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Narratori d'oggi. Intervista a Mauro Covacich

il libro di mauro covacich 2A cura di Morena Marsilio

  1. Sui generi letterari: fiction, autofiction, non fiction

Negli ultimi vent’anni la narrativa italiana sembra essere stata egemonizzata da due generi dallo statuto ibrido, la non fiction e l’autofiction. Il primo sembra porre al centro del racconto, seppur con diversi “effetti di narratività”, la ricostruzione di fatti di cronaca, l’attraversamento in chiave saggistico-riflessiva di temi legati all’attualità, il diario di viaggio, la rielaborazione di un’inchiesta; il secondo, invece, è la risultante dell’operazione in parte mistificante da parte di un “trickster” (Siti), ossia di un io-narrante che mescida liberamente fatti realmente accadutigli e fatti inventati. Come si pone rispetto all’uno e all’altro genere? Li sente consoni al suo modo di rappresentazione del mondo? e per quanto riguarda la finzione narrativa, crede che sia ormai colonizzata dall’intrattenimento o che mantenga viceversa un proprio potere di rivelazione e di verità?

Non credo nell’autofiction, credo nell’autobiografia. Credo in una scrittura che si confronta con il reale, non credo in una scrittura che decostruisce la realtà. La realtà, intesa come i fatti realmente accaduti, mi sembra già abbastanza indagata (i media, le scienze sociali, la statistica ecc), in sé non mi interessa (né mi interessa la sua rarefazione), mi interessa il reale, ovvero quel luogo interiore in cui, come dice Philippe Forest, un soggetto fa un’esperienza di verità. Ovviamente non mi sfugge che ogni tentativo di raccontare quell’esperienza di verità è destinato a trasformarla in un’invenzione letteraria, ma questa consapevolezza non porta necessariamente alla scelta di un trickster. Lo slittamento inevitabile da persona a personaggio non mi esime dalla responsabilità di scavare nella persona. Anche l’io narrante di Se questo è un uomo diventa un personaggio, ma non per questo è un trickster. E comunque ci si può ostinare a essere autentici anche nell’epoca della post-verità. Scrivere è mentire, sempre, ma c’è un modo di essere sinceri anche dicendo bugie. Vedi Forest, vedi la Ernaux.

Non ho nessun preconcetto verso la forma classica del romanzo, trovo curioso però che, rispetto alle altre espressioni artistiche (musica, teatro, arti visive), la letteratura sia l’unica ad essere rimasta fedele allo stesso modello anche nel secondo novecento e oltre. Nessuno si aspetterebbe oggi da un musicista una sinfonia in quattro movimenti, invece ci sembra del tutto normale che Franzen scriva gli stessi libri di Tolstoj. Per quanto mi riguarda, tendo a fondere insieme materiali diversi – cronaca, memoir, finzione romanzesca – segnalando al lettore i brani o i capitoli di pura invenzione (o meglio, facendo in modo che non possa non accorgersene). Mi piace che il narratore sia in scena, col suo corpo e la sua voce, e che, anche dopo che ha ceduto la parola ai personaggi, non sparisca dietro le quinte ma resti visibile sullo sfondo.

  1. Passato e presente

Gli autori contemporanei tendono ad avere un forte legame con forme di espressione extraletteraria e non necessariamente italocentrica: i frequenti riferimenti vanno alla musica, ai fumetti, al cinema, alla fotografia oltre che alla letteratura straniera, specie nordamericana. Quali sono i suoi modelli prevalenti, letterari e non? Ritiene che la condizione visiva e multimediale dell’immaginario abbia interrotto l’eredità dei padri e la duplice tradizione del realismo e del modernismo?

Vittorio Alfieri, Primo Levi, Goffredo Parise, Curzio Malaparte, Milan Kundera, Sebald, Canetti, Coetzee, Naipaul, Forest e anche sì – ma è una debolezza dovuta a un’attrazione irresistibile per la grana della sua scrittura – Don Delillo. Quanto al resto, la condizione multimediale dell’immaginario produce anche fenomeni come Minervini, Gianfranco Rosi, Pietro Marcello, se Dio vuole. E prima di loro, un altro gigante inclassificabile come Werner Herzog.

  1. Scritture di resistenza”

Più di un critico parla, a proposito della postura di molti scrittori contemporanei, di una ‘partecipazione civile’ e di una ‘responsabilità’ che, seppure con sfumature difformi, lo porta a «prendere la parola sul presente» (Donnarumma). Ritiene anche lei che la narrativa italiana degli ultimi vent’anni si ponga come una forma di «scrittura di resistenza», come uno dei pochi modi possibili rimasti all’intellettuale per realizzare una «sfida politica» che consiste non nella restituzione testimoniale dei fatti ma «nell’apertura di uno spazio altro, che sposta lo sguardo e complica le cose» (Boscolo-Jossa)?

Non lo so, forse. Quello che so è che da sempre scrivo come se rispondessi a un interrogatorio, o meglio, come se fossi l’imputato e il giudice dello stesso processo. La responsabilità è anche una questione di approccio, di postura. Solo se mi trovo inchiodato in una posizione obbligata, di disagio, riesco a scrivere. Mi sento vicino alla sfida politica di Kafka, a quel genere di resistenza.

  1. Sullo stile e la ricerca linguistica

Studiosi della lingua come Giuseppe Antonelli o Maurizio Dardano parlano, a proposito della mancanza di stile diffusa nella narrativa più recente, di “traduttese” o di “stili provvisori”. Eccezion fatta per quella narrativa di consumo poco incline a una ricerca espressiva di qualità, a noi sembra invece che sia in corso un’inversione di tendenza rispetto a questa visione piuttosto riduttiva. Quale ruolo attribuisce all’aspetto stilistico del suo lavoro? Quali sono gli elementi preponderanti su cui fonda la sua espressione linguistica (sperimentazione e/o pastiche linguistico, uso insistito di artifici retorici, mimesi del parlato o, al contrario, lo “stile semplice” di cui ha parlato Testa)?

Lo stile è la mia voce sulla pagina, la voce scritta, potrei non prendermene cura? Lavoro con ogni strumento perché lo sguardo e il pensiero trasmessi da quella voce corrispondano ai miei. Una fedeltà che ho ottenuto negli anni e che ora mi riesce naturale. La mimesi del parlato non c’entra, almeno per quanto mi riguarda. Dopo Celine, la mimesi del parlato serve solo a rendere verosimili i dialoghi, è mestiere.

  1. Sui temi

Nei romanzi scritti a partire dagli anni Zero anni pare possibile individuare un nucleo di tematiche ad ampio spettro antropologico e al contempo fortemente radicate nella condizione presente. La sua sensibilità di narratore quali temi le fa sentire particolarmente vicini al suo modo di rappresentazione della realtà?

Le rispondo col Delillo di Body art: “[il tema] ha a che vedere con chi siamo quando non stiamo recitando chi siamo”.

  1. Sullo storytelling

Negli ultimi decenni la narrazione è stata “esportata” massicciamente, dando luogo a uno storytelling diffuso. Ogni “discorso” viene narrativizzato, dalla politica al marketing, per approdare alle «convergenze» che Ceserani ha segnalato tra le molte discipline, anche di area scientifica e tecnica, e la letteratura, capace di “prestare” loro potenti strumenti espressivi. Ritiene che questo sconfinamento della narratività sancisca un suo punto di forza o che, viceversa, ne riveli la crescente debolezza in un mondo sempre più assediato dall’immaginario?

Mah, mi sembra ormai assodato che la dimensione del romanzesco è stata sottratta alla letteratura da parte di altre forme di narrazione. Ormai tutto viene proposto “come un romanzo”. Per cui molti tra coloro che credono ancora alla letteratura come a una forma di conoscenza, e non di intrattenimento, provano a forzare i limiti del romanzo tradizionale: codici, caratteri semiotici e struttura.

  1. Lettori in formazione

Nonostante la diffusa disaffezione delle giovani generazioni per la pratica della lettura, la scuola resta un importante baluardo per cercare di innescare un circolo virtuoso tra giovani e lettura, soprattutto facendo leva su quello spazio, insieme periferico e centrale, di libertà costituito dalle letture personali assegnate nel corso dell’anno scolastico. È in questo ambito, inoltre, che, accanto ai classici, si potrebbe utilmente mettere in contatto i ragazzi con la narrativa dell’estremo contemporaneo. Potrebbe indicare tre romanzi o raccolte di racconti italiani o stranieri degli ultimi vent’anni, a suo parere irrinunciabili, che proporrebbe in lettura ad adolescenti tra i 16 e i 18 anni?

Be’, non gli consiglierei 2666 o Infinite Jest o i Canti del caos, libri irrinunciabili per me ma poco adatti a lettori in erba. Un tempo quella era l’età per mettersi in discussione, osare avventure solitarie, deviazioni baudelairiane eccetera. Oggi i ragazzi arrivano all’adolescenza già ipercritici e disincantati. Gli consiglierei cose edificanti, Io non ho paura, Jack Frusciante, i libri suggeriti dai professori per le vacanze scolastiche, comunque niente di cinico. Ecco, a proposito di “condizione multimediale dell’immaginario”, li obbligherei a guardare il film La schivata di Abdellatif Kechiche.

 

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