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La “maturità” della scuola. Un secolo di esami di Stato tra scuola, letteratura, politica, e società / 1

esame di stato maturita attesa A partire da oggi e in quattro capitoli pubblichiamo La “maturità” della scuola.

Un secolo di esami di Stato tra scuola, letteratura, politica, e società, un saggio sulla storia dell’esame di Stato dalla “riforma Gentile” ai nostri giorni scritto da Mario Ambel e Annamaria Palmieri. Ringraziamo vivamente l’autore e l’autrice che hanno voluto destinare in anteprima ai lettori di LN questo lavoro, importante per ampiezza, spessore, implicazioni e spunti di riflessione.

***

Parte Prima. Dalla selezione della classe dirigente all'inclusione per la democrazia (1920-1963)   

“Degli esami di maturità mi mancherà sempre quel senso di libertà appena terminati. La credenza di aver finito quando in realtà era l’inizio” (Nick Biussy on Twitter) 

https://twitter.com/nickbiussy/status/479204305065758720

Premessa

Ognuno è un genio. Se si giudica un pesce dalla sua capacità di arrampicarsi sugli alberi, passerà la sua vita a credere di essere stupido”.

Il famoso aforisma attribuito ad Albert Einstein è il modo più semplice per aprire questo scritto sugli esami, la loro evoluzione e il cambiamento di funzioni e scopi, che nel corso di un secolo essi hanno assunto nella storia della scuola italiana. 

Selezionare o orientare, verificare quel che si è appreso o dimostrare le capacità critiche acquisite? A cosa è servito e serve ancora l'esame finale della scuola media, inferiore o superiore, ora secondaria di I e II grado? 

È la Costituzione al comma 5 dell'articolo 33, che legiferando sull'istituzione della scuola pubblica di ogni ordine e grado puntualizza:

“È prescritto un esame di Stato per l'ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l'abilitazione all'esercizio professionale”. 

Come è ovvio la carta costituzionale non consente di enucleare a quali scopi i Padri costituenti volessero indirizzare questa prescrizione: ma è importante sottolineare che da essa discende quel valore legale del titolo di studio che, di tanto in tanto, e negli ultimi tempi sempre più spesso, viene messo in discussione. 

Le indagini della procura di Perugia: associazionismo giudiziario e ruolo della magistratura

 

Tribunali Mariano Sciacca, magistrato, presidente della sezione fallimentare e specializzata in Diritto di impresa del Tribunale di Catania, già membro del CSM  - anni 2010\2014 - è oggi presidente nazionale di Unità per la Costituzione.

Quello che segue è l’intervento tenuto a Roma dal giudice Mariano Sciacca il 15 giugno 2019 come introduzione ai lavori del comitato di coordinamento nazionale di Unità per la Costituzione dopo le notizie stampa sulle indagini della Procura di Perugia e le dimissioni dei Consiglieri del CSM di Unicost. Unicost è stato il primo gruppo associativo all’interno della Associazione nazionale magistrati (ANM) a intervenire pubblicamente e a richiedere formalmente le dimissioni dei magistrati coinvolti nelle indagini. L’intervento può essere reperito anche sul sito di UniCost, insieme ad altri importanti contributi.


 

Nell'aprire i lavori di questo CDC permettetemi di rivolgere un rispettoso, riconoscente saluto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, vigile, paziente custode del C.S.M..Grazie Signor Presidente, punto di riferimento per l'intera magistratura italiana. 

Un abbraccio fraterno ai nostri tre consiglieri - Cochita, Marco e Michele - che nella tempesta non hanno mai perso la bussola, silenti interpreti della migliore tradizione istituzionale. Grazie cari amici. Unità per la Costituzione confida nel vostro impegno rigoroso e autonomo. 

A seguito del rifiuto dei dirigenti dell'AGMI di trasformare l'associazione in sindacato fascista, l'assemblea generale tenuta il 21 dicembre 1925 deliberò lo scioglimento dell'AGMI. L'ultimo numero de "La magistratura" datato 15 gennaio 1926 pubblica un editoriale non firmato dal titolo "L'idea che non muore": l'idea che non muore. Cosi hanno scritto: 

"Forse con un po' più di comprensione - come eufemisticamente suol dirsi - non ci sarebbe stato impossibile organizzarsi una piccola vita senza gravi dilemmi e senza rischi, una piccola vita soffusa di tepide aurette, al sicuro dalle intemperie e protetta dalla nobiltà di qualche satrapia… La mezzafede non è il nostro forte: la 'vita a comodo' è troppo semplice per spiriti semplici come i nostri. Ecco perché abbiamo preferito morire".

 Oggi, credo, discutiamo proprio di questo.

 Di un'idea che non deve morire.

Le meraviglie del possibile. Tradurre Annalena McAfee

copertina AndreaAlemanno

I did think I had written the ultimate untranslatable novel.

Annalena McAfee

Che cosa

Quando, alla fine dell’estate 2017, Grazia Giua mi contattò da parte delle edizioni Einaudi per chiedermi se me la sentivo di accettare una sfida non proprio facilissima, la mia prima reazione era stata un moto di scoramento. Le “grandi sfide” sono all’ordine del giorno, per un traduttore. Non esistono testi facili, ciascuno ha i suoi brani “impossibili”... Ma quando un’editor ti dice una cosa del genere, la rogna rischia di essere grossa.

Però avrei avuto Susanna Basso come revisora, e la sola idea – oltre a esaltarmi per la quantità di cose che sapevo che avrei imparato – mi tranquillizzava enormemente: conoscevo Susanna Basso attraverso le sue traduzioni, i suoi seminari, i suoi articoli e il suo saggio Sul tradurre, pubblicato nel 2010 da Bruno Mondadori, e sapevo che la mia traduzione sarebbe stata sottoposta al vaglio di un’attenzione, una cura e una genialità ermeneutica più uniche che rare. Inoltre, in quel periodo avevo un gran bisogno di lavorare, perciò ho detto subito di sì.

Poi ho letto il libro. Hame, secondo romanzo di Annalena McAfee (uscito in italiano ad aprile 2019 con il titolo Ritorno a Fascaray) all’inizio sembra una satira su un certo tipo di ricercatore scientifico che si occupa di mostre e musei: Mhairi McPhail, la protagonista, è una storica canadese di origini scozzesi che, appena separatasi dal marito, accetta di trasferirsi per un anno insieme alla sua bambina da New York, dove abita, a Fascaray, immaginaria isola delle Ebridi eletta a propria dimora dal vate scozzese Grigor McWatt, che ha lasciato agli isolani tutto il proprio patrimonio. Mhairi, che ha origini “fascaradesi” (suo nonno aveva partecipato a una famosa occupazione di terre sull’isola subito dopo la Seconda guerra), dovrà organizzare il museo McWatt, l’edizione critica di tutte le poesie del vate e del suo zibaldone inedito, nonché scrivere un libro su di lui. Il romanzo è composto da capitoli alternati che narrano la vicenda di Mhairi, riproducono parti del saggio su McWatt che la protagonista sta scrivendo, e parti degli scritti di McWatt: articoli, pagine di diario, poesie.

La lingua, dunque, è un misto di racconto narrativo, esilarante parodia di una certa prosa accademica paradivulgativa, dialoghi in scots (la varietà di inglese parlata in Scozia), e scritti letterari composti in una lingua ibrida, un misto fra inglese standard e scots.

Poi, ci sono le poesie. McWatt non scrive quasi mai poesie “originali”, ma riscrive, in scots, il canone poetico da cui proviene la sua formazione (Keats, Shelley, Wordsworth, Coleridge, e poi Yeats, Eliot, Dylan Thomas fino ai contemporanei), essenzialmente anglosassone ma non solo (ci sono anche Omero e Li Po). Non si tratta di semplici traduzioni “da lingua a lingua”, ma di “traduzioni” vere e proprie nel senso dell’interpretazione, della modernizzazione, della trasposizione di una serie di elementi dalla cultura inglese a quella scozzese. L’originale le chiama reimaginings, termine che non si trova in tutti i dizionari monolingue ma che si usa nel linguaggio dei computer per dire qualcosa come “riformattare” e che l’Oxford English Dictionary, oltre che con questa accezione, definisce anche “raffigurare o immaginare di nuovo” (nella traduzione abbiamo optato per un neologismo: “rifigurazioni”).

Sulla prima prova dell’Esame di Stato 2019

 

giuseppe ungaretti 1 Anche quest’anno, come blog, abbiamo deciso di commentare la prima prova dell’Esame di Stato attraverso un punto di vista plurale. Abbiamo chiesto un parere a Emanuela Bandini, Claudia Boscolo, Jacopo Manna, Claudia Mizzotti, Demetrio Paolin, Stefano Rossetti che ringraziamo.

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Emanuela Bandini

In un anno di grandi cambiamenti, credo che la riflessione sulle tracce d’esame debba partire innanzitutto dalle concrete difficoltà degli studenti che su di esse hanno misurato le proprie abilità di scrittura. Durante lo svolgimento della prova, nella commissione di cui faccio parte come membro esterno, la maggior parte di richieste di chiarimento ha riguardato non tanto gli specifici contenuti delle diverse tracce, quanto la forma e la struttura da dare agli elaborati: «Devo fare un testo unico o rispondere alle singole domande?», «Ma se rispondo alle singole domande finisco per ripetermi: come posso fare?» «Posso inserire delle riflessioni personali nelle singole risposte?». Dubbi del genere sono stati frequentissimi, e denunciano la scarsa abitudine alle nuove tipologie (soprattutto la B), che non hanno avuto sufficienti tempi di “rodaggio” nel lavoro in classe, perché non bastano certo due simulazioni ministeriali per consolidare una pratica di scrittura così impegnativa e complessa. D’altra parte, però, emerge anche una evidente mancanza di chiarezza ed esaustività delle indicazioni delle tracce; o meglio, della congruità di quelle indicazioni con l’obiettivo finale della produzione di un testo argomentativo, benché declinato diversamente. Innanzitutto, manca, anche stavolta, una consegna chiara sulle modalità di svolgimento della tipologia B: testo unico? Testo diviso in due blocchi? Questionario e commento? Questa ambiguità può avere, per il commissario che correggerà, dirette conseguenze sulla valutazione, in particolare dell’indicatore Ideazione, pianificazione e organizzazione del testo, perché è palese che rispondere ad un questionario non implichi la stessa capacità di progettazione di un testo unitario, anche se breve; ciò vale anche per la tipologia A, poiché la capacità di elaborare un’analisi coerente e coesa, anziché delle “semplici” risposte corrette a singole domande, può diventare dirimente ai fini di una valutazione di eccellenza. Per molti candidati, invece, è stata immediatamente percepibile la labilità del confine tra analisi del testo (letterario o saggistico) e riflessione su di esso, con evidenti ricadute sull’organizzazione dei contenuti e sulla coerenza complessiva dell’elaborato. Dubbi speculari («Ma devo riassumere il testo anche se non è richiesto?») sono sorti riguardo alla tipologia C, in cui il testo-spunto ha raggiunto dimensioni monstre, tali da rendere necessario un lavoro preliminare di comprensione non dissimile da quello della tipologia B. La progressiva assimilazione di una tipologia all’altra (la C sempre più simile alla B, la B sempre più simile alla A), dovuta anche all’inadeguatezza delle indicazioni di svolgimento, mi pare il tratto costitutivo di queste tracce e pone un problema di non poca rilevanza, che può ridurre, in prospettiva, la capacità dei nostri studenti di produrre una molteplicità di testi diversi in relazione ai contesti, ai contenuti e agli scopi comunicativi.

Claudia Boscolo

Si tratta di una prima prova piuttosto disomogenea, con due proposte di tipologia A (analisi e interpretazione) di livello molto diverso. Nella prima traccia la scelta di una lirica di Ungaretti che normalmente non compare nei manuali incoraggia a mettere in atto competenze acquisite nel corso dei cinque anni del percorso formativo, dall'identificazione della struttura metrica alla contestualizzazione culturale e storica, e richiede senza dubbio una preparazione attenta e curata. La seconda proposta, invece, asseconda nella consegna lo spirito dei tempi: non si richiede infatti di commentare lo stile e la cultura di Sciascia, ma di concentrarsi su un dialogo estratto dall'opera, apparentando di fatto un capolavoro della letteratura italiana a tanta produzione specialmente televisiva sull'argomento, che in Sciascia ha senz'altro il proprio capostipite e modello. Questa operazione svilisce il testo, riducendone la complessità al livello di un lavoro di analisi che può essere svolto in antologia al biennio: troppo poco per un candidato di maturità liceale. Vi è quindi un dislivello notevole fra le due proposte. Per quanto riguarda la tipologia B, il brano tratto dal bel libro di Montanari propone senza dubbio una riflessione importante sul nostro patrimonio storico artistico, e invita a misurarsi con ragionamenti complessi e interdisciplinari. Ho trovato invece caotica e mal formulata la seconda proposta, in cui si legge addirittura che «la società umana funziona incredibilmente bene, almeno quando non colpiamo con radiazioni le popolazioni indigene», come se le disuguaglianze interne alle società umane, tema più che mai importante oggi, scomparissero davanti al disastro ecologico. Traccia davvero troppo ampia che avrebbe richiesto un taglio forse più filosofico e meno banalizzante, considerato che il libro di Sloman e Fernbach non è di certo così riduttivo. Insomma, nutro qualche dubbio sulla scelta di questo estratto. La terza proposta la trovo davvero deprimente: sembra che a quasi vent'anni dall'inizio del nuovo millennio non si riesca a staccarsi dal Novecento, a storicizzarlo. La pesante eredità per questi ragazzi è la crisi economica del 2008 che ha devastato il mercato del lavoro in tutto l'occidente e non certo lo smarrimento causato dalla caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda, eventi tanto distanti da loro quanto può esserlo il Rinascimento. Dare per scontato che i nati nel 2000 si sentano ancora coinvolti in qualche misura negli eventi del Novecento vuol dire non avere capito nulla del loro mondo. Infine, le due proposte della tipologia C (testo espositivo) erano sicuramente fattibili, ma a parer mio non troppo entusiasmanti. Rimane l'amarezza di vedere rappresentata la cultura italiana esclusivamente attraverso voci maschili, quando è ormai prassi consolidata trattare moduli di scrittura femminile nel percorso di studio della storia letteraria, anche in ottica comparatistica. Neppure quest'anno in nessuna traccia si è dato alcuno spazio alla questione di genere, nonostante l'urgenza ormai ineludibile far entrare nel discorso pubblico tematiche come le diseguaglianze e la disparità socio-economica, a beneficio di una obsoleta rappresentazione del mondo a senso unico.

Jacopo Manna

Appena ricevuto il dossier della prima prova ho estratto il telefonino (io potevo farlo), azionato il cronometro e iniziato a leggere. Per finirlo ci ho messo 21’ 15’’ 8’’’ e mi sono detto che questo fascicolo bulimico è di per sé una prova d’esame: selezionerà nettamente fra i maturandi dotati di lettura veloce, tensione mentale, capacità di scelta, e quelli (come sarebbe accaduto a me) che già al temine di quelle nove fitte cartelle si sentono spompati. Veniamo alle tracce. La prima impressione è quella di una medietà rassicurante: analisi provvedute di istruzioni minuziose che già consentono di intascare, seguendole fedelmente come La pista cifrata della «Settimana Enigmistica», una parte del punteggio; consegne di interpretazione e produzione [sic] non costrittive; tono generale di pacato buonsenso. Difficile per il candidato sfuggire alla tentazione dell’adeguamento conformista e del profilo basso. E sì che di punti degni di venire discussi, nelle tracce se ne trovano: davvero il passato “televisivo” di cui parla Montanari è così a senso unico? Davvero, ventitré anni dopo, l’epoca da cui scriveva Stajano si può definire del post-, e non piuttosto delle riemersioni impreviste e della lunga durata? Davvero quella del capitano Bellodi è semplicemente una “cultura della ragione”? Lo studente maturando, comprensibilmente desideroso di non inguaiarsi, è poco probabile voglia prendersi il carico di polemizzare argomentativamente, respingendo la mano tesagli dal MIUR. Peccato; e peccato anche per la clamorosa occasione persa dai compilatori di queste tracce, i quali hanno inserito l’untuosissimo santino, dedicato dal Prefetto Dottor Luigi Viana al generale Dalla Chiesa, nella Tipologia C (“Riflessione di attualità”) anziché nella A (“Analisi testuale”), in quanto il brano costituisce un esempio perfetto della retorica di regime. Avrebbe addirittura meritato una trattazione a sé il mirabolante “si sono immolati nella lotta alla mafia”, riferito a Falcone e Borsellino al posto del più opportuno “sono stati immolati”: che, detto a pochi giorni dalla messa in onda del film-inchiesta di Sabina Guzzanti La trattativa, ha tutta l’aria di una solennissima presa per i fondelli. Ah, ultima cosa: al ministero dovrebbero decidersi ad assumere qualcuno che curi la revisione generale del dossier; il rinvio bibliografico del Giorno della civetta era indifendibile.

Claudia Mizzotti

«Non v’è nulla di più difficile da realizzare, né di più incerto esito, né più pericoloso da gestire, che iniziare un nuovo ordine di cose». Con emozione questa mattina abbiamo assistito del varo del nuovo Esame di Stato, con sollievo abbiamo notato che le tracce proposte dal Ministero per la Prima prova sono state all’altezza della situazione. Il “vecchio ordine” non sarà rimpianto e il nuovo merita d’esser difeso. Colpisce positivamente un elemento di omogeneità fra le tracce: tutte le tipologie (A, B, ma anche C, con brani d’ampiezza maggiore rispetto alle simulazioni, a disattendere l’indicazione di un “breve testo di appoggio” della Commissione Serianni) propongono testi ricchi di suggestioni e spunti, capaci di parlare al cuore, ma soprattutto alla mente dei maturandi, di sollecitare riflessioni su temi cruciali facendo riferimento a “letture, conoscenze, esperienze”. “Pretesti”, dunque, non in senso deteriore (come pezza d’appoggio per avviare una discussione), bensì tali da originare, secondo un metodo induttivo (ormai consolidato nella prassi didattica), un percorso espositivo/argomentativo in linea con il proprio orizzonte formativo e culturale. Le tracce sono pensate per poter essere svolte in tutti i percorsi di studio: la scelta dei testi stimolo è in questo senso particolarmente felice (perché i passi, pur prestandosi ad una lettura approfondita, non escludono gli studenti meno avvertiti da un positivo confronto con il testo), ma è apprezzabile anche la formulazione delle consegne (“chiare, articolate e puntuali” secondo il dettato normativo), soprattutto nella fase strutturata di comprensione: finalmente è stata data esplicitamente facoltà ai candidati di svolgere l’elaborato in modo analitico (“punto per punto”, alla maniera di un questionario), oppure costruendo “un unico discorso” organico, un testo “lineare e continuo, lungo e sintatticamente complesso” (secondo la definizione di Massimo Palermo in Italiano scritto 2.0), antitetica rispetto alla testualità frammentata tipica dell’ecosistema digitale. Anche le consegne relative alla produzione libera sono chiare, ma mi permetto di esprimere due perplessità. La prima: la frase, ricorrente nella sola tipologia B, “scrivi un testo in cui tesi e argomenti siano organizzati in un testo coerente e coeso”, poteva essere almeno parzialmente estesa anche alla tipologia C, cui non sono certo estranei i requisiti di coerenza e coesione (assunto che i caratteri di coerenza e coesione, che attengono alla efficacia testuale, siano ben presenti a tutti i destinatari della consegna). La seconda perplessità riguarda i vincoli posti alla produzione (ma anche alla comprensione per la sola tip. A, sulla “rielaborazione” del testo letterario in forma di parafrasi o sintesi o altro): come è noto, il QdR pubblicato il 26 novembre scorso impone l’utilizzo di griglie con un indicatori generali e specifici. Fra questi ultimi, il rispetto dei vincoli è elemento da valutare obbligatoriamente nella tip.A, non lo è nella tip. B (dove sarebbe forse utile prevedere lunghezza del testo, paragrafazione, presenza di contro-tesi…), torna in parte ad esserlo nella tip. C (formulazione di titolo originale e coerente, presenza di paragrafi…). Sarebbe a mio avviso più opportuno, sia per chi scrive, sia per chi corregge e valuta, non lasciare margini di incertezza e discrezionalità, ove la casistica dei vincoli derivi dai precedenti. Preferirei, per preparare adeguatamente i miei studenti e per valutare equamente i loro elaborati, avere la certezza della presenza dei vincoli per tutte le tipologie di prova, vincoli stilati sulla base di una serie di possibilità, magari anche comuni alle tre tipologie, chiaramente definite e rese pubbliche. Le novità non sono mai soluzioni a problemi complessi, nel caso specifico alla vexata quaestio delle competenze di scrittura delle nuove generazioni. Tuttavia credo che il quadro teorico e la sua declinazione pratica in questa nuova Prima prova indichino una direzione di lavoro proficua, nel cammino verso la meta educativa di lunghissimo termine (e mai definitivamente raggiunta) dell’apprendimento linguistico. Concludo: avrei scelto la traccia B1; l’avrei preferita parecchi lustri fa, come maturanda che all’università avrebbe studiato la storia antica e l’archeologia; a maggior ragione l’avrei scelta oggi, come insegnante che si adopera ogni giorno per superare, insieme ai suoi studenti, la “dittatura totalitaria del presente”, coltivando la consapevolezza del divenire storico e alimentando nel contempo le speranze per il futuro.

Demetrio Paolin

Devo confessarlo, lette le tracce della prima prova di maturità l’unica mia reazione è stato lo sbadiglio. Certo, lo so, che non è così che si affronta un tema così complesso, ma debbo tenere conto di ciò che il corpo mi dice e quindi mi chiedo: «Perché queste benedette tracce mi hanno annoiato solo nel leggerle? Da dove comincio?» Da Ungaretti. Dopo una poesia bruttarella di Caproni, quest’anno i commissari ci riprovano con una lirica di Ungaretti. L’ho letta e non avrei saputo cosa dire: l’Ungaretti del Porto Sepolto è secondo me meno interessante di quello del Sentimento del tempo (forse avrei potuto scrivere solo questo nel mio ipotetico elaborato); tra l’altro i versi della poesia Risvegli sono deboli perché mancano della caratteristica principale dell’arte del primo Ungaretti ovvero l’icasticità delle immagini (il cuore paese straziato, fratelli parola tremante nella notte, l’illuminarsi d’immenso etc etc). A questo si aggiungono le domande, alle quali il candidato deve rispondere; queste hanno due gravi pecche: 1) sposano una linea di lettura del testo molto poco innovativa; 2) imboccano le risposte al nostro ipotetico ragazzo maturando. Insomma ditemi qual è il rischio nell’affrontare un esame dove bisogna analizzare una poesia noiosa, dove tutto è già pre-suggerito nelle domande? Tutte le tracce sembrano suggerire: «Leggete il testo sopra, non fateci troppo caso se avete studiato o meno questo autore o libro, non preoccupatevi, seguite cosa dicono le tracce, mal che vada farete una prova discreta, ma nessun disastro all’orizzonte». Io penso - poi non lo so, io non sono un professore, io non redigo le prove per il ministero -, che la rovina di ogni insegnamento sia il paternalismo. Con queste tracce togliamo di mezzo il rischio, l’azzardo; lasciamo la porta aperta alla comodità di essere mediocri: rispondi alle domande, rispondi così come noi ti suggeriamo e andrà bene. È questa la maturità? Anche il brano di Sciascia (io adoro Sciascia), ma gentili uomini del ministero siamo ancora fermi al Giorno della Civetta? È questo l’unico possibile romanzo di Sciascia da dare in commento ai ragazzi? Vogliamo rendere, ancora, Sciascia schiavo e prigioniero della retorica dell’antimafia? Gli vogliamo fare questo sgarbo, nuovamente e dopo tutti questi anni? Gentili uomini del ministero se proprio volete una bella semplificazione su mafia e antimafia: ci sono i libri di Pif o perché no rispolverate La piovra con il commissario Cattani, ma – se fossi in voi - Sciascia lo lascerei stare. Due ultime notazioni statistiche. La prima: quattro testi citati quattro autori maschi, e anche su questo secondo me un minimo di riflessione dovremmo farcela. La seconda: tra i quattro testi, due di saggistica e due di “immaginazione”, i due libri di immaginazione sono stato pubblicati tra 1916 e 1961. Verrebbe da dire che la letteratura italiana non abbia prodotto nulla di interessante nella seconda metà del 900 e neppure in questi 20 anni degli anni 2000. Ma questo è un altro argomento, non certo adatto alla Maturità.

Stefano Rossetti

Premessa, sui valori Non riesco a scrivere della prima prova riformata senza pensare al percorso che ne ha preceduto l’esordio, caratterizzato da tratti inconsueti nel riformismo italiano. Voglio citarne tre, perché la lettura dei testi proposti stamattina conferma, a mio giudizio, che si tratta di orientamenti culturali profondi:

-        l’autorevolezza degli autori della “riforma”, che ha reso possibile una semplificazione non banale

-        la moderazione nel cambiamento, che ha consentito agli insegnanti di attuarlo senza traumi

-        il riconoscimento della responsabilità professionale dei docenti, evidente nella fase di valutazione.

Da queste premesse discende un giudizio decisamente positivo, che illustrerò brevemente in relazione a tre idee:

1) Scelta di testi di qualità In tutte le tipologie sono stati proposti testi di assoluto valore. Prima di tutto, per la loro significatività rispetto al dibattito culturale attuale. Non c’è stato timore di dare voce ad idee provocatorie ed impegnate. Direi anzi che alcune scelte sono state coraggiose, soprattutto in considerazione dell’idea di una presunta “neutralità” cui si fa spesso riferimento nel dibattito sulla scuola. In secondo luogo, per la loro praticabilità a più livelli: le consegne sono state concepite in modo chiaro, magari anche troppo didascalico. Ho l’impressione che i compiti fossero accessibili a ciascuno studente, e che non inibissero la capacità di collegare e criticare – ciascuno secondo le proprie attitudini - esplicitando la padronanza dei processi argomentativi.Infine, per la vicinanza al vissuto e all’esperienza dei giovani; un tratto evidente soprattutto nella parte di “produzione” argomentativa, in diversi testi.

2) Centralità di una comprensione autentica Le analisi e le produzioni proposte, immediatamente riconoscibili nelle tipologie A e B, più sfumate nella tipologia C, sono un buon esempio di una visione seria ed articolata della competenza di comprensione. Chiedono infatti di coniugare l’ascolto delle idee degli altri e la discussione/ critica di esse, invitando a non sovrapporre i due momenti, a non interpretare senza avere ancora capito.

3) Valore della storia e dell’attualizzazione La prova di stamattina dimostra infine che la Storia non è affatto scomparsa dalla scuola insieme al tema storico.

Ha invece un peso decisivo, nella fotografia che i testi d’esame scattano al percorso di studi dei nostri giovani, sotto due aspetti:

-        la conoscenza di fatti, documenti, esperienze

-        la capacità di cogliere relazioni fra il passato edì il nostro agire nel presente

Collegare questi due ambiti – saper attualizzare correttamente – è una delle competenze più alte che la scuola possa e debba coltivare. Forse, più che dalle fantasiose trovate del colloquio, sarebbe utile partire dal tentativo, a mio parere riuscito nella prima prova riformata, di dare uguale dignità ad un’idea di scuola più tradizionale e ad un insegnamento aperto al vissuto e alle esperienze di lettura e di visione degli studenti.

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Metahistory di Hayden White: Intervista a Fabio Milazzo

1451821531 b5ce97aa7f o A cura di Claudia Boscolo 

L’editore Meltemi ripropone l’importante opera di Hayden White, Metahistory, pubblicata nel 1973 dalla Johns Hopkins University Press (e riedita dallo stesso editore negli Stati Uniti nel 2014 con una nuova prefazione dell’autore). L’opera è apparsa in Italia nel 1978 nella traduzione di Pasquale Vitulano per l’editore napoletano Guida. Fuori catalogo da tempo, era introvabile: questa riedizione costituisce quindi un momento importante per gli studi storici e storiografici, ma anche per la ricerca filosofica e per la critica letteraria. Abbiamo intervistato Fabio Milazzo, autore dell’Introduzione ai due volumi in cui è stato suddiviso il volume originale. Milazzo inserisce l’opera di White nel contesto culturale in cui è apparsa, discutendone il ruolo e la rilevanza per l’interpretazione dei fenomeni storici e culturali, a cui appartiene anche la letteratura.

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1. Per quale motivo si è ritenuto che questo fosse un buon momento per proporre al pubblico una traduzione integrale di Metahistory di Hayden White? C’è una ragione particolare per cui quest’opera viene riedita proprio in questa fase storica?

Prima di rispondere vorrei innanzitutto ringraziare te e la redazione di La letteratura e noi per questa intervista e per l’attenzione dimostrata alla nuova edizione di Metahistory. Venendo alle tue domande, invece, preciso che la scelta di proporre al pubblico l’opera di Hayden White è di Maurizio Guerri (Accademia di Belle arti di Brera, Milano e Istituto nazionale “Ferruccio Parri”), direttore della collana di Estetica e Cultura visuale di Meltemi che ha ospitato i due volumi che costituiscono l’edizione italiana di Metahistory. La ragione principale è che l’opera risulta da tempo irreperibile sul mercato editoriale italiano e questo nonostante rappresenti uno degli studi di teoria storiografica più importanti del Novecento. A questo motivo bisogna aggiungere che la scrittura della storia, intesa come pratica sociale, conosce in questa fase un momento di crisi legato, secondo me, a un diffuso “presentismo” le cui cause sono legate a trasformazioni sociali, storiche e finanche antropologiche. A questa crisi il mondo degli storici, degli insegnanti, degli intellettuali, ha risposto perlopiù con delle chiusure conservatrici e attraverso delle rigidità corporative che non hanno giovato al dibattito storiografico innanzitutto. In relazione a ciò l’opera di Hayden White è quanto mai “inattuale”, ma ancora in grado di dire qualcosa di importante sulla storiografia, di problematizzarne lo statuto discorsivo e di aprirla verso un nuovo futuro.

Se Lisistrata fa politica a scuola

 

Copertina Le donne che sciolsero gli eserciti

Atene, 431 a.C.: la città-simbolo della libertà e della democrazia, desiderosa di affermare la sua supremazia, entra in conflitto con la sua storica concorrente, Sparta, e con le sue alleate, scatenando la lunga ed estenuante guerra del Peloponneso. Nel 411 a.C., sull’onda emozionale di questi eventi e mentre Atene è squassata da un colpo di Stato oligarchico, Aristofane porta sulle scene il geniale progetto di Lisistrata. Ateniese, nutrita degli ideali della pòlis, Lisistrata decide di porre fine al conflitto con lo strumento che dalla pòlis ha appreso: convoca un’assemblea. Ma non è un’assemblea qualsiasi: ad essere convocate sono solo le donne, le donne di tutta l’Ellade, le donne i cui uomini si fronteggiano da nemici in guerra e che la guerra priva dei mariti, dei figli, di una vita normale. Alle compagne – non più nemiche – e per il raggiungimento della pace Lisistrata propone una singolare strategia di lotta: astenersi dal sesso. La reazione degli uomini non tarda ad arrivare. In un gioco di ruoli a tratti scanzonato e divertito, a tratti polemico e pensoso, Aristofane sovverte e travolge ipocrisie e luoghi comuni, smascherando i contenuti grotteschi e mostruosi di ogni guerra e riconducendo il conflitto entro i connotati simbolici di un corpo a corpo ancestrale tra la fisicità, la forza, il prepotente bisogno di fare degli uomini e l’intuito, la vitalità, la consapevolezza lungimirante delle donne. Dapprima indignati e furibondi, gli uomini si arrendono infine alla tenacia delle donne che, desiderose di amanti quanto gli uomini, conducono proficuamente le trattative di pace.

Rappresentare Lisistrata

Non stupisce che l’opera di Aristofane sia stata – nel corso dei secoli – rappresentata con successo o censurata con indignazione. Se il 28 giugno prossimo Tullio Solenghi debutta attesissimo come regista della commedia a Siracusa, in un cartellone di spettacoli classici tenuti insieme dalla trama robusta di una riflessione sulla guerra, andò male a Mario Prosperi (già sceneggiatore – con altri - dell’Odissea televisiva) la cui versione di Lisistrata fu censurata dalla Rai nel 1976, per essere ripresa solo vent’anni più tardi dal teatro stabile di Catania. Che un testo faccia discutere e susciti, in epoche diverse, sentimenti accesi e contraddittori, è il segno evidente del suo valore: la commedia aristofanea tocca nervi scoperti e non risparmia da reazioni forti lo spettatore di ogni tempo. E’ una incontenibile esplosione di sensualità e vitalità che si dipana però su molteplici direttrici; e se è gravissimo errore seguirne solo una, non è semplice tenere dietro a tutte senza disperderne la forza. Quando si vuol fare questo in una scuola, quando Lisistrata diventa oggetto innanzi tutto di studio di un laboratorio teatrale (alzi la mano chi, nella sua scuola, non ne abbia uno), le difficoltà sembrano crescere esponenzialmente. Eppure il gioco vale la candela, soprattutto in quest’epoca, in cui tristemente risuona il monito di “non si fa politica a scuola” e viene fatto di pensare perché, mentre era in corso un gravissimo colpo di stato, Aristofane potesse invece liberamente parlar di politica e uscirne perfettamente indenne e ritenere perfino di aver reso un ottimo servizio all’intera comunità, provando a rielaborare per tutti, dopo vent’anni, il trauma di una guerra lacerante e dolorosa, una guerra fratricida; consegnando alle generazioni future la  lezione difficilissima e salvifica dell’ironia, la stessa che ha fatto sì che Radu Mihăileanu potesse girare un film esilarante e spaventoso come Train de vie (1998).

“Ogni cosa è duplice: ha una faccia buona e una cattiva” David Diop, Fratelli d’anima, Neri Pozza, Vicenza 2019

 

image «Sono l’ombra che divora le rocce, le montagne, le foreste e i fiumi, la carne degli animali e quella degli uomini. Scuoio, svuoto i teschi e i cadaveri. Mozzo le braccia, le gambe e le mani. Fracasso le ossa e ne succhio il midollo. Ma sono anche la luna rossa che sorge sul fiume, sono l’aria della sera che agita le foglie tenere delle acacie. Sono la vespa e il fiore. Sono sia il pesce guizzante che la piroga immobile, sia la rete che il pescatore. Sono il prigioniero e la sua guardia. Sono l’albero e il seme da cui è nato. Sono il padre e il figlio. Sono l’assassino e il giudice. Sono la semina e il raccolto. Sono la madre e la figlia. Sono la notte e il giorno. Sono il fuoco e il bosco che ne viene divorato. Sono l’innocente e il colpevole. Sono l’inizio e la fine. Sono il creatore e il distruttore. Sono duplice».

Tradurre non è mai semplice. Tradurre significa tradire sui margini, significa intrallazzare, significa mercanteggiare una frase per un’altra. Tradurre è una delle rare attività umane in cui si è costretti a mentire sui particolari per restituire a grandi linee la verità. Tradurre significa assumersi il rischio di capire meglio degli altri che la verità della parola non è unica, ma è duplice, triplice, quadrupla o quintupla. […]

«Che cosa ha detto?» si chiesero tutti. […]

Il traduttore parve esitare. […] Si schiarì la voce e rispose alle alte uniformi con una vocina quasi impercettibile:

«Lui ha detto di essere al tempo stesso la morte e la vita». (p. 115-116)

Negli ultimi anni, in corrispondenza con il centenario della Grande Guerra, non sono certo marcate le letture (saggistiche, narrative, ma anche ibride) che hanno restituito l’eco di memorie rimosse ed eredità inconfessate. Questi contributi alla conoscenza e alla coscienza storica hanno corroso certi luoghi comuni e hanno dipinto un quadro ricco di sfumature inattese quanto oramai indelebili. La retorica celebrativa dei fatti riceve ora l’ennesimo, deciso colpo dalla pubblicazione del romanzo Fratelli d’anima di David Diop: un libro piccolo solo per la mole, un romanzo breve che, dopo aver vinto il Prix Goncourt des Lycéens nel 2018, è stato insignito del Premio Strega Europeo 2019, assegnato in memoria del giornalista Antonio Megalizzi. Una narrazione potente, eccentrica, che disturba e seduce, che provoca orrore e commozione, che vive di contrasti la cui matrice non è certo estranea alla storia del suo autore: David Diop è nato a Parigi da una madre francese e da un padre senegalese, è  cresciuto in Senegal, ma è tornato in Francia: vive ora nel Sud e insegna letteratura all’Università di Pau. È titolare dunque di un’identità meticcia, che confessa felicemente risolta, cui si aggiungono mestiere  e sensibilità non comuni nell’uso degli strumenti propri della letteratura: Diop riesce a tradurre le emozioni intense dei suoi personaggi, a consegnarle intatte, nella loro complessità contraddittoria, ai suoi lettori.

Gioia e indignazione nell’ ultimo Zanzotto: il progresso è scorsoio, la Lega una peste

Tipoteca zanzotto thumb Prima di morire, Andrea Zanzotto condusse due battaglie indignate: contro la distruzione del paesaggio (il “progresso scorsoio”) e contro l’egemonia dilagante della Lega (“una peste” o “uno spettro”).

Per capire l’agonismo politico-culturale terminale di uno dei maggiori poeti del Novecento non si può rifarsi a nozioni liquidatorie (la nostalgia, il ‘passatismo’). Vanno viceversa verificati gli specifici strumenti passionali e linguistici con cui egli interrogava attivamente, fino alla fine, la società e i luoghi:

«La mia non è una battaglia antimoderna ma un fatto di identità e civiltà. La marcia di autodistruzione del nostro favoloso mondo veneto ricco di arte e di memorie è arrivata ad alterare la consistenza stessa della terra che ci sta sotto i piedi. I boschi, i cieli, la campagna sono stati la mia ispirazione poetica fin dall’infanzia. Ne ho sempre ricevuto una forza di bellezza e tranquillità. Ecco perché la distruzione del paesaggio è per me un lutto terribile. Bisogna indignarsi e fermare lo scempio che vede ogni area verde rimasta come un’area da edificare»

Da quella bellezza Zanzotto desume, per controspinta, l’indignazione contro la cecità totale della politica e dell’economia. Egli sa benissimo che il leghismo nel suo Veneto trae consenso dal  culto del  territorio e del dialetto, ma sa anche che questo culto è praticato dalla politica in modo falso e spettrale: si nutre di un mondo perduto per distruggerlo e dimenticarlo ancora più barbaramente, per liquidarlo e tradirlo  negli slogan grossolani del “fare”, nell’ignoranza più becera e esibita. Sa inoltre che l’ideologia leghista e l’azione di distruzione del territorio sono entrambe vittoriose, ma sa anche che si possono contrastare con l’energia poetica e umana che il territorio stesso sprigiona. Si possono leggere in questa prospettiva gli scritti zanzottiani sul paesaggio, riuniti in Luoghi e paesaggi (a cura di Matteo Giancotti, Bompiani, 2013), perché si prestano a  essere attualizzati e valorizzati didatticamente e politicamente, non solo in senso “ecocritico”, come ha scritto di recente Niccolò Scaffai:intendendo (controcorrente) tensione civile e lavoro didattico come virtuosamente alleati. Si tratta di “fantasie di avvicinamento al paesaggio”, dedicate a un raggio spaziale che va dalle Dolomiti ai Colli Euganei fino alle Lagune, che mostrano splendidamente il prezzo di quella doppia distruzione e smemoratezza. Zanzotto è, come è noto, per eccellenza “poeta del paesaggio”: Dietro il paesaggio è il titolo della sua prima raccolta, recensita  con entusiasmo da Ungaretti; un verso della Beltà recita sornionamente “ho paesaggito molto”. I suoi boschi, palù, zefiri, mestieretti, anguane, topinambur, fosfeni, galatei, idiomi comportano una geografia di spaventosa precisione: partendo dallo spazio limitato di Quartier di Piave a Pieve di Soligo, egli può pensare in versi solo spostandosi di pochi chilometri, fin all’orlo delle colline asolane o euganee e alle lagune.

Prima che gridino le Pietre, manifesto contro il nuovo razzismo, un libro e un incontro in classe

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“Son membra d’un corpo solo i figli di Adamo,

da un’unica essenza quel giorno creati.

E se uno tra essi a sventura conduca il destino,

per le altre membra non resterà riparo.

A te, che per l’altrui sciagura non provi dolore,

non può esser dato nome di Uomo”.

(Saadi di Shiraz, Shiraz , Iran,1203 – 1291)

31 maggio: 70 ragazzi e una giornalista

Metti che un tuo collega ti dica “Linda che ne dici se invitiamo una giornalista a scuola?”

Lì per lì pensi che non ci sarebbe tempo, che non lo abbiamo progettato, messo nel PTOF, siamo alla fine dell’anno, accidenti e come la mettiamo con le verifiche e le interrogazioni?

Poi quello stesso collega ti mette in mano il libro che la giornalista ha curato “Prima che gridino le pietre” di Alex Zanotelli e ti si accendono alcune lampadine:

  • Il primo libro che lessi di Zanotelli fu “i poveri non ci lasceranno dormire”: avevo pochi anni più dei miei studenti. Non so quanto ci capii, ma mi colpì con la forza di un pugno. Ho passato interi pomeriggi con la mia amica Benedetta a parlare degli articoli di Nigrizia.
  • Questo libro è un altro cazzotto. Padre Zanotelli non è un moderato, non è un politico: è un prete per il quale vige il motto “predicate sempre il Vangelo, se necessario anche con le parole”
  • L’incontro e il libro arrivano alla fine di un percorso sul fenomeno della migrazione che le tre classi del nostro istituto hanno seguito dalla prima: abbiamo ascoltato il racconto di testimoni, profughi e medici che si sono occupati della prima accoglienza a Como, letto giornali, riviste, libri e albi illustrati. Abbiamo cercato di capire e ne abbiamo scritto in forma narrativa.
  • Da due mesi sto insegnando loro a scrivere un testo argomentativo: hanno scelto argomento, individuato la tesi, cercato le fonti, faticosamente stiamo scrivendo insieme. Incontrare una giornalista è l’occasione per discuter su come si può raccontare un fatto, dare una notizia, provare ad essere obiettivi.

Il mestiere del traduttore / 4 – Ilaria Piperno

 

IlariaPiperno 770x500 Più di un cuore. Tradurre i libri di Ella Frances Sanders

A Sara T.

Si ha la fortuna, a volte, di tradurre un autore che abbiamo scelto, a cui ci siamo appassionati da lettori prima che da traduttori. In altri casi, invece, i libri che abbiamo amato da lettori non sono quelli che abbiamo amato anche tradurre e i libri che abbiamo molto amato tradurre non ci hanno incantato quando li abbiamo letti. Qualche volta, però, i traduttori hanno la grazia di poter accedere a un piacere duplice della parola, quello che nasce dalla lettura e quello che emerge quando analizziamo, interroghiamo, ci scontriamo con le parole mentre le traduciamo.

L’incontro con i libri di Ella Sanders per me è stato un incontro fortunato. Lost in Translation, il suo primo libro, è arrivato nelle mie mani sottoforma di regalo natalizio grazie a un’amica, a cui sarò per sempre grata. Sono stata folgorata dalla leggerezza e creatività con cui un’illustratrice appena ventenne aveva affrontato un tema “scottante” come quello dell’intraducibilità, cogliendo un’intuizione a mio avviso geniale: ciò che si perde in traduzione si può recuperare in immagine o, anche, ciò che non è traducibile si può serenamente non tradurre e riempire di colori. Era una provocazione, un sogno, un desiderio, un’illusione, eppure quante persone hanno amato quel libro oltre a me? Quanti si sono avvicinati a lingue incomprensibili e culture lontanissime, percependole appena più vicine? Quanti lettori hanno scoperto l’esistenza di parole che non si possono tradurre nella nostra lingua se non con lunghe perifrasi, ma che esprimono emozioni, sensazioni universali, che noi proviamo spesso?

Tradurre Lost in Translation e Tagliare le nuvole col naso ha voluto dire tradurre da una lingua all’altra il viaggio avventuroso della comunicazione e della lingua stessa, quando tocca il confine mistico dell’intraducibilità o delle espressioni formulari, dei modi di dire più quotidiani eppure metaforici, analogici, quelli che Google Translator probabilmente non potrà ancora cogliere per molto, molto tempo. “Vorrei mangiarti il fegato” non vuol dire “desiderare di mangiare la ghiandola più grande del corpo umano” ma “ti voglio un bene immenso”, “stare in groppa a un maiale” non vuol dire “trovarsi sopra un suino” ma “sto alla grande” e “tagliare le nuvole col naso” non vuol dire “affettare le nuvole usando il proprio organo olfattivo” ma “essere molto superbo”. La traduzione di questi due libri è stata una traduzione da una lingua a un’altra, dall’inglese all’italiano, ma non solo. L’autrice stessa aveva “tradotto” in inglese parole e modi di dire di tantissime lingue diverse facendo anche una traduzione intersemiotica, se vogliamo, ovvero provando a trasporre le parole e i modi di dire in immagini. In questo caso il compito del traduttore doveva essere tradurre la scrittura dell’autrice, mantenere in un’altra lingua la stessa coesione con le immagini ma anche verificare e fare in modo che i “tentativi di traduzione” in inglese delle parole intraducibili e dei modi di dire da diverse lingue non tradissero il proprio senso profondo una volta ri-tradotti in italiano.

Migrare è vivere

p1200495 Pubblichiamo oggi l'appello Prof. Fabrizio Micari, Rettore dell’Università degli Studi di Palermo, in difesa della dignità umana e dei migranti, a cui la Redazione de La letteratura e noi ha aderito. 

Migrare è vivere.

Dall’Università di Palermo l’Appello all’Europa della Conoscenza

La storia dell’uomo, unica specie vivente a non essere articolata in gruppi biologicamente distinti, è caratterizzata sin dalle sue origini dalle migrazioni, dal meticciamento delle culture, dalla costruzione di identità mai statiche ma in perenne divenire. Anche a causa della globalizzazione, il fenomeno migratorio in atto su base planetaria è destinato ad assumere nell’immediato futuro dimensioni sempre più gigantesche e implica questioni sociali, politiche, economiche, religiose, etiche di straordinaria rilevanza che non possono essere affrontate sulla base di slogan e di inaccettabili semplificazioni. E’ dunque necessario costruire uno spazio di riflessione critica e di azione che ponga al centro dell’attenzione della pubblica opinione, del sistema formativo e non solo della comunità scientifica internazionale i temi dei diritti e della dignità delle persone, e delle persone migranti in particolare, in vista della edificazione di una società inclusiva e plurale.

Questa esigenza, al contempo etica e scientifica, sostanzia l’Appello all’Europa della conoscenza che l’Università degli Studi di Palermo ha lanciato a conclusione del Convegno Migrare, svoltosi a Palermo dal 20 al 22 maggio 2019. Siamo convinti che l’educazione e la formazione rappresentino l’ambito d’elezione per la costruzione del rispetto, per la valorizzazione delle differenze, per l’individuazione delle condizioni favorevoli alla riduzione progressiva delle diseguaglianze economiche e sociali. Esse sono l’unico antidoto ai linguaggi dell’odio e alle retoriche della paura che, fondandosi su una dimensione irrazionale, tradiscono la sostanza comune del genere umano e negano la centralità della persona come titolare dei diritti fondamentali sanciti dalle Carte costituzionali di tutti gli Stati democratici.

Ci appelliamo alle Università, alle Istituzioni culturali e scientifiche, ai Centri di ricerca perché si costituisca e cresca la rete dei soggetti coinvolti in un progetto comune di conoscenza e di confronto aperto e fecondo. 

In questa ottica Vi invito a condividere, sottoscrivere compilando il form e fare circolare all’interno della Vostra comunità il seguente appello.

Prof. Fabrizio Micari

Rettore dell’Università degli Studi di Palermo


Al link qui sotto trovate il form per firmare l'appello:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSdwJdfjYw3M5ly0NoLsB724W7ZeMZ9J_yfEfRVHVoAx3kU6DA/viewform?vc=0&c=0&w=1