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Narratori d'oggi. Intervista a Helena Janeczek

 

helena janeczek A cura di Morena Marsilio

Sui generi

Negli ultimi vent’anni la narrativa italiana sembra essere stata egemonizzata da due generi dallo statuto ibrido, la non fiction e l’autofiction. Il primo sembra porre al centro del racconto, seppur con diversi “effetti di narratività”, la ricostruzione di fatti di cronaca, l’attraversamento in chiave saggistico-riflessiva di temi legati all’attualità, il diario di viaggio, la rielaborazione di un’inchiesta; il secondo, invece, è la risultante dell’operazione in parte mistificante da parte di un “trickster” (Siti), ossia di un io-narrante che mescida liberamente fatti realmente accadutigli e fatti inventati.

Come si pone rispetto all’uno e all’altro genere? Li sente consoni al suo modo di rappresentazione del mondo?

Ricorro spesso a un io-narrante che si discosta da quello tipico dell’autofiction. Il mio primo libro, Lezioni di tenebra, è una narrazione memoriale (o post-memoriale per usare il termine coniato da Marianne Hirsch), dove la voce che dice “io” si fa garante delle vicende della madre sopravvissuta e dei famigliari uccisi a Auschwitz, ma tematizza al tempo stesso i silenzi, le reticenze, le mistificazioni protettive tessute intorno a quel lascito traumatico. Proprio per questo non era possibile che quel “io” autobiografico potesse liberamente ibridare realtà e finzione. A partire da lì, mi sono occupata spesso dell’intreccio tra realtà e finzione, ma ho sempre “mostrato il trucco” quando mi sono servita di un espediente “autofinzionale”, come per esempio, nelle prime pagine di Le Rondini di Montecassino.

Preferisco lavorare su materiali biografici, memorialistici, storici, cronachistici ecc., sperimentando una varietà di forme narrative volte a trasformare quei contenuti non finzionali in costruzioni letterarie.

Sulla finzione

Non è tuttavia venuta meno la scrittura di romanzi e di racconti “tout court” in cui nel trattamento del tempo, nella costruzione dei personaggi e nel patto con il lettore agisce quella “sospensione dell’incredulità” che già due secoli or sono Coleridge aveva indicato come tratto distintivo dell’opera finzionale. Qual è la sua posizione in proposito? Crede che la finzione sia ormai colonizzata dall’intrattenimento o che mantenga viceversa un proprio potere di rivelazione e di verità?

I romanzi (i romanzi, soprattutto, in quanto genere “mainstream”) spesso non sembrano più molto capaci di conseguire la sospensione dell’incredulità, e tra essi non fanno difetto quelli che rielaborano delle “storie vere”. Penso sia in parte un problema legato alle troppe narrazioni che ci circondando, soprattutto quelle per immagini che hanno una forza di impatto “realistico” tanto superiore. Gli scrittori forse perdono la fiducia nei loro strumenti o disimparano a suonare tutte le corde che hanno a disposizione: lingua, composizione, montaggi, punti di vista, cura del dettaglio, consapevolezza di quanto sia utile lo straniamento teorizzato da Viktor Šklovskij. Bastano però pochi scrittori in grado di creare finzioni letterarie persuasive - penso, per esempio, allo straordinario Exit West di Mohsin Hamid che mischia il tema della crisi migratoria a topoi distopici mutuati da un classico fantasy come Le cronache di Narnia - perché io possa dirmi certa che la “letteratura di finzione” riesce ancora a farsi veicolo di verità irraggiungibili con altre forme espressive.

Passato e presente

Gli autori contemporanei tendono ad avere un forte legame con forme di espressione extraletteraria e non necessariamente italocentrica: i frequenti riferimenti vanno alla musica, ai fumetti, al cinema, alla fotografia oltre che alla letteratura straniera, specie nordamericana. Quali sono i suoi modelli prevalenti, letterari e non? Ritiene che la condizione visiva e multimediale dell’immaginario abbia interrotto l’eredità dei padri e la duplice tradizione del realismo e del modernismo?

Diciamo che amo molto molti classici - francesi, russi, inglesi, tedeschi e sì, anche americani (se “vale” Henry James) -  e solo alcuni degli scrittori   americani contemporanei. L’impoverimento della letteratura a cui accennavo sopra non credo sia dovuto ai troppi libri tradotti o al fatto che siamo immersi in un mondo di narrazioni visive e multimediali. Penso che la cassetta degli attrezzi di molti scrittori sia diventata troppo “standard” per trattare quei “nuovi contenuti" con la sicurezza e l’irriverenza creativa di chi ha basi solide; vale a dire uno scrittore che abbia letto molto e, sopratutto, conosca la letteratura italiana.   

Per contro, uno scrittore “ipercolto” come Michele Mari s’è cimentato con i Pink Floyd, così come l’opera di Tommaso Pincio testimonia quanto il “pop” americano possa dare vita a una poetica particolarissima e una lingua splendidamente italiana. Sul versante americano posso citare una strepitosa lezione di George Saunders sull’Armata a Cavallo di Isaac Babel’ sentita a Mantova. Insomma i migliori scrittori sanno crearsi dei percorsi, nel tempo e nello spazio, sulla mappa della letteratura.

Non saprei dirle con precisione quali siano i miei modelli, scopro spesso a posteriori quali letture ho più intensamente interiorizzato in fase di scrittura.

“Scritture di resistenza”

Più di un critico parla, a proposito della postura di molti scrittori contemporanei, di una ‘partecipazione civile’ e di una ‘responsabilità’ che, seppure con sfumature difformi, lo porta a «prendere la parola sul presente» (Donnarumma). Ritiene anche lei che la narrativa italiana degli ultimi vent’anni si ponga come una forma di «scrittura di resistenza», come uno dei pochi modi possibili rimasti all’intellettuale per realizzare una «sfida  politica» che consiste non nella restituzione testimoniale dei fatti ma «nell’apertura di uno spazio altro, che sposta lo sguardo e complica le cose» (Boscolo-Jossa)?

Salta all’occhio che molte delle opere più significative della recente letteratura italiana abbiano un afflato civile, declinato con caratteristiche formali anche molto diverse, cosa che depone per la spontanea urgenza di quel “post-modern impegno”. Del resto, un numero notevole di scrittori e scrittrici italiane si dedica a progetti culturali legati al sociale, come l’insegnamento nelle carceri oppure dell’italiano ai migranti (la scuola Penny Wirton creata da Eraldo Affinati), o le attività didattiche dei “Piccoli maestri” radunati da Elena Stancanelli. Credo che lo stato di grave crisi del sistema socio-politico e culturale italiano alimenti negli scrittori questo sincero desiderio di prendersi quel poco spazio - politico in senso lato - che riescono ad affidare alle loro opere e, talvolta, portare al di fuori di esse. È una postura in cui la consapevolezza del proprio ruolo marginale coincide con la libertà che ci si può prendere. In paese ammorbato di vittimismo e cinismo mi pare uno slancio vivificante in cui mi riconosco volentieri.

 Sullo stile e la ricerca linguistica

Studiosi della lingua come Giuseppe Antonelli o Maurizio Dardano parlano, a proposito della mancanza di  stile diffusa nella narrativa più recente, di “traduttese” o di “stili provvisori”. Eccezion fatta per quella narrativa di consumo poco incline a una ricerca espressiva di qualità, a noi sembra invece che sia in corso un’inversione di tendenza rispetto a questa visione piuttosto riduttiva. Quale ruolo attribuisce all’aspetto stilistico del suo lavoro? Quali sono gli elementi preponderanti su cui fonda la sua espressione linguistica (sperimentazione e/o pastiche linguistico, uso insistito di artifici retorici, mimesi del parlato o, al contrario, lo “stile semplice” di cui ha parlato Testa)?

Credo che la mia sia una lingua duttile, varia di registri, spesso mimetica, con una naturale tendenza all’ipotassi. Lavoro molto sul ritmo, sui pieni e sui vuoti che si creano tra frasi semplici e periodi più ricchi di torsioni, coloriture e tropi. In diversi libri ho usato parole e frasi in lingue straniere, perché corrispondono alla mia formazione multilinguistica, ma solo quando il contesto le giustifica, non per un gusto del pastiche.

Sui temi

Nei romanzi scritti a partire dagli anni Zero anni pare possibile individuare un nucleo di tematiche ad ampio spettro antropologico e al contempo fortemente radicate nella condizione presente. La sua sensibilità di narratore quali temi le fa sentire particolarmente vicini al suo modo di rappresentazione della realtà?

Il tema a me più congeniale - non da oggi - sono le vicende di persone che si trovano a migrare da un luogo all’altro e poi devono trovare un modus vivendi in quelle nuove coordinate. Gli incontri con l’altro (mi secca scriverlo con la maiuscola), nel mondo globalizzato, pieno di solitudini, frontiere e smottamenti creato dalla modernità.

Sullo storytelling

Negli ultimi decenni la narrazione è stata “esportata” massicciamente, dando luogo a uno storytelling diffuso. Ogni “discorso” viene narrativizzato, dalla politica al marketing, per approdare alle «convergenze» che Ceserani ha segnalato tra le molte discipline, anche di area scientifica e tecnica, e la letteratura, capace di “prestare” loro potenti strumenti espressivi. Ritiene che questo sconfinamento della narratività sancisca un suo punto di forza o che, viceversa, ne riveli la crescente debolezza in un mondo sempre più assediato dall’immaginario?

Lo storytelling applicato alle scienze può essere buona divulgazione, prestato a contenuti politici o pubblicitari diventa veicolo di propaganda (uso il termine in senso avalutativo), ha insomma un fine preciso. Per questo lo storytelling non può bastare alla letteratura, dove nessuna storia è un mezzo e, in fondo, neanche un fine.

Lettori in formazione

Nonostante la diffusa disaffezione delle giovani generazioni per la pratica della lettura, la scuola resta un importante baluardo per cercare di innescare un circolo virtuoso tra giovani e lettura, soprattutto facendo leva su quello spazio, insieme periferico e centrale, di libertà costituito dalle letture personali assegnate nel corso dell’anno scolastico. È in questo ambito, inoltre, che, accanto ai classici, si potrebbe utilmente mettere in contatto i ragazzi con la narrativa dell’estremo contemporaneo. Potrebbe indicare tre romanzi o raccolte di racconti italiani o stranieri degli ultimi vent’anni, a suo parere irrinunciabili, che proporrebbe in lettura ad adolescenti tra i 16 e i 18 anni?

Mohsin Hamid, Exit West, Einaudi

Tommaso Pincio, Un amore dell’altro mondo, Einaudi

Melania Mazzucco, Sei come sei, Einaudi

Ho pensato a una rosa di titoli non troppo voluminosi, non troppo facili, non troppo banalmente “educativi” che fossero vicini ai ragazzi, ma consentissero di ampliare il loro orizzonte sia rispetto ai mondi narrati, sia alle potenzialità della letteratura.

 

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