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diretto da Romano Luperini

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Il presente e noi

Contiene saggi e interventi su temi e questioni di attualità.

Letteratura: sfida al caos (fuori e dentro di noi)

 

00000000000000000000000000000000000000001AteneLiceo Provincia di Vicenza, 2 marzo 2020. Sono le 9.28: è quasi tutto pronto per l’avvio della lezione. Una rapida occhiata agli appunti sulla scrivania, un altrettanto rapido controllo dello stato di connessione. Sì, siamo pronti. Considerato che ogni aspetto tecnico risulta a posto, condivido in piattaforma la password per accedere alla diretta streaming. I miei allievi mi seguiranno così. Sono una seconda liceo scientifico, nativi digitali, simili a tanti altri studenti d’Italia: in tempi normali molti di loro non attendono forse altro che la campanella della ricreazione per poter finalmente rispondere al moroso, alla morosa o… a genitori troppo apprensivi che li tempestano di messaggi ad ogni ora. Per poter, insomma, posare gli occhi su quello schermo che, come una calamita, cattura i loro sguardi, catalizza i loro sogni, le loro vite. Ma oggi non è una giornata normale. Oggi anche la lezione di Italiano si terrà attraverso uno schermo. Oggi e per un’altra settimana ancora.
Pronto a fare l’appello, osservo i miei studenti connettersi, scruto a lato dello schermo le finestre che in una frazione di secondo mi catapultano nelle loro case: chi è in camera, chi in soggiorno, chi in cucina. Fa davvero uno strano effetto vedersi così anziché nei pochi metri quadrati della nostra aula. È piuttosto stretta per una classe di ventiquattro adolescenti, la luce non sempre entra nelle giuste proporzioni, spesso anzi abbaglia chi sta in ultima fila, l’aria poi, specie dopo un compito, vi ristagna irrespirabile quanto i miasmi di un viottolo medievale. Oggi però ci sembra di rimpiangerla. Per fortuna è solo un istante, per quanto intenso: poi la sorpresa della novità prende il sopravvento. Mentre gli ultimi si aggiungono (anche qui c’è chi è perennemente in ritardo) incontro gli sguardi dei miei studenti. Chiedo come va e un coro di voci, sovrapposte ma non indistinte, irrompe dalle casse del portatile. Poi, silenzio. Ora sono loro, i miei studenti, ad aspettare una mia parola: solo allora avrà inizio la lezione. Sono imbarazzato, lo confesso: mi sembra di essere tornato al mio primo giorno in cattedra. Chiamo le persone per nome, le saluto. Un paio di studenti mancano all’appello; mi avevano del resto avvisato di avere problemi di connessione. Una piccola ingiustizia della rete che doveva essere per tutti giusta.
Infine si comincia. Do gli avvisi tecnici: chiedo che spengano i microfoni e che pongano le eventuali domande con la chat a destra sullo schermo. Un ultimo brivido prima di partire davvero. Sono i miei studenti quelli che ho davanti, non amici dall’altra parte del mondo che chiamo per sentire come stanno. Io un insegnante che tenta di spiegare Manzoni. Oggi, così.
Per la seconda settimana noi del Veneto siamo costretti a casa dal Covid19, un esserino che fa paura solo a guardarlo e che ha gettato il nostro paese in un’emergenza – non mi sembra esagerato definirla così – senza precedenti. E tuttavia, mentre la vita quotidiana sembra irrimediabilmente sconvolta qui, oggi, ora, attraverso lo schermo 35x20 del mio portatile, cercheremo di celebrare il rito quotidiano: torneremo a parlare di letteratura.

Risvegliarsi in zona gialla

 

135123154-9f969187-9f74-4a01-8264-aea3f0416362.png Dio ha creato l’uomo perché gli piacciono le storie

(Elie Wiesel)

I compiti di mio figlio sulla sua scrivania, i quaderni dei miei studenti sulla mia, i panni da stirare sulla mensola. “Facciamo tutto quando torniamo”, ho detto uscendo di casa venerdì mattina: tre giorni in montagna, sulla neve, febbraio è agli sgoccioli e io ho un assoluto bisogno di riposo. Ho portato con me solo libri e un quadernino: la scuola, per una volta è rimasta a casa.

Lunedì 25 febbraio ho varcato di nuovo la porta di casa a Como, in Lombardia: i compiti stanno sempre lì, i quaderni pure, i panni manco a dirlo. Ma nel frattempo tutto il mio mondo è cambiato: sono uscita da casa venerdì e dopo soli tre giorni mi ritrovo in una zona gialla.  Niente scuola, teatro, cinema, palestra, messa, oratorio; i corsi che avevo già in programma, sospesi. Evitare la socialità, evitare i luoghi affollati, evitare contatti non necessari. Il che significa, senza essere drastici, vivere diversamente e rendersi conto di quanto, davvero, la vita possa cambiare in un attimo.

“Io dirò di che genere essa sia stata, e mostrerò quei sintomi che uno può considerare e tener presente per riconoscere la malattia stessa, caso mai scoppiasse una seconda volta. Giacché io stesso ne fui affetto e vidi altri malati” Tucidide Storie II, 48,3

Come se non mi bastassero la televisione h 24, i social che amplificano e danno lo stesso spazio a chiunque, le discussioni tra amici al telefono e via chat (sempre meno faccia a faccia), ho in testa le mie letture sulle epidemie, da sempre un’insana passione: Tucidide, Boccaccio, Manzoni, ma anche la Storia notturna di Ginzburg, l’Anna di Ammaniti,l’Amore ai tempi del Colera di Marquez. E ora, per la prima volta in modo così forte, mi trovo in preda alla paura, una paura profonda, lontana e atavica. Una paura con cui i nostri antenati convivevano, se, nella parte precedente alla citazione che ho riportato, Tucidide afferma che quello era stato un anno fortunato, più sano rispetto agli altri per quanto riguardava le malattie.

Anche per questo, paradossalmente, mi sono sentita più umana. Fragile come siamo noi uomini e donne, in realtà (non che ciò sia consolante, comunque.

Per una critica (non costruttiva) della valutazione reloaded

raccolta di emoticon di facebook con volti diversi 23 2147820016 Ripubblichiamo una nuova versione arricchita e aggiornata dell’articolo di Valeria Pinto, già uscito sul nostro blog il 31 maggio 2014. L’occasione è la pubblicazione della petizione Disintossichiamoci. Sapere per il futuro di cui Pinto è ispiratrice. Su questa petizione il nostro blog è già intervenuto il 19 febbraio con un pezzo di Massimiliano Tortora. In corsivo si trovano le parti aggiornate dall’autrice.

Ha ragione Guy Neave (l’autore che molti anni fa ha coniato l’espressione “evaluative state”): uno spirito ecumenico ha affratellato tutti “in una nuova teologia governamentale”, un vero e proprio culto (Neave, 1988). Quando si parla di “rituali di verifica”, alla fine, non è per modo di dire; se si dice “rito”, non lo si dice a caso (Pinto, 2019). D’altronde è evidente che nella valutazione – nella tecno-valutazione o neo-valutazione che ha oggi avvelenato tutto il pianeta – ci dev’essere qualcosa che soddisfa bisogni elementari dello spirito. Chi ha provato questo appagamento ne diventa il più zelante evangelista, ripete articoli di dottrina con il rigore del credente e la devozione del fedele. La valutazione è cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza. Rende conto al contribuente, informa le famiglie, punisce gli inattivi, premia i meritevoli. L’ordine degli elementi può variare a seconda dell’occasione, come in effetti accade anche in altri procedimenti rituali, ma essi sono invariabilmente quelli e non c’è argomento o evidenza avversa (una bibliografia scientifica in effetti ormai smisurata) che possano romperne l’intima certezza.

Così, anche quando si propone al dibattito pubblico una presa di posizione intorno all’idea di conoscenza del nostro tempo, la quale ovviamente tocca anche l’aspetto della valutazione come architrave della nuova politica della conoscenza ma non si esaurisce affatto in un documento sulla valutazione, basta aver toccato l’idolo perché i Teo-Val – come li definisce un mio amico – si sentano chiamati a intonare i loro scongiuri. “Cosa proponete allora?” chiedono reiteratamente. “Se non questa valutazione, quale valutazione?”. Nessuna domanda sulle finalità della valutazione, com’è ovvio. Queste per i Teo-Val non sono in questione, non è neppure pensabile che lo siano (da molti, in effetti, non sono neppure pensate tout-court). Ma soltanto: “Se non è questa…?”

La necessità di dire l'ovvio. Disintossichiamo la ricerca

 

breaking bad ev Accade sempre più spesso di sentirsi cretini. Non perché si sostengono tesi strampalate e paradossali, ma perché si affermano cose ovvie. E questo accade, con sempre maggiore e preoccupante frequenza, quando si entra nel campo dei diritti civili, sociali, culturali. Banalmente, scomodando termini altisonanti, quando si discute di democrazia, che non si saprà bene cos’è, ma ci si accorge facilmente, se si aprono gli occhi, quando questa viene a mancare o è minacciata.

Sono uno dei 200 firmatari della petizione Disintossichiamoci. Sapere per il futuro (https://www.roars.it/online/disintossichiamoci-un-appello-per-ripensare-le-politiche-della-conoscenza) e a rileggerla dopo qualche giorno dalla sottoscrizione ritrovo i due punti che mi avevano colpito alla prima lettura. In primo luogo, a fronte di toni pacati e sereni, ma fermi, sembra emergere un registro acceso e quasi severo; e in secondo luogo la petizione sostiene l’ovvio: il fine della ricerca scientifica è l’accrescimento di conoscenze, da divulgare, diffondere e trasmettere secondo i consueti canali (didattica e pubblicistica). Ebbene il punto è proprio questo. Il sistema universitario è talmente intossicato, nel linguaggio e nei comportamenti – nel suo ethos –, che quando si ricorda qual è il suo compito principale, si rischia di apparire aggressivi. Ma è anche questo una conseguenza di un morbo che ha attecchito l’intero sistema, avvelenando – come sempre accade in questi casi – anche il linguaggio (oggi modellato su un vocabolario aziendalistico e finanziario) e conducendo dunque al ribaltamento dei  significati.

Ebbene, sic stantibus rebus, e alla luce del fatto che la semantica è anche violenza, e mai neutra opinione, ripetiamo – e puntiamo a ristabilire dunque – alcuni basilari principi. La ricerca deve essere ovviamente libera (arrossisco nello scrivere un’affermazione così scontata), perché solo così può condurre a risultati originali e innovativi. La valutazione premiale, che non si limita a monitorare ma stabilisce graduatorie e sulla base di queste elargisce finanziamenti, contrasta con la libertà di ricerca e quindi con la ricerca tout court. I suoi parametri infatti, come tutti i parametri, non possono avere valore assoluto e dunque valenza universalistica. In qualunque campo dell’agire umano, i parametri colgono solo alcuni aspetti – nel migliore dei casi, quando non sono fallati all’origine – e ne sacrificano altri; e oltretutto sono condannati a invecchiare nel tempo. Nel momento in cui si distribuiscono fondi sulla base delle classifiche stabilite sui suddetti parametri, si impone a chi fa ricerca di adattarsi e di limitarsi a quanto i vertici stanno chiedendo (e l’effetto, già nefasto di suo, diventa catastrofico quando riguarda i precari, che maggiormente devono sottostare al sistema, pena l’esclusione definitiva). Si smette dunque di studiare per conoscere l’ignoto e si lavora per soddisfare una richiesta. E tanto più la ricerca si attiene ai limiti e ai confini di quanto prestabilito tanto più sarà premiata. È il rovesciamento di qualsiasi presupposto: la ricerca che guardava al futuro, oggi rivolge il suo sguardo all’immediato passato, ossia quello dei criteri di valutazione emanati. In pratica, anziché la ricerca del nuovo, si ha la conferma del noto.

Le sardine: due lettere da Messina e Grosseto

6000-sardine-696x696.jpg Dopo i nostri due interventi sull’iniziativa delle sardine (uno di Alberto Bertino, l’altro del nostro direttore Romano Luperini nella forma dello scambio di lettere con la nostra collaboratrice Luisa Mirone), sono arrivate in redazione altre due lettere, di Beppe Corlito e di Fabio Rossi. Le pubblichiamo volentieri.

***

Caro Romano,

sono pienamente d’accordo con la tua lettera sull’Arcipelago delle Sardine a testimonianza delle nostre esperienze comuni e della formazione politica e culturale condivisa. Allora perché ti scrivo una lettera “pubblica”?  Mi pare un rafforzativo del dibattito, utile nel blog. Tra l’altro anche i quattro promotori delle Sardine hanno scelto lo stesso strumento per fare il punto del movimento su “La Repubblica” di venerdì 20 dicembre. Non credo sia un caso perché una lettera pubblica contiene insieme due versanti, quello privato, a cui siamo stati costretti per troppo tempo, e quello pubblico, a cui volentieri ritorniamo. Ti scrivo sul blog perché fin dall’inaspettato successo della piazza di Bologna ho simpatizzato per le Sardine, che hanno aperto una speranza nel buio dei tempi in cui siamo costretti a vivere.

Innanzitutto l’allegria: è la stessa reazione che ho avuto nella piazza di Grosseto del 15 dicembre, mi sentivo euforico: tremila persone in piazza non si vedevano qui da moltissimo tempo, se si esclude il primo sciopero mondiale per il clima dello scorso anno. Avrei voluto abbracciare tutti. In effetti ho abbracciato molte/i compagne/i, giovani e meno giovani che non vedevo da tempo. Nel precedente “ritorno a casa” hanno giocato sicuramente le divisioni tra le sinistre, che poi si sono ribaltate anche nel rilevante astensionismo degli elettori di sinistra.

La metafora ironica della sardina con il riverberarsi dei significati in un continuum inventivo (i piccoli pesci, la loro capacità di fare banco, l’agilità nel nuotare in mare aperto ecc.) ha attivato un prolifico immaginario collettivo, che è una delle cause dell’onda coinvolgente una città dietro l’altra di questo movimento di massa. Perché come tu dici siamo di fronte ad un movimento con “caratteristiche di assoluta spontaneità”. Occorre dire con chiarezza che si tratta di un movimento di massa con dinamiche tipiche, ma altre del tutto nuove. Come tutti i movimenti dilaga inaspettatamente seguendo un tam tam, un’accelerazione improvvisa e inaspettata della circolazione delle idee e delle forme di aggregazione. Una novità assoluta è quella che i quattro di Bologna hanno definito come lo stabilire un legame stretto tra il virtuale e il reale, che è all’altezza dei tempi e che ha tagliato l’erba sotto i piedi al feroce staff della comunicazione dell’ex ministro di polizia, per molti mesi pagato dai contribuenti, che ne ha fatto la fortuna (oggi in declino per merito proprio delle Sardine). Il punto è che comunicare sui social non basta, essi devono servire a far sperimentare ancora la vicinanza dei corpi, il potere dirompente dell’essere massa, dello stare insieme. È quanto sperimentammo la prima volta nella discesa in piazza del “popolo di Seattle” il 30.11.1999 all’esordio del movimento di massa no-global, convocato via Internet.

Come tutti i movimenti di massa è come tu scrivi “pre-politico” nel senso che non nasce come Minerva armata di tutto punto dalla testa di Giove, non può avere un discorso politico organico. Nessun movimento esprime una coscienza compiuta, ma in particolare negli ultimi 70 anni (fu così anche per noi nel 68) costituisce la base per una nuova fase politica che le istituzioni non sono in grado di “comprendere” in senso letterale e a cui i partiti esistenti non sono in grado di dare uno sbocco positivo. Così questo movimento come tutti gli altri che lo hanno preceduto deve industriarsi a costruire una rappresentanza e una direzione politica, che non sono già date. Però la semplice filosofia delle Sardine, apertamente dichiarata, democratica, antifascista e antirazzista, che si contrappone in modo salutare alla linea autoritaria dell’ex-ministro di polizia, costituisce il possibile terreno di coltura dove può nascere una nuova Politica. È un discorso simile alla “riforma della Politica”, invocata dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, con cui le Sardine condividono i valori di base. Senza alcuna pretesa di “metterci il cappello”, i vecchi partigiani e la loro Associazione sono stati convocati dalle Sardine in molte in piazza come per il passaggio del testimone dentro un patto tra le generazioni. La canzone è la stessa: la partigiana “Bella ciao”, che ormai viene assunta in più lingue da tutti coloro che a vario modo “resistono” nell’intero pianeta, dai combattenti curdi ai ragazzi di Fridays for Future, alle Sardine. Credo sia indicativo di un destino del “caso italiano”, quello di incubare il rischio autoritario più severo e quindi la necessità di resistere ad ogni costo.

Non mi ha meravigliato il rifiuto di ogni bandiera, anche la gloriosa e da noi tanto amata bandiera rossa. Anzi credo che la ripulsa di ogni bandiera in particolare quelle della sinistra “inutile”, che parassita posizioni del passato, sia una delle ragioni del successo delle Sardine, ne segnala plasticamente a livello di massa la necessità dell’unità e non delle divisioni. Secondo me le bandiere rosse dovrebbero tornare a rappresentare il valore iniziale, fondativo, quello delle giornate parigine del giugno 1848, quando il movimento operaio riconosce per la prima volta se stesso e le strappa alla polizia, che segnalava con essa i quartieri in lotta. La bandiera rossa, dunque, come segnale della lotta dei lavoratori contro il potere del capitale, solo così potrebbe riacquistare un senso.

Ora la svolta impressa dal movimento di massa delle Sardine alla situazione politica nazionale che sembrava irrimediabilmente chiusa, riapre i giochi in primo luogo con la speranza concreta di non dover consegnare alla destra autoritaria l’Emilia Romagna. Nella lettera aperta dei quattro fondatori dell’Arcipelago delle Sardine uscita su “La Repubblica” vengono lanciati i coordinamenti per discutere sui programmi futuri, che per fortuna non dovrebbero servire solo a delineare meglio gli obbiettivi del movimento, ma soprattutto a scendere nuovamente in piazza. L’auspicio è non dividersi sugli obbiettivi, ma avviare un circuito virtuoso che agli obbiettivi corretti dà le gambe dell’azione di massa.

Sarebbe bene che tutte le Sardine uscissero dai loro anfratti e tornassero a nuotare in mare aperto.

Beppe Corlito

Natale 2019

***

Messina, 18/12/2019

Cara Luisa,

qui a Messina tra tre giorni avremo la nostra “sardinata”, cui parteciperò.
Spererei davvero che si possano raggiungere i numeri catanesi. Certo, un po' di timore d'esser quattro gatti ce l'ho, perché Messina è Messina, si sa, e per smuoverla ci vuole parecchio. Però in effetti, come giustamente osservate tu e Luperini, stavolta anche a me sembra di intravedere qualcosa di diverso, proprio perché pare essersi risvegliata (o almeno essere sul punto di farlo), in molti di noi, la voglia di stare insieme per dire no all'inciviltà, per provare a parlare una lingua nuova, meno aggressiva, meno vuota, meno falsa.

Certo, a qualcuno (a esser sinceri anche a me) piacerebbe che tutto questo si traducesse presto in una chiara azione politica, però mi rendo conto di quanto sia prematuro, a pensarci meglio. Bisogna prima tornare al grado zero della comunicazione civile e poi, pian piano, mattoncino dopo mattoncino, provare a ricostruire tutto quello che negli ultimi venticinque anni è stato demolito. Ho cinquantadue anni e, se provo a tornare indietro con la memoria, mi pare che l'ultima volta che ricordi una simile voglia di cambiamento risalga ai tempi della caduta del Muro e ai vari movimenti (anche studenteschi) che ne derivarono (“La pantera”, ricordi?). Stiamo dunque parlando degli anni 1989-1991. Di lì a poco ci sarebbe stata la famigerata discesa in campo e poi una progressiva discesa verso il disinteresse nei confronti, non soltanto della politica, bensì dei valori di civiltà, anche verbale. Poi, sempre ricordando a braccio e senza tante riflessioni, il pessimismo post 11 settembre 2001 pare aver fatto il resto: da quel punto in poi, neppure la fiducia nei confronti del "nuovo" uomo forte e ricco è stata in grado di motivarci.

Da quel momento in poi il precipizio, anche linguistico (scusa la deformazione professionale, ma mi pare che mai come in questo caso la lingua sia rivelatrice di svolte sociali, e non c'è bisogno di Gramsci per capirlo), è stato rapidissimo. Chi più insultava, chi più mostrava i muscoli, più era gradito, che fosse Sgarbi, Bossi, Grillo o Salvini poco importava. È come se non ci fossimo resi conto che, a forza di demolire tutto quel che c'era stato prima, stavamo demolendo anche i più elementari valori dell'educazione, della convivenza civile, della democrazia.

Ora, non so se sia troppo tardi per provare a recuperare quei valori e a risalire. Spererei di no: in fondo son passati soltanto, appunto, meno di trent'anni dall'inizio della catabasi (certo, mi si dirà: ma i germi c'erano ben da prima, almeno dal riflusso anni Ottanta). Non so se sia tardi o no, però il fatto che un gruppo di persone più giovani di me senta l'esigenza di provare a cambiare e riesca a trainare anche me, anche noi, mi pare un segnale molto confortante. I più giovani, quelli come i nostri figli, è vero, si accendono solo per il clima e per l'ambiente: è una protesta, pur importantissima, meno strutturata sui rischi della democrazia, è vero, però mi pare anche quello un segnale di cambiamento positivo. Speriamo che, tra non molto, si passi dal generale esser contro al proporre concrete soluzioni a favore. Nel frattempo, non posso che augurarmi la folla più vasta possibile per la sardinata del 21 pomeriggio innanzi al municipio di Messina.
Un saluto affettuoso

Fabio Rossi

PS (29/12/2019): Son passati 11 giorni da quell’ultima mia lettera, cara Luisa, e la sardinata messinese del 21 dicembre c’è stata, ci sono andato, ed è stato molto bello cantare Bella ciao insieme a un numero di persone, sicuramente non oceanico, ma enorme, per Messina, ben oltre le mie più rosee aspettative: abbiamo riempito la piazza del Municipio, non certo piccolissima. Insomma, anche noi messinesi (ché, pur romano, ormai mi sento quasi in toto messinese anch’io) ci siamo fatti onore. Ma la tendenza anagrafica è quasi la medesima che avevi notato tu: noi vecchietti, altri più vecchi di noi, un po’ di ragazzi liceali, miei allievi universitari pochissimi. Insomma: mancano le persone dai 18 al 30, più o meno, porca miseria! Manca, cioè, una fetta importantissima della società. Speriamo sia un caso, speriamo che altrove siano più numerosi, questi giovani adulti, speriamo che si risveglino anche a Messina!

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Lettere dal mar delle sardine

thumbnail_IMG_20191207_181919.jpg Caro Romano,

ti mando qualche fotografia delle sardine catanesi; ci siamo anche Alberto ed io, poco stupiti di esserci incontrati, in mezzo a quella folla, molto stupiti che quella folla ci fosse. Viviamo in una città ingegnosa e maltrattata, bella e umiliata, e forse ci eravamo disabituati a vederla sorridente e guascona, attraversata dalla speranza come da una corrente d’energia antica. Viviamo in una città chiassosa e forse per questo ci eravamo fatti sordi, scossi appena, una volta all’anno, – e non tutti, non sempre, non sempre tutti con sincerità – soltanto dalle grida dei devoti della veneratissima e trasversale patrona, sant’Aituzza bedda e miraculusa. E invece ci siamo trovati immersi, sardine fra le sardine, in un banco inatteso, certamente non folto quanto il corteo dei devoti che accompagna la santa, ma quasi quanto quello trasversale per età e classe sociale. Questo mi ha impressionato. Catania, nonostante la sua storia principesca, mercantile e plebea, da tempo non riesce più compiutamente ad essere né signora né mercantessa né lazzaro felice, ma solo una caricatura triste. L’altra sera, invece, era un disegno pulito e si riconoscevano le fattezze di ognuno e le età e gli abiti; e nitide erano le scritte, anche quelle di ispirazione ittica, accattivanti sui cartelli degli adulti («Non ci farete a beccafico», «Sgombriamo il capitone»…), deliziose su quelli dei bambini («Sugnu beddu masculinu» – u masculinu in siciliano è l’alice). Nessuna ingiuria, niente calca, qualche slogan mite; che però chiaramente diceva quel che la gente radunata NON voleva (legarsi, resuscitare il nazifascismo, sentire anche soltanto l’eco delle leggi razziali…), affidando alla buona coscienza di ognuno di desumere cosa – nel suo complesso – quella folla volesse. E questo è probabilmente il primo passo indispensabile e necessario verso il recupero della coscienza collettiva, ma non il salto di qualità di cui la politica italiana (solo italiana?) avrebbe bisogno. E un’altra cosa m’è parso scarseggiasse in quella piazza: masculini diciottenni. I più giovani attorno a me avranno avuto tra venticinque e trent’anni. Mia figlia – che di anni ne ha quasi diciassette – è arrivata più tardi col suo ragazzo e si è unita a un gruppo sparuto di studenti del suo liceo, che pure è stato storico baluardo ideologico della città; molti, molti di più sono stati al primo Friday for future: evidentemente è quella la sfida che i giovanissimi sentono di dover lanciare. Qualcuno dovrà spiegargli che, se ci legheranno, ad inquinarsi non sarà soltanto il mare dove, inaspettatamente, oggi nuotano le sardine. Proverò a spiegarlo ai miei figli; agli studenti pare non si possa…

Aspetto di sapere che ne pensi. Ciao.

Luisa

Sebben che siam sardine…

 

image.jpg Ultimo banco

Si può fare finta di niente, si può persino negare. Eppur si muove qualcosa. Certo, assistere alla «rivoluzione ittica» può sconcertare chi - fino a qualche tempo fa - ha ostinatamente creduto alla rivoluzione del proletariato. Svanito lo spettro che si aggirava per l’Europa, assistiamo al movimento che riempie le piazze d’Italia di sardine. Specchio della degradazione dei tempi o frantumi delle brame di cambiamento, sta di fatto che una gran quantità di esemplari umani si stringono uno accanto all’altro prendendo tutti insieme una direzione. Guardati da lontano possono apparire come blocco compatto, suscitando diffidenze e speranze opposte, io ho fatto l’esperienza di guardarli da vicino, un sabato sera a Catania. Essere in mezzo a tante sardine, mi ha fatto provare che cosa significa fare parte del banco. Esperienza che ho riconosciuto diversa ed eppure simile ad altre antiche che ho vissuto da ragazzo. Sono andato per vedere e sono rimasto impigliato nella rete.

Sotto l’elefante

La cosa che mi ha colpito andando verso la piazza della pescheria (quale altro luogo più adatto e paradossale per un ritrovo di sardine?) e poi arrivandoci è stato vedere riunirsi e compattarsi a poco a poco persone della più varia età: tanti ragazzi, certo, ma tanti cinquantenni e sessantenni che si mescolavano senza alcun imbarazzo con chi era più giovane e più anziano. Non c’era tra quelle persone il sottile sguardo di domanda che sottintende «Ma tu che ci fai qui?» e che stabilisce una gerarchia tra i puri e gli avventizi, tra i rivoluzionari di professione e gli altri. È arrivata anche una distinta signora che ostentava la sua sardina di cartone con figlia al seguito munita di cartoncino colorato, e un signore in bicicletta, e un gruppo di ragazzi che si guardavano attorno per raccogliersi poi in un insieme vociante, e una coppia di coniugi composti e silenziosi, che hanno preso la loro signorile posizione, accanto a giovani saltellanti. E tutti si muovevano senza urtarsi, compatibilmente con la calca che andava aumentando, in realtà contenti del numero che a vista d’occhio cresceva di momento in momento. Finché la piazza è risultata insufficiente ad accogliere quelli che ancora arrivavano e le sardine sono state invitate a spostarsi nell’adiacente piazza Duomo. Lì la folla si è distesa ordinatamente, rumorosamente prendendo respiro. È stato sorprendente vedere e sentire tanta gente contenta di stare insieme a tanti altri. Di sera, sotto la fontana dell’elefante (il simbolo di Catania) si è raccolta la gente che si riconosceva senza alcuna esitazione antifascista, antirazzista, antileghista. Come se fosse la cosa più naturale del mondo. Come se non fosse Catania. Come se quello che è cominciato a Bologna ed ha attraversato trenta città rendesse giustizia di una cosa evidente, a lungo taciuta. L’elefante guardava la folla festosa non per una partita di calcio o una promozione in serie A, non per devozione alla patrona, ma per i valori della Costituzione democratica, per la tolleranza, per la pace, l’accoglienza, per il linguaggio civile, per la politica che fa le cose e unisce, che risolve i problemi invece che eternarli.

Tutte cose che l’elefante, a sua memoria, non ha mai visto.

La classe degli altri

 immagine_fregona.jpg La classe degli altri di Michela Fregona, liberamente ispirato alla sua lunga esperienza di insegnante, è un romanzo che accompagna «ai confini estremi del mondo scolastico» in un anno di scuola, serale e carceraria e con una estate in mezzo, da marzo a dicembre e due sessioni di esame.  Racconta di uomini e donne che approdano con i loro carichi di pena e di desiderio nelle classi del Centro Territoriale Permanente (CTP). Racconta di approdi, abbandoni e ritorni. Storie di studenti che arrivano per caso, per necessità, talvolta obbligati e di insegnanti motivati e tenaci, ma anche di insegnanti «faina» perennemente assenti, di presidi e direttori di carcere, di accademici che dissertano senza conoscere la realtà di una scuola dove si entra quando il buio è già sceso e la stanchezza è quella di una giornata di lavoro.

Siamo nella provincia bellunese delle fabbriche di occhiali, delle valli da cui in tanti, in passato, sono emigrati, dei passi di montagna e dei boschi da attraversare per arrivare a paesi di quattro case, dove la corriera e i pullman non salgono: i luoghi del Vajont, di un territorio ricco che non sempre sa farsi comunità. È in uno di questi paesi che vive Niko, 14 anni, una brutta sospensione a scuola, l’abbandono scolastico, sono questi i boschi che attraversa ogni sera con la sua «biciclettina» per arrivare tignoso e puntuale al CTP; la madre ce lo ha portato perché «la terza media, almeno a quella ci deve arrivare».

C’è anche Aisha al CTP, anche lei inadeguata, «un italiano inammissibile» ha sentenziato Adamaria Cammarata, sua insegnante di Italiano nella «scuola del mattino», per la quale anche il corso di sostegno al CTP è uno sbaglio: per lei Aisha deve andare a lavorare. C’è Gherghina che è riuscita a fare arrivare la figlia Irina dalla Moldavia dove l’aveva lasciata bambina, per venire in Italia a lavorare e ora studiano insieme, alla scuola serale. Determinata Gherghina, come Diana anche lei moldava, ma con un marito bellunese. E ancora tante storie, voci, lingue che si mescolano le une alle altre, all’italiano e al bellunese perché l’urgenza è comunicare, nella classe del CTP e fuori: l’urgenza è imparare la lingua italiana, per potersi finalmente comprare un gelato o per entrare in fabbrica, anche quando sei una programmatrice informatica come Miscèl, ma la tua laurea non vale nulla in questo nuovo posto in cui ti trovi. L’urgenza è cercare un riscatto possibile, sapere di potercela fare, essere capace di essere altro e andare avanti.

Roberto Calasso, Libro di tutti i libri. Appunti di lettura

 

07092ff2a8bd2283a586c49d66d646a2_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy.jpg 0. A lettura conclusa mi verrebbe da riassumere in pochi accenni l’intento del libro di Calasso: l’autore con questo libro ha voluto ri-scrivere meglio la Bibbia.

1. Proviamo a definire il testo. È un saggio? No, non c’è una riflessione, un ragionamento o un’ipotesi sulla Bibbia, le note sono quasi esclusivamente legate a citazioni di testi, non abbiamo idea di quali altri libri abbia utilizzato Calasso per costruire il suo testo; c’è una digressione, il cap. VIII Lo spettro non redento, su Freud (in particolare su Mosè e il monoteismo), ma nulla che non vada oltre un riassunto dei temi del saggio freudiano. Non è una riscrittura, perché diversamente da quanto ad esempio fa Coccioli con il suo Davide (Sironi) non c’è una focalizzazione su di un punto specifico del testo[1]. Ne Il libro di tutti i libri dire Calasso ripete quello che già nei libri della Scrittura sta scritto.[2]

2. Non riesco a trovare una ragione di senso e di fondamento per questo libro. Coleridge diceva che ogni opera contiene al suo interno i motivi per cui si presenta in un dato modo. Quindi mi chiedo i motivi di questo lavoro: cosa voleva significare? Cosa voleva raccontare? Io penso che il problema di Calasso sia proprio che ignori il modo per cui la Scrittura è così come è. La domanda che la scrittura pone quasi dal principio è uno degli interrogativi principi della letteratura ovvero “Chi?”.[3]

3. La storia della Bibbia è un tentativo di risposta a questa domanda: non è un caso, infatti, che i libri biblici siano pieni di riconoscimenti, ma anche di fughe e di travestimenti (l’epitome potrebbe essere la storia di Giuseppe). Calasso, nel raccontare ad esempio la storia di Saul e di Davide, parla dell’elezione a Re, che avviene in segreto, ma non si sofferma mai sulle motivazioni o narrative o teologiche della scelta. Semplicemente riscrive quello che è già scritto. Domandarsi Chi? Significa chiedersi da dove, chiedersi come è costruito il testo, quali sono i modi, grazie ai quali gli autori diversi delle diverse redazioni dei libri della Bibbia hanno prodotto una così sorprendente unitarietà.

4. Calasso, quindi, non si pone le domande centrali della critica letteraria: Chi è il narratore del testo? Chi è l’autore del testo? Chi sono i personaggi?

“In principio Dio creò il cielo e la terra.” (Gn 1,1) Chi scrive queste parole? Che tipo di narratore produce questo racconto? Ovviamente mi si dirà è un narratore onnisciente, ed è vero, ma a voler essere precisi il narratore è così onnisciente da esserlo più del suo creatore. Infatti sempre lo stesso – poche righe dopo – scrive: “Dio vide che la luce era  cosa buona” (Gn 1,4). Nel versetto a colpirci è appunto “vide che era cosa buona” ovvero il narratore è interno alla mente di Dio stesso; cioè abbiamo un narratore che non solo racconta un fatto a cui non ha assistito, perché non era ancora stato creato, ma entra nei pensieri di Jahwè e ne legge i pensieri, e sceglie quali dire a quali no. Ne Il Libro di tutti i libri di questa vertigine non c’è traccia, ho l’impressione di essere davanti a una sorta di operazione non dissimile da quella che fece Baricco con l’Iliade e con la decisione di eliminare gli dei. La sensazione che qualcosa manchi e che sia proprio Jahwè.

Le nuove sfide della cultura: numeri, pubblici e audience development

 

00051A5C-venezia-affollata-di-turisti.jpg In Italia, le istituzioni culturali sono affette da una grave malattia, sempre più dilagante: la “tirannia dei numeri”. Solitamente, i primi sintomi che si manifestano sono delle frasi di circostanza quali “i beni culturali sono il petrolio dell’Italia” oppure “l’Italia è un paese che potrebbe vivere di solo turismo”; a seguire, compaiono i temibili numeri, di cui i più autorevoli sotto forma di classifica pubblicata annualmente dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali circa il numero di visitatori e di introiti registrati presso i musei, i monumenti e i siti archeologici statali.

Così, “infettate” dai numeri, lo scopo di queste istituzioni diventa quello di registrare quanti più ingressi possibili, per avere in palio un posto nell’albo d’oro dei musei più visitati dell’anno, una menzione speciale su tutti i quotidiani nazionali nonché l’accesso a cospicui finanziamenti pubblici.

Ironia a parte, la situazione nel nostro Paese è veramente ossimorica; se da una parte ci si vanta spesso di possedere un invidiabile e ricco patrimonio storico-artistico, una storia millenaria e una fucina in continua crescita di offerte creative e originali, dall’altra manca un’adeguata visione strategica e a lungo termine di gestione e progettazione dello sviluppo del settore culturale, in quanto ci si limita a guardare solamente l’aspetto più effimero (ovvero i numeri) e quello più utile (gli introiti).

E il problema è tutto racchiuso qui: questi numeri dovrebbero essere il mezzo e non il fine delle nostre politiche culturali; e, come sottolineato dalla letteratura di settore, essi ci forniscono solamente dati quantitativi circa il numero di ingressi registrati presso una singola istituzione culturale, ma non ci danno alcun tipo di informazione utile circa i visitatori che usufruiscono dei servizi culturali, né di tipo anagrafico – età, nazionalità, livello di istruzione – né di stampo squisitamente qualitativo (che interessi hanno, come mai sono venuti in visita, che aspettative avevano e se sono state soddisfatte, cosa vorrebbero venisse offerto loro in più, e così via discorrendo).

Occorrerebbe, dunque, che le istituzioni culturali avviassero una vera e propria rivoluzione, consistente nello spostare l’attenzione dalle proprie collezioni e dai propri contenuti, adeguando l’offerta – spesso antiquata rispetto ai ritmi della società moderna – a una domanda sempre più eterogenea e multiforme, e mettendo così al centro delle proprie politiche i pubblici, analizzandoli, interrogandoli e venendo incontro alle loro esigenze.

Questa “rivoluzione copernicana dei pubblici”, come è stata definita dalla ricercatrice Alessandra Gariboldi, prende il nome di audience development.