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Quaranta anni senza Montale

04-Montale-Eugenio1-1100x600.jpg La ristampa di Quaderno genovese (un diario del 1917)

A maggio è stato ristampato (da Il Canneto editore), a cura di Laura Barile, Quaderno genovese di Eugenio Montale, un «quadernetto» ricco di appunti e di riflessioni, testimone nel lontano 1917, e per circa sei mesi (dal 1 febbraio al 2 agosto), «dell’intensa vitalissima formazione» del poeta ventenne e delle sue letture. È una pubblicazione importante, necessaria come lo è stata la prima per Mondadori, nel 1983, a cura sempre di Barile, nonché un’”occasione” (termine assai caro a Montale), per celebrare anche il quarantennale della sua morte Non si tratta solo di avere la «possibilità unica di conoscere il mondo di un giovane dalla vita interiore ricca fino al tumulto, esigente di sé, bisognoso di aprirsi, di espandersi in un ambiente che poco lo consente» o di scoprire le sue letture, «quasi miracolosamente orientate in senso giusto» (così Giorgio Zampa, nell’Introduzione a Tutte le poesie), ma soprattutto di avere l’opportunità di constatare che in queste pagine giovanili compaiono già, in nuce, molti dei temi costitutivi della poesia (e della prosa) montaliana, dagli Ossi alle ultime raccolte.

Nella primavera genovese di oltre un secolo fa, «in un caleidoscopio di libri e riviste, di teatri e di musiche, di conversazioni religiose e di riflessioni di teoria estetica», che interrompe il grigiore delle mezze giornate trascorse nello «scagno» (ufficio) paterno, e in attesa della chiamata in guerra, Montale, che non è ancora Montale, inizia a muovere i primi passi tra le sue «imprecisabili vocazioni extracommerciali» (a questo proposito si veda Racconto di uno sconosciuto, in Farfalla di Dinard), a delineare i primi tratti, seppure ancora grezzi, di quello che, di lì a poco, diventerà un vero e proprio universo poetico. Inizia a profilarsi, così, con una luce sufficientemente illuminante, «l’unicità di una storia personale» (Sergio Solmi, La poesia di Montale, in Scrittori negli anni. Saggi e note sulla letteratura del ‘900).  

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Rompere l’assedio dei libri: Se una notte d’inverno un viaggiatore e la scelta delle letture in una prima superiore

 

biblioteca.jpg Secondo il Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia 2020 dell’Aie, Associazione italiana degli editori, nel 2019 in Italia sono stati pubblicati 78.279 libri, tra novità e nuove edizioni, per adulti e ragazzi (oltre ai titoli educativi, che sono 4.534, ed esclusi gli e-book). Ciascun lettore adulto costruisce, con gli anni, proprie strategie e si dota di criteri personali, per orientarsi in questo labirinto di libri, non senza aver più volte perso e ritrovato il filo d’Arianna.

Ma se si è insegnanti le cose si complicano, perché ci si trova a dover fare da guida, a nostra volta, a quei lettori in erba che sono i nostri studenti. Se almeno nel triennio delle superiori è auspicabile che lo studio della storia della letteratura sia accompagnato dalla lettura di un certo numero di classici italiani e stranieri dell’Otto-Novecento – in altre parole che il criterio di assegnazione delle letture domestiche degli studenti sia ristretto al canone –, i suggerimenti di lettura del biennio possono, credo, attenersi a criteri più larghi, per due ragioni.

La prima è la banale constatazione che molti studenti non sono (ancora?) lettori e che quanti leggono sono abituati – naturalmente si tratta di una generalizzazione – a libri che sono lontani dalla complessità dei Tolstoj, dei Verga, dei Fenoglio, delle Morante. Il biennio è lo spazio (in effetti risicatissimo) del loro percorso di crescita intellettuale, nel quale possiamo suggerire opere di qualità, che possano fungere da ponte girevole tra le letture dell’infanzia e da giovani adulti e la letteratura “da grandi”. La seconda ragione è che, se ci facciamo carico dell’esperienza storica dei lettori di oggi, non possiamo limitarci al canone già consolidato, semplicemente perché al di fuori della scuola gli adulti che noi siamo e che i nostri studenti saranno, fanno incursioni in territori ben lontani da quella cittadella dalle solide fondamenta, in mezzo ai grandi autori contemporanei e al molto midcult e masscult che ci circonda.

Il problema è che una volta abbandonato il porto sicuro del canone, si apre la vasta landa dei 78.279 libri pubblicati per anno. Come distinguere e che cosa scegliere?

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Il cucchiaino del dottor Mandel’štam. Su Il rumore del tempo e altre prose di Osip Mandel’štam

9788845926693_0_536_0_75.jpg Una prosa cristallografica

Le prose che costituiscono la raccolta Il rumore del tempo di Osip Mandel’štam (Passigli Editori, 2010) furono scritte tra il 1925 e il 1928. Precedono dunque di un soffio la lunga e dolorosa persecuzione che, tra denunce, arresti, ricoveri, condusse infine il poeta, accusato di antistalinismo, nel lager siberiano di Vtoraja Recka, dove morì d’inedia e di stenti nel dicembre del 1938. Appartenente a una benestante famiglia ebrea di Varsavia, Mandel’štam aveva studiato alla Sorbona ed era amico e sodale, tra altri grandi intellettuali, di Marina Cvetaeva e Anna Achmatova, con le quali condivideva una fiera avversione al simbolismo e a quella letteratura destinata unicamente all’«appagamento semantico», al suo portato di «inevitabile imparaticcio», di «batti e ribatti sui soliti, vecchi chiodi definiti “immagini storico-culturali”»[1]: «Possibile che la letteratura – orso che si succhia la zampa – sia un sonno pesante, dopo il lavoro, sul divano dello studio?» (Il rumore del tempo - In una pelliccia signorile non adatta al rango, p.78), si chiedeva lo scrittore; e così – con febbricitante lucidità – descriveva la sua epoca, e se stesso:

Mi sentivo agitato e ansioso. Tutta l’agitazione del secolo mi si era trasmessa. Attorno fluivano strane correnti: dalla brama di suicidio all’aspettazione della fine del mondo. La letteratura dei problemi e delle insipienti questioni universali era appena passata col suo cupo e fetido passo, e le mani sporche e vellose dei trafficanti di vita e di morte rendevano ripugnante il nome stesso della vita e della morte. Era davvero la notte dell’ignoranza! I letterati con le bluse nere e le camicie alla russa facevano commercio, come negozianti di grano, di Dio e del diavolo e non c’era casa dove non si strimpellasse con un dito la stupida polka della Vita dell’uomo, divenuta simbolo di un simbolismo abominevole e plebeo. Troppo a lungo l’intelligencija si era nutrita dei canti studenteschi. Adesso vomitava le questioni universali. La stessa filosofia come dopo una bottiglia di birra. (Il rumore del tempoLa famiglia Sinani, p.68)

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Rileggere Cesare Cases: un antidoto

cases-copertina-1078x516.jpg Tra i modelli discorsivi da utilizzare come antidoti o vaccini negli anni attuali, del narcisismo dei social e dello specialismo dei “papers”, vi è la scrittura di un critico dimenticato che sulla rivista L’Indice dei libri del mese da lui fondata aveva fissato con chiarezza le buone regole per una recensione onesta: Cesare Cases (1920-2005). Cases è un stato un importante germanista ma anche un brillante critico letterario, un ironista e polemista nei saggi raccolti nei volumi Patrie lettere e Il testimone secondario (Einaudi, 1974 e 1985). I suoi autori italiani prediletti, difesi nell’ambito delle accanite discussioni degli anni Sessanta e Settanta, sono Calvino, Primo Levi, Elsa Morante.   Cases è abitato dal lukacsiano “demone della Totalità” che sopravvive in lui anche dopo le negazioni e le abiure. Dunque, è sbilenca in lui la situazione dell'interprete, apparentemente secondaria e marginale e su questa esibita provvisorietà si articolano le sue forme aggressive e difensive: l'ironia, il paradosso, la parodia.  Non a caso, il saggio critico in Cases può mascherarsi in altre forme del discorso: la lettera burocratica, il racconto, il dialogo. A esempio, nella  rubrica  «Libri da leggere e da non leggere», provocatoria tabella di stroncature e di approvazioni  della rivista Quaderni piacentini nel 1967, compare il suo saggio Difesa di “un” cretino: una appassionata difesa di Damiano Malabaila, pseudonimo del Primo Levi di Storie naturali, scritta in forma ironica come finta abiura e  lettera apologetica indirizzata all'«Onorevole redazione» che quel libro aveva stroncato:

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Il caos a scuola

pinda1_Qb2BsSn.png Antefatto

Durante l’estate del 2020, dopo un anno scolastico finito in lockdown e didattica a distanza, mi sono imbattuta, abbastanza casualmente, in un articolo del Prof. Enrico Bucci[1] che trattava della Teoria del Caos applicata alla comprensione dello sviluppo di un’epidemia. Un passaggio di questo articolo diceva: «A Seul, una sola persona, in una sola notte, girovagando per locali notturni ne ha infettate almeno altre 54, dopo che l’epidemia era stata sostanzialmente allontanata. Cosa sarebbe successo se quella persona, quella sera, fosse stata trattenuta a casa, e si fosse recata negli stessi locali una settimana dopo?».

Il mio cervello ha fatto un balzo ed ha tirato fuori dai ricordi una poesia di Wisława Szymborska, Il terrorista, lui guarda, letta qualche anno prima: una poesia slow motion durante la quale il tempo di pochi minuti si dilata davanti alla porta di un bar dalla quale entrare o uscire diventa questione di vita o di morte.

Questa connessione mi ha reso immediatamente chiaro ciò che Edgar Morin ci va ripetendo da tempo, anche a noi insegnanti, ovvero l’urgenza di introdurre nella scuola per il futuro lo sviluppo di un pensiero critico e sistemico, ovvero capace di cogliere la complessità degli eventi passati o presenti per costruire scenari e provare a governare, almeno un po’, l’imprevisto.

In quello straordinario libro del 2004 che è Educare per l’era planetaria. Il pensiero complesso come metodo di apprendimento, Edgar Morin ammonisce: «È diventato di vitale importanza conoscere il destino planetario che viviamo, tentare di percepire e concepire il caos degli avvenimenti, delle interazioni e retroazioni in cui si fondano e interferiscono i processi economici, politici, sociali, nazionali, etnici, religiosi, mitologici che tessono questo destino, sapere insomma chi siamo, ciò che accade, ciò che ci determina, ciò che ci minaccia, ciò che può illuminarci, avvertirci, e, forse, salvarci»[2].

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Do you read? – Su Daniele Del Giudice

del giudice-kXBE-U46090677124526TZD-919x612@CorriereVeneto-Web-Veneto.jpg Parola e silenzio

La precisione e l’eleganza, le qualità più ammirate della scrittura di Daniele Del Giudice, sono funzione del suo rapporto con il mondo e la storia, il riflesso del suo personale incontro con le cose, materia o luce che fossero (saranno luce, infine, dice in Atlante Occidentale).

È difficile separare la riflessione sul suo modo inimitabile di essere scrittore dal suo modo singolare di essere persona, ricordandolo in questi giorni, appena dopo la sua scomparsa definitiva - poiché al di fuori del ricovero alla Giudecca, sul lato della laguna che volge al mare, Daniele era già scomparso da tempo.

C’era profondità nel suo sguardo, una chiara profondità, che gli consentiva di vedere o intuire la radice di ciò che incontrava, e c’era un rispetto per le cose e i fatti che lo spingeva, per così dire, a rifletterci sopra mentre ancora ci stava dentro.  Un distacco senza distacco. Frasi e parole hanno quella precisione perché le aveva pensate, cercate fin da subito, e hanno quell’eleganza perché sono il frutto della sua attenzione, del filtro (auto)selettivo che le vaglia, spesso le rarefà - i suoi testi sono brevi, distanziati negli anni - a volte preferendo il silenzio.

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Giornalismo e scrittura letteraria secondo Aramburu

9788823527720_0_536_0_75.jpg 1. Dopo il successo di Patria, romanzo che ha regalato a Fernando Aramburu la notorietà presso il pubblico italiano, esce in Italia Il rumore di quest'epoca, un nuovo lavoro che raccoglie una selezione di articoli usciti sul quotidiano spagnolo El Mundo tra il 2017 e il 2018.

Pur non essendo né un romanzo, né una raccolta di racconti, Il rumore di quest’epoca non intende «perdere di vista il proposito letterario della scrittura» e rivela la necessità di restituire dignità letteraria a quella giornalistica e in particolare al giornalismo d'opinione. L’autore, infatti, scrive:

Sbaglio se associo il giornalismo d'opinione alla letteratura? Per amor di precisione, ci tengo a dire che non lo associo a qualunque letteratura, ma a quella che ha via via acquistato forma, da tempi antichi, sotto l'ala della carta stampata. Non sarò io a negare che il buon giornalismo d'opinione comincia dove finisce la scrittura meramente utilitaria e che un pizzico di riflessione perspicace e di stile costituiscono i suoi condimenti primordiali.[...]. Attribuisco alla carta stampata la capacità di generare la propria letteratura, indipendentemente dal fatto che apra le porte anche ad altre modalità di creazione letteraria come il racconto o, in epoche ormai piuttosto lontane, il romanzo a puntate. L'articolo d'opinione è la forma genuina di questa espressione letteraria.

I giornali sono il luogo dove si può fare letteratura, e non soltanto, come convenzionalmente si pensa, informazione. Insomma, la stampa giornalistica non deve ridursi esclusivamente a un ruolo utilitaristico e stilisticamente povero e trascurato. Questo è il punto di vista che emerge dall'introduzione del volume, e che inserisce lo scrittore basco in quella lunga tradizione di intellettuali che associano il giornalismo d'opinione alla letteratura e che si interrogano sulla forma-saggio. Attraverso Il rumore di quest'epoca Aramburu dimostra infatti come si possa spaziare dagli argomenti più intimi e personali alle riflessioni di carattere più astratto e riflessivo senza rinunciare mai a un impegno stilistico sempre mosso e tuttavia anche rigoroso e sostenuto.

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Lettori e testimoni: gli studenti approdano alla graphic novel

 8506fdac41ab1263e39a6057e5620706.jpg L’esperienza che vogliamo condividere è stata realizzata nella classe 3F del Liceo Classico Carducci di Milano, nell’anno scolastico 2020/21: questo percorso, “L’Ulisse di Dante a confronto con altre interpretazioni del personaggio”, ha permesso di mettere in dialogo gli autori e i temi affrontati in storia della letteratura con il percorso “La Giornata della Memoria: il messaggio dei testimoni e la nostra riflessione oggi” affrontato nell’ambito dell’educazione civica.

Il primo testo affrontato è stato Se questo è un uomo di Primo Levi che si presta ad una riflessione pluridisciplinare sulla figura di Ulisse nel corso del tempo. Sono stati successivamente organizzati dei momenti laboratoriali a distanza nei quali la classe, divisa in gruppi, ha approfondito i concetti di “uomo” e di “testimone” a partire da alcuni suggerimenti di riflessione: dai classici Levi e Segre ad altre testimonianze di umanità quali Sommer e D’Avenia nel suo Ciò che inferno non è. In classe gli studenti hanno scambiato le loro opinioni su quello che avevano visto, letto e ascoltato per poi continuare l’attività in forma autonoma nei singoli gruppi. Il contributo dei docenti delle diverse discipline nel corso del pentamestre è stato quello di valorizzare all’interno della propria programmazione gli argomenti che potessero arricchire gli spunti di partenza, oltre a prevedere un paio di momenti di monitoraggio – all’inizio del mese di marzo e a fine aprile – per sostenere gli studenti nello sviluppo del lavoro. Le lezioni frontali hanno coinvolto gli insegnanti di latino, greco, italiano e inglese, i quali hanno seguito il personaggio di Ulisse nelle sue rappresentazioni letterarie, da Omero ai tragici greci (Sofocle, Filottete vv. 1-134; Euripide, Ecuba, vv. 218-440), da Livio Andronico a Dante (Inf. XXVI), da Tennyson (Ulysses) a Pascoli (Poemi conviviali, L’ultimo viaggio XXIV).

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L’invenzione della solitudine: padri, figli, memoria secondo Paul Auster

Paul Auster2.jpg C’è anche la tentazione (…) di guardare il mondo come se fosse un’estensione dell’immaginario. Talvolta ad A. è accaduto anche questo, ma non gli piace credere che sia una buona soluzione. Come tutti, anche lui anela a un significato. Come quella di tutti, la sua vita è così frammentaria che ogni volta che scorge un rapporto fra due frammenti ha la tentazione di attribuirgli un significato. Il rapporto esiste: ma dargli un significato, guardare oltre il semplice dato del suo esistere, vorrebbe dire costruire un mondo immaginario all’interno di quello reale, e lui sa che l’operazione non regge. Nei momenti di maggiore coraggio, ammette l’assenza di un significato come principio fondamentale, accettando la necessità di vedere che cosa ha davanti (seppure, contestualmente, dentro di sé). (…) Ci sono il mondo e le cose che si incontrano nel mondo, e parlare a loro vuol dire trovarsi nel mondo. (…) Allora lui scrive: entrare in questa stanza è dissolversi in un luogo dove si incontrano il presente e il passato. (…)

L’invenzione della solitudine.

(P. Auster, L’invenzione della solitudine, Einaudi 1997, pp.151-152)

Due chiavi

L’invenzione della solitudine è il racconto di questo dissolversi in un luogo dove si incontrano il presente e il passato. È la mappa di questo luogo. Per questa ragione l’ho letto, dopo aver perso i miei genitori: alla ricerca di un orientamento. Non me ne vogliano quindi i lettori di Paul Auster se manterrò lo sguardo sulla mappa, senza prendere in considerazione altre opere dello scrittore statunitense, pure molto amate, pure non distanti da questo tracciato: voglio entrare nel luogo dove la memoria si fa.

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Lettera alla comunità scolastica e universitaria

depositphotos_187643224-stock-photo-defocused-urban-night-scene-background.jpg Riceviamo e pubblichiamo questa lettera aperta del gruppo di docenti palermitani de I classici in strada.

I. La scuola e l’università come frontiere di civiltà

Contro il covid-19 si sta realizzando probabilmente la più grande e rapida vaccinazione di massa della storia. Ma con l’accelerazione impressa alla campagna vaccinale si stanno divaricando anche le posizioni di chi ritiene giusta la vaccinazione e di chi non la sceglie per sé. Il dibattito pubblico, sempre più spesso condotto in modo colpevolizzante e minaccioso, e la pressione sociale indotta dall’introduzione del green pass hanno senz’altro favorito questa divaricazione. 

Ma al netto dei fattori estrinseci, le scelte delle persone sulla vaccinazione si divaricano in base ai pensieri nutriti da conoscenze ed esperienze. Sono questi “pensieri-vissuti” che portano persone con le medesime aspirazioni - tutti noi infatti vogliano tornare a vivere serenamente - a fare scelte diverse. Sono i pensieri-vissuti che fanno la differenza.

Nel divaricarsi dei giudizi, possiamo inoltre osservare che chi nel formulare i propri pensieri non prende seriamente in conto i “pensieri-vissuti” degli altri tende, presto o tardi, a farne una caricatura: nascono così le etichette di massa di “no-vax” o “complottisti” da un lato, o quella meno pervasiva, ma altrettanto respingente, di “servi della dittatura sanitaria” dall’altro. Si tratta di stigmatizzazioni che allontanano da un sereno ragionare. Più le parole divengono rigide più si allontanano dalla comprensione della vita, più le persone divengono incapaci di decentrare il proprio punto di vista più il giudizio verso l’altro diviene violento.

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Realismo capitalista

00000000000000001Fisher Confesso di non aver sentito parlare di Mark Fisher, critico sociale e blogger di culto britannico, fino a poche settimane or sono. Avevo invece incontrato qua e là l’espressione «realismo capitalista» (che vedremo meglio fra poco), che è anche il titolo della sua opera più nota (2009), tradotta anche in italiano per l’editore Nero (Roma, 2018). Una serie di casuali incontri con citazioni e riferimenti in varie riviste o giornali mi hanno fatto poi collegare autore e titolo, e ho acquistato e letto d’un fiato questo prezioso pamphlet. Mi permetto di suggerirne la lettura ai docenti che frequentano questo sito e che non l’avessero da soli incontrato, sia perché è d’interesse generale, e l’intreccio fra temi sociali e culturali è oggi, come sempre, ineludibile, sia perché uno spazio tutt’altro che marginale è dedicato alla scuola, alla formazione, all’immaginario e perfino all’inconscio.

Il pamphlet non è un genere minore, anche se certo non tutti i pamphlet sono grandi opere. Appartengono a questa categoria Il principe di Machiavelli (a suo modo), Una modesta proposta… di Swift e Candide di Voltaire, per citare grandi capolavori. La scrittura saggistica e l’intento divulgativo vi s’incontrano, così come la riflessione filosofica, la prospettiva satirica o critica e l’esperienza quotidiana; il tutto dev’essere anche efficacemente condensato ed esposto in maniera argomentata sì, ma asseverativa. Non vorrei, con tali esempi, esagerare la portata del libello di Mark Fisher, ma certo in esso questi intrecci sono evidenti e rilevanti, e tale densità rende ardua e frustrante una concisa esposizione del libello.

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