romanzo “cattivo”, si dice, per farne l’elogio. Certo. Ma in nome di cosa? Dietro tanta cattiveria, cosa c’è? C’è l’ostentato narcicinismo dell’io narrante. Cioè, il nulla.

Morte di un cane

Romano IMG 2813 Ieri sera, tornando da un viaggio, ho trovato il cane agonizzante. Da tempo era ammalato, anch’io lo ero, e così ci facevamo compagnia. Negli ultimi giorni però non mangiava più, e quando sono tornato non si teneva  in piedi. Stava disteso su un fianco, immobile, solo la pupilla grigia si muoveva seguendo i miei spostamenti. Però, quando gli accarezzavo la testa, deglutiva di piacere, come sempre. Sono stato alzato quasi tutta la notte per assisterlo. Poi mi sono addormentato, e ho sognato mia madre tanti anni fa, ritta sulle scale, al mezzanino di casa, con il grembiule alla vita, che mi salutava e voleva guardarmi finché non sparivo in basso.

Stamani l’ho portato dal veterinario per farlo morire. L’ho dovuto prendere in braccio alzandolo con la sua cuccia. Pesava molto poco, forse la metà di qualche mese prima. L’ho deposto nell’auto sul sedile accanto al mio. Durante il viaggio gli ho tenuto sempre la mano sulla testa, lo accarezzavo ma non deglutiva più. Ogni tanto però levava il capo e mi guardava con gli occhi dolcissimi. Allora ho deciso che l’avrei accompagnato sino all’ultimo momento, e quando il veterinario voleva chiudermi fuori ho dichiarato che intendevo restare. Si è giustificato dicendo che i più non volevano assistere alla fine. L’hanno disteso su un tavolo, e lui era calmo, con gli occhi fissi su di me. Io gli accarezzavo piano la testa, gli ossi del suo cranio sotto il mio palmo. E’ un cane buonissimo, vede?, è buonissimo sino all’ultimo, ho detto. Per prima cosa gli hanno dato un sedativo, poi un antidolorifico, non trovavano la vena, è così magro che è quasi sparita, dicevano. Lui mi guardava ancora, ma a poco a poco i suoi occhi si sono appannati. Perché un antidolorifico?, ho chiesto, mentre portavano una flebo col Tanax. Il Tanax funziona arrestando il respiro e il cuore in dieci-quindici secondi, ma sarebbe un dolore violentissimo, anche se breve, meglio evitarlo, mi hanno spiegato. Poi gli hanno iniettato il Tanax. Nemmeno un sussulto. Era lì, davanti a me, inerte, ripiegato nella posizione in cui lo aveva collocato il veterinario. Materia bruta, una cosa già estranea. Ora va smaltito, bisogna cremarlo, hanno aggiunto. Speravo di seppellirne il corpo in giardino,  ho dovuto rinunciarvi.

Narratori d'oggi. Intervista a Vanni Santoni

vanni santoni macao 2015 A cura di Morena Marsilio 

1. Sui generi letterari

Negli ultimi vent’anni la narrativa italiana sembra essere stata egemonizzata da due generi dallo statuto ibrido, la non fiction e l’autofiction. Il primo sembra porre al centro del racconto, seppur con diversi “effetti di narratività”, la ricostruzione di fatti di cronaca, l’attraversamento in chiave saggistico-riflessiva di temi legati all’attualità, il diario di viaggio, la rielaborazione di un’inchiesta; il secondo, invece, è la risultante dell’operazione in parte mistificante da parte di un “trickster” (Siti), ossia di un io-narrante che mescida liberamente fatti realmente accadutigli e fatti inventati.

Come si pone rispetto all’uno e all’altro genere? Li sente consoni al suo modo di rappresentazione del mondo?

Come aveva a dire Nabokov, “fiction is fiction”: nel momento in cui si mettono in scena personaggi e luoghi e punti di vista e filtri, nel momento insomma in cui entra in campo un processo artistico, ecco che siamo di fronte a un’opera di finzione, non importa quanto sia basata sul reale. Al di là di ciò, che pur è molto, non condivido appieno la definizione di “ibrido”. Il romanzo è meticcio per natura, e solo l’avvento dell’editoria commerciale ci ha portato a pensare che un “romanzo puro” sia quello con un set relativamente circoscritto di personaggi di finzione (tra cui alcuni “protagonisti”), un inizio, uno sviluppo e una risoluzione. Riprendendo le parole che l’autore bulgaro Georgi Gospodinov affidava al suo alter ego Gaustìn, “il romanzo non è ariano”: nasce infatti ibrido, i primi romanzi moderni sono romanzi filosofici o romanzi picareschi con tratti enciclopedici, o già addirittura metaromanzi. Il fatto, poi,  che in un certo periodo della storia letteraria di un certo paese o continente emergano con più forza certe tipologie di romanzo è un fatto normale che non altera la natura del romanzo come genere, pur ponendo questioni certamente interessanti – ad esempio, per quanto riguarda l’oggi, la possibile perdita di forza, rispetto a un mondo complesso, caotico e molteplice, di una terza persona “oggettivante”. Il problema, piuttosto, come diceva recentemente Mircea Cărtărescu, potrebbe essere che il romanzo, tornato a usare tutti gli strumenti a sua disposizione, è diventato qualcosa di così ampio da poter includere tutto, e quindi non indicare niente di specifico.

Incroci identitari in Vincenzo Consolo

cover consolo (Recensione a Mediterraneo. Viaggiatori e migranti di Vincenzo Consolo, Edizioni dell’Asino, Roma, 2016, pp.38).

Due parole al singolare, mito e storia, che fissano i nuclei ideativi di partenza e una al plurale, letterature, che di quei nessi costituisce la filigrana espressiva, la facies esteriore, ma anche l’antico sostrato di fondo, disseminato in reminescenze culturali multiple. Queste le connotazioni principali che affiorano leggendo Mediterraneo. Viaggiatori e migranti di Vincenzo Consolo (Edizioni dell’Asino, Roma, 2016, pp.38), una piccola silloge di prose in forma breve che raccoglie testi già pubblicati dall’autore del Sorriso dell’ignoto marinaio, alcuni dei quali presenti nel recente Meridiano mondadoriano, curato da Gianni Turchetta.

Il libro presenta un prezioso incastro di storie, riprodotto anche nella struttura stilistica degli scritti, accomunati dall’incisiva brevitas e dal tema conduttore: il viaggio, il movimento continuo come metafora di accoglienza e scambio. Ma anche come dispositio mentale di luoghi e sogni, identità meticcie, desideri ed emancipazioni. La dimensione narrativa, da questo punto di vista, è solo l’attacco emblematico di un itinerario conoscitivo nel quale trovano posto riflessioni critiche sulla lingua e la storia, reportage, memorie private e recensioni letterarie: spunti per una spicciola, e sui generis sociologia della letteratura, in costante dialogo con i fermenti dell’attualità.

Attraverso essa Consolo ci consegna una scrittura ricca, curiosa e vorace, dipanata in una tessitura testuale che segue la Storia ufficiale (citata , per esempio, è la Storia dei musulmani in Sicilia, di Michele Amari), ma che non disdegna le antiche cronache locali dimenticate, gli aneddoti legati a certe figure minori, o le microstorie, anche di natura (auto)biografica, che hanno dato vita a trame letterarie di intensa levatura, come ci insegna, tra gli altri, Leonardo Sciascia, che di Consolo fu amico e maestro. Ne viene fuori una prosa a metà strada tra racconto e saggio, nella quale l’armonizzazione dei pensieri dell’autore si accompagna ad una piacevole cifra conversativa con il lettore.