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diretto da Romano Luperini

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Il presente e noi

Contiene saggi e interventi su temi e questioni di attualità.

La libertà di coscienza

piojrL o 400x400 L’autore di questo articolo è Oriol Junqueras, leader del partito catalano Esquerra Republicana de Catalunya. Era vicepresidente del governo regionale catalano nel momento in cui, in seguito al referendum del 1 ottobre 2017 e della proclamazione dell’indipendenza, è stato arrestato e rinchiuso in un carcere di Madrid. Da sei mesi vi è detenuto (insieme ad altri ministri del disciolto governo) con l’accusa di ribellione-sedizione contro lo stato, in attesa di un processo. Si tratta dunque di una prigionia preventiva, che ha escluso i principali leader dei diversi partiti indipendentisti dalla campagna per le elezioni politiche volute dal primo ministro spagnolo Mariano Rajoy nel dicembre scorso. Le elezioni hanno egualmente attribuito la maggioranza assoluta dei seggi allo schieramento indipendentista.

Le accuse contro Junqueras e gli altri ministri imprigionati sono state ritenute infondate da vari paesi europei, fra cui recentemente la Germania, che si è rifiutata di estradare per lo stesso reato il presidente Carles Puigdemont in esilio; esperti di diritti umani dell’ONU hanno manifestato preoccupazione, mentre Amnesty International e altre organizzazioni internazionali attente ai diritti civili parlano apertamente di prigionieri politici.

La questione catalana costituisce una delle più inquietanti rimozioni politiche dell’Europa di questi anni, e rivela la fragilità del sistema politico europeo, la inattendibilità dei mezzi di informazione, il disinteresse di politici e di intellettuali. Si leggono sui giornali italiani, in particolare, notizie parziali e scorrette ricopiate dai grandi quotidiani spagnoli, allineati sulla verità dettata dal governo di Madrid e dal presidente Rajoy (dure critiche alla radiotelevisione pubblica spagnola si possono leggere negli ultimi report dell'International Press Institute). 

Per Vittorio Taviani

1523784611068 1523784659.jpg e morto vittorio taviani Mi è difficile scrivere di Vittorio Taviani, della sua vita e della sua morte. Non sono un critico cinematografico, e l’amicizia che ci ha uniti negli ultimi venti anni mi indurrebbe a fare una cosa che non amo: mescolare il privato al pubblico, il ricordo all’analisi.

Il fatto è che la mia vita è stata segnata in profondità prima, nella giovinezza e nella prima maturità, dai film di Vittorio e Paolo, poi dalla frequentazione diretta di Vittorio, per me una sorta di fratello maggiore o di amico-maestro (come tanti altri che stanno scomparendo a uno a uno in questi anni, da Timpanaro a Orlando sino a Vitilio Masiello, da Fortini e Volponi a Foa e Sanguineti). Le nostre famiglie provengono dalla stessa zona della Toscana: fra San Miniato (dove Vittorio è nato) e Santa Maria a Monte (dove è nato mio padre e io stesso ho vissuto da bambino) che distano in linea d’aria dieci-quindici chilometri al massimo. Ho conosciuto persone che sono scampate per caso dall’eccidio tedesco nel Duomo di San Miniato (da cui nasce uno dei film migliori dei Taviani, La notte di San Lorenzo) e si sono rifugiate a Santa Maria a Monte.

Prima che li conoscessi di persona, la mia formazione culturale e civile è stata accompagnata e influenzata dai film dei fratelli Taviani. Ricordo uno dei primi, visto al Circolo del Cinema di Pontedera, Un uomo da bruciare sull’assassinio mafioso di un sindacalista siciliano (la Sicilia è stata un po’ la seconda patria di Vittorio). Avevo poco più di venti anni e imparai da quel film cosa fosse la mafia. Poi il ‘mio 68 fu anticipato e accompagnato da I sovversivi (1967) e San Michele aveva un gallo…(1971). I Taviani battevano sempre sul solito testo: l’impegno civile, l’epica resistenziale (come dimenticare quella straordinaria battaglia nel grano della Notte di San Lorenzo …), la rappresentazione critica del costume. Certe scene di certi film, come Padre padrone, mi sono rimaste impresse nella memoria per sempre, come quella del viaggio finale in treno dell’esule e il commento «Grandi querce della Sardegna addio…», che per anni mi sono automaticamente e un po’ stupidamente ripetuto ad ogni mio ritorno dall’isola al continente. Se l’emozione di quelle riprese non mi ha abbandonato, ciò è accaduto perché i Taviani non hanno mai avuto paura delle emozioni, e anzi hanno sempre creduto nei sentimenti, nella loro forza e nella loro semplicità. Anche da questo punto di vista sono sempre stati registi epici.

Chi sono i nemici della letteratura (e non solo)?

thumbnail len 20180318 0053 In un interessante articolo pubblicato sul quotidiano la Repubblica il 20 marzo, il premio Nobel Mario Vargas Llosa esprime il suo timore che la letteratura, intesa come spazio di assoluta libertà esistenziale e dunque, in quanto tale, sempre minacciato da dispositivi di controllo culturale e politico, possa presto scomparire sotto la spinta di nuove forme di intolleranza e censura.

La letteratura ha sempre avuto nemici, ricorda lo scrittore peruviano, dalla religione ai regimi totalitari, fino ai vincoli morali e legali che nelle moderne democrazie hanno talvolta costretto gli autori a difendersi nei tribunali. Ma oggi, afferma tranchant, “il più risoluto nemico della letteratura, che pretende di decontaminare dal maschilismo, da un’infinità di pregiudizi e dall’immoralità, è il femminismo”. Specificando poi che si tratta naturalmente di quello più radicale, che in Spagna avrebbe recentemente prodotto un ‘decalogo’ di autori “rabbiosamente maschilisti come Pablo Neruda, Javier Marias e Arturo Perez-Reverte, da eliminare dai corsi scolastici”. Un approccio all’opera letteraria eccessivamente politically correct con il quale, incalza Vargas Llosa, “non si salva dal rogo un solo romanzo della letteratura occidentale”.

In realtà, le cose non stanno esattamente così; lo dimostra la lettura dell’articolo originale pubblicato da El Mundo il 14 marzo scorso, in cui si fa riferimento a una serie piuttosto articolata di proposte culturali per la scuola contro il sessismo, il razzismo, il classismo, la discriminazione di genere.

Il discorso di Vargas Llosa sembra dunque un pretesto per attaccare il femminismo in generale, sussunto nella categoria del fanatismo del politically correct, e come tale non merita ulteriori commenti. Ma la domanda non è peregrina: chi sono oggi i nemici della letteratura? Perché ci sono, non c’è alcun dubbio. E non sono certo le femministe, da sempre lettrici e scrittrici.

Dopo il voto. Come fare buon uso delle rovine?

Jaz Buenos Aires Nov2010 u 1000 Craxi, Berlusconi, Renzi stabiliscono una sequenza che ha una direzione di sviluppo coerente e facilmente leggibile: cinismo, narcisismo, autoritarismo, esercizio del potere in quanto puro potere senza progetto o visione, hanno definito un modello di governo e insieme di società, proponendo e insieme rispecchiando un costume nazionale sempre più degradato sino all’imbarbarimento del razzismo aperto, della intolleranza, del fascismo ora strisciante, ora persino proclamato (ieri a Firenze hanno ammazzato un altro nero: un vero stillicidio). Anzi fra Craxi e Renzi bisogna registrare un progressivo peggioramento in quanto a levatura teorica e capacità di analisi e di progettazione.

Non è un problema solo italiano. Tutto l’Occidente, dagli Stati Uniti all’Europa, vi è pienamente coinvolto. Gli stati di borghesia tradizionalmente più ricca e solida e con istituzioni culturali più radicate possono ancora trovare fra i propri leader un Obama o un Corbyn, ma si tratta di casi sempre più rari. Trump, Le Pen, Salvini sono gli uomini che interpretano meglio questa dilagante involuzione. La legge del mercato, della merce, del consumismo, dell’imperialismo delle multinazionali ha imposto dovunque modi di comportamento improntati al narcinismo dominante, all’egoismo, alle varie forme di un individualismo massificato dove ciascuno è solo (“desocializzato”, come si dice) in un deserto di valori e dove dominano quasi incontrastata la regola dell’homo homini lupus, la mancanza di solidarietà, la spietatezza della concorrenza, la vigliaccheria delle false notizie e degli assalti anonimi sui socials. E intanto nel mondo la ripartizione della ricchezza ha raggiunto negli ultimi anni divari spaventosi: pochi grandi capitalisti e finanzieri diventano sempre più ricchi e possiedono ormai il 90%  della ricchezza mondiale, mentre i più diventano sempre più poveri e devono distribuirsi il 10% che resta; mentre interi continenti, come l’Africa, colpita dai cambiamenti climatici prodotti dalle nazioni ricche dell’Occidente e stremata da secoli di colonialismo, si spopola per la sete, la desertificazione, la fame, le malattie, la mancanza di lavoro. Questa è la globalizzazione, no?

Elezioni e letteratura. Perché rileggere La giornata d’uno scrutatore di Italo Calvino

calvino scrutatore Perché sottopone il gesto elettorale alla verifica dell’introspezione modernista

Se la svolta nella vicenda intellettuale di Calvino si produsse, come per altri scrittori della sua generazione, a cavallo fra i fatti d’Ungheria e il “miracolo economico”, La giornata d’uno scrutatore (1963) è il racconto-saggio in cui tutta l’esperienza ideologica e narrativa del dopoguerra viene sottoposta alla più aperta e severa verifica critica. Non a caso, il seggio elettorale in cui si svolgono gli eventi è collocato nell’istituzione torinese dove monache e preti custodiscono gli esseri deformi, nati dagli “scherzi della biologia”. L’atto principe della storia democratica (il suffragio universale) qui è posto insomma al cospetto dell’irriducibilità dei “mostri” del Cottolengo.

Il fondamento della vicenda è autobiografico: Calvino si basa su due sue esperienze di scrutatore avvenute durante le elezioni del 1953 e del 1961. Tuttavia, la terza persona e l’invenzione di un protagonista, Amerigo Ormea, permettono di riprodurre mediante l’indiretto libero, i pensieri più nascosti e le argomentazioni più labirintiche e più segretamente dubitative di un personaggio fittizio. La struttura del testo è chiusa e circolare: l’azione si svolge in un solo giorno e in un solo luogo, quasi interamente limitato agli interni del grande ospedale torinese. A proposito di questo testo, con La nuvola di smog e La speculazione edilizia, la critica ha parlato di un “ciclo realistico” opposto al ciclo fantastico della trilogia degli antenati. Ma Amerigo Ormea non è costruito secondo le convenzioni della tradizione realistica ottocentesca: non ne sono descritti l’aspetto fisico, i connotati psicologici, la precisa condizione lavorativa. Ciò che conosciamo di lui è la sua interiorità, la lotta mentale, la ricerca di un senso, disperatamente erosi dal cozzo tra la volgarità della cronaca e l’assoluto della biologia, tra gli abusi elettorali del partito di maggioranza e l’estraneità incosciente dei pazienti reclusi. Amerigo è in tal modo un personaggio schiettamente neomodernista, e il testo s’inscrive nei generi novecenteschi dell’interiorità e del romanzo saggio: il lettore è chiamato a partecipare dell’esperienza problematica delle sue continue digressioni dubitative, a far propri i dubbi sulla biologia, sulla democrazia, sulla storia.

Il monologo di Favino e la guerra simulata

len 20171108 0052 Si è parlato molto, di recente, del monologo di Pierfrancesco Favino al Festival di Sanremo. Se ne è parlato tanto che per giorni è stato impossibile prescinderne. Se anche non avessi la televisione, se anche non avessi seguito Sanremo, certi contenuti ti arrivano addosso con la forza ineluttabile del destino. Come frammenti di una detonazione che ha avuto luogo chissà dove, te li ritrovi sotto forma di pulviscolo tra i pensieri, nella girandola social delle condivisioni e ricondivisioni, che esaltano alcuni aspetti e ne occultano altri, trasformando situazioni puntiformi e parziali in categorie esistenziali, visioni del mondo, questioni di vita o di morte. Quando ci va bene. Più spesso, e molto più banalmente, in tifo becero. Durante le campagne elettorali, nel vestito della propaganda. Così, come un frammento piovuto da un cielo che non ti è amico, ti è arrivato addosso anche il monologo di Favino.

È domenica mattina, sei lì che scorri la home di Facebook. Tra un post e l'altro, tra un like e un cuoricino, conti decine di condivisioni, che diventano sempre più numerose. Nel corso della giornata capisci che è scoppiata un'altra di queste guerre social, che per te diventano più che altro una guerra alla tua mente che si rifiuta di semplificare, di banalizzare, di scegliersi una parte della barricata, anche su Favino. Tra l'altro ti ricordi qualcosa su Favino, ti ricordi il suo nome in una lista di tanti altri nomi, e non te lo vuoi ricordare. Sei riluttante, non ti andrebbe di dedicargli del tempo. Alla fine però non ce la fai, le sollecitazioni sono troppe. Così apri il video.

Fabrizio De André era qualcosa di più di un alcolizzato timido

fabrizio de andre principe libero cs thumb660x453 Se volessi parlare col sopracciglio alzato della miniserie «Il principe libero» (in onda il 13 e il 14 febbraio), dovrei direi che tutte le premesse erano buone per garantire un risultato non memorabile: destinazione iper-generalista (la prima serata Rai, quella dei carabinieri e degli investigatori in tonaca da prete); corteo di gadgets pubblicitari (uscita prima nelle sale dei cinema poi in tv, cofanetto con dvd già predisposto, riedizione degli album); diretto coinvolgimento di Dori Ghezzi, persona emotivamente troppo vicina a De André per non vivere un film su di lui come rispecchiamento del proprio sé e come atto di devozione; problematicità, forse aporia, del genere stesso del biopic. Ma non voglio parlare così.

Se Fabrizio De André è ormai abbondantemente santificato e venerato, è pur vero che non avevamo ancora visto un film su di lui e nessun fan, per quanto supercilioso, potrebbe negare la soddisfazione un po’ morbosa di guardarselo. Inoltre non sono affatto fra quanti ridicolizzino i Don Matteo (per non parlare dei gradevolissimi Montalbano) e la “fiction all’italiana”, che è certo imparagonabile alle serie americane per qualità di scrittura, realizzazione, ambizioni artistiche, ma che fornisce un decoroso prodotto d’intrattenimento capace di perpetuare, nell’attuale volgarità della tv dei reality, la dignità della narrazione popolare. Infine, non mi aspetto che una biografia destinata alla tv riesca a superare gli ovvi cliché narrativi del genere.

Ma mi sarei aspettato, quanto meno, che Faber non ne uscisse addirittura degradato nella memoria.

L’omicidio di Macerata e le passioni infinite

4788672 Sul numero di «Micromega» aprile-giugno 1987, Ignacio Matte Blanco, psicoanalista cileno trasferitosi a Roma, pubblica un breve articolo intitolato Polis e Psiche. Si tratta di un documento insolito per un freudiano che ha messo al centro dei propri studi il rapporto tra inconscio e infinito. Nella sua analisi, Matte Blanco si confronta con la crisi dei valori della politica italiana, dimostrando che le sue categorie sono proficuamente applicabili per analizzare questioni di carattere sociale. Partendo, come di consueto, dall’analisi freudiana dei processi inconsci, Matte Blanco nota come il linguaggio politico sia fortemente condizionato dalle emozioni e dunque da porzioni di pensiero che non rispettano la logica tradizionale. Nel paragrafo centrale, intitolato Pensiero, Emozione, Infinito e Politica, si legge che «questo mondo [l’inconscio] esiste in noi ed è attivissimo ed influisce considerevolmente nella nostra vita, inclusa la vita politica. È il mondo dell’inconscio e dell’emozione» (p. 218). In questo mondo, scrive ancora Matte Blanco, «tutto si unifica, totalizza ed infinitizza» (p. 218). Le riflessioni sulla crisi della vita politica italiana degli anni Ottanta sono in larga parte attuali anche oggi, ma il saggio matteblanchiano è un documento essenziale soprattutto perché testimonianza di come uno studio sull’inconscio possa superare i confini della psiche privata e possa essere applicato anche a questioni di carattere storico, sociale, politico:

Siccome l’inconscio e l’emozione sono aspetti integranti della natura umana, possiamo concludere che la logica simmetrica, per quanto strana, è, dopo la logica classica, una seconda espressione della nostra natura. Essa ci fornisce un secondo modo di conoscere e vivere la realtà, nostra e del mondo. (p. 218)

Riformare gli esami e la scuola: piccola replica di un piccolo insegnante al direttore di un think tank

000000000000000000000000000000000000000Gavosto Che diritto ha una persona che dimostra di non sapere nulla di didattica della scrittura e di come si svolgano le prove scritte di italiano di scrivere un penoso pamphlettino in cui dimostra di essere non si sa se più ignorante del concreto funzionamento della scuola o più tumescente di ideologia e di disprezzo verso noi insegnanti?

E perché ogni articolo e discussione pubblica sulla scuola abbandona sempre il terreno del confronto intellettuale, culturale, pedagogico intorno a problemi complessi, per innalzarsi (volevo dire: abbassarsi) a quello del conflitto epocale tra forze del Futuro e forze del Passato?

Conclamate falsità

L’articolo a firma di Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli, dal titolo «Addio al tema letterario, la scuola infrange l’ultimo tabù», uscito il 17 gennaio su La Stampa, è a dir poco sfrontato. Esso punta insieme a informare sulle Nuove linee guida per l’esame conclusivo del primo ciclo (da poco licenziate da una commissione presieduta da Luca Serianni) e a fare opera di fiancheggiamento delle Forze del Bene impegnate nella riforma di una scuola che recalcitra come un asino con la testa perennemente volta al passato. Ma l’economista Gavosto dimostra di non sapere di che cosa stia parlando.

Appello per la scuola pubblica

Sul sito Appello per la scuola pubblica  è stato pubblicato un documento scritto da un gruppo di insegnanti e già  sottoscritto da oltre 350 firmatari. L'appello tocca punti didattici e culturali nodali, per cui ci sembra utile condividerlo, nell’auspicio che su questi temi si possa aprire un confronto serrato.

Premessa

L’ultima riforma della scuola è l’apice di un processo pluridecennale che rischia di svuotare sempre più di senso la pratica educativa e che mette in pericolo i fondamenti stessi della scuola pubblica. Certo la scuola va ripensata e riformata, ma non destrutturata e sottoposta ad un processo riduttivo e riduzionista, di cui va smascherata la natura ideologica, di marca economicistica ed efficientista.

La scuola è e deve essere sempre meglio una comunità educativa ed educante. Per questo non può assumere, come propri, modelli produttivistici, forse utili in altri ambiti della società, ma inadeguati all’esigenza di una formazione umana e critica integrale.

È quanto mai necessario “rimettere al centro” del dibattito la questione della scuola.

Come? In tre modi almeno:

  1. a) parlandone e molto, in un’informazione consapevole che spieghi in modo critico i processi in corso;
  2. b) ricostituendo un fronte comune di insegnanti, Dirigenti Scolastici, studenti, genitori e società civile tutta; e, soprattutto,
  3. c) riprendendo una lotta cosciente e resistente in difesa della scuola, per una sua trasformazione reale e creativa.

Bisogna chiedersi, con franchezza: cosa è al centro realmente? L’educazione, la cultura, l’amore per i giovani e per la loro crescita intellettuale e interiore, non solo professionale, o un processo economicistico-tecnicistico che asfissia e destituisce?