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Alcune poesie da Ex-voto

8618279 2987759 a cura di Marianna Marrucci

A pochi mesi di distanza dal notevole Primine, punto d’arrivo importante della sua ricerca, nell’ultimissimo scorcio del 2017 Alessandra Carnaroli ha dato alle stampe ancora un nuovo libro, Ex-voto (Oèdipus edizioni). Per gentile concessione dell’autrice, ne pubblichiamo alcune parti: tre testi della serie intitolata Gavage e la parte conclusiva dell’opera. Al centro di questo nuovo lavoro di Carnaroli è la resa mimetica di una percezione straniata della malattia, della morte e della nascita, in una realtà in cui una invadente medicalizzazione e una perpetua condivisione social violentano le relazioni umane e svuotano il loro portato emotivo e intellettuale, generando analfabetismi sentimentali e paradossali forme di devozione religiosa. 

 

1.

Mia madre ha la

testa piccolina

di pera angelica

caduta sul letto

una piaga raccoglie

quello che una volta

era il sedere

ora decolla

la pappa

nel sondino di plastica

inghiotte

ogni cosa

come kirby

la sua pancia:

io sono il rappresentante

che prenderà

solo qualche istante

del suo assoluto niente

Lo studente mediocre

len 20180217 027 Sì, io.

Durante l’ultima tornata di scrutini mi sono trovato a mettere a fuoco una riflessione che, ora che provo a scriverla, mi rendo conto di portare dietro da qualche buon anno. Il fatto è semplice, banale. Inizia lo scrutinio, come accade oramai in ogni scuola viene proiettato sulla Lim il tabellone con i voti. Il coordinatore inizia a scorrere l’elenco degli alunni, chiede a noi insegnanti se qualcuno voglia modificare qualche voto. Io, che fin dai primi anni di scuola ho sempre fatto in modo di arrivare allo scrutinio con voti certi, decido eccezionalmente di cambiarne uno: «sì, io. Enrico Bottini passa in Italiano da sei a sette». Il coordinatore esegue senza commentare, lo scrutinio continua come niente fosse. Niente fosse per gli altri. Complice forse l’aria consumata del terzo scrutinio consecutivo, mi rintrona in testa una campana a festa, ma che per essere sentita anche da chi legge ha bisogno di qualche riga che spieghi chi sia Enrico Bottini.

Enrico Bottini, il mediocre

Enrico Bottini, sì, proprio lui, è uno studente perfettamente mediocre, che ho con me dall’inizio del triennio. Fin dall’inizio mediocre l’interesse per le mie materie, mediocri le sue capacità, mediocre l’impegno, mediocre la presenza della famiglia. Una somma di mediocrità che però ogni anno ha onestamente fruttato il necessario per arrivare a una mediocre sufficienza, senza troppi patemi e senza indebiti e ingiustificabili aiuti da parte mia. Enrico Bottini, lo ammetto senza cautele, fin dai primi mesi del primo anno pareva candidato al novero degli studenti che il mio personalissimo ur-insegnante (che ogni docente cova in sé, fin dai primordi della propria vocazione pedagogica) avrebbe dimenticato una volta consegnatogli il suo mediocre diploma di maturità. Il motivo? Semplice a dirsi: Enrico Bottini non appartiene alle due categorie comuni che delimitano i confini netti del mio (del nostro) indomabile impulso di dare identità alla propria patente esistenziale da insegnante. Vediamo quali sono.

Fabrizio De André era qualcosa di più di un alcolizzato timido

fabrizio de andre principe libero cs thumb660x453 Se volessi parlare col sopracciglio alzato della miniserie «Il principe libero» (in onda il 13 e il 14 febbraio), dovrei direi che tutte le premesse erano buone per garantire un risultato non memorabile: destinazione iper-generalista (la prima serata Rai, quella dei carabinieri e degli investigatori in tonaca da prete); corteo di gadgets pubblicitari (uscita prima nelle sale dei cinema poi in tv, cofanetto con dvd già predisposto, riedizione degli album); diretto coinvolgimento di Dori Ghezzi, persona emotivamente troppo vicina a De André per non vivere un film su di lui come rispecchiamento del proprio sé e come atto di devozione; problematicità, forse aporia, del genere stesso del biopic. Ma non voglio parlare così.

Se Fabrizio De André è ormai abbondantemente santificato e venerato, è pur vero che non avevamo ancora visto un film su di lui e nessun fan, per quanto supercilioso, potrebbe negare la soddisfazione un po’ morbosa di guardarselo. Inoltre non sono affatto fra quanti ridicolizzino i Don Matteo (per non parlare dei gradevolissimi Montalbano) e la “fiction all’italiana”, che è certo imparagonabile alle serie americane per qualità di scrittura, realizzazione, ambizioni artistiche, ma che fornisce un decoroso prodotto d’intrattenimento capace di perpetuare, nell’attuale volgarità della tv dei reality, la dignità della narrazione popolare. Infine, non mi aspetto che una biografia destinata alla tv riesca a superare gli ovvi cliché narrativi del genere.

Ma mi sarei aspettato, quanto meno, che Faber non ne uscisse addirittura degradato nella memoria.

Distopia, memoria, perdita: Non lasciarmi di K. Ishiguro

KazuoIshiguroNonLasciarmi tmb Dopo aver fatto discutere, rispettivamente nel 2015 e nel 2016, con l’attribuzione del Nobel a Svetlana Aleksjevic, autrice bielorussa di non fiction, e a Bob Dylan, ribelle “menestrello” statunitense, nell’ottobre dello scorso anno l’Accademia di Svezia è tornata a conferire il più ambito riconoscimento per la letteratura a un novelist “purosangue”, lo scrittore britannico di origini giapponesi Kazuo Ishiguro:  «Nei suoi romanzi di grande forza emotiva - si legge nella motivazione - ha scoperto l’abisso sottostante il nostro illusorio senso di connessione con il mondo». 

Se il suo romanzo più noto è Quel che resta del giorno (1989), i cui protagonisti sono stati magistralmente interpretati al cinema da Anthony Hopkins e Emma Thompson, il capolavoro è forse Non lasciarmi (2005), romanzo distopico ambientato nei tardi anni Novanta (trasposto in linguaggio filmico dal regista Mark Romanek nel 2010 con un talentuoso cast di giovani attori – Carey Mulligan, Keira Knightley, Andrew Garfield).

In effetti, fin dalle prime pagine se ne percepiscono la potenza e la forza di attrazione: la voce narrante, i tratti distintivi dei personaggi principali, la verosimiglianza e, al contempo, la discrepanza della realtà narrata rispetto a quella che conosciamo danno al lettore la certezza di essere sul punto di entrare in un “mondo possibile” (T. Pavel) al quale crederà, fiducioso nell’esperienza estetica, emotiva e fenomenologica a cui l’invenzione dell’autore darà forma.

L’omicidio di Macerata e le passioni infinite

4788672 Sul numero di «Micromega» aprile-giugno 1987, Ignacio Matte Blanco, psicoanalista cileno trasferitosi a Roma, pubblica un breve articolo intitolato Polis e Psiche. Si tratta di un documento insolito per un freudiano che ha messo al centro dei propri studi il rapporto tra inconscio e infinito. Nella sua analisi, Matte Blanco si confronta con la crisi dei valori della politica italiana, dimostrando che le sue categorie sono proficuamente applicabili per analizzare questioni di carattere sociale. Partendo, come di consueto, dall’analisi freudiana dei processi inconsci, Matte Blanco nota come il linguaggio politico sia fortemente condizionato dalle emozioni e dunque da porzioni di pensiero che non rispettano la logica tradizionale. Nel paragrafo centrale, intitolato Pensiero, Emozione, Infinito e Politica, si legge che «questo mondo [l’inconscio] esiste in noi ed è attivissimo ed influisce considerevolmente nella nostra vita, inclusa la vita politica. È il mondo dell’inconscio e dell’emozione» (p. 218). In questo mondo, scrive ancora Matte Blanco, «tutto si unifica, totalizza ed infinitizza» (p. 218). Le riflessioni sulla crisi della vita politica italiana degli anni Ottanta sono in larga parte attuali anche oggi, ma il saggio matteblanchiano è un documento essenziale soprattutto perché testimonianza di come uno studio sull’inconscio possa superare i confini della psiche privata e possa essere applicato anche a questioni di carattere storico, sociale, politico:

Siccome l’inconscio e l’emozione sono aspetti integranti della natura umana, possiamo concludere che la logica simmetrica, per quanto strana, è, dopo la logica classica, una seconda espressione della nostra natura. Essa ci fornisce un secondo modo di conoscere e vivere la realtà, nostra e del mondo. (p. 218)

La nuova prosa ministeriale e la «cultura del nuovo capitalismo»

00000000000000000000000000prosaministeriale Quando su un autobus urbano lessi per la prima volta “personale per il servizio alla clientela”, capii che erano i vecchi “controllori” solo dopo molti viaggi e molte riletture. Credevo davvero che si trattasse di personale dedicato ai miei sacri diritti di cliente. 

L’hanno detto in tanti: l’Italia è un paese che ama l’opacità linguistica degli eufemismi, delle perifrasi, degli slittamenti semantici o delle vere e proprie sostituzioni. La ragione è sempre quella rappresentata amaramente da Ignazio Silone in Fontamara: fottere i cafoni parlando di “lustro” invece che di “cinque anni”. Prima che la coscienza avvertita della persona colta reagisse, anche io su quell’autobus sono stato un cafone.

Quando, però, su un treno ad alta velocità ho ascoltato un messaggio registrato che mi avvertiva, «il train manager è a vostra disposizione», ho compreso subito che si trattava di un fenomeno completamente nuovo e di dimensioni ben maggiori della vieta opacità del potere e della burocrazia italiani. 

Un train manager non è un volgare capotreno: non ne ha la ruvidezza, quella con la quale – ricordo – apriva la porta dello scompartimento in piena notte, accendendo brutalmente la luce ed esigendo “i biglietti!”. 

Il train manager non ha i polsini della camicia un po’ sgualciti e l’accento dialettale. Il train manager è customer-oriented e ha un tablet in mano. Se, poniamo, i suoi diritti di lavoratore vengono calpestati, lui molto probabilmente non si ribella come suo padre e suo nonno capitreno. Infatti non sa di essere un “lavoratore”: è stato educato in quella «cultura del nuovo capitalismo» di cui ha parlato Richard Sennett, nella quale gli hanno fatto credere di doversi considerare un “imprenditore di se stesso”.

Le otto montagne di Cognetti, romanzo problematico. Replica a Paolin

download Pubblichiamo questa recensione al romanzo di Paolo Cognetti, Le otto montagne (Premio Strega 2017), che si configura anche come una replica all’intervento sul medesimo libro di Demetrio Paolin (disponibile al link ) proponendone una diversa interpretazione.

Il successo del romanzo di Paolo Cognetti Le otto montagne, vincitore del premio Strega, ha portato molte persone che vivono in montagna, abitualmente non lettori, a leggerlo e a discuterlo: un fatto di per sé rilevante. Mi riferisco in particolare agli abitanti della Valle d’Aosta e, più specificamente, a quelli della val d’Ayas, che hanno avvertito curiosità verso un libro che parla di luoghi e di persone a loro note: in una delle valli laterali è ambientato il romanzo e in un’altra vive per alcuni mesi all’anno il suo giovane autore. Se poi, come egli sostiene, la storia narrata abbia un carattere universale perché affronta il rapporto dell’uomo con la montagna, sarà qualcosa di cui discutere. Resta il fatto che le reazioni dei lettori montanari con cui mi è capitato di parlare sono state diverse: per lo più di immedesimazione, di interesse, di empatia, ma talora anche di estraneità, di distanza o di freddezza.  Una spia, a mio parere, delle contraddizioni implicite nel romanzo: quelle dello scrittore, che si proiettano al suo interno, e quelle dei suoi personaggi. Paolin lo considera invece privo di problematicità, dal carattere “moralmente edificante, perché quello che l’autore vuole profondamente comunicarci con il suo libro è che esiste una speranza, che esiste qualcosa di buono e consolante”. Se queste sono le intenzioni di Cognetti, che, rifacendosi alla sua esperienza, vede la salvezza nella montagna, credo tuttavia che il romanzo contenga uno spessore problematico e che sia utile separare i due piani che si intersecano tra di loro: quello della biografia e quello della scrittura.

L’incontro e il caso. Narrazioni moderne e destino dell’uomo occidentale

die zirkusreiterin a1129 A distanza di dieci anni dalla prima edizione, è uscito nuovamente per Laterza L’incontro e il caso. Narrazioni moderne e destino dell’uomo occidentale di Romano Luperini.

Non è frequente che un “libro di critica”, per quanto fortunato al momento della sua apparizione, sia ripubblicato. C’è sempre, anche negli studi critici di maggiore spessore, una porzione fisiologicamente, forse persino logicamente vincolata all’hinc et nunc che li ha prodotti: è la dimensione psicologica, esistenziale, storica, ideologica di chi scrive. Essa è destinata a mutare nel tempo e a decretare – a torto o a ragione – la marginalizzazione o persino la messa al bando di certi studi, in nome di categorie interpretative percepite come meglio rispondenti a un complesso di circostanze mutato.

L’incontro e il caso, invece, non è soltanto un libro ancora genericamente “attuale”: l’esperienza didattica (e non solo) ci insegna a dubitare dell’attualità come indicatore di profondità, giacché troppo spesso le operazioni critiche “attualizzanti” hanno avuto come esito lo schiacciamento deformante di un testo del passato sul presente e non la restituzione prospettica dei suoi elementi vitali. L’incontro e il caso è – semmai – un libro pulsante e urgente, problematico; oggi come dieci anni fa, ci interroga ancora sul valore ineludibile dell’incontro e ci obbliga a pensare all’attività del critico come ad autentica militanza. Vediamo perché.

Perché ho firmato l’appello per la scuola pubblica. Il dibattito sull’Appello sulla scuola pubblica/8

Rene Magritte Condition humaine 2 La 756x1024 Ho firmato l'Appello, perché mi pare molto condivisibile in tutte le sue parti, anche in quella relativa alle competenze: è infatti innegabile che il senso attribuito alla didattica per competenze da chi ha riflettuto e sperimentato nell’ottica di una fattiva e critica ricerca-azione, come il gruppo di ricerca COMPITA, di cui faccio parte, NON È lo stesso con cui viene intesa dalla stragrande maggioranza dei colleghi e dalle stesse indicazioni ministeriali: di fatto si invita a un “laboratorialismo” sciatto e privo di contenuti, esaltando pratiche “innovative” e chiaramente non efficaci, regalando l’illusione che basti montare un power point e accostare senza connettere una slide all’altra per costruire un percorso di senso. La saldatura, semplicistica eppure prevalente, tra didattica per competenze-animazione digitale-fatevoistudenti ha prodotto risultati devastanti, creando una artificiale e teoricamente infondata frattura tra didattica delle discipline e didattica per competenze: infatti, di fronte al dilagare di “percorsi laboratoriali” improvvisati e improbabili, privi di rigore scientifico e di riflessione critica, molti docenti sono corsi a recuperare la lezione frontale e i manuali più antichi ancora in circolazione.

Inoltre la Buona Scuola ha promosso l'alternanza scuola-lavoro nei licei e penso che essa vada abolita. Il fatto che ci siano qua e là esperienze positive non stupisce: a fronte di un lavoro immane svolto da decine di colleghi e di un cospicuo impiego di risorse anche economiche, qualche risultato di pregio è auspicabile! Ma l’impatto sulla didattica di questo immane movimento di studenti, per una enorme quantità di ore, è stato a mio avviso molto negativo: gli studenti migliori sono penalizzati e vivono con significativa ansia la compresenza di una molteplicità di impegni, i mediocri razzolano qui e lì barcamenandosi tra giustificazioni e assenze e procrastinando ulteriormente un serio e costruttivo impegno scolastico - e sono i più penalizzati-. L’attività di pianificazione didattica è saltata, ma non è variato il numero delle verifiche e la loro qualità: l’asse dell’azione si è quindi spostato sull’aspetto valutativo, con serio detrimento di un efficace e sensato dialogo educativo. Inoltre le tante attività didattiche proposte dalle diverse scuole in orario extrascolastico - dal teatro, alle visite artistiche, ai circoli di lettura, ai cineforum- hanno visto una grave flessione delle presenze per il semplice fatto che i ragazzi non hanno più tempo. Inutile dire che, laddove l’alternanza scuola-lavoro è utile e ha un senso, in scuole che non siano licei, essa si faceva già da tempo e con eccellenti risultati.

Le intermittenze possibili della storia: su Mio padre la rivoluzione di Davide Orecchio

cover e1507825470208 Favole al telefono fu il primo libro che mio padre mi regalò, la mia prima lettura autonoma all’inizio degli anni ‘80: l’Omino di niente divenne ben presto uno dei miei eroi di carta, una infatuazione narrativa vera e propria. E deve essere stato così anche per Davide Orecchio, se in uno dei racconti di Mio padre la rivoluzione proprio l’omino di niente “piove nell’alta fantasia” di un Gianni Rodari perduto nella “foresta di Lenin”, nella «torbiera della falsa coscienza, dell’infantilismo, dell’avventurismo, del deviazionismo» in cui lui stesso aveva rischiato di perdersi durante un viaggio realmente compiuto da Rodari sulle rive del Volga nel 1969. Il potere salvifico delle narrazioni («Posso uscire da qua solo con una favola») è uno dei centri di irradiazione di questo curioso e originalissimo libro di racconti sulla storia del comunismo e del nostro rapporto, postumo e monco, con quella tradizione.

Mio padre la rivoluzione si articola infatti in undici racconti dove storia e letteratura, ricostruzione evenemenziale e fantasia collaborano, edificando una dimensione parallela – la dimensione della storia controfattuale – dove le cose sono andate in modo ben diverso da come ci raccontano i libri, le fonti e i reportages giornalistici: in questo universo possibile, Trockij non è stato ucciso da un sicario di Stalin nel 1940, ma sarebbe ancora vivo nel 1956, tanto da poter commentare i fatti del XX Congresso del Pcus; Stalin e Hitler vengono a coincidere in un singolare (ma non del tutto improprio) giano bifronte; Robert Zimmerman non diventa Bob Dylan ma compone canzoni rivoluzionarie.

(Non) è la fine! Letteratura come ecologia ai tempi della crisi ambientale

00000000000000000000000scaffai Crisi ambientale, “svolta ecologica” e nascita dell’ecocritica

Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa di Niccolò Scaffai (Carocci, 2017) si inserisce all’interno di quella “svolta ecologica” che da alcuni decenni coinvolge gli studi letterari in ambito anglosassone, e che è stata introdotta in Italia soprattutto dalle ricerche di Serenella Iovino. L’ecocriticism, affermatosi come corrente critica proprio alle soglie della prima Conferenza mondiale sul clima svoltasi a Rio de Janeiro nel 1992, da un lato nasce dall’esigenza di aprire la critica letteraria ad una prospettiva ecologica, attraverso un confronto vivace con le discipline volte allo studio dell’ambiente; dall’altro, sorge dall’urgenza concreta di recuperare, a fronte dei cambiamenti climatici e della crisi ambientale, un rapporto critico tra testo e referente, tra dimensione finzionale e contesto reale.

Il volume di Scaffai parte dunque dalla consapevolezza che la relazione tra uomo e ambiente fisico, oggi al centro di un dialogo interdisciplinare che coinvolge studi scientifici, filosofici, tecnologici e sociologici, è da sempre stata oggetto di riflessione da parte degli studi umanistici, ma soprattutto di narrazione da parte di molti autori protagonisti del canone letterario occidentale. Scaffai si inserisce così in un filone di studi che conosce oggi una rinnovata fortuna, anche in Italia: infatti, i temi della crisi ambientale, degli ecosistemi e dell’impatto che l’azione dell’uomo ha sulla violazione dei loro equilibri, hanno varcato le soglie della critica italiana, proponendo relazioni sempre più strette tra prospettiva ecologica e analisi letteraria, rintracciabili in alcuni recenti volumi, tra cui Ecocriticism and Italy: Ecology, Resistance, and Liberation (Bloomsbury Academic, 2016) di Serenella Iovino, Ecosistemi Letterari. Luoghi e Paesaggi nella Finzione Novecentesca (Firenze UP, 2016) a cura di Nicola Turi e Ecocritica. La letteratura e la crisi del pianeta (Donzelli Editore, 2013) a cura di Caterina Salabè, per citarne solo alcuni.