«Un’educazione europea». In dialogo con Franco Buffoni

buffoni 20060418 1052 a cura di Maria Borio

Avrei fatto la fine di Turing (2015) è l’ultimo libro di poesia di Franco Buffoni. Alan Turing è il matematico inglese che ha dato un contributo decisivo allo sviluppo dell’informatica e dei primi calcolatori elettronici, vittima di forti persecuzioni a causa della sua omosessualità, che lo portarono al suicidio. Ma la raccolta mantiene questa figura sempre sullo sfondo: lo percepiamo come un personaggio simbolico, simulacro di una condizione interna alla maturazione della scrittura e dell’esistenza. Avrei fatto la fine di Turing mette in scena una lirica che, in assonanza con un possibile romanzo autobiografico, ruota attorno a tre poli – la figura del padre, la condizione dell’omosessualità, la figura della madre – costruendo una geometria precisa, quasi una dialettica. La trama della finzione, quella della psicologia e quella della confessione biografica sono in contatto costante, sembra che si fluidifichino l’una nell’altra. Lo si nota anche in Jucci (2014), raffinato canzoniere in mortem per la donna amata (tanto da pensare che Avrei fatto la fine di Turing e Jucci siano parti di un possibile dittico…). Una delle prime impressioni che si hanno, per tutte e due le raccolte, è che la fluidità tra finzione, psicologia e autobiografia porti a uno stato ulteriore di quelli che sono – fin da lavori come I tre desideri (1984), Quaranta a quindici (1987), Scuola di Atene (1991) – elementi centrali della tua poesia: il superamento di un’opposizione tra comico e romantico, tra ironia e natura, frequentemente legata al tema omosessuale e risolta nel Profilo del rosa (2000); e il progressivo lavoro sulla forma del libro, che in raccolte come Guerra (2005) ha acquisito anche una impostazione saggistica. Alan Turing è il controcanto simulacro di un romanzo nascosto, o di un nuovo stato della tua scrittura, che si potrebbe scoprire di poesia in poesia attraverso le ultime raccolte?

Ti sono grato per queste considerazioni critiche particolarmente illuminanti anche per me. In particolare mi convince e condivido l’ipotesi che Jucci e Turing compongano una sorta di dittico. Venendo alla tua domanda, mai come in questi anni ho sentito il bisogno (già presente per altro sin dai tempi di Suora carmelitana e altri racconti in versi) di narrare, per l’appunto, in versi. Raccontare storie in poesia, senza perdere la misura lirica, è l’obiettivo che mi ha mosso alla scrittura sia di Jucci sia di Turing. Storie tutte fortemente incentrate sulla mia Bildung. Anche nel prossimo libro racconterò delle storie, ma sparirà completamente l’io narrante, l’autore non ci sarà per nulla. Tanto che il titolo provvisorio con cui per ora lo registro è “Senza io”. Vi sono però alcuni personaggi che dialogano fittamente tra loro e si muovono in scena, come dramatis personae di una pièce teatrale: teatro da camera, potrei suggerire. Ma non aggiungo altro. Le anticipazioni a dopo l’estate.

 Uno degli aspetti della lirica, che spesso determina la sua incidenza effettiva sul piano emotivo, è la forza nel rielaborare legami personali e affettivi in modo icastico e universale. Nella tua poesia questa caratteristica si fa emblematica in Jucci (2014). Jucci è la donna dell’amore e della crescita umana e intellettuale, che compare fin dai Tre desideri, per essere solidamente svelata e rivelata nel canzoniere omonimo. La sua presenza a volte arriva come il deus ex machina che ci fa guadagnare un punto di vista straniato; altre volte resta dentro, densamente, a un flusso da romanzo o da diario, evitando però sempre che le si addensi attorno una patina elegiaca. A volte è una figura lirica emblematica e simbolica; a volte sembra una persona, personaggio nel senso tradizionale del termine. Si può notare questo anche in presenze come quella del padre. Il padre, ad esempio, è determinante in Guerra per la testimonianza dell’esperienza da ufficiale nel secondo conflitto mondiale, da cui si avvia una riflessione storica e ontologica sulla guerra e sulla violenza; allo stesso modo, insieme alla madre, torna ad essere decisivo in Avrei fatto la fine di Turing. Nei tuoi racconti in versi, come in Suora carmelitana e altri racconti in versi (1997), i personaggi hanno sicuramente una autonomia narrativa incontrastata. Ma il modo di far dialogare la dimensione lirica con la presenza di figure-personaggi autobiografici – non solo, dunque, personaggi che possono dirsi puramente drammatici o narrativi –, soprattutto alla luce dei tuoi ultimi due libri, è un aspetto singolare. Pensi che una riflessione sul personaggio potrebbe offrire interessanti possibilità alla lirica italiana oggi?

Ti ringrazio per avere ricordato che il “personaggio” Jucci è già presente nella mia poesia sin dalla raccolta prefata da Raboni nel 1984: I tre desideri. Fare rimarcare questo è molto importante per me: ho sempre bisogno di molto tempo perché i ricordi sedimentino e le persone (i personaggi) maturino nella mia psiche, giungendo alla matura dimensione per essere “narrati”. Quanto alla tua domanda, la risposta è: assolutamente sì. Sono convinto che ci sia un grande bisogno di storie e di personaggi nella poesia italiana (e non solo) d’oggi. Sto proprio lavorando in questa direzione. Il prossimo libro lo dovrebbe dimostrare.

La tua scrittura ha lavorato molto sul racconto, dai racconti in versi di Suora carmelitana alle prose brevi di Il racconto dello sguardo acceso (2016). Lirica, racconto in versi, prosa: come si sono sviluppate queste forme nel corso della tua storia? In Italia oggi pare ci sia una tendenza a squadrare i testi in due forme: neo-lirica, che generalmente lavorerebbe con il verso, e poesia sperimentale, a cui spesso viene data l’etichetta ‘di ricerca’, che tendenzialmente lavorerebbe con la prosa. Anche in base alla tua attività di oltre vent’anni sulla poesia delle giovani generazioni con i Quaderni italiani di poesia contemporanea, hai un’opinione hai a proposito?

Imposterei questa risposta partendo dal concetto di diario, il journal intime che ho tenuto ininterrottamente dal 1971 al 2006 e che oggi giace secretato fino al 3 marzo 2048 (quando compirò cento anni) al Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia, insieme agli avantesti di tutti i miei libri, all’epistolario e all’archivio della rivista Testo a fronte. Smisi di tenere il diario quando cominciai a scrivere Più luce, padre(Sossella 2006). In seguito altri docu-fiction Zamel (Marcos y Marcos 2009), Laico alfabeto (Transeuropa 2010), Il servo di Byron (Fazi 2012), La casa di via Palestro(Marcos y Marcos 2012) fino al recente Racconto dello sguardo acceso da te menzionato, hanno assorbito la funzione stabilizzatrice del mio equilibrio psichico svolta in precedenza dal diario. Ma con una differenza essenziale: il diario era scritto solo per me stesso (difatti adesso è secretato), mentre quando aggiungo una nuova pagina ai miei docu-fiction (passando magari prima attraverso quell’utile prova d’orchestra che per me sono i social), so che molte persone dopo qualche minuto (per esempio su facebook) o dopo qualche mese in cartaceo, potranno leggerla. Non è un caso che in questa risposta io abbia menzionato solo libri di narrativa o docu-fiction. La poesia, cui principalmente devo la mia immagine pubblica, ha svolto e svolge un ruolo molto marginale nella mia presenza sui social. Per due ragioni: sono un poeta da libro, non da singolo testo, quindi preferisco dialogare coi miei lettori sui libri che pubblico (Avrei fatto la fine di Turing, Donzelli 2015; O Germania, Interlinea 2015; Jucci, Mondadori 2014 e naturalmente l’Oscar Poesie 1975-2012) piuttosto che su qualche poesia apparsa su un social. Quanto alla tendenza a squadrare i testi in due forme: neo-lirica, che generalmente lavorerebbe con il verso, e poesia sperimentale, a cui spesso viene data l’etichetta ‘di ricerca’, che tendenzialmente lavorerebbe con la prosa, credo sia nei fatti: è un dato oggettivo, che sto constatando in profondità di nuovo proprio in queste settimane, durante il lavoro di selezione per il nuovo Quaderno, che uscirà nel 2017. Ridurre le 182 proposte giunte a 31 ha costituito la prima fase. Adesso stiamo passando alla seconda, con la riduzione a 15, quindi alla terza, la più dolorosa con la scelta dei 7 che pubblicheremo. Come sempre cerco di individuare il talento, senza farmi troppo influenzare dalla “forma” con cui quel talento si sta provvisoriamente manifestando.

I tuoi ultimi libri sono concentrati sulla tematica autobiografica. Le raccolte precedenti, Noi e loro (2008) e Guerra, avevano un’impostazione civile. Il profilo del rosa tiene insieme le due prospettive – unendo una Bildung personale, il paesaggio autobiografico del monte Rosa, l’antropologia, la storia, la filosofia,… – e fa da spartiacque tra una prima fase della tua scrittura e una seconda. L’intersezione di queste due componenti, fondamentale anche nella prospettiva dell’evoluzione della tua opera, ha frequenti punti di contatto con autori di tradizione anglosassone: W. H. Auden, S. Heaney,… Ma si potrebbe dire che questa intersezione sia legata soprattutto ad una volontà, che pare legata al pensiero illuminista, di trovare, in uno scambio tra privato e pubblico, un senso di civiltà sganciato dall’asfittico particulare dell’oscurantismo, del dogma, dell’ipocrisia, della corruttela. Si potrebbe affermare che la tua tenda ad essere, nella dimensione personale e in quella storico-saggistica, una poesia con radici, oltre che lombarde, illuministe?

Credo proprio di sì. L’avere studiato filosofia in Inghilterra, assumendo un punto di vista analitico – da Duns Scoto e Ockham fino a Ayer passando per i due Bacone (fondamentale il primo: Ruggero) e poi Jeremy Bentham e David Hume – mi ha solidamente formato in senso anti-continentale. Questa forma mentis, questo cast of mind, fa da sostrato certamente anche alla genesi della mia poesia. Ai due autori che citi, che ho a lungo tradotto e studiato, aggiungerei in blocco i romantici (come palestra nell’ottica della narrazione in versi) e quei due geni isolati, che da soli valgono la dedizione di un’intera esistenza: Leopardi e Goethe.

Probabilmente la storia di ogni autore cresce su ponti intra-linguistici. Nel tuo caso, l’attività di traduttore e lo studio della letteratura inglese, francese, tedesca ha giocato un ruolo importante. Oggi, in un continente come l’Europa che riabilita ogni giorno l’idea di frontiera a nuove funzioni, pare essenziale, e piuttosto comune, un approccio internazionale per uno scrittore e per chi si occupa di letteratura… Come potremmo pensare la lingua italiana e la sua letteratura in una prospettiva europea da qui ai prossimi anni?

Persi un decennio all’inizio della mia “carriera” poetica – gli anni settanta – impegnato come ero a perfezionare gli studi nel senso da te indicato. A quell’epoca una educazione “europea” non era per niente comune: nessuno dei poeti miei coetanei la ebbe. Così paradossalmente mi trovai poi a dover “recuperare” il decennio perduto, ma con una marcia in più. E forse alla distanza, molto alla distanza, quel “ritardo” iniziale è diventato un vantaggio. Ricordo di aver rinunciato a una formidabile offerta di lavoro nel 1978 (quando in Italia ero ancora precario): insegnare italiano a Sydney con tenure. Avevo il terrore di perdere la mia lingua poetica, sentivo l’assoluta necessità di tornare a vivere per sempre in Italia. Poi nell’80 vinsi il ricercatorato e tutto si sistemò. L’Italia – dalle Alpi della mia infanzia a Roma dove vivo adesso, dalla Terra di Lavoro dove insegnai per tredici anni a Trieste dove ebbi il primo incarico – con le sue lingue, i suoi gerghi, i suoi dialetti è per me imprescindibile, proprio perché sono un convinto europeista. D’altro canto il mio ultimo libro Il racconto dello sguardo acceso si chiude con “Il racconto dell’Europa”. Quanto al futuro dell’italiano, credo che il/la grande poeta italiano del secolo XXI sarà figlio o nipote di qualcuno che al semaforo tentava di lavarci il vetro. Avrà studiato Lucrezio e Petrarca come noi, ma avrà udito fonemi e respirato aromi che noi non conosciamo: farà digerire tutto questo all’italiano, che resterà italiano ma canterà in modo nuovo.


Fotografia: G. Biscardi, Vetrina, Palermo 2006,

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