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diretto da Romano Luperini

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Perché leggere questo libro: Il buio oltre la siepe di Harper Lee

20172F47357 «Jem, mio fratello, aveva quasi tredici anni all’epoca in cui si ruppe malamente il gomito sinistro. Quando guarì e gli passarono i timori di dover smettere di giocare a football, Jem non ci pensò quasi più. Il braccio sinistro gli era rimasto un po’ più corto del destro; in piedi o camminando, il dorso della sinistra faceva un angolo retto con il corpo, e il pollice stava parallelo alla coscia, ma a Jem non importava un bel nulla: gli bastava poter continuare a giocare, poter passare o prendere la palla al volo.

Poi, quando di anni ne furono trascorsi tanti da poter ricordare e raccontare, ogni tanto si discuteva di come erano andate le cose, quella volta. Secondo me tutto cominciò a causa degli Ewell, ma Jem, che ha quattro anni più di me, diceva che bisognava risalire molto più indietro, e precisamente all’estate in cui capitò da noi Dill e per primo ci diede l’idea di far uscire di casa Boo Radley.

Ma allora, ribattevo io, se si voleva proprio risalire alle origini, perché non dire che la colpa era di Andrew Jackson? Se il generale Jackson non avesse incalzato gli indiani creek lungo il ruscello, Simon Finch non avrebbe risalito l’Alabama con la sua piroga, e dove saremmo noi, a quest’ora? Eravamo troppo grandi, ormai, per risolvere la controversia a botte; consultammo nostro padre Atticus, e lui disse che avevamo ragione tutti e due.

Siccome eravamo nel Sud, per alcuni di noi in famiglia era fonte di vergogna il fatto di non contare antenati che, dall’una o dall’altra parte, avessero combattuto a Hastings. Non avevamo che Simon Finch, un farmacista cacciatore di pellicce venuto dalla Cornovaglia, la cui religiosità era superata soltanto dalla taccagneria. In Inghilterra, a Simon non era piaciuta la persecuzione nei confronti di quelli che si dicevano metodisti per mano dei confratelli più liberali, e poiché anche lui si sentiva metodista, s’era deciso ad attraversare l’Atlantico, era sbarcato prima a Filadelfia, poi in Giamaica e quindi a Mobile, e infine aveva risalito il fiume Saint Stephens. Memore dei rimproveri di John Wesley a chi spreca parole per comprare e vendere, Simon aveva fatto fortuna praticando la medicina, ma anche in questa attività si sentiva infelice perché temeva sempre di cadere nella tentazione di fare qualcosa che non avesse per fine la gloria di Dio, come mettersi addosso ori e abiti sontuosi. Così Simon, dimenticate le parole del suo maestro contro la proprietà di beni terreni, acquistò tre schiavi e con il loro aiuto fondò una fattoria sulle rive dell’Alabama, una quarantina di miglia a nord di Saint Stephens. Ritornò a Saint Stephens una volta sola, per procurarsi una moglie, e con lei originò una discendenza composta in prevalenza di figlie. Simon visse fino a tardissima età e morì ricco.»

da Harper Lee, Il buio oltre la siepe, Feltrinelli, Milano 2008.

Le forme brevi della narrativa

613d2DUfweL Stiamo vivendo nell’epoca del trionfo dello storytelling (…): oggi non solo siamo immersi nelle storie, ma siamo sommersi da un processo continuo di narrazione a rapida espansione che ha occupato buona parte del nostro spazio culturale, anche in ambiti tradizionalmente “anarrativi”, come la politica, il marketing, la medicina, costruendo un infinito universo finzionale che produce a ciclo continuo “storie” (…). Passare dalle maree dello storytelling alla solida tradizione narrativa dei generi letterari italiani significa misurare la distanza, per non dire l’estraneità del pubblico contemporaneo rispetto al sistema letterario del passato. Esiste una continuità o una discontinuità della narratio brevis? Le forme brevi più antiche sono dei reperti fossili oppure sono forme vive, che danno linfa ai nuovi generi della modernità e della contemporaneità? (Elisabetta Menetti, Generi e forme della narrativa breve italiana in Le forme brevi della narrativa, Carocci, Roma 2019, pp.31-32).

Un percorso didatticamente efficace

È uscito per Carocci, nel febbraio del 2019, Le forme brevi della narrativa. Il volume, curato da Elisabetta Menetti (che firma anche i due capitoli iniziali), non è semplicemente una raccolta di studi di autori vari intorno a quella narratio brevis che, sin dalle sue origini mediolatine, ha raggruppato intorno a sé una gran varietà di formati narrativi. Nell’intento comune di «offrire un percorso didatticamente efficace delle proprie ricerche» (Introduzione, p.12), una squadra di studiosi attenti ed estremamente sensibili traccia una mappa dettagliata e affidabile per orientarsi diacronicamente e sincronicamente nell’universo complesso della narrativa breve italiana. Basterebbe questo a fare l’utilità dell’opera: la parabola – infatti – è delle più ardite, giacché si muove tra due estremi parecchio distanti nel tempo (con quel che ne consegue) e, analizzando forme variegate, conduce il lettore dall’anonimo tardoduecentesco autore del Novellino fino ai Narratori delle pianure di Celati, peraltro esplicitamente rilanciando la sua traiettoria sino a sfiorare i “novellatori” di oggi (Marco Lodoli, Giorgio Falco, Mario Fortunato, giusto per citare alcuni fra quanti vengono espressamente menzionati).

La scuola (im)possibile

 

fitzcarraldo1 Premessa

Ogni ragionamento inerente fatti concreti, come le modalità di riapertura delle scuole a settembre, dovrebbe fondarsi su alcuni solidi dati di realtà.

Eppure nella scuola, tra docenti e personale ATA, e in certa misura anche tra i dirigenti scolastici, ma soprattutto tra le famiglie e nell’opinione pubblica, cresce il senso di disorientamento. La gran parte dei collegi dei docenti che si sono svolti a fine giugno ha preceduto l’approvazione delle Linee Guida definitive per la riapertura. Ciò ha prodotto situazioni difformi in un quadro già di per sé variegato rispetto alle caratteristiche degli edifici scolastici. Ci sono istituti che hanno iniziato una riflessione di merito per la riapertura, organizzando gruppi di lavoro e sottocommissioni e impostando soluzioni sulla base di alcuni scenari possibili. Altri hanno potuto avviare solo una riflessione più blanda: i dirigenti si sono limitati a enunciare alcune opzioni, ma di fatto non si è aperto alcun vero confronto. Ci sono poi anche istituti che non hanno discusso affatto, e ciò può essere dipeso anche da alcune altre fondamentali variabili, come quella relativa al grado di democraticità e di confronto interno a ogni singolo istituto, per cui è probabile che in alcuni casi il collegio docenti a settembre venga semplicemente chiamato a ratificare decisioni assunte dal dirigente e da pochi suoi collaboratori. Intanto le Linee Guida sulle quali si dovrebbe costruire la struttura per la eventuale nuova fase di Dad sono ancora in via di elaborazione. Anche in questo caso, quindi, le situazioni variano da istituto a istituto, per cui ci sono realtà che sono avanti con il digitale, in cui il confronto già nei precedenti mesi di Dad si è potuto impostare su basi anche metodologicamente fondate e che quindi saranno più pronte di altre, dove invece si è ancora nella fase dell’impressionismo. In questo contesto generale le analisi che riguardano sia i problemi concreti che pone la ripresa della didattica in presenza sia, dall’altro lato, la molteplicità di temi sollevati da tre mesi di Dad — temi che già di per sé potrebbero occupare la riflessione teorica di tre generazioni — rischiano di assumere un carattere del tutto parziale e circoscritto, restituendo appunto l’immagine globale di una realtà — quella della scuola — sfilacciata e sconnessa, fuori fuoco. Ciò paradossalmente accade mentre la ricerca sul coronavirus va avanti, mentre i sistemi di monitoraggio tutto sommato stanno dando prova di funzionare con una certa efficacia rispetto all’individuazione precoce di nuovi focolai. In altre parole questa realtà instabile e che certamente non ci piace si presenta ai nostri occhi in termini più definiti di febbraio. Eppure, mentre la situazione generale si precisa (che non significa si risolve), il destino della scuola si fa sempre più incerto. Perché?

Rileggere Stanisław Lem 2. Il poliziotto e lo scienziato: L’indagine

Stanislaw Lem 2 Il lettore forse ricorderà che in questo blog alcuni mesi fa è stato pubblicato un mio intervento sullo scrittore polacco Stanisław Lem (Leopoli 1921 - Cracovia 2006) e sul suo romanzo più famoso, Solaris. In quel primo contributo abbiamo cercato di far emergere come l’opera di Lem si colloca in una fase storica, gli anni Cinquanta e Sessanta, di grande fiducia nel progresso scientifico e nella possibilità dell’umanità di dominare e comprendere la realtà per mezzo della scienza. Il genere fantascientifico, sia nella letteratura sia nel cinema, ha dato voce a questo afflato e a questa fiducia, costituendo uno dei principali orizzonti simbolici in cui la civiltà contemporanea si esprimeva. Come ho cercato di mostrare, Lem, nella sua produzione, inserendosi nel panorama richiamato, ha dato anche voce alle angosce e ai limiti interni alla civiltà della scienza. Qui ci occupiamo del romanzo Sledztwo (1959), che precede di due anni Solaris, ma che affronta tematiche del tutto analoghe e complementari. Il presente contributo, quindi, deve essere considerato come un ulteriore tassello del ragionamento iniziato.

Il romanzo giunge in Italia, in una traduzione dall’inglese, negli anni Ottanta con il titolo originale, L’indagine, venendo pubblicato prima da Rusconi (1984), poi da Mondadori nella collana Classici Urania (1989). Bollati Boringhieri edita di nuovo il libro nel 2007, intitolandolo L’indagine del tenente Gregory. Al di là dell’aver impropriamente alterato il titolo (l’indagine non è soltanto del tenente Gregory, come si vedrà), la casa editrice torinese ha il merito di aver pubblicato una nuova traduzione del testo direttamente dal polacco. È quindi quest’ultima edizione che qui si prende a riferimento. Il romanzo, tuttavia, non è stato ristampato e oggi in Italia è rinvenibile soltanto sul mercato dell’usato.

Un libro di fantascienza, si dirà. E invece no: L’indagine ha l’aspetto di un poliziesco. Solo l’aspetto, però. Il tenente Gregory di Scotland Yard riceve l’incarico di indagare sulla scomparsa di alcuni cadaveri dagli obitori della provincia inglese. Il capo della polizia Sheppard chiede a un esperto di statistica, il dottor Sciss, di collaborare all’indagine. Presto si crea una sorta di rivalità tra Gregory, che cerca di trovare qualcuno che abbia trafugato i cadaveri, e Sciss, che interpreta gli eventi come puro fenomeno ed elabora un modello statistico che permetta di prevederne il decorso fino al suo esaurirsi, accettando da subito la possibilità che i morti si siano spostati autonomamente; lo studioso, inoltre, scopre che nell’area in cui gli eventi si sono verificati, il tasso di mortalità per cancro è inferiore alla media e ipotizza un legame tra i due fenomeni. È proprio a partire dal confronto tra questi due personaggi che emergono le tematiche di fondo del romanzo, che riguardano, come in Solaris, la possibilità da parte dell’essere umano di comprendere la realtà.  Sciss e Gregory rappresentano in un certo senso due paradigmi epistemologici; due diversi modi di concepire l’indagine sulla realtà.

Il piano inclinato. La scuola di settembre: architetture ideali e realtà

Ideali 2017 11 Un punto di vista

Sono entrato nel liceo scientifico di Pinerolo il 1 ottobre 1976 e non ne sono più uscito, tranne che per gli studi universitari e il servizio civile. Quell’anno, aveva preso il nome da “Marie Curie”, trasferendosi in una nuova sede: un edificio nuovo, enormemente sovradimensionato (ricordo per esempio l’aula di disegno, da cui nei decenni successivi ne sarebbero state ricavate quattro). C’erano tre o quattro sezioni, a seconda degli anni (circa 400 studenti); oggi ce ne sono dieci o undici (circa 1100 ragazze e ragazzi). 

Il richiamo all’esperienza personale non è un semplice aneddoto, ma serve ad inquadrare entro limiti corretti le opinioni che esprimerò in quest’articolo.

Da una parte, infatti, le mie considerazioni nascono da un intimo radicamento nel territorio pinerolese, da una conoscenza precisa della storia e delle caratteristiche – anche fisiche – della scuola in cui, il prossimo anno, ci troveremo a sperimentare in avvio dell’anno scolastico. Dall’altra, la mia appartenenza esclusiva a questa precisa scuola traccia i confini ristretti entro i quali collocare le mie idee: un liceo scientifico, collocato fra le valli e la pianura, in un centro studi affollatissimo, nella provincia piemontese.

Fra i numerosissimi temi del dibattito innescato dalla lettura del Piano di rientro a scuola mi soffermerò quindi solo su alcuni di quelli legati alla secondaria di II grado, immaginando di calare i principi e le considerazioni generali nella concretezza del “mio” territorio, teatro dell’azione di una precisa istituzione scolastica.

Ragionare sul rapporto fra teoria e pratica è l’unico modo, secondo me, per tentare di uscire dalla trappola delle semplificazioni e dei pregiudizi.

L’eros negato: L’incontro. Appendice di Light verses e imitazioni, in Composita Solvantur

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L’io diviso [i]

Io non credo che ciò che debba essere fatto per trasformare i rapporti tra le persone abbia come suo sintomo una diminuzione delle contraddizioni; non lo credo affatto. Di ciò che noi chiamiamo genere umano, la lacerazione tra essenza ed esistenza è costitutiva. L’uomo è uomo soltanto se è spaccato, solo se non è unitario.

Fortini non ha alcun dubbio nell’individuare come unico centro unitario dell’essere umano la contraddizione. E non ha alcuna esitazione ad attraversarla da poeta anche contro o nonostante il saggista, il narratore, l’oratore, il filosofo o qualunque altra cosa abbia voluto e saputo essere. L’unità e la coerenza di Fortini è la contraddizione. Dunque non sarà strano trovare il politico e il rivoluzionario nel percorso allegorico che passa attraverso il tema erotico, che sembra estraneo all’intellettuale che la critica ci ha consegnato.

Del resto, il testo poetico è il luogo in cui si cela e si esprime una lacerazione più profonda di quanto il Fortini  pubblico voglia ammettere. Nella metrica prende forma l’informe e ciò che si agita confusamente nelle zone d’ombra del conflitto e del trauma si dipana in un sistema chiuso che lo include e lo governa. Questo è il rimedio che Fortini escogita per dominare il perturbante, che nega e che esprime al contempo. Nella poesia esplode l’espressione, tenuta sotto pressione dalla metrica, si chiarifica l’oscurità inquietante e si distende, a volte, sulle rime narrative dell’ottava. La tradizione letteraria giunge a ordinare ciò che la coscienza stenta a giustificare. Ma l’inquietudine, nonostante tutto, non si domina e la spinta sotterranea erompe: Eros si manifesta suscitando terrore. Per neutralizzarne la forza eversiva, si materializza Thanatos: tutto si giustifica nella morte anche il più sconcio linguaggio del desiderio sessuale. A chi sta morendo si perdona l’ultimo desiderio. E così Eros è giustificato da Thanatos, sorella gemella di Hypnos. L’incontro, perciò, avviene di notte: è ricordo e sogno, profezia e memoria, promessa e minaccia.

Strani viaggi

Ghiaccia la pioggia tra luci violette

incontro a un capolinea, a una beatrice?

O, a notte folta, finzioni dilette

di un cine infame. Excelsior, Fenìce?

Con le mie voglie in me solo costrette,

com’ero giovane! Come felice!

Uno, che fui e che ora è vento, andava

per le vie di sua cieca anima schiava,

 

quando, schiusa la bocca sopra i corti

canini radi acuti, ecco una donna

– adusata, o mi parve, agli angiporti –

sull’ampio culo ben tesa la gonna

venirmi incontro a passi lenti e forti

di sé feroce facendo colonna,

di petto immenso e capo altero e come

grevi di bestia sui cigli le chiome.

 

Con due unghie puntate a mezza vita

m’arrestò, mi squadrò, sorrise appena.

Poi disse: «Tu non meriti salita

tanto al membro ti è flebile la vena.

Esci dal sogno, carne mal fornita,

stolida di vecchiezza e di error piena».

Tacque e sparì come va nave in ombra.

E il suo furore la mente mi ingombra.

 

Se la mente mi ingombri, immagine empia

di un me che contro me sempre si avventa,

secca è ancora la lingua, arde la tempia.

Là nella valle che il nulla tormenta

portami al sangue che la vita adempia,

Ecate cara scarmigliata e lenta!

E un nome avevi, o dea di crine e d’ira,

Carla o Zaira, Isolina o Diomira.

L’incontro notturno è una discesa agli inferi della propria interiorità, una caduta nel pozzo oscuro dei desideri e delle paure, nell’imbuto dei rimproveri, che l’io rivolge a se stesso, e delle vergogne sopite, alla ricerca di un’attenuante che si rivela un’aggravante. Vittima «di un me che contro me sempre si avventa» (v. 26) e perciò carnefice di se stesso, l’io diviso si fa evocatore di Ecate, una e trina, accompagnatrice dei vivi e dei morti nell’oltretomba, dea triviale, maga e strega, per gettare una luce su se stesso, scoprendosi con raccapriccio diverso e altro, sempre uguale nell’essere nascosto. Non si tratta di emersione di materiale rimosso, ma di scrupolo, masochistico, nell’individuare la colpa dell’impetuoso e sfrontato desiderio sessuale che dai verdi anni della giovinezza «felice» (v. 6) lo accompagna fino alla «vecchiezza» (v. 22), in una apparente adesione letterale alla manzoniana invocazione pentecostale («adorna la canizie / di liete voglie sante»). Ma le «voglie» (v. 5), tutt’altro che sante, saranno placate solo nella morte o, al contrario, potrebbero essere ribadite, nel rovesciamento della suggestione manzoniana, nell’invocazione ad Ecate: se la vecchiezza è impotenza che impedisce, in vita, l’attività sessuale («tanto al membro ti è flebile la vena», v. 12), alla «cara» dea si chiede che, morto, lo conduca «al sangue che la vita adempia» (v. 29). Sogni, certo, immagini, fantasmi, spettri: allegorie, che prendono corpo nella banalità di uno spazio urbano circoscritto, tra «un capolinea» e «un cine». Nel tempo condensato dell’io si mescolano il tempo passato della giovinezza, il tempo presente della vecchiaia e il tempo futuro della morte, scanditi da echi letterari che devono tenere a bada l’incandescenza della materia. E trattandosi, in questa  Appendice di Composita solvantur, esplicitamente di «imitazioni», l’incubo comincia con un termine dantesco: «Ghiaccia», luogo del basso inferno, che nella prima cantica è sostantivo, mentre qui è aggettivo (o verbo) in posizione fortissima. Quand’anche il lettore non fosse messo in allarme dal titolo della sezione o dal primo termine della poesia, sarebbe costretto a seguire un itinerario dantesco dalla presenza di «beatrice» (v. 2), che innesca inevitabilmente una memoria involontaria, rivelando, rispetto il livello letterale di superficie, l’esistenza di un parallelo significato sotterraneo. E in questo testo di uno scavo, comunque lo si voglia intendere, si tratta: ma allo scavo dell’io nel sé, corrisponde quello del lettore nel testo. Fortini dissemina il suo discorso di segni, tracce, indizi, citazioni, riferimenti, allude e sotto-intende e così fa della sua poesia una sorta di città a diversi strati. Bisogna che il lettore decida a quale livello, a quale profondità, fermarsi, affinché il capogiro non lo travolga, perché, ad un tratto, l’espressione onirica del disagio dell’io che scrive e racconta diventa la condizione di disagio del lettore che si chiede se ciò che vede è vero o è solo sua immaginazione. Proviamo a seguire, allora, una semantica parallela a quella del discorso narrato dalle ottave.                                                                                                                                                                                                                                                                 

La prima ottava è l’ingresso degli inferi: «Ghiaccia», «pioggia», «notte» sono lemmi danteschi fortemente connotati dalla dimensione infernale; ma «beatrice» o almeno quella con l’iniziale maiuscola, rimanda ad una dimensione paradisiaca piuttosto che infernale. Qui invece si tratta di «una», indeterminata, «beatrice», comune, in rima con «Fenìce» (rimanda alla resurrezione) e «felice» (beatitudine). Sembrerebbe una linea verticale, ascensionale. In effetti, nella Commedia Dante incontra Beatrice nel canto XXX del Purgatorio, alla sommità della montagna, nell’Eden. Ma l’incontro tanto desiderato è segnato dal pianto del poeta e dal rimprovero della donna. Quello che accade è la scomparsa di Virgilio «dolcissimo patre», dai connotati così rassicuranti da indurre Dante a rivolgersi a lui «col respitto / col quale il fantolin corre alla mamma / quando ha paura o quando elli è afflitto». Invece Beatrice, «proterva», appare spietata a Dante in preda alla vergogna: «Così la madre al figlio par superba, / com’ella parve a me; perché d’amaro / sente il sapor della pietade acerba».  Il figlio, in preda alla vergogna, che ha perduto il padre, e che è rimproverato dalla madre di non occuparsi delle decisive cose importanti, deve avere una profonda risonanza in Fortini, che quando ricorda il padre lo fa sottolineando la vergogna e l’umiliazione del figlio e della madre. Così l’incontro fortiniano, che narra tutt’altra cosa, racchiude in sé anche l’incontro dantesco, con cui sembra entrare in sotterraneo dialogo. Le spie formali allora diventano significative e intrecciano corrispondenze tra L’incontro e il Canto XXX del Purgatorio in una fitta rete di rime e di lemmi che si rincorrono.

L’Io e l’Es

La repressione e la vergogna sessuale potrebbero essere, al contrario di quanto solitamente accade in un percorso freudiano, formazioni di copertura rispetto alla vergogna nei confronti di un padre tanto debole da assumere i connotati di mamma protettiva e di una madre tanto forte da apparire severa e punitiva come dovrebbe essere il padre: un rovesciamento dei ruoli che traumatizzerebbe il figlio alla ricerca della sua identità sessuale. L’ambivalenza dell’eros, che attrae col desiderio sessuale e che respinge con la vergogna della propria inadeguatezza, nasconde la minaccia di una madre castrante, che lo accusa di impotenza. E la donna - prostituta disegnata da Fortini con il suo «ampio culo» e il «petto immenso» ha gli elementi steatopigici fondamentali della Grande Madre (oltre a avere i caratteri leonini della superbia dantesca). Scriveva Fortini nel 1945:

Forse, nei cuori, la donna che desideriamo ma non riconosciamo compagna è sempre una madre terribile e mortale, e a lei, indietro, capovolti nel buio verso la morte del non essere, ci respinge un’immagine. Per gli schiavi di quell’immagine materna, l’azione è sempre una dolente violenza strappata all’amore.

L’«immagine empia» (v. 25)  «che contro me sempre s’avventa» (v.26) rimanda a «quell’immagine materna» inquietante e ambivalente: antagonista di eros, è madre che sigilla nell’urna uterina il figlio - feto capovolto «nel buio» «del non essere», che conduce alla «morte» dell’immobilità e dell’impossibilità di agire. La nascita, l’uscita dalla madre funerea, sarà la vita, l’azione, l’amore. La prostituta, del resto, è una donna «che desideriamo ma non riconosciamo compagna», «una beatrice», «una madre terribile e mortale», «Ecate», tramite tra il  buio mondo sotterraneo e quello luminoso di superficie, luna calante che inghiottirà nel buio il figlio che alla tranquillità di Thanatos ha preferito la sofferenza di Eros.

Nella seconda ottava, sintatticamente legata alla prima, agli echi danteschi si sommano le ostentate citazioni petrarchesche: la rima «donna» : «gonna» : «colonna» (vv. 10:12:14) è nella celeberrima canzone CXXVI del Canzoniere; «a passi lenti» (v. 13) è una citazione accorciata di «a passi tardi e lenti» del sonetto XXXV. Se nella prima ottava compare una beatrice minuscola, qui incontriamo una Laura degradata.      Si tratta di una donna «feroce» che allude alla petrarchesca «fera» di «Chiare fresche e dolci acque», ma che assume gli inquietanti connotati infernali della ibridazione dantesca con quei suoi «canini» (v. 10) e le sue «chiome» «di bestia» (v.16). E «bocca» (v. 9) è lemma dantesco con più occorrenze nell’Inferno (la memoria corre a Ugolino, ma il termine è presente anche nel Canto XXX del Purgatorio).

La lussuria che suscita la prostituta o che a lei si attribuisce lega «bocca» (v. 9) specificatamente al V Canto dell’Inferno,  dove leggiamo «faccendo […] di sé lunga riga»  che Fortini rimonta in «di sé […] facendo colonna» (v. 14) a formare una crux. Il poeta rimane legato al supplizio della colonna, la donna - Laura, desiderata e mai posseduta, è ora prostituta «feroce»: Petrarca trascolora fino a divenire evanescente, resta il masochismo dell’uomo - figlio complementare all’aggressività della donna - bestia.  Il «furore» (v. 24) diventa parola sprezzante nella terza ottava in cui l’eco di Dante, oltre ai termini già indicati, si fa sentire insistentemente. Il dialogo sottotraccia mantiene vivo il ruolo del poeta - figlio afflitto da vergogna e consumato dal desiderio di fronte alla donna – madre severa ammonitrice dell’«error».

La conclusione del racconto è l’uscita dal sogno, nel quale si è manifestata - in una donna - l’immagine di un furente me accusatorio, che lascia il residuo di ingovernabile vergogna («secca è ancora la lingua, arde la tempia», v. 27) e rimane solo Ecate, personificazione della morte, donna - dea ambivalente e multiforme. L’ultimo verso ne elenca quattro nomi sistemati in due coppie. La scelta dei nomi non può essere casuale, e tuttavia il criterio ci sfugge, esattamente come il significato latente di un sogno, che pure ci tormenta con la percezione di uno sfuggente significato nascosto. Ed è Fortini, consapevolmente, che ci induce questo tormento, costruito ad arte: siamo di fronte ad una costruzione allegorica e all’allegoria della rappresentazione psicoanalitica. Provo ad avanzare un’ipotesi di senso di questi nomi di donne attribuiti ad Ecate, distinta da «una beatrice» (v. 2) e da «una donna» (v. 10), che è l’immagine di un sé che sadicamente non prova pietà di un sé masochistico.

Storie di donne

È evidente che nella serie di nomi, «Carla», nella sua banalità, rimane isolata rispetto ai poco comuni o francamente insoliti nomi successivi. In effetti tutti e tre i  nomi seguenti hanno a che fare con il melodramma, quasi a voler sottolineare la prosaicità del primo nome: frizione con la letteratura in falsetto tanto esibita da far pensare ad un riferimento biografico, a qualcosa di reale. Ecate è colei che accompagna, in un luogo pieno solo di sofferenza («Là nella valle che il nulla tormenta», v. 28), all’elemento che realizza la vita «al sangue che la vita adempia» (v.29): la sostanza, l’elemento essenziale e reale della vita. Ma Ecate è mitologica, è fuori del tempo, ha a che fare con il nulla, in un eterno presente. Carla è Ecate nella storia, e il suo tempo, che si può narrare, è imperfetto. Esiste un poemetto nel quale si descrive tutto lo squallore di un’esistenza piccolo borghese in una Milano alle soglie delle magnifiche sorti e progressive del boom economico: La ragazza Carla di Elio Pagliarani. Il tono del poemetto, annunciatore di neoavanguardia, è - in verità - tra neorealista e neocrepuscolare: la vita di Carla è certo un inferno sotto «questo cielo contemporaneo», «questo cielo di lamiera», in cui sono nominati,  come nella città delimitata all’inizio di L’incontro, il «cinema» e il «capolinea». Carla sembra quindi indurre l’idea di città - infernale reale: Milano appare luogo plumbeo e spietato in cui si consuma lo sfruttamento e la degradazione umana, che passa attraverso la mercificazione del sesso. Il testo era stato pubblicato nel 1960 sul secondo numero di «Menabò», in cui compare anche un saggio di Fortini, Le poesie italiane di questi anni. Se il percorso sotterraneo ha un suo senso, non sarà irrilevante ricordare che la rivista era diretta da Vittorini e Calvino. Nell’assenza di una figura paterna da ammirare, Vittorini ha svolto una funzione fondamentale nella formazione culturale e nella biografia di Fortini. Se Ecate, che aveva nome Carla, ci conduce nell’inferno della città contemporanea, «Zaira» e «Diomira» ci portano nelle città invisibili di Calvino: nella Parte I, Diomira è La città della memoria 1, Zaira è La città della memoria 3. Le città della memoria sono città invisibili depositate nella parola di chi le racconta, sono luoghi che Fortini esplora nella sua mente, sono le immagini di ciò che si è visto o che si è immaginato, di cui si parla ad un altro. Sono invisibili città come l’io che guarda e visita se stesso e che di sé può parlare raccontando ad un altro. Anche Zaira e Diomira sono nel tempo imperfetto del racconto di sé. Quello nascosto, che è invisibile agli altri. Rimane Isolina, che credo con il suo diminuitivo, essere proprio quello che dice di essere, una piccola ‘isola’ in cui l’io può abbandonarsi: con il suo artificio melodrammatico, potrebbe essere la letteratura che consente all’io di esprimersi e di isolarsi. Come questa poesia. Se nell’annientamento della morte si chiede a Ecate di condurre l’io al compimento definitivo della vita, durante l’esistenza della vita quelle che ci guidano per non smarrirci nell’abisso dell’io  sono la storia, la memoria e la letteratura. Scriveva Calvino (Le città invisibili):

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Fortini non riesce a non soffrire dell’«inferno che abitiamo tutti i giorni»: l’amore è continuamente minacciato dalla rabbia, dal senso di colpa, dalla vergogna, eppure, il poeta instancabilmente cerca quello che «non è inferno» e gli dà «spazio», dolorosamente, contraddittoriamente, sulla pagina. Thanatos inghiotte nel nulla l’io, che è attratto dal proprio annientamento, ma Eros si ribella alla fine dell’esistenza e rivela la profonda lacerazione dell’ essenza. Il terrore dell’incontro è l’incubo della fine della vita. La morte sgomenta vivendo.


[i] Il presente articolo è la parziale rielaborazione e riduzione di una sezione di Il tema erotico nella poesia di Fortini, uscito su “Moderna” XXI, 1-2, 2019, a cui si rimanda per l’analisi formale del testo, per le citazioni e per la bibliografia, nonché per il discorso di più ampio respiro sulla presenza del tema amoroso nella poesia di Fortini.

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La premessa è che a scuola finita la maggior parte degli insegnanti e delle famiglie, legittimamente, non ne può più di parole più o meno centrate su quello che è stata la didattica a distanza. Meglio per tutti, in questo inizio estate, riprendere contatto con il sole e le persone. Cercherò dunque la sintesi, affidando alla clemenza di chi legge il rischio di  saltare a piè pari questioni dirimenti (per dirne una, quella che non c’è stata una questione dad come mediaticamente s’è raccontato, ma almeno cinque questioni dad: quella della primaria, quella della secondaria inferiore, quella del biennio, quella triennio, quella dell’università), al fine di isolare quattro dati a mio parere significativi in proiezione futura, opinabili, discutibili, ma scritti per ragionare insieme.

Tutti protagonisti

Il primo dato è che la questione della civiltà digitale (perché di questo parliamo quando discutiamo di dad) ha per la prima volta, nel 2020 e per necessità, tirato dentro tutti. Sul fronte insegnanti, fino a febbraio 2020, è esistita la tribù degli insegnanti (con i suoi soldati semplici e i suoi sciamani) che glorificava il digitale da più lustri e la tribù degli insegnanti (con i suoi soldati semplici e i suoi sciamani) che il digitale l’ha sempre maledetto. Certo, esisteva anche il grande popolo di mezzo, ma stiamo semplificando. Sul fronte delle scuole, fino a febbraio 2020, è esistito il villaggio delle scuole già nel futuro, iperconnesse, dotate di tablet anche per appoggiare il caffè e il villaggio delle scuole ipoconnesse e della lavagna d’ardesia. Certo, esistevano anche i numerosi villaggi di mezzo, ma stiamo semplificando. Dopo febbraio 2020 ovviamente non c’è stata palingenesi, ma è un dato che le due tribù di insegnanti abbiano per forza iniziato a mischiarsi, così come i piccoli villaggi delle scuole abbiano iniziato a guardarsi, non per invadersi a vicenda ma se non altro per invocare un processo più o meno possibile di allineamento, ineludibile anche per chi governa.

Pubblico e privato in L'Evento di Annie Ernaux

87e5c569 d067 44e6 bc9b 89de3e646975 large «Ho finito di mettere in parole quella che mi pare un'esperienza umana totale, della vita e della morte, del tempo, della morale e del divieto, della legge, un'esperienza vissuta dall'inizio alla fine attraverso il corpo»

Con queste parole Annie Ernaux si avvia a concludere L'Evento, uscito in Francia nel 2000 per Gallimard e quasi vent'anni dopo pubblicato in Italia da L'ombra e tradotto da Lorenzo Flabbi.

Il punto focale della narrazione è dunque il corpo, quello di una studentessa di lettere che nel 1963 a Rouen scopre di essere incinta e decide di abortire clandestinamente. In Francia la legge di quegli anni vietava l'aborto, e perciò per questa ragazza, dal momento in cui il ginecologo pronuncia il verdetto, avrà inizio un tormentato e angosciante viaggio alla ricerca di una soluzione. Perché lei non vuole saperne di portare avanti la gravidanza, di arrendersi ad un destino che non vuole accettare e che le sembra orribile, come annota sul suo diario di studentessa: «È orribile: sono incinta». Mentre la vita intorno a lei continua a scorrere inesorabilmente, la protagonista sente di essere ormai esclusa dal mondo: nemmeno la morte di Kennedy a Dallas una settimana dopo la terribile scoperta può scuoterla da tale sensazione.

Completamente sola e costretta ad affrontare l'ipocrisia di medici che invece di aiutarla le ricordano soltanto l'illegalità nella quale sta precipitando, Annie finirà fra le mani di mammana, una «fabbricante di angeli» che per 400 franchi le infilerà una sonda nell'utero, tra le urla di dolore: «su, piccina, la smetta di urlare, devo pur fare il mio lavoro».

Le pagine che descrivono le ore dell'aborto, dell'espulsione del feto nel bagno dello studentato, in una notte che non sembra volgere al termine, sono le più intense dell'intera narrazione: «È zampillato all'improvviso come lo scoppio di una granata, in un fiotto che si è allargato fino alla porta. Ho visto un piccolo bambolotto penzolarmi dal sesso, appeso a un cordone rossastro. Non avevo immaginato di avere dentro di me una cosa così. Dovevo camminare portandomelo dietro fino alla stanza. L'ho preso in una mano – aveva una strana pesantezza – e mi sono trascinata lungo il corridoio stringendolo tra le cosce. Ero una bestia».

Magrelli sportivo

154651949295813896 Quando si parla di poesie a tema sportivo, ammesso che se ne parli, quelle citate, e a volte presenti nelle antologie scolastiche, sono quasi sempre le famose 5 poesie di Umberto Saba (Cinque poesie sul gioco del calcio da Il Canzoniere: I Squadra paesana; II Tre momenti; III Tredicesima partita; IV Fanciulli allo stadio; V Goal) e, se proprio va bene, la canzone A un vincitore nel pallone di Giacomo Leopardi (dove pallone sta per palla al bracciale, non da calcio). Comunque sia, la prospettiva con la quale ci si accosta alla tematica sportiva è sempre quella del poeta – ovvero Saba, come Leopardi, ha scritto poesie e tra queste alcune “dedicate” a uno sport – senza che avvenga mai di dar risalto prima alla tematica sportiva, poi a quella lirica. Vero è che nessuno dei due poeti citati si è dedicato alla pratica di qualche sport, semmai ha nutrito ammirazione per atleti eccellenti (è il caso di Leopardi) o ne ha seguito le vicende non in quanto tifoso, ma un po’ per caso si è trovato ad assistere a un paio di partite della Triestina (è il caso di Saba). A dire il vero, Saba ha scritto un’altra poesia “sportiva”, che riguarda un pugile alla fine della sua carriera (Entello in Mediterranee) che può trovarsi inserita in un’Antologia della letteratura sportiva italiana, quella a cura di Giuseppe Brunamontini (Società Stampa Sportiva, Roma 1984), o analizzata criticamente per i suoi tratti mitologici, come fanno Bárberi Squarotti e Tatasciore tra gli altri, a conferma della variabilità del punto di vista prospettico di cui si è detto.

Il panorama delle poesie, così come delle prose, incentrate sull’attività sportiva risulta invece piuttosto ampio e variegato, già ai tempi della lirica greca (Pindaro docet, anzi διδάσκει), anche se quasi del tutto inesplorato. Uno dei pochissimi esiti antologici, monotematico in quanto si concentra sulla produzione “calcistica”, è Il calcio è poesia (Il melangolo 2006), a cura di Luigi Surdich, professore ordinario di Letteratura italiana all’Università di Genova, che lo introduce, e Alberto Brambilla, anch’egli docente, che si occupa da tempo di sport e scrittura. Come per altri poeti (cito solo Giovanni Giudici, Vittorio Sereni, Pier Paolo Pasolini tra i più noti) con i quali condivide la condizione di tifoso e in parte di giocatore seppur dilettante, anche la produzione sportiva di Magrelli è poco considerata, mentre meriterebbe ben altra attenzione di lettura e di critica.

Scuola e pandemia: la scelta della Francia

LN FRANCE22giu tous Dall’ agosto 2019 vivo in Francia, a Parigi, il che è significato lasciare la scuola secondaria di primo grado dove insegnavo e catapultare tutta la famiglia in una realtà diversa, figli alla scuola secondaria di primo grado compresi; così dalla mia situazione sospesa, da insegnante e genitore, ho vissuto questo periodo come l’occasione di osservare le scelte di un altro Paese in materia di istruzione e di fronte alla pandemia.

I miei figli qui a Parigi sono tornati a scuola dallo scorso martedì, il 2 giugno, eravamo tutti un po’ emozionati, era chiusa dal 16 marzo: la scuola che riapre è una bella sensazione, una dose di energia e speranza. Per me poi, che ritengo la scuola respiro di un Paese, è stato come tornare a respirare.

Il mio è però un osservatorio molto limitato, abito in un quartiere alle porte della città, le 20ème, Porte de Montreuil, nell’Est parigino; le scuole qui sono classificate nella Zona di Éducation Prioritaire: istituti  inseriti in contesti socio economici complessi e che hanno diritto a un maggior numero di fondi, ad un minor numero di studenti per classe e a sussidi per gli studenti.

Quella che leggerete quindi è ciò che ho visto e vissuto, senza pretesa di analisi sociologiche.

Prove di riapertura in Francia.

In Francia c'è stata fin dall’inizio una forte volontà, da parte del governo sicuramente, ma anche da parte di una certa percentuale di insegnanti e famiglie, di provare a riaprire le scuole e il dibattito su opportunità e modalità ha occupato uno spazio notevole nella scena politica e sociale.

All’inizio di maggio il governo ha fornito alle scuole, ai comuni e ai dipartimenti un protocollo sanitario molto rigido e ha fissato delle date comuni di riapertura, diverse a seconda del grado di scuola e a seconda delle zone verdi o rosse (divise in base alla diversa situazione di emergenza sanitaria): dall’11 maggio per tutte le scuole dell’infanzia e le primarie, dal 18 maggio per le scuole secondarie nelle prime zone verdi e dal 2 giugno nelle restanti zone. Il protocollo sanitario si fonda su cinque aree di intervento: il distanziamento fisico (inizialmente fissato in 4 mq per allievo); i gesti barriera (lavaggio mani; mascherina a partire dalla secondaria di primo grado; areazione dei locali); la non mescolanza degli allievi (classi e gruppi fissi); la pulizia e sanificazione di ambienti e materiali; la formazione, informazione e comunicazione. Spettava poi alle singole scuole, in accordo e collaborazione con le relative amministrazioni locali di competenza, la responsabilità di riaprire, verificando la possibilità di rispettare le misure sanitarie e le date fissate dal governo. Il ritorno a scuola è avvenuto in maniera progressiva, prima di tutto per alcune situazioni prioritarie, sempre su base volontaria da parte delle famiglie: in tutta la Francia si calcola che in questo periodo 1,8 milioni di alunni e alunne su 6,7 milioni sono tornati a scuola in presenza, per lo più per un tempo parziale.Domenica scorsa il presidente francese ha annunciato che dal 22 giugno la frequenza scolastica tornerà invece obbligatoria per tutti gli alunni e le alunne delle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado, nelle ultime due settimane di scuola (in Francia il termine delle lezioni è fissato per il 4 luglio). È uscito quindi in questi giorni un alleggerimento del protocollo sanitario – ed è ancora in evoluzione – per permettere l’accoglienza a scuola di tutti, aumentando anche il numero massimo di alunni per gruppo.

Perché leggere Il mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese

32136b7f5d5e33c9791c391dcaef0a0b w h mw600 mh900 cs cx cy Il mare non bagna Napoli apparve la prima volta nei Gettoni della Einaudi, con una presentazione di Elio Vittorini. Era il ’53. L’Italia usciva piena di speranze dalla guerra, e discuteva su tutto. A causa dell’argomento, anche il mio libro si prestava alle discussioni: fu giudicato, purtroppo, un libro «contro Napoli». Questa «condanna» mi costò un addio, che si fece del tutto definitivo negli anni che seguirono, alla mia città. E in circa quarant’anni – tanti ne sono passati da allora – io non tornai più, se non una volta, per qualche ora, e fuggevolmente, a Napoli. A distanza, appunto, di quattro decenni, e in occasione di una sua nuova edizione, mi domando se il Mare è stato davvero un libro «contro» Napoli, e dove ho sbagliato, se ho sbagliato, nello scriverlo, e in che modo, oggi, andrebbe letto. La prima considerazione che mi si presenta è sulla scrittura del libro. Pochi riescono a comprendere come nella scrittura si trovi la sola chiave di lettura di un testo, e la traccia di una sua eventuale verità. Ebbene, la scrittura del Mare ha un che di esaltato, di febbrile, tende ai toni alti, dà nell’allucinato: e quasi in ogni punto della pagina presenta, pur nel suo rigore, un che di «troppo»: sono palesi in essa tutti i segni di una autentica «nevrosi». Quella «nevrosi» era la mia. (Il «Mare» come spaesamento, pp.9-10)

Così Anna Maria Ortese ripubblicando per Adelphi nel 1994 la raccolta di cinque racconti (Un paio di occhiali, Interno familiare, Oro a Forcella, La città involontaria e l’articolato e lunghissimo Silenzio della ragione) che le costò ben più che un addio alla sua Napoli: madre adottiva (in verità Ortese era nata a Roma ed era cresciuta, a causa della guerra e delle vicende familiari, un po’ disordinatamente tra la Puglia, la Basilicata e la Libia, girovagando, al rientro dalla Libia, per varie regioni d’Italia, sino a stabilirsi a Napoli solo nel 1945), la città reagì con indignazione all’affresco squallido e dolorante che ne aveva fatto la scrittrice, ritraendola, nell’immediato, poverissimo, disperato dopoguerra, fuori dal suo ridente, folcloristico clichè; neppure lambita dal mare. E non meno si indignarono le Giacchette Grigie di Monte di Dio, ovvero gli intellettuali (Pasquale Prunas, Luigi Compagnone, Raffaele La Capria, Domenico Rea, Tommaso Giglio…), che, ancora giovanissimi, si erano riuniti intorno alla rivista Sud, il periodico nato «contro ogni classificazione, numerazione, sezionamento, contro ogni politica suddivisione del sentimento, contro ogni barriera doganale» (come si legge nell’editoriale del suo direttore Prunas). Di quella redazione Ortese aveva fatto parte finché non le era sembrato che «le discussioni lasciavano il posto alle conversazioni; la politica diventava un motivo per ritornare sul problema di un impiego; le preoccupazioni di una carriera o solo una modesta sistemazione personale si alternavano in una proporzione sempre più forte ai problemi e all’avvenire del giornale e l’indipendenza della cultura (…) cadeva in una piazza sempre meno popolata e sicura» (Il silenzio della ragione, p.115). Eppure, nonostante l’embargo, di quel «comunismo (che) a Napoli, in quegli anni, era un liberalismo di emergenza» (Ivi, p.113) le restò sempre molto più che un ricordo vivissimo, se ancora nel Novantaquattro (sarebbe morta quattro anni più tardi), in occasione di una grande mostra sul Gruppo Sud (Torino, maggio 1994), Ortese poteva scrivere: «Ma la bandiera dell’Utopia, se sventola ancora, almeno nel mio cuore, la devo alle Giacchette grigie di Monte di Dio» (Le Giacchette Grigie di Monte di Dio, p.173).