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450 migranti, una stazione e una città

Cavadini 20071123 500 Poi un’estate capita che la tua placida e sonnacchiosa città si trovi a far fronte a un’emergenza reale, capita che situazioni di cui hai sempre sentito parlare e che ti sei trovata a commentare ora siano lì a un passo da te, capita che ti trovi a dire: “e ora? Come stanno le cose? Cosa ne penso? Cosa si può fare? Cosa si è fatto? Cosa posso far io?”

L’ultima stazione in Italia

Alla stazione di Como San Giovanni, la stazione bella della città, ci sono 450 migranti, accampati da fine giugno. Vengono dall’Africa. Da quell’Africa dove se resti muori. Prima erano 100, poi 200 ora sono 450, tra loro diversi “minori non accompagnati”. Vengono dall’Eritrea, dalla Guinea, dall’Etiopia, dal Sudan, dalla Somalia, dal Sahara Occidentale; da quell’Etiopia contro il cui governo l'atleta Feysia Lilesa, medaglia d'argento alla maratona di Rio, ha attraversato il traguardo con le braccia incrociate sulla testa. Nelle gambe queste persone hanno un viaggio lungo un anno, botte, scafisti, attese, deserto, mare, gommone, piedi che sanguinano. Vogliono solo passare il più velocemente possibile. Qui in Italia non vogliono stare, e quelli intorno all’Italia non vogliono farli passare, mancano loro i requisiti necessari: bella presenza, belle famiglie, valigie cariche di soldi. Molti comaschi hanno affidato ai social il loro pensiero: persone che ricordo recitare insieme a me “avevo fame e mi hai dato da mangiare” inneggiano a cacciarli via perché “non si può avere paura nella propria città”; volontari che se la prendono con la politica al motto del “se non c’eravamo noi” (il che è poi vero); politici locali che se la prendono con i volontari che suppliscono alla politica (!) e invocano lo Stato centrale cieco e sordo; normali cittadini, in numero pari ai forcaioli di cui sopra, che pubblicano foto, fanno appelli emotivi, vorrebbero abbracciarli, curarli, ospitarli;  difensori del decoro urbano che postano amene foto della stazione a inizio ‘900, prima che “diventasse un campeggio”.  Il problema è complesso e intricato e non c’è la soluzione magica, quella che fa contenti tutti. Per ora ci sono: 450 migranti che non vogliono fermarsi in Italia, la Svizzera che li respinge e la stazione che hanno occupato. Non è umano sgombrarli (per mandarli poi dove? Le persone non scompaiono se le sposti, spariscono semplicemente dalla vista) e non si può mandarli ai centri accoglienza perché si rifiutano di dare le generalità (si può schedare chi non ha nome?) temendo di dover restare in Italia. L’emergenza è stata gestita per tutta l’estate da volontari, coordinati dalla Caritas comasca e dalla croce rossa: spontaneamente è nata una rete che ha garantito cibo, coperte, tende, assistenza sanitaria. Ma non solo, qualcuno ha pensato ad altro. Ha donato musica e festa.

 Un concerto, solo un concerto, ma non un concerto solo

Agosto, 15. Ferragosto. Io sono in viaggio tra Grecia e Albania; Filippo Andreani suona per la seconda volta in stazione a Como, con lui ci sono tanti altri gruppi musicali comaschi. Non è un concerto, è uno “s-concerto”: niente palchi e amplificazione, solo strumenti, suoni e persone che insieme fanno festa. Filippo Andreani di mestiere fa –anche- il cantante; dischi autoprodotti, passato e presente militanza negli Atarassia grop, amicizia con Zerocalcare. Scrive benissimo: già alle medie si racconta fu l’unico a riuscire a strappare un ottimo al prete della “scuola dei preti che non è riuscita a togliergli i sogni” (citazione dalla canzone Tito).  Canta di partigiani uccisi da altri partigiani (la Gianna e il Neri), di calcio (Gigi Meroni, Stefano Borgonovo), d’amore e di sé ( E Roma e il mare): tutte le volte che ascolto 30 gennaio 2013, dedicata alla figlia, mi commuovo. A fine giugno ha invitato in stazione qualche amico per suonare e cantare perché: “volevo portare un po’ di allegria a persone che sono tristi. Volevo regalare un sorriso a persone povere. Questo non me lo ha insegnato Lenin, ma mia nonna che ha provato la miseria vera.” Filippo Andreani e i musicisti comaschi hanno suonato due volte insieme ai migranti non per cambiare il mondo ma per regalar loro un po’ di leggerezza, come spiega Filippo: «Perché non di solo pane vive l’uomo. Perché tutti hanno diritto a un’ora di gioia. Perché Ferragosto lo vogliamo festeggiare con chi non ha niente. Perché vale di più condividere e capire che parlare da lontano. Perché se aiuterò a ridere uno di loro non avrò vissuto invano». Si scatena il putiferio: ma come, hanno fame e tu suoni con loro? (pensiero benpensante di chi ha a cuore gli stomaci dei migranti). Che cosa? Un concerto non autorizzato? (puristi della legge che per anni han campato col nero). Ah il solito Comunista che cerca visibilità per finire al concertone del primo maggio (i fan del concerto che ne hanno a cuore la liturgia) E per i poveri italiani niente? (i giustizialisti del razzismo a fin di bene). Il “non concerto” è una festa, soprattutto per i bambini che saltellano di qua e di là; qualche ragazzo suona i tamburi, canta: è il clima di una bella serata estiva. Nulla più di quello che doveva essere.  La storia ci insegna che la musica c’è sempre, anche laddove pare impossibile: conosco popoli senza matematica e scrittura, ma non senza musica. Gli artisti hanno il compito di divertire, custodire la memoria di ciò che vogliamo e non vogliamo ricordare, farci riflettere, avvicinarci alla bellezza. Io credo abbiano fatto una semplice cosa bellissima.

Migranti di qualche tempo fa e un prete di frontiera

Permettetemi una digressione: un’emergenza analoga a Como c’era già stata.

Siamo un comune di frontiera, la Svizzera è più vicina di Milano.

Don Renzo Beretta era un prete di frontiera, proprio di quella stessa frontiera che oggi i migranti provano ad attraversare, Ponte Chiasso, ultimo avamposto guardando alla Svizzera, primo guardando all’Italia. Era un uomo aspro e dolce, integro e difficile: uno che a Natale, prima di farti gli auguri, dal pulpito ti ricordava le tue mancanze, quanto eri lontano dal Vangelo, quanto eri egoista. Il suo era un radicale Vangelo dell’amore, leggeva tantissimo, scriveva e non si accontentava di risposte preconfezionate: negli anni del plebiscito della DC si era messo a studiare il comunismo per capire chi fossero i “nemici” e ne era tornato con la consapevolezza che il Vangelo è di gran lunga più rivoluzionario. Si trovò a gestire le prime grandi migrazioni degli anni ‘90: Marocco, Kosovo, Bosnia, Albania, persone che scappavano da guerra, fame, miseria. Era un uomo pragmatico, così aprì uno dei primi centri di accoglienza, il paese si spaccò in due ma lo seguì: è facile accogliere dalle pagine dei giornali, più complesso se si devono restringere spazi e cambiare abitudini. Diceva sempre “Le vostre parole siano sì sì, no no: non potete essere barlafuus[1]”: il suo esempio era integrale, niente sconti, niente compromessi. La Svizzera respingeva i profughi anche allora: una donna rimandata indietro in travaglio, partorì quasi sui gradini della chiesa, nel mentre la politica stava a guardare e Don Renzo offriva la soluzione a un problema, la sua soluzione. A chi gli diceva che la situazione stava diventando sempre più complessa e pericolosa rispondeva: “Io sono un prete: se uno bussa alla mia porta apro. Se uno ha fame gli do da mangiare: cosa devo fare? chiedergli prima la carta d’Identità e poi decidere il da farsi?” E’ sempre stato un esempio scomodo, troppo alto. Ricordo che un giorno stavo facendo giocare i bambini all’oratorio, lui mi si avvicinò dicendo: “Quando ti deciderai a fare qualcosa di serio per questi ragazzi?”. Poi se ne andò, lasciandomi interdetta: ma come, ero lì da ore, dedicavo il mio tempo a quei ragazzi e non era serio? Il suo monito mi accompagna sempre: fare qualcosa di serio per i ragazzi. Cosa c’entra ora questo ricordo? Eppure mi è venuto in mente subito: cosa posso fare io, da insegnante ed educatore rispetto a ciò che succede in stazione? Cosa posso fare io, di serio, per i ragazzi che sono in stazione e per i miei ragazzi in classe? Oltre a donare cibo, vestiti e libri?

Io, i miei studenti e i 450 migranti

I 450 migranti sono ancora in stazione, io a giorni tornerò in classe. Non si tratta di fare azioni eroiche: ognuno può dare ciò che gli è possibile. Io sono un insegnante, uno che spiega, fa sorgere domande e prova a dare risposte, uno che allena al pensiero critico. Filippo Andreani sa suonare e regala musica, io farò in modo che nessuno dei miei ragazzi a scuola ignori ciò che sta succedendo: credo sia un obbligo per ciascun docente. Personalmente detesto la frase che viene attribuita a Voltaire “Non sono d’accordo con quello che dici ma darei la vita perché tu possa farlo”: certe cose non si possono dire e basta, e le parole sui social network stanno lì a dimostrarlo. Chi non sa deve tacere; chi conosce, dà visioni distorte e incita all’odio è colpevole. Chi insegna e non trova spazio per parlare ai ragazzi del mondo reale compie omissione di servizio. Quando frequentavo il liceo, conoscevo tutto dell’esercito di Serse, dell’impresa di Leonida, degli usi e costumi dei popoli della Scizia; poco lontano da noi c’erano Srebrenica, Sarajevo, fosse comuni, cecchini, pulizia etnica, ma nessuno ha mai trovato il tempo di parlarcene. Così noi lo facevamo, male e da manichei, in quel rito giovanile nato già annacquato che si chiama autogestione. Dio solo sa quanto avremmo avuto bisogno di adulti che ci informassero e ci aiutassero tener conto di altri punti di vista. Ma non si poteva sottrarre tempo a Salamina e Platea, sai mai che ad accantonarle potessero concludersi con la vittoria del Persiano! Noi docenti abbiamo il compito di insegnare il passato anche per capire il presente, non per sostituirlo ad esso. Dal settembre 300 dei 500 migranti saranno trasferiti in moduli abitativi in un’area di proprietà comunale.  Io da settembre mostrerò ai miei ragazzi dove si trovano Eritrea, Somalia ed Etiopia; cosa significhi vivere in un regime, rischiare di essere rapiti e uccisi; quanti paesi e ambienti si debbano attraversare per arrivare in Italia; quali siano stati i mezzi di trasporto; cosa significhi non avere una carta d’identità e chiedere lo status di rifugiato. Dopo, solo dopo che queste cose saranno loro chiare, parleremo di accoglienza, integrazione, problemi e risorse. Ma prima i miei ragazzi devono sapere come stanno le cose lì da dove i migranti se ne vanno e saper che da sempre l’uomo si sposta e che tutti hanno il diritto di cercarsi un avvenire migliore.


[1] Barlafuus: parola comasca di difficile traduzione, indica un oggetto che non serve a nulla, una cianfrusaglia un vecchio oggetto di lavoro. Si dice di una persona stupida, un allocco, ma anche di chi non prende una posizione, di chi è opportunista, di chi vale poco.


Fotografia: G. Biscardi, nascosto, Palermo 2007

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