laletteraturaenoi

!-

diretto da Romano Luperini

-->
icomail twitter facebook
marcella

Diaz, non pulire questo sangue. Il film, la sceneggiatura, le foto. Conversazione con Daniele Vicari: «Uscire dal reducismo per superare la sconfitta di Genova 2001»

 

9788860447548_0_0_300_75.jpg Intervista di Katia Trombetta

Lo scorso 15 luglio, a ridosso del ventennale dei fatti che segnarono il G8 di Genova 2001, è uscito per Fandango Libri Diaz, non pulire questo sangue. Il film, la sceneggiatura, le foto, di Daniele Vicari. La parte più corposa del libro è costituita da un nutrito apparato fotografico, che raccoglie gli scatti realizzati da Alfredo Falvo sul set del film diretto nel 2011 da Vicari, e dalla sceneggiatura che il regista ha scritto assieme a Laura Paolucci. Le foto e la sceneggiatura sono precedute da una serie di riflessioni e interventi critici. Si va dalla breve nota del produttore, Domenico Procacci, a quella dello stesso Vicari, alle interviste di Ettore Scola e Ugo Gregoretti. I testi sono affiancati da alcuni dei disegni che compongono lo storyboard. Si tratta dunque di una proposta editoriale che sollecita la riflessione su Genova a partire dalla datità del film, nella misura in cui il libro rende conto del piano materiale della sua lavorazione tecnica da un lato e, dall’altro, della sua dimensione estetica. Su entrambi questi piani il film è sostenuto dalla necessità di porre al centro di una riflessione collettiva su Genova in primo luogo i fatti, gli eventi nudi e crudi di quelle giornate, e cioè la violenza inappellabile, la sospensione dello stato di diritto. Il libro rimanda quindi al film in questi termini proprio perché esplicita il suo particolare farsi come opera d’arte cinematografica che, sia per lo sforzo realizzativo che presuppone, sia per il linguaggio scelto dal regista, riesce a esprimere una «rappresentatività documentale superiore a quella della documentazione reale» (Ugo Gregoretti). Ciò ha conseguenze cruciali nel momento in cui il film si inserisce, ieri come oggi, nel discorso pubblico su Genova, imponendo un inequivocabile ordine di priorità rispetto ai possibili livelli di analisi. Ne abbiamo parlato con Daniele Vicari, a margine della proiezione del film, svoltasi lo scorso lunedì 19 luglio presso gli spazi di Casetta Rossa a Roma.

Daniele, Diaz è un film che non ha un impianto narrativo lineare. C’è una scena il lancio di una bottiglietta quando la pattuglia della Polizia passa davanti alla scuola Diaz la mattina del 21 luglio che ricorre ciclicamente. Da quel lancio e dall’infrangersi della bottiglietta sull’asfalto riparte più volte il racconto, tornando indietro e andando avanti a salti, seguendo il punto di vista di personaggi differenti. Come ha scritto Ettore Scola «è una scansione che ogni volta ci avvicina di più alla tragedia» e che rende conto della impossibilità di riaggregare la complessità degli eventi della Diaz e di Bolzaneto secondo un ordine lineare. Quali sono oggi nel discorso pubblico, dopo venti anni dal G8 e quasi dieci dal film, gli ostacoli maggiori rispetto a un corretto inquadramento dei fatti di Genova?

Stampa

Consigli di lettura per l'estate 2021

f5520326bcd8accf984d6c30ace7123f.jpg La letteratura e noi va in vacanza fino a fine agosto. Pubblichiamo i nostri consigli di lettura per l'estate e auguriamo a tutti buone vacanze.

Alberto Bertino

Dopo un anno faticoso come quello trascorso in aule semideserte e su connessioni instabili la prima lettura che farei è il Deserto dei tartari di Dino Buzzati: in attesa di un nuovo anno scolastico che arriverà senza che alcun problema dell’anno precedente sarà risolto. Il futuro è il passato che rotola sul presente. Chi vorrà rileggere il mondo, e la rappresentazione narrativa multimediale (parola, disegno, video, segno), potrebbe fruttuosamente, a mio parere, interrogare ancora Buzzati autore di due libretti deliziosi da lui stesso illustrati:

Il segreto del bosco vecchio (Mondadori) è un romanzo lieve per questo comunemente indicato come lettura per ragazzi. Ermanno Olmi ne ha tratto nel 1993 un film, che è valso a Paolo Villaggio  un Nastro d’argento per la sua interpretazione del colonnello Procolo. La vicenda drammatica dell’interesse economico e del potere, del cinismo e dell’aridità sentimentale, viene trattata poeticamente, tra il vento gradasso e il topo malvagio. Ma chi è stato tra i boschi sa che esistono quei Geni che animano e proteggono gli alberi e gli animali. La favola è che proteggano anche un orfano, il dodicenne Benvenuto, e che alla fine ci sia redenzione dal male;

La famosa invasione degli orsi in Sicilia (Mondadori). Val la pena di leggere questa fiaba per incontrare il Gatto Mammone, i cinghiali volanti di Molfetta gli spettri di Rocca Demona. E poi si rifletterà sulla guerra e sulle “diavolerie” che gli uomini hanno inventato perdendo il contatto con la semplicità della natura di cui gli orsi sono trasparente allegoria. La Sicilia è qui mito, terra arcaica tuffata nel mare del tempo. Nel 2019 ne è stato tratto un film di animazione che tra le voci ci consente di riascoltare Andrea Camilleri.

Stampa

Riflessioni a vent’anni dai fatti di Genova

 

Genova-G8_2001-Carica_della_polizia.jpg Premetto che quel venerdì 20 luglio 2001 alla manifestazione contro il G8 non ci andai e fu una scelta deliberata: nelle lotte anticapitaliste degli anni Sessanta e Settanta avevo imparato che non ci si caccia nella bocca del lupo se non si è pianificata almeno una possibilità collettiva di venirne fuori al meglio o almeno con il minor danno possibile sia in termini umani che politici. Inoltre occorre essere organizzati per controllare chi nelle manifestazioni può offrire il fianco alla provocazione dell’avversario, offrendogli la possibilità di un più facile successo sia in piazza che nella prospettiva politica. Nessuna di queste condizioni era rappresentata a Genova in quei giorni, nonostante la buona volontà e le sacrosante ragioni del Genoa Social Forum. Inoltre c’era il precedente della “mattanza” in Piazza Municipio a Napoli il 17 marzo 2001 in occasione del vertice Ocse e l’azione provocatoria dei Black Bloc vista in precedenti occasioni. Infine avevo la responsabilità di due figli adolescenti, che avrebbero insistito per venire con me e che non ero sicuro di riportare a casa indenni. Tra l’altro questo obbiettivo di generare paura e insicurezza era uno degli obbiettivi degli animatori della strategia della tensione contro il movimento no-global. Gli unici che avevano un’idea se pur minima dello scontro erano le “tute bianche”, i “disubbidienti”, che avevano già dimostrato di essere capaci di difendersi, ma che non avevano il controllo della situazione, né capacità di egemonia politica, tant’è che non aderivano al Forum a testimonianza della frammentazione politica ed organizzativa del movimento di opposizione alla globalizzazione selvaggia.

Quindi non sono un testimone oculare, quello che so è desunto dai media, dalla testimonianza di alcuni vecchi compagni che c’erano e dall’inchiesta giornalistica indipendente di Franco Fracassi (G8 Gate. 10 anni di inchiesta: I segreti del G8 di Genova, Alpine Studio, 2011). Come andarono i fatti è in gran parte chiarito dai numerosi processi succedutisi, dalle commissioni di inchiesta e da quelle giornalistiche, anche se - come al solito - il ruolo dei servizi segreti dei vari paesi è in larga misura oscuro. Vale la pena di richiamare sommariamente alcune evidenze.

Stampa

Ciò che resta dell’uomo: da Lussu a Fenoglio, partendo da Fuori fuoco. Un percorso complementare tra letteratura per ragazzi e grandi autori

giuseppe-ungaretti-soldati-in-trincea-prima-guerra-mondiale.jpg La selezione di testi letterari da proporre integralmente o in brani antologici nella scuola secondaria di primo grado presenta una serie di problematiche, solo in parte specifiche per questo ordine. Certamente, nella fase preliminare alla progettazione di un percorso, una delle più rilevanti è comunque l’esigenza di coniugare due istanze che paiono ugualmente essenziali, ma che difficilmente si può riuscire a soddisfare attraverso un unico testo. Da un lato i ragazzi delle medie hanno bisogno di cimentarsi con la lettura autonoma dei testi e sperimentarne il piacere. Per questa via consolidano infatti la convinzione che la lettura può essere un’esperienza gratificante e arricchente e accrescono la fiducia rispetto alle proprie possibilità di affrontare un testo, aspetto da non sottovalutare in alcune classi, specie le prime medie, nelle quali la proposta della lettura integrale di un libro può incontrare più di una resistenza. Cercare di soddisfare questa istanza per i docenti può significare in primo luogo optare per una selezione di testi magari pensati e scritti appositamente per la fascia di età a cui si intende destinarli, in modo da sentirsi relativamente tranquilli rispetto al fatto che la lettura, al netto dell’incidenza dei gusti personali, possa comunque essere portata a termine con successo. Tuttavia accade talvolta che i libri per ragazzi presentino alcuni tratti di fondo (schematismi, semplificazioni, una certa bidimensionalità dei luoghi e dei personaggi) che nel complesso, magari a fronte di tematiche anche molto interessanti, determinano un abbassamento notevole del tasso di complessità che le stesse vicende narrate implicano o presuppongono. Anche da questo, pertanto, nasce l’esigenza di affiancare in classe alla letteratura per ragazzi testi in cui gli alunni possano confrontarsi con la realtà di un evento, di una situazione, di un periodo storico, anche laddove questo significa fare i conti con un portato di drammaticità che non può essere sempre attenuato o facilmente ricomposto. Il percorso che di seguito si delinea è quindi un tentativo di mediazione tra queste due esigenze, specie in considerazione del fatto che in questo caso, molto più che in altri, uno sbilanciamento in un senso o nell’altro non sarebbe stato funzionale alla trattazione del tema: il rapporto dell’uomo, più precisamente della sua dimensione emotiva e personale, con eventi brutali e drammatici che al tempo stesso lo includono e lo trascendono, come le due guerre mondiali.

I testi selezionati sono stati: Fuori fuoco di Chiara Carminati, Un anno sull’Altipiano di Emilio Lussu e Una questione privata di Beppe Fenoglio. Nel resto dell’articolo si renderà conto principalmente delle connessioni tematiche che hanno sostenuto questa selezione, fornendo qualche spunto operativo.

Stampa

Cultura visiva e Transmedialità/ Sherry Turkle, antropologa della solitudine. Sei sguardi critici sul destino digitale (2)

11-I-nottambuli-1952.jpg Non ci sono risposte facili alla domanda se la rete sia un luogo in cui essere saggi e ponderati, dedicarsi alla vita e vivere senza rassegnazione. Ma è un buon punto di partenza per una conversazione, e ci porterà a chiederci se siano questi i valori in base ai quali giudichiamo la nostra vita; se lo sono, e se viviamo in una cultura tecnologica che non li supporta, come possiamo ricostruire quella cultura in modo da rispettare ciò che abbiamo davvero a cuore, cioè i nostri spazi sacri? Potremmo, per esempio, costruire una rete che tenga in giusta considerazione la riservatezza, riconoscendo che questa, così come l’informazione, sia fondamentale per la vita democratica?

Lezioni di metodo 

La ricerca di Sherry Turkle sulla relazione fra innovazione tecnologica, scelte e valori delle persone e delle comunità è in corso da decenni. “Insieme ma soli” (“Alone togheter”, 2011) ne costituisce un approdo provvisorio ma molto significativo.

L’autrice raccoglie una mole impressionante di dati e informazioni, ricavate da più di vent’anni di conversazioni con gruppi e singoli interlocutori ed interlocutrici, negli ambienti più diversi (scuole e università, laboratori, seminari e convegni di varia natura, interviste, sedute terapeutiche). Nell’analisi di questa messe abbondantissima, sfaccettata e contraddittoria, di idee e sentimenti, adotta un approccio metodologico coerente con la sua formazione di psicologa analitica: privilegia un ascolto profondo ed empatico delle voci che le si presentano, cercando di metterne in luce gli aspetti più intimamente legati al carattere e alla fisionomia umana e culturale di ciascuna persona; non tende a darne una lettura risolutiva su un piano teorico, ma a consentire a chi parla  (e a chi legge) di avvicinarsi a se stesso, anche lasciando emergere ambiguità e contraddizioni, spesso insite nelle affermazioni e nei pensieri riportati.

Stampa

Voltare le spalle ai ricordi – Su Il libro delle case di Andrea Bajani

56945604._UY502_SS502_.jpg C’è un tema ricorrente nella narrativa di Andrea Bajani ed è quello della rivisitazione dell’infanzia: a partire da Cordiali saluti (2005) e Se consideri le colpe (2007), ciascun romanzo (Ogni promessa del 2010 e Ogni bene al mondo del 2016) fa i conti con un adulto che scruta il mondo dei bambini o con un bambino che attraversa la fatica di diventare grande. Il libro delle case (2021) rappresenta il compimento di questo andirivieni narrativo tra infanzia e età matura.

È evidente, infatti, che la vita di ogni uomo è legata a quella delle abitazioni dove prendono forma tanto la sua individualità quanto il suo rapporto con il mondo: la tartaruga è figura per eccellenza di questa relazione e compare nel capitolo che le è dedicato - “Casa di Tartaruga, 1968” -, fin da prima della nascita di Io. Il protagonista del libro, classe 1975, intesse con l’animale un rapporto giocoso e felice – richiamato nell’immagine di copertina -  muovendosi a gattoni nel giardino della “Casa del Sottosuolo”:

Io batte i palmi delle mani sopra il carapace di Tartaruga in una percussione concitata e festosa. Quella percussione tribale – Io sta seduto a terra, sul trono soffice del proprio pannolino – è probabilmente il primo rituale compiuto da Io. Io batte il tempo sopra la corazza e Tartaruga sporge fuori il capo. (p. 15)

In questo assaggio testuale è possibile notare il particolare stile allocutivo scelto da Bajani: c’è un Io che si accampa sulla pagina ma che non parla in prima persona. Tuttavia l’anonimo protagonista presenta dei tratti di identità con lo scrittore, se non altro per la sostanziale sovrapposizione con le principali tappe della sua vita scandite, nel titolo di ciascun capitolo, da un’”etichetta” riferita alla casa e da un anno solare che la contraddistingue, compreso tra il 1968 e il 2048.  Spesso i vari brani permettono anche di localizzare, con un differente livello di approssimazione, i luoghi dove Io trascorre la sua vita: si va da Roma a Parigi, da Torino al litorale laziale.

Stampa

Su Contro l’impegno di Walter Siti

61wnyRMXXBL-349x600.jpg Ho finito di leggere più di un mese fa Contro l’impegno. Riflessioni sul Bene in letteratura di Walter Siti (Rizzoli editore). È un libro pieno di conoscenze in ogni campo letterario (poliziesco, romanzo di denuncia, romanzo di intrattenimento, tendenze della critica attuale…) ed extraletterario (TV, giornalismo, fumetti, canzoni, cinema…). Il lettore, nonostante tanto sciorinamento di cognizioni e di titoli, lo legge di un fiato, e finisce per convincersi che il guaio della nostra letteratura più recente sia l’impegno, la tendenza (ad avviso di Siti, dominante) a battersi per il Bene contro il Male, promossa, parrebbe, dal sistema vigente in campo economico, culturale e politico. L’impegno, anzi il “neoimpegno”, caratterizzerebbe l’ultimo ventennio e sarebbe, sembra di capire, il responsabile della decadenza attuale delle lettere.

Chiuso il libro, vorrei parlarne, se posso dirlo, all’ingrosso, senza entrare nel dettaglio, senza citazioni (se non di passi che mi sono rimasti impressi in mente), ma confrontandomi direttamente con la sua tesi di fondo, che ho riassunto sopra brevemente. Ho l’impressione che questa opera brillante e per molti versi intricante e acuta si fondi su una contraddizione non risolta. L’autore afferma di continuo che la letteratura, quando è artisticamente ben risolta, sta non nel contenuto, ma nella capacità della forma di conoscere il mondo, sempre in modo ambiguo, complesso, problematico. La vera letteratura insomma non offrirebbe convinzioni, ma smarrimento. E tuttavia poi l’analisi di Siti è sempre contenutistica: sembrerebbe, per esempio, che occuparsi delle vittime, farle parlare o far parlare i loro aguzzini, mettere in scena gli esuli e così via, sarebbe uno dei tratti più esecrabili del cosiddetto “neoimpegno”. La vittima sarebbe usata, ohibò, per una “visione sentimentale” del mondo, scrive Siti. Ma non è da secoli che la letteratura si occupa di questi temi, dall’Odissea e dalla Eneide ai Miserabili di Hugo sino a oggi?  Rosso Malpelo incoraggia una “visione sentimentale” del mondo? Siti sa bene, e lo scrive a chiare lettere, che un testo può sostenere cause etiche e politiche “senza avvilire” (la litote è dell’autore) le potenzialità conoscitive della letteratura. E d’altronde la Commedia dantesca (opera incomprensibile senza pensare alla lotta del Bene contro il Male) sta lì a dimostrarlo. Rosso Malpelo è una vittima perseguitata tanto dal padrone, quanto dalla comunità; ma la grandezza del racconto sta nello stravolgimento per cui la sua vicenda è narrata dalla prospettiva dei suoi aguzzini. In quegli anni (in cui bisognava, fatta l’Italia, “fare gli italiani”) raccontare la storia dei bambini che dovevano imparare a lavorare e a integrarsi nel mondo degli adulti era un topos presente in Collodi, de Amicis, Capuana e molti altri, ma Verga lo riprende solo per rovesciarlo. Eppure Siti, quando passa dalla teoria alla pratica critica; sembra dimenticare la prima e seguire solo il proprio istinto di polemista. Così, per esempio, reso omaggio a Gomorra, intende ridimensionare la figura complessiva di Saviano scrittore. Ma che Saviano, dopo Gomorra, non abbia più scritto opere di sicuro valore letterario lo hanno dimostrato in molti (e io stesso fra questi), senza per questo avvertire la necessità di attaccare l’impegno che infesterebbe la letteratura contemporanea e limiterebbe fatalmente questo autore.

Stampa

Uno Strega non convincente. Su Due vite di Emanuele Trevi

41TQG6SJuPL._SX297_BO1,204,203,200_.jpg Un «libro ibrido»

Emanuele Trevi ha vinto il Premio Strega con Due vite (Neri Pozza, 2020), un «libro ibrido», che si nutre di contaminazioni (non è una novità, ma una sperimentazione organizzativa già presente in Qualcosa di scritto, secondo classificato nel 2012, superato da Alessandro Piperno con Inseparabili. Il fuoco amico dei ricordi, e in molti altri dei suoi scritti) come lui stesso ha affermato al momento della candidatura («La cosa che mi entusiasma è partecipare con un libro ibrido, che contiene tanti generi tra loro diversi. […] Amo i libri che non vivono sulla trama, non sul personaggio votato a creare identificazione, ma si snodano su più piani narrativi e stilistici. Non scelgo mai un genere letterario, ma cerco la contaminazione», da un’intervista sul sito Huffington Post, a cura di Flavia Piccinni).

È un testo non inquadrabile in un genere letterario ben definito, a metà tra il memoir, l’autofiction e la saggistica (Claudio Marrucci l’ha definito generosamente una «prosa in poesia»), perché, se l’obiettivo principale (sotteso e non dichiarato) di Trevi è quello di ricordare, di rendere omaggio a Rocco Carbone e a Pia Pera, due amici (tra di loro e dell’autore) prematuramente scomparsi (l’uno per un incidente in motorino nel 2008, e l’altra a causa della SLA nel 2016), di raccontare la loro storia, non si può fare a meno di notare che la narrazione è costellata, contemporaneamente, da numerose digressioni, riflessioni personali che nascono dal riverbero di quell’esperienza reale e autobiografica, meditazioni sul passato, sulla memoria, sulla malattia, sulla morte, ma anche sulla scrittura, sulla letteratura (Gadda viene citato ripetutamente), sulla filosofia (esoterica), sulla psicologia (Freud, Jung), sull’arte, in uno sforzo costante di creare un legame tra verità e immaginazione. In genere, e non solo per quanto riguarda Due vite, il procedimento è sempre lo stesso: Trevi prende spunto dalla biografia di scrittori (ma anche di personaggi letterari) amati, morti o ancora in attività, e queste testimonianze diventano il pretesto per parlare di altro (d’altronde, come ammette lo stesso scrittore romano in un’intervista a «Il Foglio» dell’8 maggio: La cosa molto difficile della vita degli artisti non è avere gli argomenti. Tutto è un argomento»), basti pensare a Metastasio in Sogni e favole, a Pinocchio in Ponte di legno, a Pasolini e a Laura Betti in Qualcosa di scritto. Per Trevi, quindi, narrare una vicenda significa non soltanto parlare delle circostanze private dentro le quali questa vicenda si è svolta, ma in primis spostare il fuoco dal visibile all’invisibile, dall’azione concreta ai moventi nascosti, alle traiettorie introflesse e distorsive che emergono dalle pieghe distratte della concentrazione drammatica degli eventi. Egli attinge al territorio dell’anteriorità, di una pienezza perduta e dà inizio ad un itinerario travagliato, fatto di spostamenti continui, di trasformazioni o, meglio, di «transiti» («Scrivere […] vuol dire soprattutto celebrare la possibilità sempre latente di un transito: dal tempo quotidiano all’ora festiva, dal paesaggio dell’abitudine al pays sans nom che apre i suoi cancelli a chi ha saputo smarrire la via di casa», Trevi a proposito di Alan Fournier, in Musica distante, p. 56).

Stampa

Un anno tra le colline. Lettura ad alta voce e strategie di comprensione su “La collina dei conigli di R. Adams”

la-collina-dei-conigli-recensione_jpg_1200x0_crop_q85.jpg 

“Veder la fine d’un periodo di ansie e paure! Veder finalmente allontanarsi la nube che incombeva su di noi, che c’intisichiva il cuore, che faceva della felicità null’altro che un ricordo! Questa è una gioia che, senz’altro, avrà sperimentato qualche volta ogni creatura vivente.”

Richard Adams La collina dei conigli

Noi non leggiamo solo per trovare risposte, leggiamo soprattutto per suscitare domande. E in classe questa frase vale mille volte di più, perché abbiamo altri 25 occhi che leggono con noi e, nel caso percorso di cui vi voglio parlare, anche 25 orecchie.

Il racconto che segue prende le mosse dalla lettura integrale e ad alta voce de La Collina dei conigli Richard Adams in una classe seconda della secondaria di primo grado, ma è anche occasione per parlare di lettura in classe e di come insegnare a comprendere.

Partiamo dalla fine

Proviamo a compiere il percorso a ritroso, dall’attività finale che ho assegnato ai miei studenti: scrivere un articolo per un blog letterario. Lascio la parola a Giovanni:

Stampa

La tigna

la tigna_cover.jpg (Su gentile concessione dell’editore Castelvecchi pubblichiamo oggi un estratto dal nuovo romanzo di Roberto Contu, La tigna)

 

«Posso sedermi professore?».

«Si accomodi preside, ma tra poco me ne vado. La prossima ora ho lezione».

«Ma guardi che dopo ricreazione ho concesso ai ragazzi di scambiarsi gli auguri e di mangiare i panettoni, da quanto sento nelle aule già hanno iniziato a fare festa».

«Lo so, ma appunto, dopo la ricreazione. La prossima ora la faccio eccome, devo assegnare i compiti per le vacanze e se le interessa, ma credo di no, devo anche finire il commento di un brano che abbiamo iniziato ieri».

«I compiti delle vacanze, ma li lasci un po’ liberi, non invecchi prima del tempo, Contro, allenti, allenti. Invece a me tolga una curiosità, Leopardi, o meglio, il Leopardi alla fine l’ha iniziato o no? Non mi dica che il brano che deve finire è una sua poesia».

«Sì, ha indovinato. Stiamo leggendo Leopardi, ma non è una poesia, sto commentando le Operette morali, il Dialogo tra la natura e un islandese per la precisione, questa almeno dovrebbe ricordarsela anche lei. Prende il caffè, preside». Non attese la risposta, si alzò e andò al bancone dove Marcello aveva appena posato la tazzina sul piattino.

Tornò al tavolo, gliela porse, si sedette di nuovo, «eccole la bustina di zucchero».

«Grazie».

Ci fu qualche istante di silenzio, ma senza ombra alcuna di imbarazzo da parte di entrambi, fu lui inaspettatamente a parlare per primo.

Stampa

Al centro del mondo. Sull’ultimo romanzo di Alessio Torino

978880472466HIG-312x480.jpg 

Alessio Torino ha appena vinto il premio Mondello 2021. Riproponiamo questa recensione del suo Al centro del mondo (Mondadori 2020) della nostra redattrice Luisa Mirone.

 

Piccolo viaggio Al centro del mondo

 

 

Lo vide l’Anna dal suo orto, lo videro i due muli, lo videro gli occhi verdi del nonno che era sulla sedia incatenata al ciliegio. Il ragazzo attraversava il campo, lungo la striscia dritta dove non cresceva l’erba, spingeva la carriola piena di legna. Il nonno cominciò a vedere un attimo dopo che il ragazzo si era fermato e aveva mollato la carriola con un gesto tanto brusco che tutto il carico cadde da una parte. Tlong, tlong, tlong. E allora il nonno si girò sulla sedia, verso la collina, e lo vide che si avvicinava alla quercia. Damiano sollevò lo sguardo ai rami dove foglie nuove e minuscole facevano un rumore d’acqua. Era il rumore che lo aveva impietrito mentre ci passava accanto, l’acqua più vicina era giù nel fosso dall’altra parte della collina, neanche un vento forte l’avrebbe mai portato fin lì. (A. Torino, Al centro del mondo, Mondadori, 2020, p.9).

Quella quercia è da dieci anni senza foglie, da quando ci si era impiccato il padre di Damiano Bacciardi. L’aveva trovato lui, che era soltanto un bambino di otto; un trauma – dicono – che l’aveva segnato per sempre, che l’aveva reso quel matto che adesso prendeva una quercia a colpi d’accetta (p.20). Peraltro, dopo poco, la madre l’aveva abbandonato, andando via così, di punto in bianco, in apparenza senza spiegazione. Damiano era rimasto affidato a Nonna Adele, che, dopo una disgrazia del genere, aveva ancora la forza di sfornare i suoi dolci e con quelle stesse mani accarezzava il nipote (p.29), al nonno, partigiano decorato con la medaglia al valore, che però stava per ore sulla sedia sotto il ciliegio e parlava così poco, e mai della guerra (p.33), allo zio Vince, detto il Gorilla, uno che nel novembre precedente aveva festeggiato l’elezione di Trump, uno che dava ai galli i nomi degli stati americani che applicavano la pena di morte,  un giocatore d’azzardo (p.28). Damiano vive con loro a Villa la Croce, circondato da un piccolo gruppo di figure tutte in qualche modo legate a casa Bacciardi, sempre le stesse: l’Anna, con le sue oche, Baldeschi coi suoi maiali, Chessa con le sue pecore:

Stampa