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diretto da Romano Luperini

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Il presente e noi

Contiene saggi e interventi su temi e questioni di attualità.

Io le telecamere di sorveglianza le voglio

 

00000000000000001telecamereovunque Io le telecamere di sorveglianza le voglio. Ma non solo a scuola. Ci sono molti altri luoghi dove potrebbero essere utili. Perciò che siano introdotte:

in tutti gli uffici pubblici, perché troppe volte impiegati incompetenti o cafoni o tutte e due le cose insieme mi hanno privato di elementari diritti e servizi dovuti al cittadino;

nei conventi e nelle sagrestie, perché forse la pedofilia e l'abuso di suore da parte di prelati sono ormai marginali – le vocazioni sono in crisi, il chierichetto non lo fa quasi più nessuno – ma quei pochi bambini e quelle poche suore sono deboli di fronte all’autorità di quella nera tonaca;

nei commissariati di polizia, perché quale donna mai, davanti a una divisa, avrà il coraggio di dire che sì, aveva una minigonna, e sì, aveva bevuto qualche bicchiere, ma questo scusi che cosa c’entra con lo stupro?;

negli ospedali, perché ho visto infermieri stressati dal troppo lavoro trattare bruscamente o ignorare o propriamente maltrattare chi è forse il simbolo stesso della nostra fragilità, il più inerme di tutti noi: il malato;

nelle carceri, perché… (davvero c'è bisogno che ve lo spieghi?);

Dopo le elezioni

 

GettyImages 119806379 1024x671 E un giorno, un giorno o due dopo il 18 aprile,

lo vidi errare da una piazza all’altra

dall’uno all’altro caffè di Milano

inseguito dalla radio.

“Porca” – vociferando – “porca”. Lo guardava

stupefatta la gente.

Lo diceva all’Italia. Di schianto, come a una donna

che ignara o no a morte ci ha ferito,

Mi è tornata in mente questa poesia di Sereni che rappresenta Umberto Saba dopo la sconfitta delle sinistre del 18 aprile 1948. Oggi, settant’anni dopo, lo stesso sentimento, la stessa rabbia. La stessa tristezza di fronte a questa schiacciante vittoria della Lega, dopo il rosari e i vangeli sventolati nei comizi, dopo i provvedimenti volutamente crudeli verso gli emigrati, dopo le parole razziste e l’ostentata protezione delle forze fasciste, dopo l’esibita rinuncia a festeggiare il 25 aprile, dopo l’ignoranza, la grossolanità, l’impudenza esibite come vessilli e fomite di successo.

 “Porca Italia”, diceva Saba. Democristiana e clerico-fascista dopo il 18 aprile, poi berlusconiana per un ventennio, ora salviniana. Fatte salve le forme della democrazia, la stessa sostanziale brutalità, la stessa esibizione di individualismi prepotenti e autoritari, la stessa sostanziale inciviltà. 

Bisogna registrare una continuità che non si smentisce. Ricordo una sera a Milano all’inizio degli anni settanta,  dalle finestre gridavano a  un gruppo di poliziotti che si accaniva su due studenti caduti a terra, “ammazzateli, ammazzateli tutti!”, ricordo  il sangue sui muri dopo il massacro alla caserma Diaz a Genova, e Serantini e Ceccanti sparati a Pisa.

Le telecamere a scuola e mio zio

 

telecamere I pranzi con mio zio

Quando ero bambino, per le feste comandate, pranzavamo tutti a casa di mia nonna. La tavolata era grande, a capotavola da perfetta sarda sedeva lei, a fianco mio nonno, a seguire i miei e poi gli zii e le zie, infondo noi bambini, a fare casino e annoiarci con la speranza di uscire fuori prima possibile. In realtà, quando arrivava il momento, io uscivo sempre per ultimo e a volte non uscivo proprio, per un motivo semplice: non volevo perdermi lo spettacolo postprandiale di mio zio.

Complice l’agnello arrosto, sicuramente il vino e il fomento del palco familiare, dopo il dolce mio zio iniziava a disquisire con il suo vocione sull’universo mondo: politica («tutti ladri, e ora ti dico perché, per questo, questo e quest’altro motivo»), fatti di cronaca («tocca ammazzalli tutti, e ora ti dico perché, per questo, questo e quest’altro motivo»), fatti del paese («il sindaco non capisce una sega, e ora ti dico perché, per questo, questo e quest’altro motivo»), parrocchia («il prete c’ha l’amica e il conto grosso in banca, e ora ti dico perché, per questo, questo e quest’altro motivo») etc etc.

Il tutto andava avanti almeno un paio d’ore, con una decimazione inesorabile dei commensali ammutoliti a ogni tentativo di replica, tutti tranne mio padre che teneva botta, e alla fine restava l’unico seduto al tavolo, per andare avanti nel duello. O meglio, mio padre e io bambino, che pur in silenzio restavo seduto all’angolo a bearmi delle sentenze di mio zio, perché mi sembravano semplici e inattaccabili, perché mi sembravano matematiche, perché mi sembravano giuste, perché mi sembravano potenti e a prova di chiunque: «uno più uno fa due, come darti torto zio e che pastefrolle tutti gli altri, sono loro che non capiscono, e poi mica lo reggono il tuo vocione e la tua verità!».

La metà del mio sangue è jugoslava: per la collega Rosa Maria Dell’Aria

Desktop26 La metà del mio sangue è jugoslava. Se quasi cinquant’anni fa mia madre non avesse sedotto quell’impenitente scapolo di mio padre così tanto, da farsi addirittura sposare, oggi sarei un extracomunitario. O forse, più ragionevolmente, sarei tornato a Belgrado, per morire magari insieme ad altri 2500 connazionali nel ’99 sotto le bombe della Nato; avendo però il cordoglio di Bossi, grande sostenitore del dittatore Milošević.

Nella mia Jugoslavia, nell’immediato dopoguerra un grande intellettuale e uomo politico come Milovan Gilas (braccio destro di Tito) instaurò uno strano (e pericoloso per il potere vigente) parallelo: i carri armati sovietici che difendevano la Jugoslavia gli ricordavano i carri nazisti che la occupavano. Che senso aveva avuto tutta la resistenza, se poi sempre carri armati in casa bisognava avere? Il suo obiettivo non era attaccare il maresciallo, ma tenere all’erta la popolazione: creare gli anticorpi culturali e politici perché non si scivolasse in situazioni senza ritorno. Ma si sa che il primo Tito non andava tanto per il sottile. Nel giro di pochi anni buttò fuori Gilas dalla Lega dei comunisti e da tutti gli incarichi pubblici. Lo annientò. E Gilas terminò la sua carriera politica. Divenne magari per alcuni un’icona della dissidenza, ma certamente fu ridotto a essere innocuo. Sorrisi e sorrisini, ma la maggioranza seguì un’altra strada.

*

Non è tanto diverso quanto accaduto alla collega Rosa Maria Dell’Aria di Palermo. Non viene rimossa dall’incarico perché tollera un video dei suoi studenti che paragonano la pagina più vergognosa della nostra storia all’attualità. Viene attaccata perché diventa quel dispositivo che può creare gli anticorpi democratici, che a loro volta possono impedire a qualsiasi morbo fascista di attecchire. Silurare lei, dunque, diventa più economico: si blocca in questo modo la trasmissione, da una generazione all’altra, dei valori fondanti della nostra Repubblica, nata dalla lotta antifascista e basata su una Costituzione all’insegna della tolleranza. E non c’è da stupirsene: qualsiasi regime ha bisogno di una scuola mutilata e non pensante.

Il bluff dell'uomo forte: sui fatti di Palermo non decide Salvini

 

salvini ansa 12 2Cosa c'entra dal punto di vista degli eventi, vale a dire di ciò che dovrebbe avere la massima rilevanza, il ministro Salvini con la sospensione della professoressa Dell'Aria?

Se vivessimo in un paese in cui l'obiettivo principale della stampa fosse quello di facilitare la comprensione della realtà, facendo chiarezza in merito a responsabilità, doveri e poteri delle istituzioni, sulla vicenda della sospensione dell'insegnante di Palermo forse non ci saremmo trovati ad attendere il pronunciamento del ministro dell'Interno. Soprattutto, avremmo trovato le sue prese di posizione a riguardo del tutto stonate e fuori luogo e anzi saremmo probabilmente portati a considerare i suoi interventi come una indebita ingerenza nel lavoro che spetterebbe a un altro ministro della Repubblica, in particolare al ministro dell'Istruzione.

Secondo le ricostruzioni dei fatti che sono circolate sulla stampa, il provvedimento di sospensione dell'insegnante di lettere è stato disposto dall'Ufficio scolastico provinciale di Palermo a seguito di una segnalazione partita da Facebook. Stando a quanto riferiscono alcune testate on-line (cfr. Link ; link) i contenuti postati da un attivista di destra sarebbero stati ripresi dal sottosegretario ai Beni Culturali, la leghista Lucia Borgonzoni, che sempre sui social network avrebbe dichiarato di aver segnalato i fatti a chi di dovere. Di qui gli accertamenti e la successiva ispezione, che hanno portato al provvedimento di sospensione per quindici giorni. Un provvedimento sui cui contenuti c'è ancora estrema confusione, dato che non si riesce bene a comprendere nemmeno se e chi lo abbia letto — ministri in testa — e tanto meno che cosa ci sia scritto. Ciononostante Salvini si recherà a Palermo con il ministro Bussetti per incontrare la professoressa Dell'Aria. In nome di che cosa, per fare cosa e dentro quale cornice istituzionale?

Una minaccia per tutti noi, insegnanti e non

 

000000fatti Palermo I fatti di Palermo costituiscono una minaccia alla libertà dei cittadini e un attentato gravissimo ai diritti sanciti dalla Costituzione: la libertà di opinione e la libertà di insegnamento. Una insegnante è stata esclusa per quindici giorni dall’insegnamento e da parte dello stipendio (ridotto alla metà) per non aver vigilato su un video dei suoi alunni che accosta il decreto salviniano sulla sicurezza alle leggi razziali del 1938 (cosa peraltro pensata da almeno un terzo degli italiani).

Il fatto è di una gravità inaudita. Chi riteneva i gesti di intolleranza del nostro ministro degli interni delle innocue pagliacciate deve ripensarci. Questo atto di forza vuole intimidire non solo una categoria (gli insegnanti) ma tutti i cittadini. E che si sia partiti dai docenti non è casuale: sono loro che devono insegnare il rispetto dei diritti, la democrazia, la tolleranza, i principi della Costituzione antifascista. La scuola da sempre è un terreno di resistenza. Per questo è stata colpita per prima.

L'opportunità dell'antifascismo

 

piazza navona Se c’è una cosa che non manca nella Sinistra italiana è la diversità di opinioni. Di recente il dibattito innescato dalle dimissioni di Christian Raimo da consulente del Salone del Libro di Torino per la presenza dello stand di Altaforte edizioni, casa editrice legata a Casapound, ha confermato, se ce ne fosse bisogno, la fondatezza di questo giudizio. Nella foga del momento, come accade puntualmente in questi casi, la prima vittima della sordità alle ragioni degli altri è stata la prudenza, cioè, nello specifico, la disponibilità a riconoscere il ruolo speciale, e specialmente problematico, che l’antifascismo ha svolto ed è destinato a svolgere anche in futuro nella vita politica del nostro paese. Anche se è comprensibile il desiderio, che accomuna almeno due generazioni, di non ripiombare in una diatriba tipica degli anni Settanta, questo non dovrebbe spingere a sottovalutare il significato allo stesso tempo pratico e simbolico che ha la pregiudiziale antifascista per il presente e il futuro della democrazia italiana.

Quanto dirò non ha la pretesa di rendere giustizia a tutte le posizioni in campo. Il suo obiettivo è più modesto, ma nelle mie intenzioni costruttivo: vorrei sviluppare, cioè, un punto di vista che, pur non risolvendo la questione, aggiunga un elemento di riflessione contestuale che aiuti a capire perché può essere utile sospendere i giudizi sommari in circostanze così delicate e procedere invece caso per caso in un’ottica non sentimentale e antiperfezionistica.

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Parto dalla questione dell’opportunità della levata di scudi degli alfieri del boicottaggio del Salone su cui ha finito per dividersi acrimoniosamente anche il fronte degli antifascisti. Chi ha contestato l’utilità del boicottaggio l’ha fatto utilizzando nella sostanza due argomenti generali, in linea di principio condivisibili: che le idee si combattono con le idee (1), e che i sostenitori delle opinioni neofasciste sono, elettoralmente parlando, una sparuta minoranza che ha tutto da guadagnare e nulla da perdere da simili mobilitazioni che infiammano l’attenzione della volatile e tutt’altro che illuminata opinione pubblica italiana giusto per la durata effimera di una polemica massmediatica (2).

Comunicato sul Salone internazionale del libro di Torino

 

makkox gazebo La redazione di La letteratura e noi esprime solidarietà a Christian Raimo per le dimissioni che ha dato da consulente del Salone internazionale del libro di Torino.

Alla luce delle sempre più frequenti aggressioni di stampo neofascista che si manifestano in varie forme nella nostra società e della crescente preoccupazione rispetto alle limitazioni imposte alla libertà di espressione da parte di una classe politica ogni giorno più aggressiva e determinata a soffocare il dissenso, il nostro ruolo di insegnanti e di educatori di uno Stato democratico ci impone di prendere una posizione nei confronti di chi avalla e rinforza la posizione di realtà violente e antidemocratiche.

Ci interroghiamo preoccupati sull’opportunità di esporre materiali apertamente fascisti all’interno di una manifestazione culturale dalla grande visibilità e partecipazione come il Salone del libro. Ci chiediamo perché sia stato venduto uno spazio commerciale a un editore che non esita a dichiararsi fascista e che pubblica libri allineati a una visione fascista del mondo e della storia. Ci chiediamo anche per quale motivo il Salone abbia deciso di non sanzionare con l’esclusione un editore che ha pubblicizzato un evento dal grande riscontro mediatico – la presentazione del nuovo libro di Salvini pubblicato dall’editore Altaforte – di cui la direzione del Salone stesso non era al corrente e che non era stato inserito nel programma.

Al Comitato di indirizzo del Salone vorremmo esprimere il più profondo rammarico per non avere saputo esprimere nel proprio comunicato una posizione chiara, e per non aver tenuto conto dei precedenti penali per aggressione di stampo fascista dell’editore in questione.

«Non si fa politica in classe»

057872eb4b Alcune settimane fa nel corso di una manifestazione antifascista a Padova un’insegnante viene fermata dalle forze dell’ordine. Nei giorni successivi, sui quotidiani cittadini vengono pubblicate foto, nome e cognome, particolari della vita privata, mestiere; si insinua che fra professione docente e attività politica dovrebbe esserci incompatibilità. Entrano nel dibattito l’assessore regionale all’istruzione, Elena Donazzan, e il ministro dell’interno Salvini, chiedendo il licenziamento.

Pubblichiamo oggi, 25 aprile, la lettera di sostegno che un gruppo di docenti ha scritto (e che si può sottoscrivere qui), preceduta da alcune considerazioni: un invito a riflettere sui delicati rapporti fra docenza, politica, vita privata.

«Non si fa politica in classe». Il monito, in diverse possibili varianti, risuona dentro e fuori le aule italiane, rivolto tanto agli studenti quanto ai professori. Negli ultimi anni, viene impiegato con frequenza sempre maggiore per stigmatizzare l’assunzione di una responsabilità civile e politica da parte dei singoli docenti: gli attacchi, concentrici, provengono da posizioni diverse, tanto da destra quanto da giornali di orientamento neoliberale: il caso della professoressa, pretesto a queste considerazioni, è innescato da un articolo pubblicato sul Mattino di Padova, diramazione locale di Repubblica. È necessario fare chiarezza.

Meditazioni su Greta

Greta Thunberg Greta Thunberg è in pericolo. Il mondo, con il suo teatro e le sue maschere, e con la sua cattiveria, potrebbe essere già a un passo dall’inghiottirla: senza parere, in alcuni casi con le migliori intenzioni di darle voce e microfono.

Cooptare, normalizzare, screditare

Tre sono i pericoli cui è esposta: la cooptazione, la normalizzazione, lo screditamento.

Greta ha tenuto un Ted talk a Stoccolma nell’agosto del 2018, è intervenuta alla Cop 24 sul clima di Katowice e a dicembre è stata ospitata anche al Forum economico di Davos 2019. Pochi giorni fa è stata proposta per il Nobel per la pace. Non si può dire di lei che la lascino sola a predicare nel deserto, apparentemente.

Il potere politico ha, per costituzione e istinto, la tendenza alla cooptazione delle forze che gli sono antagoniste o che pongono istanze di cui esso non può o non vuole farsi carico. Non sempre è facile tracciare il confine tra la cooptazione machiavellica, che ha lo scopo di neutralizzare, e la cooptazione riformista, che ha lo scopo di accogliere per concretizzare, non prima di aver proceduto a depotenziare istituzionalizzando.

Il secondo pericolo viene dalla sua sovraesposizione mediatica, dal fatto di dover agire all’interno dei codici altamente ritualizzati e “mediocratici” della società dello spettacolo (per utilizzare il neologismo recente di un bellissimo libro di Alain Denault, La mediocrazia). Il potere dell’informazione è temibile e può essere riassunto in una parola: mitridizzazione. I mass media – tutti: da quelli unidirezionali e gerarchici come la tv e i giornali a quelli (apparentemente) rizomatici e orizzontali come la rete – sono in grado di normalizzare qualsiasi abnormità, inquadrando il contenuto ribelle e ob-sceno nell’adeguato format, tra uno spot pubblicitario e l’altro, o aggiogandolo alle imponderabili logiche degli algoritmi dei social network.