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diretto da Romano Luperini

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Il presente e noi

Contiene saggi e interventi su temi e questioni di attualità.

La questioni dei migranti e la necessità di una nuova sinistra

 

Migranti Intervento presentato alla manifestazione organizzata dall’ANPI A GROSSETO, 8.9.18

Gli interventi che mi hanno preceduto rispondono a caratteristiche diverse e infatti si sono sentiti sinora linguaggi diversi: hanno parlato i rappresentanti degli enti locali usando il linguaggio della amministrazione e della politica e ripetendo formule giuste ma scontate e spesso retoriche; hanno parlato i migranti con il linguaggio semplice e concreto della esperienza vissuta; ha parlato un uomo di chiesa usando il linguaggio della fede. Tutti hanno dato per scontato che stare dalla parte dei migranti voglia dire stare dalla parte dell’umanità. Alcuni hanno addirittura rappresentato l’evoluzione della specie umana come un percorso volto a realizzare una tendenza intrinseca all’essere umano, la solidarietà.

Io vorrei provare a svolgere un ragionamento diverso. L’umanesimo è doppio: in nome dell’umanesimo Ariosto e Tasso hanno esaltato i massacratori degli Incas, mentre uomini di chiesa umanisti negavano la presenza dell’anima nei selvaggi e ponevano la donna insieme ai pesci al tredicesimo posto nella gerarchia delle specie. Indubbiamente, a partire da un certo illuminismo c’è stato anche un umanesimo che ha puntato sul miglioramento del genere umano senza distinzioni a esso interne. Insomma l’umanesimo è doppio e di per sé non implica una posizione antirazzista. E d’altronde di un nuovo umanesimo parlavano diversi gruppi fascisti negli anni trenta. C’è insomma un umanesimo che esclude, che riconosce come umani solo quelli della propria parte, un umanesimo dei pochi e dei ricchi (quelli che ponevano la croce sulle vele delle navi che andavano a depredare e a rendere schiavi gli indios) e c’è invece un umanesimo che include.

Ode all'amicizia

barcellona b L’11 settembre è la festa nazionale della Catalogna. La festa, chiamata Diada, celebra l’anniversario della fine dell’indipendenza (avvenuta nel 1714 dopo un assedio di Barcellona durato più di un anno). Ogni 11 settembre, si svolgono nelle vie di Barcellona imponenti e coreografiche manifestazioni che hanno assunto ogni volta di più il valore di una rivendicazione politica di indipendenza. Dopo il referendum del 1° ottobre 2017, duramente represso dalla polizia spagnola, e lo scioglimento del governo in carica, la Diada di quest’anno sta assumendo un valore ancora più grande, e ad essa prenderanno parte centinaia di migliaia di catalani ma anche numerosi manifestanti giunti da ogni parte del mondo per portare il loro sostegno alla causa indipendentista.

Per evitare il rischio di sovrapporre altri e ben diversi movimenti indipendentisti esistenti in Italia e in Europa, è opportuno ricordare che l’indipendentismo catalano affonda le sue radici democratiche e partecipative nella lotta al franchismo e si caratterizza per posizioni repubblicane ed europeiste, oltre che per la non-violenza e l’inclusività (per esempio nei confronti dei migranti).

Storia della mia copertina/11 - Mio padre la rivoluzione, Città distrutte. Sei biografie infedeli di Davide Orecchio

citta distrutte 2011 Ho sempre ammirato le copertine di certi grandi editori francesi e tedeschi: autore, titolo, editore su uno sfondo chiaro (avorio o bianco). Nessuna immagine. Questo lo dico per denunciare la mia incompetenza quando si tratta di scegliere una cover, passaggio delicatissimo e, come si sa, essenziale.

Ho avuto un ruolo nel “codecidere” la veste grafica di uno solo dei miei libri: Città distrutte nella sua prima edizione (fine 2011), che recava la sezione di una fotografia scattata a Berlino da me. Una mongolfiera, un grattacielo, e tanti saluti.

Da allora, i miei editori (Gaffi, il Saggiatore, minimum fax) hanno sempre deciso in completa e legittima autonomia, mi hanno proposto le loro scelte e io le ho accettate.

I margini attuali per una scuola di opposizione

len IMG 1142 fiori foglie Secondo Anna Angelucci, che ha letto appassionatamente il mio articolo sulla didattica della letteratura come atto di opposizione, “il contesto in cui compiere questo atto oppositivo, la scuola, è radicalmente compromesso e il terreno su cui piantare i semi di una coltivazione clandestina appare desertificato”. In Italia ciò avverrebbe in modo conclamato soprattutto dopo la legge 107 del 2015, divenuta pensiero egemone nella scuola odierna. Cerco di rispondere in breve alla difficile domanda che Anna Angelucci mi pone: “A quale critico-docente, Zinato, possiamo dunque rivolgere questa esortazione? (…) L’atto oppositivo presuppone un docente che non abbia abdicato al suo compito educativo, da realizzarsi a scuola attraverso i contenuti e i linguaggi della disciplina che insegna (…). Un docente che non accetta di essere relegato nella comoda e deresponsabilizzante condizione del tecnico (…). Ce ne sarà qualcuno?”

Rispondo: basta che ce ne sia uno. In circostanze molto più ostili delle nostre, infatti, un insegnante come Toni Giuriolo ha organizzato una brigata partigiana di studenti chiamata “piccoli maestri” nelle montagne dell’Altipiano dei sette comuni e fra i suoi allievi c’era Gigi Meneghello. Giuriolo scriveva sul suo diario il 19 settembre 1939, pochi giorni dopo l’attacco di Hitler alla Polonia: “Quando si è caduti in basso, quando il disgusto di noi stessi ci sale fino alla gola, allora ci aggrappiamo disperatamente a un programma di vita severa e feconda, di rinnovamento totale: ma è un fervore che sbolle ben presto; succede poi la vita normale, ritorna l’incoscienza o meglio l’indifferenza; e ben presto si arriva alla nuova caduta. […] Si giunge al punto di non credere più in niente, nemmeno a se stessi; quando, ed è il migliore dei casi, non si preferisce colmare il vuoto interno con le belle parole, a cui non si presta più fede, con l’ipocrisia, cioè, che diventando un’abitudine si serve delle belle esaltazioni morali di una volta come incentivo a commettere il male più raffinatamente”. (http://storiamestre.it/2016/11/il-maestro-di-s/ )

La libertà di coscienza

piojrL o 400x400 L’autore di questo articolo è Oriol Junqueras, leader del partito catalano Esquerra Republicana de Catalunya. Era vicepresidente del governo regionale catalano nel momento in cui, in seguito al referendum del 1 ottobre 2017 e della proclamazione dell’indipendenza, è stato arrestato e rinchiuso in un carcere di Madrid. Da sei mesi vi è detenuto (insieme ad altri ministri del disciolto governo) con l’accusa di ribellione-sedizione contro lo stato, in attesa di un processo. Si tratta dunque di una prigionia preventiva, che ha escluso i principali leader dei diversi partiti indipendentisti dalla campagna per le elezioni politiche volute dal primo ministro spagnolo Mariano Rajoy nel dicembre scorso. Le elezioni hanno egualmente attribuito la maggioranza assoluta dei seggi allo schieramento indipendentista.

Le accuse contro Junqueras e gli altri ministri imprigionati sono state ritenute infondate da vari paesi europei, fra cui recentemente la Germania, che si è rifiutata di estradare per lo stesso reato il presidente Carles Puigdemont in esilio; esperti di diritti umani dell’ONU hanno manifestato preoccupazione, mentre Amnesty International e altre organizzazioni internazionali attente ai diritti civili parlano apertamente di prigionieri politici.

La questione catalana costituisce una delle più inquietanti rimozioni politiche dell’Europa di questi anni, e rivela la fragilità del sistema politico europeo, la inattendibilità dei mezzi di informazione, il disinteresse di politici e di intellettuali. Si leggono sui giornali italiani, in particolare, notizie parziali e scorrette ricopiate dai grandi quotidiani spagnoli, allineati sulla verità dettata dal governo di Madrid e dal presidente Rajoy (dure critiche alla radiotelevisione pubblica spagnola si possono leggere negli ultimi report dell'International Press Institute). 

Per Vittorio Taviani

1523784611068 1523784659.jpg e morto vittorio taviani Mi è difficile scrivere di Vittorio Taviani, della sua vita e della sua morte. Non sono un critico cinematografico, e l’amicizia che ci ha uniti negli ultimi venti anni mi indurrebbe a fare una cosa che non amo: mescolare il privato al pubblico, il ricordo all’analisi.

Il fatto è che la mia vita è stata segnata in profondità prima, nella giovinezza e nella prima maturità, dai film di Vittorio e Paolo, poi dalla frequentazione diretta di Vittorio, per me una sorta di fratello maggiore o di amico-maestro (come tanti altri che stanno scomparendo a uno a uno in questi anni, da Timpanaro a Orlando sino a Vitilio Masiello, da Fortini e Volponi a Foa e Sanguineti). Le nostre famiglie provengono dalla stessa zona della Toscana: fra San Miniato (dove Vittorio è nato) e Santa Maria a Monte (dove è nato mio padre e io stesso ho vissuto da bambino) che distano in linea d’aria dieci-quindici chilometri al massimo. Ho conosciuto persone che sono scampate per caso dall’eccidio tedesco nel Duomo di San Miniato (da cui nasce uno dei film migliori dei Taviani, La notte di San Lorenzo) e si sono rifugiate a Santa Maria a Monte.

Prima che li conoscessi di persona, la mia formazione culturale e civile è stata accompagnata e influenzata dai film dei fratelli Taviani. Ricordo uno dei primi, visto al Circolo del Cinema di Pontedera, Un uomo da bruciare sull’assassinio mafioso di un sindacalista siciliano (la Sicilia è stata un po’ la seconda patria di Vittorio). Avevo poco più di venti anni e imparai da quel film cosa fosse la mafia. Poi il ‘mio 68 fu anticipato e accompagnato da I sovversivi (1967) e San Michele aveva un gallo…(1971). I Taviani battevano sempre sul solito testo: l’impegno civile, l’epica resistenziale (come dimenticare quella straordinaria battaglia nel grano della Notte di San Lorenzo …), la rappresentazione critica del costume. Certe scene di certi film, come Padre padrone, mi sono rimaste impresse nella memoria per sempre, come quella del viaggio finale in treno dell’esule e il commento «Grandi querce della Sardegna addio…», che per anni mi sono automaticamente e un po’ stupidamente ripetuto ad ogni mio ritorno dall’isola al continente. Se l’emozione di quelle riprese non mi ha abbandonato, ciò è accaduto perché i Taviani non hanno mai avuto paura delle emozioni, e anzi hanno sempre creduto nei sentimenti, nella loro forza e nella loro semplicità. Anche da questo punto di vista sono sempre stati registi epici.

Chi sono i nemici della letteratura (e non solo)?

thumbnail len 20180318 0053 In un interessante articolo pubblicato sul quotidiano la Repubblica il 20 marzo, il premio Nobel Mario Vargas Llosa esprime il suo timore che la letteratura, intesa come spazio di assoluta libertà esistenziale e dunque, in quanto tale, sempre minacciato da dispositivi di controllo culturale e politico, possa presto scomparire sotto la spinta di nuove forme di intolleranza e censura.

La letteratura ha sempre avuto nemici, ricorda lo scrittore peruviano, dalla religione ai regimi totalitari, fino ai vincoli morali e legali che nelle moderne democrazie hanno talvolta costretto gli autori a difendersi nei tribunali. Ma oggi, afferma tranchant, “il più risoluto nemico della letteratura, che pretende di decontaminare dal maschilismo, da un’infinità di pregiudizi e dall’immoralità, è il femminismo”. Specificando poi che si tratta naturalmente di quello più radicale, che in Spagna avrebbe recentemente prodotto un ‘decalogo’ di autori “rabbiosamente maschilisti come Pablo Neruda, Javier Marias e Arturo Perez-Reverte, da eliminare dai corsi scolastici”. Un approccio all’opera letteraria eccessivamente politically correct con il quale, incalza Vargas Llosa, “non si salva dal rogo un solo romanzo della letteratura occidentale”.

In realtà, le cose non stanno esattamente così; lo dimostra la lettura dell’articolo originale pubblicato da El Mundo il 14 marzo scorso, in cui si fa riferimento a una serie piuttosto articolata di proposte culturali per la scuola contro il sessismo, il razzismo, il classismo, la discriminazione di genere.

Il discorso di Vargas Llosa sembra dunque un pretesto per attaccare il femminismo in generale, sussunto nella categoria del fanatismo del politically correct, e come tale non merita ulteriori commenti. Ma la domanda non è peregrina: chi sono oggi i nemici della letteratura? Perché ci sono, non c’è alcun dubbio. E non sono certo le femministe, da sempre lettrici e scrittrici.

Dopo il voto. Come fare buon uso delle rovine?

Jaz Buenos Aires Nov2010 u 1000 Craxi, Berlusconi, Renzi stabiliscono una sequenza che ha una direzione di sviluppo coerente e facilmente leggibile: cinismo, narcisismo, autoritarismo, esercizio del potere in quanto puro potere senza progetto o visione, hanno definito un modello di governo e insieme di società, proponendo e insieme rispecchiando un costume nazionale sempre più degradato sino all’imbarbarimento del razzismo aperto, della intolleranza, del fascismo ora strisciante, ora persino proclamato (ieri a Firenze hanno ammazzato un altro nero: un vero stillicidio). Anzi fra Craxi e Renzi bisogna registrare un progressivo peggioramento in quanto a levatura teorica e capacità di analisi e di progettazione.

Non è un problema solo italiano. Tutto l’Occidente, dagli Stati Uniti all’Europa, vi è pienamente coinvolto. Gli stati di borghesia tradizionalmente più ricca e solida e con istituzioni culturali più radicate possono ancora trovare fra i propri leader un Obama o un Corbyn, ma si tratta di casi sempre più rari. Trump, Le Pen, Salvini sono gli uomini che interpretano meglio questa dilagante involuzione. La legge del mercato, della merce, del consumismo, dell’imperialismo delle multinazionali ha imposto dovunque modi di comportamento improntati al narcinismo dominante, all’egoismo, alle varie forme di un individualismo massificato dove ciascuno è solo (“desocializzato”, come si dice) in un deserto di valori e dove dominano quasi incontrastata la regola dell’homo homini lupus, la mancanza di solidarietà, la spietatezza della concorrenza, la vigliaccheria delle false notizie e degli assalti anonimi sui socials. E intanto nel mondo la ripartizione della ricchezza ha raggiunto negli ultimi anni divari spaventosi: pochi grandi capitalisti e finanzieri diventano sempre più ricchi e possiedono ormai il 90%  della ricchezza mondiale, mentre i più diventano sempre più poveri e devono distribuirsi il 10% che resta; mentre interi continenti, come l’Africa, colpita dai cambiamenti climatici prodotti dalle nazioni ricche dell’Occidente e stremata da secoli di colonialismo, si spopola per la sete, la desertificazione, la fame, le malattie, la mancanza di lavoro. Questa è la globalizzazione, no?

Elezioni e letteratura. Perché rileggere La giornata d’uno scrutatore di Italo Calvino

calvino scrutatore Perché sottopone il gesto elettorale alla verifica dell’introspezione modernista

Se la svolta nella vicenda intellettuale di Calvino si produsse, come per altri scrittori della sua generazione, a cavallo fra i fatti d’Ungheria e il “miracolo economico”, La giornata d’uno scrutatore (1963) è il racconto-saggio in cui tutta l’esperienza ideologica e narrativa del dopoguerra viene sottoposta alla più aperta e severa verifica critica. Non a caso, il seggio elettorale in cui si svolgono gli eventi è collocato nell’istituzione torinese dove monache e preti custodiscono gli esseri deformi, nati dagli “scherzi della biologia”. L’atto principe della storia democratica (il suffragio universale) qui è posto insomma al cospetto dell’irriducibilità dei “mostri” del Cottolengo.

Il fondamento della vicenda è autobiografico: Calvino si basa su due sue esperienze di scrutatore avvenute durante le elezioni del 1953 e del 1961. Tuttavia, la terza persona e l’invenzione di un protagonista, Amerigo Ormea, permettono di riprodurre mediante l’indiretto libero, i pensieri più nascosti e le argomentazioni più labirintiche e più segretamente dubitative di un personaggio fittizio. La struttura del testo è chiusa e circolare: l’azione si svolge in un solo giorno e in un solo luogo, quasi interamente limitato agli interni del grande ospedale torinese. A proposito di questo testo, con La nuvola di smog e La speculazione edilizia, la critica ha parlato di un “ciclo realistico” opposto al ciclo fantastico della trilogia degli antenati. Ma Amerigo Ormea non è costruito secondo le convenzioni della tradizione realistica ottocentesca: non ne sono descritti l’aspetto fisico, i connotati psicologici, la precisa condizione lavorativa. Ciò che conosciamo di lui è la sua interiorità, la lotta mentale, la ricerca di un senso, disperatamente erosi dal cozzo tra la volgarità della cronaca e l’assoluto della biologia, tra gli abusi elettorali del partito di maggioranza e l’estraneità incosciente dei pazienti reclusi. Amerigo è in tal modo un personaggio schiettamente neomodernista, e il testo s’inscrive nei generi novecenteschi dell’interiorità e del romanzo saggio: il lettore è chiamato a partecipare dell’esperienza problematica delle sue continue digressioni dubitative, a far propri i dubbi sulla biologia, sulla democrazia, sulla storia.

Il monologo di Favino e la guerra simulata

len 20171108 0052 Si è parlato molto, di recente, del monologo di Pierfrancesco Favino al Festival di Sanremo. Se ne è parlato tanto che per giorni è stato impossibile prescinderne. Se anche non avessi la televisione, se anche non avessi seguito Sanremo, certi contenuti ti arrivano addosso con la forza ineluttabile del destino. Come frammenti di una detonazione che ha avuto luogo chissà dove, te li ritrovi sotto forma di pulviscolo tra i pensieri, nella girandola social delle condivisioni e ricondivisioni, che esaltano alcuni aspetti e ne occultano altri, trasformando situazioni puntiformi e parziali in categorie esistenziali, visioni del mondo, questioni di vita o di morte. Quando ci va bene. Più spesso, e molto più banalmente, in tifo becero. Durante le campagne elettorali, nel vestito della propaganda. Così, come un frammento piovuto da un cielo che non ti è amico, ti è arrivato addosso anche il monologo di Favino.

È domenica mattina, sei lì che scorri la home di Facebook. Tra un post e l'altro, tra un like e un cuoricino, conti decine di condivisioni, che diventano sempre più numerose. Nel corso della giornata capisci che è scoppiata un'altra di queste guerre social, che per te diventano più che altro una guerra alla tua mente che si rifiuta di semplificare, di banalizzare, di scegliersi una parte della barricata, anche su Favino. Tra l'altro ti ricordi qualcosa su Favino, ti ricordi il suo nome in una lista di tanti altri nomi, e non te lo vuoi ricordare. Sei riluttante, non ti andrebbe di dedicargli del tempo. Alla fine però non ce la fai, le sollecitazioni sono troppe. Così apri il video.