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diretto da Romano Luperini

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Il presente e noi

Contiene saggi e interventi su temi e questioni di attualità.

La scuola ai tempi del Covid-19 /6

haltandcatch  In questi giorni così strani per il Paese e la scuola, la nostra redazione sta ricevendo alcune testimonianze da colleghi di diverse parti d’Italia su diversi temi, tutti però ugualmente sollecitati dall’epidemia in corso. Abbiamo perciò deciso di pubblicarne alcuni. Se altri contributi dovessero arrivare dai nostri lettori e lettrici, continueremo la serie.

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A quale distanza?

Note sulla didattica on line ai tempi del Covid19

BYOD (Bring Your Own Device): con questo acrostico si intende la possibilità di portare i propri dispositivi personali nel posto di lavoro, e dunque anche a scuola.

Dal 24 febbraio le scuole dell’Emilia Romagna stanno facendo lezione a distanza: non abbiamo portato il nostro dispositivo a scuola, bensì la scuola nel nostro dispositivo.

Dopo un mese di lavoro di questo genere, non so ancora se collocarmi tra i novatori che acclamano la didattica on line come allineamento alle presunte eccellenze nordeuropee, tra i reazionari che vedono il demonio da sconfiggere nella tecnologia, che uccide lo spirito dionisiaco della didattica, tra gli indecisi, che la subiscono come male necessario e dunque la praticano senza convinzione.

Preferisco partire da un racconto di ordinaria vita d’aula, seppur virtuale, perché in realtà anche dentro lo specchio dello schermo, si avvera un piccolo prodigio: si riproducono le dinamiche dell’aula vera, in cui c’è chi si nasconde, chi arriva in ritardo, chi copia la versione, chi si impegna in ogni circostanza, chi tace e prende appunti.

Dopo una lezione, qualche settimana fa, un mio alunno mi scrive che le ore forzate al computer non sono per lui sostenibili per la mancanza di connessione wi-fi ed i costi, mentre si dibatteva con i colleghi di aumentare le ore di lezione. Nessuno pensa mai che non tutti possano, che non tutti abbiano le stesse opportunità finanziarie, che magari in famiglia ci siano più fratelli e un computer, forse senza telecamera. Tutti ormai hanno un cellulare, è vero, ma i contratti dei dati sono contingentati dalla possibilità economica della famiglia. La scuola italiana, in cui io credo strenuamente, è libera e gratuita, l’articolo 34  della nostra Costituzione recita:

Più pudore e meno intempestività, per favore. Lettera al Sole24ore

 

mirror-1.jpg Martedì 17 marzo Il Sole24ore ha pubblicato un articolo dal titolo “Scuola a distanza, un’occasione unica per una didattica inclusiva per tutti”. Il nostro redattore Daniele Lo Vetere ha inviato alla redazione del giornale questa lettera, che ad oggi risulta non pubblicata.

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Alla redazione de Il Sole 24 ore,

con richiesta di pubblicazione

Vorrei fare poche e sintetiche osservazioni intorno all’articolo a firma di Maria Vittoria Alfieri, pubblicato sul vostro sito il 17 marzo, dal titolo “Scuola a distanza, un’occasione unica per una didattica inclusiva per tutti”.

L’articolo è particolarmente – mi si perdoni l’aggettivo forte – odioso, per una semplice ragione. Il Paese sta vivendo un’emergenza straordinaria. La quarantena è una misura che non si era mai dovuta adottare in decenni di storia repubblicana. Alcuni nostri concittadini e concittadine, specie anziani, stanno morendo. E chi muore in quarantena muore solo. Solo. Vi prego di soffermarvi per pochi istanti su questa immagine. C’è bisogno di spiegare perché metafore che in altro contesto sarebbero trite – la “viralità del cambiamento” – risultino ora di pessimo gusto? Cito: “Il coronavirus sembra essere contagioso non solo per la nostra salute, ma anche per le nostre abitudini digitali […] più che di un virus si tratta di un attivatore di consapevolezza”.

In secondo luogo approfittare di questa situazione per fare un po’ di retorica avveniristica sulle nuove tecnologie è, per essere gentili, improvvido, ma, a dirla tutta, risulta piuttosto offensivo.

In terzo luogo l’articolo è pervaso da una ben nota polarizzazione in cui digitale e innovativo equivale a “di qualità” (o a “illuminato”): e tutto il resto è “tradizionale” (le virgolette caritatevoli sono di Maria Vittoria Alfieri). Le affermazioni della professoressa richiederebbero argomenti e riflessioni di ben altra profondità e complessità. L’articolo è pieno di apodissi, definizioni generiche e prive di senso concreto (“Una formazione ‘attuale’”), nonché di un linguaggio parapubblicitario che è abbastanza avvilente per qualsiasi persona che si occupi di cultura (“maker delle idee”).

La scuola ai tempi del Covid-19 /4

escher-2.jpg In questi giorni così strani per il Paese e la scuola, pubblichiamo la riflessione del nostro direttore Romano Luperini 

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La funzione degli insegnanti all’epoca del corona virus.

Chiuse le scuole per il virus, sempre in vacanza questi insegnanti, molti avranno pensato. La leggenda dell’insegnante che lavora poco, che fa due mesi di vacanza e va a scuola solo la mattina, è dura a morire, e ultimamente è stata fomentata dagli attacchi non solo delle forze politiche di destra, ma della opinione pubblica e della stampa. La critica ai “professori” e in genere agli uomini di cultura, accusati di “buonismo”, ha imperversato sino a poco tempo fa (si ricordi la campagna contro i vaccini). Faceva parte di una ideologia e di una strategia, volta alla conquista non solo del potere politico, ma dell’egemonia (nel senso gramsciano del termine) che indubbiamente la destra è riuscita recentemente a conquistare.

Ma gli insegnanti hanno sempre lavorato duro e in queste settimane forse ancora di più, faticosamente sperimentando nuove forme di comunicazione e di didattica a distanza. E anche qui i giornali si sono soffermati solo sulla novità dei mezzi di comunicazione, e non è mancato chi vi ha visto un modello da realizzare su ampia scala, capace di sostituire il rapporto diretto in classe. D’altronde questo è un progetto che serpeggia da tempo nei gruppi dirigenti; e certamente non manca chi legge le sperimentazioni attuali come un primo passo in questa direzione.

Gli insegnanti però sanno bene quanto siano fondamentali nel processo educativo lo sguardo e la voce dell’insegnante, quanto siano decisive le emozioni che solo la loro presenza diretta può suscitare. Se lavorano a casa ore e ore per imparare a usare e poi per usare le piattaforme, gli audiovisivi e l’altro materiale è solo perché non hanno mai rinunciato a servirsi di questi strumenti tipici della civiltà odierna; ma volevano e vogliono servirsene come strumenti da fare interagire con lo insegnamento in presenza che resta per loro insostituibile. Oggi, semplicemente, fanno di necessità virtù. Cercano spesso di superare la loro iniziale diffidenza e, quasi sempre, la loro sostanziale ignoranza della tecnica elettronica e passano ore e ore a impararla, a preparare la lezione che apparirà l’indomani sullo schermo dei computer nelle case degli alunni, a immaginare nuovi esercizi interattivi, a cercare immagini e libri da citare o commentare. Non mitizzano lo strumento che usano. Sanno bene che non tutte le famiglie lo possiedono o sono capaci di usarlo correttamente. E che comunque non potrà mai sostituire l’insegnamento diretto, vis-à-vis. Ma sanno anche che, nella situazione attuale, è giocoforza giovarsene e che imparare a farlo può essere una conquista per tutti, docenti e discenti.

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DIDATTICA_A_DISTANZA (1).png In questi giorni così strani per il Paese e la scuola, la nostra redazione sta ricevendo alcune testimonianze da colleghi di diverse parti d’Italia su diversi temi, tutti però ugualmente sollecitati dall’epidemia in corso. Abbiamo perciò deciso di pubblicarne alcuni. Se altri contributi dovessero arrivare dai nostri lettori e lettrici, continueremo la serie.

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La giusta distanza

Quando il 22 febbraio di un anno bisestile capisci al volo che qualcosa di grosso sta accadendo e ti ci trovi in mezzo, non puoi far altro che chiederti: «e adesso?!» Se poi il giorno dopo ti chiudono le scuole e tu non puoi più fare l’unica cosa che ti sei convinta dia pienezza alla tua esistenza, allora la domanda è «e adesso, che posso fare?!» E così cerchi aiuto tra i gruppi di docenti dei tuoi contatti Facebook, che in questo modo ha trovato anch’esso la sua ragion d’essere, e proponi a genitori, ragazze e ragazzi di “sperimentare” un modo per non interrompere il processo di apprendimento. Si va per tentativi nel trovare la piattaforma giusta; e intoppi con le infrastrutture casalinghe che «Prof., proprio non sono adeguate!» Finalmente ti ricordi che lavori in una scuola che qualche infrastruttura se l’è data negli anni e che i tuoi alunni hanno tutti una casella email G Suite; apri il confronto con la dirigenza, l’animatore digitale, altri colleghi e via che si va. Non da sola, che non avrebbe granché senso!  Ma subito dopo t’imbatti in un’altra dispersione scolastica, che fa ancora più paura, ancor di più del coronavirus, ché ancora, quello, non era ben chiaro. In un primo momento assisti, un po’ impotente e inebetita, al traffico di carico-scarico-compiti su google classroom. Piano piano ci si rende conto che anche la più collaborativa delle pianticelle, se l’innaffi troppo muore e che lavorare su digitale, se comporta il triplo dello sforzo per i docenti, figuriamoci per giovani nativi digitali che fino a cinque minuti prima pensavano che la chat fosse solo la loro prateria sconfinata dove giocarsi la libertà “di fare quello che ci pare” e invece adesso ... c’entra la scuola! In tutti i casi, grande accoglienza ed entusiasmo! Col passare dei giorni, si è dovuto emettere un “decreto di contenimento” dei compiti da svolgere. Più che un decreto, un appello. Andato a buon fine! E finalmente, si è arrivati a un'organizzazione che prevede 3 ore al giorno per i ragazzi e 6 ore a settimana on air per i docenti, più tutte quelle per preparare i materiali e spiccioli.

La scuola ai tempi del Covid-19 /2

4568429.jpg In questi giorni così strani per il Paese e la scuola, la nostra redazione sta ricevendo alcune testimonianze da colleghi di diverse parti d’Italia su diversi temi, tutti però ugualmente sollecitati dall’epidemia in corso. Abbiamo perciò deciso di pubblicarne due. Se altri contributi dovessero arrivare dai nostri lettori e lettrici, continueremo la serie.

 

Frammenti del maestro inattivo

All’improvviso mi sono trasformato in un maestro inattivo. Così, inaspettatamente, senza nemmeno avere il tempo di salutare i bambini e le bambine, di aiutarli a capire – e capire io con loro – quello che stava succedendo. Adesso fermati, basta, a casa.

È per una ragione sensata, lo so, eppure.

Il primo giorno ho guardato i canali all news, sono uscito con il cane, ho chiamato i miei amici e le mie amiche. Ma era tutto dilatato, espanso, un film distopico dal montaggio lento in cui mi muovevo un poco smarrito. Adesso che ci faccio con questa inattività? Allora m’è tornato in mente Pier Vittorio Tondelli e un suo breve scritto dal titolo Frammenti dell’autore inattivo.

In quel testo Tondelli si chiede cosa fa uno scrittore quando non scrive e se, l’atto mancato della scrittura, annulli la natura stessa dell’essere scrittore.

Tondelli sostiene che questo rischio non c’è, perché uno scrittore scrive sempre, «tutto lo interessa e lo riguarda, perché ha la scrittura, ha uno strumento, ha gli occhi, una bocca, uno stomaco per mangiare e guardare la realtà. Le città e i paesaggi.»

Dopo aver riletto l’intero pezzo ho pensato che anche un insegnante rimane tale sempre, dentro e fuori dalla classe, prossimo o distante dagli alunni. Un insegnante lavora continuamente al proprio progetto educativo, anche quando non ne è del tutto conscio. Al di là di ogni retorica, la mia classe è sempre con me, perché fra me e i bambini e le bambine che seguo da due anni, s’è creata una relazione, uno spazio empatico e creativo che funziona anche fuori, anche da lontano: finisco i cereali e non butto la scatola, perché penso che potrei usarla in classe per costruirci una maschera; vedo un film e penso che potrei usarne delle sequenze per approfondire un tema che avevamo già affrontato in classe; taglio le zucchine e intanto penso al modo migliore per organizzare una nuova unità didattica. L’inattività forzata non mi toglierà tutto questo. È ancora Tondelli a darmene la certezza: «Come si risolve l’inattività? Lavorando su sé stessi, lavorando sull’interiorità.»

La scuola ai tempi del Covid-19 /1

 

Schutzweiche In questi giorni così strani per il Paese e la scuola, la nostra redazione sta ricevendo alcune testimonianze da colleghi di diverse parti d’Italia su diversi temi, tutti però ugualmente sollecitati dall’epidemia in corso. Abbiamo perciò deciso di pubblicarne due, uno oggi e uno martedì prossimo. Se altri contributi dovessero arrivare dai nostri lettori e lettrici, continueremo la serie.

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Vecchie ferrovie e coronavirus

Qualche anno fa, nel 2011, lungo la desolata e trascurata linea ferroviaria Catania – Gela (che su un percorso originariamente ottocentesco è stato a lungo uno dei principali mezzi di collegamento di molte cittadine e località), crollava, senza morti e feriti, senza altri danni, un ponte fra Caltagirone e Niscemi, interrompendo a metà la tratta. I responsabili delle Ferrovie si saranno fregati le mani dalla contentezza. Passati i prevedibili proclami di ricostruzione e rilancio dell’area, infatti, l’unica azione intrapresa allo scopo, nel 2014, è stata la completa demolizione di quel che restava del manufatto. L’occasione è stata colta al volo per abbandonare (altro che rilanciare) un’utile e povera tratta ferroviaria, e lasciare ai privati cittadini l’onere degli spostamenti, peggiorando così, gratis, lo stato disastrato delle ferrovie siciliane.

Mi viene in mente questa vicenda locale, che proprio sembra non aver nessuna connessione con quello che sto per dire, a proposito della chiusura delle scuole causa coronavirus, meno di ventiquattr’ore fa. Subito si sono levate le voci di coloro che, giustamente, vorrebbero evitare l’interruzione totale del rapporto fra docenti e studenti (dalle elementari alle secondarie superiori), mediante una didattica on-line, o su piattaforma, o con chissà quale altro mezzo indiretto, e molte dirigenze si sono già mobilitate a questo scopo.

Va bene, gli intenti sono lodevoli: ma il gracidio progressista e modernizzante, già in agguato, si è già levato per perorare la causa dello svecchiamento della didattica, ossia della tendenziale sostituzione dei docenti con le piattaforme, della didattica con gli schemini, della valutazione coi test. Una star è diventato – ricercato e intervistato da tutte le emittenti - il Presidente dell’Associazione Nazionale Presidi, molto abile e cauto, a dire il vero, nel definire i problemi e le situazioni; ma, poche sere fa, prima della decisione traumatica del Governo, era apparso già in una trasmissione televisiva dell’ottimo Antonio Iacona (che quasi sempre ci azzecca, ma che qualche volta zoppica, e lo possiamo capire, visto che anche Omero non era esente da errori), una trasmissione interessante e utile dedicata al rinnovamento della didattica, ma inevitabilmente adialettica e unilaterale; in questa sede il rappresentante di questo “sindacato” (che evidentemente, un po’ come la conferenza dei Rettori, è invece considerato la voce ufficiale della Scuola)[1], al termine della sua intervista – in cauda est venenum – aveva fornito la soluzione al problema: il reclutamento dei docenti dovrebbe essere affidato ai presidi. Da anni sentiamo ripetere questo mantra, che coincide con i desiderata della compatta schiera dei modernizzatori a qualunque costo, che infestano, come il coronavirus, tutti gli anfratti della società, e soprattutto le segrete stanze ministeriali.

Letteratura: sfida al caos (fuori e dentro di noi)

 

00000000000000000000000000000000000000001AteneLiceo Provincia di Vicenza, 2 marzo 2020. Sono le 9.28: è quasi tutto pronto per l’avvio della lezione. Una rapida occhiata agli appunti sulla scrivania, un altrettanto rapido controllo dello stato di connessione. Sì, siamo pronti. Considerato che ogni aspetto tecnico risulta a posto, condivido in piattaforma la password per accedere alla diretta streaming. I miei allievi mi seguiranno così. Sono una seconda liceo scientifico, nativi digitali, simili a tanti altri studenti d’Italia: in tempi normali molti di loro non attendono forse altro che la campanella della ricreazione per poter finalmente rispondere al moroso, alla morosa o… a genitori troppo apprensivi che li tempestano di messaggi ad ogni ora. Per poter, insomma, posare gli occhi su quello schermo che, come una calamita, cattura i loro sguardi, catalizza i loro sogni, le loro vite. Ma oggi non è una giornata normale. Oggi anche la lezione di Italiano si terrà attraverso uno schermo. Oggi e per un’altra settimana ancora.
Pronto a fare l’appello, osservo i miei studenti connettersi, scruto a lato dello schermo le finestre che in una frazione di secondo mi catapultano nelle loro case: chi è in camera, chi in soggiorno, chi in cucina. Fa davvero uno strano effetto vedersi così anziché nei pochi metri quadrati della nostra aula. È piuttosto stretta per una classe di ventiquattro adolescenti, la luce non sempre entra nelle giuste proporzioni, spesso anzi abbaglia chi sta in ultima fila, l’aria poi, specie dopo un compito, vi ristagna irrespirabile quanto i miasmi di un viottolo medievale. Oggi però ci sembra di rimpiangerla. Per fortuna è solo un istante, per quanto intenso: poi la sorpresa della novità prende il sopravvento. Mentre gli ultimi si aggiungono (anche qui c’è chi è perennemente in ritardo) incontro gli sguardi dei miei studenti. Chiedo come va e un coro di voci, sovrapposte ma non indistinte, irrompe dalle casse del portatile. Poi, silenzio. Ora sono loro, i miei studenti, ad aspettare una mia parola: solo allora avrà inizio la lezione. Sono imbarazzato, lo confesso: mi sembra di essere tornato al mio primo giorno in cattedra. Chiamo le persone per nome, le saluto. Un paio di studenti mancano all’appello; mi avevano del resto avvisato di avere problemi di connessione. Una piccola ingiustizia della rete che doveva essere per tutti giusta.
Infine si comincia. Do gli avvisi tecnici: chiedo che spengano i microfoni e che pongano le eventuali domande con la chat a destra sullo schermo. Un ultimo brivido prima di partire davvero. Sono i miei studenti quelli che ho davanti, non amici dall’altra parte del mondo che chiamo per sentire come stanno. Io un insegnante che tenta di spiegare Manzoni. Oggi, così.
Per la seconda settimana noi del Veneto siamo costretti a casa dal Covid19, un esserino che fa paura solo a guardarlo e che ha gettato il nostro paese in un’emergenza – non mi sembra esagerato definirla così – senza precedenti. E tuttavia, mentre la vita quotidiana sembra irrimediabilmente sconvolta qui, oggi, ora, attraverso lo schermo 35x20 del mio portatile, cercheremo di celebrare il rito quotidiano: torneremo a parlare di letteratura.

Risvegliarsi in zona gialla

 

135123154-9f969187-9f74-4a01-8264-aea3f0416362.png Dio ha creato l’uomo perché gli piacciono le storie

(Elie Wiesel)

I compiti di mio figlio sulla sua scrivania, i quaderni dei miei studenti sulla mia, i panni da stirare sulla mensola. “Facciamo tutto quando torniamo”, ho detto uscendo di casa venerdì mattina: tre giorni in montagna, sulla neve, febbraio è agli sgoccioli e io ho un assoluto bisogno di riposo. Ho portato con me solo libri e un quadernino: la scuola, per una volta è rimasta a casa.

Lunedì 25 febbraio ho varcato di nuovo la porta di casa a Como, in Lombardia: i compiti stanno sempre lì, i quaderni pure, i panni manco a dirlo. Ma nel frattempo tutto il mio mondo è cambiato: sono uscita da casa venerdì e dopo soli tre giorni mi ritrovo in una zona gialla.  Niente scuola, teatro, cinema, palestra, messa, oratorio; i corsi che avevo già in programma, sospesi. Evitare la socialità, evitare i luoghi affollati, evitare contatti non necessari. Il che significa, senza essere drastici, vivere diversamente e rendersi conto di quanto, davvero, la vita possa cambiare in un attimo.

“Io dirò di che genere essa sia stata, e mostrerò quei sintomi che uno può considerare e tener presente per riconoscere la malattia stessa, caso mai scoppiasse una seconda volta. Giacché io stesso ne fui affetto e vidi altri malati” Tucidide Storie II, 48,3

Come se non mi bastassero la televisione h 24, i social che amplificano e danno lo stesso spazio a chiunque, le discussioni tra amici al telefono e via chat (sempre meno faccia a faccia), ho in testa le mie letture sulle epidemie, da sempre un’insana passione: Tucidide, Boccaccio, Manzoni, ma anche la Storia notturna di Ginzburg, l’Anna di Ammaniti,l’Amore ai tempi del Colera di Marquez. E ora, per la prima volta in modo così forte, mi trovo in preda alla paura, una paura profonda, lontana e atavica. Una paura con cui i nostri antenati convivevano, se, nella parte precedente alla citazione che ho riportato, Tucidide afferma che quello era stato un anno fortunato, più sano rispetto agli altri per quanto riguardava le malattie.

Anche per questo, paradossalmente, mi sono sentita più umana. Fragile come siamo noi uomini e donne, in realtà (non che ciò sia consolante, comunque.

Per una critica (non costruttiva) della valutazione reloaded

raccolta di emoticon di facebook con volti diversi 23 2147820016 Ripubblichiamo una nuova versione arricchita e aggiornata dell’articolo di Valeria Pinto, già uscito sul nostro blog il 31 maggio 2014. L’occasione è la pubblicazione della petizione Disintossichiamoci. Sapere per il futuro di cui Pinto è ispiratrice. Su questa petizione il nostro blog è già intervenuto il 19 febbraio con un pezzo di Massimiliano Tortora. In corsivo si trovano le parti aggiornate dall’autrice.

Ha ragione Guy Neave (l’autore che molti anni fa ha coniato l’espressione “evaluative state”): uno spirito ecumenico ha affratellato tutti “in una nuova teologia governamentale”, un vero e proprio culto (Neave, 1988). Quando si parla di “rituali di verifica”, alla fine, non è per modo di dire; se si dice “rito”, non lo si dice a caso (Pinto, 2019). D’altronde è evidente che nella valutazione – nella tecno-valutazione o neo-valutazione che ha oggi avvelenato tutto il pianeta – ci dev’essere qualcosa che soddisfa bisogni elementari dello spirito. Chi ha provato questo appagamento ne diventa il più zelante evangelista, ripete articoli di dottrina con il rigore del credente e la devozione del fedele. La valutazione è cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza. Rende conto al contribuente, informa le famiglie, punisce gli inattivi, premia i meritevoli. L’ordine degli elementi può variare a seconda dell’occasione, come in effetti accade anche in altri procedimenti rituali, ma essi sono invariabilmente quelli e non c’è argomento o evidenza avversa (una bibliografia scientifica in effetti ormai smisurata) che possano romperne l’intima certezza.

Così, anche quando si propone al dibattito pubblico una presa di posizione intorno all’idea di conoscenza del nostro tempo, la quale ovviamente tocca anche l’aspetto della valutazione come architrave della nuova politica della conoscenza ma non si esaurisce affatto in un documento sulla valutazione, basta aver toccato l’idolo perché i Teo-Val – come li definisce un mio amico – si sentano chiamati a intonare i loro scongiuri. “Cosa proponete allora?” chiedono reiteratamente. “Se non questa valutazione, quale valutazione?”. Nessuna domanda sulle finalità della valutazione, com’è ovvio. Queste per i Teo-Val non sono in questione, non è neppure pensabile che lo siano (da molti, in effetti, non sono neppure pensate tout-court). Ma soltanto: “Se non è questa…?”

La necessità di dire l'ovvio. Disintossichiamo la ricerca

 

breaking bad ev Accade sempre più spesso di sentirsi cretini. Non perché si sostengono tesi strampalate e paradossali, ma perché si affermano cose ovvie. E questo accade, con sempre maggiore e preoccupante frequenza, quando si entra nel campo dei diritti civili, sociali, culturali. Banalmente, scomodando termini altisonanti, quando si discute di democrazia, che non si saprà bene cos’è, ma ci si accorge facilmente, se si aprono gli occhi, quando questa viene a mancare o è minacciata.

Sono uno dei 200 firmatari della petizione Disintossichiamoci. Sapere per il futuro (https://www.roars.it/online/disintossichiamoci-un-appello-per-ripensare-le-politiche-della-conoscenza) e a rileggerla dopo qualche giorno dalla sottoscrizione ritrovo i due punti che mi avevano colpito alla prima lettura. In primo luogo, a fronte di toni pacati e sereni, ma fermi, sembra emergere un registro acceso e quasi severo; e in secondo luogo la petizione sostiene l’ovvio: il fine della ricerca scientifica è l’accrescimento di conoscenze, da divulgare, diffondere e trasmettere secondo i consueti canali (didattica e pubblicistica). Ebbene il punto è proprio questo. Il sistema universitario è talmente intossicato, nel linguaggio e nei comportamenti – nel suo ethos –, che quando si ricorda qual è il suo compito principale, si rischia di apparire aggressivi. Ma è anche questo una conseguenza di un morbo che ha attecchito l’intero sistema, avvelenando – come sempre accade in questi casi – anche il linguaggio (oggi modellato su un vocabolario aziendalistico e finanziario) e conducendo dunque al ribaltamento dei  significati.

Ebbene, sic stantibus rebus, e alla luce del fatto che la semantica è anche violenza, e mai neutra opinione, ripetiamo – e puntiamo a ristabilire dunque – alcuni basilari principi. La ricerca deve essere ovviamente libera (arrossisco nello scrivere un’affermazione così scontata), perché solo così può condurre a risultati originali e innovativi. La valutazione premiale, che non si limita a monitorare ma stabilisce graduatorie e sulla base di queste elargisce finanziamenti, contrasta con la libertà di ricerca e quindi con la ricerca tout court. I suoi parametri infatti, come tutti i parametri, non possono avere valore assoluto e dunque valenza universalistica. In qualunque campo dell’agire umano, i parametri colgono solo alcuni aspetti – nel migliore dei casi, quando non sono fallati all’origine – e ne sacrificano altri; e oltretutto sono condannati a invecchiare nel tempo. Nel momento in cui si distribuiscono fondi sulla base delle classifiche stabilite sui suddetti parametri, si impone a chi fa ricerca di adattarsi e di limitarsi a quanto i vertici stanno chiedendo (e l’effetto, già nefasto di suo, diventa catastrofico quando riguarda i precari, che maggiormente devono sottostare al sistema, pena l’esclusione definitiva). Si smette dunque di studiare per conoscere l’ignoto e si lavora per soddisfare una richiesta. E tanto più la ricerca si attiene ai limiti e ai confini di quanto prestabilito tanto più sarà premiata. È il rovesciamento di qualsiasi presupposto: la ricerca che guardava al futuro, oggi rivolge il suo sguardo all’immediato passato, ossia quello dei criteri di valutazione emanati. In pratica, anziché la ricerca del nuovo, si ha la conferma del noto.