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ROVESCIARE IL TAVOLO: Sul “trigger warning” e sull’ambiguità dei prodotti estetici

 

200610123727 01 banksy edward colston La produzione artistica, ivi compresa quella letteraria, è sempre doppia, ambigua, polivalente; è progressista e insieme reazionaria, sia che a scrivere sia il fascista Céline o il comunista Brecht.

È reazionaria perché si colloca in una tradizione del privilegio estetico, destinato a una minoranza e incomprensibile, nei suoi significati più profondi, alla maggior parte dei potenziali lettori. L’arte presuppone una educazione, che non è di tutti, anzi, per sua natura, nella sua complessità è accessibile solo a pochi. Nella musica la cosa è di una evidenza palmare: la grande musica è riservata ai teatri e ai concerti nei quali lo stesso modo di vestire tramanda la storia di una selezione sociale che dura da secoli. Alle grandi masse spetta invece il Festival di San Remo.

È reazionaria perché accetta comunque, anche quando vuole contestarlo (è il caso della avanguardia), dei valori che presuppongono una possibilità di interiorizzazione e un tipo di vita inaccessibili ai più. D’altronde, da Dante a Pirandello, se avanza proposte politiche, può accadere spesso che siano francamente reazionarie (Dante, che scrive nella società comunale, era a favore dell’impero, Pirandello si iscrisse al partito fascista all’indomani del delitto Matteotti). E d’altronde l’Occidente ha allevato Beethoven ma anche gli scienziati che hanno scoperto l’atomica e collaborato a mandare in cenere due città giapponesi. Splendore e orrore fanno parimenti parte della sua storia.

E reazionaria perché fondata sul potere separato e quasi sacerdotale (dai mandarini ai maîtres à penser novecenteschi) di maschi che per secoli hanno avuto il controllo della scrittura, spesso proibendo alle donne di accedervi (la storia di Santa Caterina è da questo punto di vista esemplare). Sarò perciò chiaro sino alla brutalità: non si tratta di mettere più donne nei manuali di storia letteraria, che di necessità corrispondono a esigenze e valori di questa società e di questo predominio, ma di spiegare perché le donne ne sono state escluse per secoli. Un grande dirigente del movimento nero negli anni sessanta dichiarò: non voglio sedere al loro tavolo (quello dei bianchi) e dividere con loro le briciole che ci lasciano, ma rovesciare quel tavolo. Ma le femministe odierne preferiscono battersi per le quote rosa. (Cosa che forse potrebbe avere una qualche utilità se non facesse perlopiù dimenticare l’obiettivo di rovesciarlo, quel tavolo).

 

Il cosiddetto progresso è esso stesso ambiguo: per un verso inventa macchine e modi di vivere che favoriscono il benessere, dall’altro realizza questo risultato attraverso lo sfruttamento e le oppressioni di grandi masse in ogni continente, per cui questo stesso benessere finisce per fare più ricchi e potenti alcuni esponenti dei ceti dominanti, e più poveri, affamati e degradati interi popoli in almeno tre continenti.

Nello stesso tempo l’arte contiene indubbiamente una esigenza progressista, usa un linguaggio, anche se arduo, condiviso o condivisibile, e in fondo aspirerebbe a essere compresa da tutti (ha, dunque, e quasi suo malgrado, una vocazione democratica: l’artista vorrebbe che la sua opera avesse una funzione per tutti), e invia un messaggio complesso e stratificato che arricchisce la coscienza degli umani. Inoltre dà voce a un messaggio che è irriducibile alla lettera e alla razionalità quotidiana, è plurisignificante e contraddittorio, anche perché esprime un “ritorno del rimosso” che emerge dall’inconscio e dal represso e di cui perciò l’autore stesso non può avere piena coscienza. Fra il Pirandello fascista che scrive a Mussolini e l’autore delle grandi novelle degli anni trenta c’è indubbiamente un legame e una qualche continuità, ma è la discontinuità a prevalere largamente. Il primo è assolutamente irriducibile al secondo. E così Mort à crédit a Bagatelles pour un massacre.

Nel campo dell’arte e della letteratura sta all’interprete far prevalere l’uno o l’altro aspetto. In ogni grande autore può trovare argomenti sia per cacciarlo dalla società (come avrebbe voluto Platone), sia per salvarne e perpetuarne il messaggio nelle antologie scolastiche o nei musei. Il bravo insegnante compie questa operazione ogni giorno. Anzi, deve compierla; ma deve anche non aver paura di mostrare gli aspetti reazionari e la complessità del messaggio artistico, quando questi emergono chiaramente dalla lettura. “Via col vento” non è certo un capolavoro della letteratura mondiale, ma se viene pubblicato con un commento in cui l’interprete d’oggi ne contestualizza l’opera (non priva di qualche elemento di sapore razzista) non ci vedo niente di male. È quello che facciamo ogni giorno a scuola.

Lo stesso credo che valga per le statue. O sono opera d’arte o sono opera di celebrazione retorica di un regime. Il movimento antirazzista ha decapitato la statua di Colombo. Ha fatto male, perché Colombo rappresenta benissimo i due aspetti (reazionario e progressista) dello sviluppo storico dell’Occidente. Nello stesso tempo non posso ignorare che ogni movimento innovatore ha per prima cosa buttato giù i monumenti della classe dominante, visti come simboli della sua storia e del suo potere. Non per nulla dopo l’8 settembre il popolo italiano cominciò a buttare giù le statue di Mussolini, e si può capire che anche gli indios, schiavizzati e massacrati per secoli dai colonizzatori europei, non vedano di buon occhio Colombo.

Magari chi è stato schiavo per secoli prima o poi arriverà a capire il significato duplice della scoperta dell’America e preferirà mantenerne il ricordo e conservarne i simboli, anche per impedire che una storia simile si ripeta. Ma intanto spargere fiumi di lacrime per una mediocre statua decapitata da una folla affamata e disperata mi sembra il privilegio di chi osserva da lontano con la pancia piena.

 

Commenti   

#4 DocenteAgostino Casu 2020-06-26 11:59
Citazione Rom. Lup.:
Montanelli è stato l’erede di Prezzolini, da cui ha desunto quel buon senso conservatore, se non reazionario, che lo ha sempre contraddistinto, quell’atteggiamento di saccente superiorità che fu proprio della società degli “apoti”, quelli, più furbi della massa ignorante, che “non se la bevono”. Mi ha sempre stupito la devozione da cui, ormai anziano, è stato circondato, tanto da divenire una specie di santino non solo della borghesia più conservatrice (come è giusto), ma del giornalismo italiano in generale, sino, per esempio, a Travaglio. La reazione contro chi ne ha imbrattato la statua per esprimere in modo plateale il proprio dissenso va inserita in questo quadro. La notizia che in Africa abbia “sposato” (come dicono pudicamente i telegiornali) una ragazzina nera adattandola ai propri servigi anche sessuali non ha affatto imbarazzato i suoi attuali cultori. Ma permettiamo almeno ai ragazzi di oggi di esprimere il proprio scandalo o comunque un disagio che dovrebbe invece toccare tutti coloro che hanno a cuore i valori della nostra civiltà. In altri termini, io metterei in discussione l’opportunità politica stessa di quella statua. Ma nel frattempo perché stracciarsi le vesti e strapparsi i capelli? Basteranno due pompe di acqua e un po’ di olio di gomito per far ritornare tutto così com’era.

Concordo, professore: l'eredità Prezzolini è un'aggravante.
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#3 DocentePaola Manfredi 2020-06-22 21:38
Certamente, caro professore.
A scuola cerchiamo di educare per quanto è possibile al rispetto per le persone secondo quei valori civili di cui lei parla e che di solito reputiamo universalmente condivisi. Peccato che le recenti discussioni sulla statua di Montanelli abbiano fatto emergere un quadro desolante. Anch'io, come lei, rimango stupefatta. Gli studenti più avveduti capiscono che i nostri intellettuali, chiamiamoli così, non intendono mettere in discussione colui che è diventato, a torto o a ragione, un mito del giornalismo italiano; di certo capiscono che non sono disposti a farlo neppure a fronte delle sue ripetute esternazioni sui rapporti sessuali con una bambina etiope di appena dodici anni (un animalino docile, sic!, tanto da concedersi con poca resistenza dopo le operazioni di rimozione della cucitura ai genitali). Tutto ciò è francamente disorientante per i giovani e scoraggiante per chi fa il mio lavoro. Il messaggio che sta passando è , a dirla tutta: a un grande giornalista, per di più raffinato cultore della nostra lingua, perdoniamo tutto, ma proprio tutto, e per ribadirlo gli dedichiamo una statua.
Non é un gran bel messaggio. Ecco perché mi conforta sapere che lei, Cataldi, Montanari e, tra le donne, Murgia, Igiaba Scego, Michela Marzano e poche altre siate voci fuori dal coro.
Perdoni lo sfogo e buona estate.
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#2 @Paola ManfrediRom. Lup. 2020-06-18 12:06
Montanelli è stato l’erede di Prezzolini, da cui ha desunto quel buon senso conservatore, se non reazionario, che lo ha sempre contraddistinto, quell’atteggiamento di saccente superiorità che fu proprio della società degli “apoti”, quelli, più furbi della massa ignorante, che “non se la bevono”. Mi ha sempre stupito la devozione da cui, ormai anziano, è stato circondato, tanto da divenire una specie di santino non solo della borghesia più conservatrice (come è giusto), ma del giornalismo italiano in generale, sino, per esempio, a Travaglio. La reazione contro chi ne ha imbrattato la statua per esprimere in modo plateale il proprio dissenso va inserita in questo quadro. La notizia che in Africa abbia “sposato” (come dicono pudicamente i telegiornali) una ragazzina nera adattandola ai propri servigi anche sessuali non ha affatto imbarazzato i suoi attuali cultori. Ma permettiamo almeno ai ragazzi di oggi di esprimere il proprio scandalo o comunque un disagio che dovrebbe invece toccare tutti coloro che hanno a cuore i valori della nostra civiltà. In altri termini, io metterei in discussione l’opportunità politica stessa di quella statua. Ma nel frattempo perché stracciarsi le vesti e strapparsi i capelli? Basteranno due pompe di acqua e un po’ di olio di gomito per far ritornare tutto così com’era.
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#1 DocentePaola Manfredi 2020-06-17 21:03
Condivido tutto, soprattutto il finale di questo discorso. Una domanda: ha qualche idea, professore, del perché quando nelle ex democrazie popolari hanno rimosso i simboli del regime comunista locale (statue comprese) nessuno da queste parti si è indignato mentre ora che è il turno di Colombo si parla di idiozia collettiva? Sbaglio o di questi tempi sta prevalendo un clima culturale che apprezza solo ciò che sa di reazionario? La difesa a oltranza della statua di Montanelli mi pare esemplare in questo senso.
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