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diretto da Romano Luperini

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Il presente e noi

Contiene saggi e interventi su temi e questioni di attualità.

Suarez e il linguaggio dei professori di Perugia

 

suarez.jpg I fatti sono noti, una inchiesta è aperta, TV e giornali ne parlano. L’università per stranieri di Perugia, d’accordo col Rettore della Università statale della stessa città, ha fatto un esame-farsa al giocatore Suarez per farlo diventare in pochi minuti cittadino italiano e permettere il suo acquisto da parte della Juventus. Pare che il giocatore fosse stato preavvisato delle domande e informato sulle risposte che doveva dare. E infatti il giorno stesso dell’esame (durato esattamente dodici minuti) Suarez ha ricevuto una certificazione per la quale solitamente occorrono 45 giorni.

Attraverso le registrazioni sono documentati gli interventi telefonici del Rettore della università statale, della Rettrice dell’Università per gli stranieri, degli avvocati della Juventus e del direttore della area tecnica Paratici, di un addetto al “Centro per la valutazione e la certificazione linguistica” dell’Università, e dei professori incaricati di far sostenere l’esame al giocatore. Non entro nel merito di quanto è accaduto e della sua rilevanza penale. Mi interessa un altro aspetto: il linguaggio. I dirigenti e gli avvocati della Juventus, i rettori delle due università, il direttore generale della Università degli stranieri (un grande burocrate, insomma), i professori incaricati dell’esame, parlano lo stesso linguaggio e hanno la stessa cultura e lo stesso sistema di valori. Per loro il suddetto Paratici «è più importante di Mattarella», è inconcepibile che un giocatore «che guadagna 10 milioni di euro a stagione» debba sottostare a un esame normale (quello che ogni anno affrontano altri stranieri, etiopi, cinesi, coreani, nigeriani…), essere invitati in tribuna vip allo stadio della Juventus è un privilegio per cui sarebbe impensabile non chiudere  occhi e  orecchie (per non sentire che il giocatore sa coniugare i verbi italiani solo all’infinito, come ammette un insegnante), aiutare un centravanti che «ci fa vincere la Champions» è cosa assolutamente fuori discussione. L’unica differenza linguistica percepibile è che i legali e i tecnici juventini non parlano ovviamente il romanesco becero dei professori perugini, personaggi del tutto degni (non solo per  lingua, ma per cultura e ideologia) dell’immortale tipo d’italiano rappresentato da Alberto Sordi. Gli investigatori cercano la prova della corruzione: ma i dirigenti della Juventus non hanno bisogno di corrompere o persuadere i rappresentanti della università perché questi sono già persuasi per proprio conto.

Due osservazioni: per allettare i dirigenti della Università per stranieri il Rettore della statale fa presente che promuovere Suarez «sarebbe stato un modo per fare pubblicità». Detto fatto: il giorno del cosiddetto esame giornalisti e telecamere sono convocati e si affollano intorno all’illustre esaminato (giunto, pare, con aereo personale) che alla fine sventola l’ottenuto certificato nel tripudio di docenti, discenti, burocrati universitari, tecnici juventini (che nel frattempo però hanno fiutato lo scandalo e rinunciato a comprare Suarez, ma ancora nessuno lo sa). A questo è ridotta la Università: a vendersi l’anima per attirare studenti e investimenti, e insomma per farsi un po’ di pubblicità.

Il dilemma, però, è politico. Considerazioni su The social dilemma

 

the-social-dilemma-cosa-ce-da-sapere-sul-documentario-netflix-maxw-697.jpg Ho visto The social dilemma, il documentario drammatizzato (docudrama) di Netflix sugli effetti devastanti dei social network: incremento della dipendenza da schermo, percezione di sé e socializzazione degli adolescenti distorte, politica globale e dibattito pubblico impazziti (polarizzazione, bolle e camere d’eco, complottismo, notizie false, manipolazione delle scelte di voto).

Si tratta indubbiamente di un documentario da vedere, magari da far vedere in classe, in particolare se si è a digiuno su argomenti quali il rapporto tra gli studi psicologici sulla manipolazione e le grandi corporation dell’high tech, i big data e gli algoritmi che governano tutto ciò che “spontaneamente” i social media ci propongono, il «capitalismo della sorveglianza». Vengono intervistati infatti gli autori dei libri più importanti usciti di recente su questi temi: Shoshana Zuboff, Cathy O' Neill, Jaron Lanier.

Ma l'aspetto di maggior interesse è la folta presenza di ex progettisti e manager (ad altissimo livello) di Facebook, Google, Pinterest, Instagram, ... "pentiti", che, come già altre gole profonde (Edward Snowden), raccontano il dilemma etico di aver contribuito a creare strumenti che credevano potessero connettere gli esseri umani e che si sono progressivamente rivelati al contrario una pericolosa forma di controllo e direzione dei comportamenti. Raccontano anche la scissione vissuta tra identità professionale e personale: durante il giorno contribuivano a perfezionare quegli strumenti da cui loro stessi, una volta tornati a casa, erano diventati dipendenti. Interessante anche il loro comportamento come genitori: i figli di chi ha lavorato alla progettazione dei social media hanno il divieto di usarli (da ricollegare alla notizia di qualche tempo fa sulle scuole delle Silicon valley che non adottano alcun tipo di tecnologia informatica).

Chi segua questo argomento da tempo, però, non si imbatterà in grandi rivelazioni, guardando The social dilemma: si tratta della buona divulgazione di tesi e studi noti. Si potrebbero, anzi, fare alcune osservazioni critiche, anche allo scopo di evitare, fra i neofiti, due reazioni opposte che, a mio parere, il documentario potrebbe produrre: “non esageriamo, non può essere davvero tutto così catastrofico!”; “il mondo sta per precipitare nel caos!”.

1) La narrazione risulta contraddittoria. Fosca e angosciosa per un'ora e tre quarti, vira sull'happy end a un quarto d’ora dalla fine. Si dirà che un po’ di speranza in conclusione non si nega a nessuno e che la struttura stessa della narrazione popolare lo impone. Vero. Ma il peso politico della tesi fin lì sostenuta – che i social media stiano picconando in brevissimo tempo la nostra stabilità psichica e le nostre democrazie – ne esce sminuito. Il potere delle corporation dell’high tech è reticolare, tentacolare, onnipervasivo, ma alla fine, ci si dice, se ci impegniamo possiamo sconfiggerlo. Come? Basterà cancellarsi da tutti i social media come suggerisce Lanier?

Como, due preti, i poveri e una città

 

Migranti Como Como, 15 settembre 2020 ore 7.00: Don Roberto Malgesini viene trovato morto in piazza San Rocco. L’assassinio si è costituito subito: si tratta di Ridha Moumudi, un uomo tunisino di 53 anni, in Italia da 27, irregolare dal 2006. Quella stessa mattina avvicina il parroco mentre distribuisce le colazioni ai senzatetto, gli chiede aiuto per poi pugnalarlo alle spalle: all’origine del gesto il timore di essere rimpatriato.

Como 20 gennaio 1999 ore 15.30, Don Renzo Beretta viene soccorso dal suo vicario, morirà mezz’ora dopo all’Ospedale S. Anna di Como. L’assassino, dopo aver fatto perdere le sue tracce, verrà catturato in serata: si tratta di Abdel Lakhoitri, un uomo marocchino di 31 anni, senza permesso di soggiorno. All’origine del gesto il rifiuto da parte del parroco di consegnare 60000 lire per un biglietto del treno.

20 gennaio 1999 – 15 settembre 2020

Gli sciacalli si nutrono di morte, la celebrano e la trattano come fosse proprietà loro, fanno a pezzi i cadaveri e se ne servono gettandoli un po’ qua e un po’ là per i loro comodi.

In un attimo sono ripiombata in quel giorno di gennaio in cui la nonna picchiava la testa sul tavolo e strozzava il dolore in gola (al nord non si urla la morte -sta male-, la si fa esplodere dentro): “Al po mia vess, al po vess mia” (Non può essere, non può essere). Fuori suonavano le campane a morto, sul pianerottolo della casa parrocchiale stava una pozza di sangue. La Svizzera era a poche centinaia di metri; Como, la bella città sul lago, qualche chilometro più a sud, lontana: vivevo lì sulla frontiera.

Ventuno anni dopo, don Roberto esce dalla sua Chiesa di San Rocco, centro città, non il centro dei turisti affacciato sul lago, ma quello periferico, dei quartieri multietnici. È una mattina dell’anno disgraziato 2020, nella sua Panda ci sono le colazioni da distribuire ai senza tetto. Poco dopo le 7.00 suonano le campane a morto: don Roberto è a terra in una pozza di sangue.

Appunti di lettura, Lontano da Roma di Pablo Montoya

 

lontanodaroma Tendo lo sguardo all’orizzonte. In lontananza si precipita un gabbiano. Sotto il suo volo il mare sorge come un’esaltazione grigia. Poi appare la nave. Al di là delle vele un sole si eclissa tra vaghi splendori. Spuntano uomini, e le loro grida affollano il porto di Tomi. […] Guardo di nuovo il mare, e le onde sembrano il sospiro di un dio immortale ma stanco. Da giorni cade una pioggia fitta.

Le righe sopra riportate sono l’incipit di Lontano da Roma (trad. Ximena Rodriguez Bradfor, Castelvecchi 2020) di Pablo Montoya, l’io narrante che contempla il mare all’orizzonte è Publio Ovidio Nasone, esule a Tomi. Qui è necessario da subito fare una prima riflessione, il romanzo di Montoya non è il solito romanzo storico su un dato periodo, anzi a essere precisi quello dell’autore colombiano non è in nessun modo ascrivibile né al romanzo storico né alla biografia romanzata. 

Montoya scarnifica al massimo l’ambientazione romana, tralascia quasi completamente il pettegolezzo del “carmen et error” che condusse il poeta delle Metamorfosi esule in terra di Romania, non si preoccupa volutamente degli intrighi di corte e gelosie, mette in secondo piano anche la ricostruzione oleografica e accattivante che uno scrittore mediocre avrebbe usato per attirare l’attenzione del lettore, e  centra la sua attenzione sull’analisi dell’interiorità del poeta, tramite una scrittura evocativa, in cui si avverte la necessità - direi naturale, vista anche la brevità icastica della frase - di un “andare a capo”, il tentativo di una versificazione nascosta, una musica, una scelta delle immagini più per suono che per senso. Insomma verrebbe da dire che quello di Montoya più che un romanzo è un poemetto lirico, tanto da potercelo figurare come l’ultima postuma elegia che Ovidio stesso aggiunge alle sua Tristia, quella che scritto molte volte nella sua mente e che solo in punto di morte riesce a dettare.

C’è nel libro di Montoya una sapiente architettura, un gioco di contrasti tra luce e buio, tra disperazione e quieta accettazione del proprio destino. La parabola, più che la trama, del romanzo è tutta qui. Rileggiamo l’incipit riportato: il mare bagnato dalla pioggia, un cielo oscuro e ostile, un uomo che guarda il mare e si sente come una nota di sorda disperazione, di solitudine completa e totale; a questo si oppongano le righe finali del testo

La storia non è magistra di niente che ci riguardi, ne siamo pure un po’ vittime e la colpa è degli altri

118668709 664450281146515 8283394097398438953 n   117168345 3279753325379719 4569069577337483212 n

Da qualche tempo circola in rete questo meme, che è la traduzione, tutt’altro che letterale, di quest’altro in inglese. 

Le due vignette, che per ora considererò omologhe, sono una ‘variazione sul tema’ di una frase che circola spesso adespota, ma la cui paternità è certa, perché si legge in un’opera del filosofo George Santayana (1863-1952), The Life of Reason. La frase recita: «Those who cannot remember the past are condemned to repeat it» («Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo»: chiamerò questa versione O, originale).

Basta un primo colpo d’occhio per notare che nei meme la citazione non è letterale. Vorrei soffermarmi sulle trasformazioni che essa ha subito, perché mi pare che siano la manifestazione puntuale, il sintomo, di un soggiacente mutamento del nostro inconscio politico collettivo, da qualche decennio a questa parte, nella direzione di un crescente vittimismo. Citerò le frasi in inglese, perché le oscillazioni del testo compaiono già in quella lingua, tralasciando il riflesso sulle traduzioni italiane.

Anne Frank, una ipotesi

2019 24 anne frank Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

1. Circa due anni fa immagini raffiguranti Anne Frank vennero diffuse da alcune frange della tifoseria laziale come offesa ai tifosi della Roma. L’immagine ritraeva il viso della giovane ragazza con la casacca dai colori giallorossi. L’intento di chi aveva fatto quel fotomontaggio era evidente: offendere - dandogli dell’ebreo - l’avversario. Questa ipotesi era suffragata anche dalla storia delle due tifoserie, legata ad ambienti fascisti, quella biancoceleste, più popolare e comunista quella romana. Questo noioso fatto di cronaca, una bega tra due tifoserie, che si odiano, una gara a chi è più ignorante, ebbe, invece, delle interessanti ripercussioni sui social. Non appena venne divulgata la notizia del fotomontaggio nel giro di poco twitter, fb e i diversi social network pullularono di uno solo hastag ovvero #siamotuttiannafrank o #siamotuttiannefrank, a cui si aggiungeva la pubblicazione della foto originale, la matrice che aveva prodotto il fotomontaggio, in decina di migliaia di pagine.
Il primo pensiero è stato che l’indignazione social è facile, s’infiamma e divampa come un fuoco tra le sterpaglie e certe volte chi vi partecipa, anche animato da buon cuore, tende a non comprendere quello che sta facendo. Anche questo mio pensiero rischia di essere superficiale se non comprende più profondamente i meccanismi che hanno mosso migliaia di persone a questa condivisione.

2. Proviamo ad analizzare cosa significhi #siamotuttiannefrank. Se togliamo il simbolo, normalizziamo gli spazi e mettiamo le maiuscole ai nomi propri, otteniamo la seguente frase: siamo-tutti-Anne-Frank. Questa semplice operazione di ripulitura chiarisce alcuni punti. Concentriamoci sulle maiuscole del nome, esse sono segnali inequivocabili per fornire l’identità di quella persona e non di un’altra. Sono il segno grammaticale evidente che Anne Frank non è anne frank, ovvero che non è un vaso vuoto, che può contenere moltitudini, ma è semplicemente una e quella sola persona. Dire siamo tutti Anne Frank e dire siamo tutti anne frank, quindi, suona completamente e disperatamente diverso, ma in entrambi i casi orrendo.

2.1 Siamo tutti Anne Frank. Chi può pronunciare una frase del genere? Chi ha il coraggio di sostenere che la nostra esistenza possa essere simile a quella di una bambina ebrea sotto l’occupazione nazista, costretta a vivere nascosta, che viene arrestata, deportata e infine muore a Bergen Belsen? Siamo noi simili al suo corpo smagrito per la fame? Siamo noi simili alla cenere che è diventata? Possiamo noi anche solo immaginare di essere quella cosa che ora lei è? O quella cosa che lei è stata? Che tipo di pensiero può produrre un’associazione, un tentativo di mimesi di quest’ordine?

L’indignazione è solo una faccia diversa dalla rimozione. Non c’è eticamente molta differenza tra la fotografia razzista di Anne Frank e questo sentimento superficiale nell’appropriarsi della vita della vittima, perché essa, nella sua fattuale concretezza, è sparita dal nostro orizzonte ed è diventata una sorta di immagine vuota.

Natura e civiltà: Leopardi e il corona virus

Ischia 02 iStock 000062194080 Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

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L’errore di Marx, secondo Sebastiano Timpanaro, consisterebbe nel considerare solo due livelli: la struttura economica e sociale e la sovrastruttura ideologica (culturale, politica ecc.). Fra loro ci sarebbe un rapporto dialettico continuo ma in ultima istanza il primo condizionerebbe sempre il secondo. Per Timpanaro, marxista ma anche rivendicatore dell’importanza del pensiero filosofico di Leopardi, i livelli sarebbero tre: bisognerebbe aggiungere il condizionamento esercitato dalla natura, che influirebbe sia sulla struttura economica e sociale (per esempio, attraverso il clima), sia sulla produzione ideologica e artistica (per esempio, attraverso le sensazioni materiali e corporali prodotte dalle emozioni, dalle malattie, dalla paura della morte, dalla spinta all’eros ecc.). Vedo già alzarsi i sopraccigli arcigni dei pensatori postmoderni e ipermoderni, negatori della dialettica e sostenitori del pensiero rizomatico, di fronte a questa immagine di livelli diversi, di un condizionamento materiale e naturale, e già sento risuonare nell’aria l’accusa di veteropositivismo, veteromarxismo eccetera.

E allora, in questo tempo di Covid 19, torniamo a La ginestra di Leopardi. Come tutti sanno, si tratta di un testo che rivendica il valore del “pensiero” (testuale) come fondatore della civiltà. Va da sé che per lui il pensiero non è affatto l’anima dei cristiani o lo spirito degli idealisti, ma il prodotto materiale di un organo materiale, il cervello (e su questo punto alcuni filosofi contemporanei potrebbero addirittura esser d’accordo). E per questo Leopardi si schiera decisamente dalla parte di quello razionalistico, rinascimentale e illuministico, contro quello spiritualistico, romantico e cattolico.

Sul Colibrì di Veronesi

cover colibri ok copia 1 Pubblichiamo due note, una del nostro direttore Romano Luperini e una seconda del nostro redattore Emanuele Zinato, sul vincitore del Premio Strega 2020, Il colibrì di Sandro Veronesi edito per La nave di Teseo.

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Romano Luperini

La rivelazione dell’eterno ritorno dell’identico ha segnato la letteratura modernista del primo Novecento. Il nichilismo tragico di Kafka, l’amaro umorismo di Pirandello, lo smarrimento dinanzi all’insensata e ripetitiva rapina del tempo di Proust nascono da questo clima culturale. A un secolo di distanza questo tema è diventato banalità da conversazione mondana e oggetto di facile consumo estetico che lo riduce  all’immagine ossimorica del “caos calmo” o del volo del colibrì, che muove freneticamente le ali per restare fermo nello stesso posto. Una rivelazione tragica è diventata consumo, merce letteraria, strizzatina d’occhio per dare una qualche dignità a una materia ormai diventata frusto ciarpame. Qui non esiste nemmeno più la letteratura, ma solo il suo utilizzo destinato a fornire una verniciatura estetica a un prodotto destinato al mercato dei premi letterari.

Veronesi ci ripete una storia di immobilità e di ripetizioni, dove ritornano gli stessi temi psicoanalitici, le stesse ossessioni superstiziose, le stesse vicende che dovrebbero essere tragiche (lutti e malattie a non finire) e che si ripetono invece in modo piatto e incolore in una ininterrotta cronaca di una vita ridotta a squallida iterazione delle stesse situazioni. Nessuna emozione. Nessun dramma. Nessuna vera felicità e nessuna vera infelicità. Nemmeno una increspatura. Il non-senso, un tempo tragico, è diventato ormai normale. Non scandalizza più. Lo stesso sperimentalismo organizzativo, che porta ad alternare date diverse avanti e indietro rispetto al normale svolgersi del tempo e che dovrebbe stare a significare l’identità immobile e scolorita di qualsiasi momento dell’esistenza, non fa che rendere ancor più faticoso un testo già di per sé noioso e stancante. La lingua è quella che si può sentire ogni giorno in ogni bar della capitale. Come non esiste alcuna possibilità di dramma, così il linguaggio che esprime tale situazione è privo di slanci e di sorprese, e ignora qualsiasi apertura al pathos e alla tensione. Come una ciliegina sulla torta non manca, alla fine, la nascita di un bambino (ma, visti i tempi, sarà una bambina) che, novello Messia, salverà il mondo. Come si vede, anche questa trovata affonda le sue radici nella mezza cultura dell’immaginario corrente quale è diffuso da romanzi fantascientifici delle serie televisive.

ROVESCIARE IL TAVOLO: Sul “trigger warning” e sull’ambiguità dei prodotti estetici

 

200610123727 01 banksy edward colston La produzione artistica, ivi compresa quella letteraria, è sempre doppia, ambigua, polivalente; è progressista e insieme reazionaria, sia che a scrivere sia il fascista Céline o il comunista Brecht.

È reazionaria perché si colloca in una tradizione del privilegio estetico, destinato a una minoranza e incomprensibile, nei suoi significati più profondi, alla maggior parte dei potenziali lettori. L’arte presuppone una educazione, che non è di tutti, anzi, per sua natura, nella sua complessità è accessibile solo a pochi. Nella musica la cosa è di una evidenza palmare: la grande musica è riservata ai teatri e ai concerti nei quali lo stesso modo di vestire tramanda la storia di una selezione sociale che dura da secoli. Alle grandi masse spetta invece il Festival di San Remo.

È reazionaria perché accetta comunque, anche quando vuole contestarlo (è il caso della avanguardia), dei valori che presuppongono una possibilità di interiorizzazione e un tipo di vita inaccessibili ai più. D’altronde, da Dante a Pirandello, se avanza proposte politiche, può accadere spesso che siano francamente reazionarie (Dante, che scrive nella società comunale, era a favore dell’impero, Pirandello si iscrisse al partito fascista all’indomani del delitto Matteotti). E d’altronde l’Occidente ha allevato Beethoven ma anche gli scienziati che hanno scoperto l’atomica e collaborato a mandare in cenere due città giapponesi. Splendore e orrore fanno parimenti parte della sua storia.

E reazionaria perché fondata sul potere separato e quasi sacerdotale (dai mandarini ai maîtres à penser novecenteschi) di maschi che per secoli hanno avuto il controllo della scrittura, spesso proibendo alle donne di accedervi (la storia di Santa Caterina è da questo punto di vista esemplare). Sarò perciò chiaro sino alla brutalità: non si tratta di mettere più donne nei manuali di storia letteraria, che di necessità corrispondono a esigenze e valori di questa società e di questo predominio, ma di spiegare perché le donne ne sono state escluse per secoli. Un grande dirigente del movimento nero negli anni sessanta dichiarò: non voglio sedere al loro tavolo (quello dei bianchi) e dividere con loro le briciole che ci lasciano, ma rovesciare quel tavolo. Ma le femministe odierne preferiscono battersi per le quote rosa. (Cosa che forse potrebbe avere una qualche utilità se non facesse perlopiù dimenticare l’obiettivo di rovesciarlo, quel tavolo).

Sul buon uso dell’hashtag

Schermo nero 1920x1080 Dopo l’articolo di Silvia Pareschi che si può leggere al seguente link, pubblichiamo l’intervento di Maria Anna Mariani sugli Stati Uniti oggi. Mariani insegna Letteratura italiana contemporanea alla University of Chicago, è autrice dei reportage narrativi “Dalla Corea del Sud. Tra neon e bandiere sciamaniche” (2017) e “Voci da Uber: Confessioni a motore” (2019) e dei saggi “Sull’autobiografia contemporanea. Nathalie Sarraute, Elias Canetti, Alice Munro, Primo Levi” (2012) e “Primo Levi e Anna Frank. Tra testimonianza e letteratura” (2018).

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No such thing

as innocent

bystanding.

Sono tre versi di Seamus Heaney, cristallizzati in aforisma dopo che qualcuno li ha estratti dal loro contesto originario, Mycenae Lookout, una poesia che convoca la Grecia antica e l’Irlanda moderna su uno stesso sfondo di tragedia. In questi giorni atroci me li trovo rimbalzati addosso e ancora addosso dentro la mia bolla cinguettante. Sono versi che inquietano la condizione di bystander: di chi osserva un evento mentre accade, ma non vi prende parte in maniera attiva. Questi versi mi pungolano mentre guardo video di soprusi legalizzati e mi illudo di poter continuare a guardarli senza fare nulla. Credo forse che passività e innocenza siano sinonimi? Che guardare senza intervenire sia un atto neutrale? No such thing as innocent bystanding. E allora, con i versi di Seamus Heaney che mi vorticano in testa, comincio a ritwittarli quei video di soprusi. Comincio a ritwittarli quei video di manifestazioni a cui non vado, a cui non posso andare perché sono confinata in una casa di montagna distante da tutto, vicina solo a una banda di scoiattoli che dicono: rimozione. E allora ritwitto: compulsivamente. Come se ritwittare ciò che mi indigna o ciò che ammiro avesse la consistenza di un gesto politico. In realtà lo so bene che non è un gesto politico ma solo la sua scorza performativa: che mi serve soltanto a segnalare virtù, a esibire un’aureola pixelata. Ma è pur sempre meglio compiere quell’esile e facilissimo atto politico che non compierlo. È pur sempre una riduzione di quella quota di passività colpevole che incrina la neutralità del bystander.

Martedì scorso gli atti politici virtuali si sono coagulati attorno all’industria musicale, che ha proposto di sospendere per un giorno ogni attività promozionale e incanalare tutta l’attenzione sulle proteste seguite all’assassinio di George Floyd. Ma l’attivismo digitale è eslege e immemore. Nel giro di poche ore, l’iniziativa di mettere in pausa la macchina dello spettacolo per unirsi alle marce e raccogliere fondi si è tramutata in una solidarietà puramente semiotica: un quadrato nero postato su Instagram, abbinato all’hashtag #BlackLivesMatter. Successo esuberante di questa pratica. Non stupisce: come trovare un modo altrettanto rapido, altrettanto innocuo, per dimostrare il proprio sostegno alle manifestazioni senza alzarsi dal divano? E così il quadrato nero accoppiato all’hashtag è proliferato. Proliferando ha però danneggiato il movimento #BlackLivesMatter, perché invece di amplificarne le voci ha finito per silenziarle, occultandole sotto un patchwork monocromo e vuoto di contenuti.