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diretto da Romano Luperini

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Il presente e noi

Contiene saggi e interventi su temi e questioni di attualità.

Il bluff dell'uomo forte: sui fatti di Palermo non decide Salvini

 

salvini ansa 12 2Cosa c'entra dal punto di vista degli eventi, vale a dire di ciò che dovrebbe avere la massima rilevanza, il ministro Salvini con la sospensione della professoressa Dell'Aria?

Se vivessimo in un paese in cui l'obiettivo principale della stampa fosse quello di facilitare la comprensione della realtà, facendo chiarezza in merito a responsabilità, doveri e poteri delle istituzioni, sulla vicenda della sospensione dell'insegnante di Palermo forse non ci saremmo trovati ad attendere il pronunciamento del ministro dell'Interno. Soprattutto, avremmo trovato le sue prese di posizione a riguardo del tutto stonate e fuori luogo e anzi saremmo probabilmente portati a considerare i suoi interventi come una indebita ingerenza nel lavoro che spetterebbe a un altro ministro della Repubblica, in particolare al ministro dell'Istruzione.

Secondo le ricostruzioni dei fatti che sono circolate sulla stampa, il provvedimento di sospensione dell'insegnante di lettere è stato disposto dall'Ufficio scolastico provinciale di Palermo a seguito di una segnalazione partita da Facebook. Stando a quanto riferiscono alcune testate on-line (cfr. Link ; link) i contenuti postati da un attivista di destra sarebbero stati ripresi dal sottosegretario ai Beni Culturali, la leghista Lucia Borgonzoni, che sempre sui social network avrebbe dichiarato di aver segnalato i fatti a chi di dovere. Di qui gli accertamenti e la successiva ispezione, che hanno portato al provvedimento di sospensione per quindici giorni. Un provvedimento sui cui contenuti c'è ancora estrema confusione, dato che non si riesce bene a comprendere nemmeno se e chi lo abbia letto — ministri in testa — e tanto meno che cosa ci sia scritto. Ciononostante Salvini si recherà a Palermo con il ministro Bussetti per incontrare la professoressa Dell'Aria. In nome di che cosa, per fare cosa e dentro quale cornice istituzionale?

Una minaccia per tutti noi, insegnanti e non

 

000000fatti Palermo I fatti di Palermo costituiscono una minaccia alla libertà dei cittadini e un attentato gravissimo ai diritti sanciti dalla Costituzione: la libertà di opinione e la libertà di insegnamento. Una insegnante è stata esclusa per quindici giorni dall’insegnamento e da parte dello stipendio (ridotto alla metà) per non aver vigilato su un video dei suoi alunni che accosta il decreto salviniano sulla sicurezza alle leggi razziali del 1938 (cosa peraltro pensata da almeno un terzo degli italiani).

Il fatto è di una gravità inaudita. Chi riteneva i gesti di intolleranza del nostro ministro degli interni delle innocue pagliacciate deve ripensarci. Questo atto di forza vuole intimidire non solo una categoria (gli insegnanti) ma tutti i cittadini. E che si sia partiti dai docenti non è casuale: sono loro che devono insegnare il rispetto dei diritti, la democrazia, la tolleranza, i principi della Costituzione antifascista. La scuola da sempre è un terreno di resistenza. Per questo è stata colpita per prima.

L'opportunità dell'antifascismo

 

piazza navona Se c’è una cosa che non manca nella Sinistra italiana è la diversità di opinioni. Di recente il dibattito innescato dalle dimissioni di Christian Raimo da consulente del Salone del Libro di Torino per la presenza dello stand di Altaforte edizioni, casa editrice legata a Casapound, ha confermato, se ce ne fosse bisogno, la fondatezza di questo giudizio. Nella foga del momento, come accade puntualmente in questi casi, la prima vittima della sordità alle ragioni degli altri è stata la prudenza, cioè, nello specifico, la disponibilità a riconoscere il ruolo speciale, e specialmente problematico, che l’antifascismo ha svolto ed è destinato a svolgere anche in futuro nella vita politica del nostro paese. Anche se è comprensibile il desiderio, che accomuna almeno due generazioni, di non ripiombare in una diatriba tipica degli anni Settanta, questo non dovrebbe spingere a sottovalutare il significato allo stesso tempo pratico e simbolico che ha la pregiudiziale antifascista per il presente e il futuro della democrazia italiana.

Quanto dirò non ha la pretesa di rendere giustizia a tutte le posizioni in campo. Il suo obiettivo è più modesto, ma nelle mie intenzioni costruttivo: vorrei sviluppare, cioè, un punto di vista che, pur non risolvendo la questione, aggiunga un elemento di riflessione contestuale che aiuti a capire perché può essere utile sospendere i giudizi sommari in circostanze così delicate e procedere invece caso per caso in un’ottica non sentimentale e antiperfezionistica.

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Parto dalla questione dell’opportunità della levata di scudi degli alfieri del boicottaggio del Salone su cui ha finito per dividersi acrimoniosamente anche il fronte degli antifascisti. Chi ha contestato l’utilità del boicottaggio l’ha fatto utilizzando nella sostanza due argomenti generali, in linea di principio condivisibili: che le idee si combattono con le idee (1), e che i sostenitori delle opinioni neofasciste sono, elettoralmente parlando, una sparuta minoranza che ha tutto da guadagnare e nulla da perdere da simili mobilitazioni che infiammano l’attenzione della volatile e tutt’altro che illuminata opinione pubblica italiana giusto per la durata effimera di una polemica massmediatica (2).

Comunicato sul Salone internazionale del libro di Torino

 

makkox gazebo La redazione di La letteratura e noi esprime solidarietà a Christian Raimo per le dimissioni che ha dato da consulente del Salone internazionale del libro di Torino.

Alla luce delle sempre più frequenti aggressioni di stampo neofascista che si manifestano in varie forme nella nostra società e della crescente preoccupazione rispetto alle limitazioni imposte alla libertà di espressione da parte di una classe politica ogni giorno più aggressiva e determinata a soffocare il dissenso, il nostro ruolo di insegnanti e di educatori di uno Stato democratico ci impone di prendere una posizione nei confronti di chi avalla e rinforza la posizione di realtà violente e antidemocratiche.

Ci interroghiamo preoccupati sull’opportunità di esporre materiali apertamente fascisti all’interno di una manifestazione culturale dalla grande visibilità e partecipazione come il Salone del libro. Ci chiediamo perché sia stato venduto uno spazio commerciale a un editore che non esita a dichiararsi fascista e che pubblica libri allineati a una visione fascista del mondo e della storia. Ci chiediamo anche per quale motivo il Salone abbia deciso di non sanzionare con l’esclusione un editore che ha pubblicizzato un evento dal grande riscontro mediatico – la presentazione del nuovo libro di Salvini pubblicato dall’editore Altaforte – di cui la direzione del Salone stesso non era al corrente e che non era stato inserito nel programma.

Al Comitato di indirizzo del Salone vorremmo esprimere il più profondo rammarico per non avere saputo esprimere nel proprio comunicato una posizione chiara, e per non aver tenuto conto dei precedenti penali per aggressione di stampo fascista dell’editore in questione.

«Non si fa politica in classe»

057872eb4b Alcune settimane fa nel corso di una manifestazione antifascista a Padova un’insegnante viene fermata dalle forze dell’ordine. Nei giorni successivi, sui quotidiani cittadini vengono pubblicate foto, nome e cognome, particolari della vita privata, mestiere; si insinua che fra professione docente e attività politica dovrebbe esserci incompatibilità. Entrano nel dibattito l’assessore regionale all’istruzione, Elena Donazzan, e il ministro dell’interno Salvini, chiedendo il licenziamento.

Pubblichiamo oggi, 25 aprile, la lettera di sostegno che un gruppo di docenti ha scritto (e che si può sottoscrivere qui), preceduta da alcune considerazioni: un invito a riflettere sui delicati rapporti fra docenza, politica, vita privata.

«Non si fa politica in classe». Il monito, in diverse possibili varianti, risuona dentro e fuori le aule italiane, rivolto tanto agli studenti quanto ai professori. Negli ultimi anni, viene impiegato con frequenza sempre maggiore per stigmatizzare l’assunzione di una responsabilità civile e politica da parte dei singoli docenti: gli attacchi, concentrici, provengono da posizioni diverse, tanto da destra quanto da giornali di orientamento neoliberale: il caso della professoressa, pretesto a queste considerazioni, è innescato da un articolo pubblicato sul Mattino di Padova, diramazione locale di Repubblica. È necessario fare chiarezza.

Meditazioni su Greta

Greta Thunberg Greta Thunberg è in pericolo. Il mondo, con il suo teatro e le sue maschere, e con la sua cattiveria, potrebbe essere già a un passo dall’inghiottirla: senza parere, in alcuni casi con le migliori intenzioni di darle voce e microfono.

Cooptare, normalizzare, screditare

Tre sono i pericoli cui è esposta: la cooptazione, la normalizzazione, lo screditamento.

Greta ha tenuto un Ted talk a Stoccolma nell’agosto del 2018, è intervenuta alla Cop 24 sul clima di Katowice e a dicembre è stata ospitata anche al Forum economico di Davos 2019. Pochi giorni fa è stata proposta per il Nobel per la pace. Non si può dire di lei che la lascino sola a predicare nel deserto, apparentemente.

Il potere politico ha, per costituzione e istinto, la tendenza alla cooptazione delle forze che gli sono antagoniste o che pongono istanze di cui esso non può o non vuole farsi carico. Non sempre è facile tracciare il confine tra la cooptazione machiavellica, che ha lo scopo di neutralizzare, e la cooptazione riformista, che ha lo scopo di accogliere per concretizzare, non prima di aver proceduto a depotenziare istituzionalizzando.

Il secondo pericolo viene dalla sua sovraesposizione mediatica, dal fatto di dover agire all’interno dei codici altamente ritualizzati e “mediocratici” della società dello spettacolo (per utilizzare il neologismo recente di un bellissimo libro di Alain Denault, La mediocrazia). Il potere dell’informazione è temibile e può essere riassunto in una parola: mitridizzazione. I mass media – tutti: da quelli unidirezionali e gerarchici come la tv e i giornali a quelli (apparentemente) rizomatici e orizzontali come la rete – sono in grado di normalizzare qualsiasi abnormità, inquadrando il contenuto ribelle e ob-sceno nell’adeguato format, tra uno spot pubblicitario e l’altro, o aggiogandolo alle imponderabili logiche degli algoritmi dei social network.

Ragazzi cattivi. Riflessioni a margine di un fatto di cronaca locale

gipiCerte giornate leggi il giornale e la mascella cade da sola, perché la notizia in prima pagina non può lasciarti indifferente, troppo vicina a una realtà che conosci: anche a mettere la testa sotto la sabbia, la terra rimbomba. Venerdì primo febbraio, insieme alla neve, Como si è svegliata con la notizia dell’arresto di una pericolosa banda, colpevole di aver minacciato e picchiato adolescenti e adulti, distrutto case e locali ed estorto denaro: 38 colpi messi a segno, 17 i colpevoli, tutti minorenni. E i leader indiscussi hanno 14 e 15 anni. Potrebbero essere miei alunni, potrebbero essere gli alunni di ciascuno di noi e forse lo sono anche. Qualcuno di loro va ancora a scuola, magari un giorno sì e tre no, altri hanno smesso da tempo, anche se non hanno assolto alcun obbligo, come si legge nell’articolo. Sono studenti difficili, molto: sono gli studenti che più mi hanno messo di fronte alla bellezza e all’umiltà necessarie per fare il nostro lavoro e che mi hanno spiegato, anzi meglio urlato in faccia, che loro da te non volevano alcun aiuto, che non ti sopportano proprio, te e il tuo Dante, che anzi meglio li lasciassi dormire in pace. La tentazione di lasciarli in pace c’era e anche il sospiro di sollievo quando non li vedevi arrivare in classe: perché se quel giorno avessero deciso che tu non avresti fatto lezione, tu non fai avresti fatto lezione, perché è tanto, troppo, quello che ti chiedono e tu sei sempre una, mentre in classe ne hai almeno 25. E non ce la fai. Senti che davvero tu non salvi nessuno, anche se, quando hai iniziato a insegnare, ci credevi davvero. Ma sono proprio questi piedi ben saldi per terra e questa consapevolezze ad aiutarti a non mollare e a metterti lì con i tuoi colleghi, giorno dopo giorno, con sempre meno fondi, per cercare di capire come fare a non perdere i ragazzi. Già perché da sola non salvi nessuno, insieme agli altri forse sì.

Davanti a questi bad boys ho davvero pensato che il bel libro di Claudio Burgio Non esistono ragazzi cattivi. Esperienze educative di un prete al Beccaria di Milano” fosse pura utopia. Questi sì sono ragazzi cattivi, nel senso etimologico di catturati, vinti da esperienze di vita troppo pesanti, che come macigni impediscono loro ogni forma di “riscatto”: come puoi pensare a studiare se dentro di te sei così pieno di miseria, povertà, violenza da non sentire altro? Per studiare bisogna avere il vacuum, il vuoto. Per far sì che cerchino nella scuola una strada diversa è necessario lavorare perché la scuola sia a loro misura e perché il lavoro educativo venga prima di qualunque altra cosa. Ma questo è difficilissimo per la scuola da sola, impossibile direi.

La pagella del ragazzo africano

vignetta makkox bambino morto pagella1 1 La dottoressa Cattaneo, che fa l’autopsia di chi affoga nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere dall’Africa l’Italia, ha scoperto che la salma di un ragazzo (avrà, dice, quattordici anni) proveniente dal Mali aveva nei vestiti qualcosa d’insolito. Guarda meglio e scopre, scritta in arabo e in francese, la pagella scolastica (il “Bulletin scolaire”) del ragazzo, cucita in una tasca in modo che non andasse perduta, come sino a non molti anni fa facevano le madri dei nostri emigrati con qualche banconota e immagine devota che dovevano aiutare il giovane a sopravvivere nel paese straniero dove era diretto. Guarda e vede che i voti sono ottimi. Quel ragazzo era certamente fra i più bravi della sua classe. Riteneva evidentemente quella pagella un bene prezioso da esibire in Europa al momento opportuno. Probabilmente, si illudeva, gli europei non avrebbero potuto respingere un ragazzo così bravo. Vista la pagella, lo avrebbero accolto e gli avrebbero dato un lavoro degno della sua preparazione.

Questo piccolo episodio mi ha turbato. Forse per qualche buona ragione che si presta ad alcune considerazioni.

  1. I risultati scolastici ottimi erano per il ragazzo e la sua famiglia motivo di orgoglio e di speranza.
  2. La istruzione scolastica per lui e la sua famiglia era evidentemente un valore da salvaguardare, e una garanzia di promozione sociale.
  3. In Africa, e comunque in quel paese del Mali, si ritiene che l’Italia come qualunque altro paese europeo sia un paese civile capace di valorizzare i giovani che hanno ottimi risultati scolastici.

Racconti di intolleranza nei temi degli studenti delle medie

 

f6e Un semplice quesito di «cittadinanza e Costituzione»

C'è una classe. È la terza media di una scuola in una città o un paesone (fate voi) della provincia di Roma. Con qualche differenza potrebbe essere una qualsiasi altra provincia italiana. Ci sono ragazzini di tredici, quattordici anni, che scrivono. Hanno una consegna per il compito, è una parte del compito di storia: raccontare un episodio di cui sono venuti a conoscenza, o del quale sono stati testimoni, che possa esprimere a diverso titolo una violazione dell'articolo tre della Costituzione. Hanno appena finito di ripassare la Rivoluzione francese e hanno parlato del principio di uguaglianza. Tutti lavorano, ognuno ha un fatto da raccontare.

C'è l'insegnante che ha dato il compito. Si aspetta di sapere, più o meno, cosa ne verrà fuori. Si tratta forse non solo di un compito, ma di una sorta di verifica rispetto a una semplice domanda: quanto davvero incide la comunicazione massmediatica e dei social-network sull'elaborazione dei pensieri, sulla costruzione delle idee e, di conseguenza, sui comportamenti rispetto a principi che dovrebbero essere patrimonio consolidato della nostra società. L'insegnate suppone che da quello che verrà fuori dal compito di storia sarà costretta a prendere in considerazione qualcosa che, a livello personale, da qualche tempo ha deciso di non considerare, e cioè tutta la ridda di trasmissioni, articoli, servizi, interviste, talk-show, post di facebook, commenti ai post, che abbiano come tema il razzismo o l'immigrazione. 

Così è.

La scuola italiana dopo la riforma: bilancio e prospettive

siracusa.630x360 Pubblichiamo una riflessione di Stefania Giroletti sulla giornata di studi “La scuola italiana dopo la riforma: bilancio e prospettive”, che si è tenuta il 18 ottobre a Padova. Lunedì abbiamo già pubblicato l’intervento che in quella occasione ha tenuto il nostro collaboratore Emanuele Zinato.

“Il pensiero segue le difficoltà e precede l’azione”: questa frase è scritta sui muri del Catai, un’associazione politico-culturale che ha sede a Padova: spazio di dibattito, approfondimento e aggregazione. Non è un caso che la frase sia stata ripetuta al Convegno che si è tenuto nella stessa città martedì 17 ottobre 2018, intitolato La scuola italiana dopo la riforma: bilancio e prospettive. La giornata di studio, nata all’interno dell’iniziativa Appello per la scuola pubblica e in collaborazione con l’associazione nazionale Per la scuola della Repubblica, è stata organizzata grazie al contributo attivo di una serie eterogenea di soggetti: associazioni di Padova (Formalit, Catai) e Verona (Diritti per le nostre strade), professori universitari e docenti dei vari gradi di scuola, il Cesp (Centro studi per la scuola pubblica afferente ai Cobas).

Prima di arrivare alla programmazione di questa giornata, la rete aveva iniziato a intrecciarsi proprio all’interno del Catai organizzando un gruppo di inchiesta sull’alternanza scuola-lavoro e un ciclo di seminari intitolato Che ne è della scuola?, la cui finalità era riaprire e diffondere il più possibile un dibattito sulla situazione dell’istituzione pubblica a seguito dell’ultima riforma, ma anche (o forse soprattutto) fare in modo che ci si incontrasse. Di incontri ce ne sono stati effettivamente molti e hanno permesso la realizzazione di una giornata di studi come quella dello scorso martedì, le cui fondamenta poggiano su un dibattito già in corso e che prevede di continuare, coinvolgendo sempre nuovi soggetti: per elaborare un pensiero critico sulla normativa scolastica attuale e in generale sull’idea di scuola da essa veicolata; per costruire una proposta alternativa, rimettendosi nel solco aperto quasi un anno fa dall’Appello per la scuola pubblica