laletteraturaenoi

!-

diretto da Romano Luperini

-->
icomail twitter facebook
marcella

Esame di Stato 2019: la scrittura alla (prima) prova

 prima prova 2019 maturita tema italiano guida esame tracce svolte miur L’opportunità

Quindi l’Esame di Stato, nel 2019, cambia davvero. Il quattro ottobre il MIUR ha pubblicato una importante circolare che illustra i contorni delle nuove prove conclusive dell’istruzione secondaria in Italia, quelle che a giugno dovranno affrontare circa cinquecentomila studenti. Le novità, in larga parte (ma non del tutto) derivanti dall’attuazione della legge 107, sono rilevanti, e riguardano l’esame nel suo complesso (modifica dei criteri per l’attribuzione del voto, razionalizzazione di numero e tipologia delle prove, ridimensionamento del ruolo dell’Alternanza Scuola Lavoro e dell’INVALSI), ma offrono indicazioni preziose, anche a livello didattico, soprattutto per quel che riguarda la prima prova, quella che tradizionalmente è chiamata “prova di italiano” ma che forse sarebbe più opportuno chiamare d’ora in poi “prova di scrittura”.

La circolare era molto attesa nelle sale insegnanti e soprattutto nelle classi quinte, quelle che dovranno sperimentare sulla loro pelle, e con pochissimo preavviso, molte cose nuove; alcune già chiare, altre molto meno. Il documento MIUR, infatti, è ancora piuttosto vago su diversi aspetti, anche se va decisamente apprezzato lo sforzo di dare a insegnanti e studenti alcuni punti fermi, e di impegnarsi in un cronopogramma che dovrebbe, entro la fine del primo quadrimestre, illuminare anche gli aspetti ancora avvolti nella nebbia. Il Ministero ha anche deciso di allegare alla circolare due importanti documenti: uno redatto dalla “cabina di regia” che sta lavorando alla definizione dei quadri di riferimento e dei criteri di valutazione della seconda prova; l’altro, frutto del lavoro di un gruppo di esperti guidato dal linguista Luca Serianni, volto a dare indicazioni per la preparazione della prima prova. Sono due documenti che sembrano però testimoniare due stadi di avanzamento del lavoro molto diversi: il primo è ancora piuttosto generico, e va poco oltre la parafrasi esplicativa del decreto attuativo del 2017 che norma la materia, mentre il secondo offre indicazioni molto più dettagliate ed è chiaramente frutto di una riflessione didattica più attenta e approfondita. È quello che, in questa sede, ci interessa di più.

La riforma della prima prova dell'Esame di Stato /1: come cambia l'approccio alla letteratura

iscrizioniPubblichiamo un commento di Silvia Tatti, presidente dell’Adi-Sd, che ha partecipato all'elaborazione del documento, formulato dalla Commissione Miur guidata da Luca Serianni, sulla prima prova dell'esame di stato.

Dopo la pubblicazione delle indicazioni del Miur sul nuovo esame di stato e sulla prima prova, la scuola si sta interrogando su come preparare in pochi mesi gli studenti alle nuove tipologie testuali. La breve riflessione che segue contiene alcune mie considerazioni personali e riguarda soprattutto l'analisi e l'interpretazione di un testo letterario italiano, la tipologia che apparentemente rappresenta l'elemento di maggiore continuità con il passato, ma che in realtà si prospetta profondamente modificata.

In tutti gli ambiti della prima prova dell'esame di stato la letteratura può essere chiamata in causa; la pratica acquisita nel percorso di studi relativa alla costruzione retorica di un testo letterario agevola la capacità di argomentare un discorso richiesta per lo svolgimento delle tracce della tipologia B, che non escludono d'altronde la presenza di materiali artistico-letterari; l'esperienza di lettori che gli studenti maturano dentro e fuori la scuola fornisce elementi di commento alla realtà utili anche per affrontare le tracce della tipologia C. Ma è soprattutto nella prima tipologia che si può spendere una competenza acquisita con lo studio dei testi letterari.

Letteratura per giovani adulti /2. Intervista a Aidan Chambers

f06f293c6a3103724913501e776b198c Quando ha iniziato a scrivere narrativa destinata ai ragazzi e quale è stata la molla che l’ha spinta a scegliere proprio i giovani come destinatari dei suoi testi?

Ho iniziato a scrivere narrativa per ragazzi mentre ero bibliotecario di una scuola e insegnante di inglese e teatro in una scuola superiore negli anni ‘60. Mi venne chiesto di trovare libri che i miei alunni potessero leggere e di incoraggiarli alla lettura il più possibile. Ma al tempo vi erano davvero pochi libri che fossero adatti. Non esisteva una categoria come ‘letteratura per ragazzi’. Chiesi allora ai miei alunni quale fosse il tipo di storie che sarebbe piaciuto loro leggere. Dissero che dovevano essere corte e che raccontassero di persone come loro, che facessero quello che potevano fare anche loro. Io scrivevo da quando avevo quindici anni, ma non riuscii a farmi mai pubblicare. Decisi di scrivere storie come quelle che volevano i miei alunni. Le mostrai ad un editore che le accettò. Allo stesso tempo, scrissi delle opere di teatro che i miei alunni potessero mettere in scena, e anche queste vennero pubblicate. Iniziò così la mia carriera di scrittore, innanzitutto per i ragazzi, e successivamente romanzi che parlassero dei ragazzi. La storia intitolata Ombre Sulla Sabbia, pubblicata da Rizzoli nel 2016, è uno dei primi romanzi corti scritti per i ragazzi. Il mio primo romanzo sui ragazzi fu Breaktime, pubblicato per la prima volta da Edizioni E. Elle nel 1994, e ripubblicato in una nuova traduzione nel 2005 da Fabbri Editori e ora da Rizzoli.

Armi di distruzione matematica: come il mito dell’oggettività dei numeri rischia di rovinarci la vita

91374b3f1e094d55908c6d6b8776ec3db08305 HPHHL9X1 La matematica è il più potente strumento di cui l’uomo disponga. Per quanti non sono matematici di professione essa è un ricordo scolastico o un utile strumento per i calcoli della vita quotidiana. Ma l’idea più corrente su di essa è che “non è un’opinione”. Per distruggere quest’ultima convinzione è utile la lettura di Cathy O’Neill Armi di distruzione matematica (Bompiani, 2018). 

L’autrice è una matematica, con dottorato ad Harvard e postdottorato al Mit, che ha insegnato al Barnard College di New York, prima di passare a lavorare nel settore finanziario privato come analista quantitativa per l’hedge fund D.E. Shaw e poi come Data Scientist per diverse start-up dell’e-commerce. Insomma la O’Neill con la matematica ha lavorato a lungo e ha raccolto le sue esperienze in un blog molto frequentato, www.mathbabe.org. Il libro è una denuncia dell’uso di questo sapere per costruire quelle che l’autrice chiama “armi di distruzione di massa”. 

Un linguaggio costruttivo e dalle potenzialità infinite

Ricco di aneddoti ed esempi, il libro mostra come le applicazioni matematiche regolino la nostra vita in maniera spesso occulta e, talvolta, con effetti perversi, per esempio contribuendo a innescare la crisi economica del 2008 o consentendo di violare la nostra privacy come nel caso di Cambridge Analitics. Ma quello di Cathy O’Neill non è un libro di denuncia. L’idea di fondo è che la matematica sia un linguaggio e, come tale, ci permetta di “narrare” e “descrivere” mondi: un linguaggio incredibilmente espressivo, chiaro e preciso. 

Parlare di scuola /1. Riflessioni a margine di Ultimo banco di Giovanni Floris

 

emb superpower sm Insegnanti e superpoteri

«I professori vivono la straordinarietà dello spazio-tempo scolastico senza poter condividere questa fortuna. Loro sanno di essere protagonisti della fase più unica ed eccezionale della nostra vita, ma sanno anche che noi lo capiremo molto tardi e forse mai. (…) E l’importanza della dimensione in cui operano non verrà, quindi, mai riconosciuta davvero. Sono i classici supereroi, insomma. Vivono in incognito la missione più fondamentale e più rischiosa, mascherati da persone qualsiasi». (G.Floris, Ultimo banco, Solferino, 2018, p.51).

Le parole di Floris mi sono tornate in mente quest’estate, in Gran Bretagna, in un negozio di souvenir: un magnete mi apostrofava spavaldo, I’m a teacher, what’s your superpower?. Preda di un’eccitazione adolescenziale, quasi che il mondo fosse diventato una grande aula docenti (o piccolo quanto l’aula docenti di una scuola), sono stata sul punto di comprarlo. Ma non l’ho fatto. Mi è bastato ricordare il sottotitolo di Ultimo banco Perché insegnanti e studenti possono salvare l’Italia – e il mio presunto superpower si è dissolto. Ho poi cercato di capire perché mi fossi privata di un mantra così semplice, di una gioia così a buon mercato, proprio mentre in Italia – a suon di copie vendute (ad oggi oltre 40.000) – Floris legittimava i docenti a sentirsi come gli Incredibili, capaci di salvare il Paese. Anch’io avevo un disperato bisogno di sentirmi così! Allora ho ripreso in mano il libro (che – nel frattempo – mieteva consensi pressoché unanimi: de Bortoli, Augias, Settis, Salvemini…). E ho capito.

Giusto terrore di Alessandro Gazoia

 

download Fra le numerose opere che hanno contraddistinto il 2018, una in particolare ha le caratteristiche per entrare in un discorso ampio sull’evoluzione della forma romanzo nella letteratura italiana contemporanea. Si tratta di Giusto terrore. Storie dal nostro tempo conteso di Alessandro Gazoia (ilSaggiatore 2018, pp. 155).

Sul terrorismo italiano degli anni ’70 è uscito un numero di pubblicazioni (saggi, romanzi, articoli, reportage) tale che ci si chiede in quale misura un nuovo testo possa apportare un contributo diverso su questo tema. È senza dubbio con la consapevolezza di non poter scrivere un altro libro sugli anni di piombo che Gazoia adotta una strategia narrativa non inconsueta, ma finora mai applicata al racconto delle fasi e delle figure principali del terrorismo italiano, dissimulando un’analisi di quegli anni all’interno una cornice romanzesca.

Narrato in prima persona, l’opera si muove fra i terreni dell’autofinzione, del reportage narrativo, del saggio storico. Il progetto dell’autore è esplicitato fin dall’incipit: narrare il terrorismo come parte integrante della realtà. Lo sguardo della voce narrante si muove come la telecamera di un documentarista, cogliendo spunti dal paesaggio che scorre dai finestrini di un treno Intercity e da ciò accade all’interno di un suo scompartimento. Dalle immagini il narratore ricava riflessioni sulla storia italiana e mondiale più recente, spostandosi dalla copertina di un libro sul fondamentalismo islamico a una riflessione comparata sui terrorismi e gli estremismi, islamico e italiano.

(Ri)leggere un classico della critica letteraria/1. Walter Benjamin, Di alcuni motivi in Baudelaire

walter benjamin Un modo praticabile per interrogare nel nostro presente Walter Benjamin (1892-1940), teorico della cultura ebreo-tedesco, è innanzitutto quello di trattarlo per quel che è stato: un precario del lavoro intellettuale. Benjamin ha esercitato da outsider il lavoro culturale, sopravvivendo di traduzioni, recensioni, trasmissioni radiofoniche e racconti per l’infanzia. Una delle sue opere più note il Dramma barocco tedesco, inoltre, altro non è che la tesi presentata nel 1925 per accedere alla  docenza universitaria, una tesi rifiutata dalla commissione esaminatrice perché poco accademica. Va detto inoltre che la sua opera critica, comprensiva di saggi illuminanti su grandi autori come Goethe, Kafka, Brecht, Proust e Baudelaire, è frammentaria anche per la concreta posizione precaria e esule dell’autore. Un altro modo per sentirlo prossimo è quello di interpretarlo (come Gramsci) come un esemplare testimone del rapporto tragico fra cultura e potere politico nell’Europa dello stalinismo e del nazifascismo trionfante. Nel 1933, per sfuggire al terrore nazista, emigrò a Parigi dove visse in una dura povertà, nonostante la quale riuscì a mettere a punto la sua riflessione sulla mercificazione dell’arte, sulla rappresentazione urbana e due progetti interconnessi: uno studio delle gallerie commerciali o passages, costruite a Parigi nel primo Ottocento e interpretate come preistoria della cultura dei consumi, e un libro su Baudelaire, poeta della modernità. A differenza di altri intellettuali tedeschi, come Thomas Mann o Adorno, Benjamin non riuscì a lasciare l’Europa: quando, nel 1940, la Francia fu invasa dai tedeschi, tentò disperatamente di attraversare il confine con la Spagna ma fu fermato alla frontiera e si tolse la vita il 26 settembre 1940. Per sottrarlo alla sua leggendaria oscurità messianica, che lo rende inattingibile, credo inoltre si possa procedere isolando e comprendendo le sue parole-chiave: aura, merce e allegoria. Il saggio critico più rilevante in cui questi termini-chiave sono messi alla prova nella lettura di un testo, è quello su Baudelaire. Utilizzando Georg Simmel, che era stato suo professore a Berlino, Benjamin identifica in un preciso luogo delle Fleurs du mal, il sonetto A una passante, i segni distintivi dello shock della vita metropolitana:

Scrivere di migrazioni: un laboratorio di lettura e scrittura

Black Dog by Levi Pinfold 003 Il cane nero

Esiste un bellissimo albo illustrato dal titolo Il cane nero[i]che ho usato come spunto di riflessione in classe: un mattino, fuori dalla finestra della casa degli Hope, appare un grosso cane nero, ad uno ad uno tutti i componenti della famiglia si spaventano e scappano, più aumenta la loro paura, più il cane diventa grande, smisurato, spaventoso. Solo la più piccola di casa, Small, ha un’idea diversa, con noncuranza indossa la mantellina gialla ed esce a giocare col cane: corre, si fa inseguire, lo sgrida, parla con lui e a mano a mano il cane diventa più piccolo, fino a raggiungere le dimensioni che tutti conosciamo ed è allora che viene accolto in casa perché non fa più paura.

Il cane è, ovviamente, un simbolo di tutto ciò che ci spaventa, perché ignoto e della paura di quello che viene da fuori: nelle discussioni coi ragazzi mi ha colpito come non abbiano sottolineato tanto il coraggio della bambina, ma il suo sguardo, la capacità di andare oltre, di non farsi guidare dal pregiudizio. Ed è con questo sguardo che in classe, da gennaio a maggio, abbiamo affrontato il fenomeno delle migrazioni, sospeso il giudizio e fatto silenzio; ci siamo messi in ascolto, per poi provare a descrivere la realtà e trasformarla in narrazione, in letteratura.

Letteratura per ragazzi/1. Intervista ad Angela Nanetti

FB PS18 Autori Nanetti a cura di M. Marsilio

1. Quando ha iniziato a scrivere narrativa destinata ai ragazzi e quale è stata la molla che l’ha spinta a scegliere proprio i giovani come destinatari privilegiati dei suoi testi?

Ho iniziato pubblicando nel 1984 “Le memorie di Adalberto”, che ha come protagonista un preadolescente: il libro attualmente è edito da Giunti. L’obiettivo era quello di indurre a leggere il non-lettore, quindi una storia fresca e ironica, con un io narrante dodicenne alle prese coi problemi della crescita del corpo e delle relazioni familiari. Successivamente, nella collana “Ex libris” di El sono usciti “Cambio di stagione” e “Guardare l’ombra”,  dove i protagonisti  sono  dei sedicenni, un ragazzo e una ragazza, e il tema è l’amore. Perché ho iniziato rivolgendomi ai ragazzi, e quindi ai bambini? Per il desiderio di stare dentro quelle età, di viverne i pensieri e le emozioni, di dare loro voce.

2. Quali sono i temi più ricorrenti nella sua narrativa e a quale bisogno comunicativo rispondono?

Credo di avere pubblicato una trentina di libri rivolti all’infanzia e alla adolescenza e ho sperimenta to registri narrativi e contenuti diversi. All’inizio hanno prevalso le tematiche legate alla crescita e alle relazioni con gli adulti e coi coetanei, successivamente, a partire da “Mio nonno era un ciliegio” e senza escluderle, i temi si sono fatti più complessi e differenziati e altrettanto le modalità comunicative. Tutto questo rispondeva a un mio bisogno di esplorare altri percorsi e di rivolgermi a un lettore trasversale, offrendo della storia livelli di lettura diversi. L’uso della metafora (vedi “Mio nonno era un ciliegio”, “L’uomo che coltivava le comete”, “Un giorno un nome incominciò un viaggio”) , di strutture narrative più mosse, alternando dialogo, io narrate e  terza persona (vedi “Era calendimaggio”, “Due stagioni”, “Morte a Garibaldi”), insieme alla mescolanza di registri e tecniche narrative hanno permesso questo risultato, mentre il lavoro sul linguaggio e sulle psicologie ha favorito il meccanismo di identificazione tra me e i personaggi e tra me e il lettore . Tra i temi  frequenti quelli legati alla crescita e alle relazioni interpersonali, ma anche quello della identità e della accettazione dell’altro. 

Il ‘68 tra passato e presente

 

corteoMovstudbypaolomaggi 1024x651 Questo intervento con alcune modifiche è stato tenuto al convegno organizzato dall’ANPI di Carrara il 23 maggio 2018 e pubblicato sul numero speciale dell’Eco Apuano del maggio 2018

Nel cinquantenario dei fatti del ‘68, che soprattutto in Italia andrebbe allargato al biennio studentesco e operaio 1968-69, le rievocazioni sui media assumono due direttrici principali: 1. quella della “modernizzazione dei costumi”, in particolare della liberazione femminile (a cui ad esempio è stato dedicato un ciclo di trasmissioni televisive); 2. quella del presunto intreccio tra movimento del ‘68 e terrorismo “rosso”, con una forzatura storica, che fa perno sul delitto Calabresi e il “teorema” giudiziario che vi è stato costruito sopra. Tutto ciò fa parte di una sorta di esorcismo che vuole allontanare le generazioni più giovani dalla memoria di  quel movimento di massa, l’ultimo che ha posto in discussione la questione del potere, cioè di chi prende le decisioni per il futuro della compagine sociale. Dico l’ultimo perché l’altro grande movimento di massa, quello per la pace degli anni Novanta del secolo scorso, che mobilitò 120 milioni persone in tutto il mondo all’epoca dell’inizio della “guerra dei trent’anni” dei fratelli Bush in Iraq, fu largamente al di sotto del problema che pose. La guerra fu fatta e oggi ne paghiamo ancora le conseguenze planetarie in termini di destabilizzazione del Medio Oriente con la conseguente migrazione biblica. In questo senso il ‘68 chiude un ciclo storico di lotte per l’emancipazione dei lavoratori e dei diseredati dell’intero pianeta, soprattutto i popoli coloniali, cominciato con  la Rivoluzione d’Ottobre, anche se sotto il profilo economico l’onda lunga di quelle lotte prosegue fino a tutti gli anni Ottanta nei cosiddetti golden thirty, cioè i trent’anni dal 1950 al 1980 con una fase alta del ciclo economico avviatosi con la ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale e caratterizzato, almeno in Occidente, dalle politiche di welfare, con una riduzione delle disuguaglianze sociali e una distribuzione della ricchezza più favorevole alle classi subalterne. Finisce allora la lotta di classe dal basso per l’emancipazione dei lavoratori e dei popoli oppressi, con tutte le ideologie che hanno teorizzato la fine della lotta di classe e disarmato culturalmente i lavoratori e gli oppressi in generale. Ne comincia un’altra: la lotta di classe dall’alto secondo la teorizzazione di Luciano Giallino, che le classi dominanti del pianeta stanno conducendo ferocemente incuranti dei danni che sta producendo sul destino stesso del pianeta. Con grande spregiudicatezza Warren Buffett, investitore finanziario, esponente della finanziarizzazione del capitalismo, la terza persona  più ricca al mondo ha detto: “C’è una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo” (2012).  Più chiaro di così: la grande borghesia planetaria sta facendo la sua class war e vince in primo luogo disarmando politicamente e ideologicamente la classe operaia e il proletariato. Questi ultimi sembrano essere spariti dalla scena e viene teorizzato che essi non esistono più, salvo riapparire anche in tivù con la classica tuta blu e caschetto giallo, quando si tratta di mettere le mani nella merda ad esempio alla centrale di Fukushima, oppure quando crepano sul lavoro per portare a casa il loro magro salario.

La "riforma" dell'Istruzione professionale di Stato

Riforma della scuola cosa cambia nel 2018 1 Premessa

Dividerò questo intervento in quattro parti: nella prima dirò in che cosa consista il D.Lgs 61/2017, Revisione dei percorsi dell'istruzione professionale nel rispetto dell'articolo 117 della Costituzione, nonchè raccordo con i percorsi dell'istruzione e formazione professionale, a norma dell'articolo 1, commi 180 e 181, lettera d), della legge 13 luglio 2015, n. 107; nella seconda cercherò di commentarne i tratti salienti e collocarlo nel quadro che solo può spiegarne la genesi, quello delle riforme europee dei sistemi educativi; nella terza, spogliandomi dei panni del docente e vestendo quelli del militante, individuerò i possibili "margini attuali per una scuola di opposizione" (per riprendere l'espressione di Emanuele Zinato), ovvero le forme possibili di una risposta collettiva che a mio avviso può esistere solo se si pone il problema dell'organizzazione, sindacale e politica, e non certo restando al livello della pur doverosa battaglia culturale, dato lo squilibrio di forze oggi annichilente; nella quarta, brevissima, formulerò una proposta.

Dichiaro subito un debito teorico, spero l'unico riferimento bibliografico che sarò costretto a fornire: l'e-book di Alberto Pian, docente e studioso torinese, Scuole "sparse" sul territorio? Che cosa nasconde la "riforma" dell'Istruzione professionale di Stato? La verità sul decreto delegato della 107[i], è, a mia conoscenza, l'unica trattazione organica di questo sottovalutato e poco discusso corollario della 107 ed un testo assolutamente imprescindibile per chi voglia approfondire seriamente quanto qui, per ragioni di spazio e di limiti di chi scrive, vale solo come primo momento informativo e orientativo sul tema.