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diretto da Romano Luperini

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Il presente e noi

Contiene saggi e interventi su temi e questioni di attualità.

Racconti di intolleranza nei temi degli studenti delle medie

 

f6e Un semplice quesito di «cittadinanza e Costituzione»

C'è una classe. È la terza media di una scuola in una città o un paesone (fate voi) della provincia di Roma. Con qualche differenza potrebbe essere una qualsiasi altra provincia italiana. Ci sono ragazzini di tredici, quattordici anni, che scrivono. Hanno una consegna per il compito, è una parte del compito di storia: raccontare un episodio di cui sono venuti a conoscenza, o del quale sono stati testimoni, che possa esprimere a diverso titolo una violazione dell'articolo tre della Costituzione. Hanno appena finito di ripassare la Rivoluzione francese e hanno parlato del principio di uguaglianza. Tutti lavorano, ognuno ha un fatto da raccontare.

C'è l'insegnante che ha dato il compito. Si aspetta di sapere, più o meno, cosa ne verrà fuori. Si tratta forse non solo di un compito, ma di una sorta di verifica rispetto a una semplice domanda: quanto davvero incide la comunicazione massmediatica e dei social-network sull'elaborazione dei pensieri, sulla costruzione delle idee e, di conseguenza, sui comportamenti rispetto a principi che dovrebbero essere patrimonio consolidato della nostra società. L'insegnate suppone che da quello che verrà fuori dal compito di storia sarà costretta a prendere in considerazione qualcosa che, a livello personale, da qualche tempo ha deciso di non considerare, e cioè tutta la ridda di trasmissioni, articoli, servizi, interviste, talk-show, post di facebook, commenti ai post, che abbiano come tema il razzismo o l'immigrazione. 

Così è.

La scuola italiana dopo la riforma: bilancio e prospettive

siracusa.630x360 Pubblichiamo una riflessione di Stefania Giroletti sulla giornata di studi “La scuola italiana dopo la riforma: bilancio e prospettive”, che si è tenuta il 18 ottobre a Padova. Lunedì abbiamo già pubblicato l’intervento che in quella occasione ha tenuto il nostro collaboratore Emanuele Zinato.

“Il pensiero segue le difficoltà e precede l’azione”: questa frase è scritta sui muri del Catai, un’associazione politico-culturale che ha sede a Padova: spazio di dibattito, approfondimento e aggregazione. Non è un caso che la frase sia stata ripetuta al Convegno che si è tenuto nella stessa città martedì 17 ottobre 2018, intitolato La scuola italiana dopo la riforma: bilancio e prospettive. La giornata di studio, nata all’interno dell’iniziativa Appello per la scuola pubblica e in collaborazione con l’associazione nazionale Per la scuola della Repubblica, è stata organizzata grazie al contributo attivo di una serie eterogenea di soggetti: associazioni di Padova (Formalit, Catai) e Verona (Diritti per le nostre strade), professori universitari e docenti dei vari gradi di scuola, il Cesp (Centro studi per la scuola pubblica afferente ai Cobas).

Prima di arrivare alla programmazione di questa giornata, la rete aveva iniziato a intrecciarsi proprio all’interno del Catai organizzando un gruppo di inchiesta sull’alternanza scuola-lavoro e un ciclo di seminari intitolato Che ne è della scuola?, la cui finalità era riaprire e diffondere il più possibile un dibattito sulla situazione dell’istituzione pubblica a seguito dell’ultima riforma, ma anche (o forse soprattutto) fare in modo che ci si incontrasse. Di incontri ce ne sono stati effettivamente molti e hanno permesso la realizzazione di una giornata di studi come quella dello scorso martedì, le cui fondamenta poggiano su un dibattito già in corso e che prevede di continuare, coinvolgendo sempre nuovi soggetti: per elaborare un pensiero critico sulla normativa scolastica attuale e in generale sull’idea di scuola da essa veicolata; per costruire una proposta alternativa, rimettendosi nel solco aperto quasi un anno fa dall’Appello per la scuola pubblica

Caporetto: romanzo, memoria e (contro)storia

00000000000000000000000malaguti “Prima dell’alba” di Paolo Malaguti è un’opera narrativa edita da Neri Pozza dedicata alla memoria dell’artigliere Alessandro Ruffini, fucilato a Noventa il 3 novembre 1917 perché al passaggio del generale Andrea Graziani non si era tolto il sigaro di bocca. In parte è un romanzo corale che racconta la Grande Guerra dal basso (ciascuno dei 18 capitoli è dedicato a una vittima della repressione poliziesca avvenuta durante il primo conflitto mondiale). In parte è un giallo politico, costruito attorno al mistero sul corpo del generale Andrea Graziani, ritrovato morto nel 1931 sui binari vicino a Firenze, e alla rimozione dell'ipotesi dell'omicidio voluta dallo stesso Mussolini.

Come ricordare questo 4 novembre? E poi, perché farne memoria? Tra pochi giorni le iniziative del centenario taceranno. Il libro di Paolo Malaguti, Prima dell'alba (2017) costituisce un'ottima occasione per capire che cosa ricordare, per avvertire l'ingombro del passato.

Il peso della moneta estratta dal panciotto di Graziani è lo stesso, insostenibile, di quella elargita dal generale Leone descritto da Emilio Lussu. In entrambi i casi, l'assordante autoreferenzialità dell'ufficiale rimbomba e riempie lo spazio di senso, come una sirena d'allarme che impedisca per qualche istante qualsiasi altra percezione. L'imponenza verticale delle stellette si ripiega magnanima su se medesima, per lambire, illuminandolo con la propria dignità, il fante miserello. Probabilmente contadino ignorante. In entrambi i casi, la distanza tra le due persone si misura invece sull'effettiva esperienza della guerra, sul tempo di terrore «buttato accanto ad un compagno massacrato». È anche separazione generazionale - cinquantenni contro ventenni - ma non meramente anagrafica però, giacché quelli più anziani hanno deciso deliberatamente di mandare a morte quelli più giovani. Malaguti individua la figura del mediatore nel Vecio, uomo della truppa della prima ora: nel 1917 è ormai veterano e sa osservare e sostenere l'assurdo, consapevole che non è possibile spiegare tutto ai ragazzini appena arrivati. La meglio gioventù del Carso, del Grappa, del Piave ha ricevuto e riceve tributi e riconoscimenti da cento anni esatti, nella fiction delle commemorazioni. C’è da chiedersi di che cosa si possa far memoria, se delle storie ripetute nelle case, dai figli e dai figli dei figli, narrazioni talvolta attese per anni, oppure della Storia Ufficiale, mai completa, troppo poco studiata, e in fin dei conti sempre a rischio di affogare i singoli nella complessità degli eventi.

La riforma della prima prova dell'Esame di Stato /1: come cambia l'approccio alla letteratura

iscrizioniPubblichiamo un commento di Silvia Tatti, presidente dell’Adi-Sd, che ha partecipato all'elaborazione del documento, formulato dalla Commissione Miur guidata da Luca Serianni, sulla prima prova dell'esame di stato.

Dopo la pubblicazione delle indicazioni del Miur sul nuovo esame di stato e sulla prima prova, la scuola si sta interrogando su come preparare in pochi mesi gli studenti alle nuove tipologie testuali. La breve riflessione che segue contiene alcune mie considerazioni personali e riguarda soprattutto l'analisi e l'interpretazione di un testo letterario italiano, la tipologia che apparentemente rappresenta l'elemento di maggiore continuità con il passato, ma che in realtà si prospetta profondamente modificata.

In tutti gli ambiti della prima prova dell'esame di stato la letteratura può essere chiamata in causa; la pratica acquisita nel percorso di studi relativa alla costruzione retorica di un testo letterario agevola la capacità di argomentare un discorso richiesta per lo svolgimento delle tracce della tipologia B, che non escludono d'altronde la presenza di materiali artistico-letterari; l'esperienza di lettori che gli studenti maturano dentro e fuori la scuola fornisce elementi di commento alla realtà utili anche per affrontare le tracce della tipologia C. Ma è soprattutto nella prima tipologia che si può spendere una competenza acquisita con lo studio dei testi letterari.

Il ‘68 tra passato e presente

 

corteoMovstudbypaolomaggi 1024x651 Questo intervento con alcune modifiche è stato tenuto al convegno organizzato dall’ANPI di Carrara il 23 maggio 2018 e pubblicato sul numero speciale dell’Eco Apuano del maggio 2018

Nel cinquantenario dei fatti del ‘68, che soprattutto in Italia andrebbe allargato al biennio studentesco e operaio 1968-69, le rievocazioni sui media assumono due direttrici principali: 1. quella della “modernizzazione dei costumi”, in particolare della liberazione femminile (a cui ad esempio è stato dedicato un ciclo di trasmissioni televisive); 2. quella del presunto intreccio tra movimento del ‘68 e terrorismo “rosso”, con una forzatura storica, che fa perno sul delitto Calabresi e il “teorema” giudiziario che vi è stato costruito sopra. Tutto ciò fa parte di una sorta di esorcismo che vuole allontanare le generazioni più giovani dalla memoria di  quel movimento di massa, l’ultimo che ha posto in discussione la questione del potere, cioè di chi prende le decisioni per il futuro della compagine sociale. Dico l’ultimo perché l’altro grande movimento di massa, quello per la pace degli anni Novanta del secolo scorso, che mobilitò 120 milioni persone in tutto il mondo all’epoca dell’inizio della “guerra dei trent’anni” dei fratelli Bush in Iraq, fu largamente al di sotto del problema che pose. La guerra fu fatta e oggi ne paghiamo ancora le conseguenze planetarie in termini di destabilizzazione del Medio Oriente con la conseguente migrazione biblica. In questo senso il ‘68 chiude un ciclo storico di lotte per l’emancipazione dei lavoratori e dei diseredati dell’intero pianeta, soprattutto i popoli coloniali, cominciato con  la Rivoluzione d’Ottobre, anche se sotto il profilo economico l’onda lunga di quelle lotte prosegue fino a tutti gli anni Ottanta nei cosiddetti golden thirty, cioè i trent’anni dal 1950 al 1980 con una fase alta del ciclo economico avviatosi con la ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale e caratterizzato, almeno in Occidente, dalle politiche di welfare, con una riduzione delle disuguaglianze sociali e una distribuzione della ricchezza più favorevole alle classi subalterne. Finisce allora la lotta di classe dal basso per l’emancipazione dei lavoratori e dei popoli oppressi, con tutte le ideologie che hanno teorizzato la fine della lotta di classe e disarmato culturalmente i lavoratori e gli oppressi in generale. Ne comincia un’altra: la lotta di classe dall’alto secondo la teorizzazione di Luciano Giallino, che le classi dominanti del pianeta stanno conducendo ferocemente incuranti dei danni che sta producendo sul destino stesso del pianeta. Con grande spregiudicatezza Warren Buffett, investitore finanziario, esponente della finanziarizzazione del capitalismo, la terza persona  più ricca al mondo ha detto: “C’è una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo” (2012).  Più chiaro di così: la grande borghesia planetaria sta facendo la sua class war e vince in primo luogo disarmando politicamente e ideologicamente la classe operaia e il proletariato. Questi ultimi sembrano essere spariti dalla scena e viene teorizzato che essi non esistono più, salvo riapparire anche in tivù con la classica tuta blu e caschetto giallo, quando si tratta di mettere le mani nella merda ad esempio alla centrale di Fukushima, oppure quando crepano sul lavoro per portare a casa il loro magro salario.

La questioni dei migranti e la necessità di una nuova sinistra

 

Migranti Intervento presentato alla manifestazione organizzata dall’ANPI A GROSSETO, 8.9.18

Gli interventi che mi hanno preceduto rispondono a caratteristiche diverse e infatti si sono sentiti sinora linguaggi diversi: hanno parlato i rappresentanti degli enti locali usando il linguaggio della amministrazione e della politica e ripetendo formule giuste ma scontate e spesso retoriche; hanno parlato i migranti con il linguaggio semplice e concreto della esperienza vissuta; ha parlato un uomo di chiesa usando il linguaggio della fede. Tutti hanno dato per scontato che stare dalla parte dei migranti voglia dire stare dalla parte dell’umanità. Alcuni hanno addirittura rappresentato l’evoluzione della specie umana come un percorso volto a realizzare una tendenza intrinseca all’essere umano, la solidarietà.

Io vorrei provare a svolgere un ragionamento diverso. L’umanesimo è doppio: in nome dell’umanesimo Ariosto e Tasso hanno esaltato i massacratori degli Incas, mentre uomini di chiesa umanisti negavano la presenza dell’anima nei selvaggi e ponevano la donna insieme ai pesci al tredicesimo posto nella gerarchia delle specie. Indubbiamente, a partire da un certo illuminismo c’è stato anche un umanesimo che ha puntato sul miglioramento del genere umano senza distinzioni a esso interne. Insomma l’umanesimo è doppio e di per sé non implica una posizione antirazzista. E d’altronde di un nuovo umanesimo parlavano diversi gruppi fascisti negli anni trenta. C’è insomma un umanesimo che esclude, che riconosce come umani solo quelli della propria parte, un umanesimo dei pochi e dei ricchi (quelli che ponevano la croce sulle vele delle navi che andavano a depredare e a rendere schiavi gli indios) e c’è invece un umanesimo che include.

Ode all'amicizia

barcellona b L’11 settembre è la festa nazionale della Catalogna. La festa, chiamata Diada, celebra l’anniversario della fine dell’indipendenza (avvenuta nel 1714 dopo un assedio di Barcellona durato più di un anno). Ogni 11 settembre, si svolgono nelle vie di Barcellona imponenti e coreografiche manifestazioni che hanno assunto ogni volta di più il valore di una rivendicazione politica di indipendenza. Dopo il referendum del 1° ottobre 2017, duramente represso dalla polizia spagnola, e lo scioglimento del governo in carica, la Diada di quest’anno sta assumendo un valore ancora più grande, e ad essa prenderanno parte centinaia di migliaia di catalani ma anche numerosi manifestanti giunti da ogni parte del mondo per portare il loro sostegno alla causa indipendentista.

Per evitare il rischio di sovrapporre altri e ben diversi movimenti indipendentisti esistenti in Italia e in Europa, è opportuno ricordare che l’indipendentismo catalano affonda le sue radici democratiche e partecipative nella lotta al franchismo e si caratterizza per posizioni repubblicane ed europeiste, oltre che per la non-violenza e l’inclusività (per esempio nei confronti dei migranti).

Storia della mia copertina/11 - Mio padre la rivoluzione, Città distrutte. Sei biografie infedeli di Davide Orecchio

citta distrutte 2011 Ho sempre ammirato le copertine di certi grandi editori francesi e tedeschi: autore, titolo, editore su uno sfondo chiaro (avorio o bianco). Nessuna immagine. Questo lo dico per denunciare la mia incompetenza quando si tratta di scegliere una cover, passaggio delicatissimo e, come si sa, essenziale.

Ho avuto un ruolo nel “codecidere” la veste grafica di uno solo dei miei libri: Città distrutte nella sua prima edizione (fine 2011), che recava la sezione di una fotografia scattata a Berlino da me. Una mongolfiera, un grattacielo, e tanti saluti.

Da allora, i miei editori (Gaffi, il Saggiatore, minimum fax) hanno sempre deciso in completa e legittima autonomia, mi hanno proposto le loro scelte e io le ho accettate.

I margini attuali per una scuola di opposizione

len IMG 1142 fiori foglie Secondo Anna Angelucci, che ha letto appassionatamente il mio articolo sulla didattica della letteratura come atto di opposizione, “il contesto in cui compiere questo atto oppositivo, la scuola, è radicalmente compromesso e il terreno su cui piantare i semi di una coltivazione clandestina appare desertificato”. In Italia ciò avverrebbe in modo conclamato soprattutto dopo la legge 107 del 2015, divenuta pensiero egemone nella scuola odierna. Cerco di rispondere in breve alla difficile domanda che Anna Angelucci mi pone: “A quale critico-docente, Zinato, possiamo dunque rivolgere questa esortazione? (…) L’atto oppositivo presuppone un docente che non abbia abdicato al suo compito educativo, da realizzarsi a scuola attraverso i contenuti e i linguaggi della disciplina che insegna (…). Un docente che non accetta di essere relegato nella comoda e deresponsabilizzante condizione del tecnico (…). Ce ne sarà qualcuno?”

Rispondo: basta che ce ne sia uno. In circostanze molto più ostili delle nostre, infatti, un insegnante come Toni Giuriolo ha organizzato una brigata partigiana di studenti chiamata “piccoli maestri” nelle montagne dell’Altipiano dei sette comuni e fra i suoi allievi c’era Gigi Meneghello. Giuriolo scriveva sul suo diario il 19 settembre 1939, pochi giorni dopo l’attacco di Hitler alla Polonia: “Quando si è caduti in basso, quando il disgusto di noi stessi ci sale fino alla gola, allora ci aggrappiamo disperatamente a un programma di vita severa e feconda, di rinnovamento totale: ma è un fervore che sbolle ben presto; succede poi la vita normale, ritorna l’incoscienza o meglio l’indifferenza; e ben presto si arriva alla nuova caduta. […] Si giunge al punto di non credere più in niente, nemmeno a se stessi; quando, ed è il migliore dei casi, non si preferisce colmare il vuoto interno con le belle parole, a cui non si presta più fede, con l’ipocrisia, cioè, che diventando un’abitudine si serve delle belle esaltazioni morali di una volta come incentivo a commettere il male più raffinatamente”. (http://storiamestre.it/2016/11/il-maestro-di-s/ )

La libertà di coscienza

piojrL o 400x400 L’autore di questo articolo è Oriol Junqueras, leader del partito catalano Esquerra Republicana de Catalunya. Era vicepresidente del governo regionale catalano nel momento in cui, in seguito al referendum del 1 ottobre 2017 e della proclamazione dell’indipendenza, è stato arrestato e rinchiuso in un carcere di Madrid. Da sei mesi vi è detenuto (insieme ad altri ministri del disciolto governo) con l’accusa di ribellione-sedizione contro lo stato, in attesa di un processo. Si tratta dunque di una prigionia preventiva, che ha escluso i principali leader dei diversi partiti indipendentisti dalla campagna per le elezioni politiche volute dal primo ministro spagnolo Mariano Rajoy nel dicembre scorso. Le elezioni hanno egualmente attribuito la maggioranza assoluta dei seggi allo schieramento indipendentista.

Le accuse contro Junqueras e gli altri ministri imprigionati sono state ritenute infondate da vari paesi europei, fra cui recentemente la Germania, che si è rifiutata di estradare per lo stesso reato il presidente Carles Puigdemont in esilio; esperti di diritti umani dell’ONU hanno manifestato preoccupazione, mentre Amnesty International e altre organizzazioni internazionali attente ai diritti civili parlano apertamente di prigionieri politici.

La questione catalana costituisce una delle più inquietanti rimozioni politiche dell’Europa di questi anni, e rivela la fragilità del sistema politico europeo, la inattendibilità dei mezzi di informazione, il disinteresse di politici e di intellettuali. Si leggono sui giornali italiani, in particolare, notizie parziali e scorrette ricopiate dai grandi quotidiani spagnoli, allineati sulla verità dettata dal governo di Madrid e dal presidente Rajoy (dure critiche alla radiotelevisione pubblica spagnola si possono leggere negli ultimi report dell'International Press Institute).