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diretto da Romano Luperini

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La necessità di dire l'ovvio. Disintossichiamo la ricerca

 

breaking bad ev Accade sempre più spesso di sentirsi cretini. Non perché si sostengono tesi strampalate e paradossali, ma perché si affermano cose ovvie. E questo accade, con sempre maggiore e preoccupante frequenza, quando si entra nel campo dei diritti civili, sociali, culturali. Banalmente, scomodando termini altisonanti, quando si discute di democrazia, che non si saprà bene cos’è, ma ci si accorge facilmente, se si aprono gli occhi, quando questa viene a mancare o è minacciata.

Sono uno dei 200 firmatari della petizione Disintossichiamoci. Sapere per il futuro (https://www.roars.it/online/disintossichiamoci-un-appello-per-ripensare-le-politiche-della-conoscenza) e a rileggerla dopo qualche giorno dalla sottoscrizione ritrovo i due punti che mi avevano colpito alla prima lettura. In primo luogo, a fronte di toni pacati e sereni, ma fermi, sembra emergere un registro acceso e quasi severo; e in secondo luogo la petizione sostiene l’ovvio: il fine della ricerca scientifica è l’accrescimento di conoscenze, da divulgare, diffondere e trasmettere secondo i consueti canali (didattica e pubblicistica). Ebbene il punto è proprio questo. Il sistema universitario è talmente intossicato, nel linguaggio e nei comportamenti – nel suo ethos –, che quando si ricorda qual è il suo compito principale, si rischia di apparire aggressivi. Ma è anche questo una conseguenza di un morbo che ha attecchito l’intero sistema, avvelenando – come sempre accade in questi casi – anche il linguaggio (oggi modellato su un vocabolario aziendalistico e finanziario) e conducendo dunque al ribaltamento dei  significati.

Ebbene, sic stantibus rebus, e alla luce del fatto che la semantica è anche violenza, e mai neutra opinione, ripetiamo – e puntiamo a ristabilire dunque – alcuni basilari principi. La ricerca deve essere ovviamente libera (arrossisco nello scrivere un’affermazione così scontata), perché solo così può condurre a risultati originali e innovativi. La valutazione premiale, che non si limita a monitorare ma stabilisce graduatorie e sulla base di queste elargisce finanziamenti, contrasta con la libertà di ricerca e quindi con la ricerca tout court. I suoi parametri infatti, come tutti i parametri, non possono avere valore assoluto e dunque valenza universalistica. In qualunque campo dell’agire umano, i parametri colgono solo alcuni aspetti – nel migliore dei casi, quando non sono fallati all’origine – e ne sacrificano altri; e oltretutto sono condannati a invecchiare nel tempo. Nel momento in cui si distribuiscono fondi sulla base delle classifiche stabilite sui suddetti parametri, si impone a chi fa ricerca di adattarsi e di limitarsi a quanto i vertici stanno chiedendo (e l’effetto, già nefasto di suo, diventa catastrofico quando riguarda i precari, che maggiormente devono sottostare al sistema, pena l’esclusione definitiva). Si smette dunque di studiare per conoscere l’ignoto e si lavora per soddisfare una richiesta. E tanto più la ricerca si attiene ai limiti e ai confini di quanto prestabilito tanto più sarà premiata. È il rovesciamento di qualsiasi presupposto: la ricerca che guardava al futuro, oggi rivolge il suo sguardo all’immediato passato, ossia quello dei criteri di valutazione emanati. In pratica, anziché la ricerca del nuovo, si ha la conferma del noto.

 

Il meccanismo diventa inscalfibile – così pare – perché si regge sul principio della competizione, che è l’altra grande stortura dell’attuale mondo universitario. Non sono più il sapere (nella sua astrattezza, se si vuole) e la sua trasmissione (gli studenti reali) il referente su cui confrontarsi, ma gli altri competitors, che di volta in volta sono gli atenei, i dipartimenti, i colleghi. È l’introduzione di una logica di mercato – che spesso è di mercato reale, altre volte lo simula soltanto – applicata a un mondo che invece diventa realmente produttivo nel momento in cui da quella logica è affrancato e svincolato.

Allora, a rileggerla un’ennesima volta, la petizione di Disintossichiamoci non fa altro che ripetere una banalità: togliamo il cappio alla ricerca, dove il cappio è costituito da un controllo, severo e punitivo, condotto con armi economiche; ovvero, pur con tutti i monitoraggi necessari (e più che utili, perché aiutano a individuare deficienze e mancanze), rilanciamo la ricerca verso la sua dimensione naturale: quella del futuro che, negromanti a parte, nessuno davvero conosce.

E il fatto che un’ovvietà di questo tipo risulti aggressiva è l’indice maggiore dell’inquinamento culturale e ideologico che disgrega l’università; un inquinamento, però, da cui è possibile disintossicarsi.

 

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