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Un principio di umanità: Don Milani in "L’uomo del futuro" di Affinati

Nel suo ultimo libro (L’uomo del futuro, Mondadori 2016) Eraldo Affinati fa i conti con una figura affascinante e ingombrante, in ogni caso ineludibile, quella del prete ed educatore Lorenzo Milani, e lo fa nella maniera a cui la sua scrittura ci ha abituato, ovvero con un corpo a corpo che è sempre, insieme, una lotta e un abbraccio.

I capitoli del libro sono venti: i dispari raccolgono il diario, scritto da Affinati in seconda persona, in qualche modo parlando a sé stesso, della sua quête sui luoghi della vita del priore di Barbiana; i pari sono invece frammenti, appunti, istantanee di viaggi dello scrittore in giro per il mondo, alla ricerca di esperienze educative marginali e feconde, esperienze nelle quali egli vede sopravvivere (più che nella scuola italiana, compresa quella pubblica: ma su questo tornerò) lo spirito educativo e profetico di don Milani.

È una struttura che giustifica due volte il sottotitolo del libro: Sulle strade di don Lorenzo Milani. Strade che sono, prima di tutto, quelle che don Milani ha effettivamente percorso nella sua vita, e sulle quali l’autore in qualche modo ora lo insegue; e poi le strade, periferiche e lontane, nelle quali la sua eredità è accolta, all’insaputa di loro stessi, da educatori e alunni sconosciuti, maestri di villaggio, suore della periferia del mondo: isole di resistenza e promesse di futuri possibili.

La chiave di lettura del libro va probabilmente cercata in un momento in cui Affinati immagina che don Milani lo venga a visitare, gli parli. In questo dialogo impossibile fra lo scrittore di oggi e il prete morto nel 1967, Eraldo si fa dire da don Lorenzo queste parole:

Ciò che tu stai evocando, sullo spunto della mia biografia, appartiene piuttosto a te. Assumiti dunque le responsabilità che ti competono. Decidi, a tuo rischio e pericolo, in quali altri luoghi i semi che ho distribuito possono essere fioriti. E poi vai a raccoglierli. Ma non tenerli per te. Distribuiscili in giro. Anche se sarete in pochi a conservarli, va bene lo stesso. Noi all’inizio eravamo in sei. I conti si faranno dopo. O già sono stati fatti? Non ti scervellare. Pensa a scrivere.

L’uomo del futuro, dunque, non è una biografia di don Milani: questo, semmai, è solo lo spunto. Il libro è in realtà un frammento di autobiografia, di quella autobiografia mascherata, ibridata con altre forme di scrittura che Affinati persegue, con rara coerenza, da sempre, sottoponendo alla prova della scrittura ferite aperte, nodi esistenziali vissuti in profondità.

Questa volta, confrontarsi con don Milani significa andare all’origine di una antica vocazione pedagogica, che in Affinati convive con quella alla narrazione, e che lo ha portato a lavorare con gli ultimi arrivati delle nostre periferie multietniche (ha cominciato con la Città dei ragazzi, esperienza a cui ha dedicato un libro, per arrivare alla fondazione della scuola per stranieri Penny Wirton), spinto dalla convinzione pedagogica e politica, condivisa con don Milani, che nel possesso della lingua stia il fondamento della cittadinanza.

All’origine di questa sua scelta di vita Affinati si riferisce quando racconta di aver accompagnato due suoi alunni nel loro paese di nascita, e di aver conosciuto lì Sharif, un imam cieco che viveva da solo su un promontorio ai margini del deserto marocchino, e che tanti anni prima aveva insegnato l’arabo ai ragazzi a cui lui poi avrebbe insegnato l’italiano. Affinanti, davanti a quel tè e a quel maestro, pensa:

Maestro si nasce o si diventa? Direi tutt’e due. All’università, quando studiavo lettere, non pensavo che avrei fatto l’insegnante, ma la prima volta che entrai in un’aula scolastica, avrò avuto vent’anni, non ero ancora laureato, si trattava di una supplenza, capii d’istinto, guardando i ragazzi, che quello sarebbe stato il mio mestiere. Sentivo uno spazio magnetico fra me e loro: lo stesso che percepisco ancora adesso, più di trent’anni dopo. Era qualcosa di profondo, legato alla mia solitudine di adolescente, che riconoscevo, di volta in volta, nell’insofferenza, nella rabbia, nella malinconia degli studenti. Come se rivedessi me stesso in loro. C’erano ferite da risanare. Persone da rimettere in piedi. Lacrime da asciugare. Se fossi riuscito a fare questo, pensai, avrei affermato un principio di umanità sul quale altri avrebbero potuto costruire.

Questo è il nodo da indagare, per Affinati: questo fondamento esistenziale del mestiere di insegnante, la necessaria spinta etica alla base di ogni possibile relazione educativa. Per questo motivo Affinati dedica le sue maggiori energie non tanto e non solo all’esperienza di Barbiana, ma a quel che c’è stato prima, alle vicende e alle scelte di Lorenzo giovane, alla sua formazione di pupillo di una famiglia privilegiata, alle sue velleità artistiche, in definitiva al suo essere stato Pierino: il ragazzo «segnato […] col marchio della razza pregiata» che poi ritroveremo nella Lettera a una professoressa. Tutto questo prima di entrare, ventenne, in seminario a Firenze, e di entrarci proprio l’8 settembre 1943, giorno che fu il punto di svolta drammatico di tante vite e non solo della sua (da qui, nel libro, l’abbrivio alle bellissime pagine che Affinati dedica alle vicende parallele di don Milani, Pier Paolo Pasolini, Beppe Fenoglio: tre quasi coetanei, tre “grandi destini”, tre “vite spezzate”).

Farsi prete, per Lorenzo Milani, rappresentò una lacerazione violenta con il mondo di prima, e in quella lacerazione Affinati trova il fondamento della lucida e corrosiva radicalità del successivo operato educativo e politico del priore di Barbiana, sempre all’insegna dell’agonismo, della lotta, della sfida senza sconti e senza scappatoie.

Di fronte a tanto coraggio, a scelte così coerenti e definitive, di fronte a quel consegnarsi senza ritegno ai più poveri, a farsi uno di loro, lo scrittore di oggi si interroga, e misura anche i suoi limiti. E lo fa senza infingimenti e senza retorica, perché Affinati sa bene di appartenere a un altro mondo, di aver fatto altre e meno radicali scelte, e non lo nasconde: anzi, lo confessa spudoratamente, come quando racconta del suo arrivo alla casa di campagna della famiglia Milani, a Montespertoli:

Ci sei arrivato (dice lo scrittore a sé stesso) al volante della tua nuova Audi A1, duemila turbodiesel, nera metallizzata, equipaggiamento sportline, comprensivo di impianto stereofonico Bose, dal quale hai ascoltato la nona sinfonia di Beethoven eseguita dalla Filarmonica di Berlino, come fossero la scenografia e la colonna sonora del mondo che lo straordinario personaggio di cui ti stai occupando avrebbe voluto distruggere.

Allora, nel denunciare la sua complicità col mondo del consumo e dell’effimero che don Milani avrebbe voluto distruggere, l’autore chiama in causa anche noi. È una tecnica che Affinati usa spesso: non si mette su un piedistallo, dichiara la sua normalità, e con questo fa sì che le sue domande possano diventare anche le nostre; ci costringe a confrontarci insieme a lui con quel punto di riferimento impossibile, con quello scandalo.

Questo, va da sé, rende L’uomo del futuro un libro militante, un libro dal quale ci sembra ad ogni pagina possa emergere l’ombra di don Lorenzo con la sua vecchia tunica e gli scarponi sporchi di fango, accompagnato da quei quattro montanari a cui ha insegnato la lingua e, con la lingua, la vita e la cittadinanza: una figura che ci guarda, ci addita e ci chiede conto di ciò che siamo diventati.

Questo è evidente fin dal prologo del libro, dove Affinati racconta di quando si recò per la prima volta sulla tomba del priore, a Barbiana, e gli squillò il cellulare: era un redattore del Tg2 che gli chiedeva un commento sui risultati della maturità, e sul fatto che i migliori studenti d’Italia ricevessero un premio in denaro.

Osservando la foto di don Lorenzo Milani sulla lapide, venne spontaneo chiederci cosa avrebbe detto lui.

«Forse una parolaccia» suggerì mia moglie.

Ecco allora la domanda sottesa a L’uomo del futuro: “cosa avrebbe detto lui”, o cosa ci dice, che cosa mi dice oggi don Lorenzo? E forse la risposta non sta nelle proposte pedagogiche, nel metodo, ma proprio nel richiamo all’essenza della relazione maestro-allievo in un contesto democratico: la trasmissione del passato e l’offerta a tutti di un’apertura sul domani. Un’idea di scuola come possibilità di cambiamento, di affidamento del mondo alle nuove generazioni, di dono del futuro; una scuola inquieta e ribelle, su misura degli ultimi, molto lontana da quella che si cerca di costruire oggi, fra efficientismo aziendalista e valutazioni standardizzate.

È ancora don Milani, in un brano di lettera al suo primo allievo Michele Gesualdi, che dalla Germania aveva criticato lui e Barbiana, a dirci lucidamente quanto al fondo di ogni vero rapporto educativo ci sia, sempre, la potenzialità di una rivoluzione, una rivoluzione che nasce necessariamente dalla messa da parte del maestro, dalla sua sconfitta:

È meraviglioso da vecchi prendere una legnata da un figliolo, perché è segno che quel figliolo è già un uomo e non ha più bisogno di balia, e qui è il fine ultimo di ogni scuola: tirar su dei figlioli più grandi di lei, così grandi che la possano deridere. Solo allora la vita di quella scuola o di quel maestro ha raggiunto il suo compimento e nel mondo c’è progresso. […]

La scuola deve tendere tutta nell’attesa di quel giorno glorioso in cui lo scolaro migliore le dice: “Povera vecchia, non ti intendi più di nulla!” e la scuola risponde colla rinuncia a conoscere i segreti del suo figliolo, felice soltanto che il suo figliolo sia vivo e ribelle.

Un’idea di scuola, quella di don Milani, che Affinati insegnante cerca di praticare nella sua Penny Wirton con gli stranieri appena arrivati a Roma, e che Affinati scrittore va a cercare nelle più remote periferie della terra. Ma di cui, forse, si deve tornare a parlare anche più vicino, nelle aule delle scuole pubbliche italiane, e forse prima che altrove proprio nei licei, così pieni di Pierini sempre a rischio di perdere la capacità di uno sguardo critico su sé stessi e sul mondo; quel mondo che, fra pochissimo, dovranno scegliere se accettare così come glielo abbiamo consegnato, o provare a cambiare.

 

NOTA

L'immagine è una fotografia di Ljubodrag Andric, Miami 7, 2012.  Dal ciclo Le città visibili.

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