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Storia della mia copertina/11 - Mio padre la rivoluzione, Città distrutte. Sei biografie infedeli di Davide Orecchio

citta distrutte 2011 Ho sempre ammirato le copertine di certi grandi editori francesi e tedeschi: autore, titolo, editore su uno sfondo chiaro (avorio o bianco). Nessuna immagine. Questo lo dico per denunciare la mia incompetenza quando si tratta di scegliere una cover, passaggio delicatissimo e, come si sa, essenziale.

Ho avuto un ruolo nel “codecidere” la veste grafica di uno solo dei miei libri: Città distrutte nella sua prima edizione (fine 2011), che recava la sezione di una fotografia scattata a Berlino da me. Una mongolfiera, un grattacielo, e tanti saluti.

Da allora, i miei editori (Gaffi, il Saggiatore, minimum fax) hanno sempre deciso in completa e legittima autonomia, mi hanno proposto le loro scelte e io le ho accettate.

I dagherrotipi contemporanei di Francesco Targhetta: dalle vite in posa di Perciò veniamo bene nelle fotografie alle esistenze frenetiche di Le vite potenziali

 

000000000000000000targhetta 

Teo legge una proposta su un job posting

Che fa il caso suo: risorse umane

eicar, acca-erre, se ti piace la psicologia

E hai letto Ottieri, Donnarumma all’assalto

Non puoi tirarti indietro. Da due settimane,

infatti, non pensa ad altro […]

e alla fine decide di buttarsi

in quei colloqui che in realtà sono

guerre

(F. Targhetta, Perciò veniamo bene nelle fotografie, Milano, ISBN Edizioni, 2012, p. 70)

 

Dopo il romanzo generazionale in versi Perciò veniamo bene nelle fotografie (2012), Francesco Targhetta approda alla narrazione in prosa con Le vite potenziali (Mondadori, 2018) per raccontare le “guerre” aziendali che nella precedente opera erano per lo più alluse: abbandonata l’ambientazione padovana e studentesca, qui lo scrittore mescida, infatti, lo spietato ritratto di un Veneto produttivo e all’avanguardia, in cui la microimprenditorialità del “Giappone italiano” si è specializzata nell’informatica, con i dagherrotipi contemporanei di tre comprimari alle prese con gli intrecci delle loro vite lavorative e private: Alberto, Giorgio e Luciano, ex compagni di liceo e ora colleghi nella medesima azienda.

I personaggi

Di dagherrotipi propriamente si tratta, più che degli sfuggenti selfie che fanno mostra di sé nei social di oggi: quelle di Targhetta sono, infatti, “immagini non riproducibili” che abbisognano del tempo paziente della camera oscura – in questo caso i 12 capitoli che compongono il romanzo – per definire contorni, lasciar emergere sfumature, stabilire differenze tra primi piani e campi lunghi. Nel nuovo romanzo non siamo più di fronte a personaggi precari immobilizzati in pose bohémien («Non si muove nessuno, qua, perciò veniamo bene nelle fotografie»). Viceversa le esistenze dei personaggi de Le vite potenziali sono frenetiche, diversamente vorticose e destinate a mutare i reciproci destini come il titolo stesso, ancora una volta, suggerisce: persino Fulvio, che compare di scorcio e resta un personaggio sostanzialmente assente dal cuore del plot, rivestirà infatti un ruolo determinante per le vite altrui.

Perchè i Promessi sposi

 

len 20180428 0081 Scorrendo l’intervento di Teresa Agovino, anch’io mi sono chiesta perché insisto così tanto – da insegnante - su I promessi sposi. E anch’io mi sono risposta: perché il romanzo di Manzoni fa discutere, è attuale, è bello, e insegna l’italiano. Nel proporlo miei studenti al secondo anno del Liceo, e poi nuovamente al quarto, faccio la cosa che mi sembra più naturale: lo leggo; lo leggo insieme a loro e insieme a loro lo smonto, come fanno i bambini per capire il funzionamento di un giocattolo. Ci divertiamo abbastanza. Ma la parte più divertente del gioco è – in ultimo - rimontare i pezzi. Proverò a illustrarvi di quali pezzi dispongano.

LA STRUTTURA DEL ROMANZO – Manzoni crea una sorta di congegno prodigioso, capace di restituire il dialogo serrato tra Macrostoria e Microstoria, di rappresentare la doppia dimensione dell’esistenza di ognuno: le piccole storie dentro la grande Storia. Mi piace dire ai miei studenti che la struttura de I promessi sposi ha una conformazione simile a quella delle “scatole cinesi”: la scatola più piccola e più interna contiene il tempo della storia (la vicenda di Renzo e Lucia raccontata nel Manoscritto); ed è contenuta nella seconda scatola, quella che contiene il Manoscritto, ma anche il Seicento, il secolo dell’autore che – nella finzione manzoniana – ha scritto lo “scartafaccio”; la terza scatola contiene il tempo del racconto, che è il tempo in cui vive il narratore onnisciente, che recupera e nuovamente racconta la vicenda dello scartafaccio; la quarta è la scatola dell’Autore, lo scrittore ottocentesco Alessandro Manzoni. E c’è infine pure una quinta scatola, che è quella del lettore, che vive nella sua epoca e s’incarica di custodire, aprire e interpretare tutte le altre scatole, in un rapporto serrato tra sé, la sua storia, le storie degli altri, la Storia di ogni tempo. Scoprirsi proprietari di un quinto del romanzo è solitamente per i miei allievi l’incentivo più forte per andare alla conquista dei rimanenti quattro quinti.   

Narratori d'oggi. Intervista a Helena Janeczek

 

helena janeczek Ripubblichiamo l'intervista che la nostra Morena Marsilio ha fatto qualche mese fa a Helena Janeczek, vincitrice del Premio Strega 2018

Sui generi

Negli ultimi vent’anni la narrativa italiana sembra essere stata egemonizzata da due generi dallo statuto ibrido, la non fiction e l’autofiction. Il primo sembra porre al centro del racconto, seppur con diversi “effetti di narratività”, la ricostruzione di fatti di cronaca, l’attraversamento in chiave saggistico-riflessiva di temi legati all’attualità, il diario di viaggio, la rielaborazione di un’inchiesta; il secondo, invece, è la risultante dell’operazione in parte mistificante da parte di un “trickster” (Siti), ossia di un io-narrante che mescida liberamente fatti realmente accadutigli e fatti inventati.

Come si pone rispetto all’uno e all’altro genere? Li sente consoni al suo modo di rappresentazione del mondo?

Ricorro spesso a un io-narrante che si discosta da quello tipico dell’autofiction. Il mio primo libro, Lezioni di tenebra, è una narrazione memoriale (o post-memoriale per usare il termine coniato da Marianne Hirsch), dove la voce che dice “io” si fa garante delle vicende della madre sopravvissuta e dei famigliari uccisi a Auschwitz, ma tematizza al tempo stesso i silenzi, le reticenze, le mistificazioni protettive tessute intorno a quel lascito traumatico. Proprio per questo non era possibile che quel “io” autobiografico potesse liberamente ibridare realtà e finzione. A partire da lì, mi sono occupata spesso dell’intreccio tra realtà e finzione, ma ho sempre “mostrato il trucco” quando mi sono servita di un espediente “autofinzionale”, come per esempio, nelle prime pagine di Le Rondini di Montecassino.

Preferisco lavorare su materiali biografici, memorialistici, storici, cronachistici ecc., sperimentando una varietà di forme narrative volte a trasformare quei contenuti non finzionali in costruzioni letterarie.

Un fraterno diagnosta. Su La pura superficie di Guido Mazzoni

 

Mazzoni Pura superficie Lo scandaglio di un occhio clinico

C’è un topos nei film di evasione carceraria e in quelli di fantascienza: la luce  proiettata di un faro o un laser puntato setacciano il terreno palmo a palmo, metodicamente. Nella realtà sarebbe probabilmente impossibile sfuggire a questo controllo panottico. Nella logica fantastica e arbitraria del film, al contrario, al protagonista è lecito infrangere questa impossibilità. Lo stile di Mazzoni e la sua visione del mondo (e di conseguenza del rapporto tra linguaggio e mondo) possono essere descritti, credo, con questa metafora.

Mazzoni sembra mirare a una visibilità ed esteriorizzazione totali. Tutto è scandagliato da un occhio clinico: l’interno e l’esterno – la psiche e i corpi – degli individui, i pensieri e le emozioni, il dettaglio di un gesto e la filosofia della storia, la vita domestica e i grandi eventi politici e sociali, il fatto autobiografico e la letteratura, il sogno e la veglia, la vita umana e quella animale. È uno stile privo di allusioni, reciso, anti-orfico. La ricognizione procede millimetricamente, un dettaglio alla volta, con sovrumana calma, sia quando si tratta delle più trita quotidianità, sia quando la materia è orribile:

Scende in metropolitana, gioca col telefono, si stanca / di uccidere gli alieni, allora lascia / che emerga un pensiero complesso, prova a dargli forma. / Chiude la custodia, guarda fuori senza vedere. / È un pensiero sulla vita sociale, sulle cerchie. (Cinque cerchie)

Manzoni e i Millennials. Una modesta proposta per attirare la Generazione Y alla lettura di un bigotto milanese morto quasi 150 anni fa

Ritratto di Alessandro Manzoni by Francesco Hayez Ha ancora senso nell'era del digitale proporre a scuola e nelle università la lettura, indubbiamente estenuante e faticosa, di un testo come I promessi sposi? Certamente non per Matteo Renzi che nel recente Marzo 2015, ultimo di una lunga serie di speculatori sull'argomento, si affrettava a dichiarare sulle maggiori testate nazionali di volerlo «abolire per legge»[1].  Non ci si addentrerà qui sulle reali conoscenze in campo manzoniano dell'ex premier né sulla sua apparente buona fede nell'affermare con vigore che, eliminato dai programmi scolastici, il romanzo manzoniano avrebbe "riacquisito fascino" (sic!); sorvoleremo anche sul polverone sollevato da coloro (pochi, a dir la verità) che tali dichiarazioni le presero sul serio. Vale però la pena chiedersi se davvero risulti ancora necessario immettere nel bagaglio culturale  della cosiddetta "Generazione Y"[2] un testo così datato e inviso alla maggior parte degli studenti delle ultime cinque generazioni di italiani o se il vero problema non risieda invece nel metodo utilizzato per presentare il romanzo agli studenti. Chi scrive ha tentato lo scorso semestre, con le matricole di un corso di laurea triennale, un approccio certamente sui generis, ma che pare aver dato i suoi frutti.

Prima di esporre il "come", però, si ritiene inevitabile indagare sui "perché": non che un autore di siffatta grandezza necessiti di apologia alcuna, né tantomeno una tale apologia sarebbe da affidare alle cure di chi scrive, esistono per fortuna a tale scopo ben altre penne,  ma «intorno a questo personaggio bisogna assolutamente che noi spendiamo quattro parole: chi non si curasse di sentirle, e avesse però voglia d'andare avanti nella storia, salti addirittura al capitolo seguente»[3].

La breve estate di Gerda Taro: vita e morte della rivoluzione in Spagna. Note sul libro di Helena Janeczek (Premio Strega 2018)

000000000000000000000000000000Janeczeck Ripubblichiamo la recensione a "La ragazza con la Leica" di Emanuele Zinato, già uscita qualche settimana fa sul nostro blog

Fotografia e letteratura: il passato e il futuro

Per Walter Benjamin, le tecniche alla fine del loro sviluppo o mentre stanno scomparendo, mettono in relazione il passato con il futuro e prefigurano ciò che verrà: così i passages ottocenteschi anticipano il feticismo delle merci e il videorama anticipa il cinema. La fotografia, assai presente nella letteratura odierna nelle forme della descrizione delle immagini o nella loro diretta inclusione in “iconotesti” (da Sebald a Annie Ernaux), sembra oggi vivere questa medesima condizione: resa obsoleta dal digitale è, grazie a ciò, scavo vitale nella memoria e indice di futuro.

L’ultimo romanzo di Helena Janeczek, La ragazza con la Leica (Guanda, 2017) è a questo proposito esemplare: ha come protagonisti una fotoreporter leggendaria prematuramente scomparsa (Gerda Taro) e una tragedia collettiva in apparenza inattingibile (gli anni Trenta in Spagna), utilizza la narrazione multiprospettica cara ai modernisti americani, come Faulkner e Dos Passos, per interrogare i dettagli muti dei fotogrammi fino a farne materia di romanzo.

Storia della mia copertina /10 – La metà di bosco di Laura Pugno

laura pugno Per raccontare la storia della copertina de "La metà di bosco", il mio ultimo romanzo uscito pochi giorni fa per Marsilio, bisogna risalire indietro nel tempo, almeno fino ai due romanzi precedenti con lo stesso editore, tutti editi in un breve arco di anni: "La ragazza selvaggia" (2016) e la ristampa di "Sirene" (2017), il mio romanzo d'esordio, pubblicato per la prima volta nel 2007 nella collana Arcipelago di Einaudi e diventato nel frattempo introvabile. Le tre copertine, infatti, sono legate da un sottile filo, da una figura di giovane donna che sembra ritornare in varie forme, e risuonano di eco le une con le altre.

Ogni copertina, del resto, nasce da una conversazione, un incontro tra l'idea di libro che l'autore, l'autrice porta con sé, nei suoi aspetti coscienti e consapevoli e nei suoi aspetti impliciti e oscuri, e quella dell'editore. A volte è una semplice conferma, altre volte uno svelamento, un'epifania. Come la critica letteraria nel migliore dei casi, quando ti dice cose a cui non avevi neanche pensato, ma che, nel momento in cui le leggi, sai di aver saputo sempre, con il corpo se non con la mente, con qualche parte di te e ora, anche con la coscienza.

Superficie

d4ed7d58 03f5 4b3d 8bd6 ea203ee1734d large È un libro singolarmente spiazzante l’ultimo di Diego De Silva.

Alle prime pagine viene da pensare: tutto quello che non vorremmo mai sentire né dagli altri né tantomeno dalla nostra bocca. Ha dunque il primo effetto di ammutolire il lettore per il terrore di dire banalità. Chi poi è già restio a esprimersi per un eccesso di autoconsapevolezza (maestro ne è stato Italo Svevo, prototipo dell’intellettuale moderno) un po’ si compiace del fatto che adesso anche gli atri impareranno a tacere (!) Ma naturalmente non tutti i lettori sono uguali e non è affatto detto che un libro così, che si presenta in medias res, senza cornice, premessa, prefazione, note, privo totalmente di un apparato paratestuale, se non il laconico e sibillino titolo, sia recepito da tutti allo stesso modo; è di facile lettura, troppo facile e dunque difficile da interpretare.

Ma poi suscita l’interrogativo: che operazione culturale è mai questa? Certo non è un romanzo né un racconto, ma nemmeno narrativa; si potrebbe paragonare a una raccolta di “prose” - per contrasto; dove lì c’era il pieno di senso qui c’è il vuoto. E perché mai lo scrittore si fa portavoce di tale vuoto di senso? È una denuncia. Mirando in basso, provoca.

L’immagine di copertina mi ha fatto venire in mente il libro inglese per bambini, Tiddler con tutte le voci della classe che ripetono come una cantilena le sue gesta.

Riflessioni su fascismo e antifascismo nella scuola

 

len 20121002 0164 Il mio primo incontro con studenti che si dichiarano fascisti è avvenuto lo scorso ottobre, a poche settimane dall’inizio del mio primo anno scolastico nella scuola pubblica. In un istituto superiore dell’ovest vicentino è la ricreazione, io sono di sorveglianza, accanto a me un collega con cui scambio parole sul tempo grigio e sul freddo glaciale nelle aule. A pochi metri, accanto alla recinzione rugginosa, un gruppetto di ragazzi di quarta e quinta parla e ride rumorosamente. Li osservo e proprio in quel momento si alza un coro: inconfondibile la canzone, è il ritornello di “Giovinezza”. Guardo il collega, gli chiedo se anche lui ha sentito. Risponde di sì e sorride bonario, quasi a scusarli. Io rimango interdetto. Sono in anno di prova, prima insegnavo in un liceo paritario: classi piccole, ragazzi per la maggior parte provenienti dalla borghesia cittadina, molti di destra. Eppure non mi era mai accaduto ciò a cui sto assistendo. Decido quindi di intervenire. Mi avvicino ai ragazzi (non sono miei studenti) e decido di adottare una linea “morbida”: accenno ad un sorriso e chiedo se sanno cosa stanno cantando.

- Come no!  - risponde un ragazzo che ha l’aria di essere uno dei leader.

- Noi siamo fascisti – fa eco un secondo.

Per un attimo resto paralizzato dall’affermazione e dal tono stentoreo con cui è proferita. Mi riprendo subito però e abbozzo una risposta istituzionale.

- Sapete che la Costituzione e ben due leggi vietano espressamente di rifarsi al fascismo?

Uso questa parola, ‘rifarsi’, consapevolmente, pensandola più adatta di altre, più difficili, come ‘apologia’, e tutto sommato più vicina a loro. Nel gruppo cala per un istante il silenzio, rotto dal suono della campanella. Poco dopo, mentre siamo in colonna per rientrare nella scuola, mi arriva, a bruciapelo, la domanda:

- Ma lei come la pensa, prof.?

Storia della mia copertina/9: La galassia dei dementi di Ermanno Cavazzoni

Cavazzoni La storia della copertina del romanzo La galassia dei dementi è molto semplice: erano state fatte delle copertine dalla casa editrice, in generale sono dell’opinione che la casa editrice faccia la copertina che vuole e che rientra nello stile della collana, perciò ho approvato; poi mi è capitato di vedere una mostra di artisti russi contemporanei, c’ero stato tirato da un amico, ci sono andato per caso, e lì ho visto le immagini di un artista che si chiama Sergey Batkov che mi hanno molto colpito; su delle lune grandi ciascuna come il quadro, cioè viste dallo spazio a distanza ravvicinata, bucherellate dai crateri, ci stavano dei tipi dall’aria turistica grandi poco meno della luna, come se le lune fossero dei piccoli asteroidi abitati da uno o due esseri umani sovradimensionati; straordinario e buffo, ho pensato, perché le immagini facevano sorridere; in particolare uno di questi asteroidi aveva un ciccione pesante e dalla faccia leggermente demente, unico suo abitante spropositato. Ho pensato che poteva essere la mia copertina, perché nel libro la specie umana è immaginata ingrassata oltremisura e tonta, e il pianeta Terra avviato allo spopolamento; ho mandato a Elisabetta Sgarbi (delle ed. La nave di Teseo) la foto malfatta col telefonino, malfatta perché c’era il vetro che faceva riflesso, la foto era di scorcio e poco chiara, ma anche a Elisabetta è subito piaciuta, è importante il subito, anche per lei come per me c’è stato un immediato stupore magnetico; così in 24 ore hanno trovato l’artista in Russia e hanno avuto il permesso di usare l’immagine; la rapidità mi è piaciuta, anche l’adesione istantanea soddisfatta dell’artista, l’ho sentita ben augurale, anche perché il libro stava andando in stampa; e così il libro ha avuto la copertina che non lo illustrava ma gli corrispondeva.

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