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La metà del mio sangue è jugoslava: per la collega Rosa Maria Dell’Aria

Desktop26 La metà del mio sangue è jugoslava. Se quasi cinquant’anni fa mia madre non avesse sedotto quell’impenitente scapolo di mio padre così tanto, da farsi addirittura sposare, oggi sarei un extracomunitario. O forse, più ragionevolmente, sarei tornato a Belgrado, per morire magari insieme ad altri 2500 connazionali nel ’99 sotto le bombe della Nato; avendo però il cordoglio di Bossi, grande sostenitore del dittatore Milošević.

Nella mia Jugoslavia, nell’immediato dopoguerra un grande intellettuale e uomo politico come Milovan Gilas (braccio destro di Tito) instaurò uno strano (e pericoloso per il potere vigente) parallelo: i carri armati sovietici che difendevano la Jugoslavia gli ricordavano i carri nazisti che la occupavano. Che senso aveva avuto tutta la resistenza, se poi sempre carri armati in casa bisognava avere? Il suo obiettivo non era attaccare il maresciallo, ma tenere all’erta la popolazione: creare gli anticorpi culturali e politici perché non si scivolasse in situazioni senza ritorno. Ma si sa che il primo Tito non andava tanto per il sottile. Nel giro di pochi anni buttò fuori Gilas dalla Lega dei comunisti e da tutti gli incarichi pubblici. Lo annientò. E Gilas terminò la sua carriera politica. Divenne magari per alcuni un’icona della dissidenza, ma certamente fu ridotto a essere innocuo. Sorrisi e sorrisini, ma la maggioranza seguì un’altra strada.

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Non è tanto diverso quanto accaduto alla collega Rosa Maria Dell’Aria di Palermo. Non viene rimossa dall’incarico perché tollera un video dei suoi studenti che paragonano la pagina più vergognosa della nostra storia all’attualità. Viene attaccata perché diventa quel dispositivo che può creare gli anticorpi democratici, che a loro volta possono impedire a qualsiasi morbo fascista di attecchire. Silurare lei, dunque, diventa più economico: si blocca in questo modo la trasmissione, da una generazione all’altra, dei valori fondanti della nostra Repubblica, nata dalla lotta antifascista e basata su una Costituzione all’insegna della tolleranza. E non c’è da stupirsene: qualsiasi regime ha bisogno di una scuola mutilata e non pensante.

L’insegnante di Palermo e noi insegnanti

docente sospesa palermo Il caso della sospensione dell’insegnante di Palermo ha mosso in modo significativo il dibattito politico nazionale. Dopo avere preso posizione nell’immediato attraverso le parole del nostro direttore (link), come redazione composta di molti insegnanti abbiamo provato a raccogliere i nostri punti di vista, di donne e uomini che vivono ogni giorno la classe, al fine di alimentare una discussione che a nostro parere ha a che fare con la ragion d’essere stessa dell’istituzione scolastica italiana.

Alberto Bertino

Quanto accaduto a Palermo è grave, ma è anche inquietante perché nella ricostruzione dei fatti mancano dei tasselli essenziali: e nell’indeterminatezza si annidano l’oscura minaccia e il capriccioso arbitrio che sono l’opposto della certezza della legge scritta. Scoperta questa che conta qualche millennio come conquista nella convivenza della civitas. Provo ad elencare i motivi di inquietudine. 1. Rosa Maria Dell’Aria è stata pesantemente sanzionata in nome di quale norma? Da quanto si legge dai resoconti giornalistici gli ispettori hanno stabilito una culpa in vigilando. Tuttavia, la vigilanza a cui è tenuto un insegnante riguarda l’incolumità fisica dei minori che gli sono affidati. Non c’è, a mia certo parziale conoscenza, una norma che preveda una sanzione per non aver valutato negativamente un lavoro didattico. 2. Il 28 gennaio un attivista di destra di Monza inoltra la foto della slide incriminata in un tweet al ministro Bussetti. Non è dato sapere chi, tra i presenti il 27 gennaio a Palermo, abbia inviato quella foto. Il fatto può sembrare irrilevante e non lo è. Se non si vuole scomodare il diritto alla difesa, dare un nome a chi ha messo in moto l’affaire sarà utile ad evitare che si diffondano sindromi paranoiche tra gli insegnanti di storia. 3. Il 29 gennaio la sottosegretaria leghista ai Beni culturali su Facebook comunica: “Già avvisato chi di dovere”. Anche in questo caso non è dato sapere chi sia stato informato. 4. Il ministro leghista Bussetti, dopo qualche incertezza, ha dichiarato di non avere richiesto ispezioni e sanzioni e di non essere “stato interessato né nell’avvio né nella conclusione dell’iter del caso specifico”. Quindi la decisione è stata presa dall’Ufficio scolastico provinciale di Palermo. 5. Il 18 maggio, a polemica incandescente, il provveditore di Palermo nel ricostruire la vicenda dichiara: “Abbiamo ricevuto una segnalazione dal ministero, ma eravamo già al corrente di quanto accaduto.” 6. Un’azione disciplinare nei confronti di un insegnante deve partire dal Dirigente scolastico oppure è sufficiente un tweet o un post su Facebook? 7. Il Miur nelle “Linee guida nazionali per una didattica della Shoah a scuola” suggerisce agli insegnanti lo studio di quella tragica realtà in quanto utile ad “imparare a cogliere con prontezza tutti i segnali di allarme e di pericolo che continuano a mettere a rischio lo sviluppo della vita civile e democratica e il rispetto dei fondamentali diritti umani. [...] È un modo per imparare ad esercitare nella nostra società una cittadinanza attiva e consapevole. Sappiamo bene che la democrazia senza educazione non si regge. La si impara studiando e vivendo. Questo compito è affidato alla scuola attraverso la conoscenza”. Non pare che la collega si sia discostata da quanto il Miur consiglia di fare. 8. È vero, come da lui dichiarato a Giuseppe Cruciani (La Zanzara, Radio24), che il provveditore di Palermo debba rispondere solo alla sua “coscienza”? In altre parole, noi insegnanti possiamo dormire sonni tranquilli perché la sua coscienza “è a posto”? Non sarebbe possibile avere una qualche altra garanzia? In questa vicenda in cui è identificabile con certezza soltanto la vittima, c’è qualcosa di tipicamente italiano. Sciascia ci avrebbe scritto su.

Il bluff dell'uomo forte: sui fatti di Palermo non decide Salvini

 

salvini ansa 12 2Cosa c'entra dal punto di vista degli eventi, vale a dire di ciò che dovrebbe avere la massima rilevanza, il ministro Salvini con la sospensione della professoressa Dell'Aria?

Se vivessimo in un paese in cui l'obiettivo principale della stampa fosse quello di facilitare la comprensione della realtà, facendo chiarezza in merito a responsabilità, doveri e poteri delle istituzioni, sulla vicenda della sospensione dell'insegnante di Palermo forse non ci saremmo trovati ad attendere il pronunciamento del ministro dell'Interno. Soprattutto, avremmo trovato le sue prese di posizione a riguardo del tutto stonate e fuori luogo e anzi saremmo probabilmente portati a considerare i suoi interventi come una indebita ingerenza nel lavoro che spetterebbe a un altro ministro della Repubblica, in particolare al ministro dell'Istruzione.

Secondo le ricostruzioni dei fatti che sono circolate sulla stampa, il provvedimento di sospensione dell'insegnante di lettere è stato disposto dall'Ufficio scolastico provinciale di Palermo a seguito di una segnalazione partita da Facebook. Stando a quanto riferiscono alcune testate on-line (cfr. Link ; link) i contenuti postati da un attivista di destra sarebbero stati ripresi dal sottosegretario ai Beni Culturali, la leghista Lucia Borgonzoni, che sempre sui social network avrebbe dichiarato di aver segnalato i fatti a chi di dovere. Di qui gli accertamenti e la successiva ispezione, che hanno portato al provvedimento di sospensione per quindici giorni. Un provvedimento sui cui contenuti c'è ancora estrema confusione, dato che non si riesce bene a comprendere nemmeno se e chi lo abbia letto — ministri in testa — e tanto meno che cosa ci sia scritto. Ciononostante Salvini si recherà a Palermo con il ministro Bussetti per incontrare la professoressa Dell'Aria. In nome di che cosa, per fare cosa e dentro quale cornice istituzionale?

Una minaccia per tutti noi, insegnanti e non

 

000000fatti Palermo I fatti di Palermo costituiscono una minaccia alla libertà dei cittadini e un attentato gravissimo ai diritti sanciti dalla Costituzione: la libertà di opinione e la libertà di insegnamento. Una insegnante è stata esclusa per quindici giorni dall’insegnamento e da parte dello stipendio (ridotto alla metà) per non aver vigilato su un video dei suoi alunni che accosta il decreto salviniano sulla sicurezza alle leggi razziali del 1938 (cosa peraltro pensata da almeno un terzo degli italiani).

Il fatto è di una gravità inaudita. Chi riteneva i gesti di intolleranza del nostro ministro degli interni delle innocue pagliacciate deve ripensarci. Questo atto di forza vuole intimidire non solo una categoria (gli insegnanti) ma tutti i cittadini. E che si sia partiti dai docenti non è casuale: sono loro che devono insegnare il rispetto dei diritti, la democrazia, la tolleranza, i principi della Costituzione antifascista. La scuola da sempre è un terreno di resistenza. Per questo è stata colpita per prima.

Il mestiere del traduttore /2 - Stefano Valenti

 

9788807900105 0 0 547 75 Tradurre Germinale

Se scrivere è riscrivere, se tradurre è riscrivere, allora tradurre è scrivere.

Non ho mai creduto che il traduttore possa essere definito autore dal momento che manca dell’identificazione totale con quanto scrive. Ma credo che tradurre sia per l’autore una palestra definitiva. Per quanto mi riguarda, prima di iniziarmi alla traduzione, all’età di trentanove anni, non avevo mai scritto niente, niente di narrativo per intenderci, perché mai niente, niente di narrativo, è richiesto a uno studente nel sistema scolastico italiano.

E mi sia consentito un rapido fuori tema; curioso, o forse non lo è, che la prima voce del racconto autocelebrante il sistema del capitale, lo storytelling, sia la narrativa, una disciplina tanto ignorata dalla didattica, tanto fraintesa, i cui meccanismi restano sconosciuti ai più che la subiscono.

Ma torniamo a noi, a me e alla traduzione. Il momento apicale della mia attività traduttiva è arrivato trascorsi anni di riscrittura narrativa di genere, e di saggistica politica, e si è manifestato nella reinterpretazione di una serie di testi dal forte impatto sociale e civile, prima fra tutte la ritraduzione per i Classici Feltrinelli de Germinale di Emile Zola (ndr E, Zola, Germinale, tradotto da S. Valenti, Milano, Feltrinelli, 2013).

Mi chiedo che ne sarebbe stato della mia attività narrativa se non avessi dovuto tradurre quei testi della migliore produzione civile europea e americana, che cosa ne sarebbe stato de La fabbrica del panico, di Rosso nella notte bianca, se non avessi tradotto Germinale.

L'opportunità dell'antifascismo

 

piazza navona Se c’è una cosa che non manca nella Sinistra italiana è la diversità di opinioni. Di recente il dibattito innescato dalle dimissioni di Christian Raimo da consulente del Salone del Libro di Torino per la presenza dello stand di Altaforte edizioni, casa editrice legata a Casapound, ha confermato, se ce ne fosse bisogno, la fondatezza di questo giudizio. Nella foga del momento, come accade puntualmente in questi casi, la prima vittima della sordità alle ragioni degli altri è stata la prudenza, cioè, nello specifico, la disponibilità a riconoscere il ruolo speciale, e specialmente problematico, che l’antifascismo ha svolto ed è destinato a svolgere anche in futuro nella vita politica del nostro paese. Anche se è comprensibile il desiderio, che accomuna almeno due generazioni, di non ripiombare in una diatriba tipica degli anni Settanta, questo non dovrebbe spingere a sottovalutare il significato allo stesso tempo pratico e simbolico che ha la pregiudiziale antifascista per il presente e il futuro della democrazia italiana.

Quanto dirò non ha la pretesa di rendere giustizia a tutte le posizioni in campo. Il suo obiettivo è più modesto, ma nelle mie intenzioni costruttivo: vorrei sviluppare, cioè, un punto di vista che, pur non risolvendo la questione, aggiunga un elemento di riflessione contestuale che aiuti a capire perché può essere utile sospendere i giudizi sommari in circostanze così delicate e procedere invece caso per caso in un’ottica non sentimentale e antiperfezionistica.

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Parto dalla questione dell’opportunità della levata di scudi degli alfieri del boicottaggio del Salone su cui ha finito per dividersi acrimoniosamente anche il fronte degli antifascisti. Chi ha contestato l’utilità del boicottaggio l’ha fatto utilizzando nella sostanza due argomenti generali, in linea di principio condivisibili: che le idee si combattono con le idee (1), e che i sostenitori delle opinioni neofasciste sono, elettoralmente parlando, una sparuta minoranza che ha tutto da guadagnare e nulla da perdere da simili mobilitazioni che infiammano l’attenzione della volatile e tutt’altro che illuminata opinione pubblica italiana giusto per la durata effimera di una polemica massmediatica (2).

Volevo fare l'insegnante

 

picasso1.jpg  Aurea mediocritas

Chiedo l’aiuto di Walter Siti, per parlare un poco di me.

Mi chiamo Luisa Mirone, come tutti gli insegnanti. Campionessa di mediocrità. Le mie reazioni sono standard, la mia diversità è di massa. Come ogni insegnante, indosso già la maglietta con su scritto Original mentre scrivo questo pezzo dedicato al mio mestiere, e sorrido della contraddizione, perché so che attingerò al più vieto repertorio dell’insegnante-medio; e non me ne vergogno. Non voglio essere originale, voglio essere come tutti, come tutti gli insegnanti che volevano fare questo mestiere.

Io – in verità – non lo volevo fare; e anche questo come molti, se non come tutti. Ma poi mi ci sono trovata e adesso non saprei pensarmi diversamente. Quello che so, quello che studio, quello che mi piace, che mi capita o che mi impongo di leggere, di ascoltare, di vedere, mi pare che acquisti un senso reale, pieno, compiuto (latinamente perfectum) solo quando entro in aula e ne parlo ai miei allievi, e i miei allievi mi rispondono, e poi mi chiedono. Non pensavo che fosse così, insegnare, quando l’insegnante non la volevo fare. E invece è così; sarebbe così, se solo me lo lasciassero fare. Ma evidentemente sarebbe troppo paradiso.

Anteprima dal “Nuovo dizionario affettivo della lingua italiana”

cover nuovo dizionario E’ da oggi disponibile in tutte le libreria il “Nuovo dizionario affettivo della lingua italiana” (Fandango 2019). Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo una breve introduzione del curatore e due voci tratte dal libro. Oggi alle ore 18.30 presso il Caffè Letterario del Salone del Libro di Torino si terrà la lettura di alcune voci tratte dal dizionario. Matteo B. Bianchi

Il “Dizionario Affettivo della lingua italiana” è stato pubblicato da Fandango nel 2008. Il testo nasceva da un esperimento letterario che avevo condotto sulla mia rivista ‘tina: avevo chiesto ad alcuni amici scrittori di dirmi quale fosse una parola della nostra lingua alla quale fossero particolarmente legati e di spiegarne il perché. Al momento della sua uscita on line il numero aveva suscitato un grande interesse, stimolando fra gli altri Giorgio Vasta che per primo mi ha proposto di farne un libro. Io e Giorgio abbiamo unito le forze, curando il volume in collaborazione, contattando oltre 400 fra scrittori e scrittrici operanti in Italia e ottenendo i contributi di più di 300 di loro. 


Quest’anno, in occasione del ventennale della casa editrice, Fandango ci ha offerto di farne una nuova edizione. Non poteva però trattarsi di una semplice ristampa; ogni dizionario necessita di revisioni e aggiornamenti e questo, per quanto ludico e sperimentale, non fa eccezione. Abbiamo lavorato mesi per includere le voci dei nuovi autori emersi nell’ultimo decennio, per recuperare alcuni nomi illustri che erano sfuggiti alla prima edizione, per accontentare chi volesse modificare il suo contributo precedente e compiere altri aggiustamenti necessari.


Ora è pronto. Si intitola “Nuovo dizionario della lingua italiana” ed esce in libreria il 9 maggio.

Comunicato sul Salone internazionale del libro di Torino

 

makkox gazebo La redazione di La letteratura e noi esprime solidarietà a Christian Raimo per le dimissioni che ha dato da consulente del Salone internazionale del libro di Torino.

Alla luce delle sempre più frequenti aggressioni di stampo neofascista che si manifestano in varie forme nella nostra società e della crescente preoccupazione rispetto alle limitazioni imposte alla libertà di espressione da parte di una classe politica ogni giorno più aggressiva e determinata a soffocare il dissenso, il nostro ruolo di insegnanti e di educatori di uno Stato democratico ci impone di prendere una posizione nei confronti di chi avalla e rinforza la posizione di realtà violente e antidemocratiche.

Ci interroghiamo preoccupati sull’opportunità di esporre materiali apertamente fascisti all’interno di una manifestazione culturale dalla grande visibilità e partecipazione come il Salone del libro. Ci chiediamo perché sia stato venduto uno spazio commerciale a un editore che non esita a dichiararsi fascista e che pubblica libri allineati a una visione fascista del mondo e della storia. Ci chiediamo anche per quale motivo il Salone abbia deciso di non sanzionare con l’esclusione un editore che ha pubblicizzato un evento dal grande riscontro mediatico – la presentazione del nuovo libro di Salvini pubblicato dall’editore Altaforte – di cui la direzione del Salone stesso non era al corrente e che non era stato inserito nel programma.

Al Comitato di indirizzo del Salone vorremmo esprimere il più profondo rammarico per non avere saputo esprimere nel proprio comunicato una posizione chiara, e per non aver tenuto conto dei precedenti penali per aggressione di stampo fascista dell’editore in questione.

I ragazzi non stanno a guardare

tom sawyer Come tutti ho visto il video in cui Simone, un ragazzo di 16, fronteggiava Mauro Antonini, responsabile di Casa Pound nel Lazio, a Torre Maura: non me la sento di gridare al miracolo, di esaltare il suo coraggio, come se si trattasse di un caso raro di adolescente impegnato. Non mi stupisce che un ragazzo si batta per le proprie idee, che lo faccia in modo avventato e senza pensare ai rischi, mi fa più riflettere che fosse lì da solo, senza altro adulto a sostenerlo, che fosse l’unico a opporsi a un pensiero razzista. O forse no. Perché insieme a Simone c’erano tutti gli adulti che negli anni hanno parlato, discusso e ragionato con lui sulle periferie, sull’accoglienza, sulla diversità, sulla politica, sull’humanitas. La questione, quindi, non è cosa fanno o non fanno i ragazzi, la questione vera è cosa facciamo noi con loro e per loro.

Due fiabe e una visita d’istruzione

Visita di istruzione a Trieste, cammino insieme ai miei cinquantaquattro preadolescenti. Non posso dire siano silenziosi e composti: trasudano vita da tutti i pori. Non camminano, ciondolano e ogni tanto parte la rincorsa, non parlano sottovoce, certo, ma nemmeno urlano, sono concentrati sul loro essere lì, sull’unicità di quel momento, sull’assaporare la libertà sotto un leggero sole di marzo. Incontriamo un gruppo di bambini, non sono più silenziosi di noi, non sono più composti di noi, eppure anche a me viene un moto di tenerezza negli occhi: noi umani siamo programmati così, protezione naturale verso il bambino, diffidenza e paura verso la giovinezza che ci urla addosso. Guardandomi intorno ho notato una cosa, gli stessi sguardi pieni di empatia e amore che accompagnano i bimbetti, si trasformano in disappunto e fastidio al passare dei preadolescenti. Ma perché? Che cosa ci spaventa? Che cosa ce li fa additare? E guardare con distacco e giudizio?

Il mestiere del traduttore /1 - Bruno Arpaia

large 110616 223946 to160611var 0076 1640 kVFI U1080290907025q3B 1024x576LaStampa.it Prende avvio oggi, e proseguirà nelle prossime settimane a cadenza quindicinale, una rubrica dedicata al “mestiere del traduttore”, un lavoro in cui è evidente, più che in altre attività intellettuali, lo scarto fra il “compito” e il “ruolo”. Destinato spesso a restare nell’ombra, il “compito del traduttore” (W. Benjamin) è quello non solo di rendere accessibile ai lettori l’opera da tradurre, ma di coglierne e restituirne l’essenza.

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Molti, moltissimi anni fa, quando ero da poco laureato in Scienze Politiche con una tesi su “Letteratura e politica nell’America latina”, una casa editrice napole-tana mi propose di tradurre nientedimeno che le Meditazioni del Chisciotte di José Ortega y Gasset. Con l’incoscienza dei vent’anni, accettai temeriaramente la sfida. Io non avevo (e non ho) mai aperto una grammatica spagnola e il mio lessico di base erano stati prima i testi delle canzoni degli Inti Illimani e poi i romanzi del boom latinoamericano, letti direttamente in lingua anche se spesso faticavo a capire il senso e le parole. Parlavo male, allora; perfino se dovevo dire «Passami il sale», usavo metafore marqueziane e vocaboli borgesiani. Tuttavia, mi dissero che non avevo troppo maltrattato don José.

La mia avventura di traduttore (per giunta, ripeto, da una lingua che non ho mai studiato in maniera accademica) è cominciata così, quasi per caso, e si è tra-sformata in un secondo mestiere che mi ha accompagnato, con maggiore o mi-nore intensità, in tutti questi anni. Mi è così capitato di dover rendere in italiano gli scoppiettanti fuochi d’artificio e i messicanismi iperbolici di Paco Ignacio Taibo II, le invenzioni visionarie di un Cela minore o un saggio di Carlos Fuentes, op-pure la sintassi acrobatica e i paragrafi sfilacciati di Alfredo Bryce Echenique, o ancora il racconto secco e tragico di Ignacio Martínez de Pisón oppure la prosa avvolgente di Javier Cercas. Più di recente, ho tradotto, fra gli altri, due libri stupendi come Patria di Fernando Aramburu e Il selvaggio di Guillermo Arriaga.