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diretto da Romano Luperini

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Il presente e noi

Contiene saggi e interventi su temi e questioni di attualità.

Su Harold Bloom

 

00Bloom3 articleLarge Quando uscì The Western Canon, nel 1994, ero a Toronto. Entrai in una libreria e vidi in terra vicino all’entrata e poi sui tavoli pile di un libro con la copertina dura in cui era rappresentato il Giudizio Universale di Michelangelo: Dio che separa i giusti dai dannati. Era l’ultimo libro di Bloom, e la immagine della copertina era una rappresentazione del suo modo di intendere la critica: gli eletti da una parte, i reprobi dall’altra. Avevo già letto qualcosa di Bloom e soprattutto The Anxiety of Influence, che aveva sollevato parecchie discussioni in Italia. A colpirmi fu la diffusione di massa: il libro era collocato come si fa in Italia col vincitore dello Strega, ma nessuno, nel nostro paese, avrebbe dato altrettanta importanza a un libro di critica. (Da noi Il canone occidentale uscirà da Bompiani nel 1996 suscitando un qualche interesse fra gli studiosi, ma senza grande successo di lettori).

Ne trassi una copia da una pila, la aprii, scorsi l’introduzione, e una seconda cosa mi colpì: lo spazio polemico destinato ad Antonio Gramsci. Da quaranta anni nessuno in Italia rammentava più Gramsci, neppure per discuterlo e ripudiarlo. Ma evidentemente in Nordamerica Gramsci era ancora conosciuto e studiato, se Bloom sentiva il bisogno di arruolarlo nella Scuola del Risentimento, insieme a Foucault e a qualche altro studioso contaminato dal deprecato marxismo. Gramsci insomma era un maestro delle femministe, dei critici omosessuali o neri, dei rivalutatori delle letterature del terzo mondo, di quanti condividevano la critica al canone occidentale (un canone di maschi, bianchi e morti) esplosa nelle università americane già negli anni Settanta. Invece, ribatte Bloom,  il canone non può che essere unico e occidentale: è il canone di Dante, Shakespeare, Goethe. Contro ogni tipo di critica volto a ricollegare lo scrittore al mondo materiale e all’assetto economico di un determinato periodo, Bloom difendeva l’autonomia dell’estetica e della letteratura stessa che può essere ricollegata solo “alla sovranità dell’animo solitario” e che esige un lettore non impegnato nella società, ma attento solo al proprio “io profondo”, alla “nostra ultima interiorità”. Si tratta di frasi un po’ vaghe (cosa sarà la “sovranità dell’animo solitario”? può esistere oggi una sovranità dell’animo solitario?), ma dalle quali si capisce bene l’approccio elitario e puramente “estetico” del critico.

Anne Frank, una ipotesi

2019 24 anne frank 1. Circa due anni fa immagini raffiguranti Anne Frank vennero diffuse da alcune frange della tifoseria laziale come offesa ai tifosi della Roma. L’immagine ritraeva il viso della giovane ragazza con la casacca dai colori giallorossi. L’intento di chi aveva fatto quel fotomontaggio era evidente: offendere - dandogli dell’ebreo - l’avversario. Questa ipotesi era suffragata anche dalla storia delle due tifoserie, legata ad ambienti fascisti, quella biancoceleste, più popolare e comunista quella romana. Questo noioso fatto di cronaca, una bega tra due tifoserie, che si odiano, una gara a chi è più ignorante, ebbe, invece, delle interessanti ripercussioni sui social. Non appena venne divulgata la notizia del fotomontaggio nel giro di poco twitter, fb e i diversi social network pullularono di uno solo hastag ovvero #siamotuttiannafrank o #siamotuttiannefrank, a cui si aggiungeva la pubblicazione della foto originale, la matrice che aveva prodotto il fotomontaggio, in decina di migliaia di pagine.
Il primo pensiero è stato che l’indignazione social è facile, s’infiamma e divampa come un fuoco tra le sterpaglie e certe volte chi vi partecipa, anche animato da buon cuore, tende a non comprendere quello che sta facendo. Anche questo mio pensiero rischia di essere superficiale se non comprende più profondamente i meccanismi che hanno mosso migliaia di persone a questa condivisione.

2. Proviamo ad analizzare cosa significhi #siamotuttiannefrank. Se togliamo il simbolo, normalizziamo gli spazi e mettiamo le maiuscole ai nomi propri, otteniamo la seguente frase: siamo-tutti-Anne-Frank. Questa semplice operazione di ripulitura chiarisce alcuni punti. Concentriamoci sulle maiuscole del nome, esse sono segnali inequivocabili per fornire l’identità di quella persona e non di un’altra. Sono il segno grammaticale evidente che Anne Frank non è anne frank, ovvero che non è un vaso vuoto, che può contenere moltitudini, ma è semplicemente una e quella sola persona. Dire siamo tutti Anne Frank e dire siamo tutti anne frank, quindi, suona completamente e disperatamente diverso, ma in entrambi i casi orrendo.

2.1 Siamo tutti Anne Frank. Chi può pronunciare una frase del genere? Chi ha il coraggio di sostenere che la nostra esistenza possa essere simile a quella di una bambina ebrea sotto l’occupazione nazista, costretta a vivere nascosta, che viene arrestata, deportata e infine muore a Bergen Belsen? Siamo noi simili al suo corpo smagrito per la fame? Siamo noi simili alla cenere che è diventata? Possiamo noi anche solo immaginare di essere quella cosa che ora lei è? O quella cosa che lei è stata? Che tipo di pensiero può produrre un’associazione, un tentativo di mimesi di quest’ordine?

L’indignazione è solo una faccia diversa dalla rimozione. Non c’è eticamente molta differenza tra la fotografia razzista di Anne Frank e questo sentimento superficiale nell’appropriarsi della vita della vittima, perché essa, nella sua fattuale concretezza, è sparita dal nostro orizzonte ed è diventata una sorta di immagine vuota.

La Memoria e le anime morte

sacrario dei caduti per A camminare si va su per l'Appennino, in provincia di Bologna, con gli amici del CAI che salgono per noi perché conoscono i sentieri a memoria, e anche l'approdo, Monte Sole. Inerpicandosi su per l'Appennino incontri il silenzio delle strade, coi pochi vecchi a contarsi le malattie e i giorni andati.  E vedi i paesi con secoli lunghi di racconti che diventano deserti, senza visi e senza memoria. Ma la memoria no, la memoria deve restare. Altrimenti tutto è perduto.

Si giunge al Parco di Monte Sole. Qui erano piccole frazioni, borghi case e drogherie osterie e scuole e chiese e querce e tarassaco e margherite. E, oggi, tanti cimiteri.

Cimiteri per ricordare 771 vittime (i martiri dell'eccidio di Marzabotto, 1944) di cui 315 donne, 189 bambini inferiori ai 12 anni, 30 giovani dai 12 ai 18 anni, 161 uomini dai 18 ai 60 anni, 76 vecchi di oltre 60 anni. E sono una parte delle vittime di eccidi che i nazisti, e i fascisti, hanno inferto alle genti di queste zone.

Monte Sole, però, è anche un tempo per rinascere.

Chiunque incontri, lo saluti. Ti riconosci. Perché qui ci si viene solo se si sa da che parte stare, dalla parte di quelli che non sono più: con quel senso di pudore per il male precipitato dentro gli uomini che ci riguarda tutti. Ce lo comanda Primo Levi; con quel suo mostrarti la via affinché la vergogna a cui stai aprendo strada dentro la tua memoria, e la tua anima, non ti lasci, non ti lasci più. Shemà, dice Primo Levi: Ascolta, in ebraico. Non è un invito, il suo, ma l'indicazione di un confine che segna un precipizio dentro ognuno di noi: se tu, uomo, che tornando a casa trovi i visi amici e un pasto caldo, dimenticherai ciò che è stato, meglio allora che ti sfaccia la casa, che i tuoi nati torcano il viso da te... perché di te non resterà nel mondo che lo scheletro di un'anima morta.

E però, quando sei a Montesole, sai anche che non è stato il tuo destino, quello che ascolti. Eppure chi può se ne fa carico, per umana pietà. Ma non basta.

Meditazioni su Greta

 

Greta Thunberg Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre. 

Greta Thunberg è in pericolo. Il mondo, con il suo teatro e le sue maschere, e con la sua cattiveria, potrebbe essere già a un passo dall’inghiottirla: senza parere, in alcuni casi con le migliori intenzioni di darle voce e microfono.

Cooptare, normalizzare, screditare

Tre sono i pericoli cui è esposta: la cooptazione, la normalizzazione, lo screditamento.

Greta ha tenuto un Ted talk a Stoccolma nell’agosto del 2018, è intervenuta alla Cop 24 sul clima di Katowice e a dicembre è stata ospitata anche al Forum economico di Davos 2019. Pochi giorni fa è stata proposta per il Nobel per la pace. Non si può dire di lei che la lascino sola a predicare nel deserto, apparentemente.

Il potere politico ha, per costituzione e istinto, la tendenza alla cooptazione delle forze che gli sono antagoniste o che pongono istanze di cui esso non può o non vuole farsi carico. Non sempre è facile tracciare il confine tra la cooptazione machiavellica, che ha lo scopo di neutralizzare, e la cooptazione riformista, che ha lo scopo di accogliere per concretizzare, non prima di aver proceduto a depotenziare istituzionalizzando.

Il secondo pericolo viene dalla sua sovraesposizione mediatica, dal fatto di dover agire all’interno dei codici altamente ritualizzati e “mediocratici” della società dello spettacolo (per utilizzare il neologismo recente di un bellissimo libro di Alain Denault, La mediocrazia). Il potere dell’informazione è temibile e può essere riassunto in una parola: mitridizzazione. I mass media – tutti: da quelli unidirezionali e gerarchici come la tv e i giornali a quelli (apparentemente) rizomatici e orizzontali come la rete – sono in grado di normalizzare qualsiasi abnormità, inquadrando il contenuto ribelle e ob-sceno nell’adeguato format, tra uno spot pubblicitario e l’altro, o aggiogandolo alle imponderabili logiche degli algoritmi dei social network.

Racconti di intolleranza nei temi degli studenti delle medie

 

f6e Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre. 

Un semplice quesito di «cittadinanza e Costituzione»

C'è una classe. È la terza media di una scuola in una città o un paesone (fate voi) della provincia di Roma. Con qualche differenza potrebbe essere una qualsiasi altra provincia italiana. Ci sono ragazzini di tredici, quattordici anni, che scrivono. Hanno una consegna per il compito, è una parte del compito di storia: raccontare un episodio di cui sono venuti a conoscenza, o del quale sono stati testimoni, che possa esprimere a diverso titolo una violazione dell'articolo tre della Costituzione. Hanno appena finito di ripassare la Rivoluzione francese e hanno parlato del principio di uguaglianza. Tutti lavorano, ognuno ha un fatto da raccontare.

C'è l'insegnante che ha dato il compito. Si aspetta di sapere, più o meno, cosa ne verrà fuori. Si tratta forse non solo di un compito, ma di una sorta di verifica rispetto a una semplice domanda: quanto davvero incide la comunicazione massmediatica e dei social-network sull'elaborazione dei pensieri, sulla costruzione delle idee e, di conseguenza, sui comportamenti rispetto a principi che dovrebbero essere patrimonio consolidato della nostra società. L'insegnate suppone che da quello che verrà fuori dal compito di storia sarà costretta a prendere in considerazione qualcosa che, a livello personale, da qualche tempo ha deciso di non considerare, e cioè tutta la ridda di trasmissioni, articoli, servizi, interviste, talk-show, post di facebook, commenti ai post, che abbiano come tema il razzismo o l'immigrazione. 

Così è.

Per Camilleri, intellettuale militante

Andrea Camilleri news morte Quando viene meno una persona che ha lasciato una traccia profonda nella nostra vita, la mente corre sempre al primo incontro, quasi esso già contenga in nuce il rapporto successivo e la ragione di quella traccia.

Ho conosciuto Camilleri una dozzina di anni fa. In occasione non ricordo di quale importante ricorrenza dell’Università di Siena, dove insegnavo, il rettore aveva invitato me e un altro collega a una sorta di intervista in pubblico allo scrittore, cui egli si sarebbe sottoposto dopo aver fatto una breve introduzione. La sala era stracolma di studenti e di docenti che ridevano e applaudivano, elettrizzati dall’umorismo polemico di Camilleri, che parlò non da scrittore ma da intellettuale e da militante, soffermandosi con una ironia elegante, eppure per niente spocchiosa, sulla situazione politica allora egemonizzata da Berlusconi. Quando venne il proprio turno, il collega gli fece domande di carattere stilistico e sull’uso del dialetto siciliano, che poco avevano a che fare col contenuto politico della sua introduzione. Mi colpì che si rivolgesse a lui in modo cerimonioso, chiamandolo “maestro” e dandogli del lei. Poi toccò a me, e mi venne invece spontaneo dargli del tu e porgli domande di carattere politico. Camilleri mi rispose subito con un piglio assai più animato e  vivace, dandomi a sua volta del tu. In un certo senso ci eravamo riconosciuti (sto per usare, lo so, una parola fuori corso) come compagni. Poi  a cena volle sedere accanto a me e mi invitò a casa sua, a Roma, in via Asiago, vicino a una sede della RAI (quella del terzo programma, mi pare). Lo andai a trovare, conobbi la moglie e la segretaria, personaggio importante e decisivo anche per la sua vita di scrittore. Una volta gli portai il mio primo romanzo, L’età estrema, ancora inedito e lui volle pubblicarlo da Sellerio. Un’altra lo invitai a collaborare a un mio manuale, trascrivendo in italiano moderno e magari anche in siciliano un paio di novelle di Boccaccio, fra cui quella di Andreuccio da Perugia: cosa che fece con entusiasmo e senza alcun compenso. Ma per la scuola collaborò con me anche in altri modi: ebbi occasione, per esempio, di farlo partecipare a un dibattito a Roma alla fine di un seminario con gli insegnanti, e anche questa volta accettò con entusiasmo.

Le indagini della procura di Perugia: associazionismo giudiziario e ruolo della magistratura

 

Tribunali Mariano Sciacca, magistrato, presidente della sezione fallimentare e specializzata in Diritto di impresa del Tribunale di Catania, già membro del CSM  - anni 2010\2014 - è oggi presidente nazionale di Unità per la Costituzione.

Quello che segue è l’intervento tenuto a Roma dal giudice Mariano Sciacca il 15 giugno 2019 come introduzione ai lavori del comitato di coordinamento nazionale di Unità per la Costituzione dopo le notizie stampa sulle indagini della Procura di Perugia e le dimissioni dei Consiglieri del CSM di Unicost. Unicost è stato il primo gruppo associativo all’interno della Associazione nazionale magistrati (ANM) a intervenire pubblicamente e a richiedere formalmente le dimissioni dei magistrati coinvolti nelle indagini. L’intervento può essere reperito anche sul sito di UniCost, insieme ad altri importanti contributi.


 

Nell'aprire i lavori di questo CDC permettetemi di rivolgere un rispettoso, riconoscente saluto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, vigile, paziente custode del C.S.M..Grazie Signor Presidente, punto di riferimento per l'intera magistratura italiana. 

Un abbraccio fraterno ai nostri tre consiglieri - Cochita, Marco e Michele - che nella tempesta non hanno mai perso la bussola, silenti interpreti della migliore tradizione istituzionale. Grazie cari amici. Unità per la Costituzione confida nel vostro impegno rigoroso e autonomo. 

A seguito del rifiuto dei dirigenti dell'AGMI di trasformare l'associazione in sindacato fascista, l'assemblea generale tenuta il 21 dicembre 1925 deliberò lo scioglimento dell'AGMI. L'ultimo numero de "La magistratura" datato 15 gennaio 1926 pubblica un editoriale non firmato dal titolo "L'idea che non muore": l'idea che non muore. Cosi hanno scritto: 

"Forse con un po' più di comprensione - come eufemisticamente suol dirsi - non ci sarebbe stato impossibile organizzarsi una piccola vita senza gravi dilemmi e senza rischi, una piccola vita soffusa di tepide aurette, al sicuro dalle intemperie e protetta dalla nobiltà di qualche satrapia… La mezzafede non è il nostro forte: la 'vita a comodo' è troppo semplice per spiriti semplici come i nostri. Ecco perché abbiamo preferito morire".

 Oggi, credo, discutiamo proprio di questo.

 Di un'idea che non deve morire.

Migrare è vivere

p1200495 Pubblichiamo oggi l'appello Prof. Fabrizio Micari, Rettore dell’Università degli Studi di Palermo, in difesa della dignità umana e dei migranti, a cui la Redazione de La letteratura e noi ha aderito. 

Migrare è vivere.

Dall’Università di Palermo l’Appello all’Europa della Conoscenza

La storia dell’uomo, unica specie vivente a non essere articolata in gruppi biologicamente distinti, è caratterizzata sin dalle sue origini dalle migrazioni, dal meticciamento delle culture, dalla costruzione di identità mai statiche ma in perenne divenire. Anche a causa della globalizzazione, il fenomeno migratorio in atto su base planetaria è destinato ad assumere nell’immediato futuro dimensioni sempre più gigantesche e implica questioni sociali, politiche, economiche, religiose, etiche di straordinaria rilevanza che non possono essere affrontate sulla base di slogan e di inaccettabili semplificazioni. E’ dunque necessario costruire uno spazio di riflessione critica e di azione che ponga al centro dell’attenzione della pubblica opinione, del sistema formativo e non solo della comunità scientifica internazionale i temi dei diritti e della dignità delle persone, e delle persone migranti in particolare, in vista della edificazione di una società inclusiva e plurale.

Questa esigenza, al contempo etica e scientifica, sostanzia l’Appello all’Europa della conoscenza che l’Università degli Studi di Palermo ha lanciato a conclusione del Convegno Migrare, svoltosi a Palermo dal 20 al 22 maggio 2019. Siamo convinti che l’educazione e la formazione rappresentino l’ambito d’elezione per la costruzione del rispetto, per la valorizzazione delle differenze, per l’individuazione delle condizioni favorevoli alla riduzione progressiva delle diseguaglianze economiche e sociali. Esse sono l’unico antidoto ai linguaggi dell’odio e alle retoriche della paura che, fondandosi su una dimensione irrazionale, tradiscono la sostanza comune del genere umano e negano la centralità della persona come titolare dei diritti fondamentali sanciti dalle Carte costituzionali di tutti gli Stati democratici.

Ci appelliamo alle Università, alle Istituzioni culturali e scientifiche, ai Centri di ricerca perché si costituisca e cresca la rete dei soggetti coinvolti in un progetto comune di conoscenza e di confronto aperto e fecondo. 

In questa ottica Vi invito a condividere, sottoscrivere compilando il form e fare circolare all’interno della Vostra comunità il seguente appello.

Prof. Fabrizio Micari

Rettore dell’Università degli Studi di Palermo


Al link qui sotto trovate il form per firmare l'appello:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSdwJdfjYw3M5ly0NoLsB724W7ZeMZ9J_yfEfRVHVoAx3kU6DA/viewform?vc=0&c=0&w=1

 

Una precisazione e qualche riflessione intorno al mio intervento sulle telecamere

 

lispettorato nazionale del lavoro dice si alle telecamere per il controllo del lavoratore 2 770x420 Qualche lettore ha inteso che il mio intervento sulle telecamere a scuola prendesse posizione a loro favore. Io, in verità, scrivevo contro di esse. Una proposta del genere mi terrorizza.

La mia intenzione era mimare le ragioni opposte alla mia, provare a esprimere, radicalizzandolo e rendendolo quasi caricaturale, un punto di vista che non mi piace. Ma il succo di questa nota non è questa precisazione. Credo infatti che sia assai istruttivo riflettere sui motivi di questo fraintendimento.

Avevo – e avevamo, come redazione – messo in conto l’equivoco. Lo stile stesso del pezzo vi si prestava. Qualche cattiva interpretazione sarà forse nata da letture frettolose ormai di prassi in rete. Ma credo che anche lettori competenti possano essere stati tratti in inganno. Invece di stabilire quanto io sia stato capace o meno di spiegarmi o quanto i lettori siano stati capaci o meno di capirmi, preferisco prenderla più alla larga.

Ho preso le mosse da una sensazione, forse da un’ossessione: la proposta di introdurre telecamere nelle scuole non è affatto folle, nel senso che non possiamo limitarci a respingerla a priori come inconcepibile e inaccettabile. È stata concepita. E se diventerà legge la accetteremo con una naturalezza che stupirà ogni nostro senso critico. La ultimamente tanto decantata qualità della resilienza è una caratteristica umana con un terribile lato oscuro: possiamo abituarci a tutto. Basta leggere Primo Levi per capire che gli uomini possono abituarsi persino all’inimmaginabile. Figurarsi a una telecamera.

Dopo aver letto il mio pezzo, la mia ragazza mi ha raccontato che sua sorella, che vive a Londra, ha una app sul cellulare con la quale può collegarsi alla telecamera della classe inglese della figlia e controllare in prima persona quello che lì succede. Quello di cui stiamo parlando, perciò, già capita, è già reale.

Io parto sempre dal presupposto che la realtà abbia sempre ragione. Ma devo spiegare cosa intenda dire: la realtà non ha ragione nel senso che sia sempre giusta o morale. La realtà ha ragione nel senso brutale del termine, nel senso che alla parola “realtà” hanno dato Machiavelli e Guicciardini: la realtà si impone a noi anche quando è, da un punto di vista morale e politico, sbagliata. Però gli esseri umani sono quella specie animale stramba che si oppone a questo dato di fatto e proclama che non ci sta.

Io le telecamere di sorveglianza le voglio

 

00000000000000001telecamereovunque Io le telecamere di sorveglianza le voglio. Ma non solo a scuola. Ci sono molti altri luoghi dove potrebbero essere utili. Perciò che siano introdotte:

in tutti gli uffici pubblici, perché troppe volte impiegati incompetenti o cafoni o tutte e due le cose insieme mi hanno privato di elementari diritti e servizi dovuti al cittadino;

nei conventi e nelle sagrestie, perché forse la pedofilia e l'abuso di suore da parte di prelati sono ormai marginali – le vocazioni sono in crisi, il chierichetto non lo fa quasi più nessuno – ma quei pochi bambini e quelle poche suore sono deboli di fronte all’autorità di quella nera tonaca;

nei commissariati di polizia, perché quale donna mai, davanti a una divisa, avrà il coraggio di dire che sì, aveva una minigonna, e sì, aveva bevuto qualche bicchiere, ma questo scusi che cosa c’entra con lo stupro?;

negli ospedali, perché ho visto infermieri stressati dal troppo lavoro trattare bruscamente o ignorare o propriamente maltrattare chi è forse il simbolo stesso della nostra fragilità, il più inerme di tutti noi: il malato;

nelle carceri, perché… (davvero c'è bisogno che ve lo spieghi?);