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diretto da Romano Luperini

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La "riforma" dell'Istruzione professionale di Stato

Riforma della scuola cosa cambia nel 2018 1 Premessa

Dividerò questo intervento in quattro parti: nella prima dirò in che cosa consista il D.Lgs 61/2017, Revisione dei percorsi dell'istruzione professionale nel rispetto dell'articolo 117 della Costituzione, nonchè raccordo con i percorsi dell'istruzione e formazione professionale, a norma dell'articolo 1, commi 180 e 181, lettera d), della legge 13 luglio 2015, n. 107; nella seconda cercherò di commentarne i tratti salienti e collocarlo nel quadro che solo può spiegarne la genesi, quello delle riforme europee dei sistemi educativi; nella terza, spogliandomi dei panni del docente e vestendo quelli del militante, individuerò i possibili "margini attuali per una scuola di opposizione" (per riprendere l'espressione di Emanuele Zinato), ovvero le forme possibili di una risposta collettiva che a mio avviso può esistere solo se si pone il problema dell'organizzazione, sindacale e politica, e non certo restando al livello della pur doverosa battaglia culturale, dato lo squilibrio di forze oggi annichilente; nella quarta, brevissima, formulerò una proposta.

Dichiaro subito un debito teorico, spero l'unico riferimento bibliografico che sarò costretto a fornire: l'e-book di Alberto Pian, docente e studioso torinese, Scuole "sparse" sul territorio? Che cosa nasconde la "riforma" dell'Istruzione professionale di Stato? La verità sul decreto delegato della 107[i], è, a mia conoscenza, l'unica trattazione organica di questo sottovalutato e poco discusso corollario della 107 ed un testo assolutamente imprescindibile per chi voglia approfondire seriamente quanto qui, per ragioni di spazio e di limiti di chi scrive, vale solo come primo momento informativo e orientativo sul tema.

Perché leggere questo libro: Il Consiglio d’Egitto di Leonardo Sciascia

 

00000000000000000000000000000000sciascia Il benedettino passò un mazzetto di penne variopinte sul taglio del libro, dal faccione tondo soffiò come il dio dei venti delle carte nautiche a disperdere la nera polvere, lo aprì con un ribrezzo che nella circostanza apparve delicatezza, trepidazione. Per la luce che cadeva obliqua dall’alta finestra, sul foglio color sabbia i caratteri presero rilievo: un grottesco drappello di formiche nere spiaccicato, secco. Sua eccellenza Abdallah Mohamed ben Olman si chinò su quei segni, il suo occhio abitualmente languido, stracco, annoiato era diventato vivo e acuto. Si rialzò un momento dopo, a frugarsi con la destra sotto la giamberga: tirò fuori una lente montata, oro e pietre verdi, a fingerla fiore o frutto su esile stralcio.

«Ruscello congelato» disse mostrandola. Sorrideva: chè aveva citato Ibn Hamdis, poeta siciliano, per omaggio agli ospiti. Ma, tranne don Giuseppe Vella, nessuno sapeva di arabo: e don Giuseppe non era in grado di cogliere il gentile significato che sua eccellenza aveva voluto dare alla citazione, né di capire che si trattava di una citazione. Tradusse, perciò, invece che le parole, il gesto: «La lente, ha bisogno della lente»; il che monsignor Airoldi, che con emozione aspettava il responso di sua eccellenza su quel codice, aveva capito da sé.

Sua eccellenza era di nuovo chino sul libro, muoveva la lente come a disegnare esitanti ellissi. Don Giuseppe vedeva i segni balzare dentro la lente e, prima che avesse il tempo di coglierne uno solo, sfrangiati ricadere sulla pagina tarlata.

Sua eccellenza voltò il foglio, ancora si attardò nell’esame. Mormorò qualcosa. Voltò altri fogli velocemente scorrendoli con la lente, sull’ultimo che guizzava di piccoli vermi d’argento si soffermò.

Si sollevò, voltò le spalle al codice: lo sguardo gli si era di nuovo spento.

«Una vita del profeta», disse «niente di siciliano: una vita del profeta: ce ne sono tante».

Don Giuseppe Vella si voltò con faccia radiosa verso monsignor Airoldi: «Sua eccellenza dice che si tratta di un prezioso codice: non ne esistono di simili nemmeno nei suoi paesi. Vi si racconta la conquista della Sicilia, i fatti della dominazione…». (L. Sciascia, Il consiglio d’Egitto, Milano, Adelphi, 2009, pp. 15-16)

La questioni dei migranti e la necessità di una nuova sinistra

 

Migranti Intervento presentato alla manifestazione organizzata dall’ANPI A GROSSETO, 8.9.18

Gli interventi che mi hanno preceduto rispondono a caratteristiche diverse e infatti si sono sentiti sinora linguaggi diversi: hanno parlato i rappresentanti degli enti locali usando il linguaggio della amministrazione e della politica e ripetendo formule giuste ma scontate e spesso retoriche; hanno parlato i migranti con il linguaggio semplice e concreto della esperienza vissuta; ha parlato un uomo di chiesa usando il linguaggio della fede. Tutti hanno dato per scontato che stare dalla parte dei migranti voglia dire stare dalla parte dell’umanità. Alcuni hanno addirittura rappresentato l’evoluzione della specie umana come un percorso volto a realizzare una tendenza intrinseca all’essere umano, la solidarietà.

Io vorrei provare a svolgere un ragionamento diverso. L’umanesimo è doppio: in nome dell’umanesimo Ariosto e Tasso hanno esaltato i massacratori degli Incas, mentre uomini di chiesa umanisti negavano la presenza dell’anima nei selvaggi e ponevano la donna insieme ai pesci al tredicesimo posto nella gerarchia delle specie. Indubbiamente, a partire da un certo illuminismo c’è stato anche un umanesimo che ha puntato sul miglioramento del genere umano senza distinzioni a esso interne. Insomma l’umanesimo è doppio e di per sé non implica una posizione antirazzista. E d’altronde di un nuovo umanesimo parlavano diversi gruppi fascisti negli anni trenta. C’è insomma un umanesimo che esclude, che riconosce come umani solo quelli della propria parte, un umanesimo dei pochi e dei ricchi (quelli che ponevano la croce sulle vele delle navi che andavano a depredare e a rendere schiavi gli indios) e c’è invece un umanesimo che include.

Dalla teoria della letteratura alla didattica: implicazioni e conseguenze

 

9788862665094 0 0 565 75 Nei prossimi mesi, nella sezione “L’interpretazione e noi”, offriremo ai lettori e ai colleghi una serie di suggerimenti di (ri)lettura di alcuni classici della critica, in prospettiva didattica. Come introduzione al ciclo, riproponiamo un saggio del nostro diretto Romano Luperini, che si può leggere nel suo Insegnare la letteratura oggi, Manni, 2013, alle pp. 70-78.

1. Come ognuno sa, sono possibili tre tipi di approccio critico all'opera letteraria, ognuno riferito a uno del momenti cruciali dell'asse jakobsoniano della comunicazione: emittente, messaggio e destinatario. Avremo una critica letteraria che si basa sulla centralità dell'autore e procede perciò dall'analisi dell'intentio auctoris e cioè dallo studio della persona biografica e storica o comunque della personalità artistica, una che parte dalla considerazione dell'intentio operis dunque dallo studio dell'opera valutata nella sua autonomia e nell’organicità della sua struttura formale e infine una che sceglie come punto di riferimento critico l'intentio lectoris e quindi lo studio del pubblico e dell'orizzonte d'attesa, della circolazione e della fruizione dei prodotti letterari o anche delle reazioni del soggetto nel momento stesso della lettura. Analogamente, anche nella pratica dell’insegnamento della letteratura, si può privilegiare uno o l'altro di questi approcci. 

Di fatto queste tre metodologie sono sempre possibili; tanto è vero che critici di ogni epoca hanno talora fatto ricorso a tutt'e tre. Tuttavia, negli ultimi due secoli, dall'età romantica a oggi, esse caratterizzano anche tre periodi diversi nella storia delle teorie letterarie in Occidente. Beninteso, in ciascuno di essi è frequente il ricorso a tipologie di approccio diverse rispetto a quella dominante. E tuttavia, osservando il panorama da una certa distanza, e con le lenti, a cui è impossibile rinunciare del senno di poi, una certa evoluzione appare del tutto evidente. A un primo periodo in cui ha prevalso la centralità dell'autore hanno fatto seguito un secondo contraddistinto dalla centralità dell'opera e infine un terzo in cui sembra dominare la centralità del lettore. 

La lettura ad alta voce: il recupero dell’oralità

8942011 È uscito, per i tipi di Giovanni Fioriti editore, nella collana “naviganti” diretta da Anna Angelucci, La Lettura, il Corpo, la Voce. Fondamenti linguistici e neurali della lettura ad alta voce di Paolo S. Sessa. Il libro si muove tra didattica, critica letteraria, linguistica, neuroscienze e indaga i presupposti della lettura ad alta voce. L’estratto che segue si intitola “Il recupero dell’oralità” e proviene dal primo capitolo. Ringraziamo l’autore e l’editore per averci concesso la pubblicazione. 

Solo la lettura ad alta voce ci consente di recuperare l’oralità presente in un testo, attraverso un percorso ad ostacoli lungo il quale non solo i segni grafici, ma in alcuni casi anche gli spazi bianchi che li delimitano e li contornano, riacquistano alcune delle loro originarie caratteristiche che li contraddistinguevano in quanto suoni, pause e silenzi. Che un testo scritto sia stato pensato soprattutto per l’ascolto, come tanta poesia, dalla Commedia di Dante alle Foglie d’erba di Whitman, o anche tanta prosa d’arte, o che molto più semplicemente si tratti di testi destinati (ma quanto, poi!) a una degustazione solitaria, la scrittura conserva tracce più o meno consistenti della voce dell’autore che, prima di scrivere o nell’atto stesso della scrittura, ha fatto passare dalla sua bocca una parte dei suoi pensieri, quelli che sentiva più strettamente aderenti alla sostanza fonica che li esprimeva. “Le grand secret est là: la pensée se fait dans la bouche”[i], scriveva Tzara, e dalla bocca del lettore può riprendere vita. Si tratta di compiere, come Alice, un viaggio dentro lo specchio al quale la voce del poeta ha consegnato, appunto, la sua parola parlata e i suoi silenzi, ricevendone in cambio una sorta di ricevuta per avvenuta consegna, che è, appunto, il testo scritto. La lettura di un testo richiede alla nostra immaginazione la capacità di convertirlo in suoni, compiendo un percorso a ritroso che ci consente di recuperare dalle parole scritte la loro sostanza e, dagli spazi bianchi, gli indugi dell’anima; si tratta di rivitalizzare quella densità semantica che la cristallizzazione dei fonemi in grafemi ha disperso: tutto questo è reso miracolosamente possibile, per vie spesso misteriose e complesse, dalla nostra voce, dal nostro corpo, dal nostro gesto, come in un  magico intreccio. Ad alta voce, naturalmente, e senza chiedere permesso perché, dice bene Pennac, la lettura ad alta voce è fra i dieci diritti imprescrittibili del lettore[ii].

Cos’è la letteratura per ragazzi?

letteratura per ragazzi Prende avvio  oggi un ciclo di interventi con cui apriamo una finestra sulla narrativa per ragazzi. Gli appuntamenti - per lo più interviste ad autori italiani e stranieri  del settore  - avranno cadenza quindicinale. Inaugura il ciclo Daniela Palumbo, autrice di numerosi romanzi tra cui Sotto il cielo di Buenos Aires e Il cuore coraggioso di Irena. Ha vinto il Premio Battello a Vapore Piemme 2010, con il libro Le valigie di Auschwitz

Il suo pezzo "Che cos'è la letteratura per ragazzi" è comparso lo scorso 18 luglio sul sito https://www.ibbyitalia.it/ che ringraziamo per la concessione. 

 

La letteratura per ragazzi è...letteratura. Ed è così.

Esistono, però, delle differenze fra la scrittura per adulti e quella per l'infanzia/ragazzi. Provo a tracciare alcuni elementi, nei quali intravedo confini e incontri. In comune hanno le eterne, grandi questioni della vita, che percorrono tutte le storie scritte: l'amore, la guerra, la morte, l'amicizia.

A cambiare è lo sguardo, che noi autori per l'infanzia posiamo sull'amore, sulla morte, sulla guerra, sull’amicizia. Perché è lo sguardo che contiene il punto di vista del bambino. Uno sguardo che abbiamo il privilegio di conservare, ma che ci interroga, anche come adulti. La narrazione del mondo dal punto di vista del bambino non confeziona risposte, ma può moltiplicare dubbie e attese. Una delle differenze che intravedo è nel linguaggio. La letteratura per ragazzi ha un linguaggio universale, perché sa parlare ad adulti e bambini, a qualunque latitudine. Il viceversa è più difficile.

Anche l'età del destinatario ha delle conseguenze interessanti nell'ottica delle differenze. Il lettore bambino è un essere umano in divenire. Sì, d'accordo, siamo tutti in divenire, anche noi adulti, ma per un ragazzo è diverso. Si tratta di dare radici alla propria identità, che rischia di frantumarsi nella difficoltà di vivere la complessità della realtà. La posta in gioco è, dunque, capire qual è il proprio posto nel mondo. Che non è banalmente capire il proprio, utile, posizionamento dentro l’esistenza umana. Ma in gioco ci sono le tracce che decideremo di lasciare lungo quel passaggio. D’altronde, è sempre il viaggio che conta, non la meta.

Elogio della letteratura

 

zygmunt bauman2 La frase di Hesse citata in questo libro da Bauman – «se [Walser] avesse centomila lettori, il mondo sarebbe un posto migliore» potrebbe essere riferita anche a Elogio della letteratura (Einaudi, 2017, € 16). Si tratta di un libro-conversazione estremamente stimolante fra il noto sociologo, di recente scomparso, Zygmunt Bauman, e Riccardo Mazzeo. L'assunto principale del volume è che letteratura e sociologia «condividono il medesimo campo d'indagine, gli stessi temi e gli stessi argomenti nonché […] la vocazione e l'impatto sulla società». Il dialogo intenso e serrato fra questi due intellettuali felicemente non «soddisfatti», mette in scena il rapporto di fecondazione reciproca che deve stabilirsi fra le due discipline «sorelle». Significativamente, in un primo momento, gli autori avevano pensato come titolo a Sorella Letteratura. Sorelle dunque, anzi di più: gemelle siamesi, perché fisicamente inscindibili. Entrambe condividono l'obiettivo di squarciare il velo delle interpretazioni già formate, fornendo nuove letture del reale e dei suoi problemi decisivi. Questa simbiosi si costruisce sulla convinzione per cui «l'immaginazione nell'analisi è il destino comune di sociologia e letteratura».

Il nodo principale attorno a cui si avviluppano questi dialoghi è quello della trasmissione e della eredità. Con un'opportuna precisazione preliminare: «La trasmissione non è in alcun modo una clonazione». Grazie ad essa si accede a se stessi: «Come potremmo diventare noi stessi senza un'eredità, senza un maestro, senza la sua voce, senza un messaggio profondo?».

Ode all'amicizia

barcellona b L’11 settembre è la festa nazionale della Catalogna. La festa, chiamata Diada, celebra l’anniversario della fine dell’indipendenza (avvenuta nel 1714 dopo un assedio di Barcellona durato più di un anno). Ogni 11 settembre, si svolgono nelle vie di Barcellona imponenti e coreografiche manifestazioni che hanno assunto ogni volta di più il valore di una rivendicazione politica di indipendenza. Dopo il referendum del 1° ottobre 2017, duramente represso dalla polizia spagnola, e lo scioglimento del governo in carica, la Diada di quest’anno sta assumendo un valore ancora più grande, e ad essa prenderanno parte centinaia di migliaia di catalani ma anche numerosi manifestanti giunti da ogni parte del mondo per portare il loro sostegno alla causa indipendentista.

Per evitare il rischio di sovrapporre altri e ben diversi movimenti indipendentisti esistenti in Italia e in Europa, è opportuno ricordare che l’indipendentismo catalano affonda le sue radici democratiche e partecipative nella lotta al franchismo e si caratterizza per posizioni repubblicane ed europeiste, oltre che per la non-violenza e l’inclusività (per esempio nei confronti dei migranti).

Bentornata scuola (complessa)

 

68783436 abstract immagine di una pluralita di fili intrecciati In attesa della classe

Settembre, la scuola ricomincia e in molti siamo qui a mettere in fila pensieri che poi (per fortuna) verranno spazzati via dal fragore delle sedie trascinate della prima ora del primo giorno in classe. In queste ore durante le quali rivediamo programmi, immaginiamo progetti, fantastichiamo su novità per tenere in vita e salute quello che abbiamo sempre fatto, sarebbero tanti i temi su cui riflettere: da questioni di fondo come il nostro addio simbolico al Novecento con il definitivo ingresso nelle secondarie dei soli nati negli anni Zero alle incognite di propositi governativi ancora nebulosi, da banchi di prova come il nuovo esame della secondaria superiore al nodo culturale dell’alternanza scuola lavoro, dalle problematicità dell’universo Invalsi fino a ombre funeste e fino a ieri inimmaginabili che si addensano, come distopie improvvisamente possibili, fatte di telecamere e uomini in divisa per i corridoi delle nostre scuole. Di certo, dal nostro piccolo ma cruciale osservatorio di insegnanti, ci occuperemo di quanto di importante potrebbe accadere quest’anno. Nell’imminenza di un tempo che potrebbe essere decisivo per le sorti del bene comune e di uno dei luoghi naturali della sua edificazione che è la scuola resta però l’immediato presente, in cui ci chiuderemo dietro per la prima volta la porte della classe e sul quale vorrei proporre una piccola riflessione.

Questa estate

È stata un’estate complicata. Abbiamo vissuto un tempo particolare, inedito, denso di conflitti che si è riempito di questioni che difficilmente solo un anno prima avremmo ipotizzato potersi imporre in modo così violento. Il Paese si è spaccato, i toni sono aumentati a ogni livello, le urla e i selfie hanno sostituito la parola, lo scontro ha seppellito le possibilità dell’incontro. L’egemonia di un pensiero collettivo dozzinale, semplificante, teso da ogni parte alla polarizzazione degli estremi è sembrato diventare l’unico codice possibile, dalla comunicazione politica a quella di riflesso violenta e proliferante dell’universo social. Proprio a partire da questo scenario mi è capitato spesso durante l’estate di pensare all’anno scolastico che sarebbe stato. Perché è evidente come quanto sia maturato o meglio marcito nella società transiterà naturalmente, in assenza di un argine, tra i nostri banchi, nelle nostre aule docenti, tra i nostri pensieri e le nostre parole, tra i pensieri e le parole dei ragazzi e delle ragazze. In ragione di ciò, se dovessi allora indicare una priorità da mettere in cima alla mia personale lista per l’anno che verrà, avrei pochi dubbi: la difesa del valore del pensiero complesso. La scuola dovrebbe essere baluardo e luogo elettivo dove, per mandato, per condizioni (anche se sempre più precarie), margine di intervento, resti possibile, anzitutto a partire dallo statuto epistemologico di ogni disciplina, consegnare ai ragazzi la libertà seminale del pensiero complesso.

Da necessario a urgente

Il pensiero complesso, quello sguardo sul mondo che rende sostanza e ragione di ogni sistema nella sua interezza e interazione continua, che non retrocede mai alla sfida del dubbio, che non si fa forte della falsa comodità della semplificazione ignorante, è urgenza educativa nella misura in cui è per natura antidoto anche a quanto di degradante e pericoloso va imponendosi nella nostra società. Per altro c’è poco da inventarsi. Ciò che le materie scientifiche insegnano già manifestando autenticamente se stesse, ciò che le materie umanistiche ribadiscono raccontando uno snodo storico o chi con il pensiero e con l’arte ha saputo spingere le domande oltre i confini della pura evidenza, diventa da necessario a urgente in un tempo in cui ogni grande questione che investe il nostro tempo viene risolta nella scorciatoia becera dello slogan, della leva sui nervi scoperti della rabbia, della paura, della diffidenza. Mi pare evidente come questa generazione di ragazze e ragazzi, che ha la fortuna di vivere in un mondo che offre possibilità comunicative mai viste e di cui sarebbe importante ribadire sempre più, anche in sede scolastica, non solo le insidie ma soprattutto le risorse, sconti una sovraesposizione alla quale solo la palestra del pensiero complesso, del conflitto critico, del percorso in profondità possa rendere abili e resistenti.

La centralità del docente

Da questo punto di vista la centralità del docente nel processo educativo torna ad assumere quella posizione di fulcro dalla quale più o meno surrettiziamente, in nome dello svecchiamento, dell’allineamento a presunti standard o di una generica chiamata al futuro, da qualche anno a questa parte sembra essere gradualmente estromesso. Certo, i docenti dovranno essere all’altezza del mandato che un tempo storico come questo richiede loro, proprio a partire dalla capacità di mettere in circolo la possibilità di accesso alla dimensione della complessità e della costruzione di uno sguardo critico che ogni processo educativo onesto porta con sé. Scegliere di farlo ovviamente non si ridurrà a un generico buon proposito senza gambe per diventare concretezza. Si tratterà di essere all’altezza di quella chiamata alla storicizzazione del sapere di un autore, di un’opera, nel proprio legittimo e fondato passato ma proprio perché dialoghi con il nostro presente, che è sempre mutevole, che non è quello di ieri, che non sarà quello di domani. Davvero oggi Dante, Galileo, Verga, hanno l’occasione di tornare a essere vivi tra i nostri banchi, per quello che possono dire al nostro tempo ma così come lo studio del pensiero, del diritto, delle domanda sulla natura, delle necessità delle logiche, dei grandi orizzonti svelati dalle lingue, fino a quanto possano dirci le stesse materie prettamente tecniche.  Che cosa sia in gioco mi pare abbastanza chiaro. Si diceva di una scuola dove oramai circolano solo ragazzi e ragazze nati negli anni Zero. Con loro che entrano nel mondo degli adulti se ne sta però oramai andando quella generazione che nel bene e nel male ha determinato il patrimonio culturale e politico fondativo della nostra società, a partire da principi dati a torto come oramai scontati: quello di democrazia, di cittadinanza, di Stato di diritto e di sussidiarietà. Oggi più che mai è a scuola che si gioca la partita del futuro di una società che sarà abitata o da persone libere e capaci di un pensiero critico o al contrario di masse indistinte pronte alla sequela del seminatore di stupidità di turno. Sta a noi, a partire da questa settimana.

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La sonda e lo specchio: le identità plurali nella scrittura di Mauro Covacich

per Covacich len Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre. 

Lo scorso 8 giugno a Trieste è stato conferito a Mauro Covacich il Premio Tomizza. Con alcune varianti questa è la prolusione dedicata alla parabola letteraria dell’autore triestino.

È possibile eleggere a metafora della narrativa di Mauro Covacich quella, ben nota a chi conosce i suoi romanzi, del maratoneta ossia dell’atleta che sceglie la faticosa resistenza sulla lunga distanza:

La maratona è un’arte marziale. Chi la corre compie una scelta estetica, non una sportiva. Lo sport non c’entra niente. Vorrei dire: Resistere alla più alta velocità possibile per una strada così lunga è la cosa più bella che una mente umana possa produrre. La mente non è il cervello, la mente è il sistema del corpo che pensa. (M. Covacich, A perdifiato, Milano, La nave di Teseo, 2018, p. 32)

La sua produzione, difatti, conta una quindicina di titoli e occupa un arco cronologico ininterrotto che, dall’anno dell’esordio avvenuto nel 1993, ha visto l’autore confrontarsi con generi letterari sempre differenti e con temi difformi. Covacich è, dunque, uno scrittore perseverante, assiduo ma certo non seriale e mai incline ad assecondare le mode editoriali o le tendenze del mercato.

La critica come didattica: dissenso e verità

d48a4796 bcf9 48d6 86b0 512b3758efda xl Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre. 

L'intervento è stato presentato al Convegno “Ethos democratico e pensiero critico. Saperi, istituzioni, soggettivazioni”, Brescia 5-6 maggio 2017. Una versione ridotta è uscita sul Manifesto  del 3 giugno 2018

  1. Esiste ancora la necessità della critica e la questione del lavoro critico continua a comportare anche oggi il rischio intellettuale di “dire la verità”. Perché esiste la verità, ineludibile pur nel suo essere relativa, parziale e provvisoria (una verità che riguarda l’etica, l’esistenza, la nostra relazione con il mondo). Edward Said, di cui non condivido il metodo “orientalista” ma di cui ammiro lo spirito critico, in Dire la verità. Gli intellettuali e il potere (1995) argomenta coraggiosamente come la questione della verità pertenga alla funzione dell’intellettuale ridefinito nel contesto dei conflitti del mondo globalizzato e della precarietà del suo riconoscimento sociale. A differenza di quanto accade a figure di intrattenitori-professionisti che pongono il proprio lavoro al servizio dell’ordine costituito, Said riprende Gramsci e Sartre e identifica la vocazione di dire la verità con la critica al potere, in bilico tra solitudine e allineamento. Qualche decennio prima, Elsa Morante in Pro o contro la bomba atomica (1965) poneva in modo radicale la questione della verità dell’arte in rapporto alla “lotta contro in drago dell’irrealtà”: “nel sistema organizzato della irrealtà, la presenza dello scrittore è sempre uno scandalo”. Elsa Morante considerava la bomba nucleare come il “fiore” della società piccolo-borghese, della pulsione di morte dei ceti medi e la letteratura come “il contrario della disintegrazione”. Nulla di ciò che hanno scritto Said e Morante su realtà e verità mi sembra oggi tramontato.