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Dopo le elezioni

follaSiamo entrati in un tempo in cui il senso della storia, dell’etica e dell’impegno civile non solo sono diventati meno frequenti ma hanno cambiato natura. Siamo dentro una fase storica in cui il senso della storia, quando ci sia, è senza storicismo, il senso dell’etica, sempre più raro, è senza morale precostituita e il senso dell’impegno civile, comunque poco presente, è senza più nazione o popolo.

Da questo punto di vista gli italiani, sempre più massa e sempre meno popolo, civili e barbari insieme, europei e per molti versi ancora selvaggi, sono alla retroguardia e all’avanguardia in Europa. All’avanguardia proprio perché di retroguardia: quanto è successo alle ultime elezioni non è che il giusto corollario di un processo avviato da decenni. Da un lato un ceto dirigente di pagliacci, di affaristi o di burocrati, che da tempo hanno perso il sentimento della nazione e anche quello del decoro e della vergogna mirando solo al loro particulare (nel caso meno ignobile, quello di gruppo o di partito ridotto ad apparato); dall’altro una massa scarsamente alfabetizzata, influenzata dal narcisismo dei demagoghi di turno. Mussolini, da noi, non è passato invano: è stato il frutto non casuale di una antropologia, di un carattere che l’antifascismo e la Resistenza hanno appena scalfito. Di qui il dialogo con le piazze che rispondono a comando (aveva cominciato d’Annunzio all’inizio del Novecento e poi attraverso Mussolini questa abitudine oratoria è arrivata a Berlusconi e a Grillo), la ostentazione della virilità (torsi nudi, olgettine e attraversate a nuoto), il monologo al posto del dialogo, la politica come spettacolo, la volgarità del linguaggio, la costante esibizione del proprio ego in rapporto con la folla, senza più mediazioni. Il trionfo italiano dei (cosiddetti) populismi massificati di destra e di sinistra pone l’Italia alla testa di un processo storico che rischia di coinvolgere tutta la vecchia Europa, il cui ceto politico, d’altronde, già oggi appare assolutamente privo di prospettive che vadano al di là degli interessi economici immediati.

Certo Grillo non è Berlusconi, e soprattutto i seguaci dell’uno presentano significative differenze rispetto ai seguaci dell’altro. Però “uno non vale uno” nemmeno per il Movimento delle Cinque stelle, dove c’è un “uno”, un “uno” solo, che decide e che può dire a ciascuno dei seguaci “fuori dalle balle” (mentre la reversibilità non è concessa). Fra le differenze, una è notevole: da un lato un partito di plastica fondato sul controllo della TV, dall’altro invece un movimento di giovani, per certi versi persino animato da una nobile utopia, che fugge la TV e idealizza misticamente internet, evoca la democrazia diretta e la revocabilità dei delegati e soprattutto propone una idea della politica non come separazione specializzata ma come attività che coincide con la vita stessa (qui la differenza fra Grillo, che fa spettacolo, e il movimento dei suoi seguaci, che tengono assemblee e fanno meet-up, mi pare notevole): tutte suggestioni che derivano da pratiche partecipative di tipo nuovo sperimentate anche nel Sessantotto. Il problema è che esse si conciliano spesso col leaderismo più sfrenato e incontrollato. Inoltre trovano ragione d’essere in una situazione di mobilitazione permanente prodotta da una crisi acuta, ma poi, in una situazione invece di normalità e di stabilità, vengono meno perché prevale invece il bisogno di mediazione e di rappresentatività, con la conseguenza che quelle spinte, rimaste frustrate, possono radicalizzarsi pericolosamente (anche in questo caso il Sessantotto indica la strada).

Nel movimento dei grillini ci sono alcune potenzialità positive, ma perché emergano e possano eventualmente affermarsi (cosa d’altronde difficilissima là dove il potere è di fatto nelle mani di uno solo) occorrerebbe un tempo che invece non c’è. Nel presente è facile immaginare che le componenti negative purtroppo prevarranno e la situazione politica precipiterà in un caos pericoloso per le sorti stesse della democrazia. Partiti sclerotizzati da un lato e un movimento ancora immaturo dall’altro non promettono niente di buono. Una classe dirigente sta dichiarando bancarotta, ma una nuova non è ancora all’orizzonte.

Ovviamente sarei contento se qualcuno intervenisse a dimostrarmi che questa analisi è troppo pessimista e che mi sto sbagliando.

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Commenti   

#6 Sono un piccolo-borgheseDaniele Lo Vetere 2013-04-04 17:47
Sono un insegnante, sono precario (32 anni), e sono piccolo-borghese. Della piccola borghesia ho l'amore per la mediocrità della vita comoda, che ho sempre potuto dare per scontata, perché non ho mai provato cosa significhi avere bisogno - e in millenni di storia dolorosa dell'umanità è una fortuna che non ho mai dovuto mostrare di meritare -.
Le rivoluzioni me le ha raccontate la tv nei documentari e sono sempre stato pavido. Intendo dire che i sommovimenti violenti proprio mi spaventano: da ragazzino ero beneducato e gli schiaffi li prendevo; ne ho dati solo una volta, e sì, fu una soddisfazione e una liberazione (chissà: forse hanno ragione i rivoluzionari...). Con ciò, ho sempre preferito il riformismo. Mi piace il riformismo coraggioso e realmente socialdemocratico: ma, insomma, sempre riformismo è, color rosa pallido.
Se risalgo alla generazione dei miei nonni, incontro contadini e operai. Mio padre ha fatto il gran salto (laureato da padre dialettofono), un abisso rispetto al mio ridicolo percorso (laureato da padre laureato: troppo facile). Comunque questo spiega perché sono piccolo-borghese e non borghese: non vorrei prendermi troppo sul serio, tutto qui, understatement sabaudo.

Insomma, Tommaso, mi spiazzi: ho letto Nietzsche ma non capisco che significa trans-umano; non ho letto Marx e forse per questo non capisco le tue tesi-antitesi-sintesi materialistiche; un faccia di Grillo che fuoriesce dal poncho di Garibaldi mi pare un monstrum (poi a me è sempre piaciuto pure Cavour, insieme a Garibaldi: l'ho detto che sono piccolo-borghese); Mazzini no, troppo puro, lui meditava dal suo alto seggio e mandava al macello i giovani patrioti, però era un rivoluzionario, questo sì, forse perché delle rivoluzioni era l'epoca, venivano proprio naturali: mica come quell'altro comico - pure lui manda avanti i giovani patrioti, all'assalto del Parlamento - poi però li telecomanda da fuori e gli fa fare le belle statuine: se rivoluzione è, si butti giù il palazzo (e il Palazzo), cribbio; se no, tanto vale fare almeno un Governo.

Magari prima o poi spiegherò in classe che la storia è lo scenario dell'eterna lotta di due grandi classi sociali: noi e quegl'altri, grillini e borghesi, antipolitici (che sono in realtà politici) e politici (che sono in realtà antipolitici).
Lo spiegherò, ma pudicamente da fuori della storia. Noi piccolo-borghesi, si sa, ci mimetizziamo per viltà e scompariamo dagli alti spalti del divenire, dove lottano in eterna tenzone il Bene e il Male.
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#5 borghesiTommaso Franci 2013-04-04 13:23
Nell’accezione del termine da me usata (accezione forse inusitatissima, ma che ho precisato), quella di “borghesia” non è una categoria o questione di censo, ma un atteggiamento, un comportamento e una cultura. (Una s-forma mentis, una logica-illogica). Ogni atteggiamento, comportamento o considerazione culturale ignorante l’inevitabile ambiente o contesto biofisico – è consumistica (consuma, non foss’altro in potenza, indiscriminatamente l’ambiente) e come tale può considerarsi borghese. (Nel pre-tecnologico, un Ovidio forse non era borghese; perché il viaggio in esilio da Roma al Mar Nero se lo è fatto a piedi, o con mezzi che comunque glielo facevano sentire eccome l’ambiente …).
Il capitalismo – effetto di tale ignoranza, e quindi effetto e non causa (come voleva il marxismo che fu, e che alcuni oggi vorrebbero addirittura far riessere) del consumismo! – non risulta più borghese del sistema scolastico e universitario italiano (ecologicamente ignorante da tutti quanti i punti di vista). Un prof. associato con casa e scarpe che gli fanno acqua da tutte le parti – non è meno borghese di Marchionne. (Ogni volta che ho usato il termine prof. mi riferivo cmq all’ambito universitario: gli altri, di cui anch’io faccio parte, essendo più simili a bidelli, baby-sitter con in aggiunta, nel pomeriggio e se va bene, di qualche componente da spiantato e non stipendiato ricercatore parauniversitario). Ciò detto, non posso aggiungere altro, perché la mia è considerata una querelle.
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#4 Borghesi?R. Luperini 2013-04-04 00:17
Spero che qualche visitatore del blog interloquisca con Tommaso. Quanto a me, non intendo prolungare questa querelle e perciò riprendo solo un punto che immagino stia a cuore a molti nostri lettori che sono insegnanti. Tommaso cita Michelstaeder, autore che sa a me caro, per ribadire la sua tesi che i professori sono borghesi (lasciando perdere, per ora, che il termine “borghese” oggi andrebbe comunque precisato e chiarito).
Bisogna fare, direbbe Marx, un autore da Tommaso più citato, temo, che conosciuto, “analisi concreta di situazioni concrete”, e non limitarsi a generalizzare e a semplificare (ho l’impressione che Tommaso qualche volta si limiti a citare senza andare troppo per il sottile, e per questo brandisca i nomi e i concetti come se fossero clave, cioè volevo dire, sono costretto a spiegare, in modo un po’ grossolano e approssimativo). All’epoca di Michelstaedter, e di Lenin, gli intellettuali e anche i professori erano certamente borghesi, tanto è vero che, diceva Lenin, avrebbero dovuto tradire la loro classe, la borghesia, se volevano aderire alla prospettiva del proletariato. Ma oggi è ancora così? I professori, e comunque la maggior parte degli insegnanti nella scuola pubblica e nella università, appartengono ancora al gruppo dominante? Già negli anni sessanta del Novecento i sociologi (sia “borghesi” che marxisti) e gli studenti rivoluzionari parlarono di proletarizzazione del ceto intellettuale. Oggi in Italia gli intellettuali sono uno strato sociale enorme, e il corpo docente è una massa di diverse centinaia di migliaia di persone, precarie, spesso disoccupate, marginalizzate, umiliate, burocratizzate, prive di potere, dotate di un salario minimo, costrette a emigrare all’estero in cerca di lavoro….Borghesi?
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#3 Discutiamo!Tommaso Franci 2013-04-01 09:32
Caro prof.,

mi scuso e mi dispiaccio qualora lo avesse preso come un attacco personale: cosa che non era o che almeno non voleva essere.
La situazione presente tuttavia - per una generazione "di troppo" come la mia -
provoca, è il minimo!, a livello di toni degli "sfoghi" del genere (e non nascondo di rimanere stupefatto che milioni di persone si fermino ai toni, o non raggiungano nemmeno questi ...).
Per quanto riguarda i contenuti, se ne ha qualche interesse, sarei ben lieto di svolgere, molto più compiutamente e anche in questa sede (perché altrove, nel link che ho succitato, ad es., l'ho già fatto) ciascuno dei punti che mi sono limitato ad asserire. A partire da una risemantizzazione del
termine (e sopratutto della pratica di) comunismo; fino a giungere al giudizio estetico su Saviano,
da considerarsi non un artista ma un giornalista (saranno 10 anni che lo sostengo; e causa ed effetto
dei mali societari risiedono anche, se non sopratutto ..., in errati giudizi estetici).
Per quanto riguarda i professori (e con l'implicito proprio di ogni
generalizzazione, che fa salve le eccezioni ...) non posso non credere
che Lei (michelstaedteriano, posso dirlo?) non sia d'accordo con me (ennesimo, del resto, a ripetere questa solfa, anche se con motivazioni e scopi diversi ... non solo esistenzialistici come in Michelstaedter …).
I professori sono borghesi se il borghese è colui che vuole mantenere
lo status quo e lo status quo è il consumistico (altra, e più grave cosa, rispetto al capitalismo ...).
Anche l'essere comunisti in senso marxista (come oggi ad es. testimonia, lasciamo
stare gli exsessantottini, un Diego Fusaro ... o un Vattimo) risulta in tal senso borghese. Perché il
marxismo è anti- o a-ecologico. E soltanto una teoria e una prassi ecologiche consentono la rivoluzione del sistema consumistico. Dove l'ingiustizia verso l'ambiente sociale (il vecchio "operaio", cosa troppo nota, o non esiste più o quando esiste è addirittura un privilegiato – invece al suo posto: Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese...) – sarà effetto e non causa dell'ingiustizia verso lo strutturale, direbbe Karl, ambiente biofisico ...
Borghese, non volendolo, certo ..., è anche difendere, come mi sembra si faccia in questo blog, i libri di carta (e con essi gli editori, e con questi il dirigismo, si sarebbe detto nel '68?, culturale) di contro agli e-book. Stesso dicasi dei giornali di contro all'informazione fatta dai cittadini per i cittadini. (Oggi, su Siena, ad es., se voglio avere qualche informazione degna del nome, cosa faccio?, leggo la Nazione, o i blogger senesi?, che operano gratis, disinteressatamente, con i quali si può, e pubblicamente, interloquire …). Di fronte alle colpe di giornalisti ed editori, quelle dei politici sono purgatoriali (e purgabili) … E quanti proff. si sono arricchiti facendo infernalmente i giornalisti e/o gli editori?
Ripeto il link non per autopromozione (anche perché non ci guadagno niente, a nessun livello) dove, a suo tempo, ho argomento quanto qui espresso:
www.tommasofranci.it/.../

Discutendo, sono convinto che riusciremmo a trovarci abbastanza d'accordo su diverse posizioni.
Una però – forse la più fondamentale? – ci dividerebbe.
Quella che Lei ha chiamato il "concetto/clava".
Se non sono clave, i concetti, a che servono? che interesse
hanno, che vita e intelligenza hanno e ci mettono addosso?
Del pari: se non sono concetti, le clave, a che servono? che interesse
hanno, che vita e intelligenza hanno e ci mettono addosso?
Distruggere non è interessante perché è stupido, ed è stupido perché impossibile: ogni distruzione (tranne la concettuale, che se è tale è argomentata, e quindi non distrugge ma alimenta concetti ...) risultando autodistruzione e l'essere non potendo non essere ... Non per motivi parmenidei ma oraziani: “Naturam expellas furca tamen usque recurret”.
Citazione
#2 come discutereR. Luperini 2013-03-31 09:48
Come fare a discutere?
Gli exsessantottini sono borghesi.
I professori sono borghesi.
Il Movimento Cinque Stelle e' antiborghese, anzi e' comunista, anzi e' più comunista di Marx.
Grillo e' non solo un comunista, ma un eroe, un novello Garibaldi.
Come discutere partendo da tali esagerazioni, generalizzazioni, semplificazioni?
I concetti non sono clave.
E' troppo chiedere minore superbia intellettuale e maggiore consapevolezza e discrezione nell'uso delle categorie logiche e culturali?

Romano Luperini
Citazione
#1 Prima delle elezioniTommaso Franci 2013-03-20 12:01
Caro prof.,

la Sua analisi non è troppo pessimista, non essendo il pessimismo (come del resto l’ottimismo: e così riduciamo i due atteggiamenti a mero wishful thinking) mai di troppo. Ma il punto è: dopo aver detto che le cose vanno male (nella versione pessimista) o, addirittura, meno male di quel che potrebbero andare (nella versione ottimista), resta il solito e solido: che fare? Che fare – a proposito del M5S? Per stabilirlo – bisogna, al solito, sapere, conoscere, studiare. Chi ha studiato il M5S? Chi lo ha sperimentato? Chi lo ha messo in relazione ai vent’anni di, come dicevate nel ’68, controcultura, promossa, a suo, perituro – a causa della diffusa erroneità di giudizio – merito, da Grillo? Perché di cultura si tratta. In particolare di cultura economica. Grillo – a differenza dei professori, per non parlare dei giornalisti, italiani di ogni ordine e grado – ha promosso per vent’anni quella cultura economica davvero anticapitalista e anticonsumistica (a differenza della marxiana e marxista: antropocentrica, come dimostra il fatto che i paesi a sedicente comunismo reale hanno inquinato quanto quelli occidentali) teorizzata dagli intellettuali più bistrattati e malintesi del ‘900: da Leopold a Gorz a Illich. Chi è contro il M5S è contro costoro. È contro Shiva, Capra, Latouche. E tutti – dai giornalisti ai professori – sono contro costoro. Perché? Perché costoro sono antiborghesi. E giornalisti e professori sono borghesi. E tutti – tranne gli ultimi – sono contro il M5S perché il M5S è antiborghese. Come è noto, in Italia e nel mondo i principali borghesi di oggi sono coloro che hanno fatto il ’68. I sedicenti comunisti del ’68 e quelli – di molto peggiori – delle decadi successive. Si prenda Vendola. C’è qualcuno meno comunista di lui? Eppure i sessantottini e derivati continuano a identificarsi con Vendola. Quando comunismo significa mettere in comune – e Vendola cosa ha mai messo in comune? Non bastandogli una poltrona, siede su ben due poltrone e di prestigio. Perché lui 2 (anzi 3: c’è anche la televisiva) poltrone ed io, ad es., zero? È comunismo questo? Se fosse comunista non andrebbe dal salotto (esiste qualcosa di più borghesemente e ipocritamente deleterio?) di Fabio Fazio a farsi applaudire da vecchi o neosessantottini (e quindi borghesi, con una posizione, con soldi, che inquinano …). Intendiamoci: è intellettualmente disonesto chiamare i sinceri promotori degli ideali del Sessantotto sessantottini, quanto grillini noi del M5S. Chi ha fatto con testa e cuore il ’68 era comunista – cioè a favore di mettere in comune tutto ciò che è possibile mettere in comune – esattamente quanto lo siamo noi. Il M5S è comunista alla lettera. Il problema – e la causa del tradimento (imborghesimento) vergognoso di coloro che hanno fatto il ’68 – risiede nell’erronea, perché limitata, concezione economica di Marx. Quel che dice dell’uomo, Marx, lo dice bene. Il problema è che si occupa solo dell’uomo! Il problema è che il marxismo, in quanto antropocentrico, finisce per risultare soltanto l’altra faccia di una stessa medaglia assieme al suo perciò nemicoamico capitalismo. Il M5S – e questo, apposta, per boicottarci e anche per ignoranza loro, non lo dicono né i mass media né i professori (intellettuali non ce ne sono più, è noto, ma solo tecnici stipendiati; anzi, peggio ancora, intellettuali sono chiamati i giornalisti! Saviano è un giornalista …) – il M5S è più comunista del ‘68. Anzi – di Marx. In comune – la cultura promossa dal M5S – sa che bisogna, e non si può non, mettere: non solo l’uomo e i suoi prodotti ma anche la natura extraumana. Il comunismo del M5S riguarda – oltre la comunità – la terra, l’acqua, l’aria. Vendola non mette in comune nemmeno una poltrona e il suo partito sventola (Vendola sventola) la parola ecologia solo per motivi di marketing. Come Ferrero si inventò la Kinder per soddisfare coloro che nel tedesco rinvenivano (ai tempi della Golf) qualità e garanzia …
Ovviamente nessuno – tranne il 2 per cento – ha votato il M5S sapendo che la rivoluzione da esso proposta riguarda una epocale (e fisicamente necessaria) riconversione economica in direzione dell’autoproduzione ecosostenibile la quale, oltretutto, consentirebbe, sola, la risoluzione di quella piaga indotta dal consumismo e costituita dalla disoccupazione; cosicché, con un’ecoeconomia, in un colpo solo si risolverebbe il problema marxiano dell’uomo e quello della natura (mentre la fabbrica e l’operaio di Marx non erano e non sono stati in grado di risolvere né il primo né il secondo problema, il quale del resto non è stato nemmeno visto …).
Queste cose le scrivevo nel 2010. E nel 2009 e molto prima. ( www.tommasofranci.it/.../ ) Nessuno mi ha mai ascoltato (Il giovane-vecchio che parla di “Bentornato Marx” fa invece soldi nell’Università di Don Verzé …). La colpa del fatto che 9 milioni di italiani abbiano votato il M5S senza sapere che cosa stavano votando si deve a giornalisti e professori (i politici sono giornalisti che professano …). Ci hanno lasciato soli – prima noi che proponevamo quell’economia sempre più necessaria (tanto per la giustizia sociale quanto per la limitatezza delle risorse) facente tutt’uno, anche etimologicamente, con l’ecologia. Poi – ci hanno lasciato soli – noi che, fra scherni vilipendi disconoscimenti boicottaggi di ogni tipo fondavamo un movimento senza un euro, senza capi, con soltanto intelligenza collettiva e sincerità. Per di più – e non ci si insisterà mai abbastanza – avanzando una rivoluzione culturale assolutamente incompresa dai borghesi (giornalisti e professori) perché borghesicida. Vendola non ci sarebbe – con il comunismo del turnover delle cariche. Tantomeno siederebbe su due poltrone. Come si può – anche moralmente! – presiedere un consiglio regionale e assentarsi continuamente da quella regione per imbellettarsi negli studi televisivi e blaterare in Parlamento con un ridicolo linguaggio veteromarxista? (Il PD, essendo di destra, e la destra essendo assurda etimologicamente, ogni società essendo per definizione socialista o non essendo, non meriterebbe neanche un commento. Non fosse per i sistemi da cosca (non uso la parola “mafia” perché in Italia si va in prigione per aver parlato e non per l’ILVA …) per es. adottati, è mezzo secolo, nel senese. Senese ecologicamente e turisticamente distrutto dal PD, e con ferocia crescente negli ultimi anni).
9 milioni di disperati ci hanno votato. Noi non li tradiamo cercando di fare (la riconversione economica dal consumismo all’ecoeconomia) quel che loro non sanno. Perché la disperazione di quei 9 milioni o attraverso questa riconversione economia si toglie o passerà dalla disperazione alla morte.
Abbiamo tutti contro – perché sono tutti borghesi. I restanti vorrebbero esserlo borghesi – e abbiamo contro anche questi. I restanti – ci votano. I restanti (a Siena una cinquantina) partecipano al Movimento. La cui Rivoluzione c’è già stata. Se Rivoluzione significa costituire un precedente o modello dal quale non si può ritornare indietro senza che nuove rivoluzioni tornino a rivendicarlo. Rispetto ad un successo del genere, che ci sia un cannibalismo generale come ai tempi della Rivoluzione francese, conta poco. (Rivoluzione, la francese, che aveva gli stessi limiti, gli antropocentrici, delle marxiste. La nostra è una Rivoluzione, anche concettualmente, molto più complessa: richiede conoscenze biochimiche …)
Rispetto a questa Rivoluzione – non mi preoccupa l’insediamento, fra poche ore, del Governo o non-Governo. Né le possibili defaillance del M5S in Parlamento (M5S che ha già dato commovente prova di sé in Sicilia – la nuova Italia o parte da lì o non parte – a Parma: e se a Mira nessuno si è lamentato, vuol dire che anche lì, la stessa prova …). Né quelle di Grillo – un uomo, non un dio, gli dei per fortuna non esistendo; un uomo che non esito a raffrontare ad un Garibaldi (anche lui quante e inevitabili contraddizioni …), un Garibaldi con una sfida ben più difficile: cambiare una cultura non, come toccò a Garibaldi, in senso umano, ma trans-umano, in un senso che consideri cioè anche la natura (quel senso, per inciso, già carissimo al Garibaldi di Caprera). Ma Grillo – per la persona del quale bastino le considerazione dell’unico difensore del M5S, Dario Fo … che in ciò ha fatto la cosa più artistica della sua vita … – non conta: sennò, facendolo contare, si ritorna al personalismo della politica antipolitica tradizionale …
Rispetto a questa Rivoluzione, quello che mi preoccupa è la marea di delegittimazione massmediatica nei confronti del M5S, la quale, con il sig. Matteo Renzi ha gattopardescamente quadrato il suo cerchio. Renzi: un finto-nuovo nel senso, che nessuno dice, dell’economia. Ossia: cambierà i nomi, Renzi, ma sempre borghesi resteranno: ossia sempre a favore di quell’economia consumistica, causa della Crisi (il consumismo stesso è la Crisi!), definitivamente innestata dai genitori putativi di Renzi: la sig.ra Thatcher, il sig. Reagan …
Renzi sarebbe la fine e probabilmente lo sarà. I 9 milioni di ultimi, non avendo votato il M5S per i motivi di rivoluzione economica, voteranno Renzi. Senza accorgersi di scavarsi la folla. Perché soltanto rivoluzionando in senso ecologico l’economia, si evita che la disperazione tracimi nella morte. Morte che sarebbe oltretutto morte per stupidità. La vita e l’intelligenza (dove l’intelligenza è qui intesa proprio nel senso di intelligenza atta a consentire la vita) richiedono quindi il pieno e finanche incondizionato sostegno al M5S. O a qualsiasi altra sua metamorfosi futura.

Tommaso Franci
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