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Fabrizio De André era qualcosa di più di un alcolizzato timido

fabrizio de andre principe libero cs thumb660x453 Se volessi parlare col sopracciglio alzato della miniserie «Il principe libero» (in onda il 13 e il 14 febbraio), dovrei direi che tutte le premesse erano buone per garantire un risultato non memorabile: destinazione iper-generalista (la prima serata Rai, quella dei carabinieri e degli investigatori in tonaca da prete); corteo di gadgets pubblicitari (uscita prima nelle sale dei cinema poi in tv, cofanetto con dvd già predisposto, riedizione degli album); diretto coinvolgimento di Dori Ghezzi, persona emotivamente troppo vicina a De André per non vivere un film su di lui come rispecchiamento del proprio sé e come atto di devozione; problematicità, forse aporia, del genere stesso del biopic. Ma non voglio parlare così.

Se Fabrizio De André è ormai abbondantemente santificato e venerato, è pur vero che non avevamo ancora visto un film su di lui e nessun fan, per quanto supercilioso, potrebbe negare la soddisfazione un po’ morbosa di guardarselo. Inoltre non sono affatto fra quanti ridicolizzino i Don Matteo (per non parlare dei gradevolissimi Montalbano) e la “fiction all’italiana”, che è certo imparagonabile alle serie americane per qualità di scrittura, realizzazione, ambizioni artistiche, ma che fornisce un decoroso prodotto d’intrattenimento capace di perpetuare, nell’attuale volgarità della tv dei reality, la dignità della narrazione popolare. Infine, non mi aspetto che una biografia destinata alla tv riesca a superare gli ovvi cliché narrativi del genere.

Ma mi sarei aspettato, quanto meno, che Faber non ne uscisse addirittura degradato nella memoria.

L’omicidio di Macerata e le passioni infinite

4788672 Sul numero di «Micromega» aprile-giugno 1987, Ignacio Matte Blanco, psicoanalista cileno trasferitosi a Roma, pubblica un breve articolo intitolato Polis e Psiche. Si tratta di un documento insolito per un freudiano che ha messo al centro dei propri studi il rapporto tra inconscio e infinito. Nella sua analisi, Matte Blanco si confronta con la crisi dei valori della politica italiana, dimostrando che le sue categorie sono proficuamente applicabili per analizzare questioni di carattere sociale. Partendo, come di consueto, dall’analisi freudiana dei processi inconsci, Matte Blanco nota come il linguaggio politico sia fortemente condizionato dalle emozioni e dunque da porzioni di pensiero che non rispettano la logica tradizionale. Nel paragrafo centrale, intitolato Pensiero, Emozione, Infinito e Politica, si legge che «questo mondo [l’inconscio] esiste in noi ed è attivissimo ed influisce considerevolmente nella nostra vita, inclusa la vita politica. È il mondo dell’inconscio e dell’emozione» (p. 218). In questo mondo, scrive ancora Matte Blanco, «tutto si unifica, totalizza ed infinitizza» (p. 218). Le riflessioni sulla crisi della vita politica italiana degli anni Ottanta sono in larga parte attuali anche oggi, ma il saggio matteblanchiano è un documento essenziale soprattutto perché testimonianza di come uno studio sull’inconscio possa superare i confini della psiche privata e possa essere applicato anche a questioni di carattere storico, sociale, politico:

Siccome l’inconscio e l’emozione sono aspetti integranti della natura umana, possiamo concludere che la logica simmetrica, per quanto strana, è, dopo la logica classica, una seconda espressione della nostra natura. Essa ci fornisce un secondo modo di conoscere e vivere la realtà, nostra e del mondo. (p. 218)

Riformare gli esami e la scuola: piccola replica di un piccolo insegnante al direttore di un think tank

000000000000000000000000000000000000000Gavosto Che diritto ha una persona che dimostra di non sapere nulla di didattica della scrittura e di come si svolgano le prove scritte di italiano di scrivere un penoso pamphlettino in cui dimostra di essere non si sa se più ignorante del concreto funzionamento della scuola o più tumescente di ideologia e di disprezzo verso noi insegnanti?

E perché ogni articolo e discussione pubblica sulla scuola abbandona sempre il terreno del confronto intellettuale, culturale, pedagogico intorno a problemi complessi, per innalzarsi (volevo dire: abbassarsi) a quello del conflitto epocale tra forze del Futuro e forze del Passato?

Conclamate falsità

L’articolo a firma di Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli, dal titolo «Addio al tema letterario, la scuola infrange l’ultimo tabù», uscito il 17 gennaio su La Stampa, è a dir poco sfrontato. Esso punta insieme a informare sulle Nuove linee guida per l’esame conclusivo del primo ciclo (da poco licenziate da una commissione presieduta da Luca Serianni) e a fare opera di fiancheggiamento delle Forze del Bene impegnate nella riforma di una scuola che recalcitra come un asino con la testa perennemente volta al passato. Ma l’economista Gavosto dimostra di non sapere di che cosa stia parlando.

Appello per la scuola pubblica

Sul sito Appello per la scuola pubblica  è stato pubblicato un documento scritto da un gruppo di insegnanti e già  sottoscritto da oltre 350 firmatari. L'appello tocca punti didattici e culturali nodali, per cui ci sembra utile condividerlo, nell’auspicio che su questi temi si possa aprire un confronto serrato.

Premessa

L’ultima riforma della scuola è l’apice di un processo pluridecennale che rischia di svuotare sempre più di senso la pratica educativa e che mette in pericolo i fondamenti stessi della scuola pubblica. Certo la scuola va ripensata e riformata, ma non destrutturata e sottoposta ad un processo riduttivo e riduzionista, di cui va smascherata la natura ideologica, di marca economicistica ed efficientista.

La scuola è e deve essere sempre meglio una comunità educativa ed educante. Per questo non può assumere, come propri, modelli produttivistici, forse utili in altri ambiti della società, ma inadeguati all’esigenza di una formazione umana e critica integrale.

È quanto mai necessario “rimettere al centro” del dibattito la questione della scuola.

Come? In tre modi almeno:

  1. a) parlandone e molto, in un’informazione consapevole che spieghi in modo critico i processi in corso;
  2. b) ricostituendo un fronte comune di insegnanti, Dirigenti Scolastici, studenti, genitori e società civile tutta; e, soprattutto,
  3. c) riprendendo una lotta cosciente e resistente in difesa della scuola, per una sua trasformazione reale e creativa.

Bisogna chiedersi, con franchezza: cosa è al centro realmente? L’educazione, la cultura, l’amore per i giovani e per la loro crescita intellettuale e interiore, non solo professionale, o un processo economicistico-tecnicistico che asfissia e destituisce?

I work therefore I am (European)

22540214 10213887822540014 5802931957547615496 n  Particolarmente evocativo il titolo del convegno svoltosi il 9-10-11 novembre a Bruxelles che ha raccolto attorno a più tavoli, tra il Comitato delle regioni, una delle Istituzioni europee più attive, e la Fonderie, museo “operaio”, sociologi, filosofi e letterati appartenenti (precariamente o stabilmente) a diverse università europee. A.C. e T.T. hanno animato un dibattito interdisciplinare multilingue e insolitamente aconflittuale, maggior comun denomitore tra i partecipanti: esperienza diretta o indiretta del precariato in Europa. L’identità si costruisce sulla base del lavoro che si svolge e se il lavoro è precario l’identità sarà un puzzle modellato su misura come un abito di arlecchino, diversi lavori, vari luoghi, la bellezza dell’insieme dipende dalla tenacia e insieme dalla capacità di abbandonarsi al fato (ducunt volentem fata nolentem trahunt). Non è un caso che Trevisan, con il suo WORKS, sia risultato non un prototipo ma un emblema del precariato degli anni Dieci, dove l’identità che si costruisce è non omologata e priva di ogni forma di compromesso.

Tutto questo mi tocca personalmente, non fosse altro che ricevendo da numerosi anni mensilmente una fiche salaireàtemps plein, nella dichiarazione dei redditi risulto: Travailleur du secteur public sans contrat de travail. Due episodi esplicativi.

1. Giugno.

«Vous êtes salariée?»

«Oui, bien sûr!»

In banca, la prima domanda, la più ovvia, eppure mi pare paradossale, chiedo il perché, mi risponde come meglio può ma poi ci guardiamo con sconcerto reciproco. È possibile certo che io non lo sia ma non riesco a riavermi da questa domanda, così ovvia eppure così brutale che mi pare apra un baratro sulla mia condizione e sui ‘ruoli’ nella società. Sarà che oggi all’improvviso fa un caldo mostruoso e io ho passato la mattinata con Svevo, Tozzi e Pirandello, cercando di imbastire un dialogo con accordi e disaccordi che non hanno avuto su una questione che importa solo a me.

Il mondo non è mai stato così opaco e accelerato. A margine di un caso di revisionismo storico

 

Ghersi 20170606 0006 La targa in memoria di Giuseppina Ghersi e il revisionismo neofascista

Poche settimane fa, sui giornali e in rete, si è letta una dura polemica intorno a una targa commemorativa per una ragazzina ligure di 13 anni, Giuseppina Ghersi, che nel ‘45 fu – si è detto – violentata e uccisa da partigiani comunisti. La questione, di interesse locale, ha fatto il balzo verso le cronache nazionali quando la sezione savonese dell’Anpi si è dichiarata contraria alla targa, sia perché vedeva in questa decisione una strumentalizzazione politica, sia perché, nonostante la giovane età di Giuseppina Ghersi, si trattava comunque di una fascista. Questa presa di posizione ha ovviamente suscitato feroci riprensioni anche a sinistra e divisioni all’interno della stessa Associazione dei partigiani, ligure e nazionale.

Ma le cose stanno davvero così?

La ricostruzione della vicenda, data per assodata da giornali locali e nazionali (si veda ad esempio il Corriere), è in verità molto incerta e oscura. 

Nessuno, infatti, ha minimamente sospettato che l’acqua fosse inquinata all’origine, e dalla riaggallante fanghiglia del neofascismo. Chi si occupa per professione di manipolazioni revisioniste e negazioniste è prontamente intervenuto e ora possiamo leggere un primo debunking della vicenda da parte del collettivo Nicoletta Bourbaki (ma si veda anche questa accurata ricostruzione dello stemma codicum degli articoli che hanno dato la notizia).

Non sbeffeggiamo il “politicamente corretto”. qualche riflessione su Trump, Faulkner e Tacito

o POLITICAL CORRECT facebook«Mi venga un accidente se non siamo in una bella situazione quando un qualsiasi sporco forestiero incapace di guadagnarsi la vita nel paese dove Dio l’ha fatto nascere può venire in questo a portare via i quattrini dalle tasche di un americano».

Di chi è questa frase? Si direbbe di Trump durante la campagna presidenziale di questo 2016.

Nella terza parte di L’urlo e il furore uno dei protagonisti, Jason, svolge un lungo monologo che serve a Faulkner per caratterizzare in modo deteriore questo personaggio, il più spregevole dei fratelli Compson, sadico e truffatore. La frase è sua, siamo nel 1928, agli inizi della grande depressione. La crisi economica contribuiva allora, come accade anche oggi, novanta anni dopo, a incrementare la xenofobia e lo squallore morale (Jason è anche razzista, odia i neri e gli ebrei). Che questa frase che Faulkner riteneva degradante possa essere attribuita non a un figlio degenere della decaduta classe rurale americana degli anni venti, come Jason, ma a un presidente dello stato più potente dell’Occidente fa pensare in quale abisso siamo caduti.

Fuocoammare di Gianfranco Rosi

locandinaPrendo spunto dal pezzo di Alberto Godioli Le Guerre invisibili: Fuocoammare di Gianfranco Rosi, che indaga sui rapporti tra l’idea letteraria di spazio in Calvino e il cinema documentario di Rosi, da Sacro Gra a Fuocoammare, Orso d’oro a Berlino 2016, per dire due cose su un film che, come il resto del mondo, ho amato (venduto in sessanta paesi, il film ha registrato su Rai Tre due milioni e trecentomila telespettatori, pari all’8,8 % di share), e per intervenire sulla polemica scatenata sui giornali dopo la notizia della coraggiosa candidatura agli Oscar di un documentario come miglior film di finzione (Lampedusa verso l’Oscar, Sorrentino: scelta masochistica, “Repubblica” 27 settembre 2016). Il 24 gennaio prossimo sapremo se Fuocoammare entrerà nella cinquina ufficiale dei film stranieri (tra gli altri candidati cito almeno Neruda di Pablo Larrain, Julieta di Almodovar, Paradise di Konchalocsky, The Salesman di Farhadi), oltre che, come tutti immaginiamo, nella cinquina ufficiale dei documentari. Una scelta coraggiosa, dicevo, sostenuta dal primo momento dalla presidente di giuria della Berlinale Meryl Streep, che all’uscita della sala dichiarò che si sarebbe battuta fino alla fine per la candidatura del film agli Oscar.

La notizia ha creato polemiche e spaccato il nostro paese, se è vero che, alla vigilia della pubblicazione della notizia, il nostro premio Oscar Paolo Sorrentino, membro della commissione per gli Oscar, dichiarava: «Fuocoammare è magnifico, ma andava candidato nella categoria dei documentari. Questa scelta è un masochistico depotenziamento del cinema italiano, che poteva candidare due film». Eppure, caro Paolo, sta proprio qui la novità: candidare Fuocoammare come miglior film straniero sancisce una volta per tutte che tra film documentario e film di finzione non ci sono barriere di genere e che il documentario è prima di tutto un film. Lo spiega bene Emiliano Morreale (Il cinema ai confini tra fiction e realtà, Può un documentario candidarsi all’Oscar come film? “Repubblica” 28 settembre 2016), quando scrive che il documentario, o il cinema del reale, «nasce storicamente dal corpo centrale della storia del cinema e anzi spesso in forte legame con i movimenti d’avanguardia e le spinte d’innovazione artistica». Non una distinzione di genere, dunque, ma di metodo. Una diversa tensione conoscitiva nei confronti del mondo e un diverso approccio morale nei confronti della storia narrata, dove l’estetica non è mai separata dall’etica, e viceversa. E se Morreale cita come grandi documentari Les Hurdes di Louis Bunuel e Anna di Alberto Grifi, noi aggiungiamo almeno il documentario di poesia di Pietro Marcello, il surrealismo gridato di Pippo Delbono, il figurativismo di Vittorio De Seta. 

Fuocoammare è prima di tutto un film, e come film deve essere giudicato. Lo hanno capito i più grandi Festival di cinema del mondo (alla Berlinale era in gara come film nel Concorso ufficiale). Lo ha capito la commissione degli Oscar. Lo ha capito il pubblico, come quella piazza gremita di gente a Salina, per la serata di apertura dell’ultima edizione lo scorso Giugno del Salinadocfest, Festival del documentario narrativo, che dirigo da dieci anni e di cui sono Presidente (www.salinadocfest.it). Per l’occasione abbiamo deciso di mettere a confronto il regista, in collegamento Skype da Londra per l’uscita in sala, il montatore Jacopo Quadri, che ha affiancato Gianfranco per quasi un anno durante le riprese a Lampedusa, e Corrado Formigli, giornalista televisivo di Piazza Pulita, che ha firmato molte inchieste su Lampedusa e sulla tragedia dei migranti – un soggetto inflazionato a cui ormai il nostro occhio si è assuefatto -. Per chiarire una volta per tutte che il documentario non è un réportage e che le differenze tra documentario e finzione riguardano prima di tutto lo sguardo, il modo in cui si racconta una storia.

È lo sguardo che sedimenta i vecchi contenuti e li rende nuovi, diversi, inediti all’occhio umano. Da anni vediamo in TV i volti di quegli stessi profughi, le coste di una Lampedusa martoriata, i resti dei barconi sulle nostre coste. Ma in Fuocoammare la luce cambia. L’occhio rallenta, sottrae al tempo le immagini, lavora per sottrazione. Rosi scandaglia in profondità gli abissi della storia come in una discesa agli inferi del buio sottomarino, scruta negli animi dell’essere umano, lampedusano, somalo o etiope che sia, come quando, naufrago tra naufraghi, si ritrova accanto a corpi morti o in agonia, sul gommone della guardia costiera, e incrocia il loro sguardo, rivolto in macchina, in silenzio, senza parole, se non quelle del rispetto per il dolore altrui. La quotidianità della comunità di Lampedusa procede così, grazie al sapiente montaggio alternato di Jacopo Quadri, tra le storie dei suoi abitanti - Samuele, il bambino che soffre il mare, Pietro, il dottore che accoglie i migranti, Pippo, il dj di una radio locale che trasmette solo canzoni in dialetto, tra un bollettino sugli sbarchi e l’altro, Francesco, il sub che tutte le mattine s’immerge in cerca di ricci -, e gli sbarchi continui dei profughi; tra il grido dei sopravvissuti e il silenzio di un’isola separata dal mondo; tra i soccorsi in mare e i gesti quotidiani di Samuele, il bambino dall’occhio pigro, che vede oltre e vede meglio, che gioca a sparare agli uccelli, perché ha perduto la sua innocenza. Due realtà che si incrociano, ma non si incontrano, se non nello sguardo del regista, che fa da trait d’union tra le due diverse realtà, che osserva senza retorica e al tempo stesso partecipa, senza il distacco neutrale del cronista. Con uno sguardo d’autore, appunto. Con lo sguardo del cinema.

Lo sguardo si riappropria degli spazi, rende epifanici luoghi invisibili, nei campi lunghi fissi sulle rocce di una Lampedusa feroce e bellissima, dove passa, solitudine tra solitudini, il motorino di Samuele; nelle lente panoramiche sugli interni - dalla stanza da pranzo di Samuele, dove assistiamo, in tempo reale e simbolico, al rituale degli spaghetti con i totani appena pescati, alla consolle di Pippo DJ, che sceglie con cura i motivi siciliani dai suoi vecchi vinili, come Fuocoammare che dà il titolo al film, alla camera di un’anziana casalinga rimasta vedova, il cui unico impegno quotidiano è il letto nuziale da rifare, come buon auspicio per iniziare la giornata sotto la protezione della Madonna e di Padre Pio.

Fiction 2.0 di Giulio Mozzi: dall'io possibile alla realtà possibile, una nuova generazione di lettori è nell'aria

cop mozzi fiction2 0 Laurana ha da poco pubblicato una nuova edizione della raccolta di racconti di Giulio Mozzi Fiction 2.0, uscita nel 2001 per Einaudi. Parliamo dell'autore che sin dagli esordi (1993) ha (ri)lanciato, in Italia, il genere dell'autofiction: ricordo ancora lo scandalo che provocò con Il male naturale (Mondadori, 1998, Laurana 2011) nell'ambiente letterario, del tutto impreparato a questa novità; la convergenza di autore e personaggio, la sua parresìa – celebre l'incipit di un racconto: «Mi chiamo Giulio e sono un alcolista» –, avevano prodotto quella tipica riattivazione degli atti linguistici che confonde il piano di realtà del lettore e quindi il suo ordine morale. Se è vero infatti che il romanziere moderno e contemporaneo, per evitare carcere e censura ha fatto di tutto per disattivarli – tanto che la più diffusa avvertenza romanzesca è sempre stata “ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale” –, dalla fine degli anni novanta in poi si è accresciuto in tutta Europa (L'avversario di Emmanuel Carrère è del 2000, I soldati di Salamina di Javier Cercas nel 2001) l'interesse per narrazioni che prendono ispirazione proprio da fatti realmente accaduti o da persone esistenti, compresa la pelle dell'autore; diventerà esemplare l'incipit di Troppi paradisi (2006, l'anno di Gomorra): «Mi chiamo Walter Siti, come tutti. Campione di mediocrità.»

Dopo l'uscita nel 1998, fatalmente un deputato leghista accusò Il male naturale di pedopornografia, fece un'interrogazione parlamentare e minacciò denunce: il testo sparì subito dalla circolazione, perfino dal sito della Mondadori che vi aveva pubblicato, con la complicità di Giuseppe Genna, il racconto “Amore” all'origine delle accuse. A parte le acquisizioni più recenti della critica – L'io possibile. L'autofiction come paradosso del romanzo contemporaneo di Lorenzo Marchese è del 2014 –, la vicenda non ha purtroppo aiutato il testo a trovare sin dall'inizio la giusta prospettiva genealogica.

Il mito della creatività

2b8f076c3595ba89f42be5bd76aba024 andy warhol marilyn arte popSiamo lieti di presentare un estratto tratto dal primo numero della rivista «Figure». Il numero è dedicato alla creatività ed è consultabile seguendo questo link: rivistafigure

Questo brano fa parte dell’articolo “Il mito della creatività”.

Una volta che ci si è accorti dell'esistenza del mito della creatività si inizia a rintracciarlo un po' dappertutto; si inizia pian piano a vederlo nelle sue personificazioni – i creativi – e nella sua presenza nel mondo del lavoro – il lavoro creativo o i modi creativi di compiere un lavoro; si sentono risuonarne la parole  in molti discorsi a vari livelli (nei telegiornali, nei blog, su facebook, negli annunci di lavoro, nelle chiacchiere da bar...); lo si nota come un'aura che colora molte figure significative del nostro immaginario. La tinta euforica che sempre si accompagna al mito della creatività viene utilizzata per rappresentare una serie di oggetti, valori e luoghi anche molto diversi tra di loro; i colori ricordano quelli delle fotografie di Oliviero Toscani. Anche quando non vengono usate direttamente la parola e i suoi derivati ci si accorge, man mano che si affina lo sguardo, che una serie di altri lemmi, concetti e valori che con essa costruiscono una ragnatela simbolica (innovazione, originalità, bellezza diffusa, genio, successo...) sono disseminati nel mondo che abbiamo davanti, nei nostri discorsi quotidiani. La creatività appare nella forma del mito: non semplicemente una mistificazione, ma narrazioni, immagini, costellazioni di elementi che producono identità culturali e collettive, all'interno delle quali le persone possono riconoscersi e riconoscere i loro simili, ricondurre le loro esperienze particolari a un modello generale. Abbiamo iniziato pensando di dover portare in superficie un ossicino un po' coperto dalla terra e ci accorgiamo, mano a mano che si scava, che l'ossicino è il dito di una zampa dello scheletro di brontosauro, sepolto sotto tutta la pianura circostante.