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Lo studente mediocre

len 20180217 027 Sì, io.

Durante l’ultima tornata di scrutini mi sono trovato a mettere a fuoco una riflessione che, ora che provo a scriverla, mi rendo conto di portare dietro da qualche buon anno. Il fatto è semplice, banale. Inizia lo scrutinio, come accade oramai in ogni scuola viene proiettato sulla Lim il tabellone con i voti. Il coordinatore inizia a scorrere l’elenco degli alunni, chiede a noi insegnanti se qualcuno voglia modificare qualche voto. Io, che fin dai primi anni di scuola ho sempre fatto in modo di arrivare allo scrutinio con voti certi, decido eccezionalmente di cambiarne uno: «sì, io. Enrico Bottini passa in Italiano da sei a sette». Il coordinatore esegue senza commentare, lo scrutinio continua come niente fosse. Niente fosse per gli altri. Complice forse l’aria consumata del terzo scrutinio consecutivo, mi rintrona in testa una campana a festa, ma che per essere sentita anche da chi legge ha bisogno di qualche riga che spieghi chi sia Enrico Bottini.

Enrico Bottini, il mediocre

Enrico Bottini, sì, proprio lui, è uno studente perfettamente mediocre, che ho con me dall’inizio del triennio. Fin dall’inizio mediocre l’interesse per le mie materie, mediocri le sue capacità, mediocre l’impegno, mediocre la presenza della famiglia. Una somma di mediocrità che però ogni anno ha onestamente fruttato il necessario per arrivare a una mediocre sufficienza, senza troppi patemi e senza indebiti e ingiustificabili aiuti da parte mia. Enrico Bottini, lo ammetto senza cautele, fin dai primi mesi del primo anno pareva candidato al novero degli studenti che il mio personalissimo ur-insegnante (che ogni docente cova in sé, fin dai primordi della propria vocazione pedagogica) avrebbe dimenticato una volta consegnatogli il suo mediocre diploma di maturità. Il motivo? Semplice a dirsi: Enrico Bottini non appartiene alle due categorie comuni che delimitano i confini netti del mio (del nostro) indomabile impulso di dare identità alla propria patente esistenziale da insegnante. Vediamo quali sono.

Fabrizio De André era qualcosa di più di un alcolizzato timido

fabrizio de andre principe libero cs thumb660x453 Se volessi parlare col sopracciglio alzato della miniserie «Il principe libero» (in onda il 13 e il 14 febbraio), dovrei direi che tutte le premesse erano buone per garantire un risultato non memorabile: destinazione iper-generalista (la prima serata Rai, quella dei carabinieri e degli investigatori in tonaca da prete); corteo di gadgets pubblicitari (uscita prima nelle sale dei cinema poi in tv, cofanetto con dvd già predisposto, riedizione degli album); diretto coinvolgimento di Dori Ghezzi, persona emotivamente troppo vicina a De André per non vivere un film su di lui come rispecchiamento del proprio sé e come atto di devozione; problematicità, forse aporia, del genere stesso del biopic. Ma non voglio parlare così.

Se Fabrizio De André è ormai abbondantemente santificato e venerato, è pur vero che non avevamo ancora visto un film su di lui e nessun fan, per quanto supercilioso, potrebbe negare la soddisfazione un po’ morbosa di guardarselo. Inoltre non sono affatto fra quanti ridicolizzino i Don Matteo (per non parlare dei gradevolissimi Montalbano) e la “fiction all’italiana”, che è certo imparagonabile alle serie americane per qualità di scrittura, realizzazione, ambizioni artistiche, ma che fornisce un decoroso prodotto d’intrattenimento capace di perpetuare, nell’attuale volgarità della tv dei reality, la dignità della narrazione popolare. Infine, non mi aspetto che una biografia destinata alla tv riesca a superare gli ovvi cliché narrativi del genere.

Ma mi sarei aspettato, quanto meno, che Faber non ne uscisse addirittura degradato nella memoria.

Distopia, memoria, perdita: Non lasciarmi di K. Ishiguro

KazuoIshiguroNonLasciarmi tmb Dopo aver fatto discutere, rispettivamente nel 2015 e nel 2016, con l’attribuzione del Nobel a Svetlana Aleksjevic, autrice bielorussa di non fiction, e a Bob Dylan, ribelle “menestrello” statunitense, nell’ottobre dello scorso anno l’Accademia di Svezia è tornata a conferire il più ambito riconoscimento per la letteratura a un novelist “purosangue”, lo scrittore britannico di origini giapponesi Kazuo Ishiguro:  «Nei suoi romanzi di grande forza emotiva - si legge nella motivazione - ha scoperto l’abisso sottostante il nostro illusorio senso di connessione con il mondo». 

Se il suo romanzo più noto è Quel che resta del giorno (1989), i cui protagonisti sono stati magistralmente interpretati al cinema da Anthony Hopkins e Emma Thompson, il capolavoro è forse Non lasciarmi (2005), romanzo distopico ambientato nei tardi anni Novanta (trasposto in linguaggio filmico dal regista Mark Romanek nel 2010 con un talentuoso cast di giovani attori – Carey Mulligan, Keira Knightley, Andrew Garfield).

In effetti, fin dalle prime pagine se ne percepiscono la potenza e la forza di attrazione: la voce narrante, i tratti distintivi dei personaggi principali, la verosimiglianza e, al contempo, la discrepanza della realtà narrata rispetto a quella che conosciamo danno al lettore la certezza di essere sul punto di entrare in un “mondo possibile” (T. Pavel) al quale crederà, fiducioso nell’esperienza estetica, emotiva e fenomenologica a cui l’invenzione dell’autore darà forma.

L’omicidio di Macerata e le passioni infinite

4788672 Sul numero di «Micromega» aprile-giugno 1987, Ignacio Matte Blanco, psicoanalista cileno trasferitosi a Roma, pubblica un breve articolo intitolato Polis e Psiche. Si tratta di un documento insolito per un freudiano che ha messo al centro dei propri studi il rapporto tra inconscio e infinito. Nella sua analisi, Matte Blanco si confronta con la crisi dei valori della politica italiana, dimostrando che le sue categorie sono proficuamente applicabili per analizzare questioni di carattere sociale. Partendo, come di consueto, dall’analisi freudiana dei processi inconsci, Matte Blanco nota come il linguaggio politico sia fortemente condizionato dalle emozioni e dunque da porzioni di pensiero che non rispettano la logica tradizionale. Nel paragrafo centrale, intitolato Pensiero, Emozione, Infinito e Politica, si legge che «questo mondo [l’inconscio] esiste in noi ed è attivissimo ed influisce considerevolmente nella nostra vita, inclusa la vita politica. È il mondo dell’inconscio e dell’emozione» (p. 218). In questo mondo, scrive ancora Matte Blanco, «tutto si unifica, totalizza ed infinitizza» (p. 218). Le riflessioni sulla crisi della vita politica italiana degli anni Ottanta sono in larga parte attuali anche oggi, ma il saggio matteblanchiano è un documento essenziale soprattutto perché testimonianza di come uno studio sull’inconscio possa superare i confini della psiche privata e possa essere applicato anche a questioni di carattere storico, sociale, politico:

Siccome l’inconscio e l’emozione sono aspetti integranti della natura umana, possiamo concludere che la logica simmetrica, per quanto strana, è, dopo la logica classica, una seconda espressione della nostra natura. Essa ci fornisce un secondo modo di conoscere e vivere la realtà, nostra e del mondo. (p. 218)

La nuova prosa ministeriale e la «cultura del nuovo capitalismo»

00000000000000000000000000prosaministeriale Quando su un autobus urbano lessi per la prima volta “personale per il servizio alla clientela”, capii che erano i vecchi “controllori” solo dopo molti viaggi e molte riletture. Credevo davvero che si trattasse di personale dedicato ai miei sacri diritti di cliente. 

L’hanno detto in tanti: l’Italia è un paese che ama l’opacità linguistica degli eufemismi, delle perifrasi, degli slittamenti semantici o delle vere e proprie sostituzioni. La ragione è sempre quella rappresentata amaramente da Ignazio Silone in Fontamara: fottere i cafoni parlando di “lustro” invece che di “cinque anni”. Prima che la coscienza avvertita della persona colta reagisse, anche io su quell’autobus sono stato un cafone.

Quando, però, su un treno ad alta velocità ho ascoltato un messaggio registrato che mi avvertiva, «il train manager è a vostra disposizione», ho compreso subito che si trattava di un fenomeno completamente nuovo e di dimensioni ben maggiori della vieta opacità del potere e della burocrazia italiani. 

Un train manager non è un volgare capotreno: non ne ha la ruvidezza, quella con la quale – ricordo – apriva la porta dello scompartimento in piena notte, accendendo brutalmente la luce ed esigendo “i biglietti!”. 

Il train manager non ha i polsini della camicia un po’ sgualciti e l’accento dialettale. Il train manager è customer-oriented e ha un tablet in mano. Se, poniamo, i suoi diritti di lavoratore vengono calpestati, lui molto probabilmente non si ribella come suo padre e suo nonno capitreno. Infatti non sa di essere un “lavoratore”: è stato educato in quella «cultura del nuovo capitalismo» di cui ha parlato Richard Sennett, nella quale gli hanno fatto credere di doversi considerare un “imprenditore di se stesso”.

Le otto montagne di Cognetti, romanzo problematico. Replica a Paolin

download Pubblichiamo questa recensione al romanzo di Paolo Cognetti, Le otto montagne (Premio Strega 2017), che si configura anche come una replica all’intervento sul medesimo libro di Demetrio Paolin (disponibile al link ) proponendone una diversa interpretazione.

Il successo del romanzo di Paolo Cognetti Le otto montagne, vincitore del premio Strega, ha portato molte persone che vivono in montagna, abitualmente non lettori, a leggerlo e a discuterlo: un fatto di per sé rilevante. Mi riferisco in particolare agli abitanti della Valle d’Aosta e, più specificamente, a quelli della val d’Ayas, che hanno avvertito curiosità verso un libro che parla di luoghi e di persone a loro note: in una delle valli laterali è ambientato il romanzo e in un’altra vive per alcuni mesi all’anno il suo giovane autore. Se poi, come egli sostiene, la storia narrata abbia un carattere universale perché affronta il rapporto dell’uomo con la montagna, sarà qualcosa di cui discutere. Resta il fatto che le reazioni dei lettori montanari con cui mi è capitato di parlare sono state diverse: per lo più di immedesimazione, di interesse, di empatia, ma talora anche di estraneità, di distanza o di freddezza.  Una spia, a mio parere, delle contraddizioni implicite nel romanzo: quelle dello scrittore, che si proiettano al suo interno, e quelle dei suoi personaggi. Paolin lo considera invece privo di problematicità, dal carattere “moralmente edificante, perché quello che l’autore vuole profondamente comunicarci con il suo libro è che esiste una speranza, che esiste qualcosa di buono e consolante”. Se queste sono le intenzioni di Cognetti, che, rifacendosi alla sua esperienza, vede la salvezza nella montagna, credo tuttavia che il romanzo contenga uno spessore problematico e che sia utile separare i due piani che si intersecano tra di loro: quello della biografia e quello della scrittura.

L’incontro e il caso. Narrazioni moderne e destino dell’uomo occidentale

die zirkusreiterin a1129 A distanza di dieci anni dalla prima edizione, è uscito nuovamente per Laterza L’incontro e il caso. Narrazioni moderne e destino dell’uomo occidentale di Romano Luperini.

Non è frequente che un “libro di critica”, per quanto fortunato al momento della sua apparizione, sia ripubblicato. C’è sempre, anche negli studi critici di maggiore spessore, una porzione fisiologicamente, forse persino logicamente vincolata all’hinc et nunc che li ha prodotti: è la dimensione psicologica, esistenziale, storica, ideologica di chi scrive. Essa è destinata a mutare nel tempo e a decretare – a torto o a ragione – la marginalizzazione o persino la messa al bando di certi studi, in nome di categorie interpretative percepite come meglio rispondenti a un complesso di circostanze mutato.

L’incontro e il caso, invece, non è soltanto un libro ancora genericamente “attuale”: l’esperienza didattica (e non solo) ci insegna a dubitare dell’attualità come indicatore di profondità, giacché troppo spesso le operazioni critiche “attualizzanti” hanno avuto come esito lo schiacciamento deformante di un testo del passato sul presente e non la restituzione prospettica dei suoi elementi vitali. L’incontro e il caso è – semmai – un libro pulsante e urgente, problematico; oggi come dieci anni fa, ci interroga ancora sul valore ineludibile dell’incontro e ci obbliga a pensare all’attività del critico come ad autentica militanza. Vediamo perché.

Perché ho firmato l’appello per la scuola pubblica. Il dibattito sull’Appello sulla scuola pubblica/8

Rene Magritte Condition humaine 2 La 756x1024 Ho firmato l'Appello, perché mi pare molto condivisibile in tutte le sue parti, anche in quella relativa alle competenze: è infatti innegabile che il senso attribuito alla didattica per competenze da chi ha riflettuto e sperimentato nell’ottica di una fattiva e critica ricerca-azione, come il gruppo di ricerca COMPITA, di cui faccio parte, NON È lo stesso con cui viene intesa dalla stragrande maggioranza dei colleghi e dalle stesse indicazioni ministeriali: di fatto si invita a un “laboratorialismo” sciatto e privo di contenuti, esaltando pratiche “innovative” e chiaramente non efficaci, regalando l’illusione che basti montare un power point e accostare senza connettere una slide all’altra per costruire un percorso di senso. La saldatura, semplicistica eppure prevalente, tra didattica per competenze-animazione digitale-fatevoistudenti ha prodotto risultati devastanti, creando una artificiale e teoricamente infondata frattura tra didattica delle discipline e didattica per competenze: infatti, di fronte al dilagare di “percorsi laboratoriali” improvvisati e improbabili, privi di rigore scientifico e di riflessione critica, molti docenti sono corsi a recuperare la lezione frontale e i manuali più antichi ancora in circolazione.

Inoltre la Buona Scuola ha promosso l'alternanza scuola-lavoro nei licei e penso che essa vada abolita. Il fatto che ci siano qua e là esperienze positive non stupisce: a fronte di un lavoro immane svolto da decine di colleghi e di un cospicuo impiego di risorse anche economiche, qualche risultato di pregio è auspicabile! Ma l’impatto sulla didattica di questo immane movimento di studenti, per una enorme quantità di ore, è stato a mio avviso molto negativo: gli studenti migliori sono penalizzati e vivono con significativa ansia la compresenza di una molteplicità di impegni, i mediocri razzolano qui e lì barcamenandosi tra giustificazioni e assenze e procrastinando ulteriormente un serio e costruttivo impegno scolastico - e sono i più penalizzati-. L’attività di pianificazione didattica è saltata, ma non è variato il numero delle verifiche e la loro qualità: l’asse dell’azione si è quindi spostato sull’aspetto valutativo, con serio detrimento di un efficace e sensato dialogo educativo. Inoltre le tante attività didattiche proposte dalle diverse scuole in orario extrascolastico - dal teatro, alle visite artistiche, ai circoli di lettura, ai cineforum- hanno visto una grave flessione delle presenze per il semplice fatto che i ragazzi non hanno più tempo. Inutile dire che, laddove l’alternanza scuola-lavoro è utile e ha un senso, in scuole che non siano licei, essa si faceva già da tempo e con eccellenti risultati.

Le intermittenze possibili della storia: su Mio padre la rivoluzione di Davide Orecchio

cover e1507825470208 Favole al telefono fu il primo libro che mio padre mi regalò, la mia prima lettura autonoma all’inizio degli anni ‘80: l’Omino di niente divenne ben presto uno dei miei eroi di carta, una infatuazione narrativa vera e propria. E deve essere stato così anche per Davide Orecchio, se in uno dei racconti di Mio padre la rivoluzione proprio l’omino di niente “piove nell’alta fantasia” di un Gianni Rodari perduto nella “foresta di Lenin”, nella «torbiera della falsa coscienza, dell’infantilismo, dell’avventurismo, del deviazionismo» in cui lui stesso aveva rischiato di perdersi durante un viaggio realmente compiuto da Rodari sulle rive del Volga nel 1969. Il potere salvifico delle narrazioni («Posso uscire da qua solo con una favola») è uno dei centri di irradiazione di questo curioso e originalissimo libro di racconti sulla storia del comunismo e del nostro rapporto, postumo e monco, con quella tradizione.

Mio padre la rivoluzione si articola infatti in undici racconti dove storia e letteratura, ricostruzione evenemenziale e fantasia collaborano, edificando una dimensione parallela – la dimensione della storia controfattuale – dove le cose sono andate in modo ben diverso da come ci raccontano i libri, le fonti e i reportages giornalistici: in questo universo possibile, Trockij non è stato ucciso da un sicario di Stalin nel 1940, ma sarebbe ancora vivo nel 1956, tanto da poter commentare i fatti del XX Congresso del Pcus; Stalin e Hitler vengono a coincidere in un singolare (ma non del tutto improprio) giano bifronte; Robert Zimmerman non diventa Bob Dylan ma compone canzoni rivoluzionarie.

(Non) è la fine! Letteratura come ecologia ai tempi della crisi ambientale

00000000000000000000000scaffai Crisi ambientale, “svolta ecologica” e nascita dell’ecocritica

Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa di Niccolò Scaffai (Carocci, 2017) si inserisce all’interno di quella “svolta ecologica” che da alcuni decenni coinvolge gli studi letterari in ambito anglosassone, e che è stata introdotta in Italia soprattutto dalle ricerche di Serenella Iovino. L’ecocriticism, affermatosi come corrente critica proprio alle soglie della prima Conferenza mondiale sul clima svoltasi a Rio de Janeiro nel 1992, da un lato nasce dall’esigenza di aprire la critica letteraria ad una prospettiva ecologica, attraverso un confronto vivace con le discipline volte allo studio dell’ambiente; dall’altro, sorge dall’urgenza concreta di recuperare, a fronte dei cambiamenti climatici e della crisi ambientale, un rapporto critico tra testo e referente, tra dimensione finzionale e contesto reale.

Il volume di Scaffai parte dunque dalla consapevolezza che la relazione tra uomo e ambiente fisico, oggi al centro di un dialogo interdisciplinare che coinvolge studi scientifici, filosofici, tecnologici e sociologici, è da sempre stata oggetto di riflessione da parte degli studi umanistici, ma soprattutto di narrazione da parte di molti autori protagonisti del canone letterario occidentale. Scaffai si inserisce così in un filone di studi che conosce oggi una rinnovata fortuna, anche in Italia: infatti, i temi della crisi ambientale, degli ecosistemi e dell’impatto che l’azione dell’uomo ha sulla violazione dei loro equilibri, hanno varcato le soglie della critica italiana, proponendo relazioni sempre più strette tra prospettiva ecologica e analisi letteraria, rintracciabili in alcuni recenti volumi, tra cui Ecocriticism and Italy: Ecology, Resistance, and Liberation (Bloomsbury Academic, 2016) di Serenella Iovino, Ecosistemi Letterari. Luoghi e Paesaggi nella Finzione Novecentesca (Firenze UP, 2016) a cura di Nicola Turi e Ecocritica. La letteratura e la crisi del pianeta (Donzelli Editore, 2013) a cura di Caterina Salabè, per citarne solo alcuni.

Riflessioni sul documento di orientamento per la redazione della prova di italiano nell’esame di stato conclusivo del primo ciclo

 

articoli adolescenzaMartedì 16 gennaio, a quattro mesi dalla fine della scuola, è uscito il Documento di orientamento per la redazione nell’esame di stato conclusivo del primo ciclo che chiarisce quanto abbozzato nel dpr. 62 e nel DM 741 del 3 ottobre 2017 e fornisce indicazioni precise e programmatiche su come dovranno essere le tracce all’esame di italiano per l’anno scolastico 2017/18. Il testo, si legge, «è frutto del lavoro di un’apposita commissione di esperti guidata da Luca Serianni e composta da Massimo Palermo, ordinario di Linguistica italiana all’Università per stranieri di Siena, Nicoletta Frontani, docente di Lettere presso il liceo classico “Augusto” di Roma, Antonella Mastrogiovanni, docente e collaboratrice dell’INVALSI (Istituto Nazionale di Valutazione del Sistema di Istruzione), Carmela Palumbo, Capo del Dipartimento per la programmazione e la gestione delle risorse umane, finanziarie e strumentali del MIUR». Sarebbe stato auspicabile che nella commissione ci fosse una quota ampia di docenti che insegna italiano alla scuola secondaria, non solo studiosi che riflettono su come vi si debba insegnare o docenti di ordini superiori. Perché se è vero che l’esperienza non garantisce immediatamente competenza, è pur vero che nel panorama della scuola secondaria di secondo grado esistono realtà di sperimentazione e dibattito sull’insegnamento dell’italiano: la presenza di questi docenti avrebbe permesso di ragionare su come concretamente si insegna e lavora lì, sulle difficoltà e sui punti di forza.

Insegnare cosa, insegnare come
Io spero che questo documento venga discusso e dibattuto nei dipartimenti, ci spinga a ragionare e ad andare in profondità su quello che ci viene chiesto e come. Che non si riduca il tutto a creare delle tracce su modello di quelle indicate: a noi docenti spetta il compito di fare metacognizione prima di tutto su noi stessi e sul perché scegliere un modus operandi piuttosto che un altro, una traccia piuttosto che un’altra. Autonomia e libertà dell’insegnamento per me è anche questo: studiare, riflettere, indagare e creare una didattica vera in situazione. Da sempre mi domando perché mentre sono state dedicate ore e ore di formazione a competenze, curricoli, autovalutazione, non si sia speso lo stesso tempo alla lettura analisi e studio delle indicazioni nazionali che sono chiare e hanno alle spalle una visione del docente che condivido: professionista artigiano che rende concreto ciò che gli viene indicato, giacché conosce le caratteristiche di apprendimento degli studenti che ha di fronte. È vero però che le indicazioni non hanno generato, credo, il cambiamento che avevano in programma, spesso sono rimaste lettera morta. Ma torniamo al documento sulle tracce d’esame. L’ esame di stato, il primo per i ragazzi, deve certificare le competenze raggiunte, ma deve anche essere strutturato in modo che tutti lo possano sostenere, ciascuno secondo le proprie possibilità: deve tener conto, quindi, delle profonde differenze che ci sono all’interno di una stessa classe di scuola secondaria di primo grado. È un esame che arriva alla fine di un triennio al termine del quale “l’allievo dovrebbe essere in grado di produrre testi di diversa tipologia e forma coesi e coerenti, adeguati all’intenzione comunicativa e al destinatario, curati anche negli aspetti formali” (Indicazioni nazionali p. 29). L’art.7 del DM 741 3 ottobre 2017 stabilisce per la prova di italiano che la commissione predisponga almeno tre terne di tracce, formulate in coerenza con il profilo dello studente e i traguardi di sviluppo delle competenze delle Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell'infanzia e del primo ciclo di istruzione, con particolare riferimento alle seguenti tipologie:

a) testo narrativo o descrittivo coerente con la situazione, l'argomento, lo scopo e il destinatario indicati nella traccia;
b) testo argomentativo, che consenta l'esposizione di riflessioni personali, per il quale devono essere fornite indicazioni di svolgimento;
c) comprensione e sintesi di un testo letterario, divulgativo, scientifico anche attraverso richieste di riformulazione.
d) La prova può essere strutturata in più parti riferibili alle diverse tipologie di cui al comma 2.

La commissione guidata da Serianni aveva il compito di rendere concrete queste indicazioni: personalmente mi sono domandata se davvero ce ne fosse bisogno e perché non potessero pensarci i dipartimenti dei singoli istituti. Ma tant’è. Il documento si apre con due premesse che subito svelano quale sia il suo obiettivo: dare indicazioni sulle tracce dell’esame e fornire linee guida sull’insegnamento della scrittura nella scuola secondaria di primo grado. Si tratta di un documento di orientamento, non prescrittivo, se è vero che le commissioni possono liberamente scegliere le prove nell’ambito di quelle previste dalla normativa e definire le tracce tenendo conto delle indicazioni nazionali, che restano il documento di riferimento per l’insegnamento dell’italiano. Eppure fra le righe, neppure tanto nascoste, stanno indicazioni di tecniche e strumenti per insegnare a scrivere. La seconda premessa è la più interessante: «indipendentemente dalle prove d’esame si richiama all’attenzione di far svolgere l’esercizio del riassunto». L’occasione è ghiotta: partire dall’esame e indicare la via dell’insegnamento dell’italiano, con un procedimento tutto italiano per cui si parte dalla coda per riformare il resto. La tecnica del riassunto compare già dalle premesse come attività che presenta alcuni requisiti fondamentali in vista del felice superamento delle prove d’esame impostate su diverse modalità di esecuzione, il riassunto è attività necessaria e fondamentale per comprendere un testo, proporre testi di varia natura, usare un lessico adeguato, mostrare il variare della lingua. Se nelle indicazioni nazionali il riassunto è citato solo tra le indicazioni essenziali che il docente deve fornire all’alunno per la produzione di testi per lo studio, ora invece assurge a strumento principe della didattica dell’italiano. Insegno ai ragazzi la tecnica del riassunto, come esercizio di lettura e comprensione, utilizzando la nominalizzazione, la suddivisione in sequenze, lo storyboard, la gerarchizzazione, l’analisi dei paragrafi e dei connettivi: è un lavoro che affronto in modo graduale dalla prima, legato soprattutto alla decodifica dei testi per lo studio. Tuttavia non mi convince l’uso del riassunto come testo a se stante, come esercizio di scrittura fine a se stesso e ritengo che ci siano altri strumenti per sperimentare e abituare all’uso del lessico adeguato e all’analisi del variare della lingua.