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diretto da Romano Luperini

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La scuola e noi

È lo spazio di lavoro ed intervento degli insegnanti. In questo spazio i docenti si confrontano e riflettono sull'insegnamento della letteratura sia in termini didattici che teorici ed elaborano riflessioni, critiche e proposte sulla scuola italiana. 

I ragazzi, la poesia e un libro ritrovato

frasi muro 400x300 La poesia salva la vita

Avevo quattordici anni e Greta mi regalò un libro che divorai; come spesso capita, negli anni è finito nel dimenticatoio. Ma certi libri prima o poi ritornano, portando con loro la lei che sei stata e indicandoti una strada. Il libro in questione è La poesia salva la vita e l’ha scritto Donatella Bisutti: a riprenderlo in mano adesso, quel volume fa tenerezza. È un libro che parla di me, che gronda della mia adolescenza e di antichi furori: qua e là ci sono frasi evidenziate e colorate, disegni, epigrammi scritti da me e tentativi di poesia. Tentativi di cui mi sono sempre vergognata, perché il problema, quando si passa l’adolescenza a leggere e si continua a farlo per tutta la vita, è sentirsi sempre banali e mai all’altezza e essere il più terribile censore di te stessa. A scuola non ho mai scritto poesie, era affare da cameretta privata: sono cresciuta pensando che il testo poetico andasse interpretato e decodificato, che fosse un linguaggio segreto da tenere per me. In classe abbiamo letto molte poesie, le abbiamo vivisezionate e descritte, vi ho scritto saggi e commenti, mi sono formata ascoltando le voci dei grandi, senza sperimentare la mia. Da insegnante ho fatto scrivere ai ragazzi molte poesie, ma sempre come esercizi per ragionare su quella tipologia testuale, per imparare tecniche: per cui negli anni abbiamo scritto sonetti, endecasillabi, poesie ermetiche, versi liberi, rime incatenate baciate e chi più ne ha più ne metta. Esercizi di stile, insomma, fedele all’idea che se sperimenti ti resta più in mente l’apparato teorico (quella cosa che si chiama learning by doing, insomma). Ma quest’anno è stato un anno diverso, in cui ho toccato con mano a cosa serva la poesia e, come sempre, l’ho imparato dai ragazzi.

Le tracce di italiano all'esame di stato

IMG20160429205003970 900 700 A una insegnante, Roberta Olmastroni, presidente di commissione agli esami di stato, e collaboratrice anni fa a La scrittura e l’interpretazione, ho chiesto un parere sulle tracce per i temi di italiano all’esame di stato. Mi ha mandato questo breve commento, in cui prende le distanze dalla stroncatura che Christian Raimo ne ha fatto sul settimanale “Internazionale”. Le obiezioni di Raimo al tema corrispondente alla tipologia A sono sostanzialmente due: il testo non è noto agli studenti che a scuola non studiano Caproni; non è certo fra i maggiori o i più significativi di Caproni. Sulla tipologia B il suo dissenso riguarda la natura stessa del genere proposto, il saggio breve, improponibile a scuola.

Sulla tipologia A, ecco quanto mi scrive Roberta Olmastroni:

«Non concordo con Raimo. La tipologia A su Caproni, proprio nella sua semplicità, ha permesso a tutti di scrivere. A chi non ne ha particolare abilità, ha concesso di buttar giù qualcosa di dignitoso senza sentirsi quello che "non ho capito che chiedeva". A chi sa scrivere non ha impedito, anzi ne ha lasciato il modo, di volare alto. Qualcuno dei miei studenti (quinta liceo al Volta di Colle val d’Elsa) ha tirato fuori confronti con Parini, Leopardi, Pascoli, D'Annunzio e la letteratura inglese. Riferimenti scontati? Forse per noi che mastichiamo pane e letteratura sì. Per i ragazzi sono stati invece l’occasione di declinare, in uno scritto loro, competenze e conoscenze acquisite. E poi, si sa, dipende tutto da come quei riferimenti li si argomenta, li si rende convincenti e magari “seduttivi”. Chi “sa”, ha potuto incrementare la scarna analisi formale del testo proposta con valutazioni retoriche e linguistiche più approfondite. Chi “sa un po’ meno”, ha avuto la tranquillità di poter provare a dire comunque, e meglio che può, qualcosa.

Dialogo sulla poesia. Cinque domande a Dario Bertini

000000000000000Bertini A cura di Daniele Lo Vetere

Il poeta Dario Bertini ha incontrato alcuni studenti e studentesse di un liceo senese, per un dialogo sulla sua poesia. Pubblichiamo l'intervista che gli è stata fatta in quell'occasione dal nostro collaboratore Daniele Lo Vetere

1. La tua poesia, in particolare la tua ultima raccolta Prove di nuoto nella birra scura (Edizioni del Foglio Clandestino, 2014), è – come mi hai detto e come hai avuto modo di ribadire durante l’incontro con gli studenti – pensata per la pagina ma anche per per la lettura ad alta voce, per la performance dal vivo. Infatti mi hai anche chiesto di accompagnarti con la chitarra per improvvisare le tue poesie come se fossero un blues. Per fare solo un esempio molto semplice, a volte tratti certi tuoi versi come un ritornello, ripetendoli nell’esecuzione anche se sulla pagina li si trova solo una volta. Sei molto interessato al legame tra poesia e oralità, poesia e voce?

Sì, la poesia nasce sempre come testo scritto, ma la mia è anche una scrittura pensata per la lettura ad alta voce. La voce non viene dopo, non è un’aggiunta, un surplus di interpretazione per accattivarsi il pubblico, ma accompagna e sottolinea le scelte stilistiche e ritmiche del poeta. Un testo deve arrivare al lettore, deve provocare una reazione, positiva o negativa, non importa, ma deve suscitarla. La reazione di chi legge o ascolta è parte integrante della poesia. La poesia ha bisogno di divertimento, non nel senso che debba cercare di arruffianarsi il pubblico come se fosse cabaret, ma nel senso dello sforzo di  coinvolgere le persone alle quali si rivolge. Il primo nemico della poesia è la noia.

2. Infatti sei anche il promotore di un reading nella città in cui vivi, Pavia...

Sì lo organizzo da sette anni. Si chiama “Poesie al tavolino” e si svolge ogni ultimo sabato del mese, all’ora dell’aperitivo. Il contesto è infatti quello di un pub, dove ci si incontra, si chiacchiera, si beve birra. Ormai vengono molte persone, anche da Genova, Milano, addirittura qualcuno dalla Svizzera. Però non si tratta di un poetry slam o di un evento “a microfoni aperti”. Anche quelli vanno bene, per carità, ma capita spesso che le persone non vadano lì con l’idea di ascoltare la poesia, di rendersi disponibili a quanto gli altri dicono e leggono, ma con quella di esibirsi, di mettere se stessi al centro. L’idea è invece quella della lettura e della condivisione: non un palco dove mettersi in mostra, ma un’occasione per condividere una forte passione e per fare della lettura il banco di prova della forza dei versi che si leggono, che sono quelli di poeti contemporanei importanti, italiani e internazionali. In questi ultimi due anni sono riuscito anche a portare qui Mircea Cărtărescu e Jack Hirschman e la formula dell’incontro è stata la stessa, solo che eravamo alla presenza fisica dei due autori.

I giovani, il digitale e il cambiamento mentale

image Non occorre essere scienziati, esperti, studiosi o addetti ai lavori per cogliere l’incessante dilagare della realtà virtuale nella nostra vita quotidiana. Basta l’esperienza, anche banale, di una qualunque giornata-tipo: smartphone, tablet, personal computer e innumerevoli altri strumenti digitali riempiono le nostre case, i nostri luoghi di lavoro, le scuole, le università, le nostre borse, le nostre tasche. Adulti, adolescenti, bambini. E non solo. Facciamo moltissime cose on line, 24 ore su 24, per scelta, per necessità, per obbligo. Lavoro, acquisti, prenotazioni, comunicazioni, svago, informazione, controllo, dialogo, gioco: tutto ormai avviene prevalentemente davanti a uno schermo, seduti, soli e irresistibilmente attratti da questa dimensione immateriale che coltiva la nostra onnipotenza. O fagocitati, per chi - come me – avverte il timore, piuttosto che il fascino, della dematerializzazione.

Sento molte persone, anche notevolmente istruite, affermare  che non bisogna demonizzare i nuovi strumenti digitali. Che sono il frutto del progresso, delle scoperte scientifiche, dell’avanzamento della tecnologia. Che non c’è differenza con quanto accaduto nel passato, con tappe altrettanto significative dell’evoluzione culturale o della storia umana, sempre considerate da qualcuno potenzialmente temibili (anche Socrate credeva che la scrittura avrebbe distrutto le abilità mentali, rendendo gli uomini ‘portatori di opinioni, invece che sapienti’). Che questi strumenti sono forieri di importanti miglioramenti nei nostri standard di vita, che la variabile fondamentale è l’uso che se ne fa, che bisogna insegnarne un utilizzo corretto. E così via, tra innumerevoli luoghi comuni. E io penso che McLuhan si rivolti nella tomba, continuando a riformulare invano l’idea che “il medium è il messaggio” e che dunque questa presunta, invocata neutralità dello strumento rivendicata dall’uomo comune non è mai esistita nella storia della civiltà.  Mentre la vera novità, forse non ancora sufficientemente esplorata, è un’altra: la pervasività di queste tecnologie digitali, sia nella diffusione capillare dei dispositivi, ormai a disposizione fin dalla più tenera età - si calcola che oggi sei miliardi di persone hanno accesso a un telefono cellulare, mentre solo quattro miliardi e mezzo hanno accesso a un bagno funzionante - sia nell’ampliamento progressivo e illimitato delle loro possibilità di utilizzo per ogni aspetto della nostra vita e in ogni momento della nostra giornata.

Napoleone, Totti e la fine della scuola

contu 1996 dia 001 Maggio odoroso vs maggio furioso

Venerdì ventisei maggio, entro in classe alle otto nella mia quarta. Le due ore si preannunciano più che problematiche: ho in animo di leggere e commentare tutto Il cinque maggio. L’esito è più che incerto. Sono rassegnato a pagare dazio al maggio odoroso degli studenti, che me li porterà in classe con la testa ovunque nell’universo fuorché dal Manzanarre al Reno, ma sono anche rassegnato al maggio furioso del docente che, se ha lavorato come Scuola comanda, si ritrova a questo punto dell’anno col cervello completamente in pappa. «Ma lo devi fare, è importante, lo so che non capiranno, lo so che si annoieranno, ma lo devi fare»: è questo il mantra che mi impongo salendo le scale. Entro in aula, entrano gli studenti, fanno la lista delle merende, faccio quattro clic sul registro elettronico. Iniziamo la lezione. Decido di vendere cara la pelle, provo a giocarmela, tento il bluff (oramai sgamato dai più) «della grande pagina di letteratura che di sicuro voi non capirete, che vi annoierà perché troppo difficile per voi del tecnico, ma se ce la faceste, ah la bellezza!». Stranamente mi accorgo che sono tranquilli. L’aria fresca aiuta, le facce sono sveglie e poi quell’attacco «Ei fu», immediatamente stoppato dal coro dei «oh ma io questa l’ho studiata alle medie». Mi dico «stai a vedere che forse ci arrivo davvero al Tanai».

L’officina di lettura, il reading workshop e un taccuino blu

Copia di 20170428 0017w Premessa: metodi, modelli e strumenti, una falsa questione

Competenze vs conoscenze, lezione frontale vs flipped class, learning by doing vs didattica tradizionale: e se la smettessimo una volta per tutte di fare i guelfi e ghibellini? Di inneggiare alle tecniche e agli strumenti o di demonizzarli tout court? Continuo a pensare che ciascuna lezione sia una relazione con gli studenti, una traduzione del sapere in sapere da conoscere, e quindi essa non possa dipendere solo dagli strumenti o da categorie pedagogiche. Dobbiamo riappropriarci del contesto e degli obiettivi concreti legati al nostro mandato istituzionale: non esiste un metodo efficace o non efficace a prescindere, ma contesti diversi, strumenti diversi e obiettivi diversi, con buona pace di certi facili dibattiti tra innovatori e tradizionalisti. Come sempre due sono le caratteristiche che salvano noi docenti: l’empatia, per capire ragazzi e leggere la realtà, e lo studio costante, per trovare la via più adatta a trasmettere il sapere.

Proverò a dimostrarlo con un esempio concreto, con la mia sperimentazione di quest’anno alla scuola secondaria di primo grado, partendo da lontano. Da un taccuino blu.

Il decreto sull'integrazione: un commento di Dario Ianes

20170401 0047w Il Decreto sull`inclusione (sarebbe giusto dire sull`integrazione) degli alunni con disabilità non è soltanto un` occasione persa per tentare di evolvere alcuni processi fondamentali, rappresenta per alcuni aspetti un significativo regresso. Culturale innanzitutto, dato che rimangono centrali i poteri di un modello antropologico sostanzialmente medico, anche se orientato ad ICF, come vedremo più avanti, e la figura speciale dell`insegnante di sostegno. Evolvere un approccio culturale alla disabilità in un`ottica davvero inclusiva  era certo chiedere troppo.

Verso due fratture strutturali: separazione tra gradi di scuola e fra insegnanti

I semi del regresso sono ben distribuiti, anche nel decreto sulla formazione e reclutamento dei docenti della secondaria, che va letto in parallelo. Con questi due decreti si allontanano sempre di più due mondi: quello della scuola dell`infanzia e primaria e quello della secondaria. Si allontanano per i percorsi formativi universitari, che potevano essere avvicinati nella composizione dei piani di studio, e per l`assenza di un fattore di qualità per i processi di integrazione e cioè le ore settimanali di programmazione collegiale. Si allontanano anche per un altro fatto: i percorsi formativi post concorso alla secondaria (FIT) sono divisi tra percorso per insegnanti normali e percorso per insegnanti di sostegno, diversamente dalla primaria. Questa divisione strutturale incentiverà meccanismi di deresponsabilizzazione tra gli insegnanti curricolari, che molto probabilmente delegheranno ai colleghi di sostegno la questione integrazione, con esiti negativi in termini di partecipazione e appartenenza al gruppo classe.

Queste due fratture sono elementi strutturali negativi, anti-inclusione.

Amianto e storia operaia. Alberto Prunetti incontra gli studenti

alberto prunetti A cura di Daniele Lo Vetere

Lo scrittore Alberto Prunetti ha incontrato gli studenti e le studentesse di un liceo senese. Questa è l'intervista che il nostro collaboratore Daniele Lo Vetere gli ha fatto in quell'occasione.

1. Amianto è la storia di tuo padre, ma è anche la storia di tutti i morti per amianto italiani; ancor di più, direi, è la storia dei morti di fabbrica tutti. C'è un pezzo di storia operaia dentro questo libro, entro quella va contestualizzato. Dentro questa storia però ci sei anche tu. Nel libro c'è un'immagine simbolicamente molto efficace, che riconnette la storia privata a quella nazionale: dici di essere nato a Piombino, ma concepito a Casale Monferrato, la città dell'amianto. È come se tu avessi sentito che nella tua persona precipitava la storia precedente della nazione, di una classe sociale, di tuo padre e di chi l'ha preceduto. C'è anche l'orgoglio di un'appartenenza, anche se è doloroso e rabbioso perché ha significato morte. Questo autobiografismo “non autoreferenziale”, se mi passi la formula approssimativa, dà al tuo libro, che comunque è il racconto fedele, documentato, della vita e della morte di tuo padre, una forza notevole, che va oltre il libro di denuncia o il racconto biografico. Almeno questo è quello che ho sentito leggendolo. Ho sovrainterpretato?

Sì, nelle mie intenzioni c’era proprio questo: mettere in tensione la storia personale con la storia di una classe sociale e poi vedere l’effetto che fa. Si creava attrito con le narrazioni delle vulgate correnti sulla fine della classe operaia, il miracolo economico, la bolla economica e antropologica degli anni Novanta? Era una memoria personale, un omaggio privato al padre, o piuttosto un frammento di un più esteso atlante delle memorie operaie? E’ una narrazione della crisi e del conflitto? Un’autofiction raccontata una volta tanto senza narcisismo o pietismi? Direi un po’ di tutto questo. E’ anche un testo che cerca di legare due generazioni, in anni in cui, tagliando a mansalva diritti e welfare, ci raccontavano la panzana dei “vecchi che avevano vissuto nel lusso”, dei pensionati “che a lavoro strisciavano solo il cartellino”. Il debunking di uno storytelling odioso che infamava il duro lavoro di una generazione di operai, gli stessi che a partire dagli anni Sessanta avevano strappato diritti e salario a padroni che non regalavano nulla. Tute blu con la terza media in tasca che, a colpi di sacrifici, complice una democratizzazione dell’accesso agli studi, avevano fatto studiare i figli fino all’università, pagando talvolta un duro prezzo sul corpo e sulla salute. Tutto questo sta in Amianto, ma non lo racconto con queste parole, ma con aneddoti e pagine che alternano umorismo e tragedia, leggerezza e densità. In parte Amianto è anche una scrittura di formazione. Anzi di deformazione, perché il corpo del protagonista si deforma pagina dopo pagina.

Pagine a prova di alunno. La letteratura e le scuole difficili

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Volavano le sedie

Sono entrato in classe per la prima volta a ventisei anni non compiuti. Venni convocato a inizio ottobre in un istituto professionale statale per l’industria e l’artigianato (IPSIA) della provincia di Perugia, per una supplenza in Italiano e Storia che poi durò tutto l’anno. Ricordo bene il bacio di mia moglie prima di uscire di casa e il maglioncino di cotone morbido che ritenni adatto per il mio primo in assoluto giorno in cattedra. Poi venti minuti di macchina, durante i quali ascoltai un po’ di radio senza sentire nulla, ebbro della constatazione che finalmente il momento sognato fin dai tempi del liceo fosse finalmente arrivato. Parcheggiata l’auto nel grande piazzale gremito di motorini, per un attimo mi sentii felice e mi beai tra me e me: «prof. Contu, suona bene». Varcata la porta della scuola chiesi degli uffici a una signora in camice blu seduta in portineria. Venni accompagnato alla segreteria del personale da dove mi spedirono immediatamente in presidenza: il dirigente mi stava aspettando. Ovviamente non colsi l’anomalia che intesi invece come ineccepibile cortesia. Bussai alla porta, il preside mi fece accomodare all’istante. Ricordo il doppiopetto, la cravatta, gli occhialetti da ragioniere. «Benvenuto professore». In cinque minuti venni messo in guardia sulla «terribile I°E meccanica» che aveva già collezionato tre consigli straordinari in meno di un mese di scuola. Venni congedato con un «le auguro buon lavoro professore, vedo che è molto giovane, se la saprà cavare». Non mi resi conto del messaggio, salutai con un bel sorriso di circostanza e mi avviai verso il mio battesimo scolastico. Ricordo vagamente il percorso di avvicinamento alla classe, erano le circa undici di giovedì mattina, questo lo so per certo perché mi dissero che avrei dovuto tenere, mi dissero proprio «tenere», la I°E meccanica durante le ultime due ore di lezione. Ricordo invece perfettamente e mai lo dimenticherò l’istante successivo in cui ho aperto la porta dell’aula. Come potrei dimenticare. Vidi una sedia volare da una parte all’altra della classe, lanciata da uno studente contro un altro che per un pelo riuscì a schivare il colpo.

La delega sull'inclusione al tempo dei fichi secchi

08 Guido Guidi La tomba Brion 16969Anche se a tratti il mio tono sarà assertivo, desidero dire che non ho chiara la direzione da seguire. Mi sembra che i nostri orizzonti si vadano sempre più offuscando, come se le spinte contrapposte che ci animano sollevassero troppa polvere da terra. L'unica cosa che mi sembra di vedere con chiarezza è questa polvere.

Passaggi di tempo in compagnia del nulla

Oggi, 4 aprile, si terrà un incontro fra MIUR e sindacati per limare alcune parti dello schema di decreto legislativo sull'inclusione. Siamo giunti alle ultime battute di un annoso confronto. Difatti, si discute di riformare il sistema d'integrazione italiano oramai da molti anni. Già nel 2006 era stata depositata in Parlamento, su iniziativa di alcune associazioni dei familiari delle persone con disabilità, una proposta di legge di cui era prima firmataria l'onorevole Zanotti. L'iniziativa però decadde, insieme alla legislatura del secondo governo Prodi.

Del 2011 è il noto e discusso rapporto Gli alunni con disabilità nella scuola italiana: bilancio e proposte, redatto da Treeelle, Caritas Italiana, Fondazione Giovanni Agnelli e pubblicato dalla Erickson. Nel rapporto il gruppo di ricerca1 individuava i «nodi critici del modello attuale» e ipotizzava cinque nuove linee strategiche di intervento incentrate su:

  1. L'evoluzione dell'attuale figura dell'insegnante di sostegno, con «il passaggio degli insegnanti di sostegno all'organico delle scuole e contemporaneamente la creazione di un congruo numero di insegnanti “specialisti” ad alta competenza» (p. 195), senza ore di lavoro didattico diretto con gli alunni con disabilità e in grado di fornire un supporto tecnico alle scuole.

  1. Come seconda linea d'intervento si ipotizzava «l'abolizione degli effetti scolastici della certificazione sanitaria e nuove modalità di attivazione delle risorse umane e finanziarie» (p.196). Le scuole, di raccordo con i docenti specialisti dei CRI (Centri di risorse per l'inclusione), avrebbero dovuto “leggere” i bisogni degli alunni con disabilità e formulare le richieste di organico. La certificazione medica non sarebbe più stata la base per determinare le risorse di organico aggiuntivo delle scuole2.

  1. I CRI, nelle intenzioni dei proponenti, costituivano strutture amministrative autonome a livello provinciale che svolgevano le funzioni di sportello unico per le famiglie e definivano di concerto con le scuole le risorse umane, le attrezzature e le risorse finanziarie da assegnare agli istituti scolastici.

  1. Anche l'ipotesi di individuare forme di valutazione per la qualità dell'integrazione, istituendo un «patto» fra CRI, scuola e famiglie contenente gli elementi di intervento minimi vincolanti e i livelli di soddisfazione richiesti dalle famiglie, faceva parte delle linee progettuali proposte nel rapporto.

  1. Infine si auspicava l'attivazione di un coordinamento e di un monitoraggio centrale dei processi di integrazione scolastica.

Il rapporto - sia nel merito delle proposte avanzate che per il metodo utilizzato (alcuni addetti ai lavori ne contestavano la scientificità) - suscitò numerose polemiche, ben presto scalzate tuttavia dall'infiammarsi del dibattito sui BES a seguito dell'emanazione della circolare ministeriale del 27 dicembre 2012.

Tra assestamenti e contrapposizioni passano altri anni. L'ultima tappa prima dell'emanazione delle deleghe della 107 è costituta dalla proposta di legge 2444. Era il 10 giugno 2014 quando la FISH (Federazione Italiana per il superamento dell'handicap) e la FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali di Persone con Disabilità) presentavano la 2444 trovando sponda nel governo3. É di questa proposta che per mesi e mesi abbiamo dibattuto pubblicamente. Anche su questo blog.

L'approvazione della delega ha però inconfutabilmente rivelato che abbiamo discusso invano. Perché malgrado gli annunci dell'allora primo ministro Matteo Renzi (il 5 aprile del 2016) dell'allora ministra Giannini (10 aprile dello stesso anno alla Leopolda di Palermo), e dell'allora sottosegretario Faraone ( il 25 e il 26 settembre 2016), le deleghe annunciate come in corso di emanazione venivano rinviate senza che più nessun interlocutore ne conoscesse il contenuto. Al proliferare di dettagli tecnici, di tavoli e di confronti si era sostituito il nulla.