laletteraturaenoi

!-

diretto da Romano Luperini

-->
icomail twitter facebook
marcella

La critica come "discorso sull'umano". La risposta di Demetrio Paolin

 

pov Vorrei aggiungere poche battute rispetto agli interventi di Romano Luperini e Morena Marsilio, legati al mio pezzo su critica e qualità. Non è questa una vera e propria risposta punto su punto, quando un corollario e una migliore specificazione di quello che volevo dire, perché mi sono reso conto di essere stato sibillino in certi passaggi.

Parto da una notazione di Morena che sostanzialmente dice (mi scuso per la semplificazione brutale), che le mie idee di testo e di critica siano in qualche modo “neutre”; come a suggerire che per me l’esercizio della critica esuli dalla bellezza pagina che viene studiata. Ora ammetto che scrivere un libro o curare una rubrica dal titolo “esercizi di critica di un testo brutto” potrebbe essere di per sé stimolante, ma vorrei provare a non cavarmela con una semplice battuta. Uno dei dati cruciali quando si prova a fare un ragionamento di critica letteraria su di un testo è la sua diffusione: questo valeva quando la circolazione del libro era minima e quindi si discuteva di numero di manoscritti, presenza di copie dell’opera in contesti diversi etc etc, ma ha una sua centralità ancora oggi nell’economia di mercato. Perché uno degli aspetti più rilevanti di un testo, che la critica non deve dimenticare, è il numero di lettori raggiunti, che non è indice di qualità, di valore o di bellezza, ma può permetterci di fare alcuni discorsi interessanti.

La scrittura democratica

 

a9c260c21a Mi sembra il momento di cominciare a riflettere sui modi della nostra scrittura nel blog e di aprire una discussione su questo tema.

Un tempo, negli anni cinquanta e sessanta, si discusse molto sui modi di scrittura rivolti al pubblico, poi se ne parlò più sporadicamente, con un ritorno di interesse solo fra anni settanta e ottanta. Negli anni cinquanta e sessanta la discussione coinvolse la collaborazione ai quotidiani e ai settimanali nazionali di Fortini, Calvino e Pasolini. Fortini accusava Calvino di scrivere troppo facile perché in realtà cercava l’approvazione del pubblico medio e voleva compiacerlo trovando un punto in comune coi suoi lettori. Non fraintendiamo, dunque: secondo Fortini Calvino cedeva non tanto al linguaggio comune quanto al senso comune, il suo linguaggio era spia di un cedimento politico. A sua volta Calvino rispondeva a Fortini che era sbagliato voler sorprendere il pubblico con salti del discorso, interruzioni improvvise anche sintattiche e con riferimenti eccessivamente colti, come faceva il suo interlocutore.

Fortini rimproverava poi Pasolini di voler esibire sempre le viscere, insomma di parlare “con la pancia”, mentre si trattava di ragionare e di argomentare senza far ricorso a inutili trovate “esibizionistiche”. “Sempre col ditino alzato”, gli rispose stizzito Pasolini.

"Autonomia differenziata: il liberismo si fa stato". Intervista a Giorgio Cremaschi

cremaschi foto Intervista a cura di Katia Trombetta

Giorgio Cremaschi, in primo luogo, come è motivata sul piano della politica culturale l'autonomia differenziata che si annuncia in materia di istruzione?

«In nessun modo. L'autonomia differenziata non si comprende e non si motiva evidentemente sul piano culturale, nel senso che non è un progetto che abbia assunto come elemento propulsivo dell'azione istituzionale una qualche riflessione sui temi dell'educazione e della formazione. L'autonomia differenziata rappresenta semplicemente uno degli atti conclusivi della devastazione neoliberista della società italiana, che porta alle estreme conseguenze un percorso avviato circa trent'anni fa. Credo pertanto che qualsiasi reazione alla regionalizzazione della scuola ― ma prima ancora qualsiasi seria considerazione in tal senso ― vada posta guardando ai provvedimenti che si annunciano per quello che veramente sono, vale a dire fronteggiando anche l'insieme degli elementi che contribuiscono a delineare il quadro in cui questo processo si inserisce ed elaborando delle piattaforme che pongano in primo luogo delle grandi discriminanti».

Su classifiche di qualità e giudizio di valore: i compiti della critica

 

biblioteche Senza preamboli e false diplomazie dico subito che l’articolo di Demetrio Paolin non mi trova d'accordo: trovo tuttavia molto interessante che, riguardo alla funzione della critica, vi siano delle divergenze nel seno stesso della redazione di questo blog e credo che le questioni che vengono poste siano così importanti da meritare una discussione e un confronto.

In questi decenni di sovraffollamento editoriale, di sovrapproduzione libraria, di smercio inarrestabile di titoli, la funzione del critico a mio parere resta - deve restare e deve essere - quella del discernimento e della selezione: il critico si pone davanti al testo per mediarlo al lettore, cioè argomentando il suo grado di valore o di disvalore e suggerendone o meno la lettura.

Scrive Demetrio: "La critica letteraria, almeno come la intendo io, è essenzialmente studio del testo, riflessione sulla lingua e sulle strutture sintattiche e, infine, restituzione dello stesso testo sotto forma di discorso. Non stabilisce cosa è buono e cosa no, né stabilisce cosa è letteratura o cosa non lo è; essa si occupa essenzialmente dei testi che sono costituiti “da una serie più o meno lunga di enunciati verbali più o meno provvisti di significato” (Genette, Soglie. I dintorni del testo). Immergendosi in questi enunciati, cerca di raccontare qualcosa, tenta di mettere in chiaro, di rendere nitido, ciò che il testo produce. Non è la qualità la preoccupazione principale del critico letterario".

Viceversa per me la critica deve stabilire “cosa è buono e cosa no”: non deve sottrarsi al giudizio di valore. Il rischio infatti è che, rinunciando a giudicare, ci si avvicini all’idea inclusiva e indistinta, presente nel recente libro La letteratura circostante di Gianluigi Simonetti (edito da Il Mulino, 2018) in cui si dà più spazio alla scrittura di Fabio Volo o di Federico Moccia che a quella di Michele Mari o di Giorgio Falco e dove si ribadisce a ogni piè sospinto quanto oggi la letteratura sia intrattenimento. Per me non è così. Se voglio "intrattenermi" leggo un’inchiesta del commissario Montalbano di Andrea Camilleri (autore certo non privo di una sua ricerca in particolare linguistica e sociologica); ma se voglio leggere un testo letterario di qualità e di valore compro Mauro Covacich, Luca Ricci, Laura Pariani e Simona Vinci (e l’elenco potrebbe continuare, sia chiaro). Soprattutto, se faccio lavoro critico, in un blog o in classe, devo spiegare al mio pubblico le differenze fra questi libri. Trovo anche che il compito del critico non sia quello di mostrare alle case editrici le loro storture promozionali o quelle insite nella logica del mercato o dei premi: credo che le conoscano benissimo e che ne cavalchino gli eventuali vantaggi.

Divide et impera. L’autonomia differenziata

 

burattinaio Da quando le Regioni Emilia Romagna, Lombardia e Veneto hanno richiesto al Governo forme ulteriori e condizioni specifiche di autonomia in materia di istruzione e formazione si sono accesi i riflettori sulla scuola statale e sui suoi meccanismi di finanziamento.

La questione attiene a quella che per qualcuno è una vera e propria secessione delle Regioni più ricche in una materia che la Costituzione Repubblicana affida allo Stato: questa richiesta, se accettata, porterà alla regionalizzazione del sistema scolastico statale.

Le Regioni richiedenti dimenticano che la scelta dello Stato Italiano è stata quella di mantenere il controllo dei livelli essenziali delle prestazioni in materia di istruzione e che tale garanzia verrebbe ovviamente messa in discussione dalla regionalizzazione del sistema, come è già avvenuto ad esempio per le Università.

Ci si domanda se questo non sia un altro tassello di quel percorso già avviato di rottura dell’unità nazionale in uno Stato in cui non si fa altro che spingere verso forme di autonomia Regionale e gestione locale, con il rischio di continuare ad aumentare il divario tra le differenti aree del Paese, foraggiando lo spostamento della popolazione da alcune regioni ad altre più attraenti sotto il profilo delle opportunità. Si tratterebbe di replicare il modello della Sanità con una significativa differenziazione dei livelli di qualità del servizio pubblico garantito, il che determina la crescita dell’offerta a pagamento di livello medio soprattutto in alcune aree del Paese: dove le risorse scarseggiano la qualità del servizio pubblico tende a scendere sotto la soglia accettabile per il cittadino e il privato si accaparra spazi importanti anche solo perché garantisce un livello medio-basso di servizio. Per non parlare dei meccanismi di controllo, già complessi su sistemi unitari, che diventano differenziati ed inesigibili di fronte a frammentazioni su larga scala.

Il critico e il "significato per noi"

 

matisse 2900039b Pubblichiamo la risposta di Romano Luperini all'intervento di Demetrio Paolin sul problema dei premi letterari e del giudizio di qualità.

***

Due parole sulla discussione in corso. Diceva Kant che il giudizio del critico è particolare, ma esige di essere considerato universale. In altri termini, il giudizio ha sempre un valore e una implicazione sociale: il critico vuole persuadere tutti che la sua valutazione è l’unica giusta, pur sapendo che altri hanno opinioni diverse dalla sua.

A me interessa questo valore sociale del giudizio, perché solo grazie a tale valore il critico acquista una legittimità nella società. La legittimità non sta nel descrivere i libri, ma nel giudicarli e così collaborare al conflitto delle interpretazioni che si intreccia nella società e magari alla formazione di un canone regionale, nazionale e magari internazionale. Ne deriva una conseguenza ovvia: perché possa mantenere una funzione sociale la critica non può rinunciare al giudizio di valore. È su questo punto che non concordo con l’articolo di Demetrio, che ho trovato molto originale e che comunque contiene molti spunti interessanti e condivisibili. Il critico, svolgendo una mediazione fra testo e tempi attuali, deve enuclearne quei significati che ne possono legittimare la sopravvivenza e tramandarlo al futuro. Compie una operazione allegorica: dimostra che un testo dotato di un significato storico puntuale significa anche altro e che questo altro è attuale e ci riguarda. Il critico cerca il significato per noi di un testo, non scrive per sé, si rivolge a una collettività di cui fa parte. E indicare il significato per noi di un testo significa dirne il valore (il valore è sempre sociale e riguarda sempre una società), esprimere un giudizio.

La critica letteraria come dono e discorso

Lattimo fuggente  Pubblichiamo qui un intervento di Demetrio Paolin sul problema dei premi letterari e del giudizio di qualità. Si tratta di uno scritto ricco di idee e di provocazioni, che ha suscitato anche all'interno della redazione un ricco dibattito. Ridotto all'osso il problema potrebbe essere sintetizzato così: ha senso, o addirittura è ancora possibile, cercare la qualità letteraria in una produzione segnata dall'inizio alla fine dalle esigenze della produzione commerciale? Insomma: si può ancora perseguire e valutare la qualità letteraria? Sarebbe bello, e utile soprattutto, se questo dibattito si allargasse anche all'esterno. Chiunque può dunque intervenire. La prossima settimana usciranno intanto gli interventi di Morena Marsilio e di Romano Luperini e poi una replica di Paolin.

***

Ognuno di noi ben ricorda una delle scene iniziali dell’Attimo fuggente, il film di Peter Weir, in cui il professore (Robin Williams) inizia la sua lezione, facendo leggere a uno degli alunni l’introduzione del libro di testo sulla poesia inglese. E mentre l’alunno legge, il professore anticipa le parole del libro disegnando sulla lavagna gli assi cartesiani, esemplificando come si possa in qualche modo misurare la capacità poetica di un autore. La scena si conclude con l’invito perentorio del professore a strappare quelle pagine come inutili e deleterie.

Ora a prescindere dal film, chi scrive trova quella pellicola molto discutibile, il problema posto in quella scena è centrale. Esiste una possibilità di “quantificare” la letteratura, di produrre un parametro per definirla e se sì in che modo questo può essere un dato oggettivo.

L’episodio de L’Attimo fuggente mi è tornato alla mente, quando mi è arrivata la richiesta di partecipazione alle nuove classifiche di qualità che Vanni Santoni e la rivista L’Indiscreto hanno lanciato. Ovviamente avrei potuto dire sì e dare i miei voti, oppure negarmi, adducendo la mancanza di tempo etc etc, ma il vero problema è che quell’invito mi ha portato a interrogarmi sul concetto e sulla parola qualità. È possibile stabilire una presunta qualità letteraria di un testo? È questo il compito della critica letteraria contemporanea?

In primo luogo il termine qualità mi convince poco, perché indica una serie di dati oggettivi e per nulla confutabili che ognuno può conoscere, misurare e utilizzare. Penso al controllo della qualità dei prodotti, alla misurazione della qualità dell’aria o dell’acqua, e potrei continuare. È possibile trovare un’unità di misura comune tra me e gli altri 100 e più votanti?

Fra ermeneutica e percezione dello spazio. Geocritica e poesia dell'esistenza di Alberto Comparini

sensi testo comparini geocritica poesia esistenza Alberto Comparini  nel suo recente libro,  Geocritica e poesia dell'esistenza (MImesis, 2018),  tenta di porre in dialogo la tradizione filosofica esistenzialista con alcune odierne tendenze della critica attenta alla rappresentazione dello spazio, una geografia storica definita geoesistenzialismo. L'autore ricostruisce i rapporti intercorsi tra letteratura e filosofia in Italia nel Novecento, soprattutto a Milano, e integra la prospettiva geocritica, in voga negli  studi letterari degli ultimi decenni (desunta da  Bertrand Westphal e da Edward Soja) con  le riflessioni fenomenologiche di Antonio Banfi e di  Enzo Paci, e con la produzione poetica di  Antonia Pozzi e di  Vittorio Sereni.

Pubblichiamo l'introduzione alvolume , per gentile concessione dell'autore.

***

 […] la prospettiva filosofica apre la possibilità della

prospettiva estetica, la prospettiva estetica apre se

stessa alla presenza vivente dell’arte.

A. Paci, Dall’esistenzialismo al relazionismo (1957)

Questo libro ha un duplice obiettivo: costruire le basi per un’ermeneutica letteraria basata sulla geocritica di scuola francese e tedesca, e verificare, attraverso il modello elaborato nella prima parte del lavoro, le interferenze tra poesia e filosofia (fenomenologia, esistenzialismo, relazionismo, nichilismo) nel Novecento italiano attraverso le opere di Antonia Pozzi e Vittorio Sereni. Per descrivere tale percorso si è deciso di focalizzarsi sulla letteratura italiana contemporanea, la cui parabola storica, come si cercherà di mostrare nel corso della nostra analisi, è profondamente legata agli sviluppi e agli studi di filosofia continentale in quattro aree geografiche (Torino, Milano, Firenze, Padova).

La scuola non è fiction. Racconto video senza autonomia rinforzata

non fiction1. Se partirai per Itaca...

Da Cuore a Ultimo banco (se ne è qui occupata Luisa Mirone) la scuola è stata raccontata, come recita il sottotitolo del libro di Floris, perché insegnanti e studenti possono salvare l’Italia. Pare che dall’età umbertina ad oggi alla scuola sia demandato il compito di (ri)costruire l’Italia, nonostante gli italiani e chi li governa. Il che fa  pensare che la scuola sia davvero immaginata come un’entità, secondo i punti di vista, eroicamente o drammaticamente separata rispetto alla storia, alla società, alla politica; alla realtà, infine. Come se non fosse espressione di scelte politiche, di modelli sociali, di stratificazioni storiche. Come se non fosse abitata da quegli stessi italiani che hanno in qualche misura consentito quelle scelte, condiviso quei modelli, dato forma a quelle stratificazioni. Isola (in)felice  o riserva indiana. Non c’è scampo: alla verità effettuale della scuola si preferisce l’immaginazione della cosa, come dimostra la recente o recentissima fiction televisiva di ambientazione scolastica. 

Considerazioni di questo genere sono all’origine di un dialogo che si è stabilito tra due insegnanti, che hanno immaginato la possibilità di un altro approdo. Un racconto della scuola fatto da studenti e insegnanti in carne e ossa che intendono raccontare esperienze comuni di persone reali in spazi fisici, geograficamente determinati, nel tempo presente. Un racconto sulla rotta Pinerolo Catania, e viceversa, A/R. Il viaggio è concluso: due classi si sono fuse in un’unica comunità ermeneutica per realizzare un video che racconta la scuola dal punto di vista di chi la sta vivendo. Noi insegnanti, che abbiamo vissuto l’intera avventura, siamo ora in grado di raccontare il tragitto e le esperienze, ma, tornati a casa, aspettiamo il momento di ripartire: il ritorno a Itaca non è mai definitivo.

Perché leggere La scatola nera di Amos Oz

fotogghj Caro Alec,

Se non hai distrutto questa lettera appena riconosciuta la mia grafia sulla busta, è segno che la curiosità è più forte dell'odio. O che il tuo odio ha bisogno di nuovo combustibile.

Adesso impallidirai, stringerai le mascelle da lupo come fai sempre, sino a far scomparire le labbra, infine ti accanirai su queste righe per scoprire ciò che voglio da te, che cosa ho l'ardire di chiederti dopo sette anni di assoluto silenzio fra di noi.

Quel che voglio è che tu sappia che Boaz si trova in una brutta situazione. Voglio che lo aiuti il più in fretta possibile. Mio marito e io non possiamo fare nulla, perché Boaz ha troncato ogni rapporto. Come te, del resto.

Scoperchiare

Non so se i lettori di Amos Oz, di fronte all’intera sua produzione, sceglierebbero proprio La scatola nera (1987; trad.italiana di E. Loewenthal 2002): quando un grande scrittore scompare, chi lo ha molto amato, chi lo ha avuto accanto per circa cinquant’anni, difficilmente accetta di ricondurlo a un’opera soltanto, quasi gli si facesse un torto a non ricordare contemporaneamente le altre; ed è giusto che sia così, tanto più che questo romanzo forse meno di altri dello stesso autore si presta a far da paradigma della sua bibliografia, come di un tema in particolare o di un’epoca. Non è dunque alla ricerca di una presunta esemplarità che si prende in mano La scatola nera, ma per aprirla e guardarci dentro. E’ un’operazione difficile, perché, se da un lato impone di restare lucidi e attenti come davanti al reperto incontrovertibile e stringente di una catastrofe, più spesso scuote e travolge, come accade a Pandora davanti al leggendario vaso; perché questo romanzo ha l’evidenza demistificante e spesso cinica dei fatti accaduti e accertati e le risorse nascoste di un mito di rigenerazione.

Per questo vale la pena di togliere il coperchio, per trovare il coraggio di guardare quello che spaventa, la contiguità inevitabile tra eventi che si vorrebbe tenere distanti e separati e che invece reclamano uno spazio di deflagrazione, ma anche e finalmente di ricomposizione.

Dalla tragedia greca all’educazione alla cittadinanza. Intervista a Marta Cartabia e Luciano Violante su “Giustizia e mito”

 

antigone L'intervista è apparsa in precedenza nella rivista Scuola e Amministrazione che ringraziamo.

Questioni di investimenti giovanili, di memorie semantiche, di ricerche di senso

Antigone, Edipo, Creonte: per chi ha fatto il classico non sono incontri nuovi, anche se la loro frequentazione si è persa nel tempo. Certo, rileggerli a 70 anni è molto diverso che leggerli a 18, perché quello che allora era concettualità astratta ora è diventato contesto, esperienza, ricerca di senso, e i drammi allora studiati, letti, commentati, appena compresi, solo ora sono “pieni” di realtà concreta, e solo ora si sostanziano di significati reali.

Un investimento esistenziale, averli studiati allora per poterne godere oggi.

Mi chiedo su cosa stiano investendo gli studenti d’oggi. Nell’era della competenza e dei saperi spendibili, quali apprendimenti risulteranno persistenti, quali le memorie semantiche cui ridar vita e senso nel dipanarsi dell’esistenza.

Avrebbe senso far leggere “Giustizia e mito” agli studenti della secondaria di II grado? Penso agli insegnanti di lettere, a quelli di diritto, a quelli di filosofia. Non so a chi ne affiderei la lettura. Ma forse sbaglio: il libro non può essere affidato se non a chi avverta egli stesso il bisogno di nuove cittadinanze e di un nuovo umanesimo.

Giustizia e mito

E’ un volumetto di circa 170 pagine, pubblicato per Il Mulino dai professori Marta Cartabia e Luciano Violante. Propone una appassionante riflessione a due voci su figure-simbolo della tragedia greca, portatrici di domande esistenziali, sociali, politiche, giuridiche, morali, tuttora avvertite e tuttora prive di risposte univoche.