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Un intellettuale corretto dalla scienza? Il personaggio-medico in Carlo Levi e Axel Munthe

cristosiefermatoaebolibanner.jpg Quali sono gli elementi che accomunano La storia di San Michele, 1929 e Cristo si è fermato a Eboli, 1945, due romanzi in apparenza così distanti: bestseller di un viaggiatore svedese, snobbato dalla critica italiana e non, il primo, pilastro della nostra narrativa post-bellica neo-realista, studiatissimo da allora ad oggi, il secondo?

Le convergenze partono proprio dalla figura del medico, uno e trino protremmo dire, che unisce infatti autore, narratore in prima persona e protagonista, creando con il lettore un patto di realtà immediatamente molto forte. Con Philippe Lejeune saremmo spinti a pensare che si tratti di scritti autobiografici, ma c’è nelle maglie del testo un ingrediente che li rende inequivocabilmente, con sfumature diverse, romanzi: la finzione.

Secondo elemento che accomuna questi due romanzi è il contesto sociale in cui, da lontano - e per motivi diversi - arrivano, una comunità contadina coesa di un piccolo centro del sud Italia.

Terzo elemento è il modo in cui entrano in contatto con questa comunità: uno sguardo reciprocamente benevolo. Anche se siamo portati a pensare che quello del protagonista sia il tipico sguardo dell’intellettuale sulla società, vedremo tra un attimo che non è esattamente così. È sì un occhio ‘colonialista’ (Said) perché esterno e dall’alto, ma che manifesta al contempo grande ammirazione e quasi invidia. Il protagonista medico è infatti fortemente attratto dalla semplicità dei rapporti che unisce la comunità contadina campana (Anacapri) e lucana (Grassano e Aliano) con cui si trova ad avere a che fare, causa il confino e una scelta di vita. Se poi cambiamo prospettiva, come fanno entrambi i narratori, ci accorgiamo che anche la comunità contadina è molto ben disposta nei confronti di questo ‘forestiero’, personaggio che arriva all’improvviso da fuori, e il motivo principale è che si tratta di un medico. Le comunità contadine mostrano subito una fortissima ammirazione per Carlo Levi e Axel Munthe in quanto medici con funzione salvifica e quasi taumaturgica.

Ulteriore tratto (il quinto sin qui) che accomuna i due romanzi, strettamente collegato al precendete, è l’esplicita ritrosia dei protagonasti nell’esercitare la professione di medico in quel contesto, nuovo per loro. L’identità del medico è un ingombro, è avvertita come un impedimento all’integrazione alla pari con il paradiso primigenio (la comunità contadina dai tratti ancestrali) di cui percepiscono immediatamente la forte coesione.

Tu sei il dottore che è arrivato ora? – mi chiesero- Vieni, che c’è uno che sta male”. Avevano saputo subito in Municipio del mio arrivo, e avvevano sentito che io ero un dottore. Dissi che ero dottore, ma da molti anni non esercitavo; che certamente esisteva un medico nel paese, che chiamassero quello e che percio non sarei venuto. Mi risposero che in paese non c’erano medici, che il loro compagno stava morendo. –Possibile che non ci sia un medico? – Non ce ne sono -. Ero molto imbarazzato: non sapevo davvero se sarei stato in grado, dopo tanti anni che non mi ero occupato di medicina, di essere di qualche utilità. Ma come resistere alle loro preghiere? Uno di essi, un vecchio dai capelli bianchi, mi si avvicino’ e mi prese la mano per baciarla. Credo di essermi tratto indietro, e di essere arrossito di vergogna, questa prima volta come tutte le altre poi, nel corso dell’anno, in cui qualche altro contadino ripeté lo stesso gesto. Era implorazione, o un resto di omaggio feudale. Mi alzai e li seguii dal malato.

Parlare di libri, parlare coi libri: il cervello che legge

festalibro-678x381.jpg Questo articolo riprende l’intervento “Leggere, comprendere, condividere: la classe come officina di letture” tenuto da Linda Cavadini presso il Convitto Cutelli a Catania il 22 novembre, nell’ambit odi Lettere di classe, incontri di formazione a cura di ADI-SD Catania.

A questi  link è possibile scaricare la bibliografia dell’incontro e i testi che sono stati affrontati

***

La lettura è come la pesca con la lenza. Potete rimanere ore senza prendere niente e improvvisamente prendete qualcosa. Non è nemmeno questione di pazienza, perché essere pazienti significa essere passivi, ma piuttosto essere vigili e di prendersi il proprio tempo

Hemanuel Hocquard

Milano, uno di quei giorni d’autunno in cui fa ancora caldo, sono di ritorno da un convegno in cui si è parlato di scuola, di ragazzi e di società. Salgo sul treno e apro il sistema periodico di Levi. Mi incollo a Idrogeno, storia dell’amicizia tra Enrico e Levi e della loro avventura nel laboratorio di chimica, luogo in cui imbastire la spasmodica ricerca de la mia legge, l’ordine in me, attorno a me e nel mondo, ossessione del giovane Levi che lamenta: a scuola mi somministravano tonnellate di nozioni che digerivo con diligenza, ma che non mi scaldavano le vene.

Ecco, tutto quello che avevo ascoltato in quella giornata stava lì, condensato in un racconto di Levi e al contempo marcava la differenza tra gli studenti del passato e i miei, che oggi non digeriscono più con diligenza le nozioni, ma anzi che scorrono e guardano molto, ma che sempre meno leggono libri. Con idrogeno come bussola e con molti altri libri in testa mi sono trovata, quindi, a ragionare sul cervello che legge, su come è cambiato il nostro modo di leggere e sul compito dei docenti e della scuola: per affrontare questo argomento non si può prescindere dai moderni studi delle neuroscienze (S. Dehaene I neuroni della lettura,  Milano 2009, M. Wolf Lettore vieni a casa, Milano 2018, M. Wolf Proust e il calamaro, Milano 2009 J. Siegel la mente adolescente Milano 2013) ma, come spesso mi accade, ho trovato nella letteratura ulteriori stimoli di riflessione.

Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d'inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti.  Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell'indistinto.

Le nuove sfide della cultura: numeri, pubblici e audience development

 

00051A5C-venezia-affollata-di-turisti.jpg In Italia, le istituzioni culturali sono affette da una grave malattia, sempre più dilagante: la “tirannia dei numeri”. Solitamente, i primi sintomi che si manifestano sono delle frasi di circostanza quali “i beni culturali sono il petrolio dell’Italia” oppure “l’Italia è un paese che potrebbe vivere di solo turismo”; a seguire, compaiono i temibili numeri, di cui i più autorevoli sotto forma di classifica pubblicata annualmente dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali circa il numero di visitatori e di introiti registrati presso i musei, i monumenti e i siti archeologici statali.

Così, “infettate” dai numeri, lo scopo di queste istituzioni diventa quello di registrare quanti più ingressi possibili, per avere in palio un posto nell’albo d’oro dei musei più visitati dell’anno, una menzione speciale su tutti i quotidiani nazionali nonché l’accesso a cospicui finanziamenti pubblici.

Ironia a parte, la situazione nel nostro Paese è veramente ossimorica; se da una parte ci si vanta spesso di possedere un invidiabile e ricco patrimonio storico-artistico, una storia millenaria e una fucina in continua crescita di offerte creative e originali, dall’altra manca un’adeguata visione strategica e a lungo termine di gestione e progettazione dello sviluppo del settore culturale, in quanto ci si limita a guardare solamente l’aspetto più effimero (ovvero i numeri) e quello più utile (gli introiti).

E il problema è tutto racchiuso qui: questi numeri dovrebbero essere il mezzo e non il fine delle nostre politiche culturali; e, come sottolineato dalla letteratura di settore, essi ci forniscono solamente dati quantitativi circa il numero di ingressi registrati presso una singola istituzione culturale, ma non ci danno alcun tipo di informazione utile circa i visitatori che usufruiscono dei servizi culturali, né di tipo anagrafico – età, nazionalità, livello di istruzione – né di stampo squisitamente qualitativo (che interessi hanno, come mai sono venuti in visita, che aspettative avevano e se sono state soddisfatte, cosa vorrebbero venisse offerto loro in più, e così via discorrendo).

Occorrerebbe, dunque, che le istituzioni culturali avviassero una vera e propria rivoluzione, consistente nello spostare l’attenzione dalle proprie collezioni e dai propri contenuti, adeguando l’offerta – spesso antiquata rispetto ai ritmi della società moderna – a una domanda sempre più eterogenea e multiforme, e mettendo così al centro delle proprie politiche i pubblici, analizzandoli, interrogandoli e venendo incontro alle loro esigenze.

Questa “rivoluzione copernicana dei pubblici”, come è stata definita dalla ricercatrice Alessandra Gariboldi, prende il nome di audience development.

Machiavelli e la contraddizione. Figure della negazione dalla sintassi al pensiero nel VII capitolo del «Principe»

niccolo-machiavelli-analisi-opere.jpg Pubblichiamo una analisi del settimo capitolo del «Principe» di Machiavelli, che parte da considerazioni sulla sintassi per poi spostarsi sull’interpretazione della contraddizione rappresentata da Cesare Borgia. Per Machiavelli, l’esempio di Borgia può insegnare meglio di qualsiasi precetto astratto come deve comportarsi un principe in un dominio nuovo: eppure il suo regno è stato brevissimo ed è nato grazie al potere di suo padre, papa Alessandro VI.

Coloro e quali solamente per fortuna diventano privati principi, com poca fatica diventono ma con assai si mantengano; e non hanno alcuna difficultà fra via perché vi volano, ma tutte le difficultà nascono quando e’ sono posti. E questi tali sono quando è concesso ad alcuno stato o per danari o per grazia di chi lo concede: come intervenne a molti in Grecia nelle ciptà di Ionia e di Ellesponto, dove furono fatti principi da Dario, acciò le tenessino per sua sicurtà e gloria; come erano fatti ancora quelli imperatori che di privati, per corruptione de’ soldati, pervenivano allo imperio.

Questi stanno semplicemente in sulla volontà e fortuna di chi lo ha concesso loro, che sono dua cose volubilissime et instabili. E non sanno e non possano tenere quello grado: non sanno, perché, se non è omo di grande ingegno e virtù, non è ragionevole che, sendo vixuto sempre in privata fortuna, sappia comandare; non possono, perché non hanno forze che gli possino essere amiche e fedeli. Dipoi gli stati che vengano subito, come tutte l’altre cose della natura che nascono e crescono presto, non possano avere le barbe e correspondenzie loro in modo che il primo tempo adverso non le spenga; se già quelli tali (come è detto) che sì de repente sono diventati principi non sono di tanta virtù, che quello che la fortuna ha messo loro in grembo, e’ sappino subito prepararsi a conservarlo, e quelli fondamenti che gli altri hanno fatti avanti che diventino principi, gli faccino poi.

Io voglio a l’uno e l’altro di questi modi detti, circa il diventare principe per virtù o per fortuna, addurre dua exempli stati né dì della memoria nostra: e questi sono Francesco Sforza e Cesare Borgia. Francesco, per gli debiti mezi e con una grande sua virtù, di privato diventò Duca di Milano; e quello che con mille affanni aveva acquistato, com poca fatica mantenne. Dall’altra parte Cesare Borgia, chiamato dal vulgo Duca Valentino, acquistò lo stato con la fortuna del padre e con quella lo perdé; non obstante che per lui si usassi ogni opera e facessini tutte quelle cose che per uno prudente e virtuoso uomo si doveva fare, per mettere le barbe sua in quelli stati che l’arme e fortuna di altri gli aveva concessi. Perché (come di sopra si disse) chi non fa e fondamenti prima, gli potrebbe con una grande virtù farli poi, ancora che si faccino con disagio dello architettore e pericolo dello edifizio. Se adunque si considerrà tutti e progressi del duca, si vedrà lui aversi fatti grandi fondamenti alla futura potenzia; li quali non iudico superfluo discorrere, perché io non saprei quali precepti mi dare migliori a uno principe nuovo, che lo exemplo delle azioni sue. E se gli ordini sua non gli profittorno, non fu sua colpa, perché nacque da una extraordinaria et extrema malignità di fortuna.

(Il principe, VII)

La Resistenza in Valdichiana- Insegnare italiano ai richiedenti asilo attraverso i diari dei partigiani

Resistenza-filo-spinato-900x445.png Gli feci un cenno con le mani, invitandolo a scendere, ma sembrava non capirmi; vedevo che si contorceva e contraeva il volto per il dolore, ma non potevo fare niente per aiutarlo. Infine decisi di arrampicarmi con altri compagni sulla carlinga e, appena fummo sopra, ci apparve uno spettacolo sconcertante, una scena da mattatoio: il pilota ci appariva come un vitello scannato, tanto era intriso di sangue. Ero sul davanti, di fronte a lui che mi stava guardando con gli occhi sbarrati e che si lamentava tremendamente. Iniziammo ad estrarlo, ma non ce la facevamo perché era ancora immobilizzato dalle cinture.

Le tagliammo con difficoltà e molti sforzi, riuscimmo finalmente, fra i suoi lamenti disperati, a sollevarlo e calarlo a terra, mentre sentivamo vicinissimo il rumore dei mezzi tedeschi, che avevano seguito la scena e venivano a catturare il pilota. In fretta trasportammo il pilota verso il bosco, mentre alcuni compagni ci proteggevano, ma appena arrivati udimmo colpi di fucile. Incuranti dei lamenti del pilota ci avviammo verso la montagna, mentre i compagni dietro ci proteggevano da eventuali attacchi.

Ad ogni scossone, il pilota riprendeva a contorcersi per il dolore, ma anche se dispiaciuti, continuammo la strada fino a Cantalena.

Scaricammo il pilota, lo sistemammo alla meglio in casa della famiglia Barbi che si offrì di ospitarlo e, dopo averlo spogliato con l'aiuto della signora Luisa, lo medicammo alla meglio in attesa di poter trovare un dottore disponibile.

Ora era in buone mani: aveva trovato una nuova mamma, che lo custodiva amorevolmente come un figlio, anche se a lui appariva come una mamma “nemica”. Da questa esperienza nasce una nuova concezione della vita e del modo; e cioè, quanto le genti semplici di qualsiasi parte del mondo sono umane e si possono comprendere ed aiutare fraternamente senza considerarsi nemici, ma fratelli.

Il giorno dopo arrivò il Dottor De Jodicibus che provvide alle medicazioni secondo le regole della scienza medica, promettendoci che sarebbe tornato per un controllo, e così fu. Ora con il passare dei giorni, Neuel si era ripreso, era autosufficiente, e il giorno 3 luglio ci seguì a piedi a Cortona, partecipando così alla liberazione di quel paese e dando contributo alla nostra lotta per la libertà.

Adattato e semplificato da  Ezio Raspanti, Ribelli per un ideale, ANPI, 1995, pp. 265, 266.

Stefano Dal Bianco, Una nuova edizione di Ritorno a Planaval

ritorno_planaval.jpg Ritorno a Planaval di Stefano Dal Bianco, uscito nel 2001 per Mondadori, è stato ripubblicato da poco per i tipi di Lieto Colle-Pordenonelegge, con una postfazione di Raffaella Scarpa e due interventi dell’autore e di Fernando Marchiori.

Pubblichiamo cinque testi e l’intervento dell’autore Il suono della lingua e il suono delle cose, ringraziando Stefano Dal Bianco e l’editore per la disponibilità.

***

È successo che avevamo rinunciato a sognare, e a riconoscere il profilo e il colore delle cose. Attraverso di noi cresceva la stagione peggiore. Un principio di immobilità aveva assunto i connotati della concentrazione. Pensavamo che rimanere all’erta fosse necessario per non farci trascinare dall’onda della vita altrui. E restavamo fermi, e se qualcuno ci chiedeva: Tu cosa pensi?, noi pensavamo che non volevamo pensare niente.

***

La vacanza

Mi allargo e occupo il tuo posto momentaneamente vuoto

come se fosse la mia libertà ad accogliermi,

ma se tu chiami

da dentro una presenza di lenzuola, ecco

io sono pronto

a stringermi nel sonno, a prendere atto

di quanto sia rimasto, in questo letto,

e quanto sia, di te, rimasto fuori.

Il mio incontro con Italo Calvino

 

Copertina Falaschi 

Giovanni Falaschi ha recentemente pubblicato per Aguaplano editore il proprio carteggio (in parte inedito) con Italo Calvino. Su gentile concessione pubblichiamo parte dell’introduzione del volume.

Fu in uno di quei miei giorni torinesi della prima metà degli anni Sessanta che mi venne in mente di cercare per telefono Calvino in casa editrice, con la quale non avevo mai avuto rapporti e neppure con lui. Me lo passarono, gli spiegai chi ero e cosa stavo facendo; all’inizio non mi sembrò troppo entusiasta di incontrarmi dicendomi che non sapeva come aiutarmi; insistetti, e allora mi fissò un appuntamento per il giorno dopo. Più tardi ho capito il perché di questa resistenza: ero uno dei tanti studenti che gli si rivolgevano per tesi di laurea ma, come mi disse più tardi, anche per esercitazioni nella scuola media, e comunque per informarsi di ogni cosa che lo riguardasse. Per “levarseli di torno” (uso un’espressione sua, in cui condensò simpaticamente le ragioni che dovevano aver spinto Pavese, che se lo ritrovava spesso fra i piedi con un racconto nuovo, a consigliargli di scrivere un romanzo) si decise a scrivere nel 1970 la prefazione a Gli amori difficili in cui dà molte notizie autobiografiche e informazioni intorno alle proprie opere e alla critica che le riguardava.

 

Comunque, eccomi a Casa Einaudi, in uno studio con le pareti foderate di libri, e quasi subito da una scaletta di legno interna, scende un uomo ancora giovane, alto e asciutto (Calvino era allora sulla quarantina), vestito di calzoni bianchi e una camicia rosa con le maniche rimboccate. Ricordo anche che era molto abbronzato.

Quando si dice essere un ragazzo: la cosa che mi colpì a tutta prima fu la sua camicia rosa! Abitavo allora a Firenze, quindi non proprio in una cittadina di provincia quanto alla moda, ma non avevo mai visto un uomo con una camicia di questo colore, tranne, passeggiando sul lungarno, una volta uno straniero molto elegante, inconfondibilmente inglese, o un turista o uno della numerosa colonia allora di stanza a Firenze (i cosiddetti “anglobeceri”, che dagli anni Settanta hanno progressivamente abbandonato la città diventata meta di orde di “saccoapelisti”).

Magrelli e il commissario

978880624029HIG.jpg Nel 2018 Valerio Magrelli ha raccolto in volume tutte le sue poesie (Le cavie. Poesie 1980-2018, Einaudi) e, contemporaneamente, ha ricominciato con un nuovo libro di versi: Il commissario Magrelli (Einaudi), opera a cui è stato assegnato il Premio Pagliarani 2019. 

Ne pubblichiamo alcuni testi, proponendoli insieme a una presentazione del libro scritta per il nostro blog dallo stesso Valerio Magrelli, che ringraziamo vivamente per la generosità.

***

I.

Dieci poesie da Il commissario Magrelli

1

Visto che tutti libri

hanno ormai un commissario,

mi faccio commissario

della poesia

e parto sulle tracce dei misfatti

che restano impuniti a questo mondo.

2

Povero vecchio, scherza il commissario:

la sciatica ti assolve, Pinochet…

Quante vittime vale un giradito?

E una colica? Un bel diabete, poi,

avrebbe tratto in salvo pure Goebbels.

Ah! I colpevoli anziani...

Tana libera tutti.

Raggiunti gli ottant’anni, vinci l’impunità.

Coi reumatismi, sistemi un genocidio:

vorrai mica infierire sui vegliardi!

È la “carta d’argento” del crimine,

il bonus del longevo.

Se invecchi in tempo,

non sei più responsabile di nulla.

Effetto Cile.

Sono i desparecidos del reato.

Il latino alle crociate

 

Colonna Traiana Renitenti al latino

Eccoli qui. Ventotto tra allieve e allievi di prima liceo scientifico. Ho appena congedato una quinta classe e inizia con loro un altro ciclo; a volte una storia d’amore. Il problema sarà farli innamorare di quello che insegno: perché io insegno (anche) latino. Impopolare quasi quanto il confratello greco (lo sanno bene i colleghi dei licei classici, uniti in rete come da nuovissimo epos); inutile quanto e più della già inutilissima letteratura di qualsiasi epoca e nazionalità.

«Prof, ma se io lo sapevo che alle scienze applicate non c’era latino, non ci venivo al tradizionale…» - mi dice Riccardo dal secondo banco.

«Se tu lo avessi saputo, non ci saresti venuto» – trovo appena la pedante prontezza di mormorare a fior di labbra al secondo giorno di scuola.

E nel frattempo penso «ci risiamo». Vaglielo a spiegare che gli servirà. Vaglielo a spiegare che gli servirà da subito, e non che – come più nobile dolore – un giorno ti sarà utile. Troppi avversari per difendere le posizioni di una utilità spendibile in niente che si possa vedere e toccare, misurare, calcolare, investire con profitto di denaro. Qualsiasi appassionata e perfino appassionante apologia s’infrangerà comunque in ultimo contro lo studio faticoso di declinazioni, coniugazioni, lemmi che sono falsi amici, elucubrazioni di gente vissuta secoli fa, in un mondo che non esiste

più. E forse a qualcuno di loro i nonni avranno raccontato di quando erano ancora bambini (mia madre l’ha fatto con me, con i miei figli), di quella vecchietta che in chiesa snocciolava l’invocazione alla Madonna e s’aggiustava il latino a modo suo, Regina sine labe originario concepta diventava Regina senza lampada… E s’aggiunge la beffa.

«Vediamo, ci sarà qualche buon motivo per cui il legislatore mantiene queste tre ore settimanali di latino (quattro, prima della cosiddetta riforma-Gelmini, ndL) all’interno dell’orario curricolare del liceo scientifico… Ve lo sarete chiesto, prima di iscrivervi…»

Alzano la mano per prime le ragazze, che sembrano Hermione Granger nella classe esordiente di Grifondoro.

«Perché il latino è la base dell’italiano». (Sì; anche, a volte; altre no…; ma comunque si può studiare l’italiano senza conoscere il latino…).

«Perché la nostra società ha ereditato molte cose dai romani». (Sì, mi dici quali? Il Colosseo?? Beh, quello è un monumento importante, certo, ma pensavo ti riferissi a qualcos’altro…).

«Perché allena la logica, che in un liceo scientifico è importante». (Beh, ogni disciplina allena la logica e la logica è importante in ogni indirizzo di studi…).

«Perché se voglio studiare medicina, mi serve a capire da dove derivano le parole» (Certo, sì, ma allora ti servirebbe anche il greco, e poi non credo che qui in mezzo tutti vogliano studiare medicina… No, tranquilla, io non insegno ANCHE greco, pure se ho frequentato un liceo classico…).

Su Trasparenza. In dialogo con Maria Borio

 

 trasparenza-434731.jpg A cura di Marianna Marrucci

MM - Trasparenza è un libro in tre parti (Il puro, L’impuro, Il trasparente). Tre parti più una poesia fuori sezione, collocata all’inizio del libro, in posizione d’apertura. Vorrei fermarmi su questo inizio, che ha tutto il sapore di un manifesto di poetica. Ci trovo, soprattutto, tre indizi, che mi suggeriscono altrettante piste di lettura, che si intrecciano l’una all’altra. La prima riguarda il rapporto tra l’opera e il mondo: “chiedete non alla forma/ ma fuori, a tutto il resto cosa sia,/ questa scrittura o le unghie esili”. Si cerca di spostare il focus sulla realtà (in senso concreto, fisico, materico), su una “scena” che “accada/ e non sia forma sola, ma pancia, mano, piede”. La seconda riguarda il rapporto tra parole e pensiero, che passa per il corpo: “guardate una parola come un piede di bambino/ appoggiato alla mano della madre, quella mano/ alla pancia e la pancia a un pensiero”. La terza, cruciale, riguarda la forma: del libro che il lettore sta per leggere si dice che è “a schermo” e che “può essere forma”. E la “forma” è “disfarsi, a volte”. Un dato di grande interesse del libro, per me, è proprio questo ricerca di formalizzazione a partire da un disfarsi di forme pre-esistenti. Sento in questi versi una volontà di aggirare le misure e forzare i limiti, una spinta a disfare, che allunga il verso fino alla prosa, ma allo stesso tempo anche una specie di ossessione per la strofa, in quanto strumento di modellizzazione. È proprio lo strumento (sempre imperfetto) della forma (“un ritmo che lega gli uomini nella mia mente” e rifrange “vite in frammento o luce stupita”) a permettere all’io di porsi in relazione con gli altri e di parlare al plurale. I due versi che chiudono la poesia mi sembrano dire proprio questo: “Con i pensieri come unghie lego vite/ disunite a schermo”.

MB - La prima poesia di Trasparenza è una specie di overture e di altorilievo che si stacca, viene avanti, parla a chi sta iniziando a leggere. Inizia con due verbi esortativi al plurale: “osservate, chiedete”. Il libro, che ha una struttura tripartita e scandita, racconta una storia atipica: non ha uno svolgimento, non c’è nulla di romanzesco, sembra che tutto sia condensato in un presente interminabile, come un filo a piombo che cade dentro la contemporaneità. È la storia di una persona che nel mondo di oggi ricerca il significato delle relazioni umane, e prova a fissare le scene e le situazioni in cui si manifestano: le comunicazioni digitali, i legami affettivi, ampi spazi percorsi da viaggi in aereo e in treno, luoghi con architetture di vetro che consentono una visione immediata fra l’interno e l’esterno. Il mondo di questo libro è quello della trasparenza. Si sente spesso parlare di trasparenza in politica, in sociologia, in filosofia e non sono poche le pagine dei social network che usano questa parola. Quante volte ci viene chiesto di essere trasparenti? Ma che cosa significa? Immagina un oggetto trasparente: un vetro. Riesci subito a vedere quello che c’è dall’altra parte, ma allo stesso tempo puoi notare delle imperfezioni, tracce di polvere, detriti. C’è una visione immediata, diretta, pura, e c’è una visione con ostacoli, indiretta, impura. La trasparenza è una sintesi tra queste due visioni, è in realtà uno ‘stare nella trasparenza’, così come in ogni relazione umana ci sono aspetti diversi, l’odio e l’amore, il bene e il male: la vita vera è fatta di composizioni, distruzioni e ricostruzioni continue. Pensiamo adesso allo schermo di un computer o di un telefono: in qualsiasi pagina di qualsiasi social network possiamo vedere immediatamente notizie, immagini, mandare all’istante un messaggio, fare una videochiamata con skype o whatsapp. Quello che è così facile, immediato sullo schermo, ha sempre in sé una mancanza, una distanza. Quando comunichiamo con i nostri schermi digitali siamo tra due sponde, quella dell’immediatezza e quella della distanza, del puro e dell’impuro: siamo nella trasparenza. Nel libro la trasparenza diventa una sostanza della vita: dal punto di vista dei sentimenti, delle emozioni, dei nostri mondi più intimi (in questo senso rappresenta il rapporto, di cui parli, tra parole e pensiero che passa per il corpo, quello che nella prima poesia del libro fa venire fuori l’emotività, l’empatia, fa dire ‘chiedete’) e dal punto di vista della riflessione, della conoscenza (in questo senso riguarda il rapporto tra l’opera e il mondo a cui ti riferisci, che mette in moto il pensiero, fa dire ‘osservate’).

Diseguali e meritevoli. Considerazioni intorno a Mauro Boarelli, Contro l’ideologia del merito

41g3olh7oDL Un concetto-ombrello

Chi mai potrebbe dichiararsi, senza sfidare il senso comune e quello del ridicolo, contrario al riconoscimento del “merito”? Eppure questa parola così ovvia è un vaso di Pandora di sensi nascosti, molti dei quali inquietanti, almeno da quando è stata eretta a ideologia, la “meritocrazia”: troppo spesso confusa, nel dibattito pubblico e nel nostro inconscio sociale, con quel “merito” che, in effetti, è citato anche nell’articolo 34 della nostra Costituzione.

“Meritocrazia” è un concetto-ombrello: nel libro di Boarelli (Laterza, 2019) si parla infatti di valutazione, taylorismo, mobilità sociale, mito della trasparenza, eguaglianza, biopolitica, rapporto tra scienza e società … Una complessità rimossa dal fatto che il termine è ormai diventato una parola d’ordine inanalizzata. Dentro questo quadro in cui tutto si tiene, mi atterrò a una sola linea d’analisi e a un singolo tema per presentare e discutere il libro: quello dell’eguaglianza e della diseguaglianza.

Storia e fortuna di un concetto: la “meritocrazia”

La parola “meritocrazia” compare per la prima volta negli anni Cinquanta con connotazione negativa nei testi di due sociologi laburisti, Alan Fox e Micheal Young (quest’ultimo autore di un noto romanzo satirico e distopico, L’avvento della meritocrazia).

Le società di antico regime avevano potuto giustificare le diseguaglianze sociali sulla base del criterio della nascita, un criterio che per secoli era apparso naturale e che era invece l’ideologia dei pochi privilegiati. La società moderna introduce il principio dell’eguaglianza, ma, nei fatti, continua a perpetuare differenze di status, non più tra nobili e non nobili, bensì tra ricchi e poveri, potenti e deboli, capaci e incapaci, vincenti e falliti, … Anche la società democratica ha perciò bisogno, non meno della società tradizionale, di motivare persuasivamente le proprie diseguaglianze. A prestarsi perfettamente allo scopo è proprio il criterio del merito: tutti gli uomini nascono con eguali opportunità di partenza, ma l’effettivo successo o insuccesso dipenderà esclusivamente dalla loro abilità di realizzare i propri talenti, facendoli fruttare in concorrenza con quelli altrui.

Il radicato costruttivismo sociale di uomini di sinistra come Fox e Young ebbe facile gioco nel mostrare che l’egualitarismo della “meritocrazia” è invece la maschera dell’ennesimo tentativo di naturalizzare la diseguaglianza: gli uomini non nascono affatto con eguali opportunità e a vincere la competizione sono coloro che provengo da un contesto ricco in capitale socio-economico o culturale.