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diretto da Romano Luperini

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Il presente e noi

Contiene saggi e interventi su temi e questioni di attualità.

Natura e civiltà: Leopardi e il corona virus

Ischia 02 iStock 000062194080 Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

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L’errore di Marx, secondo Sebastiano Timpanaro, consisterebbe nel considerare solo due livelli: la struttura economica e sociale e la sovrastruttura ideologica (culturale, politica ecc.). Fra loro ci sarebbe un rapporto dialettico continuo ma in ultima istanza il primo condizionerebbe sempre il secondo. Per Timpanaro, marxista ma anche rivendicatore dell’importanza del pensiero filosofico di Leopardi, i livelli sarebbero tre: bisognerebbe aggiungere il condizionamento esercitato dalla natura, che influirebbe sia sulla struttura economica e sociale (per esempio, attraverso il clima), sia sulla produzione ideologica e artistica (per esempio, attraverso le sensazioni materiali e corporali prodotte dalle emozioni, dalle malattie, dalla paura della morte, dalla spinta all’eros ecc.). Vedo già alzarsi i sopraccigli arcigni dei pensatori postmoderni e ipermoderni, negatori della dialettica e sostenitori del pensiero rizomatico, di fronte a questa immagine di livelli diversi, di un condizionamento materiale e naturale, e già sento risuonare nell’aria l’accusa di veteropositivismo, veteromarxismo eccetera.

E allora, in questo tempo di Covid 19, torniamo a La ginestra di Leopardi. Come tutti sanno, si tratta di un testo che rivendica il valore del “pensiero” (testuale) come fondatore della civiltà. Va da sé che per lui il pensiero non è affatto l’anima dei cristiani o lo spirito degli idealisti, ma il prodotto materiale di un organo materiale, il cervello (e su questo punto alcuni filosofi contemporanei potrebbero addirittura esser d’accordo). E per questo Leopardi si schiera decisamente dalla parte di quello razionalistico, rinascimentale e illuministico, contro quello spiritualistico, romantico e cattolico.

Sul Colibrì di Veronesi

cover colibri ok copia 1 Pubblichiamo due note, una del nostro direttore Romano Luperini e una seconda del nostro redattore Emanuele Zinato, sul vincitore del Premio Strega 2020, Il colibrì di Sandro Veronesi edito per La nave di Teseo.

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Romano Luperini

La rivelazione dell’eterno ritorno dell’identico ha segnato la letteratura modernista del primo Novecento. Il nichilismo tragico di Kafka, l’amaro umorismo di Pirandello, lo smarrimento dinanzi all’insensata e ripetitiva rapina del tempo di Proust nascono da questo clima culturale. A un secolo di distanza questo tema è diventato banalità da conversazione mondana e oggetto di facile consumo estetico che lo riduce  all’immagine ossimorica del “caos calmo” o del volo del colibrì, che muove freneticamente le ali per restare fermo nello stesso posto. Una rivelazione tragica è diventata consumo, merce letteraria, strizzatina d’occhio per dare una qualche dignità a una materia ormai diventata frusto ciarpame. Qui non esiste nemmeno più la letteratura, ma solo il suo utilizzo destinato a fornire una verniciatura estetica a un prodotto destinato al mercato dei premi letterari.

Veronesi ci ripete una storia di immobilità e di ripetizioni, dove ritornano gli stessi temi psicoanalitici, le stesse ossessioni superstiziose, le stesse vicende che dovrebbero essere tragiche (lutti e malattie a non finire) e che si ripetono invece in modo piatto e incolore in una ininterrotta cronaca di una vita ridotta a squallida iterazione delle stesse situazioni. Nessuna emozione. Nessun dramma. Nessuna vera felicità e nessuna vera infelicità. Nemmeno una increspatura. Il non-senso, un tempo tragico, è diventato ormai normale. Non scandalizza più. Lo stesso sperimentalismo organizzativo, che porta ad alternare date diverse avanti e indietro rispetto al normale svolgersi del tempo e che dovrebbe stare a significare l’identità immobile e scolorita di qualsiasi momento dell’esistenza, non fa che rendere ancor più faticoso un testo già di per sé noioso e stancante. La lingua è quella che si può sentire ogni giorno in ogni bar della capitale. Come non esiste alcuna possibilità di dramma, così il linguaggio che esprime tale situazione è privo di slanci e di sorprese, e ignora qualsiasi apertura al pathos e alla tensione. Come una ciliegina sulla torta non manca, alla fine, la nascita di un bambino (ma, visti i tempi, sarà una bambina) che, novello Messia, salverà il mondo. Come si vede, anche questa trovata affonda le sue radici nella mezza cultura dell’immaginario corrente quale è diffuso da romanzi fantascientifici delle serie televisive.

ROVESCIARE IL TAVOLO: Sul “trigger warning” e sull’ambiguità dei prodotti estetici

 

200610123727 01 banksy edward colston La produzione artistica, ivi compresa quella letteraria, è sempre doppia, ambigua, polivalente; è progressista e insieme reazionaria, sia che a scrivere sia il fascista Céline o il comunista Brecht.

È reazionaria perché si colloca in una tradizione del privilegio estetico, destinato a una minoranza e incomprensibile, nei suoi significati più profondi, alla maggior parte dei potenziali lettori. L’arte presuppone una educazione, che non è di tutti, anzi, per sua natura, nella sua complessità è accessibile solo a pochi. Nella musica la cosa è di una evidenza palmare: la grande musica è riservata ai teatri e ai concerti nei quali lo stesso modo di vestire tramanda la storia di una selezione sociale che dura da secoli. Alle grandi masse spetta invece il Festival di San Remo.

È reazionaria perché accetta comunque, anche quando vuole contestarlo (è il caso della avanguardia), dei valori che presuppongono una possibilità di interiorizzazione e un tipo di vita inaccessibili ai più. D’altronde, da Dante a Pirandello, se avanza proposte politiche, può accadere spesso che siano francamente reazionarie (Dante, che scrive nella società comunale, era a favore dell’impero, Pirandello si iscrisse al partito fascista all’indomani del delitto Matteotti). E d’altronde l’Occidente ha allevato Beethoven ma anche gli scienziati che hanno scoperto l’atomica e collaborato a mandare in cenere due città giapponesi. Splendore e orrore fanno parimenti parte della sua storia.

E reazionaria perché fondata sul potere separato e quasi sacerdotale (dai mandarini ai maîtres à penser novecenteschi) di maschi che per secoli hanno avuto il controllo della scrittura, spesso proibendo alle donne di accedervi (la storia di Santa Caterina è da questo punto di vista esemplare). Sarò perciò chiaro sino alla brutalità: non si tratta di mettere più donne nei manuali di storia letteraria, che di necessità corrispondono a esigenze e valori di questa società e di questo predominio, ma di spiegare perché le donne ne sono state escluse per secoli. Un grande dirigente del movimento nero negli anni sessanta dichiarò: non voglio sedere al loro tavolo (quello dei bianchi) e dividere con loro le briciole che ci lasciano, ma rovesciare quel tavolo. Ma le femministe odierne preferiscono battersi per le quote rosa. (Cosa che forse potrebbe avere una qualche utilità se non facesse perlopiù dimenticare l’obiettivo di rovesciarlo, quel tavolo).

Sul buon uso dell’hashtag

Schermo nero 1920x1080 Dopo l’articolo di Silvia Pareschi che si può leggere al seguente link, pubblichiamo l’intervento di Maria Anna Mariani sugli Stati Uniti oggi. Mariani insegna Letteratura italiana contemporanea alla University of Chicago, è autrice dei reportage narrativi “Dalla Corea del Sud. Tra neon e bandiere sciamaniche” (2017) e “Voci da Uber: Confessioni a motore” (2019) e dei saggi “Sull’autobiografia contemporanea. Nathalie Sarraute, Elias Canetti, Alice Munro, Primo Levi” (2012) e “Primo Levi e Anna Frank. Tra testimonianza e letteratura” (2018).

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No such thing

as innocent

bystanding.

Sono tre versi di Seamus Heaney, cristallizzati in aforisma dopo che qualcuno li ha estratti dal loro contesto originario, Mycenae Lookout, una poesia che convoca la Grecia antica e l’Irlanda moderna su uno stesso sfondo di tragedia. In questi giorni atroci me li trovo rimbalzati addosso e ancora addosso dentro la mia bolla cinguettante. Sono versi che inquietano la condizione di bystander: di chi osserva un evento mentre accade, ma non vi prende parte in maniera attiva. Questi versi mi pungolano mentre guardo video di soprusi legalizzati e mi illudo di poter continuare a guardarli senza fare nulla. Credo forse che passività e innocenza siano sinonimi? Che guardare senza intervenire sia un atto neutrale? No such thing as innocent bystanding. E allora, con i versi di Seamus Heaney che mi vorticano in testa, comincio a ritwittarli quei video di soprusi. Comincio a ritwittarli quei video di manifestazioni a cui non vado, a cui non posso andare perché sono confinata in una casa di montagna distante da tutto, vicina solo a una banda di scoiattoli che dicono: rimozione. E allora ritwitto: compulsivamente. Come se ritwittare ciò che mi indigna o ciò che ammiro avesse la consistenza di un gesto politico. In realtà lo so bene che non è un gesto politico ma solo la sua scorza performativa: che mi serve soltanto a segnalare virtù, a esibire un’aureola pixelata. Ma è pur sempre meglio compiere quell’esile e facilissimo atto politico che non compierlo. È pur sempre una riduzione di quella quota di passività colpevole che incrina la neutralità del bystander.

Martedì scorso gli atti politici virtuali si sono coagulati attorno all’industria musicale, che ha proposto di sospendere per un giorno ogni attività promozionale e incanalare tutta l’attenzione sulle proteste seguite all’assassinio di George Floyd. Ma l’attivismo digitale è eslege e immemore. Nel giro di poche ore, l’iniziativa di mettere in pausa la macchina dello spettacolo per unirsi alle marce e raccogliere fondi si è tramutata in una solidarietà puramente semiotica: un quadrato nero postato su Instagram, abbinato all’hashtag #BlackLivesMatter. Successo esuberante di questa pratica. Non stupisce: come trovare un modo altrettanto rapido, altrettanto innocuo, per dimostrare il proprio sostegno alle manifestazioni senza alzarsi dal divano? E così il quadrato nero accoppiato all’hashtag è proliferato. Proliferando ha però danneggiato il movimento #BlackLivesMatter, perché invece di amplificarne le voci ha finito per silenziarle, occultandole sotto un patchwork monocromo e vuoto di contenuti.

Presunzione di colpa

homeless la 620 Abbiamo chiesto a Silvia Pareschi che da anni divide la sua vita tra USA e Italia e che lavora come traduttrice di autori tra cui Colson Whitehead, Jonathan Franzen, Don DeLillo, Cormac McCarthy, Zadie Smith, Shirley Jackson, Annie Proulx, di scrivere un pezzo a caldo sugli Stati Uniti, oggi. 

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Vivo negli Stati Uniti ormai da dodici anni, e nello stesso tempo non posso dire di viverci veramente, perché ci passo un po’ meno di sei mesi all’anno – tre mesi di qua, tre mesi di là, in uno scomodo pendolarismo intercontinentale dettato da diversi motivi ma fondamentalmente dal fatto che non mi sento e non mi sentirò mai minimamente americana. Ma proprio per niente. Anzi, non mi sono mai sentita così italiana come da quando ho cominciato a passare tanto tempo negli Stati Uniti. Il paese di mio marito, il paese di tanti degli autori che traduco e di una letteratura che amo profondamente, il paese di tanti miei cari amici e di tante persone meravigliose. Un paese dalle bellezze naturali mozzafiato, un paese di cui è molto facile innamorarsi e di cui ero innamorata anch’io, prima di abitarci. Poi l’amore si è trasformato in un sentimento ambivalente e complesso, che ho raccontato anche nel mio libro, I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani, uscito per Giunti nel 2016.

La città dove vivo è San Francisco. Non credo che ci sia più nessuno che pensa a San Francisco come a una città di artisti e di pazzerelloni alternativi, ma se ancora ci fosse, be’, devo dargli una brutta notizia. Grazie alla vicinanza con Silicon Valley, San Francisco è oggi la città più ricca degli Usa. Il mercato immobiliare è fuori controllo – per affittare un bilocale ci vogliono in media 3500 dollari al mese – e questo ha rapidamente allontanato dalla città non solo gli artisti e i pazzerelloni alternativi, ma anche semplicemente la classe media. Infermieri, insegnanti, pompieri, per non parlare di chi fa lavori meno specializzati di questi, sono costretti a vivere in sobborghi lontanissimi e affrontare viaggi lunghissimi per andare a lavorare ogni giorno (di solito in macchina, perché in California i trasporti pubblici sono quasi inesistenti. Alla faccia dello stato ecologista). Gli autisti di Uber spesso dormono nelle loro auto. La città è popolata in prevalenza da giovani techies che guadagnano stipendi strabilianti a vent’anni e hanno completamente cambiato il volto della città.

Apocalittici, integrati, insegnanti. Promesse e timori nella nuova stagione della scuola digitale

Captain America 3 dettagli sul fumetto Civil War e il ruolo di Spider Man 4

Se ho incluso la Visibilità nel mio elenco di valori da salvare è per avvertire del pericolo che stiamo correndo di perdere una facoltà umana fondamentale: il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini.

Italo Calvino, Lezioni americane, Visibilità

Abbiamo assunto una persona nel ruolo di commissario straordinario del cambiamento (…): ogni mattina dovrà decidere dove si insegnerà, e come, e quando. In un cortile, nel parco, sulla mongolfiera, a casa. Ovunque. Si inaugura il tempo di una flessibilità mai vista. (…)

Classe, materia e professore sono certezze invecchiatissime.

Alessandro Baricco, “la Repubblica”, 20 maggio 2020

La didattica a distanza, imposta dalle circostanze eccezionali che stiamo vivendo, ha riproposto in forma nuova temi di grande attualità nel dibattito sulla scuola. Nelle ultime settimane, l’attenzione dell’opinione pubblica si è appuntata sulle prospettive per il prossimo anno scolastico: stando ad indiscrezioni giornalistiche, interventi sui social, interviste, sembra che il Ministero voglia inserire le misure eccezionali che si renderanno probabilmente ancora necessarie in un più ampio quadro di norme stabili.

Nella congerie di voci di intellettuali, opinionisti, giornalisti che si sono pronunciati sulla questione, ho scelto di concentrare la mia attenzione quasi esclusivamente su due testi: l’appello proposto da Massimo Cacciari; la risposta della Ministra Azzolina.

Pur non potendomi esimere dall’affrontare temi abbastanza vari, rifletterò soprattutto sulla questione del rapporto fra apprendimento e tecnologie.

GIUDIZI E PREGIUDIZI

I due documenti citati illustrano efficacemente atteggiamenti culturali opposti, che a mio modo di vedere sono in parte basati su pregiudizi.

Nell’appello di Cacciari, si oppone nettamente la “tradizione” (parola-chiave del testo) a un’innovazione qualificata come “riduzione”. Il ragionamento è basato sull’antitesi, che ad un certo punto diventa esplicita, fra “educazione” (possibile solo in uno scenario tradizionale) e “istruzione”. Veicolo di questo riduzionismo è la tecnologia degli schermi, citata in accezione negativa: “modalità telematiche”, “tecnologie da remoto”, “monitor dei computer”, “distribuzione di tablet”. A questa diffusione si accompagna un peggioramento dell’apprendimento, metaforizzato con le immagini dell’appiattimento, dell’oblio, del superficiale ed allegro abbandono dell’eredità del passato, a vantaggio, invece, di un “meccanico apprendimento di nozioni”, dello “smanettamento di una tastiera”, della “sudditanza a motori di ricerca”.

Alla base di questa strategia argomentativa, si coglie una concezione piuttosto dogmatica del processo cognitivo, alla quale diede popolarità Giovanni Sartori, nel suo libro “Homo videns”. In un contesto storico differente dall’attuale, il testo discuteva l’uso delle televisioni commerciali nella propaganda politica. Nella prima parte (“Il primato dell’immagine”) vi si leggeva che l’homo videns è una degenerazione dell’homo sapiens, e che il “sapere per immagini” non è autentico sapere, ma al contrario ne erode la possibilità stessa di esistenza.

Duemilaventi Novecento

Duemilaventi Novecento Un altro mondo

Nel Duemilaventi è finito il Novecento. C’ho pensato ieri sera sul divano, guardavo Novecento di Bernardo Bertolucci con mio figlio che ha diciassette anni. All’inizio della quarantena mi ha chiesto una lista di film: li ha visti uno al giorno. Ieri sera, quando Attila uccide il bambino, si gira e mi dice: «vabbè, ma neanche fossero il diavolo e la strega cattiva. Ma possibile così cattivi? Ma possibile così cretini?» Io l’ho ammesso: «sì, hai ragione, è un po’ esagerato. Ma è un film di un altro mondo». «Quale mondo? Dimmi quando è finito quell’altro mondo» mi ha chiesto. «Basta» ho risposto, «che poi mica lo finiamo più».

Un altro dire

Il film è continuato, ma io non l’ho più guardato. «Quale mondo? Dimmi quando è finito quell’altro mondo». A sinistra, sulla libreria ho visto Hobsbawm, troppo facile, mille volte ho detto «secolo breve» a scuola. Sulla destra mio figlio ha continuato a cercare una posizione sul divano, il film l’annoiava. Ho pensato: conta di più lui, mio figlio. Lui più di Hobsbawm, più dei libri, ha per me più risposte. Eh sì che in questi tre mesi è fiorito, porta domande, cerca i film, i romanzi no («sono troppo poco, vanno lenti, vanno letti»), legge il giornale sul pc. Ecco, il giornale, ora mi ricordo. Ho iniziato con il pensare che in questi tre mesi è morto e risorto il giornale. Perché tutti siamo tornati a leggere il giornale, a interrogare il giornale, ad aspettare il giornale, ma su uno schermo. I giornali oramai morti da almeno dieci anni, nel Duemilaventi hanno iniziato a rincassare con gli abbonamenti online. Nel Duemilaventi sono morti i giornali, quelli che hanno fatto il Novecento. Sono morti di carta, perché sono rinati di rete. Risorti con la pelle dei social, delle parole della gente. Il Duemilaventi è stato un altro dire.

Un altro stare

Continuo a sentire vicino mio figlio, mi deve risposte con le sue domande. Si gira, non capisce i personaggi, «chi sono i fascisti, chi sono i comunisti». Come la destra storica e la sinistra storica, come l’Impero e la Repubblica, come i buoni, come i cattivi: e chi li conosce. Il partito, ecco, la politica. A ottobre mio figlio avrà diciotto anni, prima o poi voterà, non sa la destra e la sinistra, la tessera, la sede. Eppure mio figlio discute, chiede, mi incalza: «apri il link su WhatsApp, me l’hanno girato, dimmi che ne pensi» m’avrà detto mille volte in questi giorni. Ha continuato a stare con gli altri, anche da casa, sul suo schermo c’erano gli altri, per lui anche così esistono gli altri. Per me no, è mancata la gente. Riguardo sulla destra e vedo Hobsbawm: sono mancate le masse. Divento e penso retorico. Ecco, le masse. Continuo col dirmi che nel Duemilaventi per la prima volta non ci sono state le masse. Quelle del Novecento, dei treni, nei maggi radiosi, per andare al fronte, per tornare in paese, le lotte nei campi, poi tutti inquadrati, da piazza Venezia, all’8 settembre, il 25 di aprile, il 18 di aprile, da Taranto a Torino, nel ’68 e nel ’77, addosso alla Renault 4 rossa, con i quarantamila, dalla guerra del Golfo, da Capaci, strascicati fino all’11 settembre, fino ai primi di febbraio Duemilaventi, per strada. Il corpo della gente c’è sempre stato nel Novecento, poi da marzo Duemilaventi, per la prima volta, non c’è più stato. Nel Duemilaventi si è interrotto lo stare.

In morte di un amico, Pierino Manni

 

Piero Manni 2 Questo articolo è uscito in altra versione, leggermente più breve, in “Poliscritture”,il 23.5.20

Ho conosciuto Pierino nel 1980, quando ho vinto la cattedra di ordinario all’università e mi sono trovato sbalestrato in quella di Lecce. 17 ore di treno e altrettante al ritorno tutte le settimane, salvo accorgermi poi che ero uno dei pochi ordinari a insegnare e i  più se ne stavano tranquillamente a casa facendo lavorare gli assistenti al loro posto. Cercai di reagire al menefreghismo dominante organizzando un libero seminario di letteratura contemporanea a cui potevano partecipare tutti gli interessati, anche se non erano studenti universitari. Così conobbi Annagrazia Doria e poi il marito, Pierino. Entrambi insegnanti, avevano deciso di svolgere la loro funzione all’interno del carcere minorile di Lecce, in modo da unire impegno civile e culturale (costante intreccio del loro modo di intendere la vita). Diventammo amici. Cenavo spesso da loro che mi allettavano comprando i dolci più squisiti della città che poi io e il loro figlio, allora all’incirca dodicenne, divoravamo con grande diletto. Poi cominciai ad andare a dormire a casa loro,  usufruendo della loro generosità e ospitalità.

Pierino allora era in quella parte dello PSIUP che si riconosceva nel Manifesto. Ricordo di avere incontrato Pintor a casa sua. Più avanti, con altre liste sempre di estrema sinistra, Pierino entrò a far parte del consiglio regionale della Puglia. Ma più che altro era un punto di riferimento per tutti i compagni, al di là di ogni schieramento politico. Il suo carattere allegro e misurato, pieno di vita e di iniziative ma anche tranquillo e pacato nel ragionamento lo rendevano una figura di saggio arguto e avveduto, su cui  si poteva sempre fare affidamento. Era anche notevolissimo scrittore, inventivo, originale, vagamente gaddiano nel linguaggio sempre sorprendente, sia che scrivesse una guida semiseria della Puglia sia che si impegnasse in racconti spesso ispirati alla storia o alla vita quotidiana pugliese.

Il secondo anno venni richiamato da Siena, ma preferii continuare anche a Lecce il corso che vi avevo già cominciato. Il lunedi e il martedì insegnavo a Siena, il mercoledì e il giovedì a Lecce, il venerdì mi fermavo a Roma nella direzione di DP di cui facevo parte. Fu allora che Pierino mi parlò della sua intenzione di fondare un periodico di cultura, l’ Immaginazione e poi, qualche mese dopo, addirittura una casa editrice, che provvisoriamente pensava di installare nel garage e nello studio di casa. Mi chiese di collaborare al primo e di dirigere una collana per la seconda. Facemmo vari progetti, organizzammo convegni (cui parteciparono, ricordo, Leonetti, Ferretti, Giuliani, Pagliarani), uno dei quali, anni dopo, ebbe particolare successo:  quello contro i poeti innamorati e l’orfismo allora trionfante; e finalmente anche la rivista cominciò a uscire, grazie pure all’aiuto e alla collaborazione che ci dette Maria Corti, che a Lecce aveva insegnato anni prima. La rivista e la casa editrice ebbero un successo insperato e vari giornali, ricordo, li presentarono come il prodotto di “due leccesi milanesi” (per capacità operative e organizzative). Nella collana che dirigevo io uscirono per esempio libri di Sanguineti, Fortini, Pagliarani, Malerba, Cacciatore, Loi, Giuliani. Rapidamente Manni editore divenne la sigla di una delle più significative case editrici indipendenti o alternative, come si chiamavano allora.

Chiedi chi erano i Beatles: divagazione su scuola e memoria

cq5dam.web.738.462 Domenica mattina, durante un’intervista a SkyTg24, il presidente dell’Associazione nazionale presidi Antonello Giannelli ha sviluppato un ragionamento così riassumibile: nell’apprendimento la motivazione è essenziale, solo ciò che interessa lo studente è motivante, i contenuti non interessanti e non motivanti possono essere sostituiti da altri, l’obiettivo infatti è sviluppare una competenza, non l’apprendimento di quel contenuto; perciò, se l’obiettivo è, poniamo, sviluppare la comprensione del testo, un Dante da sbadiglio potrà essere sostituito da una canzone dei Beatles. Non si può dire che si tratti di un ragionamento che abbia in sé la forza dirompente della novità. Siamo allo standard riformistico medio, ripetuto anche un po’ macchinalmente e schematicamente: competenza, cultura pop, motivazione, apprendimento centrato sullo studente, tra i buoni; conoscenze, cultura letteraria, noia, apprendimento centrato sui contenuti, tra i cattivi. E allora perché mai ripetere qui questo ragionamento? Il fatto è che per me le parole di Giannelli sono state addirittura rievocative: mai sottovalutare la Potenza Proustiana della Parola del Presidente di ANP.

Monumenta aere perennia?

Il 6 maggio 2012 sulla Domenica del Sole24ore lessi un articolo di Carlo Ossola (ora leggibile qui), ordinario di letteratura prima a Torino poi al Collège de France. Lo ricordo molto bene, compreso il giorno in cui fu pubblicato, perché intorno a quell’articolo scrissi un appunto personale datato. Ossola affermava, con la sicurezza antimaterialistica garantitagli dal suo platonismo cristiano, che «la letteratura non è spiegata dalla storia, al contrario la raccoglie, la rappresenta, la restituisce all'universo». La storia umana, da sola e di per sé, è solo «un grande fiume di oblio»: «a che varrebbe conservare gli scontrini di acquisto dei tanti calzini usati, i biglietti dei tram, i ritagli della cronaca, già dimenticati la settimana dopo?». Ma la rasura dalle pagine del tempo riguarda artefatti ben più maestosi delle dimenticabili tracce della nostra cronaca quotidiana: «che rimane dei singoli segni del progresso: dove la prima ruota, il primo carattere di piombo che con l'invenzione della stampa fece avanzare conoscenza e uguaglianza, ove la prima spoletta meccanica per i moderni telai, la prima mongolfiera?». A preservare la memoria e a garantire la perpetuità del Senso, per Ossola, c’è la letteratura:

Nulla ci rimane di quei mitici oggetti: ma qui, eccola vivace e autentica, l'ode Al signor di Montgolfier, il «volator naviglio» di Vincenzo Monti. E come parlerete ai vostri figli degli idoli musicali delle vostre serate in discoteca, se in vent'anni sono spariti prima i dischi, poi le cassette, e tra poco i cd? Fortunata quella generazione che avrà letto Vittorio Sereni e – quando nulla tornerà più di quelle musiche – potrà ancora leggere Giovanna e i Beatles: «Nel mutismo domestico nella quiete / pensandosi inascoltata e sola / ridà fiato a quei redivivi. / Lungo una striscia di polvere lasciando / dietro sé schegge di suono / tra pareti stupefatte se ne vanno / in uno sfrigolio / i beneamati Scarafaggi».

Perché leggere e ricordare Luis Sepúlveda

5174211 1342 morto luis sepulveda Ricordare Luis Sepúlveda significa tenere viva la memoria di uno scrittore che ha raggiunto il grande pubblico sapendo toccare le corde di questioni universali senza essere banale;

significa entrare dalla finestra nel mondo di quella narrativa latinoamericana che ha avuto proiezione europea, senza però dimenticare le radici;

significa ricordare che si può essere convincenti per un pubblico adulto e per un pubblico di bambini;

significa tenere presente che uno scrittore che abbia avuto delle esperienze di vita radicali, come la prigionia, la tortura, l’esilio, il confronto con culture diverse da quella di origine, può essere veramente incisivo;

significa ammettere che una letteratura senza ideali, senza l’ambizione di contribuire a realizzare una comunità in cui homo non sia più homini lupus ha una breve sopravvivenza;

significa ricordare un autore che, nonostante abbia raggiunto il grande successo, lo ha sempre considerato frutto di un duro lavoro, e pertanto non si è mai sovrastimato;

che ha coltivato generi letterari popolari senza però nutrirli di genericità, in quanto sempre vi si leggeva l’eco di esperienze vissute e assimilate, mai mero esercizio letterario;

significa ricordare una persona in cui il risentimento per le violenze che gli esseri umani, i regimi, hanno inflitto ai loro simili, non ha mai preso il sopravvento, ma si è trasformato in sfida per contribuire alla creazione di un mondo diverso.