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diretto da Romano Luperini

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La Memoria e le anime morte

sacrario dei caduti per A camminare si va su per l'Appennino, in provincia di Bologna, con gli amici del CAI che salgono per noi perché conoscono i sentieri a memoria, e anche l'approdo, Monte Sole. Inerpicandosi su per l'Appennino incontri il silenzio delle strade, coi pochi vecchi a contarsi le malattie e i giorni andati.  E vedi i paesi con secoli lunghi di racconti che diventano deserti, senza visi e senza memoria. Ma la memoria no, la memoria deve restare. Altrimenti tutto è perduto.

Si giunge al Parco di Monte Sole. Qui erano piccole frazioni, borghi case e drogherie osterie e scuole e chiese e querce e tarassaco e margherite. E, oggi, tanti cimiteri.

Cimiteri per ricordare 771 vittime (i martiri dell'eccidio di Marzabotto, 1944) di cui 315 donne, 189 bambini inferiori ai 12 anni, 30 giovani dai 12 ai 18 anni, 161 uomini dai 18 ai 60 anni, 76 vecchi di oltre 60 anni. E sono una parte delle vittime di eccidi che i nazisti, e i fascisti, hanno inferto alle genti di queste zone.

Monte Sole, però, è anche un tempo per rinascere.

Chiunque incontri, lo saluti. Ti riconosci. Perché qui ci si viene solo se si sa da che parte stare, dalla parte di quelli che non sono più: con quel senso di pudore per il male precipitato dentro gli uomini che ci riguarda tutti. Ce lo comanda Primo Levi; con quel suo mostrarti la via affinché la vergogna a cui stai aprendo strada dentro la tua memoria, e la tua anima, non ti lasci, non ti lasci più. Shemà, dice Primo Levi: Ascolta, in ebraico. Non è un invito, il suo, ma l'indicazione di un confine che segna un precipizio dentro ognuno di noi: se tu, uomo, che tornando a casa trovi i visi amici e un pasto caldo, dimenticherai ciò che è stato, meglio allora che ti sfaccia la casa, che i tuoi nati torcano il viso da te... perché di te non resterà nel mondo che lo scheletro di un'anima morta.

E però, quando sei a Montesole, sai anche che non è stato il tuo destino, quello che ascolti. Eppure chi può se ne fa carico, per umana pietà. Ma non basta.

La scuola al bivio: tra mercato e autonomia

Miur2 e1556784565391 1200x600 In Scuola e Costituzione, tra autonomie e mercato di Roberta Calvano, saggio snello ma denso, si riflette su vari nodi costituzionali che riguardano il sistema scolastico italiano, radicalmente mutato a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, in base a un percorso che, proprio nel nome dell’autonomia e del merito, ha finito, tra le varie criticità, per colpire lo status degli insegnanti della scuola e per minare la libertà di insegnamento. Di recente tale dato emerge con forza in relazione al progetto di attuazione dell'autonomia differenziata delle regioni, previsto dall'art. 116 Cost., tema rispetto al quale l’autrice segnala tutti i rischi della regionalizzazione delle «norme generali sull'istruzione» e gli ostacoli di ordine costituzionale opponibili rispetto a tale progetto, in nome innanzitutto dell'unità nazionale e del ruolo dell'istruzione rispetto alla costruzione della cittadinanza.

L’autrice analizza l'evoluzione dell’istruzione in tre stadi: come funzione pubblica (da cui l’obbligo scolastico, «per almeno otto anni» [art. 34, c. 2 Cost.]), come servizio pubblico (parallelamente alla privatizzazione del pubblico impiego, nel 1993), e infine come servizio-merce, «offerto sempre più tramite forme privatistiche, da parte di soggetti in competizione tra loro, in concorrenza per risorse sempre più scarse» (p. 176).

Sebbene la Corte costituzionale (con la sent. 7/1967)  abbia precisato e distinto i concetti di insegnamento, istruzione, educazione, «comprendendo nel primo l’attività del docente diretta ad impartire cognizioni ai discenti nei vari rami del sapere, nel secondo l’effetto intellettivo di tale attività e nel terzo l’effetto finale complessivo e formativo della persona in tutti i suoi aspetti», Calvano segnala come, con Gramsci, si possa valorizzare il concetto di educazione, e dire che «nella scuola il nesso istruzione-educazione può solo essere rappresentato dal lavoro vivente del maestro» (Quaderni del carcere, q. 12, p. 1542 dell’ed. Gerratana). Se nel modello socialdemocratico (quello sostanzialmente sotteso alla Costituzione repubblicana) l’obiettivo dell’insegnamento è la libertà di scelta del cittadino, ovvero la sua piena realizzazione come individuo, a prescindere dalla concreta occupazione lavorativa e dal ceto sociale di provenienza, nel nuovo modello liberista le esigenze del mercato vengono prima di tutto, e la scuola è «funzionalizzata alla formazione della forza lavoro« (p. 25). Va detto che questa visione in Italia si è presentata con maggiore enfasi che negli altri Paesi europei, anche e soprattutto per nascondere l’arretratezza del tessuto economico di un Paese che non investe in ricerca e sviluppo, affidandosi a settori, come quello manifatturiero, messi in crisi dalla competizione globale; del resto, i dati macroeconomici denunciano uno svilimento delle nuove generazioni, con un tasso di disoccupazione del 10,2% e un tasso di impiego dei giovani laureati del 56,5% contro una media UE (19 Paesi), rispettivamente, del 7,6% e dell’80,1% (fonte: Eurostat). La scuola è stata scelta dai politici come capro espiatorio, in modo da distogliere l’attenzione dai veri responsabili (le aziende, che non investono in ricerca e sviluppo; il governo, che non finanzia adeguatamente la cultura, l’istruzione e la ricerca).

Il mestiere del traduttore/6 - Alessandra Sarchi: Tradurre Annie Proulx

Alessandra Sarchi Tradurre Annie Proulx è stata una delle prove più difficili della mia vita di studiosa e scrittrice: il suo uso della lingua inglese mi faceva sentire inadeguata a ogni pagina, e il mondo che racconta nel primo volume della raccolta Wyoming Stories (Close Range, Distanza ravvicinata, da poco uscito per Minimum Fax) risultava lontano e per molti aspetti inaccessibile.

Cosa potevo capire io di rodeo, allevamento di cavalli e mucche, neve ad agosto, bar puzzolenti di sudore e whisky, e dialoghi surreali con macchine agricole? In effetti ben poco, a partire dal lessico che ho dovuto piano piano ricostruire per ambientarmi in un’arena di rodeo, per capire quali siano i termini tecnici con cui si parla di tori, di corde per legarli, di stalli in cui si tengono prima della gara, di marchiature a ferro caldo e via dicendo. Ma a questa prima difficoltà, che si potrebbe ascrivere alla materia stessa, se ne deve aggiungere un’altra più sottile e insidiosa: Proulx è una scrittrice vertiginosa, gioca con le parole e con il loro spettro semantico per cogliere tutti gli slittamenti da una dimensione all’altra, del reale e dell’immaginario. Un esempio: il racconto intitolato Blood Bay era stato tradotto in una precedente edizione italiana “La baia del sangue”, che letteralmente poteva anche funzionare, ma a leggere con attenzione io credo sia di gran lunga preferibile la traduzione “Purosangue”, perché protagonista è proprio un cavallo di razza a cui vengono attribuite staordinarie e orribili imprese, e al tempo stesso la traduzione purosangue conserva l’orrore grottesco che pervade il racconto.

Tradurre Annie Proulx è stata anche una delle prove che mi ha fatto sentire, anche, più soddisfatta e felice: la sua capacità di mitopoiesi dei luoghi e della vita che descrive stabilisce una connessione con tutto ciò che è a prima vista ostico e remoto. Ci si familiarizza subito con i fenomeni naturali estremi – albe e tramonti apocalittici, uragani, tormente di neve, siccità - verso i quali Proulx ha una forma di venerazione che non esiterei a definire omerica, perché innalza sempre il livello della scrittura a vertici di lirismo e al tempo stesso ha una sua formularità che fa da cornice e da motore intrinseco ai racconti. I caratteri dei personaggi che popolano la sua narrazione sono burberi, spesso misogeni, cresciuti in una realtà talmente ostile da diventare respingenti, eppure Proulx riesce a ritrarne i più nascosti moti di debolezza, di comicità, perfino di tenerezza. Il suo Far West esce dalla olografia cinematografica dei duri, spietati e vincenti per entrare nelle pieghe di vite condotte con caparbietà in un ambiente difficile, dove il pane quotidiano è l’isolamento, la lotta per sopravvivere e ricavare frutti da una terra impervia quanto affascinante. Non stupisce che la scrittrice originaria del civilizzato Connecticut si sia appassionata di un luogo tanto estremo: vivere qui richiede un tasso di immaginazione, di idealismo e di utopia pari a quello di chi decide di scrivere.

Riposizionamenti su Moravia. Letture, dialoghi, visioni

 

Alberto Moravia Riportare al centro o ripartire dal centro? In realtà le due prospettive, sebbene non identiche, possono essere affiancate e percorse insieme. È quello che accade leggendo Alberto Moravia L’attenzione inesauribile, nuovo volume collettaneo sullo scrittore romano (curato da Clotilde Bertoni e Chiara Lombardi per Mimesis) che raccoglie saggi dalle molteplici suggestioni e dal diverso orientamento critico.

Garbatamente provocatorio, non abbastanza ideologico – eppure intriso di ideologismi – intellettuale pubblico, ma poco militante e organico («non “scomodo” abbastanza, non abbastanza “contro”», scrivono le curatrici nell’Introduzione), scrittore poligrafo e prolisso, a volte dallo stile impervio, fine narratore di pulsioni interiori che si legano, in maniera intricata, alla fitta complessità moderna, di Moravia emerge in questo testo non un semplice tributo celebrativo, che possa servire a colmare le troppe marginalizzazioni, le dimenticanze accademiche degli ultimi anni. Al contrario: un profilo globale mirante a rivederne, anche a costo di criticarle in modo netto, alcune sfumature interpretative (su tutte, per esempio, i rapporti tra letteratura e impegno politico); o valutarne pratiche di scrittura con più incisiva consapevolezza.

Ecco quindi che i contributi antologizzati, non esaurendo appunto in facili formule la figura e l’opera moraviana, si suddividono in apposite sezioni, ciascuna rivelante un particolare aspetto, ritenuto comunque centrale.

C’è il Moravia scrittore, il cui stile letterario è indagato entrando direttamente nella officina compositiva e nella storia editoriale dei testi, mostrando al contempo i reticolati sociali sottesi ad essi. Romanzi come La ciociara o Il Conformista, La Noia, L’amore coniugale, Agostino: rappresentazioni di ambienti popolari e borghesi, visti come (in)differenti modi di reagire al fascismo dilagante, alla frantumazione, individuale o collettiva, delle coscienze, all’invadente tensione inibente della sessualità. Freud e Marx, Camus e Sartre, Pirandello o Parise: palinsesti paralleli e sottili detonatori di trame narrative diversamente esplosive, che invece sembrano implodere su se stesse, rivelando nel genere ‘romanzo-saggio’ la vera alternativa al tradizionale testo di intreccio.

CLIL: un grande equivoco

relativityescher 2 Il presente articolo è una riflessione su metodi didattici per l’insegnamento delle lingue straniere, in particolare si mettono a confronto il CBI - Content Based Instruction e il CLIL Content Language Integrated Learning. Si tratta di una traduzione ridotta di un saggio originariamente scritto in inglese: potete trovare qui l’originale. A questo link invece potete trovare lo stesso saggio interamente tradotto in italiano.

IL DIBATTITO TRA DIDATTICA TRADIZIONALE, CBI E CLIL  NELL’INSEGNAMENTO DELLE LINGUE STRANIERE

La ricerca di metodi didattici efficaci nell’insegnamento delle lingue non è così recente come si potrebbe pensare e senza scomodare troppi studiosi del passato è sufficiente ricordare che – tra i secoli  XVI e XVII –  prima il ceco A. Comenius (1592-1670) studiò vari metodi per insegnare le lingue straniere e, in seguito, lo slovacco M. Bel (1684-1749) tentò di motivare gli studenti di lingue facendo leva sul loro contesto culturale usando testi di storia, geografia e diritto per ampliarne il lessico durante le sue lezioni[1].

Tuttavia, fino ai primi anni ’60 del secolo scorso l’insegnamento delle lingue straniere si focalizzava ancora essenzialmente sullo sviluppo delle quattro abilità: listening, speaking, reading e writing, quindi puntando su pronuncia, grammatica e lessico, e privilegiando, come sostiene Collier, “un aspetto bidimensionale relativamente semplice”[2], perché lo scopo perseguito dai docenti era di far scrivere agli studenti testi perfetti, tralasciando la comprensione della lingua parlata e la conversazione, considerati meno importanti[3].

È intorno alla fine degli anni ’60 e ad inizio dei ‘70 che lo studio delle lingue straniere inizia a porsi scopi ben diversi rispetto al passato e più consoni a quelle che ancora oggi sono le sfide da affrontare. Proprio in questo periodo nuovi studi individuano altri campi e iniziano a “descrivere la necessità di sviluppare competenze comunicative tra le quali: ‘l’adeguatezza socio-linguistica, strategie del discorso nello schema di pensiero per un uso orale e scritto (…) una terza dimensione della lingua che significa anche l’acquisizione di conoscenze sia  per quanto concerne la struttura (forma orale e scritta) di ciascuna unità linguistica significativa, sia per quanto riguarda la conoscenza del significato associato a quella struttura (semantica)’ e si indicano ulteriori dimensioni linguistiche, come ‘i registri specifici (consapevolezza metalinguistica)’ o contesti in cui la lingua viene usata”. Inoltre “per ogni anno di maturità acquisita e per ogni anno di esperienza di vita si aggiungono ulteriori dimensioni di complessità allo sviluppo della lingua”: un processo di sviluppo costante arricchito progressivamente dall’esperienza e dalla crescita personale[4].

Vagabondare tra i libri

 

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Pubblichiamo un pezzo collettivo in cui alcuni redattori del blog – in ordine rigorosamente alfabetico - danno conto delle loro letture estive più significative: come risulterà evidente dall’excursus, siamo persone diversamente curiose e per questo scegliamo autori, temi, generi che vanno in moltissime, differenti direzioni. Grazie anche a questa sfaccettata difformità speriamo di raggiungere l’interesse e la curiosità di molti di voi.


Alberto
In estate si diventa, o almeno io credo che così accada a chi nel corso dell’anno è inseguito da (ed insegue) mille improrogabili scadenze, flaneur nella grande città della letteratura. Lo sguardo ozioso e l’andatura indolente sono dei mascheramenti che consentono in realtà di prendere tempo al tempo, finalmente, senza alcun risparmio richiesto dall’imperativo economico. Dunque non darò conto di un percorso ragionato quanto del mio bighellonare sulle strade della narrazione.
Lo stradone di Francesco Pecoraro (Ponte alle Grazie, 2019). Un pensionato “novecentesco”, attraverso l’osservazione spietata del quartiere in cui si trascina, recupera un tempo anteriore fatto di speranze e di sconfitte. Le trasformazioni dello spazio fisico sono legate alle trasformazioni economiche: i “fornaciai” degli impianti Hoffmann per la fabbricazione dei mattoni, di cui era fatta l’antica città, sono stati trasformati in piccolo borghesi frequentatori di centri commerciali. La “Sacca” nella “Città di Dio” è Valle Aurelia a Roma, nella volontà – straniante, in un romanzo costruito sulla assillante accumulazione di ripetizioni che devono rendere chiaro e definitivo ciò che si dice – di non pronunciare il nome della cosa e di offrire invece un giudizio che dovrebbe esserne l’essenza. Il “fiume di fango” è sicuramente il Tevere, ma certamente è il lutulento presente. Almeno nel giudizio di chi guarda e racconta. Il “ristagno” è la condizione in cui si compatta nel “corpo sociale” il “Grande Ripieno”, stretto tra il sottile strato di “ricchi e potenti” (in alto) e quello dei “poveri e emarginati” (in basso), mentre “come le venature di grasso in una buona bistecca” “la rete criminale” innerva l’intero tessuto. A scanso di equivoci, la stratigrafia verbale viene ribadita dall’apposito disegno. Nel romanzo sono presenti disegni e riproduzioni di opere d’arte a rendere multimediale il discorso fatto di parole che vanno dal tecnicismo specialistico al romanesco borgataro, passando attraverso l’italiano medio e il neologismo inventivo. Romanzo sicuramente interessante, che impone al lettore una faticosa salita attraverso i sentieri dell’utopia del passato e una umiliante discesa nella distopia del presente. Nella trama non riproducibile di un lungo monologo, interrotto dalle voci di fuori – inserite in corsivo nel testo –, l’elemento unificante risultano essere i “solitari rancori verso non si sa che cosa” che motivano l’atteggiamento spesso bilioso dell’io nei confronti della realtà. Pure si tratta di “disprezzo amoroso” di questo nostro tempo e di questa nostra Città di Dio, a patto, come spiega l’Epilogo, anch’esso rabbioso, di non fare trionfare il falso che distrugge la memoria del passato.

Eterni duellanti: immagine contra scrittura. Su Alessandra Sarchi, La felicità delle immagini il peso delle parole

6f75af3612914e4295cc53fdb108f417 L'ultimo libro di Alessandra Sarchi (Bompiani, 2019) affronta la vexata quaestio del rapporto fra immagine e scrittura letteraria, con l'idea – evidente sin dal titolo – di coglierne più le differenze che le affinità. Gli autori scandagliati sono cinque punti fermi del Novecento italiano: Moravia, Volponi, Pasolini, Calvino e Celati. Ciò che li accomuna è l'affiorare nelle loro scritture, narrative e critiche, di un ostinato e lancinante complesso d'inferiorità rispetto all'adamantino linguaggio della pittura, e più in generale dell'arte. L'autrice del saggio costringe idealmente gli scrittori a porsi di fronte alla pittura; a interrogarla, ma anche a esporsi al rischio di essere da quest'ultima a loro volta interrogati. Per questo motivo ci sembra che la situazione concreta che può esemplificare in modo emblematico il senso complessivo del libro si possa ricavare dallo straordinario film di Valerio Zurlini, La prima notte di quiete (1972), peraltro rapidamente evocato dalla stessa Sarchi. In una delle scene più belle il protagonista, tormentato professore di lettere e scrittore di versi, si trova, insieme all'affascinante studentessa Vanina, in una chiesetta di Monterchi, di fronte alla Madonna del parto di Piero della Francesca. Qui si delinea la sintesi contraddittoria fra la fredda perfezione, armonica ma larvatamente mortuaria, dell'opera come forma, e l'apparente giovialità del soggetto rappresentato: la vita che sta per nascere – che è anche una metafora della stessa creazione artistica. Tant'è che il professore, dopo aver elogiato la virginea bellezza della Madonna, colta da Piero nella gaia allegrezza di un'istintiva semplicità popolare, comincia a notarne gli elementi inquietanti. Uno su tutti: l'oscura premonizione del frutto di morte che la donna porta in grembo. A quel punto lo sguardo si rovescia, ed è il professore-poeta a dover parlare di sé, della desolante china assunta dalla sua vita, delle pulsioni di morte che egli porta dentro. Ecco il punto: l'arte riesce meglio della scrittura a mascherare le imperfezioni dolorose della vita. È come se la tensione sintetica dell'immagine, la sua “naturale” capacità di amalgamare i suoi elementi, la sua innata forza coesiva possa più facilmente, e in modo meno ambiguo, cogliere uno scampolo di totalità, rispetto al tratto incerto, sfuggente e divagante della parola. L'impossibile che dunque tormenta i sogni senza quiete degli scrittori sarebbe costituito non solo dal desiderio di trasformare la realtà in arte, ma anche da quello di mutare a fondo se stessi. Essere un'opera d'arte che ne osserva un'altra. La Sarchi, a questo proposito, collega giustamente la famosa frase di Pasolini sulla morte come montaggio fulmineo degli apici culminanti dell'esistenza al poemetto L'appennino, con cui si aprono Le ceneri di Gramsci (1957). Qui il lettore è condotto a identificarsi con lo sguardo morto della scultura funeraria di Ilaria del Carretto, per cui si avrebbe una germinale anticipazione dell'idea pasoliniana «del montaggio filmico come atto di morte necessario per rivelare il senso». L'arte è sempre una «prima notte di quiete»? Un appagato stato di morte, in cui si è finalmente liberi dalle punture dolorose dei sogni e del desiderio? Anche qui però le cose si complicano, perché proprio in Pasolini a questa idea di una forma quieta, pacificata e serena, se ne contrappone un'altra diametralmente diversa per cui è molto più bello continuare a sognare un'opera, piuttosto che realizzarla. Siamo nel celebre finale del Decameron (1971), in un altro punto in cui l'artista – Pasolini veste i panni del pittore allievo di Giotto – si pone ancora una volta di fronte all'opera, interrogandola. E, continuando a rielaborarla, la muta. In questo caso infatti il Giudizio universale apparsogli in sogno, sebbene sia ricalcato su quello di Giotto, presenta significativamente in trono, al posto del Padreterno, la Madonna. L'opera in questo caso non ha nulla di irenico e pacificato, ma continua a essere veicolo e sintomo inquieto di desideri rimossi e inappagati. Lo sguardo soggettivo del singolo non è affatto espunto o addomesticato, come forse avrebbe voluto Calvino. La Sarchi sottolinea inoltre come in questa scena pasoliniana la trama dei rimandi intertestuali si infittisca fino a catturare nella rete anche un quadro di Velázquez: La fucina di Vulcano. Il Pasolini-pittore del film con indosso sul capo una benda bianca in effetti ricorda esplicitamente l'immagine di questo quadro. Ma anche in Calvino la figura di Vulcano finirà per connotare, seppur in modo diverso, il lavoro dello scrittore. Notiamo intanto che l'opera di Velázquez raffigura il dio del lavoro tecnico nel momento in cui viene a conoscenza dei tradimenti della moglie Venere con Marte. Un momento in cui l'imperfezione tutta umana della realtà, di nuovo soggiogata dal sogno e dal desiderio, sconfina nel mondo intangibile degli dei e dell'arte. Al di là delle rispondenze con l'atmosfera licenziosa del film, il soggetto del quadro ripreso da Pasolini sembra dirci che l'artista, per quanto possa tentare di recludersi e concentrarsi nel suo orizzonte creativo, deve sempre subire il ritorno della realtà, con i suoi limiti e le sue piccolezze. Il Vulcano di Calvino è invece l'eroe dello sforzo artistico, pacificato e concluso in se stesso. È la figura della concentrazione sul lavoro, esclusiva e totalizzante. E si oppone, nella lezione americana della Rapidità, all'ondivaga e spensierata dispersività di Mercurio, che partecipa al fluire vitale del mondo. Vulcano è il simbolo della «focalità». E in questo senso somiglia, almeno in parte, a quel Palomar ossessivamente concentrato ogni volta su un fenomeno isolato, «come se», scrive Calvino, citato dalla Sarchi, «non esistesse altra cosa al mondo e non ci fosse né un prima né un poi». Per Calvino l'immagine artistica è felice in quanto sfugge alla dimensione espressiva; è pura immanenza senza residui soggettivistici. Per lui lo scrittore, al limite, potrebbe accettare di essere un io “cartesiano”, costruito sull'abolizione di se stesso, che privilegia la resa dell'oggettività, della «struttura silicea dell'esistenza». Anche in questo caso ci si imbatte in una feconda e consapevole contraddizione, in quanto il vedere, e lo scrivere, non sono possibili senza un soggetto umanamente spurio che dia vita a queste forme di conoscenza della realtà.

Il primo collegio di settembre

image Oggi LN riprende le proprie pubblicazioni. Buon anno di lavoro a tutti e tutte.

Il collegio (e la crisi)

Il primo collegio di settembre. Qualcuno leggerà queste righe che già ci sarà stato, altri forse le leggeranno proprio durante, magari seduti nell’ultima fila (che se no stai a vedere mi tocca il tutoraggio dell’alternanza). Chi incontrerà facce che vede da anni, molti si ritroveranno soli, tra colleghi nuovi, in una scuola che già per trovarla è stata una mezza impresa. Tanti nemmeno potranno farlo il primo collegio, per lungaggini dell’ufficio scolastico, una convocazione che slitta e una supplenza che speriamo arrivi presto. A differenza delle altre riunioni durante l’anno, al primo collegio quasi tutti arriveremo puntuali, non pochi in anticipo, perché in fondo il gusto di rincontrarsi («come è andata in vacanza», «come andrà quest’anno», «di che morte moriremo») è vissuto comune. Anche io, pur essendo già tornato a scuola per gli esami di recupero, ho iniziato in questi giorni ad aspettare il primo collegio, a scrivere qualche messaggio a qualche collega. A dire il vero meno degli anni passati: come tutti ero preso da altro, chino con il naso sul telefono a scorrere aggiornamenti sulla crisi politica di questo agosto 2019. Alla fine, proprio la concomitanza in testa degli eventi politici a tutti noti e di quella parola così vecchia e ingessata, collegio, ha fatto nascere qualche pensiero che vorrei condividere.

Luoghi della collettività

Senza stare a scomodare troppo le etimologie, dentro la parola collegio c’è scritto un qualcosa che si fa insieme. Se c’è un’evidenza che questa crisi politica ha mostrato, è stata senz’altro l’assoluta prevalenza del protagonismo/narcisismo dei singoli leader nello sviluppo degli eventi. Nei giorni in cui questo dato si imponeva a botte di dichiarazioni sempre più eclatanti, a un certo punto mi sono ritrovato a pensare come a scuola, luogo del collegio, luogo del fare insieme, non potrebbe (dovrebbe) mai funzionare così. Perché la scuola è per natura il luogo della collettività continua, il luogo dove, oltre il collegio, l’ora precedente di un collega legittima e giustifica l’ora del collega successivo, il luogo dove la responsabilità non può che essere condivisa, specie quando va male, perché condiviso è il processo educativo e dove, per fugare una possibile obiezione, anche il dirigente dovrebbe essere garante primo di tale processo. Se i segni maggiori dei tempi, in primis quelli politici, ribadivano nei giorni della crisi e per l’ennesima volta il definitivo prevaricare dell’istanza (spesso del tiramento) del singolo e della propria autonarrazione nevrotica, il collegio, come luogo del fare insieme, rappresentava ai miei occhi un anacronismo simbolico senz’altro da interrogare. Per dirmi cosa? Per dirmi che se i luoghi della collettività (e la politica e la scuola sono per eccellenza luoghi della collettività) prescindono dalla natura stessa che li legittima, i risultati non possono che essere infausti.

Le cavie. Una selezione d’autore di poesie di Valerio Magrelli

valerio magrelli e libreria ari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

Valerio Magrelli ha selezionato per LN alcune poesie da Le cavie. Poesie 1980-2018, Einaudi, 2018, che raccoglie tutti i suoi libri a partire dall’esordio di Ora serrata retinae. Ringraziandolo, le pubblichiamo per i nostri lettori e lettrici con una nota di Damiano Frasca.

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In questa breve nota vorrei partire da un passaggio di un’intervista che Magrelli ha rilasciato alla rivista «Micromega». L’intervista è datata 2014, pochi anni fa, eppure in anticipo sul corposo volume Le cavie, che riunisce e ordina le sei raccolte poetiche pubblicate da Magrelli dal 1980 a oggi.

Ho scritto una poesia in cui paragono le poesie alle cavie, ispirato da una frase molto bella di Isabelle Stengers. La grande epistemologa rifletteva sul fatto che le cavie, in biologia, sono molto diverse dagli oggetti degli esperimenti in fisica. Diceva sostanzialmente che Galileo non si affezionò di certo alla palla di piombo che gli serviva per dimostrare la rotazione della terra. Uno scienziato oggi non torna a casa col Bosone che studia, mentre uno zoologo sviluppa dell'affetto per la scimmia con cui lavora. Ecco, il poeta, nei riguardi delle poesie che elabora, è un po’ come uno zoologo. Ogni poesia è una cavia, ma una cavia animale e animata[i].

Tra i componimenti che Magrelli ha selezionato per Laletteraturaenoi figura anche la poesia a cui fa riferimento nell’intervista, Cave cavie! dalla raccolta Il sangue amaro. Il paragone tra le cavie e i testi è talmente tanto riuscito per Magrelli da diventare un titolo che condensa quarant’anni di scrittura poetica. Le poesie sono cavie, dunque organismi viventi, secondo una vecchia immagine cara ai poeti modernisti. Crescono, vivono di vita propria, si estinguono. Ciò che rende ben magrelliana la declinazione dell’immagine è che questi organismi viventi, le poesie-cavie, si muovono sotto gli occhi di uno zoologo, di un poeta-scienziato.

Armi di distruzione matematica: come il mito dell’oggettività dei numeri rischia di rovinarci la vita

91374b3f1e094d55908c6d6b8776ec3db08305 HPHHL9X1 Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

La matematica è il più potente strumento di cui l’uomo disponga. Per quanti non sono matematici di professione essa è un ricordo scolastico o un utile strumento per i calcoli della vita quotidiana. Ma l’idea più corrente su di essa è che “non è un’opinione”. Per distruggere quest’ultima convinzione è utile la lettura di Cathy O’Neill Armi di distruzione matematica (Bompiani, 2018). 

L’autrice è una matematica, con dottorato ad Harvard e postdottorato al Mit, che ha insegnato al Barnard College di New York, prima di passare a lavorare nel settore finanziario privato come analista quantitativa per l’hedge fund D.E. Shaw e poi come Data Scientist per diverse start-up dell’e-commerce. Insomma la O’Neill con la matematica ha lavorato a lungo e ha raccolto le sue esperienze in un blog molto frequentato, www.mathbabe.org. Il libro è una denuncia dell’uso di questo sapere per costruire quelle che l’autrice chiama “armi di distruzione di massa”. 

Un linguaggio costruttivo e dalle potenzialità infinite

Ricco di aneddoti ed esempi, il libro mostra come le applicazioni matematiche regolino la nostra vita in maniera spesso occulta e, talvolta, con effetti perversi, per esempio contribuendo a innescare la crisi economica del 2008 o consentendo di violare la nostra privacy come nel caso di Cambridge Analitics. Ma quello di Cathy O’Neill non è un libro di denuncia. L’idea di fondo è che la matematica sia un linguaggio e, come tale, ci permetta di “narrare” e “descrivere” mondi: un linguaggio incredibilmente espressivo, chiaro e preciso. 

Federalismo e autonomia rinforzata: i rischi senza paracadute di una secessione dai valori della Repubblica

fotolia italia puzzleR400 4ott10 Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

Sono passate per tanto tempo pressoché inosservate, specie nel mondo della scuola, le possibili conseguenze sul sistema nazionale dell’istruzione dell’iniziativa delle Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, volta al conseguimento di una maggiore autonomia (autonomia rinforzata) ai sensi del terzo comma dell'art.116 della Costituzione, cosi come riformato dalla L.3 del 2001.

Non è possibile affrontare il tema, o comprendere fino in fondo il significato eversivo di questo processo di "secessione", senza fare un passo indietro.

Il nostro paese ha costruito nel dopoguerra la sua unità attraverso la progressiva costruzione di una rete di servizi pubblici che dessero concretezza ai diritti di cittadinanza enunciati e garantiti dalla Costituzione, tra i quali prioritari il diritto all'istruzione e alla salute. Questa costruzione è avvenuta attraverso ingenti investimenti pubblici e ha avuto naturalmente le sue problematicità: da un lato l'aumento di spesa pubblica che si è tradotto nel grave deficit per il bilancio statale che oggi ci troviamo a pagare; dall'altro le diverse velocità e le diverse situazioni di partenza delle zone del paese, che hanno fatto sì che, laddove le pubbliche amministrazioni apparissero più deboli o permeabili a fenomeni di illegalità e clientelismo, le reti civili più deboli e le condizioni culturali ed economiche più arretrate, connotate da alti tassi di disoccupazione e scarsi di alfabetizzazione, l'investimento non desse esiti di efficienza e di efficacia tali da riuscire a rispondere ai bisogni delle popolazioni.

Dal 1992, dopo Tangentopoli, e con il costituirsi di politiche europee centrate sulla globalizzazione di mercati e risorse, è poi iniziata una generale revisione della spesa pubblica che si è tradotta nel nuovo secolo in una politica di efficientamento e riorganizzazione a cui non è sfuggito nessun settore, dalla sanità alla scuola. Ridurre gli sprechi e rendere più efficienti i servizi, anche attraverso processi di responsabilizzazione dei territori, attraverso forme di autonomia e decentramento, attraverso modelli più stringenti di controllo e monitoraggio della spesa: questo il senso complessivo che veniva enunciato dalle forze politiche di governo (per la verità, di vari governi) e assegnato alle diverse azioni avviate. L'accrescimento del ruolo degli enti decentrati, avvenuto con la riforma costituzionale del 2001, si è accompagnato a nuove modalità di allocazione delle risorse dal centro alle periferie, a volte ai servizi stessi (come accade, per la scuola, con l'autonomia scolastica).