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Narratori d'oggi. Intervista a Luca Ricci

afaf a855 4ce8 8e27 7bd532de2b5b A cura di Morena Marsilio

1. Sui generi letterari

Negli ultimi vent’anni la narrativa italiana sembra essere stata egemonizzata da due generi dallo statuto ibrido, la non fiction e l’autofiction. Il primo sembra porre al centro del racconto, seppur con diversi “effetti di narratività”, la ricostruzione di fatti di cronaca, l’attraversamento in chiave saggistico-riflessiva di temi legati all’attualità, il diario di viaggio, la rielaborazione di un’inchiesta; il secondo, invece, è la risultante dell’operazione in parte mistificante da parte di un “trickster” (Siti), ossia di un io-narrante che mescida liberamente fatti realmente accadutigli e fatti inventati.

Come si pone rispetto all’uno e all’altro genere? Li sente consoni al suo modo di rappresentazione del mondo?

Sono “modi” narrativi che non mi appartengono; io sono uno scrittore di retroguardia in tal senso, le mie sperimentazioni- se la serialità modulare dei miei primi racconti brevi, quelli de “L’amore e altre forme d’odio”, può considerarsi sperimentazione (ma io credo di sì)- nascono tutte all’interno del vecchio principio secondo cui la letteratura è fatta di storie totalmente inventate: poi, certo, sappiamo che quell’avverbio spesso è una foglia di fico, sappiamo che le opere non possono non parlare anche del loro autore (oltre che del tempo in cui sono state scritte, avendo sempre anche una funzione documentale e, direi, storica), ma insomma, la mia scelta di campo è netta. Sto dalla parte della fiction pura, con tutte le responsabilità che ne conseguono.

2. Sulla finzione

Non è tuttavia venuta meno la scrittura di romanzi e di racconti “tout court” in cui nel trattamento del tempo, nella costruzione dei personaggi e nel patto con il lettore agisce quella “sospensione dell’incredulità” che già due secoli or sono Coleridge aveva indicato come tratto distintivo dell’opera finzionale. Qual è la sua posizione in proposito? Crede che la finzione sia ormai colonizzata dall’intrattenimento o che mantenga viceversa un proprio potere di rivelazione e di verità?

Scegliere la fiction pura non significa stare dalla parte dell’intrattenimento a discapito della dimensione morale o etica, anzi, tutt’altro. Per questo parlavo di responsabilità. La fiction pura, per fortuna, non è solo quella dei generi ormai iper-codificati (thriller e giallo, su tutti) e delle scritture da classifica. La grande letteratura finzionale è sempre stata d’intrattenimento. Per secoli, quando ancora non esistevano le soap opera né le sit-com né le fiction, tutto l’entertainment ricadeva sulle spalle della letteratura. Chiunque legga Ionesco ad alta voce si divertirà da matti, oltre a riflettere sulla sostanziale assurdità della natura umana. Inoltre esiste un intrattenimento stupido ma anche un intrattenimento intelligente (il caso limite è il nostro più famoso best seller all’estero, il colto e divertito “Il nome della rosa”).

3. Passato e presente

Gli autori contemporanei tendono ad avere un forte legame con forme di espressione extraletteraria e non necessariamente italocentrica: i frequenti riferimenti vanno alla musica, ai fumetti, al cinema, alla fotografia oltre che alla letteratura straniera, specie nordamericana. Quali sono i suoi modelli prevalenti, letterari e non? Ritiene che la condizione visiva e multimediale dell’immaginario abbia interrotto l’eredità dei padri e la duplice tradizione del realismo e del modernismo?

La mia opinione è che il postmoderno abbia dato i suoi migliori frutti- quanto a opere-mondo a strati interconnessi, farcite di link ante litteram- dalla letteratura nord americana degli anni settanta: bisogna dominare da un punto di vista geopolitico, dettare legge su macro-modelli economici e sociali, se si vuole essere credibili. Insomma, non ho mai creduto al romanzo monstre postmoderno ambientato a Cuneo: è proprio una questione infrastrutturale ancora prima che letteraria. Personalmente sono sempre stato a favore di una narrazione più lineare, più snella, che metta a fuoco anche concettualmente un racconto (e il fatto che lo si racconti). Certamente è in atto una rivoluzione digitale, come viene chiamata, che si rifletterà gioco forza sulla letteratura del futuro, ma questo fa parte del naturale scorrere del tempo. L’unico danno sarebbe la morte della letteratura, e io non credo che avverrà. Per me il divenire storico è come un mare- spesso in tempesta-, e la letteratura è un tappo di sughero.    

4. “Scritture di resistenza”

Più di un critico parla, a proposito della postura di molti scrittori contemporanei, di una ‘partecipazione civile’ e di una ‘responsabilità’ che, seppure con sfumature difformi, lo porta a «prendere la parola sul presente» (Donnarumma). Ritiene anche lei che la narrativa italiana degli ultimi vent’anni si ponga come una forma di «scrittura di resistenza», come uno dei pochi modi possibili rimasti all’intellettuale per realizzare una «sfida  politica» che consiste non nella restituzione testimoniale dei fatti ma «nell’apertura di uno spazio altro, che sposta lo sguardo e complica le cose» (Boscolo-Jossa)?

Ho sempre creduto che la letteratura, per essere politica, non debba necessariamente prendere di petto la realtà. Anzi, credo che Kafka in un certo senso sia l’autore più politico che esista. “Quanto è attuale il romanzo che ho scritto?” sembrano chiedersi costantemente molti di noi. Mentre una domanda fondamentale, rovesciando i termini del discorso, potrebbe essere: “Quanto è inattuale?”. Il potere delle storie, di qualunque storia, non può infatti prescindere da un certo grado di trascendenza e universalità. È valido cioè nella misura in cui disintegra la realtà, più che tentare di ricostruirla con puntigliose ricostruzioni storiche. Un romanzo non può non essere attuale nella misura in cui nessuno di noi scriventi può fuoriuscire dal periodo storico che gli è toccato in sorte. Un altrove storico dal quale scrivere opere fuori dal tempo non esiste, perciò perché preoccuparsi di voler essere contemporanei a tutti i costi?

5. Sullo stile e la ricerca linguistica

Studiosi della lingua come Giuseppe Antonelli o Maurizio Dardano parlano, a proposito della mancanza di  stile diffusa nella narrativa più recente, di “traduttese” o di “stili provvisori”. Eccezion fatta per quella narrativa di consumo poco incline a una ricerca espressiva di qualità, a noi sembra invece che sia in corso un’inversione di tendenza rispetto a questa visione piuttosto riduttiva. Quale ruolo attribuisce all’aspetto stilistico del suo lavoro? Quali sono gli elementi preponderanti su cui fonda la sua espressione linguistica (sperimentazione e/o pastiche linguistico, uso insistito di artifici retorici, mimesi del parlato o, al contrario, lo “stile semplice” di cui ha parlato Testa)?

La «cultura bestsellerista» minaccia costantemente lo stile. Da una parte l’autore di best seller fa di tutto per sparire dal testo, per portare in primo piano unicamente la storia (in modo che il suo lavori si trasformi in una specie di libro pop up per adulti); dall’altra è importante solo come firma, come brand per attirare la clientela. Né la prima né la seconda circostanza riguardano ciò che classicamente s’intendeva per autore, cioè un artista in grado di gettare sulle cose un punto di vista originale, di raccontare con uno stile (si pensi ai consigli di scrittura che Flaubert dava a Maupassant).  Quindi per i best seller parlerei piuttosto di letteratura senza autorialità. Quanto a me, all’inizio del mio lavoro la struttura dell’opera, il suo piano generale e disegno complessivo, sono state una vera e propria fissazione. Per le mie short story mi sono comportato quasi come un architetto. Dal punto di vista linguistico ho lavorato sulla medietà della lingua e sull’ampiezza del lessico, volevo scrivere come disegna un bambino: far venire fuori case stilizzate. Volevo partire con una tabula rasa, lasciando sulla pagina solo i segni essenziali. Un’esigenza di pulizia e di chiarezza molto pericolosa: per anni mi sono portato dietro modelli fuorvianti, Carver e il minimalismo.

6. Sui temi

Nei romanzi scritti a partire dagli anni Zero pare possibile individuare un nucleo di tematiche ad ampio spettro antropologico e al contempo fortemente radicate nella condizione presente. La sua sensibilità di narratore quali temi le fa sentire particolarmente vicini al suo modo di rappresentazione della realtà?

I miei temi privilegiati hanno una radice fortemente astorica. Scrivendo prevalentemente racconti, tendo a pensarla come Čechov, secondo cui bisogna scorgere «ciò che resta in ciò che passa». In buona sostanza la letteratura si occupa di amore, di morte e di Dio (se c’è una qualche differenza), e io non mi sono mai troppo discostato da queste tre grandi direttrici universali. Se dovessi trovare un elemento storico forte, che lega le mie storie al presente, alla contemporaneità, sottolineerei l’aspetto spaziale: la grande maggioranza dei miei racconti si svolge in casa, o meglio ancora al chiuso. Mi sembra un aspetto rilevante: da un lato c’è la mia biografia personale, di uomo provinciale che ha sempre avuto un certo imbarazzo dei propri luoghi fisici; dall’altro c’è un motivo generazionale, i nati negli anni settanta hanno visto le strade e le piazze svuotarsi, non essere più centri di aggregazione ma solo meri contenitori di shopping generico; hanno passato il tempo in scatole sempre diverse, televisione, consolle di gioco, Commodore 64, Amiga, PC, Tablet, SmartPhone. 

7. Sullo storytelling

Negli ultimi decenni la narrazione è stata “esportata” massicciamente, dando luogo a uno storytelling diffuso. Ogni “discorso” viene narrativizzato, dalla politica al marketing, per approdare alle «convergenze» che Ceserani ha segnalato tra le molte discipline, anche di area scientifica e tecnica, e la letteratura, capace di “prestare” loro potenti strumenti espressivi. Ritiene che questo sconfinamento della narratività sancisca un suo punto di forza o che, viceversa, ne riveli la crescente debolezza in un mondo sempre più assediato dall’immaginario?

Verrebbe da parafrasare il famoso proverbio: “Se la gente non va alla letteratura, la letteratura va alla gente”. No, non mi sembra una buona cosa che oggi tutto venga letto secondo opinabili categorie narratologiche, ad esempio la politica (che non a caso si è andata configurando come una sorta di nuovo spettacolo di massa, in grado di sostituire nei discordi da bar perfino il calcio, e magari dando a molti l’illusione di essere anche buoni cittadini). È un discorso che può essere funzionale all’abbassamento del livello della discussione in tanti ambiti, ma quasi certamente non creerà nuovi lettori.

8. Lettori in formazione

Nonostante la diffusa disaffezione delle giovani generazioni per la pratica della lettura, la scuola resta un importante baluardo per cercare di innescare un circolo virtuoso tra giovani e lettura, soprattutto facendo leva su quello spazio, insieme periferico e centrale, di libertà costituito dalle letture personali assegnate nel corso dell’anno scolastico. È in questo ambito, inoltre, che, accanto ai classici, si potrebbe utilmente mettere in contatto i ragazzi con la narrativa dell’estremo contemporaneo. Potrebbe indicare tre romanzi o raccolte di racconti italiani o stranieri degli ultimi vent’anni, a suo parere irrinunciabili, che proporrebbe in lettura ad adolescenti tra i 16 e i 18 anni?

“I racconti” di Alice Munro- qualsiasi raccolta va bene, il livello qualitativo è sempre alto- racchiudono in poche pagine intere vite, e proprio dare la possibilità di vedere da vicino le vite degli altri (senza tirarla troppo per le lunghe, come succede nei romanzi) mi pare un aspetto irrinunciabile e formativo della letteratura.

“Tu, sanguinosa infanzia” di Michele Mari, perché le storie non sono mai composte soltanto dalle loro variazioni narrative, ma servono ad aprire squarci metafisici, a mostrare la possibilità di un altrove: imparare a immaginare fa vivere meglio, ed è un’esigenza concreta.

“L’ubicazione del bene” di Giorgio Falco, una raccolta di racconti che lavora esattamente in una dimensione di fiction pura, senza per questo rinunciare alla responsabilità di porsi come istanza critica della realtà tout court, e i ragazzi non devono mai smettere di criticare, cioè analizzare e discernere.

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