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Narratori d'oggi. Intervista a Alessandra Sarchi

Alessandra Sarchi1  a cura di Morena Marsilio

1. Sui generi letterari

Negli ultimi vent’anni la narrativa italiana sembra essere stata egemonizzata da due generi dallo statuto ibrido, la non fiction e l’autofiction. Il primo sembra porre al centro del racconto, seppur con diversi “effetti di narratività”, la ricostruzione di fatti di cronaca, l’attraversamento in chiave saggistico-riflessiva di temi legati all’attualità, il diario di viaggio, la rielaborazione di un’inchiesta; il secondo, invece, è la risultante dell’operazione in parte mistificante da parte di un “trickster” (Siti), ossia di un io-narrante che mescida liberamente fatti realmente accadutigli e fatti inventati.

Come si pone rispetto all’uno e all’altro genere? Li sente consoni al suo modo di rappresentazione del mondo?

Credo di essere una scrittrice di finzione. Amo i romanzi e i racconti. Trovo che allestiscano visioni del mondo e aperture cognitive non meno potenti dei generi che, abbassando il tasso di figuralità, di costruzione dell’intreccio e di definizione dei personaggi, puntano sulla presa diretta rispetto agli accadimenti o sulla riflessione sociologica e antropologica. Le scritture che vanno sotto la dicitura di ‘non fiction’ mi interessano nella loro varietà e sperimentazione, in quanto nello scarto rispetto a un codice o nella ibridazione si produce mediamente qualcosa di nuovo e di potenziale. In Italia è sempre esistita una forte tradizione non romanzesca, anzi in alcuni momenti storici è stata prevalente per quantità e qualità. Io vedo, peraltro, un continuum fra questi  diversi impieghi della scrittura ravvisabile nell’uso della lingua e delle sue possibilità morfologiche ed espressive. Un discorso analogo vale anche per la cosiddetta autofiction, rispetto alla quale mi pare comunque che l’Italia sia arrivata dopo che in Francia si erano prodotte opere in cui l’io narrante gioca un ruolo dialettico più interessante rispetto al binomio fatti veri/fatti inventati. Penso a scrittori come Modiano e Carrère, ma volendo risalire all’indietro anche Duras era già su questa strada. Il problema della realtà dei fatti si pone soprattutto a chi scrive, o riscrive, la Storia. Gli esiti più convincenti in tale senso si hanno, a mio parere, nei testi in cui il rigore della ricerca si accompagna all’immaginazione, alle supposizioni, alle proiezioni che crescono sullo stesso terreno dei fatti ma, per così dire, a un’altra quota.  Viceversa, la distinzione tra fatti realmente accaduti e fatti inventati, specie quando si tratta di un racconto in prima persona, non mi ha mai particolarmente convinto, funziona molto bene come spediente per attirare, al presente, l’attenzione su di sé. Ma gli scrittori sono per natura bugiardi, sognatori e mistificatori, perché dar credito, e seguito, a patenti di realtà o irrealtà biografiche, quando sappiamo bene che il contenuto di verità o di svelamento risiede nell’opera stessa e non in quanto è esterno a essa?

 2. Sulla finzione

Non è tuttavia venuta meno la scrittura di romanzi e di racconti “tout court” in cui nel trattamento del tempo, nella costruzione dei personaggi e nel patto con il lettore agisce quella “sospensione dell’incredulità” che già due secoli or sono Coleridge aveva indicato come tratto distintivo dell’opera finzionale. Qual è la sua posizione in proposito? Crede che la finzione sia ormai colonizzata dall’intrattenimento o che mantenga viceversa un proprio potere di rivelazione e di verità?

Non vedo per quale ragione la scrittura di finzione dovrebbe essere terreno per l’intrattenimento, più di quanto non siano i generi non-fiction. L’efficacia di una narrazione non si misura nel tasso di dati reali che contiene quanto nella capacità di rielaborare in una forma trasmissibile l’esperienza umana, la reazione delle donne e degli uomini al loro essere su questo pianeta con una casualità che di volta in volta deve fare i conti con la biologia e la storia. Da secoli gli studiosi si domandano quanti episodi o quanti nuclei dell’Iliade, per fare l’esempio di un testo fondativo della nostra letteratura, siano storicamente accaduti, e in che modo. Domande utili per arricchire la lettura e la comprensione del poema, che rimane comunque una rielaborazione poetica di vicende sovrapposte e stratificate nel tempo, di miti e leggende. Sono persuasa che la forza di uno scrittore sia nella sua capacità di trasfigurazione della materia trattata, sia che la trasfigurazione consista in un’illusione ottica che la faccia sembrare più vera del vero, o più onirica e fantastica dei sogni.

3. Passato e presente

Gli autori contemporanei tendono ad avere un forte legame con forme di espressione extraletteraria e non necessariamente italocentrica: i frequenti riferimenti vanno alla musica, ai fumetti, al cinema, alla fotografia oltre che alla letteratura straniera, specie nordamericana. Quali sono i suoi modelli prevalenti, letterari e non? Ritiene che la condizione visiva e multimediale dell’immaginario abbia interrotto l’eredità dei padri e la duplice tradizione del realismo e del modernismo?

I riferimenti extraletterari che sento più vicini a me sono quelli figurativo-visivi, in ragione della mia formazione come storica dell’arte. Mi domando peraltro quanto sia corretto parlare di extraletterarietà in una tradizione come quella italiana che da Vasari in poi vanta una prosa d’arte che da sempre fornisce linguaggio, codici, e riferimenti mescolandosi alla prosa letteraria tout-court. Ciò che noto, viceversa, è un progressivo ridursi di questa dimestichezza con l’arte figurativa. Se gli scrittori del dopoguerra italiano – penso a Gadda, Calvino, Volponi, Banti, Morante, per fare i primi nomi che mi soccorrono, avevano familiarità con opere, autori e questioni che percorrevano il mondo dell’arte tanto da trarne frequenti spunti sotto svariate forme, oggi i riferimenti vanno, prevalentemente, ad altre forme di visualità. Di certo il rapporto fra parole e immagini è ben lungi dall’essersi assestato, per il rinnovo continuo di una tecnologia sempre più avvolgente e tesa ad abolire le distanze fra i diversi codici, nel simulacro della simultaneità.   

 3. “Scritture di resistenza”

Più di un critico parla, a proposito della postura di molti scrittori contemporanei, di una ‘partecipazione civile’ e di una ‘responsabilità’ che, seppure con sfumature difformi, lo porta a «prendere la parola sul presente» (Donnarumma). Ritiene anche lei che la narrativa italiana degli ultimi vent’anni si ponga come una forma di «scrittura di resistenza», come uno dei pochi modi possibili rimasti all’intellettuale per realizzare una «sfida  politica» che consiste non nella restituzione testimoniale dei fatti ma «nell’apertura di uno spazio altro, che sposta lo sguardo e complica le cose» (Boscolo-Jossa)?

Non so quanta resistenza ci sia nella scrittura italiana degli ultimi vent’anni, temo che quest’espressione risulti un po’ oltraggiosa per chi la resistenza l’ha fatta e vissuta, anche se capisco che da parte di chi l’ha formulata in sede critica c’era la volontà di distinguere l’ultima generazione di scrittori dal disimpegno del postmodernismo letterario. Credo che il discorso vada un po’ ampliato. Bisognerebbe domandarsi di che cosa vivano scrittrici e scrittori oggi, quanti riescano a campare del loro scrivere e come, insomma riportare un po’ le cose alla loro materialità. Di quali scrittrici e scrittori si può dire che abbiano un peso politico? Si direbbe quelli più mediaticamente esposti, e dunque meglio inseriti nel sistema di comunicazione, non necessariamente quelli con una visione più scardinante o critica. In generale, direi che il ceto intellettuale sia talmente impoverito, di orizzonti e risorse, e socialmente sminuito e poco credibile che l’incidenza politica di quello che scrive o dice risulti modesta, spesso solo autoreferenziale. Che poi sia compito di chi scrive, e ha l’agio di pensare, di farlo sempre in maniera critica, responsabile e partecipe del proprio tempo mi pare un assunto davanti al quale nessuno scrittore vero può negarsi. Ma forse la vera resistenza da praticare è quella all’irrilevanza di un ruolo sociale sempre più attaccato e ridicolizzato nel nostro paese.

 4. Sullo stile e la ricerca linguistica

Studiosi della lingua come Giuseppe Antonelli o Maurizio Dardano parlano, a proposito della mancanza di  stile diffusa nella narrativa più recente, di “traduttese” o di “stili provvisori”. Eccezion fatta per quella narrativa di consumo poco incline a una ricerca espressiva di qualità, a noi sembra invece che sia in corso un’inversione di tendenza rispetto a questa visione piuttosto riduttiva. Quale ruolo attribuisce all’aspetto stilistico del suo lavoro? Quali sono gli elementi preponderanti su cui fonda la sua espressione linguistica (sperimentazione e/o pastiche linguistico, uso insistito di artifici retorici, mimesi del parlato o, al contrario, lo “stile semplice” di cui ha parlato Testa)?

La mia ricerca linguistica si svolge sia sul piano del lessico sia su quello della sintassi. Ho da sempre una fascinazione per il linguaggio della scienza medica e biologica, e ho cercato nei miei romanzi di farne un uso volto ad avvicinare con più precisione i processi della materia. Ogni lingua porta con sé una visione del mondo: quella medico-scientifica raffredda la temperatura sentimentale descrivendo con oggettività ciò che spesso è sentito in maniera soggettiva ed emotiva. Anche questa oggettività è uno dei tanti giochi linguistici possibili, ma è interessante vedere come reagisce con il racconto della soggettività e dei sentimenti. Amo la precisione e la sorpresa linguistica, che sono virtù della poesia ancora prima che della prosa. Soprattutto apprezzo la costruzione della prosa in senso architettonico. Un buon romanzo è come un bell’edificio: deve avere, in facciata, punti di forza e di attrazione estetica, solida fondamenta, stanze ariose e luminose in cui muoversi e sostare. Deve essere uno spazio in cui si ha voglia di ritornare.

5. Sui temi

Nei romanzi scritti a partire dagli anni Zero anni pare possibile individuare un nucleo di tematiche ad ampio spettro antropologico e al contempo fortemente radicate nella condizione presente. La sua sensibilità di narratore quali temi le fa sentire particolarmente vicini al suo modo di rappresentazione della realtà?

Il grande tema che mi sembra accomunare tutto quello che ho scritto finora è l’essere umano diviso fra natura e cultura. Dentro c’è la mia attenzione verso il pensiero filosofico ecologico, la perplessità e l’attrazione verso il post-human come possibilità di evolvere verso un diverso tipo di condizione di vita, il rapporto con la Terra, intesa come suolo, paesaggio, vita animale e vegetale, fondante per tutta la mia esperienza. Ritrovo l’attenzione per i cambiamenti nel paesaggio naturale e urbanizzato in molti scrittori della mia generazione e mi sembra ovvio, dal momento che stiamo assistendo dal dopoguerra in poi a un cambiamento radicale dei luoghi e dei modi in cui viviamo. Se il paesaggio era visto come una datità rassicurante e pittoresca dagli scrittori dei secoli passati, penso alla letteratura del Grand Tour per fare un esempio, è oggi visto come un’entità mutevole, potenzialmente fuori controllo sui cui si riversano molte delle ansie esistenziali del presente. Anche nella definizione dei rapporti interpersonali e sociali vige la stessa mutevolezza e instabilità che la letteratura accoglie e descrive.

6. Sullo storytelling

Negli ultimi decenni la narrazione è stata “esportata” massicciamente, dando luogo a uno storytelling diffuso. Ogni “discorso” viene narrativizzato, dalla politica al marketing, per approdare alle «convergenze» che Ceserani ha segnalato tra le molte discipline, anche di area scientifica e tecnica, e la letteratura, capace di “prestare” loro potenti strumenti espressivi. Ritiene che questo sconfinamento della narratività sancisca un suo punto di forza o che, viceversa, ne riveli la crescente debolezza in un mondo sempre più assediato dall’immaginario?

Raccontare storie è una necessità, altrimenti non lo si farebbe, non lo si sarebbe fatto nel corso di millenni, nelle situazioni più difficile e disperate: in guerra, in punto di morte, abbandonati, traditi, deportati e imprigionati. Invece molte narrazioni importanti sono nate proprio a ridosso di eventi del genere. La modernità ha incrementato il tasso di espressività delle masse e dei singoli, i social network amplificano questa possibilità, tutti parlano, dichiarano, scrivono. Cresce il rumore di fondo, ma io credo che questo non influisca in modo determinante sulla scrittura di ricerca che rimane diversa, per spessore e portata, dall’atto comunicativo o espressivo di grado zero. Forse risulta più difficile portare i lettori a impegnarsi con testi compiuti e complessi, dal momento che possono soddisfare le loro esigenze di informazione e comunicazione tramite l’estesa e polverizzata galassia del web. C’è da domandarsi, ad esempio, se oggi Madame Bovary leggerebbe ancora quei romanzi che le accendevano la fantasia e le facevano palpitare il cuore, o troverebbe quello stesso tipo di alimento su Facebook o sui numerosi blog, o magari in qualche serie televisiva. Ciò non toglie il fatto che il personaggio di madame Bovary non potrebbe essere creato meccanicamente dal web, così come non fu creato dai romanzetti che Flaubert faceva leggere al suo personaggio. Quello che voglio dire è che nella letteratura c’è sempre un salto di scala che rielabora, filtra, seleziona una materia magari comune a moltissimi, eppure mai tradotta prima in una forma unica e definitiva.

7. Lettori in formazione

Nonostante la diffusa disaffezione delle giovani generazioni per la pratica della lettura, la scuola resta un importante baluardo per cercare di innescare un circolo virtuoso tra giovani e lettura, soprattutto facendo leva su quello spazio, insieme periferico e centrale, di libertà costituito dalle letture personali assegnate nel corso dell’anno scolastico. È in questo ambito, inoltre, che, accanto ai classici, si potrebbe utilmente mettere in contatto i ragazzi con la narrativa dell’estremo contemporaneo. Potrebbe indicare tre romanzi o raccolte di racconti italiani o stranieri degli ultimi vent’anni, a suo parere irrinunciabili, che proporrebbe in  lettura ad adolescenti tra i 16 e i 18 anni?

Lezioni di Tenebra di Helena Janeczek; Le Variazioni Reinach di Filippo Tuena;

Riparare i viventi di Maylis de Kerangal.

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