La scuola e noi

È lo spazio di lavoro ed intervento degli insegnanti. In questo spazio i docenti si confrontano e riflettono sull'insegnamento della letteratura sia in termini didattici che teorici ed elaborano riflessioni, critiche e proposte sulla scuola italiana. 

L’officina di lettura, il reading workshop e un taccuino blu

Copia di 20170428 0017w Premessa: metodi, modelli e strumenti, una falsa questione

Competenze vs conoscenze, lezione frontale vs flipped class, learning by doing vs didattica tradizionale: e se la smettessimo una volta per tutte di fare i guelfi e ghibellini? Di inneggiare alle tecniche e agli strumenti o di demonizzarli tout court? Continuo a pensare che ciascuna lezione sia una relazione con gli studenti, una traduzione del sapere in sapere da conoscere, e quindi essa non possa dipendere solo dagli strumenti o da categorie pedagogiche. Dobbiamo riappropriarci del contesto e degli obiettivi concreti legati al nostro mandato istituzionale: non esiste un metodo efficace o non efficace a prescindere, ma contesti diversi, strumenti diversi e obiettivi diversi, con buona pace di certi facili dibattiti tra innovatori e tradizionalisti. Come sempre due sono le caratteristiche che salvano noi docenti: l’empatia, per capire ragazzi e leggere la realtà, e lo studio costante, per trovare la via più adatta a trasmettere il sapere.

Proverò a dimostrarlo con un esempio concreto, con la mia sperimentazione di quest’anno alla scuola secondaria di primo grado, partendo da lontano. Da un taccuino blu.

Il decreto sull'integrazione: un commento di Dario Ianes

20170401 0047w Il Decreto sull`inclusione (sarebbe giusto dire sull`integrazione) degli alunni con disabilità non è soltanto un` occasione persa per tentare di evolvere alcuni processi fondamentali, rappresenta per alcuni aspetti un significativo regresso. Culturale innanzitutto, dato che rimangono centrali i poteri di un modello antropologico sostanzialmente medico, anche se orientato ad ICF, come vedremo più avanti, e la figura speciale dell`insegnante di sostegno. Evolvere un approccio culturale alla disabilità in un`ottica davvero inclusiva  era certo chiedere troppo.

Verso due fratture strutturali: separazione tra gradi di scuola e fra insegnanti

I semi del regresso sono ben distribuiti, anche nel decreto sulla formazione e reclutamento dei docenti della secondaria, che va letto in parallelo. Con questi due decreti si allontanano sempre di più due mondi: quello della scuola dell`infanzia e primaria e quello della secondaria. Si allontanano per i percorsi formativi universitari, che potevano essere avvicinati nella composizione dei piani di studio, e per l`assenza di un fattore di qualità per i processi di integrazione e cioè le ore settimanali di programmazione collegiale. Si allontanano anche per un altro fatto: i percorsi formativi post concorso alla secondaria (FIT) sono divisi tra percorso per insegnanti normali e percorso per insegnanti di sostegno, diversamente dalla primaria. Questa divisione strutturale incentiverà meccanismi di deresponsabilizzazione tra gli insegnanti curricolari, che molto probabilmente delegheranno ai colleghi di sostegno la questione integrazione, con esiti negativi in termini di partecipazione e appartenenza al gruppo classe.

Queste due fratture sono elementi strutturali negativi, anti-inclusione.

Amianto e storia operaia. Alberto Prunetti incontra gli studenti

alberto prunetti A cura di Daniele Lo Vetere

Lo scrittore Alberto Prunetti ha incontrato gli studenti e le studentesse di un liceo senese. Questa è l'intervista che il nostro collaboratore Daniele Lo Vetere gli ha fatto in quell'occasione.

1. Amianto è la storia di tuo padre, ma è anche la storia di tutti i morti per amianto italiani; ancor di più, direi, è la storia dei morti di fabbrica tutti. C'è un pezzo di storia operaia dentro questo libro, entro quella va contestualizzato. Dentro questa storia però ci sei anche tu. Nel libro c'è un'immagine simbolicamente molto efficace, che riconnette la storia privata a quella nazionale: dici di essere nato a Piombino, ma concepito a Casale Monferrato, la città dell'amianto. È come se tu avessi sentito che nella tua persona precipitava la storia precedente della nazione, di una classe sociale, di tuo padre e di chi l'ha preceduto. C'è anche l'orgoglio di un'appartenenza, anche se è doloroso e rabbioso perché ha significato morte. Questo autobiografismo “non autoreferenziale”, se mi passi la formula approssimativa, dà al tuo libro, che comunque è il racconto fedele, documentato, della vita e della morte di tuo padre, una forza notevole, che va oltre il libro di denuncia o il racconto biografico. Almeno questo è quello che ho sentito leggendolo. Ho sovrainterpretato?

Sì, nelle mie intenzioni c’era proprio questo: mettere in tensione la storia personale con la storia di una classe sociale e poi vedere l’effetto che fa. Si creava attrito con le narrazioni delle vulgate correnti sulla fine della classe operaia, il miracolo economico, la bolla economica e antropologica degli anni Novanta? Era una memoria personale, un omaggio privato al padre, o piuttosto un frammento di un più esteso atlante delle memorie operaie? E’ una narrazione della crisi e del conflitto? Un’autofiction raccontata una volta tanto senza narcisismo o pietismi? Direi un po’ di tutto questo. E’ anche un testo che cerca di legare due generazioni, in anni in cui, tagliando a mansalva diritti e welfare, ci raccontavano la panzana dei “vecchi che avevano vissuto nel lusso”, dei pensionati “che a lavoro strisciavano solo il cartellino”. Il debunking di uno storytelling odioso che infamava il duro lavoro di una generazione di operai, gli stessi che a partire dagli anni Sessanta avevano strappato diritti e salario a padroni che non regalavano nulla. Tute blu con la terza media in tasca che, a colpi di sacrifici, complice una democratizzazione dell’accesso agli studi, avevano fatto studiare i figli fino all’università, pagando talvolta un duro prezzo sul corpo e sulla salute. Tutto questo sta in Amianto, ma non lo racconto con queste parole, ma con aneddoti e pagine che alternano umorismo e tragedia, leggerezza e densità. In parte Amianto è anche una scrittura di formazione. Anzi di deformazione, perché il corpo del protagonista si deforma pagina dopo pagina.

Pagine a prova di alunno. La letteratura e le scuole difficili

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Volavano le sedie

Sono entrato in classe per la prima volta a ventisei anni non compiuti. Venni convocato a inizio ottobre in un istituto professionale statale per l’industria e l’artigianato (IPSIA) della provincia di Perugia, per una supplenza in Italiano e Storia che poi durò tutto l’anno. Ricordo bene il bacio di mia moglie prima di uscire di casa e il maglioncino di cotone morbido che ritenni adatto per il mio primo in assoluto giorno in cattedra. Poi venti minuti di macchina, durante i quali ascoltai un po’ di radio senza sentire nulla, ebbro della constatazione che finalmente il momento sognato fin dai tempi del liceo fosse finalmente arrivato. Parcheggiata l’auto nel grande piazzale gremito di motorini, per un attimo mi sentii felice e mi beai tra me e me: «prof. Contu, suona bene». Varcata la porta della scuola chiesi degli uffici a una signora in camice blu seduta in portineria. Venni accompagnato alla segreteria del personale da dove mi spedirono immediatamente in presidenza: il dirigente mi stava aspettando. Ovviamente non colsi l’anomalia che intesi invece come ineccepibile cortesia. Bussai alla porta, il preside mi fece accomodare all’istante. Ricordo il doppiopetto, la cravatta, gli occhialetti da ragioniere. «Benvenuto professore». In cinque minuti venni messo in guardia sulla «terribile I°E meccanica» che aveva già collezionato tre consigli straordinari in meno di un mese di scuola. Venni congedato con un «le auguro buon lavoro professore, vedo che è molto giovane, se la saprà cavare». Non mi resi conto del messaggio, salutai con un bel sorriso di circostanza e mi avviai verso il mio battesimo scolastico. Ricordo vagamente il percorso di avvicinamento alla classe, erano le circa undici di giovedì mattina, questo lo so per certo perché mi dissero che avrei dovuto tenere, mi dissero proprio «tenere», la I°E meccanica durante le ultime due ore di lezione. Ricordo invece perfettamente e mai lo dimenticherò l’istante successivo in cui ho aperto la porta dell’aula. Come potrei dimenticare. Vidi una sedia volare da una parte all’altra della classe, lanciata da uno studente contro un altro che per un pelo riuscì a schivare il colpo.

La delega sull'inclusione al tempo dei fichi secchi

08 Guido Guidi La tomba Brion 16969Anche se a tratti il mio tono sarà assertivo, desidero dire che non ho chiara la direzione da seguire. Mi sembra che i nostri orizzonti si vadano sempre più offuscando, come se le spinte contrapposte che ci animano sollevassero troppa polvere da terra. L'unica cosa che mi sembra di vedere con chiarezza è questa polvere.

Passaggi di tempo in compagnia del nulla

Oggi, 4 aprile, si terrà un incontro fra MIUR e sindacati per limare alcune parti dello schema di decreto legislativo sull'inclusione. Siamo giunti alle ultime battute di un annoso confronto. Difatti, si discute di riformare il sistema d'integrazione italiano oramai da molti anni. Già nel 2006 era stata depositata in Parlamento, su iniziativa di alcune associazioni dei familiari delle persone con disabilità, una proposta di legge di cui era prima firmataria l'onorevole Zanotti. L'iniziativa però decadde, insieme alla legislatura del secondo governo Prodi.

Del 2011 è il noto e discusso rapporto Gli alunni con disabilità nella scuola italiana: bilancio e proposte, redatto da Treeelle, Caritas Italiana, Fondazione Giovanni Agnelli e pubblicato dalla Erickson. Nel rapporto il gruppo di ricerca1 individuava i «nodi critici del modello attuale» e ipotizzava cinque nuove linee strategiche di intervento incentrate su:

  1. L'evoluzione dell'attuale figura dell'insegnante di sostegno, con «il passaggio degli insegnanti di sostegno all'organico delle scuole e contemporaneamente la creazione di un congruo numero di insegnanti “specialisti” ad alta competenza» (p. 195), senza ore di lavoro didattico diretto con gli alunni con disabilità e in grado di fornire un supporto tecnico alle scuole.

  1. Come seconda linea d'intervento si ipotizzava «l'abolizione degli effetti scolastici della certificazione sanitaria e nuove modalità di attivazione delle risorse umane e finanziarie» (p.196). Le scuole, di raccordo con i docenti specialisti dei CRI (Centri di risorse per l'inclusione), avrebbero dovuto “leggere” i bisogni degli alunni con disabilità e formulare le richieste di organico. La certificazione medica non sarebbe più stata la base per determinare le risorse di organico aggiuntivo delle scuole2.

  1. I CRI, nelle intenzioni dei proponenti, costituivano strutture amministrative autonome a livello provinciale che svolgevano le funzioni di sportello unico per le famiglie e definivano di concerto con le scuole le risorse umane, le attrezzature e le risorse finanziarie da assegnare agli istituti scolastici.

  1. Anche l'ipotesi di individuare forme di valutazione per la qualità dell'integrazione, istituendo un «patto» fra CRI, scuola e famiglie contenente gli elementi di intervento minimi vincolanti e i livelli di soddisfazione richiesti dalle famiglie, faceva parte delle linee progettuali proposte nel rapporto.

  1. Infine si auspicava l'attivazione di un coordinamento e di un monitoraggio centrale dei processi di integrazione scolastica.

Il rapporto - sia nel merito delle proposte avanzate che per il metodo utilizzato (alcuni addetti ai lavori ne contestavano la scientificità) - suscitò numerose polemiche, ben presto scalzate tuttavia dall'infiammarsi del dibattito sui BES a seguito dell'emanazione della circolare ministeriale del 27 dicembre 2012.

Tra assestamenti e contrapposizioni passano altri anni. L'ultima tappa prima dell'emanazione delle deleghe della 107 è costituta dalla proposta di legge 2444. Era il 10 giugno 2014 quando la FISH (Federazione Italiana per il superamento dell'handicap) e la FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali di Persone con Disabilità) presentavano la 2444 trovando sponda nel governo3. É di questa proposta che per mesi e mesi abbiamo dibattuto pubblicamente. Anche su questo blog.

L'approvazione della delega ha però inconfutabilmente rivelato che abbiamo discusso invano. Perché malgrado gli annunci dell'allora primo ministro Matteo Renzi (il 5 aprile del 2016) dell'allora ministra Giannini (10 aprile dello stesso anno alla Leopolda di Palermo), e dell'allora sottosegretario Faraone ( il 25 e il 26 settembre 2016), le deleghe annunciate come in corso di emanazione venivano rinviate senza che più nessun interlocutore ne conoscesse il contenuto. Al proliferare di dettagli tecnici, di tavoli e di confronti si era sostituito il nulla.

Alfabeto delle letture

alfabeto 20110918 0349 Forniamo di seguito un  piccolo “alfabeto” di letture integrali da proporre in classe al biennio e al triennio delle superiori.

A come Animali

Doris Lessing, Gatti molto speciali, Feltrinelli, Milano 2013 Per il biennio

Nella vita di Doris Lessing (1919-2013), premio Nobel per la letteratura, i gatti hanno svoltoun ruolo molto importante. In questo libro la scrittrice ci racconta dei gatti che ha avuto: di ognuno descrive carattere, abitudini, piccole e grandi esperienze. E attraverso i suoi gatti racconta se stessa.

A come Amore

Haruki Murakami, 1Q84, Einaudi, Torino 2011 Per il triennio

Un taxi intrappolato nel traffico della tangenziale di Tokyo. Un autista, una passeggera, musica di sottofondo. Apparentemente niente di più ordinario, banale … eppure... eppure il taxi è straordinariamente silenzioso, l’ingorgo è inusuale, a quell’ora, su quella strada…. Inizia così imprimo libro della la trilogia 1Q84 di Haruki Murakami, che racconta una grande storia d’amore sospesa tra realtà e sogno.

B come Barriere

Arundhati Roy, Il dio delle piccole cose, Guanda, Milano 2004 Per il triennio

Il dio delle piccole cose (1997) della scrittrice indiana Arundahti Roy (nata nel 1961) è un libro sulle barriere sociali, culturali, di genere, di casta che condizionano la vita di Ammu, una donna divor­ziata, quindi senza status nell’India meridionale degli anni Sessanta, che avvia una relazione assolutamente proibita con un “intoccabile”. Velutha è il “dio delle piccole cose”, un paria, un umile falegname che vive in una baracca sulle rive del fiume. La scelta di Ammu di assecondare questa passione innesca una catena di eventi tragici…

Dal Signore degli anelli a Omero: un percorso introduttivo all'epica classica per una classe di prima superiore

000000000000000Tolkien1 Tolkien è uno scrittore di epica

Tolkien è considerato il fondatore del genere fantasy, e certamente il giudizio è giusto. Ma lo scrittore definiva il suo Signore degli anelli «romanzo eroico». Ancor più radicalmente, Elemire Zolla, nella prefazione all'edizione italiana, polemizzava con quanti disdegnavano Tolkien in quanto “brutta copia” dell'epica antica («preferiamo leggere l'originale»), sostenendo che quella di Tolkien è, né più né meno, epica.

Ovviamente questo genere antico, come sappiamo da Lukács, non è più possibile oggi, e solo un ultraconservatore polemico con la modernità come Zolla o un cattolico chiuso dentro il giardino ameno di Oxford come Tolkien, possono trovare non incongruente il richiamo a un genere storicamente morto.

Ma a scuola possiamo fermarci molto prima di Lukács e constatare come Il Signore degli anelli sia in effetti, considerato solo in sé, del tutto plausibile come epica: funziona proprio come i poemi omerici e la chanson de geste.

Tolkien era professore di letteratura inglese medievale e affermava che il suo scrittore preferito era Omero. Egli non si è limitato a scrivere delle storie fantastiche, ma ha messo mano a un'intera cosmogonia, con ere, cronologie mitiche e poi storiche, genealogie di eroi; inoltre, a differenza di molti altri scrittori di fantasy, non si è limitato a ipotizzare che un elfo parli elfico, un orchetto la lingua oscura di Mordor, un nano il nanesco, o a mimarne qualche tratto, ma, forte della sua esperienza di glottologo, ha dato a ciascuna di queste lingue una grammatica e l'ha descritta minuziosamente.

Tolkien ha affermato: «Credo che parte dell'attrattiva del Signore degli anelli sia dovuta agli scorci di un'ampia storia sullo sfondo». I poemi antichi erano organizzati in cicli («troiano», «tebano»): come sappiamo, il tema dell'Iliade è solo l'ira di Achille, non tutta la guerra di Troia, e l'Odissea è solo uno dei molti nostoi, dei viaggi di ritorno a casa degli eroi dalla guerra. Percepire che una storia non è isolata, ma fa parte di un più ampio tessuto, affascina la mente umana, come dimostrano ancora oggi saghe familiari e soap opera infinite, del cui mondo non si intravedono i confini. Tutti gli scrittori di fantasy creano un mondo parallelo al nostro e in sé coerente (in un fantasy non manca mai una mappa dei territori), ma nessuno lo ha fatto con la vastità e profondità di Tolkien, che viveva davvero come se fossero ancora possibili le “antiche storie”.

Prendiamo perciò per buona la definizione di Zolla: Il Signore degli anelli è epica. Dunque da esso si può provare a prendere l'avvio per introdurre gli studenti a questo genere letterario.

Iniziare a fare Letteratura. Un modulo zero per una classe difficile

contu IMG 2186 Un giusto abbrivio

Nella scuola dove insegno il dipartimento di Lettere prevede all’inizio del triennio un modulo zero di introduzione al linguaggio della Letteratura, da svolgere nelle prime due settimane di lezione di settembre. Si tratta di una pratica a mio parere di buon senso didattico e che negli anni ho sperimentato essere ottima per dare un giusto abbrivio al percorso del triennio. Nello spirito della condivisione delle pratiche che anima questo blog, racconterò brevemente come è andata quest’anno con la mia III°C, classe composta da soli maschi e presentatami dai colleghi del biennio come difficile e particolarmente ostile alle materie umanistiche. Per facilitare la lettura è possibile trovare qui la presentazione Prezi con i materiali nell’ordine utilizzato in classe.

Omaha beach

La programmazione dipartimentale della mia scuola non prevede per il modulo zero una tematica in particolare, ma soltanto una serie di obbiettivi declinati in conoscenze e competenze, riassumibili nell’idea di facilitare l’accesso al linguaggio letterario. Sta quindi al docente ideare e organizzare i contenuti del proprio modulo zero prescindendo, almeno per le prime lezioni, dal programma canonico. I primi di settembre di quest’anno ho iniziato a pensare al possibile tema e fin da subito ho capito che avrei dovuto sceglierne uno che mi permettesse di arrivare alla Letteratura come meta finale del percorso ma di non poterla utilizzare, almeno inizialmente, come mezzo. Questo per un motivo noto oggi a ogni insegnante di Lettere: il linguaggio della Letteratura, tanto più se storicizzato, è oramai per ogni studente un linguaggio inizialmente lontano se non estraneo, di sicuro posizionato nei recessi più remoti della grande galassia della multimedialità dove si muovono i nostri ragazzi. Detta in modo semplice, pur consapevole che nel giro di quindici giorni sarei comunque dovuto arrivare all’ Indovinello veronese, mi era ben chiaro come ciò non sarebbe potuto accadere con profitto semplicemente iniziando da un buon sonetto introduttivo e paradigmatico del bello del Medioevo. Consapevole quindi di dovere sparigliare un po’ le carte in tavola tanto più a fronte di una classe difficile, dopo aver vagliato e scartato diverse ipotesi, come spesso capita a noi insegnanti è stata la vita quotidiana a darmi il suggerimento giusto. Una visione serale in quei giorni di settembre con mio figlio del film Salvate il soldato Ryan mi ha regalato dopo i primi minuti dello sbarco a Omaha beach il titolo bello e pronto di quello che sarebbe stato il mio modulo zero: Raccontare la guerra. Introduzione al linguaggio della Letteratura.

Classi capovolte. Un libro e alcune domande

capovolte 2013 1 1Un libro e un metodo

Marco Maglioni e Fabio Biscaro sono due insegnanti, il primo insegna chimica a Roma, il secondo informatica a Treviso. Insieme hanno scritto La classe capovolta. Innovare la didattica con la flipped classroom, Erickson, Trento 2016, con una prefazione di Tullio De Mauro, da poco scomparso.

L'insegnamento capovolto prevede, come è noto, che gli alunni entrino in classe già informati dell'argomento che verrà trattato. Avranno infatti già ascoltato e visto a casa un video di presentazione, auspicabilmente preparato da un loro stesso insegnante. La spiegazione avviene quindi a distanza, in differita, mentre in classe rimane molto tempo a disposizione per riprendere, puntualizzare, approfondire, esercitarsi sugli argomenti affrontati insieme all'insegnante, per il quale, una volta disceso dalla cattedra, si prefigura un ruolo di facilitatore del processo didattico, di accompagnatore o, se si preferisce, di tutor d'aula.

Questo il metodo, in breve. Nel libro invece c'è anche altro: consigli pratici su come preparare i video e allestire una videoteca (capitolo 2), alcune considerazioni didattiche e pedagogiche sullo studio individuale e le teorie dell'apprendimento (capitolo 3), riflessioni sulla valutazione (capitolo 4) e sulla didattica per competenze (capitolo 5). Questi capitoli più teorici non sono però i capitoli migliori: provano a fondare la metodologia attraverso ragionamenti non sempre stringenti e principi di autorità che rimangono un po' estrinseci. La parte più interessante del libro è senz'altro quella esperienziale, da cui si possono ricavare indicazioni, spunti e considerazioni per l'insegnamento concreto.

Un metodo di moda

Il metodo delle classi capovolte sta dilagando rapidamente. Basta aprire un qualsiasi manuale scolastico per accorgersi che gli apparti didattici sono ormai confezionati anche in modalità flipped. Qualche tempo fa il frequentatissimo sito scolastico orizzontescuola ci ricordava che in questi giorni si tiene il terzo convegno internazionale di didattica capovolta. Insomma, la didattica capovolta va di moda.

Credo che la fortuna del metodo consista nella sua apparente chiarezza e facilità d'applicazione: basterebbe cambiare l'ordine dei fattori (presentazione dei contenuti a casa, attività di studio in classe) per trasformare la didattica frontale “istruttivista” in ”costruttivista”; nonché nella sua apparente praticità: inviando per video la lezione si guadagna molto tempo per lavorare in classe e assistere gli studenti nello studio. Del resto a scuola, come si sa, siamo sempre a corto di tempo. Costruttivismo e pragmatismo sono i capisaldi del nuovo metodo.

Gli studenti sapranno ancora scrivere in futuro? Sull'"appello dei 600"

Daniele 1993 0041 L'appello dei 600 professori sul cattivo italiano degli studenti è tutto sbagliato. Eppure hanno ragione.

Non inizio così questo intervento per gusto del paradosso. Lo inizio così perché quando tutti gli altri posti sono già occupati, tocca sedersi dalla parte del torto. Intervengo infatti nel dibattito da buon ultimo.

Le reazioni all'appello sono già state molte. Eccezion fatta per quella solidale, anzi di rilancio aggressivo, di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere, tutte sono state critiche, alcune ferocemente critiche. Grossolanamente, possiamo distinguere due generi di repliche: quelle concentrate sul merito "stretto" della questione, l'educazione linguistica (il contro appello di molti linguisti italiani, Giuseppe Bagni per conto del Cidi, Silvana Loiero per conto del Giscel, Alberto Sobrero sempre per il Giscel) e quelle che reagiscono ad aspetti più generali o impliciti dell'appello (Antonio Brusa; Lorenzo Renzi in difesa di Tullio De Mauro; Mariangela Galatea Vaglio nella sua rubrica Non volevo fare la prof; il maestro Franco Lorenzoni; Simone Giusti e Christian Raimo, in un intervento articolato che sintetizza un po' tutto il dibattito, su Minima et moralia). Il 6 febbraio anche Tutta la città ne parla di Radio Tre ha dedicato una puntata al tema, in un confronto utile e interessante.

Quasi tutto ciò che c'è di sbagliato in quell'appello è stato ampiamente illustrato in questi interventi: approssimazione nell'individuazione del problema e delle sue cause; idee confuse, anzi arcaiche, sull'educazione linguistica, che sembra essere questione riservata alla sola scuola del primo ciclo; soluzioni generiche e punitive, come l'invocare verifiche cadenzate degli apprendimenti a livello nazionale, la presenza di docenti dell'ordine scolastico superiore agli esami conclusivi di ciascun ciclo, la riscrittura delle Indicazioni nazionali, che però già prevedono quanto chiesto nell'appello.

Tutto giusto. Ma quell'appello è un sintomo; persino la sua stessa genericità è un sintomo. E a me pare che ad esso si sia risposto con un accanimento a tratti non meno sintomatico.