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Vanni Santoni - Storia delle mie copertine / 4

vanni Comincio con un ringraziamento a Morena Marsilio e a “La letteratura e noi”: mi fa molto piacere essere invitato a raccontare la storia della mia ultima copertina – quella, quindi, dell’Impero del sognoperché per arrivarci devo raccontare anche la storia di tutte le altre, ed è stato utile anzitutto per me fare il punto in merito. Credo inoltre che questa vicenda possa risultare di un qualche interesse anche per i lettori, essendo la storia di due avvicinamenti: quello di uno scrittore al mondo editoriale, e quindi anche a quel “peso autoriale” che permette di aver voce in capitolo rispetto all’aspetto che avrà il volume, e quello dei miei romanzi a dei paratesti che li rappresentassero veramente.

La prima parte di questa storia è, parafrasando Mako in Conan il barbaro, “una storia di dolore”, solo che ero troppo giovane e ingenuo per rendermene conto: il mio libro d’esordio, Personaggi precari, esce nella sua prima versione nel 2007, grazie alla vittoria di un concorso per debuttanti, e si ritrova addosso una copertina con due scarpe simil-Converse sciupacchiate, a simboleggiare, immagino, il fatto che era un libro scritto da un “giovane autore”. Non ci feci granché caso, sia perché non sapevo molto di editoria e narrativa contemporanea – venivo da una rivista autoprodotta e fin lì avevo letto solo classici – sia perché ero già abbastanza contento di esordire, dopo una vittoria precedente tradita (ne racconto la storia qui), e svariate porte sbattutemi in faccia successivamente. E facevo bene, possiamo aggiungere oggi, a non crucciarmi, sia perché Personaggi precari avrebbe avuto successive incarnazioni con copertine più dignitose, sia perché il peggio doveva ancora arrivare, e ancora una volta non me ne sarei accorto se non quando era troppo tardi. 

Da Piombino all’Inghilterra. L’epica working class di Alberto Prunetti

schermata 2018 04 05 alle 08.59.51 Margaret Thatcher non è Margaret Thatcher. È “Maggie”, è la dea Kali, è un’anima precipitata in Malebolge, è il lovecraftiano Cthulhu, mostro ancestrale venerato da un popolo degenere dedito a sacrifici umani. Il protagonista di 108 metri. The new working class hero (Laterza, 2018), alla ricerca di un lavoro come pizzaiolo in Inghilterra, tenta di placare la divinità feroce e vendicativa con una formula apotropaica: «Margherita, la pizza in onore di Margaret Thatcher. / Margherita, la pizza in onore di Margaret Thatcher. / Margherita...». Maggie-Cthulhu sembra essere soddisfatta e gli concederà non solo di servire pizze ai sudditi di Sua Maestà, ma anche di sturare cessi in un centro commerciale e di spiattellare un’immangiabile sbobba in una mensa scolastica. 

Quando Napoleone compare in scena in Guerra e pace, non è il Napoleone storico (e degli storici: che devono analizzare, distinguere, ponderare), eppure è anche il Napoleone storico: è una figura dell’impronta psicologica che un grande personaggio lascia nell’immaginario di noi che, entusiasti o annichiliti, subiamo gli effetti delle gesta con cui questi Grandi (chi vuole aggiunga delle virgolette) vogliono consegnarsi alla posterità. La Lady di Ferro di Prunetti è un totem su cui proiettare tutta l’incertezza esistenziale e professionale degli ultimi tre decenni di politiche neoliberiste e anti-keynesiane. Privilegio della letteratura è garantirci un risarcimento simbolico che la storiografia non può darci: il protagonista, tornando in Italia, cercherà di sfuggire alla caccia al topo della «corporation globalizzata il cui nome demoniaco era Cthul Ltd. […] Il mostro dalla testa di polpo, Cthul, Das Kapital, Moloch, l’Entità, l’orrore gelido e silenzioso, il fantasma della Lady di Ferro», ma è una fuga impossibile. Eppure questa potente e terrificante figura lovecraftiana dà corpo alle nostre paure e, come le fiabe, ci conduce a una minima ma purissima catarsi.

Montale meccatronico

len 2018 04 11 18.56.32 Mi hanno chiesto la parola

A inizio maggio entro di lunedì mattina nella mia quinta meccatronica, tutta maschile, tutta tornio biella pistone, tutta sogni di ferro Alfa Romeo Giulia e Golf GTI. Entro e come ogni anno in questo periodo, dopo sgobbate più o meno subite tra Pirandello, Ungaretti, Svevo, mi si para davanti come una sberla la parete verticale di Montale. La settimana precedente ho già iniziato ad attrezzare l’improba scalata: vi racconto la vita, di Arletta-Mosca-Clizia-Volpe («ma come ha fatto professò, questo è brutto come na’ disgrazia»), il Nobel («chi l’aveva vinto l’anno scorso professò?», «Ishi… Dylan, due anni fa l’ha vinto Bob Dylan», «Ah. E chi è Bobbedilàn? Mai sentito», «Non ci credo», «Mai», «Nessuno di voi?». Nessuno). Vita, donne, Nobel, per ritardare un po’ la musata al varco dei testi: le parole, le formule, le sillabe storte. Quelle che noi imparammo a non chiedere più, ma che la mia quinta meccatronica (tutta maschile, tutta tornio biella pistone, tutta sogni di ferro Alfa Romeo Giulia e Golf GTI) mi chiederà, eccome se me le chiederà, anzi pretenderà di fargliele capire («e se poi ce esce all’Esame professò?»), il tutto non appena avrò intimato loro: «aprite il libro di Letteratura a pagina 360».

Helena Janeczek – Storia della mia copertina: La ragazza con la Leica /3

Taro calze Nella mia testa, la copertina di La ragazza con la Leica esisteva da tempo. Era una foto che Robert Capa aveva fatto a Gerda Taro, una che amo tanto da averla incorporata nel romanzo. «E poi c’era un’altra foto dove Gerda tirando su una calza faceva una smorfia delle sue. Tutto, si vedeva: la coscia esibita, il letto in disordine, i fiori della tappezzeria d’albergo delabré, una bottiglia di pastis, una vestaglietta a kimono appesa dietro il lavabo.» (H. Janeczek, La ragazza con la Leica, Parma, Guanda, 2017, pag.226).

Per me quell’immagine riassumeva molti elementi centrali del romanzo: l’atmosfera bohémienne dell’esilio parigino e, soprattutto, la personalità di Gerda che, combinando la posa maliziosa a un’espressione buffa, esprime una voglia di scherzare più forte del desiderio di apparire soltanto seducente. La mia proposta fu bocciata dall’editore. A suo parere, la smorfia distorceva il volto di Gerda al punto di renderla poco attraente per chi non avesse mai visto altri suoi ritratti. Mi resi conto che era una critica fondata e, inoltre, l’immagine era troppo visivamente “piena” per poter fungere da copertina.

A quel punto, non sembrava più sicuro che si trovasse una foto veramente adatta. Un ritratto privo del contorno di elementi narrativi rischiava di comunicare che il libro fosse una biografia tradizionale nonostante il titolo ispirato a una foto di Alexandr Rodčenko del 1934 (proprio l’anno in cui Gerda Taro conosce il futuro Robert Capa), Girl with a Leica.

Recensione a «La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea» di Gianluigi Simonetti

download I libri che oggi leggiamo ci dicono molto del contesto storico-culturale in cui viviamo. Lo ha capito sicuramente Gianluigi Simonetti, che da anni studia il panorama letterario italiano contemporaneo cercando di usare i testi come indicatori di fenomeni e di trasformazioni che avvengono al di fuori del campo letterario stesso. Proprio questo approccio critico guida e struttura La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea, edito da Il Mulino e apparso da poche settimane in libreria. Questo saggio rappresenta il coronamento di almeno un decennio di studio sul campo, visto che – lo dice Simonetti stesso – le sue idee portanti e le sue considerazioni più innovative sono state precedentemente collaudate in numerosi interventi apparsi in riviste e volumi miscellanei dal 2008 al 2017. In effetti, La letteratura circostante è anche il titolo della rubrica tenuta per Il Sole 24 Ore tra il 30 luglio e il 2 ottobre dello scorso anno, uno spazio che ha permesso a Simonetti di introdurre i lettori del quotidiano ad alcune tematiche che ritroviamo oggi nell’indice del libro complessivo: le scritture di frontiera, il ritorno dei generi, la narrazione degli anni di piombo, il fascino esotico delle periferie e, più in generale, la tendenza di molta narrativa odierna ad essere sempre più veloce e sempre più ibrida.

La libertà di coscienza

piojrL o 400x400 L’autore di questo articolo è Oriol Junqueras, leader del partito catalano Esquerra Republicana de Catalunya. Era vicepresidente del governo regionale catalano nel momento in cui, in seguito al referendum del 1 ottobre 2017 e della proclamazione dell’indipendenza, è stato arrestato e rinchiuso in un carcere di Madrid. Da sei mesi vi è detenuto (insieme ad altri ministri del disciolto governo) con l’accusa di ribellione-sedizione contro lo stato, in attesa di un processo. Si tratta dunque di una prigionia preventiva, che ha escluso i principali leader dei diversi partiti indipendentisti dalla campagna per le elezioni politiche volute dal primo ministro spagnolo Mariano Rajoy nel dicembre scorso. Le elezioni hanno egualmente attribuito la maggioranza assoluta dei seggi allo schieramento indipendentista.

Le accuse contro Junqueras e gli altri ministri imprigionati sono state ritenute infondate da vari paesi europei, fra cui recentemente la Germania, che si è rifiutata di estradare per lo stesso reato il presidente Carles Puigdemont in esilio; esperti di diritti umani dell’ONU hanno manifestato preoccupazione, mentre Amnesty International e altre organizzazioni internazionali attente ai diritti civili parlano apertamente di prigionieri politici.

La questione catalana costituisce una delle più inquietanti rimozioni politiche dell’Europa di questi anni, e rivela la fragilità del sistema politico europeo, la inattendibilità dei mezzi di informazione, il disinteresse di politici e di intellettuali. Si leggono sui giornali italiani, in particolare, notizie parziali e scorrette ricopiate dai grandi quotidiani spagnoli, allineati sulla verità dettata dal governo di Madrid e dal presidente Rajoy (dure critiche alla radiotelevisione pubblica spagnola si possono leggere negli ultimi report dell'International Press Institute). 

Marco Balzano, Resto qui. Storia della mia copertina / 2

9788806237417 0 0 0 75 Soglia di accesso ai testi, “il vestito dei libri” (J. Lahiri) è luogo di intersezione privilegiata fra immagine e scrittura. Da un'idea di Luca Ricci, che ha inaugurato la serie con il suo ballon d’essai, prende avvio, con uno scritto di Marco Balzano e continuerà nelle prossime settimane, un ciclo di interventi d’autore riguardante la storia delle copertina dei loro libri.

Si sa che la copertina è l’ultimo passo prima di chiudere un libro e mandarlo in stampa. Prima ci sono le discussioni, il più delle volte estenuanti, sul titolo. Questo romanzo è un caso particolare perché la copertina era in qualche modo “telefonata”. La storia, infatti, è quella di un paese sommerso, Curon Venosta, in Sudtirolo, a pochi chilometri dal confine svizzero e austriaco. Il campanile che torreggia sull’acqua di quello che sembra un lago e che invece è una diga dismessa colpisce chiunque passi di là. È un’immagine che a prima vista desta meraviglia – a me sembrava di entrare in un quadro di De Chirico – per poi lasciare spazio a un’inquietudine crescente. Si realizza che se lì c’è un campanile attorno doveva esserci stata una comunità, donne e uomini, radici. Allora ci si sporge dal pontile e, se si è fortunati, si intravedono ancora le fondamenta dei masi, l’erba scura e la sabbia. Non abbiamo mai avuto dubbi che la copertina dovesse avere questa immagine. Piuttosto siamo stati indecisi se inserire anche un pontile e lasciare il campanile sullo sfondo. Il pontile, è vero, avrebbe dato più profondità all’immagine, rendendola quasi tridimensionale e prendendo per mano il lettore per portarlo in quel cosmo sconosciuto. Ma avrebbe anche ricordato le frotte di turisti che lo usano per farsi un selfie, come se quel reperto a cielo aperto fosse una banale attrazione turistica e non un relitto di una distruzione violenta, non il resto di un progresso antidemocratico, dissennato e nemmeno lungimirante visto che la diga è diventata, appunto, un paradossale luogo del turismo di massa. E poi quell’elemento isolato, senza tracce di presenza umana, comunica un’inquietudine senz’altro maggiore. Chi lo guarda si chiede cos’è questa immagine, se è reale o se è un fotomontaggio. Chi conosce il luogo, invece, da quel lago di lacca su cui campeggia la punta di una chiesa, ritrova qualcosa, coglie un’atmosfera sospesa, la stessa con cui si apre il libro.

Etica e letteratura. Prospettive, resistenze, sguardi leopardiani

len 20160511 0021 gabbiani Emozioni e politica: il bello e l’utile della letteratura                                                Nell’ambito della cultura umanistica contemporanea un nuovo interessante settore di ricerca guarda da vicino ai rapporti tra etica e letteratura. Si tratta di un indirizzo di studio nato principalmente nel mondo accademico statunitense negli ultimi decenni del XX secolo e che alimenta ancora oggi un importante dibattito critico. Esso tende in sostanza ad assegnare un «valore sociale positivo» al fatto di natura artistico-letteraria, legandolo alle dinamiche eterogenee del presente. Le due discipline, una d’ambito filosofico e speculativo (l’etica), l’altra di tipo linguistico-storico (la tradizione letteraria, appunto) mantengono una specifica fisionomia, eppure intrecciano spesso le differenti sfere d’azione in un rapporto in realtà  molto complesso e, a tratti,  antitetico: ci si chiede infatti come possa l’individualità creativa propria di attività libere come lo scrivere, il leggere o l’interpretare un testo letterario, coniugarsi con le scelte, le responsabilità e le norme, morali e civili dell’uomo. Specialmente guardando ai postumi di un periodo storico che – come ci ricorda Ceserani in Raccontare la letteratura – pullula di una miriade di testualità non letterarie «che trasmettono e diffondono conoscenze, immagini della realtà e del mondo»?

All’interno delle prospettive critiche messe a punto negli ultimi anni spicca l’esperienza portata avanti dalla neo aristotelica americana Martha Nussbaum, la quale declina in senso politico concetti quali la forza dell’immaginazione, il cosmopolitismo, le differenze di genere, le identità, le emozioni e l’educazione, connettendoli alla forte valenza attualizzante che possono avere gli studi classici oggi: soprattutto per quel che concerne il rapporto diretto tra istruzione pubblica e cittadinanza.  L’insegnamento della filosofia antica, dell’arte e, soprattutto, della letteratura nelle scuole di ogni ordine e grado svilupperebbe nel concreto – scrive infatti Nussbaum – «le capacità di giudizio e sensibilità che possono e devono essere espresse nelle scelte effettuate dal cittadino». Inoltre verrebbero fuori dal singolo individuo caratteristiche e qualità come la capacità di scelta, l’autonomia critica e l’attitudine figurativa, promosse rispettivamente dal ragionamento socratico e dall’immaginazione narrativa, addensata nelle trame di opere antiche e moderne.

Vendetta o pace, ovvero della violenza (sui docenti, ma non solo)

len 20160524 0006 Un film

C’è un bellissimo film, In un mondo migliore, uscito nel 2010, per la regia di Susanne Bier. Il titolo danese, però, suona molto diverso: Hævnen, “vendetta”. La nostra traduzione sceglie di valorizzare l’aspetto consolatorio di un lieto fine che effettivamente c’è, rispetto a un titolo originale che  stende un velo d’ombra sullo scioglimento. Il tema del film, in effetti, è una riflessione sulla vendetta e il perdono, la violenza e il pacifismo, e il dubbio intorno alla priorità ontologica fra bene e male.

Hævnen è ambientato in una Danimarca linda, solo apparentemente serena, e in un’Africa polverosa e ferina: su tutti e due i continenti, una natura bellissima e leopardianamente indifferente. La storia dell’amicizia tra Christian e Elias è intrecciata a quella del padre del secondo, Anton, medico internazionale impegnato in missioni umanitarie. Elias è un adolescente educato e indifeso, vittima delle angherie dei compagni; lo stillicidio di piccole violenze che subisce, mai eclatanti, sfugge alle maglie troppo larghe della rete educativa: gli insegnanti psicologizzano – Elias ha difficoltà di relazione, il capo dei bulli è in fondo solo un ragazzo, Anton e la moglie stanno per separarsi e il figlio ne risente –; la preside si fa bastare una buona educazione di facciata tra gli studenti; Anton, che è un padre amorevole e autorevole, perde però progressivamente il contatto con il figlio. 

A scuola arriva Christian, che nota subito il ruolo di vittima designata di Elias e proprio per questo stringe con lui un forte legame d’amicizia. Anche Christian subisce un’aggressione, ma reagisce in modo ben diverso da Elias. In lui il recente lutto per la perdita della madre si è convertito in una profonda rabbia esistenziale e in una filosofia cinica: «se colpisci duro la prima volta, nessuno oserà più toccarti». Così difenderà Elias e vendicherà se stesso minacciando con un coltello il capo dei bulli, che da quel momento lascerà in pace i due ragazzi.

Paternità

the death of casagemas 2 Durante una presentazione a Umbria libri, Walter Siti ha indicato come causa reale e profonda delle reazioni polemiche a Bruciare tutto non tanto la questione pedofilia o la presunta distorsione della figura di don Milani, quanto la non accettazione del racconto del suicidio finale del bambino. In quella sede Siti ha affermato che però o la letteratura ha il coraggio di sondare anche quel territorio estremo del male o è condannata all’irrilevanza. Pubblichiamo oggi un racconto inedito di Demetrio Paolin (tra i suoi libri Conforme alla gloria, Voland 2016, finalista Premio Strega) che ci pare si possa inserire nella riflessione su un tema così importante.

Infine dissero che era colpa mia. È facile così, quando te ne stai zitto tutto il tempo seduto al bar, dopo che tuo figlio è morto, dirti che la colpa è tua. Bevi il tuo bicchiere di vino, poi ne bevi un altro e poi parli di calcio con chi ti capita, o parli di politica, o di quello che succede nel paese, ma tu hai la sensazione che ognuno ti guardi e ti giudichi. Mio figlio ha bevuto il veleno e si è ucciso, mio figlio aveva 11 anni quando l’ha fatto. Io non sono mai stato buono con le parole o con i sentimenti.

Quando ero dell’età che mio figlio è morto, mio padre, che è morto pure lui ora, mi diceva: “Tu non sei fatto per le parole, non sei fatto neppure per andare in fabbrica, tu sei fatto per lavorare nei campi e badare agli animali”. Così incominci a stare in mezzo alle bestie e ai campi, che te ne fai delle parole, quando basta un fischio per una bestia e per le piante il silenzio completo.

Recalcati, l'etica del desiderio e l'occhio cieco della psicoanalisi

Contro il Sacrificio. Al di la del fantasma sacrificale Massimo Recalcati 660x330 La morte di Cristo non è stata un sacrificio patito per ottenere in contraccambio dal Padre – in una logica economica di scambio, di dare e avere  ̶  la possibilità di salvezza del genere umano. Si è trattato invece di una autorealizzazione, della conclusione di un progetto di vita, di una «vocazione» (di un “destino”, avrebbe detto Debenedetti: di un destino in senso freudiano) da porre come esempio agli uomini e così sollecitarli a una vita liberata dai divieti, dalle imposizioni, dai sacrifici che costellano la tradizione moralistica del Vecchio Testamento e continuano a sopravvivere anche oggi, dentro e fuori la religione cristiana.

Questa interpretazione di Recalcati (qui liberamente e molto sinteticamente rielaborata) rovescia un modo di pensare e di vivere un cristianesimo colpevolizzante, ancora largamente egemone nel costume e nella psicologia comune. Nello stesso tempo rivela un carattere della ricerca e della scrittura dell’autore di questo libro (Contro il sacrificio. Al di là del fantasma sacrificale, Cortina editore): Recalcati è un “urbanizzatore”. Come Gadamer, secondo Habermas, “urbanizzò” Heidegger rendendolo accessibile ma anche temperandone asprezze e angoli, così Recalcati fa con Lacan. In questo suo atteggiamento ci sono meriti indubbi (per esempio, la capacità di riportare gradi problemi filosofici e psicoanalitici alla vita comune di oggi, dalla politica alle psicopatologie quotidiane), ma possono annidarsi anche dei rischi di semplificazione e di adeguamento alle esigenze sociali con esiti di tipo conservatore. Voler essere compresi e accettati da tutti può implicare quei facili adeguamenti, che talora si intravedono nei suoi libri più recenti.