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diretto da Romano Luperini

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Il presente e noi

Contiene saggi e interventi su temi e questioni di attualità.

Duemilaventi Novecento

Duemilaventi Novecento Un altro mondo

Nel Duemilaventi è finito il Novecento. C’ho pensato ieri sera sul divano, guardavo Novecento di Bernardo Bertolucci con mio figlio che ha diciassette anni. All’inizio della quarantena mi ha chiesto una lista di film: li ha visti uno al giorno. Ieri sera, quando Attila uccide il bambino, si gira e mi dice: «vabbè, ma neanche fossero il diavolo e la strega cattiva. Ma possibile così cattivi? Ma possibile così cretini?» Io l’ho ammesso: «sì, hai ragione, è un po’ esagerato. Ma è un film di un altro mondo». «Quale mondo? Dimmi quando è finito quell’altro mondo» mi ha chiesto. «Basta» ho risposto, «che poi mica lo finiamo più».

Un altro dire

Il film è continuato, ma io non l’ho più guardato. «Quale mondo? Dimmi quando è finito quell’altro mondo». A sinistra, sulla libreria ho visto Hobsbawm, troppo facile, mille volte ho detto «secolo breve» a scuola. Sulla destra mio figlio ha continuato a cercare una posizione sul divano, il film l’annoiava. Ho pensato: conta di più lui, mio figlio. Lui più di Hobsbawm, più dei libri, ha per me più risposte. Eh sì che in questi tre mesi è fiorito, porta domande, cerca i film, i romanzi no («sono troppo poco, vanno lenti, vanno letti»), legge il giornale sul pc. Ecco, il giornale, ora mi ricordo. Ho iniziato con il pensare che in questi tre mesi è morto e risorto il giornale. Perché tutti siamo tornati a leggere il giornale, a interrogare il giornale, ad aspettare il giornale, ma su uno schermo. I giornali oramai morti da almeno dieci anni, nel Duemilaventi hanno iniziato a rincassare con gli abbonamenti online. Nel Duemilaventi sono morti i giornali, quelli che hanno fatto il Novecento. Sono morti di carta, perché sono rinati di rete. Risorti con la pelle dei social, delle parole della gente. Il Duemilaventi è stato un altro dire.

Un altro stare

Continuo a sentire vicino mio figlio, mi deve risposte con le sue domande. Si gira, non capisce i personaggi, «chi sono i fascisti, chi sono i comunisti». Come la destra storica e la sinistra storica, come l’Impero e la Repubblica, come i buoni, come i cattivi: e chi li conosce. Il partito, ecco, la politica. A ottobre mio figlio avrà diciotto anni, prima o poi voterà, non sa la destra e la sinistra, la tessera, la sede. Eppure mio figlio discute, chiede, mi incalza: «apri il link su WhatsApp, me l’hanno girato, dimmi che ne pensi» m’avrà detto mille volte in questi giorni. Ha continuato a stare con gli altri, anche da casa, sul suo schermo c’erano gli altri, per lui anche così esistono gli altri. Per me no, è mancata la gente. Riguardo sulla destra e vedo Hobsbawm: sono mancate le masse. Divento e penso retorico. Ecco, le masse. Continuo col dirmi che nel Duemilaventi per la prima volta non ci sono state le masse. Quelle del Novecento, dei treni, nei maggi radiosi, per andare al fronte, per tornare in paese, le lotte nei campi, poi tutti inquadrati, da piazza Venezia, all’8 settembre, il 25 di aprile, il 18 di aprile, da Taranto a Torino, nel ’68 e nel ’77, addosso alla Renault 4 rossa, con i quarantamila, dalla guerra del Golfo, da Capaci, strascicati fino all’11 settembre, fino ai primi di febbraio Duemilaventi, per strada. Il corpo della gente c’è sempre stato nel Novecento, poi da marzo Duemilaventi, per la prima volta, non c’è più stato. Nel Duemilaventi si è interrotto lo stare.

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In morte di un amico, Pierino Manni

 

Piero Manni 2 Questo articolo è uscito in altra versione, leggermente più breve, in “Poliscritture”,il 23.5.20

Ho conosciuto Pierino nel 1980, quando ho vinto la cattedra di ordinario all’università e mi sono trovato sbalestrato in quella di Lecce. 17 ore di treno e altrettante al ritorno tutte le settimane, salvo accorgermi poi che ero uno dei pochi ordinari a insegnare e i  più se ne stavano tranquillamente a casa facendo lavorare gli assistenti al loro posto. Cercai di reagire al menefreghismo dominante organizzando un libero seminario di letteratura contemporanea a cui potevano partecipare tutti gli interessati, anche se non erano studenti universitari. Così conobbi Annagrazia Doria e poi il marito, Pierino. Entrambi insegnanti, avevano deciso di svolgere la loro funzione all’interno del carcere minorile di Lecce, in modo da unire impegno civile e culturale (costante intreccio del loro modo di intendere la vita). Diventammo amici. Cenavo spesso da loro che mi allettavano comprando i dolci più squisiti della città che poi io e il loro figlio, allora all’incirca dodicenne, divoravamo con grande diletto. Poi cominciai ad andare a dormire a casa loro,  usufruendo della loro generosità e ospitalità.

Pierino allora era in quella parte dello PSIUP che si riconosceva nel Manifesto. Ricordo di avere incontrato Pintor a casa sua. Più avanti, con altre liste sempre di estrema sinistra, Pierino entrò a far parte del consiglio regionale della Puglia. Ma più che altro era un punto di riferimento per tutti i compagni, al di là di ogni schieramento politico. Il suo carattere allegro e misurato, pieno di vita e di iniziative ma anche tranquillo e pacato nel ragionamento lo rendevano una figura di saggio arguto e avveduto, su cui  si poteva sempre fare affidamento. Era anche notevolissimo scrittore, inventivo, originale, vagamente gaddiano nel linguaggio sempre sorprendente, sia che scrivesse una guida semiseria della Puglia sia che si impegnasse in racconti spesso ispirati alla storia o alla vita quotidiana pugliese.

Il secondo anno venni richiamato da Siena, ma preferii continuare anche a Lecce il corso che vi avevo già cominciato. Il lunedi e il martedì insegnavo a Siena, il mercoledì e il giovedì a Lecce, il venerdì mi fermavo a Roma nella direzione di DP di cui facevo parte. Fu allora che Pierino mi parlò della sua intenzione di fondare un periodico di cultura, l’ Immaginazione e poi, qualche mese dopo, addirittura una casa editrice, che provvisoriamente pensava di installare nel garage e nello studio di casa. Mi chiese di collaborare al primo e di dirigere una collana per la seconda. Facemmo vari progetti, organizzammo convegni (cui parteciparono, ricordo, Leonetti, Ferretti, Giuliani, Pagliarani), uno dei quali, anni dopo, ebbe particolare successo:  quello contro i poeti innamorati e l’orfismo allora trionfante; e finalmente anche la rivista cominciò a uscire, grazie pure all’aiuto e alla collaborazione che ci dette Maria Corti, che a Lecce aveva insegnato anni prima. La rivista e la casa editrice ebbero un successo insperato e vari giornali, ricordo, li presentarono come il prodotto di “due leccesi milanesi” (per capacità operative e organizzative). Nella collana che dirigevo io uscirono per esempio libri di Sanguineti, Fortini, Pagliarani, Malerba, Cacciatore, Loi, Giuliani. Rapidamente Manni editore divenne la sigla di una delle più significative case editrici indipendenti o alternative, come si chiamavano allora.

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Chiedi chi erano i Beatles: divagazione su scuola e memoria

cq5dam.web.738.462 Domenica mattina, durante un’intervista a SkyTg24, il presidente dell’Associazione nazionale presidi Antonello Giannelli ha sviluppato un ragionamento così riassumibile: nell’apprendimento la motivazione è essenziale, solo ciò che interessa lo studente è motivante, i contenuti non interessanti e non motivanti possono essere sostituiti da altri, l’obiettivo infatti è sviluppare una competenza, non l’apprendimento di quel contenuto; perciò, se l’obiettivo è, poniamo, sviluppare la comprensione del testo, un Dante da sbadiglio potrà essere sostituito da una canzone dei Beatles. Non si può dire che si tratti di un ragionamento che abbia in sé la forza dirompente della novità. Siamo allo standard riformistico medio, ripetuto anche un po’ macchinalmente e schematicamente: competenza, cultura pop, motivazione, apprendimento centrato sullo studente, tra i buoni; conoscenze, cultura letteraria, noia, apprendimento centrato sui contenuti, tra i cattivi. E allora perché mai ripetere qui questo ragionamento? Il fatto è che per me le parole di Giannelli sono state addirittura rievocative: mai sottovalutare la Potenza Proustiana della Parola del Presidente di ANP.

Monumenta aere perennia?

Il 6 maggio 2012 sulla Domenica del Sole24ore lessi un articolo di Carlo Ossola (ora leggibile qui), ordinario di letteratura prima a Torino poi al Collège de France. Lo ricordo molto bene, compreso il giorno in cui fu pubblicato, perché intorno a quell’articolo scrissi un appunto personale datato. Ossola affermava, con la sicurezza antimaterialistica garantitagli dal suo platonismo cristiano, che «la letteratura non è spiegata dalla storia, al contrario la raccoglie, la rappresenta, la restituisce all'universo». La storia umana, da sola e di per sé, è solo «un grande fiume di oblio»: «a che varrebbe conservare gli scontrini di acquisto dei tanti calzini usati, i biglietti dei tram, i ritagli della cronaca, già dimenticati la settimana dopo?». Ma la rasura dalle pagine del tempo riguarda artefatti ben più maestosi delle dimenticabili tracce della nostra cronaca quotidiana: «che rimane dei singoli segni del progresso: dove la prima ruota, il primo carattere di piombo che con l'invenzione della stampa fece avanzare conoscenza e uguaglianza, ove la prima spoletta meccanica per i moderni telai, la prima mongolfiera?». A preservare la memoria e a garantire la perpetuità del Senso, per Ossola, c’è la letteratura:

Nulla ci rimane di quei mitici oggetti: ma qui, eccola vivace e autentica, l'ode Al signor di Montgolfier, il «volator naviglio» di Vincenzo Monti. E come parlerete ai vostri figli degli idoli musicali delle vostre serate in discoteca, se in vent'anni sono spariti prima i dischi, poi le cassette, e tra poco i cd? Fortunata quella generazione che avrà letto Vittorio Sereni e – quando nulla tornerà più di quelle musiche – potrà ancora leggere Giovanna e i Beatles: «Nel mutismo domestico nella quiete / pensandosi inascoltata e sola / ridà fiato a quei redivivi. / Lungo una striscia di polvere lasciando / dietro sé schegge di suono / tra pareti stupefatte se ne vanno / in uno sfrigolio / i beneamati Scarafaggi».

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Perché leggere e ricordare Luis Sepúlveda

5174211 1342 morto luis sepulveda Ricordare Luis Sepúlveda significa tenere viva la memoria di uno scrittore che ha raggiunto il grande pubblico sapendo toccare le corde di questioni universali senza essere banale;

significa entrare dalla finestra nel mondo di quella narrativa latinoamericana che ha avuto proiezione europea, senza però dimenticare le radici;

significa ricordare che si può essere convincenti per un pubblico adulto e per un pubblico di bambini;

significa tenere presente che uno scrittore che abbia avuto delle esperienze di vita radicali, come la prigionia, la tortura, l’esilio, il confronto con culture diverse da quella di origine, può essere veramente incisivo;

significa ammettere che una letteratura senza ideali, senza l’ambizione di contribuire a realizzare una comunità in cui homo non sia più homini lupus ha una breve sopravvivenza;

significa ricordare un autore che, nonostante abbia raggiunto il grande successo, lo ha sempre considerato frutto di un duro lavoro, e pertanto non si è mai sovrastimato;

che ha coltivato generi letterari popolari senza però nutrirli di genericità, in quanto sempre vi si leggeva l’eco di esperienze vissute e assimilate, mai mero esercizio letterario;

significa ricordare una persona in cui il risentimento per le violenze che gli esseri umani, i regimi, hanno inflitto ai loro simili, non ha mai preso il sopravvento, ma si è trasformato in sfida per contribuire alla creazione di un mondo diverso.

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“Finalmente!” Dialogo postepidemico semiserio fra colleghi di dipartimento

photos auctions xlarge 54702 963x680 Poco prima dell’avvio di un Consiglio di dipartimento on line in cui è in discussione il monitoraggio della didattica a distanza, tre colleghi (A, B, C) dialogano in chat come se fossero in corridoio. A, glottopedagogista, è un entusiasta delle nuove tecnologie, B insegna letteratura e ha di recente riletto Leopardi, C docente di filosofia, ritiene che Foucault, Negri e Hardt siano i suoi maestri.

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A: Io dico finalmente, cari Colleghi!  Vi dico cioè che questa, fatta la tara delle sofferenze e delle vittime, è la nostra Grande Occasione. E anziché mugugnare dovreste darvi da fare. Anche per la prossima settimana siamo riusciti a organizzare dodici meeting “Together” sulla piattaforma Zoom. Dovreste iscrivervi, partecipare, esserci. I meeting non solo sostituiscono splendidamente la didattica tradizionale ma danno crediti, possono essere fruiti non solo dagli utenti-studenti ma anche dalla cittadinanza, sono liquidi e flessibili, arrivano ovunque. Inoltre svecchiano l’università, implementano le risorse del web anche per i nostri stantii settori scientifico-disciplinari che finalmente avranno una loro adeguata visibilità e, una volta tanto, si aggiorneranno per davvero.

B: A me sembra invece semplicemente che si stia andando tutti verso quel modello di Università telematica che fino a poco tempo fa ci sembrava tanto effimera e affaristica e che tanto prendevamo in giro…. Speriamo che tutto questo si limiti all’emergenza…

A: Parli così, Collega, solo per via  della tua scarsa competenza informatica. Ti ricordo che il nostro Ufficio Digital Learning e Multimedia dell’Area Servizi Informatici e Telematici di Ateneo, ha calendarizzato una serie di corsi di formazione on line sui principali strumenti tecnologici disponibili per l’erogazione della didattica on line: Zoom base, Zoom avanzato, Kaltura base, Kaltura avanzato, Moodle base e Moodle avanzato, Wooclap e Powtoon, entrambi  s’intende sia base che avanzati. Non occorre che disturbi nessuno: l’elenco dei corsi è consultabile al link di Ateneo e vi è un opportuno tutorial. È tutto “fai da te”. Hai provato a cliccare? Lo puoi fare finalmente anche mentre con l’altro occhio guardi Netflix…

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La scuola ai tempi del Covid-19 /8

 

Masqueofthereddeath Clarke In questi giorni così strani per il Paese e la scuola, la nostra redazione sta ricevendo alcune testimonianze da colleghi di diverse parti d’Italia su diversi temi, tutti però ugualmente sollecitati dall’epidemia in corso. Abbiamo perciò deciso di pubblicarne alcuni.

La peste rossa di Poe

 In questi giorni di auto-isolamento, di difesa estrema dal contagio, vengono scomodati vari luoghi letterari per vedere se raccapezziamo qualcosa da una crisi che scuote alle radici la cultura umana e quella occidentale in particolare. Cerchiamo nelle pagine del Decamerone di Boccaccio, de La peste di Camus o in Cecità di Saramago, di cui ha parlato da queste pagine Romano Luperini, una risposta alla domanda inquietante di questa infinitesimale catena di proteine e acidi nucleici auto-replicante, che mette un freno all’arrogante occupazione umana del pianeta. Poco citato è il breve racconto, particolarmente orrifico, di Edgar Allan Poe, La maschera della morte rossa, di cui vorrei parlare qui.

Poe è un notissimo autore americano, maestro del genere horror, affascinato dalle situazioni estreme e dalle atmosfere gotiche. Egli ha prodotto nel 1842 questo piccolo gioiello classico, replicato in una serie di film in varie epoche.

In un paese imprecisato infuria una epidemia terribile, il cui contagio sembra incontrollabile. Il morbo viene definito "la morte rossa", in evidente assonanza con la "morte nera", con cui veniva indicata la peste bubbonica per il colore nero-violaceo delle sue lesioni. "Il suo emblema era il sangue — il rossore e l’orridezza del sangue. Cominciava coi dolori acuti, una vertigine improvvisa e poi una stillazione abbondante attraverso ai pori, la dissoluzione dell’organismo. Delle macchie rosse sul corpo e specialmente sul viso della vittima"[1]. La macchia rossa sul volto è particolarmente orripilante (l'ho potuto sperimentare personalmente in una persona, che usava questo “trucco” delle palpebre con il mercurocromo per spaventare gli altri). Il principe Prospero (si noti il nome opposto al terrore di quanto accade nel suo paese) decide di barricarsi in una delle sue "abbazie fortificate" (non un castello come si trova nelle versioni popolari), circondandosi di una corte di mille amici e belle dame. C’è un evidente richiamo religioso volto ad aumentare l'atmosfera di mistero. Prospero pensa di lasciare la morte rossa fuori delle "porte di ferro", saldando i catenacci. È un “claustrum”, un luogo separato,  come quello della villa sui colli fiorentini del Decamerone, o il manicomio di Cecità, cioè una difesa impossibile dal nemico, dal contagio, dalla follia, dall’irrazionale, l’altra faccia, il peggio per la civiltà occidentale.

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Natura e civiltà: Leopardi e il corona virus

Ischia 02 iStock 000062194080 Pubblichiamo un intervento del nostro direttore Romano Luperini, con l’augurio di una Pasqua serena nonostante la reciproca lontananza di questi giorni

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L’errore di Marx, secondo Sebastiano Timpanaro, consisterebbe nel considerare solo due livelli: la struttura economica e sociale e la sovrastruttura ideologica (culturale, politica ecc.). Fra loro ci sarebbe un rapporto dialettico continuo ma in ultima istanza il primo condizionerebbe sempre il secondo. Per Timpanaro, marxista ma anche rivendicatore dell’importanza del pensiero filosofico di Leopardi, i livelli sarebbero tre: bisognerebbe aggiungere il condizionamento esercitato dalla natura, che influirebbe sia sulla struttura economica e sociale (per esempio, attraverso il clima), sia sulla produzione ideologica e artistica (per esempio, attraverso le sensazioni materiali e corporali prodotte dalle emozioni, dalle malattie, dalla paura della morte, dalla spinta all’eros ecc.). Vedo già alzarsi i sopraccigli arcigni dei pensatori postmoderni e ipermoderni, negatori della dialettica e sostenitori del pensiero rizomatico, di fronte a questa immagine di livelli diversi, di un condizionamento materiale e naturale, e già sento risuonare nell’aria l’accusa di veteropositivismo, veteromarxismo eccetera.

E allora, in questo tempo di Covid 19, torniamo a La ginestra di Leopardi. Come tutti sanno, si tratta di un testo che rivendica il valore del “pensiero” (testuale) come fondatore della civiltà. Va da sé che per lui il pensiero non è affatto l’anima dei cristiani o lo spirito degli idealisti, ma il prodotto materiale di un organo materiale, il cervello (e su questo punto alcuni filosofi contemporanei potrebbero addirittura esser d’accordo). E per questo Leopardi si schiera decisamente dalla parte di quello razionalistico, rinascimentale e illuministico, contro quello spiritualistico, romantico e cattolico.

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La scuola ai tempi del Covid-19 /7

 

love bin A distanza: valutare se, valutare cosa&come, valutare perché

Ammettiamolo, siamo tutti in crisi.

È in crisi chi, come se nulla fosse cambiato, si domanda come poter garantire la “validità” di interrogazioni e verifiche svolte attraverso lo schermo (“e se copiano?”, “e se in casa qualcuno suggerisce?”, “ah, io voglio che inquadrino la scrivania, per controllare che non abbiano libri e appunti!”); ma è in crisi soprattutto chi si domanda quale sia il senso della valutazione, di qualunque tipo di valutazione, nelle attuali condizioni (didattiche, certamente, ma soprattutto sociali, sanitarie, psicologiche, economiche di molte famiglie).

In mezzo al fiorire dei dubbi è stata emanata la Nota ministeriale del 17 marzo, che da più parti è stata letta come una spinta alla valutazione, definita come un «dovere» e una «competenza propria del profilo professionale» per il docente e «un diritto» per lo studente.

Partiamo da un semplice e banale punto fermo, che qualunque studente di giurisprudenza alle prese con l’esame di diritto amministrativo potrebbe confermare: poiché le attività didattiche (tutte le attività) in presenza sono sospese e l’attività didattica a distanza (DaD) nella scuola primaria e secondaria non è normata (e una Nota ministeriale è un atto di indirizzo, non legislativo), non lo è neppure la valutazione delle attività, ergo, nessuna valutazione assegnata in questo periodo è legittima (e considerarla tale esporrebbe a inevitabili, e vittoriosi, ricorsi).

Non lo è perché, innanzitutto, non esiste alcun obbligo di legge, per gli studenti, che vincoli alla frequenza delle attività di DaD – di conseguenza, è illogico che possa avere un qualunque peso la valutazione di un’attività non obbligatoria (non è un caso, infatti, che la valutazione dell’insegnamento opzionale di Religione cattolica non concorra alla media finale dello studente).

Non lo è perché non esiste, neppure per il docente, alcun obbligo a fornire la DaD, dal momento che essa non rientra tra le attività previste dalla funzione docente (non è un caso che, su questo tema, si siano pronunciate, con modi e toni diversi, anche le organizzazioni sindacali). Ce lo mostra, con grande evidenza, il fatto che nessuno di noi stia firmando, in queste settimane, il registro di classe. E, se non firmiamo il registro di classe, non stiamo operando nelle vesti di pubblico ufficiale: quindi, dal punto di vista meramente formale, qualunque cosa possiamo dire o fare, e qualunque cosa possano dire o fare gli studenti (non consegnare gli elaborati richiesti, non essere presenti alle lezioni in streaming – o presentarsi in canottiera e boxer, come qualcuno ha fatto), non stiamo facendo scuola, ma stiamo amabilmente chiacchierando al bar o al parco. Tutte le altre questioni su cui noi docenti ci stiamo accapigliando in questi giorni, anche nelle riunioni convocate in streaming (“Ma voti in rosso o in blu?” “Ma fa media o non fa media?”), sono, di conseguenza, inutili elucubrazioni.

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La scuola ai tempi del Covid-19 /6

haltandcatch  In questi giorni così strani per il Paese e la scuola, la nostra redazione sta ricevendo alcune testimonianze da colleghi di diverse parti d’Italia su diversi temi, tutti però ugualmente sollecitati dall’epidemia in corso. Abbiamo perciò deciso di pubblicarne alcuni. Se altri contributi dovessero arrivare dai nostri lettori e lettrici, continueremo la serie.

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A quale distanza?

Note sulla didattica on line ai tempi del Covid19

BYOD (Bring Your Own Device): con questo acrostico si intende la possibilità di portare i propri dispositivi personali nel posto di lavoro, e dunque anche a scuola.

Dal 24 febbraio le scuole dell’Emilia Romagna stanno facendo lezione a distanza: non abbiamo portato il nostro dispositivo a scuola, bensì la scuola nel nostro dispositivo.

Dopo un mese di lavoro di questo genere, non so ancora se collocarmi tra i novatori che acclamano la didattica on line come allineamento alle presunte eccellenze nordeuropee, tra i reazionari che vedono il demonio da sconfiggere nella tecnologia, che uccide lo spirito dionisiaco della didattica, tra gli indecisi, che la subiscono come male necessario e dunque la praticano senza convinzione.

Preferisco partire da un racconto di ordinaria vita d’aula, seppur virtuale, perché in realtà anche dentro lo specchio dello schermo, si avvera un piccolo prodigio: si riproducono le dinamiche dell’aula vera, in cui c’è chi si nasconde, chi arriva in ritardo, chi copia la versione, chi si impegna in ogni circostanza, chi tace e prende appunti.

Dopo una lezione, qualche settimana fa, un mio alunno mi scrive che le ore forzate al computer non sono per lui sostenibili per la mancanza di connessione wi-fi ed i costi, mentre si dibatteva con i colleghi di aumentare le ore di lezione. Nessuno pensa mai che non tutti possano, che non tutti abbiano le stesse opportunità finanziarie, che magari in famiglia ci siano più fratelli e un computer, forse senza telecamera. Tutti ormai hanno un cellulare, è vero, ma i contratti dei dati sono contingentati dalla possibilità economica della famiglia. La scuola italiana, in cui io credo strenuamente, è libera e gratuita, l’articolo 34  della nostra Costituzione recita:

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Più pudore e meno intempestività, per favore. Lettera al Sole24ore

 

mirror-1.jpg Martedì 17 marzo Il Sole24ore ha pubblicato un articolo dal titolo “Scuola a distanza, un’occasione unica per una didattica inclusiva per tutti”. Il nostro redattore Daniele Lo Vetere ha inviato alla redazione del giornale questa lettera, che ad oggi risulta non pubblicata.

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Alla redazione de Il Sole 24 ore,

con richiesta di pubblicazione

Vorrei fare poche e sintetiche osservazioni intorno all’articolo a firma di Maria Vittoria Alfieri, pubblicato sul vostro sito il 17 marzo, dal titolo “Scuola a distanza, un’occasione unica per una didattica inclusiva per tutti”.

L’articolo è particolarmente – mi si perdoni l’aggettivo forte – odioso, per una semplice ragione. Il Paese sta vivendo un’emergenza straordinaria. La quarantena è una misura che non si era mai dovuta adottare in decenni di storia repubblicana. Alcuni nostri concittadini e concittadine, specie anziani, stanno morendo. E chi muore in quarantena muore solo. Solo. Vi prego di soffermarvi per pochi istanti su questa immagine. C’è bisogno di spiegare perché metafore che in altro contesto sarebbero trite – la “viralità del cambiamento” – risultino ora di pessimo gusto? Cito: “Il coronavirus sembra essere contagioso non solo per la nostra salute, ma anche per le nostre abitudini digitali […] più che di un virus si tratta di un attivatore di consapevolezza”.

In secondo luogo approfittare di questa situazione per fare un po’ di retorica avveniristica sulle nuove tecnologie è, per essere gentili, improvvido, ma, a dirla tutta, risulta piuttosto offensivo.

In terzo luogo l’articolo è pervaso da una ben nota polarizzazione in cui digitale e innovativo equivale a “di qualità” (o a “illuminato”): e tutto il resto è “tradizionale” (le virgolette caritatevoli sono di Maria Vittoria Alfieri). Le affermazioni della professoressa richiederebbero argomenti e riflessioni di ben altra profondità e complessità. L’articolo è pieno di apodissi, definizioni generiche e prive di senso concreto (“Una formazione ‘attuale’”), nonché di un linguaggio parapubblicitario che è abbastanza avvilente per qualsiasi persona che si occupi di cultura (“maker delle idee”).

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