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diretto da Romano Luperini

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Il presente e noi

Contiene saggi e interventi su temi e questioni di attualità.

Diaz, non pulire questo sangue. Il film, la sceneggiatura, le foto. Conversazione con Daniele Vicari: «Uscire dal reducismo per superare la sconfitta di Genova 2001»

 

9788860447548_0_0_300_75.jpg Intervista di Katia Trombetta

Lo scorso 15 luglio, a ridosso del ventennale dei fatti che segnarono il G8 di Genova 2001, è uscito per Fandango Libri Diaz, non pulire questo sangue. Il film, la sceneggiatura, le foto, di Daniele Vicari. La parte più corposa del libro è costituita da un nutrito apparato fotografico, che raccoglie gli scatti realizzati da Alfredo Falvo sul set del film diretto nel 2011 da Vicari, e dalla sceneggiatura che il regista ha scritto assieme a Laura Paolucci. Le foto e la sceneggiatura sono precedute da una serie di riflessioni e interventi critici. Si va dalla breve nota del produttore, Domenico Procacci, a quella dello stesso Vicari, alle interviste di Ettore Scola e Ugo Gregoretti. I testi sono affiancati da alcuni dei disegni che compongono lo storyboard. Si tratta dunque di una proposta editoriale che sollecita la riflessione su Genova a partire dalla datità del film, nella misura in cui il libro rende conto del piano materiale della sua lavorazione tecnica da un lato e, dall’altro, della sua dimensione estetica. Su entrambi questi piani il film è sostenuto dalla necessità di porre al centro di una riflessione collettiva su Genova in primo luogo i fatti, gli eventi nudi e crudi di quelle giornate, e cioè la violenza inappellabile, la sospensione dello stato di diritto. Il libro rimanda quindi al film in questi termini proprio perché esplicita il suo particolare farsi come opera d’arte cinematografica che, sia per lo sforzo realizzativo che presuppone, sia per il linguaggio scelto dal regista, riesce a esprimere una «rappresentatività documentale superiore a quella della documentazione reale» (Ugo Gregoretti). Ciò ha conseguenze cruciali nel momento in cui il film si inserisce, ieri come oggi, nel discorso pubblico su Genova, imponendo un inequivocabile ordine di priorità rispetto ai possibili livelli di analisi. Ne abbiamo parlato con Daniele Vicari, a margine della proiezione del film, svoltasi lo scorso lunedì 19 luglio presso gli spazi di Casetta Rossa a Roma.

Daniele, Diaz è un film che non ha un impianto narrativo lineare. C’è una scena il lancio di una bottiglietta quando la pattuglia della Polizia passa davanti alla scuola Diaz la mattina del 21 luglio che ricorre ciclicamente. Da quel lancio e dall’infrangersi della bottiglietta sull’asfalto riparte più volte il racconto, tornando indietro e andando avanti a salti, seguendo il punto di vista di personaggi differenti. Come ha scritto Ettore Scola «è una scansione che ogni volta ci avvicina di più alla tragedia» e che rende conto della impossibilità di riaggregare la complessità degli eventi della Diaz e di Bolzaneto secondo un ordine lineare. Quali sono oggi nel discorso pubblico, dopo venti anni dal G8 e quasi dieci dal film, gli ostacoli maggiori rispetto a un corretto inquadramento dei fatti di Genova?

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Riflessioni a vent’anni dai fatti di Genova

 

Genova-G8_2001-Carica_della_polizia.jpg Premetto che quel venerdì 20 luglio 2001 alla manifestazione contro il G8 non ci andai e fu una scelta deliberata: nelle lotte anticapitaliste degli anni Sessanta e Settanta avevo imparato che non ci si caccia nella bocca del lupo se non si è pianificata almeno una possibilità collettiva di venirne fuori al meglio o almeno con il minor danno possibile sia in termini umani che politici. Inoltre occorre essere organizzati per controllare chi nelle manifestazioni può offrire il fianco alla provocazione dell’avversario, offrendogli la possibilità di un più facile successo sia in piazza che nella prospettiva politica. Nessuna di queste condizioni era rappresentata a Genova in quei giorni, nonostante la buona volontà e le sacrosante ragioni del Genoa Social Forum. Inoltre c’era il precedente della “mattanza” in Piazza Municipio a Napoli il 17 marzo 2001 in occasione del vertice Ocse e l’azione provocatoria dei Black Bloc vista in precedenti occasioni. Infine avevo la responsabilità di due figli adolescenti, che avrebbero insistito per venire con me e che non ero sicuro di riportare a casa indenni. Tra l’altro questo obbiettivo di generare paura e insicurezza era uno degli obbiettivi degli animatori della strategia della tensione contro il movimento no-global. Gli unici che avevano un’idea se pur minima dello scontro erano le “tute bianche”, i “disubbidienti”, che avevano già dimostrato di essere capaci di difendersi, ma che non avevano il controllo della situazione, né capacità di egemonia politica, tant’è che non aderivano al Forum a testimonianza della frammentazione politica ed organizzativa del movimento di opposizione alla globalizzazione selvaggia.

Quindi non sono un testimone oculare, quello che so è desunto dai media, dalla testimonianza di alcuni vecchi compagni che c’erano e dall’inchiesta giornalistica indipendente di Franco Fracassi (G8 Gate. 10 anni di inchiesta: I segreti del G8 di Genova, Alpine Studio, 2011). Come andarono i fatti è in gran parte chiarito dai numerosi processi succedutisi, dalle commissioni di inchiesta e da quelle giornalistiche, anche se - come al solito - il ruolo dei servizi segreti dei vari paesi è in larga misura oscuro. Vale la pena di richiamare sommariamente alcune evidenze.

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Cultura visiva e Transmedialità/ Sherry Turkle, antropologa della solitudine. Sei sguardi critici sul destino digitale (2)

11-I-nottambuli-1952.jpg Non ci sono risposte facili alla domanda se la rete sia un luogo in cui essere saggi e ponderati, dedicarsi alla vita e vivere senza rassegnazione. Ma è un buon punto di partenza per una conversazione, e ci porterà a chiederci se siano questi i valori in base ai quali giudichiamo la nostra vita; se lo sono, e se viviamo in una cultura tecnologica che non li supporta, come possiamo ricostruire quella cultura in modo da rispettare ciò che abbiamo davvero a cuore, cioè i nostri spazi sacri? Potremmo, per esempio, costruire una rete che tenga in giusta considerazione la riservatezza, riconoscendo che questa, così come l’informazione, sia fondamentale per la vita democratica?

Lezioni di metodo 

La ricerca di Sherry Turkle sulla relazione fra innovazione tecnologica, scelte e valori delle persone e delle comunità è in corso da decenni. “Insieme ma soli” (“Alone togheter”, 2011) ne costituisce un approdo provvisorio ma molto significativo.

L’autrice raccoglie una mole impressionante di dati e informazioni, ricavate da più di vent’anni di conversazioni con gruppi e singoli interlocutori ed interlocutrici, negli ambienti più diversi (scuole e università, laboratori, seminari e convegni di varia natura, interviste, sedute terapeutiche). Nell’analisi di questa messe abbondantissima, sfaccettata e contraddittoria, di idee e sentimenti, adotta un approccio metodologico coerente con la sua formazione di psicologa analitica: privilegia un ascolto profondo ed empatico delle voci che le si presentano, cercando di metterne in luce gli aspetti più intimamente legati al carattere e alla fisionomia umana e culturale di ciascuna persona; non tende a darne una lettura risolutiva su un piano teorico, ma a consentire a chi parla  (e a chi legge) di avvicinarsi a se stesso, anche lasciando emergere ambiguità e contraddizioni, spesso insite nelle affermazioni e nei pensieri riportati.

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Cultura visiva e Transmedialità/ La prosecuzione della letteratura con altri mezzi

 Fellini_camera.jpg Perché una rubrica su “cultura visiva e transmedialità”?

Nella sua storia, il nostro blog ha ospitato più volte interventi sul crescente influsso della dimensione visiva nella cultura contemporanea, dedicando uno spazio importante alla riflessione sulle nuove istanze e forme espressive che proliferano in quest’ambito. Il confronto su questi temi ha toccato aspetti diversi, e si è tradotto in una pluralità di voci e punti di vista, legati alle esperienze e alla formazione di redattori e redattrici: il caso più significativo, in tempi recenti, è costituito dal dialogo che si è aperto a partire dalla recensione della docuserie “Sanpa”. Nell’ambito della redazione, è quindi nata l’idea di ritagliare per la cultura visiva e la transmedialità uno spazio specifico, all’interno della sezione “Il Presente e noi”. In questo spazio affronteremo argomenti anche molto differenti fra loro, in forme articolate: recensioni di libri, film, serie e prodotti multimediali; brevi saggi critici; interviste ad esperti del settore. Attraverso la varietà dei temi e degli approcci perseguiremo alcune finalità condivise per comprendere a fondo il ruolo che visivo e transmediale giocano nella nostra vita personale e professionale.


Che quello trascorso da poco (il Ventesimo) sia stato il secolo del cinema, della sua progressiva emancipazione dalle altre arti, nel nome di un’autonomia che ha faticato non poco a conquistarsi, è dunque un fatto. 

Come abbiamo già accennato precedentemente, uno dei vincoli più forti, fin da subito, è stato infatti senza dubbio quello nei confronti della pagina scritta, soprattutto verso quella forma particolare di letteratura che è il romanzo – ma non solo: basti pensare che il cinema, nei suoi primi anni di vita, si ridusse più volte a essere “teatro filmato” (nel senso anche letterale di riduzione dell’opera da cui veniva poi tratto il film), pur di vedersi riconosciuta una propria dignità artistica. D’altronde è risaputo lo scetticismo di noti scrittori quali ad esempio Marcel Proust o Luigi Pirandello nei confronti della settima arte, per quanto altri, come Guillaume Apollinaire, ne fossero invece entusiasti.

Insomma, nonostante le sperimentazioni delle avanguardie (che comunque molto dovevano a musica e pittura), il cinema non è mai stato “puro”, perché fin da subito ha dovuto convivere con tutto ciò che veniva prima e che aveva alle spalle una storia ben più lunga e una tradizione riconosciuta. Piuttosto, la sua grandezza – e lo comprese molto bene il critico e teorico André Bazin, che in un suo celebre saggio pubblicato nel libro Che cos'è il cinema? (Garzanti, 1979) parla di “cinema impuro” – è stata quella di riscoprirsi al tempo stesso come elemento di sintesi e moltiplicazione degli altri linguaggi. Il cinema li tiene insieme, e così facendo li fa entrare in risonanza e li assembla secondo nuove formule. A questo aspetto ha dedicato bellissime pagine il regista e teorico Sergej Ejzenštejn, che parla «drammaturgia della forma cinematografica», ovvero di organizzazione dei diversi piani espressivi intorno ai quali si costituisce il racconto del cinema.

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Cultura visiva e Transmedialità/ Sei sguardi critici sul destino digitale. David Buckingham, “Media education”

81Act7BqECL.jpg Perché una rubrica su “cultura visiva e transmedialità”?

Nella sua storia, il nostro blog ha ospitato più volte interventi sul crescente influsso della dimensione visiva nella cultura contemporanea, dedicando uno spazio importante alla riflessione sulle nuove istanze e forme espressive che proliferano in quest’ambito. Il confronto su questi temi ha toccato aspetti diversi, e si è tradotto in una pluralità di voci e punti di vista, legati alle esperienze e alla formazione di redattori e redattrici: il caso più significativo, in tempi recenti, è costituito dal dialogo che si è aperto a partire dalla recensione della docuserie “Sanpa”. Nell’ambito della redazione, è quindi nata l’idea di ritagliare per la cultura visiva e la transmedialità uno spazio specifico, all’interno della sezione “Il Presente e noi”. 

In questo spazio affronteremo argomenti anche molto differenti fra loro, in forme articolate: recensioni di libri, film, serie e prodotti multimediali; brevi saggi critici; interviste ad esperti del settore. Attraverso la varietà dei temi e degli approcci perseguiremo alcune finalità condivise per comprendere a fondo il ruolo che visivo e transmediale giocano nella nostra vita personale e professionale.


Perché leggere i classici della media education

 

Il dibattito sulla “società della conoscenza” e sulla “scuola digitale” risente di un forte orientamento ideologico, che conduce a banalizzare temi complessi. Lo attestano le parole pronunciate pochi giorni fa in un Tech Talk (sic) dal ministro Bianchi:

La Dad ci ha insegnato che ci sono altri modi e che ci sono altri mondi. Possiamo usare quell’esperienza come base, trarne vantaggio (…) In questo momento, tutti gli studenti della scuola dell’obbligo sono nati in questo secolo, mentre più o meno tutti gli insegnanti sono nati il secolo scorso. Sono loro che hanno bisogno di formazione. Tutto ciò è possibile incrociando le competenze, pensando a un reskilling degli adulti.

Il proposito di trasformare l’emergenza in normalità è supportato da un’esibita ignoranza di cinquant’anni di ricerca nell’ambito della media education, e accompagnato dall’adozione della più classica retorica dei “nativi digitali”: l’esigenza di formazione, secondo questa logica, non riguarderebbe chi apprende, bensì al contrario chi insegna.

La spontanea reazione di rigetto per questo genere di finte argomentazioni, di norma accompagnata da accuse di conservatorismo, risulta gradita a chi vorrebbe per la scuola un futuro ciecamente tecnocratico: consente infatti al Baricco di turno o al decisore politico di eludere i problemi, sostituendoli con una caricatura di chi li pone.

In quest’articolo, e in quelli che seguiranno, cercherò di evitare la polarizzazione, studiando il futuro descritto in alcuni testi fondativi della media education. A una distanza variabile dal presente nel quale ci troviamo (talvolta misurata in decenni), gli autori e le autrici immaginarono principi, percorsi e problemi del lavoro di alfabetizzazione ai media; in larga misura, anticiparono gli snodi culturali e didattici che oggi ci appassionano.

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Partiti e classi, oggi

35058857645bcae78194ba6fd4876563.jpg La settimana politica appena trascorsa presenta due elementi di novità: 1. la proposta di federazione tra Lega e Forza Italia; 2. Il partito neo-fascista della Meloni, che non ha mai rinnegato le sue origini, eguaglia e secondo certi sondaggisti supera il PD. Cose inaspettate, soprattutto la seconda. Proviamo a fare un vecchio esercizio non più di moda: l'analisi delle classi in base allo schema del Marx di "Lotte di classe in Francia" (1850), per cui i partiti rappresentano gli interessi di una classe o frazioni di essa. Penso ancora contro ogni occultamento ideologico che le classi sociali esistono e che le loro lotte muovono la storia, capitale e lavoro sono le forze in campo, l’una rappresenta la linea regressiva e l’altra quella progressiva nel senso di Gramsci. In Italia oggi la piccola e media borghesia, spaventata dalla crisi sociale ed economica, aggravata dalla pandemia, ha un suo partito, quello sovranista e parafascista, che oggi in base ai sondaggi avrebbe la maggioranza relativa nelle urne con la cosiddetta coalizione di centro-destra, di cui il partito di Berlusconi rappresenterebbe l’ala moderata e liberale. L'OPA di Salvini su Forza Italia con la proposta di federazione cerca di evitare che i neo-fascisti della Meloni diventino egemoni e soprattutto si offre come inevitabile partito della grande borghesia (il cosiddetto partito del Nord), usando lo scudo del vecchio Berlusconi. Giustamente la parte liberale di Forza Italia si oppone alla fagocitazione, ma questo conferma che spazio per un centro in Italia non c'è più da decenni e che può diventare inevitabile per la grande borghesia la scelta della destra. La grande borghesia non avrebbe intenzione di imbarcarsi, né di spartire i dividendi della crescita post-Covid e i soldi europei con chi che sia. Soprattutto non ha bisogno del pugno di ferro in assenza di un'opposizione organizzata dei lavoratori, i quali sono frammentati sindacalmente e non rappresentati politicamente. Di questa debolezza dei lavoratori l’incalzare quotidiano delle morti bianche sul lavoro è solo un sintomo indiretto. Questo è il senso del governo Draghi.

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Cultura visiva e Transmedialità/ La morte, ma prima la vita. Postilla ontologica intorno al Trono di Spade.

a33209cb40d7dbd980ba6cdceddc56b0f6-got-poster-s8-2.rsquare.w1200.jpg Perché una rubrica su “cultura visiva e transmedialità”?

Nella sua storia, il nostro blog ha ospitato più volte interventi sul crescente influsso della dimensione visiva nella cultura contemporanea, dedicando uno spazio importante alla riflessione sulle nuove istanze e forme espressive che proliferano in quest’ambito. Il confronto su questi temi ha toccato aspetti diversi, e si è tradotto in una pluralità di voci e punti di vista, legati alle esperienze e alla formazione di redattori e redattrici: il caso più significativo, in tempi recenti, è costituito dal dialogo che si è aperto a partire dalla recensione della docuserie “Sanpa”. Nell’ambito della redazione, è quindi nata l’idea di ritagliare per la cultura visiva e la transmedialità uno spazio specifico, all’interno della sezione “Il Presente e noi”. 

In questo spazio affronteremo argomenti anche molto differenti fra loro, in forme articolate: recensioni di libri, film, serie e prodotti multimediali; brevi saggi critici; interviste ad esperti del settore. Attraverso la varietà dei temi e degli approcci perseguiremo alcune finalità condivise per comprendere a fondo il ruolo che visivo e transmediale giocano nella nostra vita personale e professionale.


 E se moriremo, moriremo. Ma prima vivremo.

(Ygritte a Jon Snow, Stag. 3 Ep. 7)

(contiene spoiler)

Sono trascorsi due anni dalla conclusione della movies serie che ha cambiato la storia della fiction, Il Trono di spade (Game of Throne, GoT), andato in onda su HBO dal 2011 al 2019, ispirata al ciclo di romanzi Cronache del ghiaccio e del fuoco (A Song of Ice and Fire) di George R. R. Martin. Ancora se ne discute, tra vecchie e nuove opinioni, punti di vista, attese che sfoceranno nell’annunciata nuova serie House of Dragon che andrà in onda nel 2022. I direttori dell’ottava stagione conclusiva de Il Trono di spade, David Benioff e D. B. Weiss, si sono presi la responsabilità di far marciare avanti le vicende inconcluse dei libri di Martin, chiosando punti sospesi, chiudendo domande e lasciandone aperte altre, glissando su incongruenze e dirigendo in una specifica direzione narrativa. Con tutto questo ci troviamo oggi a fare i conti, rivedendo dopo due anni le puntate dell’ultima stagione. 

Ci troviamo a fare i conti, inoltre, con un dato di fatto, spesso poco visto o commentato. Che il fantasy, come avvenuto già altre volte nella storia culturale, è un modo per esplorare contesti e spingere le idee sul mondo e sull’umano verso situazioni che nella realtà non sarebbero sperimentabili. Nessuno obietterebbe che gli animali di Esopo dicano molto delle concezioni morali del VI sec. a.C., che l’unione tra Titania e Bottom mutato in asino nel Sogno di una notte di mezza estate di W. Shakespeare contenga provocazioni serie sull’essere umano, che gli Elfi di Tolkien siano prefigurazioni idealizzate di come qualcuno vorrebbe che l’umanità fosse. Nel fantasy risiedono idee sul mondo, sull’oltremondo, sulla natura, sull’innaturale, sull’amore, sull’odio, sulla vita, sulla morte. E dove ci sono idee c’è la filosofia. Forse per questo il Trono di spade attrasse alcuni filosofi già qualche anno fa (in H. Jacoby (ed.), La filosofia del Trono di Spade. Etica, politica, metafisica, Ponte delle Grazie, Milano 2013): rintracciare in un prodotto della cultura pop alcune idee forti dice qualcosa della sensibilità del nostro tempo. Questo qualcosa va decifrato, sebbene non sia semplice coglierlo nel contesto multiforme e istrionico di un mondo irreale, per entrare nel quale serve una certa predisposizione e una certa inclinazione al nerd.

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La cabina della funivia e la razionalità irrazionale del sistema

ficciones-di-borges.jpg In una zona d’Italia quasi al confine fra Piemonte e Lombardia, terra di padroncini e della Lega, 14 persone sono morte e un bambino è in ospedale a rischio della vita. Sulla funivia Stresa-Mottarone la cabina è precipitata per la rottura di un cavo e per il mancato intervento automatico di frenaggio che sarebbe dovuto scattare impedendole di essere risucchiata a valle. Sulla linea da oltre un mese si erano registrati problemi tecnici per risolvere i quali sarebbe stato necessario fermare per qualche giorno l’impianto e avviare i necessari interventi di manutenzione. Ciò avrebbe comportato un mancato introito, ovviamente, e allora, come ha ammesso subito dopo l’arresto il caposervizio, è stato deciso di disattivare il sistema di frenaggio automatico. Il PM ha dichiarato che per ragioni economiche c’è stata una «deliberata volontà di bloccare i freni di emergenza», mentre il procuratore Bossi ha affermato che si è trattato di «una scelta consapevole e non di una omissione occasionale». D’altronde uno dei tre arrestati, il caposervizio (che ha operato però di intesa col proprietario e col direttore di esercizio, tutti e tre arrestati), ha ammesso di avere «deliberatamente e ripetutamente» inserito i dispositivi che impedivano il funzionamento dei freni. Per ragioni di profitto immediato, si è giocato per oltre un mese sulla vita dei passeggeri, finché puntualmente non si è verificata la tragedia. Intervistato alla TV, un abitante della zona ha osservato che i proprietari e i gestori avevano giocato alla roulette russa sulla pelle dei passeggeri. E un altro: «Chi l’avrebbe mai pensato? Sulla funivia salivano anche i figli del proprietario…».

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Cultura visiva e Transmedialità/ Primo Levi e la storia pop. Una riflessione profetica

4,w=1280,c=0.bild.jpgPerché una rubrica su “cultura visiva e transmedialità”?

Nella sua storia, il nostro blog ha ospitato più volte interventi sul crescente influsso della dimensione visiva nella cultura contemporanea, dedicando uno spazio importante alla riflessione sulle nuove istanze e forme espressive che proliferano in quest’ambito. Il confronto su questi temi ha toccato aspetti diversi, e si è tradotto in una pluralità di voci e punti di vista, legati alle esperienze e alla formazione di redattori e redattrici: il caso più significativo, in tempi recenti, è costituito dal dialogo che si è aperto a partire dalla recensione della docuserie “Sanpa”. Nell’ambito della redazione, è quindi nata l’idea di ritagliare per la cultura visiva e la transmedialità uno spazio specifico, all’interno della sezione “Il Presente e noi”. 

In questo spazio affronteremo argomenti anche molto differenti fra loro, in forme articolate: recensioni di libri, film, serie e prodotti multimediali; brevi saggi critici; interviste ad esperti del settore. Attraverso la varietà dei temi e degli approcci perseguiremo alcune finalità condivise per comprendere a fondo il ruolo che visivo e transmediale giocano nella nostra vita personale e professionale.


 

Nella seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso, il regista televisivo americano Marvin Chomsky inventò letteralmente un nuovo genere narrativo, destinato ad incontrare un successo commerciale mondiale e una crescente popolarità presso il pubblico. Rappresentò infatti, in forma ampiamente romanzata, due grandi avvenimenti storici ben noti a spettatori e spettatrici di tutto il mondo: lo schiavismo (“Roots”, 1977) e il genocidio ebraico (“Holocaust”, 1978). Reinventò però la misura del racconto cinematografico e il modello dei grandi film storici in una narrazione a puntate per la quale non esisteva, all’epoca, altra definizione che “film per la tv”: storie che precorrevano la stagione della serialità odierna, lontane dai mitici “sceneggiati televisivi” di impronta teatrale che avevano segnato la prima stagione delle storie nella televisione pubblica europea.

“Radici”, trasmesso in Italia nel 1978, e “Olocausto”, nel 1979 rivoluzioneranno la narrazione filmica televisiva, aprendo una stagione che è tutt’altro che chiusa.

Infatti, la popolarità di quest’intreccio peculiare fra storia e finzione non solo non è venuta meno, ma anzi si è progressivamente accresciuta, accompagnata dal prepotente sviluppo dei mezzi tecnologici al servizio del realismo nella messa in scena.

I due film suscitarono un vivace dibattito fra studiosi, storici e testimoni degli avvenimenti narrati, il cui tema principale fu la distanza fra la realtà storica e la sua rappresentazione, un problema estetico di lunga data.

Nel caso di “Olocausto”, la questione si presentò particolarmente complessa, a causa di due fattori: da una parte la ricerca di effetti patetici/ sentimentali forti, perseguita attraverso strumenti retorici tipici del cinema classico hollywoodiano; dall’altra la vicinanza degli avvenimenti narrati, che all’epoca della messa in onda in molti paesi (soprattutto Israele e la Germania) occupavano ancora con forza il dibattito pubblico.

Primo Levi intervenne con un famoso articolo: “Perché non ritornino gli Olocausti di ieri (le stragi naziste, la folla e la tv”), pubblicato su “La Stampa”, il 20 maggio 1979. Rileggere oggi le sue parole è molto istruttivo.

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Non sono reazionario: è che mi disegnano così

christopher-lloyd-e-roger-rabbit-in-una-scena-del-film-chi-ha-incastrato-roger-rabbit-219975_jpg_400x250_crop_q85.jpg Intorno all’introduzione del curriculum dello studente si è riaccesa la battaglia per il Progresso e contro la Reazione. Sembrerebbe una cosa seria: in realtà è solo una sua parodia.

Polemica prima

L’articolo di Tomaso Montanari sul classismo del curriculum dello studente, che certifica attività extrascolastiche non alla portata di tutte le famiglie, dice almeno altre due cose rilevanti, che non mi pare siano state notate. Seppur di sfuggita, Montanari ricorda come nello staff di Mario Draghi siano stati chiamati l’economista neoliberista Francesco Giavazzi[i] e Serena Sileoni dell’istituto Bruno Leoni, che propugna «Idee per il libero mercato». Queste presenze nella compagine di governo danno anche all’azione del ministro Patrizio Bianchi un’inquietante connotazione «paleoliberista», scrive Montanari, che rileva anche il progressivo svuotamento del valore legale del diploma, affiancato, o accerchiato, da queste nuove forme di certificazione degli apprendimenti.[ii] Infine Montanari denuncia il carattere meritocratico dell’operazione, naturalmente nel senso originario, negativo, della parola “meritocrazia”.

(Dove seguo meno Montanari è nel richiamo all’ancien régime, nell’equiparazione di meritocrazia e aristocrazia: le forme di diseguaglianza e di oligarchia tipiche delle società capitalistiche hanno caratteristiche specifiche che non permettono di assimilarle alle aristocrazie pre-moderne. Ma ora questo distinguo è irrilevante). Quello che mi interessa è il trattamento che Tomaso Montanari ha meritato in un articolo a firma di due esponenti dell’associazione Condorcet, Marco Campione e Valentina Chindamo (l’area politico-culturale è quella del Partito democratico): articolo che è poco definire aggressivo, perché ha tratti di vera e propria strafottenza.

Campione e Chindamo difendono il curriculum dello studente nel nome di una pedagogia progressista attenta alla dimensione globale degli apprendimenti: non solo quelli formali, ma anche quelli non-formali e informali. Richiamando Destra sinistra di Giorgio Gaber, liquidano sarcasticamente tale distinzione politica come un patetico rimasuglio novecentesco. Ma c’è di più. Chi accusa il governo di essere liberista, camuffa in realtà il proprio nero cuore di reazionario. Reazionario è Montanari, reazionari sono molti insegnanti: perché impediscono alle giovani generazioni di vedere riconosciuti i loro talenti extrascolastici, perché si oppongono ottusamente ai test Invalsi e ai test Pisa, perché amano la scuola dell’Ottocento fatta da «voti, materie, nozioni» (il Novecento in questo caso non è abbastanza reazionario e va scavalcato a destra, anzi alle spalle).

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