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diretto da Romano Luperini

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Perché leggere questo libro: Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie

copertina americanahPrinceton, d’estate, non aveva odore, e anche se a Ifemelu piacevano la verde tranquillità dei tanti alberi, le strade pulite e i palazzi imponenti, i negozi un filo troppo cari e la quieta, persistente aria di meritata grazia, era proprio questo, l’assenza di odore, ad attirarla di più, forse perché le altre città americane che conosceva bene avevano tutte un odore ben distinto. Philadelphia aveva l’aroma muffito della storia. New Haven sapeva di abbandono. Baltimora puzzava di salamoia e Brooklyn d’immondizia scaldata dal sole. Ma Princeton non aveva odore. Lí le piaceva respirare a pieni polmoni. Le piaceva osservare la gente del posto che guidava con ostentata cortesia e parcheggiava le auto ultimo modello davanti al negozio di prodotti biologici in Nassau Street, davanti ai ristoranti di sushi o di fronte alla gelateria dai cinquanta gusti diversi, peperoncino incluso, o fuori dall’ufficio postale, dove gli impiegati espansivi balzavano incontro ai clienti per salutarli. Le piaceva il campus, grave di conoscenza, i palazzi gotici coi muri adorni di tralci di vite e il modo in cui tutto si trasformava, nella fioca luce notturna, in una scena spettrale. Le piaceva, più di ogni altra cosa, il fatto che in quel luogo di agio e benessere poteva fingere di essere un’altra, una che per concessione speciale era stata ammessa a un sacro circolo americano, una ammantata di certezze.

Ma non le piaceva il fatto di dovere andare fino a Trenton per farsi le treccine. Era assurdo aspettarsi un salone afro a Princeton – i pochi neri che aveva visto sul posto avevano la pelle così chiara e i capelli così lisci che non riusciva proprio a immaginarseli con le treccine – eppure, aspettando il treno a Princeton Junction in un pomeriggio avvampante di calore, si domandò perché mai non ci fosse un posto dove farsi le treccine. La barretta di cioccolato che aveva in borsa si era squagliata. In attesa sul binario c’erano altre persone, tutte bianche e magre, con vestiti corti e leggeri. L’uomo più vicino a lei mangiava un cono gelato; a lei gli adulti americani che mangiavano il gelato nel cono erano sempre sembrati un po’ irresponsabili, soprattutto quelli che lo mangiavano in pubblico.

da Chimamanda Ngozi Adichie, Americanah, Einaudi, Torino 2015.

Perché leggere questo libro?

Perché guarda l’Occidente da un punto di vista “diverso”

Americanah è il terzo romanzo di Chimamanda Ngozi Adichie (nata ad Abba in Nigeria nel 1977), una delle più brillanti scrittrici nigeriane del nostro tempo. Con Americanah Adichie ha conquistato il pubblico e la critica aggiudicandosi il National Book Critics Circle Award del 2013.

Non è irrilevante che Adichie sia nigeriana: la Nigeria è infatti lo Stato dell’Africa subsahariana in cui vengono scritti più romanzi, anche se l’instabilità economica e politica, l’inadeguatezza dell’editoria, il persistente analfabetismo e la terribile guerra civile seguita al tentativo di secessione del Biafra (narrato drammaticamente nel secondo romanzo della scrittrice, Metà di un sole giallo) hanno ostacolato la circolazione dei libri. Nonostante ciò, a partire dalla fine del protettorato britannico (1960), in Nigeria si è andata affermando una cultura del romanzo, alimentata soprattutto dalle opere di scrittori che, come la stessa Adichie, appartengono alla tribù degli Igbo, gli sconfitti dalla guerra civile. La storia di questa nazione è stata riscritta non dai vincitori, ma dai vinti.

Le opere di Chimamanda Ngozi Adichie sono esemplari della letteratura postcoloniale dei nostri tempi e descrivono il mondo contemporaneo attraverso il realismo tipico del romanzo europeo ottocentesco. La scelta del realismo e della chiarezza obbedisce ad un preciso intento ideologico: l’autrice ambisce a restituire agli africani l’orgoglio di un’appartenenza e di un’identità. Il suo è uno sguardo “diverso” che mette in luce le contraddizioni dell’Occidente.

Perché è un romanzo ambizioso e tentacolare

La vicenda narrata copre tre continenti (Africa, Europa, Stati Uniti), si estende per diversi decenni e segue le vite parallele di due personaggi: Ifemelu, una donna schietta e sensibile (un personaggio chiaramente autobiografico), e Obinze, l’uomo di cui Ifemelu è innamorata. Questo romanzo tentacolare intreccia generi diversi: la struttura è quella del romanzo di formazione che però si contamina con le forme dell’autobiografia e del saggismo, accogliendo al suo interno articoli del blog di Ifemelu, lettere, pagine di diario, documenti. La storia si snoda in una alternanza di tempi e di luoghi, continuamente inframmezzata dai flashback, pedinando il filo aggrovigliato delle vite dei due protagonisti.

Perché descrive l’esperienza dell’esilio e del razzismo

Il romanzo si apre con un ritorno: Ifemelu, la protagonista autobiografica, che vive da anni negli Stati Uniti, decide di ritornare in Nigeria. La Nigeria è il paese da cui, subito dopo l’inizio dell’università, Ifemelu è partita, come tanti altri giovani della sua età. L’arrivo negli Stati Uniti è un trauma. Qui Ifemelu scopre di essere nera. In Nigeria non aveva mai fatto caso al colore della pelle. Scopre che in Occidente l’ostilità nei confronti del diverso passa attraverso dei dettagli apparentemente ininfluenti, ma in realtà estremamente significativi. Così l’acconciatura dei capelli per Ifemelu diventa la «perfetta metafora» della questione della razza in America; l’estetica del «white racism» impone che la norma del bello sia commisurata ai canoni della «white beuty»: i capelli lisci e chiari sono infatti un segno di competenza e ordine; per essere presentabile, il capello afro va dunque sottoposto a sfibranti trattamenti a base di lisciante.

Perché racconta una storia di formazione e di resistenza

Americanah è una satira sociale, tramata di un umorismo malinconico, e insieme è una storia di formazione al femminile, travestita da romanzo sentimentale. Ifemelu intraprende un viaggio per studiare negli Stati Uniti, ma sin da subito è chiaro al lettore che la sua bildung ha poco a che fare con la carriera: non conduce all’integrazione sociale e professionale, ma al contrario induce la protagonista a prendere delle decisioni che vanno controcorrente rispetto alle norme e ai modelli imperanti. Ifemelu ritorna in Nigeria come una persona diversa e con una nuova coscienza, e oppone resistenza alle ideologie e ai linguaggi dominanti. La sua identità si completa nel momento in cui accetta la sua “diversità”. La ragazza costruisce la propria personalità  attraverso il confronto e il dialogo con un’intera comunità: quella delle donne di colore, con cui comunica attraverso il suo blog. Lo spazio digitale diventa un luogo di scambio, di riflessione e di libertà che permette ad Ifemelu di leggere e giudicare il mondo reale.

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