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Il Gattopardo raccontato a mia figlia e l’arcipelago incantato delle grandi storie

il gattopardo Doni e mappe

Ho iniziato la stesura de Il Gattopardo raccontato a mia figlia, in una casa silenziosa, apparentemente deserta, alle prime luci dell’alba, alcuni mesi prima che la mia bambina, ora quindicenne, compisse nove anni.  Desideravo farle un regalo di compleanno diverso. Una lettera che le svelasse quanto è importante leggere; e, soprattutto, quanto è importante immergersi in quelle opere-mondo chiamate Classici. Una lunga consuetudine di studi mi legavano alla figura sfuggente del Principe palermitano e alla sua opera. Gli avevo già dedicato anni di ricerche.

Eppure, il primo incontro con questo grande protagonista del Novecento, che risaliva agli anni ingrati dell’adolescenza, non era stato per nulla positivo. Come racconto nel libricino, frequentavo quella che allora si chiamava Scuola Media ed ero un’allieva particolarmente svogliata. Fu un lettore appassionato, il mio docente di Lettere, a consigliare alla classe quel romanzo e a leggerne per noi, con la sua voce sensibile, da cantastorie, le pagine iniziali. Naturalmente, poiché Il Gattopardo è un libro straordinario ma complesso, io non potei, allora, né apprezzarlo, né comprenderlo. L’appuntamento con una tra le opere più amate della letteratura italiana venne così rimandato a lungo. Solo sul finire degli studi universitari mi ritrovai infatti di nuovo tra le mani quel capolavoro e, vincendo l’antica diffidenza, presi a sfogliarlo. Fu una scoperta.

La sontuosa, sensuale e abbacinante bellezza della prosa lampedusiana mi travolse. Anche a libro ultimato, i suoi personaggi continuavano a chiedermi udienza.  Da allora, la magia si rinnova. Mi basta sfogliare le sue pagine per ritrovarmi al cospetto di un uomo-gattopardo pensoso e malinconico; per lasciarmi investire dalla risata sguaiata di Angelica la Bella; o perché giunga nitido, alle mie orecchie, il fruscio di sete e crinoline di vecchie e giovani dame d’alto lignaggio, che si muovono sui pavimenti di marmo pregiato, nelle stanze superbamente affrescate delle loro vetuste dimore regali, ignare del destino di rovina che le attende di lì a poco.

L’idea di trasformare l’avventura umana e letteraria del Principe in un racconto da donare alla mia bambina, scaturiva, dunque, da un doppio cortocircuito affettivo e aveva radici antiche. Memore dei miei trascorsi tristi di lettrice riottosa, desideravo consegnarle una sorta di piccola mappa, che le permettesse di raggiungere prima possibile l’isola del tesoro tomasiana. E che, da lì, le consentisse in seguito di procedere, sempre più spedita, verso l’arcipelago incantato delle grandi storie.

Del principe e delle lettere. Recensione ad Alzare lo sguardo di Susanna Tamaro

susanna tamaro Gentile professoressa,

grazie per la sua lunga lettera, così ricca di intelligenza e profondità. Il primo sentimento che ho avuto, leggendola, è stato quello di una sottile invidia per i suoi allievi. Ricordando la mia penosa – e per lo più catastrofica – carriera scolastica, non ho potuto fare a meno di pensare come avrebbe potuto essere diversa se avessi incontrato sul mio cammino una persona come lei. Nel corso di una vita, avere avuto un professore piuttosto che un altro può fare una grande differenza. E la può fare soprattutto per i fragili, per i deboli, per quelli che non hanno alle spalle qualcuno in grado di sostenerli.

Che cos’è l’insegnamento infatti, se non un improvviso «vedersi» tra esseri umani? Il più grande vede il più piccolo e intuisce quale sia la strada da indicargli per permettergli di sviluppare la parte migliore di sé.

Un insegnante che ama il suo lavoro ha un compito molto importante: quello di trasmettere la sua passione. Può decidere di esporre il suo programma pedissequamente o può, percorrendo vie insolite, riuscire ad accendere di luce lo sguardo di chi lo sta ascoltando, ad aprire una piccola porta nella sua mente, e forse anche nel suo cuore, permettendo a quel ragazzo o a quella ragazza, un giorno, di salvarsi. 

Un libro nella giungla

L’incipit dichiara l’appartenenza di questo libretto (122 pagine) al genere lettera ad una professoressa e nell’evocare don Milani suggerisce al lettore che si tratterà di una critica ai modelli educativi dominanti e alla pratica dell’insegnamento così come viene sviluppata oggi. La supposizione iniziale, il pregiudizio di chi ha iniziato la lettura, diventa man mano una certezza, dal momento che la Tamaro non intende minimamente nascondersi, anzi entra in dialogo esplicito con don Milani per contestarne la posizione: se il sacerdote di Barbiana lamentava le bocciature per alcuni, la scrittrice di Porano denuncia le promozioni per tutti.

Se si risvegliasse don Milani, che cosa direbbe della scuola di oggi? I «Gianni» che all’epoca venivano ripetutamente bocciati ora non incorrono più in quell’onta. In quello stigma sociale. Tutti promossi, ma con una promozione che ha l’effetto di un boomerang. […] La parte importante del suo metodo – il lavorare insieme creando un sapere che nasce dalle domande, dunque maieutico – è stata rapidamente archiviata. Travisato e manipolato, è rimasto soltanto il diktat: non bocciare i Gianni! Senza che nessuno abbia mai alzato la mano per dire che in questo sistema le vittime sono proprio loro, i Gianni, costretti a rimanere tali per sempre, mentre gli odiati «Pierini», i ricchi, i privilegiati, continuano imperterriti per la loro strada. Una strada fatta di sezioni migliori, di possibilità di ripetizioni, di scuola private, di soggiorni all’estero, di famiglie capaci di stimolarli, sottraendoli al giogo omogeneizzante imposto dai media.  (pagg. 18-19)

Elogio del tema

vorderansichtstapel der buecher mit exemplarplatz 23 2148255858Pubblichiamo, parzialmente rielaborato, l’intervento, della nostra redattrice Luisa Mirone alla Fiera Didacta Italia (Firenze, 9 ottobre 2019; panel ADI SD «La prima prova nel contesto del nuovo esame di Stato MIUR»)

Il tema alla prova

Ho la fortuna di insegnare in verticale: assumo la guida di una classe in prima e la accompagno sino alla quinta. Questo mi consente di seguire il percorso di acquisizione degli strumenti di ricognizione, indagine, interpretazione, formalizzazione del reale; il possesso e la consapevolezza di questi strumenti ritengo che sia l’unica reale competenza che la scuola debba e possa promuovere interdisciplinarmente e in vista del conseguimento della più alta competenza di cittadinanza, perché mi sembra che solo nella comprensione profonda della fisionomia e della destinazione degli strumenti di indagine e rappresentazione della realtà si apra autenticamente ai nostri allievi la possibilità di intervenire nel dibattito democratico.

Se volessimo tradurre questo percorso di progressiva acquisizione degli strumenti nelle linee programmatiche del ministero, diremmo che obiettivo dei nostri allievi è conseguire la padronanza linguistica, come emerge chiaramente dal Quadro comune europeo: insegnamento, apprendimento, valutazione (Consiglio d’Europa, 2001; poi D.M.N.139 2007, Regolamento recante norme in materia di adempimento dell’obbligo di istruzione): Interazione verbale (scambio comunicativo in contesti vari); Lettura (comprensione e interpretazione di testi scritti di vario tipo); Scrittura (produzione di testi differenti in relazione a differenti scopi).

Questo al primo biennio si traduce nel conseguimento di una competenza di lettura, secondo la chiara definizione che ne ha dato OCSE PISA (Quadro di riferimento del 2007):

Ce la faremo. Per Nanni Balestrini

nanni La redazione di LN si prende due settimane di pausa per le feste natalizie. Torneremo a pubblicare pezzi inediti il 13 gennaio 2020. Nel frattempo ripubblicheremo alcuni articoli dell'anno passato per i nostri lettori.

Ce la faremo: ecco la chiusa di una poesia tutta protesa in avanti, incentrata com’è su forme di chiusura così rigorose da produrre esplosioni anziché sigillare. Ce la faremo è l’ultimo verso di un poemetto intitolato Le radiazioni del corpo, scritto da Balestrini tra agosto e novembre 2018 e uscito postumo, il 20 maggio, su “alfabeta2”. Esplosioni si chiama, invece, l’ultimo libro da lui licenziato e da poco andato in stampa, per le Edizioni del Verri. Disposti in fila, questo titolo e quel verso conclusivo si risemantizzano a vicenda assumendo un valore testamentario e insieme profetico: un lascito che sia incitamento al futuro.

Proviamo allora a parlare dell’opera di Nanni Balestrini. Proviamo a farlo a partire alle sue evoluzioni più recenti, quelle del nostro secolo. Proviamo a puntare lo sguardo su Caosmogonia, il libro del 2010 che ha tutta l’aria di una summa, che porta insomma il lettore nel cuore della ricerca artistica di Balestrini.

Tutta la prima metà del libro è occupata da un trittico dedicato a tre grandi artisti del Novecento: un pittore, Francis Bacon (Tre studi per un ritratto di F. B); un compositore, John Cage (Empty Cage); un regista, Jean-Luc Godard (Fino all’ultimo). A questo trittico è affidata, prima di tutto, la dichiarazione della necessità di una vicinanza tra la poesia e le altre arti, di un loro dialogo, all’interno dell’attività artistica di Balestrini straordinariamente profondo e ininterrotto, tanto da costituirne una delle cifre: poeta, narratore, artista visivo, autore di testi per musica. Il dialogo tra le arti è portato dentro i versi, dove vengono continuamente sollecitate modalità conoscitive fondate sulla simultaneità, ma a partire da una prima percezione sequenziale, con l’ambizione di far uscire la scrittura dalle gabbie della linearità, per spiccare «un salto nella linearità», «frantumare la loro linearità/perché tutto possa accadere». Ciascuno dei tre pannelli del trittico è organizzato in strofe di sei versi. La rigorosissima struttura formale fa perno sulla dialettica tra ripetizione e variazione: il primo pannello è articolato in tre parti di undici strofe ciascuna, per un totale di trentatré strofe; il secondo non ha suddivisioni interne oltre a quella in strofe (venti) numerate; il terzo è organizzato in due parti formate rispettivamente da dodici e tredici strofe. L’ultimo pannello, inoltre, ostenta una struttura circolare: l’ultimo verso è identico al primo («prima non c’è nulla e poi all’improvviso»), a chiudere significativamente il cerchio con un’esplosione («all’improvviso»).  I principi compositivi della ripetizione e della variazione vengono messi a reagire tra loro: ripetere per creare nuovi legami («ogni ripetizione deve creare un’esperienza del tutto/ nuova») e variare per far brillare le forme nell’esplosione («provocare un altissimo grado di disordine/ un clima molto ricco di gioia e di smarrimento»).

Per Giovanni Verga. Saggi (1976-2018) di Romano Luperini

giovanni verga saggi romano luperini copertina La redazione di LN si prende due settimane di pausa per le feste natalizie. Torneremo a pubblicare pezzi inediti il 13 gennaio 2020. Nel frattempo ripubblicheremo alcuni articoli dell'anno passato per i nostri lettori.

Oggi si tende a vivere la polemica letteraria come un’offesa personale. E’ probabilmente un segnale del degrado culturale dell’attuale civiltà letteraria del nostro paese. Citare un critico, confrontarsi seriamente con lui, significa solo inserirsi e inserirlo in una dialettica del dialogo. Intollerabile, invece – è infatti più frequente -, è la pratica della damnatio memoriae. Altra cosa ancora, non meno fastidiosa, è la citazione d’obbligo, il salamelecco accademico, la captatio benevolentiae. Al momento di licenziare questo volume debbo confessare dunque anche un’altra speranza: che esso possa giovare, seppure in minima parte, al ripristino di una consuetudine di schietto confronto all’interno della comunità degli studiosi.

Questo volume, uscito per Carocci nel giugno 2019, raccoglie tutti i saggi dedicati da Luperini all’opera e alla figura di Verga dalla fine degli anni Settanta a oggi. Ma non è soltanto una raccolta: è piuttosto una guida sicura fra gli itinerari verghiani, di cui è lo stesso Luperini, nell’introduzione al volume, a tracciare la mappa. Tre sono i percorsi suggeriti: li seguiremo anche noi per orientarci nella materia densa di questi studi che – muovendo da temi e motivi verghiani – disegnano limpidamente un orizzonte ancora più ampio di riflessione, che abbraccia le finalità e il valore civile della discussione critica.  

Verga e la modernità

Il mondo moderno, abbandonato dagli dei, impone all’eroe del romanzo borghese la “ricerca di un significato e di un destino” “in uno spazio totale e altro” nel quale i valori tradizionali dell’onore, della patria, della famiglia trasformano o perdono tout court la loro dimensione identitaria, il loro potere aggregante. Sulla scorta della lettura acuta di Lukàcs, Bachtin, Benjamin, Luperini ricostruisce le fasi attraverso le quali si definisce la nuova identità dell’eroe verghiano e le nuove, onerose responsabilità del narratore che ne racconta le gesta senza gloria. Venuta meno l’investitura a vate del narratore epico, ma anche lo sguardo autorevole con cui lo scrittore ottocentesco controlla ugualmente – nei suoi romanzi - narratore e personaggi, venuta meno – cioè – quella organizzazione sociale che autorizzava al suo interno la funzione dell’intellettuale come elemento vitale, il narratore (e l’autore) deve andare in cerca (proprio come l’eroe) di una nuova funzione, di una nuova destinazione, riconquistando la “legittimità di raccontare”. Per lo scrittore-Verga è una doppia sfida: alla sfida che lo accomuna agli scrittori della sua generazione, si aggiunge la sfida alla percezione della propria “inadeguatezza di provinciale” e al senso di colpa che gli provoca la partenza dalla Sicilia, “vissuta come un peccato o una violazione”. Si determina così quell’ “autobiografismo en travesti” che ha nel narratore-testimone di Eva o di Tigre reale il primo tentativo forte di “nascondere l’implicita reale identificazione con il protagonista”: un precedente importantissimo per comprendere il percorso difficile e necessario del “distacco critico dal protagonista”; un “procedimento di straniamento” segnato dolorosamente da una “programmatica distanza fra punto di vista taciuto dell’autore, che segretamente s’identifica nei suoi eroi, e punto di vista esplicito del narratore, che invece li accusa o li guarda da grande distanza”. Si inizia ad osservarlo in Nedda, e poi nei capolavori della prima fase verista: Rosso Malpelo e I Malavoglia. Non si tratta soltanto di segnalare come la soluzione tecnica del narratore-testimone venga adottata da Verga in modi via via più problematici (si pensi al ricorso al punto di vista, spesso malevolo, della gente): Verga opera un rovesciamento vertiginoso, che fa della voce narrante “la voce stessa del mondo incaricata di annientare l’umanità degli eroi”. Lo spessore ideale dell’eroe romantico si infrange contro il cinismo della ricerca del successo economico e sociale e il narratore si trova costretto da un lato a testimoniare il fallimento dell’eroe, dall’altro a ventilare “l’idea che il senso della vita – la sua essenza, di cui l’eroe va alla ricerca nella tradizione moderna del romanzo – non sta davanti, in qualcosa da raggiungere percorrendo la strada del ‘progresso’, ma dietro, nel mondo del passato e in una civiltà ormai periferica”. E’ la contraddizione non solo dell’eroe o del narratore, ma della modernità: essa si configura come una “necessità oggettiva e imprescindibile”, che si paga tuttavia al prezzo del cinismo o (uguale e contrario) di una insanabile nostalgia. I motivi esistenziali e i simboli dell’immaginario collettivo (la famiglia come la roba, il luogo natale come la città tentacolare, etc) si incontrano e si confondono con le istanze politiche e sociali, in quel “groviglio complesso” che è la cifra stessa della modernità. 

Le sardine: due lettere da Messina e Grosseto

6000-sardine-696x696.jpg Dopo i nostri due interventi sull’iniziativa delle sardine (uno di Alberto Bertino, l’altro del nostro direttore Romano Luperini nella forma dello scambio di lettere con la nostra collaboratrice Luisa Mirone), sono arrivate in redazione altre due lettere, di Beppe Corlito e di Fabio Rossi. Le pubblichiamo volentieri.

***

Caro Romano,

sono pienamente d’accordo con la tua lettera sull’Arcipelago delle Sardine a testimonianza delle nostre esperienze comuni e della formazione politica e culturale condivisa. Allora perché ti scrivo una lettera “pubblica”?  Mi pare un rafforzativo del dibattito, utile nel blog. Tra l’altro anche i quattro promotori delle Sardine hanno scelto lo stesso strumento per fare il punto del movimento su “La Repubblica” di venerdì 20 dicembre. Non credo sia un caso perché una lettera pubblica contiene insieme due versanti, quello privato, a cui siamo stati costretti per troppo tempo, e quello pubblico, a cui volentieri ritorniamo. Ti scrivo sul blog perché fin dall’inaspettato successo della piazza di Bologna ho simpatizzato per le Sardine, che hanno aperto una speranza nel buio dei tempi in cui siamo costretti a vivere.

Innanzitutto l’allegria: è la stessa reazione che ho avuto nella piazza di Grosseto del 15 dicembre, mi sentivo euforico: tremila persone in piazza non si vedevano qui da moltissimo tempo, se si esclude il primo sciopero mondiale per il clima dello scorso anno. Avrei voluto abbracciare tutti. In effetti ho abbracciato molte/i compagne/i, giovani e meno giovani che non vedevo da tempo. Nel precedente “ritorno a casa” hanno giocato sicuramente le divisioni tra le sinistre, che poi si sono ribaltate anche nel rilevante astensionismo degli elettori di sinistra.

La metafora ironica della sardina con il riverberarsi dei significati in un continuum inventivo (i piccoli pesci, la loro capacità di fare banco, l’agilità nel nuotare in mare aperto ecc.) ha attivato un prolifico immaginario collettivo, che è una delle cause dell’onda coinvolgente una città dietro l’altra di questo movimento di massa. Perché come tu dici siamo di fronte ad un movimento con “caratteristiche di assoluta spontaneità”. Occorre dire con chiarezza che si tratta di un movimento di massa con dinamiche tipiche, ma altre del tutto nuove. Come tutti i movimenti dilaga inaspettatamente seguendo un tam tam, un’accelerazione improvvisa e inaspettata della circolazione delle idee e delle forme di aggregazione. Una novità assoluta è quella che i quattro di Bologna hanno definito come lo stabilire un legame stretto tra il virtuale e il reale, che è all’altezza dei tempi e che ha tagliato l’erba sotto i piedi al feroce staff della comunicazione dell’ex ministro di polizia, per molti mesi pagato dai contribuenti, che ne ha fatto la fortuna (oggi in declino per merito proprio delle Sardine). Il punto è che comunicare sui social non basta, essi devono servire a far sperimentare ancora la vicinanza dei corpi, il potere dirompente dell’essere massa, dello stare insieme. È quanto sperimentammo la prima volta nella discesa in piazza del “popolo di Seattle” il 30.11.1999 all’esordio del movimento di massa no-global, convocato via Internet.

Come tutti i movimenti di massa è come tu scrivi “pre-politico” nel senso che non nasce come Minerva armata di tutto punto dalla testa di Giove, non può avere un discorso politico organico. Nessun movimento esprime una coscienza compiuta, ma in particolare negli ultimi 70 anni (fu così anche per noi nel 68) costituisce la base per una nuova fase politica che le istituzioni non sono in grado di “comprendere” in senso letterale e a cui i partiti esistenti non sono in grado di dare uno sbocco positivo. Così questo movimento come tutti gli altri che lo hanno preceduto deve industriarsi a costruire una rappresentanza e una direzione politica, che non sono già date. Però la semplice filosofia delle Sardine, apertamente dichiarata, democratica, antifascista e antirazzista, che si contrappone in modo salutare alla linea autoritaria dell’ex-ministro di polizia, costituisce il possibile terreno di coltura dove può nascere una nuova Politica. È un discorso simile alla “riforma della Politica”, invocata dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, con cui le Sardine condividono i valori di base. Senza alcuna pretesa di “metterci il cappello”, i vecchi partigiani e la loro Associazione sono stati convocati dalle Sardine in molte in piazza come per il passaggio del testimone dentro un patto tra le generazioni. La canzone è la stessa: la partigiana “Bella ciao”, che ormai viene assunta in più lingue da tutti coloro che a vario modo “resistono” nell’intero pianeta, dai combattenti curdi ai ragazzi di Fridays for Future, alle Sardine. Credo sia indicativo di un destino del “caso italiano”, quello di incubare il rischio autoritario più severo e quindi la necessità di resistere ad ogni costo.

Non mi ha meravigliato il rifiuto di ogni bandiera, anche la gloriosa e da noi tanto amata bandiera rossa. Anzi credo che la ripulsa di ogni bandiera in particolare quelle della sinistra “inutile”, che parassita posizioni del passato, sia una delle ragioni del successo delle Sardine, ne segnala plasticamente a livello di massa la necessità dell’unità e non delle divisioni. Secondo me le bandiere rosse dovrebbero tornare a rappresentare il valore iniziale, fondativo, quello delle giornate parigine del giugno 1848, quando il movimento operaio riconosce per la prima volta se stesso e le strappa alla polizia, che segnalava con essa i quartieri in lotta. La bandiera rossa, dunque, come segnale della lotta dei lavoratori contro il potere del capitale, solo così potrebbe riacquistare un senso.

Ora la svolta impressa dal movimento di massa delle Sardine alla situazione politica nazionale che sembrava irrimediabilmente chiusa, riapre i giochi in primo luogo con la speranza concreta di non dover consegnare alla destra autoritaria l’Emilia Romagna. Nella lettera aperta dei quattro fondatori dell’Arcipelago delle Sardine uscita su “La Repubblica” vengono lanciati i coordinamenti per discutere sui programmi futuri, che per fortuna non dovrebbero servire solo a delineare meglio gli obbiettivi del movimento, ma soprattutto a scendere nuovamente in piazza. L’auspicio è non dividersi sugli obbiettivi, ma avviare un circuito virtuoso che agli obbiettivi corretti dà le gambe dell’azione di massa.

Sarebbe bene che tutte le Sardine uscissero dai loro anfratti e tornassero a nuotare in mare aperto.

Beppe Corlito

Natale 2019

***

Messina, 18/12/2019

Cara Luisa,

qui a Messina tra tre giorni avremo la nostra “sardinata”, cui parteciperò.
Spererei davvero che si possano raggiungere i numeri catanesi. Certo, un po' di timore d'esser quattro gatti ce l'ho, perché Messina è Messina, si sa, e per smuoverla ci vuole parecchio. Però in effetti, come giustamente osservate tu e Luperini, stavolta anche a me sembra di intravedere qualcosa di diverso, proprio perché pare essersi risvegliata (o almeno essere sul punto di farlo), in molti di noi, la voglia di stare insieme per dire no all'inciviltà, per provare a parlare una lingua nuova, meno aggressiva, meno vuota, meno falsa.

Certo, a qualcuno (a esser sinceri anche a me) piacerebbe che tutto questo si traducesse presto in una chiara azione politica, però mi rendo conto di quanto sia prematuro, a pensarci meglio. Bisogna prima tornare al grado zero della comunicazione civile e poi, pian piano, mattoncino dopo mattoncino, provare a ricostruire tutto quello che negli ultimi venticinque anni è stato demolito. Ho cinquantadue anni e, se provo a tornare indietro con la memoria, mi pare che l'ultima volta che ricordi una simile voglia di cambiamento risalga ai tempi della caduta del Muro e ai vari movimenti (anche studenteschi) che ne derivarono (“La pantera”, ricordi?). Stiamo dunque parlando degli anni 1989-1991. Di lì a poco ci sarebbe stata la famigerata discesa in campo e poi una progressiva discesa verso il disinteresse nei confronti, non soltanto della politica, bensì dei valori di civiltà, anche verbale. Poi, sempre ricordando a braccio e senza tante riflessioni, il pessimismo post 11 settembre 2001 pare aver fatto il resto: da quel punto in poi, neppure la fiducia nei confronti del "nuovo" uomo forte e ricco è stata in grado di motivarci.

Da quel momento in poi il precipizio, anche linguistico (scusa la deformazione professionale, ma mi pare che mai come in questo caso la lingua sia rivelatrice di svolte sociali, e non c'è bisogno di Gramsci per capirlo), è stato rapidissimo. Chi più insultava, chi più mostrava i muscoli, più era gradito, che fosse Sgarbi, Bossi, Grillo o Salvini poco importava. È come se non ci fossimo resi conto che, a forza di demolire tutto quel che c'era stato prima, stavamo demolendo anche i più elementari valori dell'educazione, della convivenza civile, della democrazia.

Ora, non so se sia troppo tardi per provare a recuperare quei valori e a risalire. Spererei di no: in fondo son passati soltanto, appunto, meno di trent'anni dall'inizio della catabasi (certo, mi si dirà: ma i germi c'erano ben da prima, almeno dal riflusso anni Ottanta). Non so se sia tardi o no, però il fatto che un gruppo di persone più giovani di me senta l'esigenza di provare a cambiare e riesca a trainare anche me, anche noi, mi pare un segnale molto confortante. I più giovani, quelli come i nostri figli, è vero, si accendono solo per il clima e per l'ambiente: è una protesta, pur importantissima, meno strutturata sui rischi della democrazia, è vero, però mi pare anche quello un segnale di cambiamento positivo. Speriamo che, tra non molto, si passi dal generale esser contro al proporre concrete soluzioni a favore. Nel frattempo, non posso che augurarmi la folla più vasta possibile per la sardinata del 21 pomeriggio innanzi al municipio di Messina.
Un saluto affettuoso

Fabio Rossi

PS (29/12/2019): Son passati 11 giorni da quell’ultima mia lettera, cara Luisa, e la sardinata messinese del 21 dicembre c’è stata, ci sono andato, ed è stato molto bello cantare Bella ciao insieme a un numero di persone, sicuramente non oceanico, ma enorme, per Messina, ben oltre le mie più rosee aspettative: abbiamo riempito la piazza del Municipio, non certo piccolissima. Insomma, anche noi messinesi (ché, pur romano, ormai mi sento quasi in toto messinese anch’io) ci siamo fatti onore. Ma la tendenza anagrafica è quasi la medesima che avevi notato tu: noi vecchietti, altri più vecchi di noi, un po’ di ragazzi liceali, miei allievi universitari pochissimi. Insomma: mancano le persone dai 18 al 30, più o meno, porca miseria! Manca, cioè, una fetta importantissima della società. Speriamo sia un caso, speriamo che altrove siano più numerosi, questi giovani adulti, speriamo che si risveglino anche a Messina!

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La "riforma" dell'Istruzione professionale di Stato

Riforma della scuola cosa cambia nel 2018 1 La redazione di LN si prende due settimane di pausa per le feste natalizie. Torneremo a pubblicare pezzi inediti il 13 gennaio 2020. Nel frattempo ripubblicheremo alcuni articoli dell'anno passato per i nostri lettori.

Premessa

Dividerò questo intervento in quattro parti: nella prima dirò in che cosa consista il D.Lgs 61/2017, Revisione dei percorsi dell'istruzione professionale nel rispetto dell'articolo 117 della Costituzione, nonchè raccordo con i percorsi dell'istruzione e formazione professionale, a norma dell'articolo 1, commi 180 e 181, lettera d), della legge 13 luglio 2015, n. 107; nella seconda cercherò di commentarne i tratti salienti e collocarlo nel quadro che solo può spiegarne la genesi, quello delle riforme europee dei sistemi educativi; nella terza, spogliandomi dei panni del docente e vestendo quelli del militante, individuerò i possibili "margini attuali per una scuola di opposizione" (per riprendere l'espressione di Emanuele Zinato), ovvero le forme possibili di una risposta collettiva che a mio avviso può esistere solo se si pone il problema dell'organizzazione, sindacale e politica, e non certo restando al livello della pur doverosa battaglia culturale, dato lo squilibrio di forze oggi annichilente; nella quarta, brevissima, formulerò una proposta.

Dichiaro subito un debito teorico, spero l'unico riferimento bibliografico che sarò costretto a fornire: l'e-book di Alberto Pian, docente e studioso torinese, Scuole "sparse" sul territorio? Che cosa nasconde la "riforma" dell'Istruzione professionale di Stato? La verità sul decreto delegato della 107[i], è, a mia conoscenza, l'unica trattazione organica di questo sottovalutato e poco discusso corollario della 107 ed un testo assolutamente imprescindibile per chi voglia approfondire seriamente quanto qui, per ragioni di spazio e di limiti di chi scrive, vale solo come primo momento informativo e orientativo sul tema.

Fuga da Lipari. L’incredibile evasione di Lussu, Nitti e Rosselli quel sabato 27 luglio 1929

fuga La redazione di LN si prende due settimane di pausa per le feste natalizie. Torneremo a pubblicare pezzi inediti il 13 gennaio 2020. Nel frattempo ripubblicheremo alcuni articoli dell'anno passato per i nostri lettori.

Lipari, sabato 27 luglio 1929. La sera sta calando sull’isoletta siciliana divenuta la principale colonia di confino del regime fascista. All’imboccatura del porto alcuni carabinieri di guardia notano un motoscafo. Non danno tuttavia l’allarme: si tratta di certo di uno dei mezzi del servizio di sorveglianza, magari preso in prestito da qualche papavero dell’isola per un giretto serale in dolce compagnia.

Il motoscafo ha il motore spento. A bordo, però, nessun gerarca, niente militi o carabinieri. Tre antifascisti: il capitano Italo Oxilia, già responsabile della fuga di Filippo Turati in Francia nel 1926 al timone, ai motori Paul Vonin e a prua, a scrutare l’orizzonte, Gioacchino Dolci, ex confinato proprio a Lipari. I minuti passano. Interminabili.

Finalmente un uomo procede a nuoto. Si tratta di Paolo Fabbri, classe 1889, socialista e dirigente del Movimento contadino in provincia di Ravenna. Si avvicina, saluta. Poi torna indietro. Va ad avvisare i compagni che stavolta è quella buona. Pochi minuti e un altro uomo a nuoto raggiunge l’imbarcazione. È Francesco Fausto Nitti, nipote dell’ex Presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti. Dieci anni più giovane di Fabbri, impiegato di banca, repubblicano. Sale a bordo. Sono quasi le 21.30: tra pochi minuti passerà la ronda di controllo per il paese e darà di certo l’allarme. L’attesa è febbrile.

Finalmente due sagome si notano in acqua. I motori partono. I due in mare sono issati a bordo: uno è il professor Carlo Rosselli, anche lui implicato nella fuga di Turati, l’altro è l’ex deputato ed eroe di guerra sardo Emilio Lussu. Fabbri, trattenuto, non potrà invece raggiungerli. Il tempo di uno sguardo e il motoscafo, che porta il nome evocatore di Dream V, sfreccia a tutta velocità verso la Tunisia. I tre ce l’hanno fatta: sono sulla strada della libertà. E sono euforici. Forse lo immaginano, la loro fuga resterà uno dei colpi più audaci dell’antifascismo.

27 luglio 1929. Novant’anni fa. In questa Italia tumultuosa e distratta da problemi reali e fake news è giunto in sordina questo anniversario. E sembra, in apparenza, l’anniversario di un fatto minore nell’economia della grande storia, trascurabile. Non è così, non lo era allora e non lo è oggi. Scriveva a tal proposito Lussu nell’aprile 1945:

Di fronte a quanto d’azione si è fatto nell’Europa occupata in questi anni di guerra, di fronte a quanto fanno i nostri partigiani, il raid di Lipari appare come un misero granello di sabbia nell’immensità del deserto. Ma, allora, la situazione italiana era silenzio. Con le leggi eccezionali e con un regime di polizia, con le frontiere chiuse, tutto era immobile. Il raid di Lipari fu come un sasso gettato al centro di un lago calmo in una giornata di sole. Attorno al punto toccato dal sasso, i cerchi si formano, si moltiplicano, si estendono, e ridanno animazione all’immobilità, vita improvvisa alla morte apparente (Lussu 1997, pp. 8-9).

 

Rileggere un classico della critica letteraria /4: Illuminismo, barocco e retorica freudiana di Francesco Orlando

 

180231813 bf673603 d04d 48d2 a3c8 7eb2fcaa5604 La redazione di LN si prende due settimane di pausa per le feste natalizie. Torneremo a pubblicare pezzi inediti il 13 gennaio 2020. Nel frattempo ripubblicheremo alcuni articoli dell'anno passato per i nostri lettori.

Nel 1982 Francesco Orlando pubblica «Illuminismo e retorica freudiana», ultimo capitolo di un ciclo di studi su letteratura, ragione e represso a cui aveva lavorato dalla metà degli anni Sessanta. Dal 1997 il libro si arricchisce di una serie di appendici e si modifica anche nel titolo, che include il termine “barocco” diventando «Illuminismo, barocco e retorica freudiana».

Nella produzione critica di Francesco Orlando Illuminismo, barocco e retorica freudiana spicca come un libro unico, confermando l’opportunità di separarlo dagli testi che compongono il suo “ciclo freudiano”: Lettura freudiana della Fedra, Per una teoria freudiana della letteratura, Lettura freudiana del Misantropo. In questa tetralogia, Orlando aveva seguito due obiettivi distinti: quello di definire e interpretare le caratteristiche di scritture all’interno dei contesti storici (il teatro di Racine e quello di Molière, a cui erano dedicati il primo e il terzo libro), e quello di fondare una teoria generale della letteratura debitrice soprattutto di strutturalismo, marxismo e psicoanalisi (obiettivo più esplicito del secondo libro, ma anche degli scritti teorici contenuti nel saggio sul Misantropo). Fin dalla sua prima versione, Illuminismo e retorica freudiana ha rappresentato il compromesso più riuscito fra astrazione teorica e spinte analitiche, testo capace di accordare l’attenzione per l’universo dell’intimità alla cura dedicata alla storia, due termini che Orlando impiegherà direttamente nel suo studio dedicato al Gattopardo.(1)

Illuminismo, barocco e retorica freudiana si concentra su due momenti cardinali nella definizione dell’autocoscienza del moderno. Il libro fotografa un momento di svolta: se Freud e Lacan sono stati i modelli dominanti per Orlando fino alla metà degli anni Settanta, la sua attenzione si è progressivamente spostata su Ignacio Matte Blanco, il cui Inconscio come insiemi infiniti compare a Londra nel 1975. Lo slittamento è significativo: si resta in una dimensione «freudiana non-psicoanalitica»,(2) ma l’adozione di Matte Blanco costringe a rivalutare una serie di corollari su cui si fondavano i primi tre libri del ciclo e, più in generale, può aiutare a ridefinire i rapporti fra letteratura e psicoanalisi in una chiave attenta alla storia e alle forme letterarie. Se l’idea della letteratura come sede di un ritorno del represso resta costante, Illuminismo e retorica freudiana storicizza maggiormente il represso, aprendosi a nuove prospettive logiche, ermeneutiche e retoriche.

Amor che ne la mente mi ragiona

Amor cha nullo amato amar perdona 767x511 La redazione di LN si prende due settimane di pausa per le feste natalizie. Torneremo a pubblicare pezzi inediti il 13 gennaio 2020. Nel frattempo ripubblicheremo alcuni articoli dell'anno passato per i nostri lettori.

Fragili e spavaldi

Immaginare di mettere insieme poesia medievale e poesia del Novecento attraverso la mediazione della poesia scritta da un adolescente di oggi appare un azzardo. Se poi questo mélange è il sostrato da cui prende forma un video, allora i rischi sembrano moltiplicarsi in modo incontrollabile. Eppure, questo è accaduto qualche anno fa, nell’intensa collaborazione tra alcuni studenti di una classe quinta e quelli di una classe terza di liceo linguistico.

Tra le molteplici ragioni che mi hanno spinto a compiere questo attraversamento di classi e di programmi, la prima e la più importante è stata la richiesta da parte degli studenti di mettere a frutto le competenze costruite nella realizzazione di un video l’anno precedente. Ho dunque spezzato la linearità circolare del mio lavoro, che inesorabilmente si ripete anno scolastico dopo anno scolastico, e  ho invitato i ragazzi di terza ad anticipare alcuni argomenti di letteratura e un piccolo gruppo di studenti di quinta a recuperare la lirica amorosa di epoche già studiate.

Si è dunque costituito un gruppo di lavoro trasversale che ha cominciato a ragionare, forte della propria esperienza, su un nuovo percorso di studio.   

Rerum vulgarium fragmenta

Rispetto al canonico programma di una terza liceo ho raccontato una storia della letteratura incentrata sulla lirica d’amore, avvertendo i ragazzi che il nostro compito sarebbe stato costruire un’altra storia, derivata alla prima, dotata per noi di significato, ma capace di parlare ad altri, di essere cioè universale pur parlando del senso di esperienze individuali effettivamente vissute. Il nostro modo di raccontare  avrebbe dovuto stabilire una connessione tra le abitudini tecnologiche multimediali delle giovani generazioni e il patrimonio culturale consegnatoci dalla tradizione:  il ponte tra due sponde indubitabilmente distanti sarebbe stato il video, che avrebbe dovuto dare forma all’immagine verbale e mentale consegnataci dalla storia. Dunque avrebbe dovuto raccontare una storia dotata di memoria.

L’onnipotenza dei libri di testo (e degli insegnanti)

 

libri-scolastici-usati.jpg La cultura odierna pare sempre più fortemente caratterizzata dall’orizzontalità, una dimensione di per sé inversamente proporzionale alla profondità. L’ampliamento dei contenuti disciplinari, frutto di studi specialistici e di per sé non certo negativo, si coniuga infatti con l’accessibilità alle informazioni in internet creando un effetto moltiplicatorio, da cui non sono esenti i libri di testo. Il loro utilizzo da parte degli insegnanti non può prescindere dalle risposte a queste domande: che cosa scegliere all’interno dell’infinita vastità di proposte che presentano? Come garantire il possesso di conoscenze di base? Come trovare un equilibrio tra un procedere estensivo e il necessario approfondimento nel lavoro di classe? Come coniugare tradizione e innovazione? Due dimensioni a cui i libri di testo sono improntati : da un lato non possono non presentare ciò che gli insegnanti si aspettano di trovare in riferimento al loro bagaglio culturale, dall’altro si propongono lodevolmente di essere strumento del loro aggiornamento. Ma il destinatario, che di per sé determina i contenuti e la forma del testo, è chi insegna o chi deve apprendere? Non sarebbe più produttivo avere a disposizione un libro per gli insegnanti e uno per gli studenti?