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diretto da Romano Luperini

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Fuori cornice: tra scrittura e immagine. Rousseau le Douanier, un fanciullo nella giungla.

Henri_Rousseau_-_Myself-_Portrait_–_Landscape_-_Google_Art_Project.jpg Mi hanno sempre affascinato le vite dei pittori.

Credo che dipenda soprattutto dall'immagine della dedizione che associo direttamente a certi artisti – una questione, non lo nego, viziata probabilmente da una personale visione dell'arte ancora tutta proiettata dentro il Novecento. È d'altronde lo stesso motivo per cui trovo spesso respingente l'arte contemporanea, soprattutto nella sua dimensione performante. Ad attrarmi è la questione del corpo fuori dall'opera (non nel suo operare); il corpo come resto, trattato quasi alla stregua di un avanzo e perciò sacrificabile per più nobili scopi – come non pensare, qui, al famoso taglio dell'orecchio di van Gogh?

Nei diari dei pittori si sente spesso questo fuoco sacro, questa necessità dettata dallo spirito di sacrificio e dalla dimensione imprescindibile del lavoro, che passa per la padronanza della tecnica e per la scoperta. Si tratta dunque della necessità di mostrare la propria visione del mondo, di difenderla fino alla fine essendo disposti a pagarla anche a caro prezzo – non soltanto la povertà, ma anche il destino beffardo di essere riconosciuti postumi.

È stato questo ad esempio il destino di Henri Rousseau, detto il Doganiere, dalla cui parabola vorrei iniziare questa passeggiata tra la vita scritta di quegli artisti che definirei recidivi.

L'uso della parola, in Rousseau, è quasi sempre didascalico – e le didascalie, a volte in forma di filastrocca, accompagnano alcuni dei suoi quadri. In un'intervista pubblicata in «Comœdia» nel 1910 afferma:

«Ci vuole una spiegazione per i quadri, no? La gente non capisce tutto quello che vede».

Effettivamente nei suoi quadri c'è qualcosa di perturbante, a maggior ragione per chi viveva negli anni a cavallo tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, dominati ancora dall'Impressionismo. In una pagina autobiografica egli si definisce come «uno dei nostri (francesi, N.d.A.) migliori pittori realisti». La cosa è curiosa per due motivi: il primo, di ordine stilistico, visto che il presunto realismo di Rousseau sarà d'ispirazione per una serie di movimenti (il Cubismo, il Surrealismo e la Metafisica) che apparentemente sembrerebbero agli antipodi del realismo; il secondo di ordine biografico, perché Rousseau passerà tutta la sua vita a cercare di essere riconosciuto ufficialmente dalla critica dell'epoca.

Como, due preti, i poveri e una città

 

Migranti Como Como, 15 settembre 2020 ore 7.00: Don Roberto Malgesini viene trovato morto in piazza San Rocco. L’assassinio si è costituito subito: si tratta di Ridha Moumudi, un uomo tunisino di 53 anni, in Italia da 27, irregolare dal 2006. Quella stessa mattina avvicina il parroco mentre distribuisce le colazioni ai senzatetto, gli chiede aiuto per poi pugnalarlo alle spalle: all’origine del gesto il timore di essere rimpatriato.

Como 20 gennaio 1999 ore 15.30, Don Renzo Beretta viene soccorso dal suo vicario, morirà mezz’ora dopo all’Ospedale S. Anna di Como. L’assassino, dopo aver fatto perdere le sue tracce, verrà catturato in serata: si tratta di Abdel Lakhoitri, un uomo marocchino di 31 anni, senza permesso di soggiorno. All’origine del gesto il rifiuto da parte del parroco di consegnare 60000 lire per un biglietto del treno.

20 gennaio 1999 – 15 settembre 2020

Gli sciacalli si nutrono di morte, la celebrano e la trattano come fosse proprietà loro, fanno a pezzi i cadaveri e se ne servono gettandoli un po’ qua e un po’ là per i loro comodi.

In un attimo sono ripiombata in quel giorno di gennaio in cui la nonna picchiava la testa sul tavolo e strozzava il dolore in gola (al nord non si urla la morte -sta male-, la si fa esplodere dentro): “Al po mia vess, al po vess mia” (Non può essere, non può essere). Fuori suonavano le campane a morto, sul pianerottolo della casa parrocchiale stava una pozza di sangue. La Svizzera era a poche centinaia di metri; Como, la bella città sul lago, qualche chilometro più a sud, lontana: vivevo lì sulla frontiera.

Ventuno anni dopo, don Roberto esce dalla sua Chiesa di San Rocco, centro città, non il centro dei turisti affacciato sul lago, ma quello periferico, dei quartieri multietnici. È una mattina dell’anno disgraziato 2020, nella sua Panda ci sono le colazioni da distribuire ai senza tetto. Poco dopo le 7.00 suonano le campane a morto: don Roberto è a terra in una pozza di sangue.

Distopie letterarie e distopie reali: dall’algoritmo della maturità inglese a The Giver, Hunger games, Divergent

hunger games la ragazza di fuoco Ad agosto, chi non si sia concesso una meritata disconnessione estiva o non abbia prestato angosciata attenzione solo alle notizie sulla ripresa dei contagi da covid-19, avrà sentito, magari distrattamente, che nel Regno Unito gli studenti dell’ultimo anno delle superiori sono scesi in piazza per protestare contro le loro valutazioni finali, costringendo il governo a fare marcia indietro, o “inversione a U”, come si dice in inglese.

Poco altro è trapelato nel nostro Paese. La stampa britannica ha ovviamente dato una copertura ben più ampia alla vicenda; il Guardian, storico giornale di sinistra, le ha dedicato molti articoli e commenti: in uno di questi si riportava una storia che aveva tutta l’apparenza, ma solo l’apparenza, di uno di quegli episodi di cronaca che la stampa incornicia nella forma dell’aneddoto curioso. Ne era protagonista la diciottenne Jessica Johnson, che in un racconto distopico aveva “previsto” quello che è successo quest’estate.

Il virus e l’algoritmo

A marzo il governo di Boris Johnson aveva deciso di rinunciare agli esami conclusivi della scuola superiore, come precauzione di fronte alla pandemia. È stato perciò necessario trovare una forma alternativa di valutazione finale. L’agenzia incaricata della valutazione nel Regno Unito, Ofqual, ha così fatto ricorso a un algoritmo, con cui il voto dei singoli veniva calcolato anche sulla base di parametri come la media dei voti della classe e dell’istituto nel corso degli anni precedenti.[i] In questo modo il 40% degli studenti ha ottenuto uno, se non addirittura due voti in meno rispetto a quanto si sarebbero aspettati di ottenere, se fossero stati valutati dai propri docenti. In particolare sono risultati penalizzati gli studenti delle classi più numerose, contro le piccole, e dei contesti socio-economici più poveri, contro quelli più ricchi. Inoltre, dal momento che il voto finale delle scuole superiori incide sull’ammissione al college, molti studenti si sono trovati privati del diritto di andare all’università prescelta. Un vero e proprio epic fail, che ha costretto il governo inglese a correre ai ripari, riconoscendo agli studenti danneggiati il voto più alto che meritavano.

Perché leggere “I racconti del Pacifico” di Jack London

9788823523388 0 0 626 75 «Solo perché siamo malati, vogliono toglierci la libertà. Abbiamo sempre rispettato la legge, non abbiamo mai fatto niente di male, eppure vogliono metterci in prigione. Molokai è una prigione. E questo lo sapete. Niuli, quello laggiù, ha una sorella a Molokai da sette anni. Non l’ha più vista e non la vedrà mai più perché lei resterà lì fino alla morte. E non per scelta sua né di Niuli. L’hanno deciso i bianchi che governano il paese. Ma chi sono questi bianchi? Lo sappiamo ce l’hanno raccontato i padri dei nostri padri. Si presentarono qui come agnelli, con paroline dolci, e cos’altro avrebbero dovuto fare, visto che noi eravamo forti e le isole erano nostre? Paroline dolci, ho detto. Due generi di dolcezza: quella con cui chiedevano il nostro permesso, il nostro benevolo permesso, di predicare il verbo di Dio, e l’altra, quella con cui chiedevano il nostro permesso, il nostro benevolo permesso di commerciare con noi. Questo agli inizi. Oggi tutte le isole appartengono a loro, tutto il bestiame tutto. Quelli che predicavano la parola di Dio e quelli che predicavano la parola del Rum si sono associati e sono diventati i grandi capi. Vivono come re in case con molte stanze e una moltitudine di servi che si prendono cura di loro. Quelli che non avevano niente hanno tutto e se voi, o io, o qualsiasi Kananka, moriamo di fame sorridono e dicono: ‘Bene, perché non lavorate? Ci sono le piantagioni’»

Koolau tacque. Sollevò una mano e con dita contorte e nodose si tolse la splendida corona di fiori di ibisco poggiata sui suoi neri capelli. La luna illuminava di luce argentea la scena. Era una notte tranquilla, di pace, anche se tutti quelli che gli stavano intorno e ascoltavano sembravano scampati a una battaglia. Avevano facce leonine. Qui, dove sarebbe dovuto esserci un naso, s’apriva una crepa e là, dove una mano era marcia e caduta, si levava un moncherino. Erano, tutti e trenta loro, uomini e donne al di là di ogni limite, perché gli era stato impresso il marchio della bestia. Inghirlandati di fiori, se ne stavano accoccolati là nella notte profumata e luminosa, e dalle loro labbra uscivano suoni sgradevoli e dalle gole approvazioni roche al discorso di Kolau. Un tempo quelle creature erano stati uomini e donne, ciò che non erano più, essendo ormai mostri, grottesche caricature, nel viso e nel corpo, di un essere umano. Storpie e orribilmente mutilate, avevano l’aspetto di chi ha patito per millenni l’inferno: le mani, quando le avevano, erano zampe artigliate: i volti erano straziati e storpiati da un dio pazzo che aveva armeggiato col macchinario della vita. E a questo e a quello lo stesso dio pazzo aveva addirittura cancellato i lineamenti. Una donna piangeva lacrime bollenti che scorrevano giù da due buche dell’orrore, là dove un tempo c’erano stati gli occhi. Alcuni soffrivano e dal petto uscivano gemiti di dolore; altri tossivano, e il suono era lacerante, come quello di un tessuto strappato. Due erano idioti, due scimmioni sfigurati, ma forse persino una scimmia sarebbe stata un angelo al confronto. Grugnivano e ghignavano, lì nella luce lunare, incoronati di fiori dorati e appassiti. Uno dei due, con un gonfio lobo d’orecchio che gli sbatteva sulla spalla, colse un magnifico fiore arancione e rosso scarlatto e se ne decorò il mostruoso orecchio, che sbatteva ad ogni movimento.

E su queste cose, su questi esseri, era re Koolau.

 Koolao il lebbroso, tratto da I racconti del Pacifico, Guanda editore.

Per una rilettura di Giovani di Federigo Tozzi

gut 1 Il loro tempo passato s’era staccato tutto da loro; ed elle s’erano avvizzite come se non avessero più potuto riceverne le linfe. (…) Ma ora gli anni erano sempre eguali; e tanto l’una che l’altra vivevano soltanto di quel che avveniva durante una giornata (Le pigionali, p.213).

Benedetto aveva finito tutte le elementari; e, non avendo bisogno di lavorare, passava le giornate addirittura senza far niente (…). Egli era vantato per il più elegante del paese (…). Leggeva Petrarca e faceva qualche sonetto: altri libri, del resto, non gli erano né meno capitati (I pittori, pp.231-232).

Ella (…) ingrassava sempre di più, con un nido di nèi in una guancia: certi nèi cicciolosi e rossi come ciliegie mature. E di sposi non gliene capitò più. Quando s’accorse che ormai gli anni erano passati, ella conobbe in quale inganno era stata tenuta: fu una rivelazione così brutale che si ammalò e perse per sempre la salute (Una figliola, p.293).

Orazio Civillini aveva fatto tardi in città, preso dal bisogno d’incontrare qualche amico a cui avesse potuto raccontare la vita che ora faceva tutti i giorni, da tre anni, alla sua fattoria. Passava tra la folla un poco pensoso, distratto; lasciandosi spingere da un senso di sogno indefinibile, che gli piaceva tanto (L’ombra della giovinezza, p.360).

Una scrittura fortemente pianificata

Con la raccolta di novelle Giovani si è inaugurata nel novembre del 2018 l’edizione nazionale dell’opera omnia di Federigo Tozzi per la Biblioteca Italiana Testi&Studi delle Edizioni di Storia e Letteratura. Il lavoro è curato da Paola Salatto, che firma anche la scrupolosa introduzione, preceduto dalla presentazione di Riccardo Castellana (direttore del Comitato scientifico) e dalla prefazione di Romano Luperini (presidente del Comitato).

Tutto e subito? Riflessioni post-DaD sulla didattica della scrittura

 

escher 2 Quando, sei anni fa, ho iniziato ad insegnare italiano nel triennio di un liceo linguistico, ho impostato – ligia anche alle indicazioni del mio Dipartimento – un percorso di didattica della scrittura che prevedeva di cominciare, in terza, dall’analisi del testo letterario (magari con un breve ripasso mirato di riassunto e parafrasi, se necessario), per poi introdurre, alla fine dell’anno o all’inizio della quarta, le tipologie più propriamente argomentative (allora saggio breve/articolo di giornale e tema).

Nel breve giro di un paio d’anni, però, complice sia il variare delle classi, sia la mia crescente insofferenza verso tipologie così rigidamente imbrigliate, mi sono resa conto che qualcosa non andava: nonostante il lavoro in classe e il tempo speso nella correzione degli elaborati, la qualità media della scrittura dei miei studenti rimaneva piuttosto bassa.

Crisi da DaD

L’anno scolastico da poco passato è stato quello della rottura, complice una nuova terza potenzialmente molto valida, ma con pochissimo lavoro di scrittura alle spalle nel biennio. Nonostante io avessi dedicato, per tutto il primo trimestre, un numero di ore più consistente del solito al lavoro in classe, i risultati sono stati decisamente deludenti: enormi difficoltà nella strutturazione di  testi coerenti e coesi, errori madornali nella gestione dei modi e dei tempi verbali e delle subordinate, scorrettezze morfologiche e lessicali, trascuratezza ortografica – anche da parte di studenti e studentesse capaci di sostenere in modo più che soddisfacente un’interrogazione di letteratura.

Venerdì 21 febbraio 2020 sono uscita da scuola dopo aver infilato in borsa un plico di analisi del testo, appena ritirate: avevo in mente di iniziare a correggerle immediatamente dopo il ponte di Carnevale, e di restituirle nei primi giorni di marzo. Ovviamente, non potevo immaginare che sarebbe successo quello che è successo.

Appunti di lettura, Lontano da Roma di Pablo Montoya

 

lontanodaroma Tendo lo sguardo all’orizzonte. In lontananza si precipita un gabbiano. Sotto il suo volo il mare sorge come un’esaltazione grigia. Poi appare la nave. Al di là delle vele un sole si eclissa tra vaghi splendori. Spuntano uomini, e le loro grida affollano il porto di Tomi. […] Guardo di nuovo il mare, e le onde sembrano il sospiro di un dio immortale ma stanco. Da giorni cade una pioggia fitta.

Le righe sopra riportate sono l’incipit di Lontano da Roma (trad. Ximena Rodriguez Bradfor, Castelvecchi 2020) di Pablo Montoya, l’io narrante che contempla il mare all’orizzonte è Publio Ovidio Nasone, esule a Tomi. Qui è necessario da subito fare una prima riflessione, il romanzo di Montoya non è il solito romanzo storico su un dato periodo, anzi a essere precisi quello dell’autore colombiano non è in nessun modo ascrivibile né al romanzo storico né alla biografia romanzata. 

Montoya scarnifica al massimo l’ambientazione romana, tralascia quasi completamente il pettegolezzo del “carmen et error” che condusse il poeta delle Metamorfosi esule in terra di Romania, non si preoccupa volutamente degli intrighi di corte e gelosie, mette in secondo piano anche la ricostruzione oleografica e accattivante che uno scrittore mediocre avrebbe usato per attirare l’attenzione del lettore, e  centra la sua attenzione sull’analisi dell’interiorità del poeta, tramite una scrittura evocativa, in cui si avverte la necessità - direi naturale, vista anche la brevità icastica della frase - di un “andare a capo”, il tentativo di una versificazione nascosta, una musica, una scelta delle immagini più per suono che per senso. Insomma verrebbe da dire che quello di Montoya più che un romanzo è un poemetto lirico, tanto da potercelo figurare come l’ultima postuma elegia che Ovidio stesso aggiunge alle sua Tristia, quella che scritto molte volte nella sua mente e che solo in punto di morte riesce a dettare.

C’è nel libro di Montoya una sapiente architettura, un gioco di contrasti tra luce e buio, tra disperazione e quieta accettazione del proprio destino. La parabola, più che la trama, del romanzo è tutta qui. Rileggiamo l’incipit riportato: il mare bagnato dalla pioggia, un cielo oscuro e ostile, un uomo che guarda il mare e si sente come una nota di sorda disperazione, di solitudine completa e totale; a questo si oppongano le righe finali del testo

“Caducando altresi ex tunc”, ovvero del nascondere un disastro sotto le minacce del latinorum

Azzeccagarbugli In un paese decente il 1 settembre 2020 dell’era epidemica tutti i docenti di ruolo e supplenti sarebbero stati in servizio. Due, tre giorni dopo le scuole avrebbero conosciuto l’“organico covid”. Sarebbe stata una condizione necessaria seppur non sufficiente per avviare l’anno scolastico con serenità. A questo scopo, credo che la soluzione ideale sarebbe stata quella di congelare i posti del 2019-2020, garantendo a ciascun istituto il ritorno in cattedra degli stessi supplenti dell’anno precedente, anche perché quest’anno scadevano le graduatorie triennali d’istituto. Infausta coincidenza. Certo, questo avrebbe scontentato quanti quest’estate hanno poi aggiornato il proprio punteggio, ma si tratta di un anno eccezionale e sarebbe stato il caso di pensare al buon funzionamento del sistema.

Si è invece deciso di procedere all’aggiornamento. Va bene. Buttiamo il cuore oltre l’ostacolo e fingiamo di credere che la macchina burocratica che ogni estate si mette in moto per gestire trasferimenti, passaggi di ruolo e di cattedra, assegnazioni provvisorie, supplenze, … potesse farcela in condizioni di emergenza, quando è farraginosa già in condizioni “normali” (ma in Italia l’eccezione e la reiterata gestione dell’emergenza sono la norma). Avete sospeso l’incredulità? Bravi. Ora aggiungete la luccicante novità informatica: domande non più cartacee, ma su una piattaforma digitale. Ottimo, si dirà: sarà tutto automatizzato, rapido e indolore. Piano. Lanciate il lazo, riacciuffate il cuore al di là dell’ostacolo e riportatelo al di qua: è stato un mezzo disastro. Gli errori nelle graduatorie sono stati oltre 40mila: punteggi gonfiati, persone iscritte in classi di concorso non spettanti, punteggi per titoli di servizio addirittura negativi, …

Avendo una certa esperienza nella compilazione delle graduatorie, per il lungo precariato, sono persino disponibile ad ammettere che non sia tutta colpa del sistema informatico o degli Uffici scolastici. Da sempre, per i precari che fanno domanda, orientarsi tra decreti e decretali, note ed ordinanze, contrordinanze e contraddanze, faq del Ministero e di siti specializzati, è assai difficile. È faticosissimo ritrovare il proprio ago nel pagliaio di equivoci, chiarimenti, confusioni, interpretazioni contrastanti, enunciazioni ambigue, che confondono non di rado gli stessi sindacalisti cui i precari si rivolgono per assistenza. Tutto ciò moltiplica il rischio di errori. Ci sarà certamente anche qualche furbo che spera che la sua dichiarazione mendace passi inosservata in tanto bailamme. Ci sarà anche qualche sprovveduto che compila le domande senza nemmeno aver letto decreti e decretali, note ed ordinanze, contrordinanze e contraddanze, faq. Sta di fatto che quest’anno la débâcle è stata imbarazzante. Ma è il finale che è grottesco.

Marginalità e piccole patrie in Rigoni Stern e oggi

mariorigonistern Ho passato l’estate a leggere romanzi contemporanei italiani (da Veronesi a Durastanti, Covacich, Perrella, Terranova, Vicari, Bazzi…), afroitaliani (Igiaba Scego) e americani (Whitehead, una mezza delusione nonostante il Pulitzer), ma nessuno mi ha dato l’emozione e la gioia di un vecchio libro di Rigoni Stern, regalatomi in agosto da un amico, un dolce amico avrebbero detto gli antichi latini. Si tratta di due racconti lunghi accomunati dall’argomento: contadini e montanari in una terra fra i monti, marginale e di confine, fra Italia e Austria: Storia di Tönle e L’anno della vittoria,  il primo del 1978, il secondo del 1985, ma riuniti in volume unitario da Einaudi già nel 1993. E in effetti L’anno della vittoria, quello immediatamente successivo alla conclusione della prima guerra mondiale, sembra la continuazione ideale di Storia di Tönle, che termina con la morte del protagonista alla fine del 1918.

Nei due racconti gli abitanti della piccola patria non parlano fra loro né italiano né veneto né tedesco, ma un’”antica lingua” (come vi si legge) più vicina al tedesco che all’italiano (ma con qualche influenza anche del ladino, se non erro). E tuttavia i protagonisti conoscono bene, e speditamente parlano, italiano, tedesco, veneto. E si capisce: il protagonista, per esempio, è italiano ma ha fatto il soldato nell’esercito dell’impero austroungarico agli ordini di un ufficiale certamente anche lui italiano, il maggiore Fabiani, e pratica il piccolo contrabbando di nascosto alla polizia di frontiera dei due stati, ma talora anche con il suo interessato accordo, e vive per alcuni anni facendo il venditore ambulante (vende stampe iconografiche, che diffondevano nel centro Europa la lezione dei grandi maestri della pittura italiana) in Boemia, Austria, Polonia, Ungheria mentre alcuni suoi amici e conterranei si spingono sino ai Carpazi, all’Ucraina e alla lontana Russia. Sono certo contadini e montanari, ma sanno leggere e scrivere e conoscono Vienna, Cracovia, Praga,  Budapest, oltre naturalmente a Venezia, Belluno, Trento. La loro piccola patria non conosce confini: è il luogo della casa e della famiglia, dei parenti, degli amici e dei morti, a cui il protagonista sempre fa ritorno dopo ogni viaggio; ma è una patria aperta al mondo, senza angustie e senza limiti, una patria dove ancora le stagioni dell’anno scorrono con il ritmo della natura annunciato dal canto e dal volo degli uccelli, dal succedersi dei raccolti e dalla trasformazione delle piante. In questa terra l’unico vero nemico è la miseria contro cui lottano tenacemente in modo solidale tutte le famiglie.

Educazione civica: nonostante tutto un’opportunità

costituzione gazzetta Alla fine sono arrivate. Il 22 giugno scorso, mentre gli istituti superiori erano alle prese con l’Esame di Stato (vorrei ancora chiamarla Maturità) sono state emanate dal Ministero dell’Istruzione le Linee guida per rendere operativo dal prossimo anno scolastico l’insegnamento dell’Educazione civica come da legge n. 92 del 20 agosto 2019. Tralasciando di commentare le tempistiche e di lamentare il silenzio sulla questione nel dibattito pubblico di queste settimane (del resto anche chi non lavora nella scuola ha capito che altre sono le priorità dei tempi) vorrei condividere alcune riflessioni nate sul campo, dal confronto coi colleghi che compongono il gruppo di lavoro della mia scuola, un liceo della provincia vicentina con sei indirizzi di studio.

La “nuova” materia

A settembre, con l’avvio di un anno che, fuor di retorica, sarà molto probabilmente il più difficile nella storia della scuola repubblicana, gli istituti di ogni ordine e grado si troveranno di fatto a dover inserire nei loro curricoli una “nuova” materia. Le virgolette sono d’obbligo dal momento che, come ha ricordato Marco Balzano sul «Corriere della sera» del 10 luglio scorso, la materia sulla carta è presente da decenni nella scuola italiana ed è stata strutturata dal 2008 come Cittadinanza e Costituzione. Allora si tratta del solito cambio di nomi per designare le stesse cose? Non esattamente, perché all’interno delle Linee guida e dei relativi allegati ci sono suggerimenti, indicazioni e prescrizioni che puntano a rendere tale insegnamento, finora sostanzialmente lasciato all’autonomia dei docenti, una disciplina vera e propria. In sintesi ecco i capisaldi della nuova normativa:

  1. strutturazione dell’orario di insegnamento, non inferiore alle 33 ore annue. Le scuole per ottenere tale insegnamento potranno avvalersi dell’organico dell’autonomia, ovviamente rientrando nei quadri orari nazionali, senza spese aggiuntive e senza incrementi di personale;
  2. affidamento dell’insegnamento, per le superiori, ai docenti di discipline giuridiche ed economiche qualora presenti nel curricolo, in alternativa a docenti incaricati;
  3. trasversalità dell’insegnamento con conseguente coinvolgimento di più docenti e più discipline;
  4. valutazione periodica e finale degli apprendimenti, per le superiori con voto in decimi che farà media con gli altri.

Completano gli allegati due quadri proposti come competenze (in realtà, specie per l’allegato C, si tratta di un misto conoscenze-competenze) da raggiungere al termine del primo e del secondo ciclo di istruzione. Quanto ai contenuti da inserire, c’è molto, moltissimo: dalla Costituzione all’educazione ambientale, dalla partecipazione al dibattito culturale alla cittadinanza digitale, dal coinvolgimento nella vita pubblica alla tutela delle eccellenze produttive. L’ampiezza è, secondo le intenzioni, funzionale alla valorizzazione di quanto già in essere. Si parla infatti di «far emergere elementi latenti negli attuali ordinamenti didattici e di rendere consapevole la loro interconnessione».

La storia non è magistra di niente che ci riguardi, ne siamo pure un po’ vittime e la colpa è degli altri

118668709 664450281146515 8283394097398438953 n   117168345 3279753325379719 4569069577337483212 n

Da qualche tempo circola in rete questo meme, che è la traduzione, tutt’altro che letterale, di quest’altro in inglese. 

Le due vignette, che per ora considererò omologhe, sono una ‘variazione sul tema’ di una frase che circola spesso adespota, ma la cui paternità è certa, perché si legge in un’opera del filosofo George Santayana (1863-1952), The Life of Reason. La frase recita: «Those who cannot remember the past are condemned to repeat it» («Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo»: chiamerò questa versione O, originale).

Basta un primo colpo d’occhio per notare che nei meme la citazione non è letterale. Vorrei soffermarmi sulle trasformazioni che essa ha subito, perché mi pare che siano la manifestazione puntuale, il sintomo, di un soggiacente mutamento del nostro inconscio politico collettivo, da qualche decennio a questa parte, nella direzione di un crescente vittimismo. Citerò le frasi in inglese, perché le oscillazioni del testo compaiono già in quella lingua, tralasciando il riflesso sulle traduzioni italiane.