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diretto da Romano Luperini

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Il presente e noi

Contiene saggi e interventi su temi e questioni di attualità.

Il terremoto e il nichilismo

terremoto 1987 49 gibellina a Dell’uomo ignara e dell’etadi/ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno / dopo gli avi i nepoti,/ sta natura ognor verde, anzi procede/ per sì lungo cammino,/ che sembra star.

E’ della natura e dei suoi tempi che ragiona Leopardi in questi versi della “Ginestra” ed è precisamente la diversità tra questi tempi, o meglio ere geologiche, e i tempi della storia umana che è alla base del senso di angoscia che prende nel guardare le foto d’interi paesi e comunità annientati del terremoto dell’Italia centrale. 

Ecco che si delinea, se la letteratura non è mera attività della domenica ma possiede un valore conoscitivo, come la catastrofe può essere capita a partire da una riflessione, da una presa di coscienza sul limite dell’umano, ossia su una “fragilità”, filosofica e quindi ontologica,  della civiltà umana, su una “fragilità” costitutiva della civiltà rispetto ai tempi lunghi e inconsapevoli dell’uomo dei cicli geologici naturali. 

Ora tale senso del limite è anche la base di una necessaria critica “politica” del presente. La catastrofe del terremoto dovrebbe, infatti, indurci a mettere in discussione tutto un pensiero scientista, liberista, post-moderno che ha accantonato, in nome dell’onnipotenza della tecnologia e del predominio dell’economia, questa “precarietà”, per propagandare un modello di sviluppo indefinito e infinito, incurante dell’ambiente e anzi distruttivo nei suoi confronti.  Un modello che ci lascia però in una solitudine impotente quando tutto va in briciole in pochi istanti, come succede con il terremoto.

Appunti sul referendum. Due scelte, un’occasione

Grendene 20060605 136Scrivo questi appunti da Padova, dove da qualche giorno all’interno di un’aula occupata dell’Università, in piazza Capitaniato, è nata la Casa per il No. Lo spazio è gestito da diverse realtà (Catai – Clash City Workers, BiosLab, ASU – Sindacato degli Studenti, ecc.) che hanno individuato la necessità di rompere l’aut-aut fra posizioni liberiste e posizioni populiste tendenzialmente di destra all’interno del quale ci troviamo costretti nella campagna referendaria, in una prospettiva che tuttavia non si esaurisca il 4 dicembre.

1. La discussione pubblica attorno al referendum ha assunto, all’avvicinarsi del voto, caratteri inediti di ampiezza e trasversalità; inediti, chiaramente, almeno per quel che riguarda gli ultimi anni. Dalle strade delle città italiane, tappezzate di manifesti su incontri autoconvocati, alle aule scolastiche e universitarie, dal dibattito su internet e quotidiani fino – ma questo ha meno d’insolito – alle dispute televisive, in tutta Italia, fra gli italiani all’estero, nelle ambasciate e nei gabinetti riservati si discute dell’appuntamento referendario. Ha un carattere inedito non solo la dimensione della discussione, la sua pervasività, ma anche la diffusa volontà di capire, di comprendere, esattamente, di che cosa si sta parlando.

Trump e la crisi dell'Occidente

art trump piu americano.jpg 132714667 La vittoria di Trump non può stupire. E’ l’ultimo anello di una catena di avvenimenti che, a partire dagli anni novanta, stanno cambiando il volto del nostro pianeta. Le due guerre del Golfo, la politica di Bush, l’attentato alle Torri gemelle, la crisi economica dell’Europa e degli Stati Uniti, la ripresa del fondamentalismo islamico, il parallelo ritorno di movimenti identitari (nazionalistici e xenofobi) anche in Occidente, il fallimento del progetto di unità europea, l’affermazione dei partiti cosiddetti “populisti”, la vittoria di Trump sono tutti fenomeni convergenti che rimandano sostanzialmente a poche ragioni fondamentali.

Il terremoto e la punizione dei peccatori

Contu 20161103 0011Un monaco teologo ha dichiarato a Radio Maria che il terremoto è la punizione dei peccatori, specificando anche il tipo di peccato commesso: la legge per le unioni civili e il matrimonio fra gay. Il Vaticano ha reagito sostenendo che un simile argomento era offensivo per le vittime del terremoto e richiamando all’ordine il monaco. I mass-media hanno riportato l’episodio ostentando uno scandalizzato laicismo e un giornalista del telegiornale ha ironizzato: se Dio ha punito i peccatori, perché il terremoto ha distrutto anche le chiese?

Ceserani e la scuola

1411464219333wonder Il 31 ottobre è morto Remo Ceserani, comparatista, autore di molti libri di teoria e critica letteraria (l'ultimo è La letteratura nell'età globale, Il Mulino, 2012), ma, per la scuola italiana, soprattutto autore di un manuale che ha fatto storia, Il materiale e l'immaginario (con Lidia De Federicis). 

La letteratura e noi lo ricorda pubblicando questo intervento di Romano Luperini, già uscito su «Between», n. 6 (2013)

Quando cominciò a uscire, alla fine degli anni settanta, Il materiale e l’immaginario (a cura di Ceserani e De Federicis, Loescher, Torino 1979-1988), ne parlai subito alla radio (tenevo una rubrica culturale su RAI 3). Non fui l’unico. Ne discussero poi, negli anni successivi, diversi altri studiosi: ricordo, fra gli altri, Giovannetti su Tirature, Fortini sul Corriere della sera, Zinato su Allegoria. Il dibattito culturale, insomma, non si era ancora del tutto estinto. E, d’altra parte, ciò che colpiva, nella operazione di Ceserani e De Federicis, era appunto la dimensione culturale alta, insolita nei manuali di letteratura. I due autori avevano non solo un disegno didattico, ma un progetto culturale nuovo e ambizioso. I manuali non erano ancora diventati un mero prodotto della cucina redazionale degli editori, in cui lo studioso di turno appone la propria firma, come accadrà sempre più spesso negli ultimi dieci-dodici anni, ma potevano essere il banco di prova di un metodo e addirittura, come nel caso in questione, di una nuova ipotesi interpretativa della storia.

Rotolando sul Nobel

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Ottobre 2016, Bob Dylan vince il Nobel per la Letteratura. S’accende la discussione planetaria, s’infuoca la battaglia socialmediatica, risuona come un gong colossale la domanda delle domande: è letteratura o non è letteratura? Come mi capita da oramai molti anni, io che un tempo confezionavo sentenze in quattro e quattr’otto (ma col pudore di farle scontare giusto a quattro amici quattro, oltre mia moglie) mi taccio e annaspo per giorni tra i verdetti che mi inondano appena accendo la tv, sfoglio il giornale, vago in rete. Alcuni mi sembrano subito illuminanti, la maggior parte scontati, alla fine mi stufo e decido di staccare: mi autoassolvo ammettendo che in fondo sono contento che Dylan abbia vinto il Nobel, senza di lui non ci sarebbero stati De Gregori-Guccini-De André e io con quelli ci sono cresciuto.

La mia giornata: il 22 Marzo 2016 a Bruxelles

len 20160818 0560 Il 22 marzo scorso alle ore 8 di mattina Bruxelles è stata colpita da attentati poi rivendicati dall’ISIS: due all’aeroporto di Zaventem e uno alla stazione della metropolitana di Maalbeck, nel cuore delle istituzioni europee. Ecco come ho vissuto quella giornata io che vivo in Belgio, per caso e per lavoro, dal 2010.

Dopo le perquisizioni a Forest e l’arresto di Salah (alias Pierre Loti, mi viene un brivido) avevo pensato di ricontattare il Bla Bla Car, già sperimentato durante il lock-down di novembre. Abito a Bruxelles e lavoro a Liegi, quindi per andare al lavoro prendo il treno la mattina e la sera, due/tre volte la settimana. Ma poi mi sono detta che mi sta piacendo la passeggiata fino a gare centrale e che in treno riesco a lavorare. Quindi alle sette e mezza sono uscita di casa, ho preso il tram per due fermate e poi a piedi. Alla stazione i soliti militari bardati e armati che sorridono e chiacchierano fra loro. In treno, appunto, ho lavorato. Sto organizzando un convegno e preparo la domanda per i finanziamenti, perciò, temario, programma, lista invitati etc etc ; e una monografia, rileggo la quarta di copertina ; uno sguardo al test di lingua per gli studenti del primo anno e uno ai quaderni di appunti delle lezioni. Alla fermata dell’autobus di Liegi ho incontrato un collega filosofo, già incrociato non molto tempo fa. In autobus facciamo conoscenza, luoghi di residenza, compariamo le distanze dal lavoro, la vita da pendolari, gli ambiti di ricerca, le possibili collaborazioni e cosi’ parlando fittamente non prendo una telefonata da Roma, mia cugina che si sposa, vorrà parlarmi delle date, dell’alloggio, del vestito, penso, la chiamo dopo. Anche il collega prende un caffé al bar davanti all’Università e allora continuiamo a parlare, potrebbe forse partecipare al convegno che organizzo, risquilla il telefono da Roma, un fisso, deve essere mia cugina dal lavoro. Che strano, perché insiste a quest’ora ? la chiamo dopo, penso. Cerchiamo di ricordarci i nomi di alcuni filosofi-psichiatri che farebbero al caso del convegno…

Assalto al cielo di Francesco Munzi

show img Inizia con questo articolo la nuova rubrica Il cinema e noi  a cura di Giovanna Taviani. Con cadenza mensile leggeremo recensioni e riflessioni sui film contemporanei che hanno un valore per noi, nel tentativo di ricostruire la nostra identità e capire dove stiamo andando.

Cosa succede quando un regista nato dopo il ’68, e appartenente a una generazione che era ancora bambina quando venne ucciso Aldo Moro, decide di raccontare gli anni di piombo? Quella generazione è la mia, e quel regista, già autore di Saimir, di Il resto della notte e del pluripremiato Anime nere, è Francesco Munzi, che, insieme a Giuseppe Trepiccioli, curatore del montaggio, e a Icaro Lorenzoni, figlio di Franco ex Lotta Continua, per le ricerche di archivio, ha deciso di immergersi nel materiale di quegli anni, per dare voce ad altri giovani e al decennio 1967-1977.

Nasce così Assalto al cielo, un documentario di montaggio di 72 minuti, prodotto da Cinecittà Luce e presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2016, realizzato attraverso un bellissimo materiale di repertorio tratto dall’Istituto Luce Cinecittà, dalle Teche RAI, dall’Associazione Alberto Grifi, dall’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e dalla Fondazione Cineteca di Bologna.

Primi appunti sul caos: interpretare in Rete. A margine del caso di Charlie Hebdo e del terremoto italiano.

Charlie 20160722 0190 Siamo già confutati, e rifiutiamo di riconoscerci vinti. L'evidenza è ristabilita, e noi, con l'ammirevole malafede dell'innamorato o del credente che nulla scoraggia, rifiutiamo di convenirne. […] Il malinteso è quindi qualcosa di più di un grumo verbale o di una nodosità grammaticale

(V. Jankélévitch, Il non-so-che e il quasi-niente)

Facebook e la gran macchina sociale delle interpretazioni e delle argomentazioni

Sono su Facebook da qualche anno e lo uso quotidianamente. Le vignette di Charlie Hebdo sul terremoto nel Centro Italia sono arrivate anche a me, come a quasi tutti, tramite questo social network. Anche io ho sentito l'urgenza morale e intellettuale di prendere posizione su di esse, anche io ho contribuito a mettere in moto la gran macchina sociale delle interpretazioni e delle argomentazioni, fra migliaia di altri piccoli e dispersi esegeti e retori.

Oggi, interpretazioni e argomentazioni sono pane quotidiano di un vasto popolo, non più prerogativa di una piccola aristocrazia. L'atteggiamento entusiasta di chi vede in questo un avanzamento della democrazia è incauto non meno di quanto sia poco generoso quello di chi rifiuta di buttarsi nel magma e di tirarne fuori uno straccio di senso.

450 migranti, una stazione e una città

Cavadini 20071123 500 Poi un’estate capita che la tua placida e sonnacchiosa città si trovi a far fronte a un’emergenza reale, capita che situazioni di cui hai sempre sentito parlare e che ti sei trovata a commentare ora siano lì a un passo da te, capita che ti trovi a dire: “e ora? Come stanno le cose? Cosa ne penso? Cosa si può fare? Cosa si è fatto? Cosa posso far io?”

L’ultima stazione in Italia

Alla stazione di Como San Giovanni, la stazione bella della città, ci sono 450 migranti, accampati da fine giugno. Vengono dall’Africa. Da quell’Africa dove se resti muori. Prima erano 100, poi 200 ora sono 450, tra loro diversi “minori non accompagnati”. Vengono dall’Eritrea, dalla Guinea, dall’Etiopia, dal Sudan, dalla Somalia, dal Sahara Occidentale; da quell’Etiopia contro il cui governo l'atleta Feysia Lilesa, medaglia d'argento alla maratona di Rio, ha attraversato il traguardo con le braccia incrociate sulla testa. Nelle gambe queste persone hanno un viaggio lungo un anno, botte, scafisti, attese, deserto, mare, gommone, piedi che sanguinano. Vogliono solo passare il più velocemente possibile. Qui in Italia non vogliono stare, e quelli intorno all’Italia non vogliono farli passare, mancano loro i requisiti necessari: bella presenza, belle famiglie, valigie cariche di soldi. Molti comaschi hanno affidato ai social il loro pensiero: persone che ricordo recitare insieme a me “avevo fame e mi hai dato da mangiare” inneggiano a cacciarli via perché “non si può avere paura nella propria città”; volontari che se la prendono con la politica al motto del “se non c’eravamo noi” (il che è poi vero); politici locali che se la prendono con i volontari che suppliscono alla politica (!) e invocano lo Stato centrale cieco e sordo; normali cittadini, in numero pari ai forcaioli di cui sopra, che pubblicano foto, fanno appelli emotivi, vorrebbero abbracciarli, curarli, ospitarli;  difensori del decoro urbano che postano amene foto della stazione a inizio ‘900, prima che “diventasse un campeggio”.  Il problema è complesso e intricato e non c’è la soluzione magica, quella che fa contenti tutti. Per ora ci sono: 450 migranti che non vogliono fermarsi in Italia, la Svizzera che li respinge e la stazione che hanno occupato. Non è umano sgombrarli (per mandarli poi dove? Le persone non scompaiono se le sposti, spariscono semplicemente dalla vista) e non si può mandarli ai centri accoglienza perché si rifiutano di dare le generalità (si può schedare chi non ha nome?) temendo di dover restare in Italia. L’emergenza è stata gestita per tutta l’estate da volontari, coordinati dalla Caritas comasca e dalla croce rossa: spontaneamente è nata una rete che ha garantito cibo, coperte, tende, assistenza sanitaria. Ma non solo, qualcuno ha pensato ad altro. Ha donato musica e festa.