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diretto da Romano Luperini

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L'interpretazione e noi

L'interpretazione e noi contiene saggi, interpretazioni e interventi sulla letteratura e su di noi, donne e uomini contemporanei.

L’incontro e il caso. Narrazioni moderne e destino dell’uomo occidentale

die zirkusreiterin a1129 A distanza di dieci anni dalla prima edizione, è uscito nuovamente per Laterza L’incontro e il caso. Narrazioni moderne e destino dell’uomo occidentale di Romano Luperini.

Non è frequente che un “libro di critica”, per quanto fortunato al momento della sua apparizione, sia ripubblicato. C’è sempre, anche negli studi critici di maggiore spessore, una porzione fisiologicamente, forse persino logicamente vincolata all’hinc et nunc che li ha prodotti: è la dimensione psicologica, esistenziale, storica, ideologica di chi scrive. Essa è destinata a mutare nel tempo e a decretare – a torto o a ragione – la marginalizzazione o persino la messa al bando di certi studi, in nome di categorie interpretative percepite come meglio rispondenti a un complesso di circostanze mutato.

L’incontro e il caso, invece, non è soltanto un libro ancora genericamente “attuale”: l’esperienza didattica (e non solo) ci insegna a dubitare dell’attualità come indicatore di profondità, giacché troppo spesso le operazioni critiche “attualizzanti” hanno avuto come esito lo schiacciamento deformante di un testo del passato sul presente e non la restituzione prospettica dei suoi elementi vitali. L’incontro e il caso è – semmai – un libro pulsante e urgente, problematico; oggi come dieci anni fa, ci interroga ancora sul valore ineludibile dell’incontro e ci obbliga a pensare all’attività del critico come ad autentica militanza. Vediamo perché.

(Non) è la fine! Letteratura come ecologia ai tempi della crisi ambientale

00000000000000000000000scaffai Crisi ambientale, “svolta ecologica” e nascita dell’ecocritica

Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa di Niccolò Scaffai (Carocci, 2017) si inserisce all’interno di quella “svolta ecologica” che da alcuni decenni coinvolge gli studi letterari in ambito anglosassone, e che è stata introdotta in Italia soprattutto dalle ricerche di Serenella Iovino. L’ecocriticism, affermatosi come corrente critica proprio alle soglie della prima Conferenza mondiale sul clima svoltasi a Rio de Janeiro nel 1992, da un lato nasce dall’esigenza di aprire la critica letteraria ad una prospettiva ecologica, attraverso un confronto vivace con le discipline volte allo studio dell’ambiente; dall’altro, sorge dall’urgenza concreta di recuperare, a fronte dei cambiamenti climatici e della crisi ambientale, un rapporto critico tra testo e referente, tra dimensione finzionale e contesto reale.

Il volume di Scaffai parte dunque dalla consapevolezza che la relazione tra uomo e ambiente fisico, oggi al centro di un dialogo interdisciplinare che coinvolge studi scientifici, filosofici, tecnologici e sociologici, è da sempre stata oggetto di riflessione da parte degli studi umanistici, ma soprattutto di narrazione da parte di molti autori protagonisti del canone letterario occidentale. Scaffai si inserisce così in un filone di studi che conosce oggi una rinnovata fortuna, anche in Italia: infatti, i temi della crisi ambientale, degli ecosistemi e dell’impatto che l’azione dell’uomo ha sulla violazione dei loro equilibri, hanno varcato le soglie della critica italiana, proponendo relazioni sempre più strette tra prospettiva ecologica e analisi letteraria, rintracciabili in alcuni recenti volumi, tra cui Ecocriticism and Italy: Ecology, Resistance, and Liberation (Bloomsbury Academic, 2016) di Serenella Iovino, Ecosistemi Letterari. Luoghi e Paesaggi nella Finzione Novecentesca (Firenze UP, 2016) a cura di Nicola Turi e Ecocritica. La letteratura e la crisi del pianeta (Donzelli Editore, 2013) a cura di Caterina Salabè, per citarne solo alcuni.

La breve estate di Gerda Taro: vita e morte della rivoluzione in Spagna. Note sul nuovo libro di Helena Janeczek

000000000000000000000000000000Janeczeck Fotografia e letteratura: il passato e il futuro

Per Walter Benjamin, le tecniche alla fine del loro sviluppo o mentre stanno scomparendo, mettono in relazione il passato con il futuro e prefigurano ciò che verrà: così i passages ottocenteschi anticipano il feticismo delle merci e il videorama anticipa il cinema. La fotografia, assai presente nella letteratura odierna nelle forme della descrizione delle immagini o nella loro diretta inclusione in “iconotesti” (da Sebald a Annie Ernaux), sembra oggi vivere questa medesima condizione: resa obsoleta dal digitale è, grazie a ciò, scavo vitale nella memoria e indice di futuro.

L’ultimo romanzo di Helena Janeczek, La ragazza con la Leica (Guanda, 2017) è a questo proposito esemplare: ha come protagonisti una fotoreporter leggendaria prematuramente scomparsa (Gerda Taro) e una tragedia collettiva in apparenza inattingibile (gli anni Trenta in Spagna), utilizza la narrazione multiprospettica cara ai modernisti americani, come Faulkner e Dos Passos, per interrogare i dettagli muti dei fotogrammi fino a farne materia di romanzo.

Pro o contro il libro di Claudio Giunta? Buone e cattive battaglie per la didattica della letteratura

Claudio Giunta E se non fosse la buona battaglia La falsa coscienza degli umanisti

Il titolo del nuovo libro di Claudio Giunta E se non fosse la buona battaglia? (Il Mulino, 2017) richiama, con una dose di implicita ironia, le parole pronunciate da San Paolo prima di morire come martire cristiano: “ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede”. Il suo scopo è dimostrare che il nostro mondo e il nostro tempo non sono più adatti alla difesa dell’istruzione umanistica e che chi si ostina a praticarla agisce quasi sempre in nome e per conto di una retorica idealistica o di una falsa coscienza.

Il volume, che raccoglie articoli e saggi sia inediti che pubblicati in quotidiani, riviste e blog, è suddiviso in una parte sulla scuola e una sull’università. I titoli dei capitoli promettono un argomentare agile, diretto, pragmatico e aggiornato (Sì, ma a che serve, La “Buona Scuola, Dante nel pomeriggio, Fine del classico come metonimia, Requiem per la scuola? La nostra sconcertante mancanza di materialismo, Piagnistei, Ha ancora senso fare Lettere? Didattica della fuffa, Saper scrivere potrebbe non essere così importante e così via).

La promessa sembra mantenuta: a differenza di altri libri sullo stesso argomento, il pamphlet di Giunta permette a un lettore medio di farsi un’idea, almeno in apparenza oggettiva, sullo stato delle cose nel campo della formazione “passando l’aspirapolvere” su alcune “difese corporative” (cfr. Danilo Bonora ) che stanno alla base dei “piagnistei” di chi, conservatore del passato,  si sente assediato dal presente.

Lo stile è basato sulla retorica della concessione, segnalata dai frequenti tuttavia, (“Questo conservatorismo di fondo è del tutto legittimo….Tuttavia…”, pp. 19-20; “E’ tutto comprensibile: ma il fatto è che le discipline umanistiche non sono la medicina o la tecnica dei materiali”, p. 298). Giunta sembra in sostanza accogliere gli argomenti avversi per poi demolirli con la forza dell’evidenza e dei dubbi elementari: “a che serve?  A quale scopo? Se potessi tornare indietro seguirei la strada che ho scelto?”.  In tal modo, come professore umanista, attacca la desuetudine conclamata del proprio stesso campo disciplinare: mentre i colleghi la dissimulano in pubblico e la svelano negli sfoghi privati (c’è chi chiama “martiri” gli iscritti al primo anno di Lettere e chi dichiara che chiuderebbe il  figlio in casa piuttosto che fargli studiare le discipline che lui ha studiato), Giunta sottopone il proprio orto professionale a una verifica “svecchiante”, in linea con l’attuale orizzonte d’attesa. Tanto che del libro è stato subito enfatizzato il coraggio della rottamazione, che farebbe finalmente piazza pulita “dell’inutile foresta pietrificata degli studi umanistici a scuola”  (Stefano Feltri)

La critica secondo Fortini

Fortini Questa relazione è stata scritta in occasione del convegno che si è tenuto all’Università di Padova l’11 e il 12 dicembre 2017.  Fortini ’17. Per Franco Fortini in occasione della nascita.

In questa introduzione non mi occuperò di Fortini critico ma della critica secondo Fortini. Su Fortini critico sono previsti in questa sezione già cinque interventi, e inoltre su questo argomento non saprei dire molto di diverso da quanto da me scritto negli anni Novanta[1].  Confesso tuttavia che non mi sarebbe dispiaciuto fare autocritica su una doppia lacuna di quel lavoro: l’aver taciuto allora sull’importanza fondamentale di un saggio fortiniano di sessanta anni fa ancor oggi attualissimo, Metrica e libertà, e sul ruolo che Fortini critico ha avuto nel delineare il canone del Novecento poetico italiano. Sulla prima questione mi limiterò a un’unica considerazione:  affermare, come fa Fortini, che «L’istituzione metrica è l’inautenticità che sola può fondare l’autentico; è la forma della presenza collettiva»[SI, 334], mettendo così a frutto la lezione di Adorno (la forma è contenuto sedimentato) e di De Martino (la nenia funebre come ritualizzazione e socializzazione del sentimento), significa acquisire  allo spazio della socialità e della storicità anche il territorio della metrica che per molti versi sembrava privilegio di un approccio tecnico-formalistico. Sulla seconda questione  mi limito a ricordare qui una annotazione del 1954 compresa in Un giorno o l’altro in cui Fortini dichiara, in polemica con la proposta di canone avanzata dall’antologia di Anceschi e Antonelli,  che sarebbe giunto il momento di «far occupare da Saba il luogo di Campana, da Montale quello di Ungaretti, da Luzi quello di Quasimodo» [UGA, 115], anticipando di un ventennio la operazione  con cui il suo  I poeti del Novecento e Poeti italiani del Novecento di Mengaldo stabilizzeranno per un considerevole periodo di tempo (e forse sino a oggi) il canone poetico del secolo.

Ma veniamo al mio argomento di oggi, la critica secondo Fortini. Nella dedica lasciatami nel gennaio 1969 su una copia di Ventiquattro voci per un dizionario di lettere, Fortini mi suggeriva di concentrare l’attenzione soprattutto su due luoghi:  le pagine 27-29 della introduzione (dedicate alla figura dell’intellettuale  e ai caratteri della scrittura di tipo comunicativo, suasorio o saggistico) e la voce “Critica”. Fra i due passi c’è in effetti una stretta correlazione, come dimostra, fra l’altro, l’arco  della elaborazione fortiniana su questo doppio tema fra Verifica dei poteri e la premessa, oltre venti anni dopo, ai Nuovi saggi italiani.

Merito! Eccellenza! Valutazione! Contro l’università “in scatola”

9788858125618 0 0 3307 75 Una versione più lunga di questa recensione è stata pubblicata sul n. 75 di Allegoria

Universitaly. La cultura in scatola (Laterza, 2016) di Federico Bertoni ci consente uno sguardo critico sugli assetti attuali dell’Università italiana: è dunque un libro prezioso e da discutere. Il volume, dedicato «ai miei tre figli, piccoli maestri», è aperto da avvertenze (Questo libro) che ne precisano il genere, il metodo e gli intenti («al tempo stesso un racconto, un saggio di critica culturale e un testardo gesto d’amore per il sapere, l’insegnamento e un’istituzione che ha accompagnato il progetto della modernità occidentale», p. VII). Il titolo rinvia al pullulare merceologico degli acronimi anglofili nel marketing accademico. La struttura è tripartita: il primo capitolo (Esperienza) è dedito a misurare nella prassi quotidiana (dettagli, relazioni, gesti della «giornata d’un professore») l’impatto delle trasformazioni imposte agli adempimenti burocratici, all’insegnamento, all’organizzazione dei corsi e all’identità stessa di un docente universitario a partire dalla riforma Berlinguer in poi; il secondo capitolo (Narrazione) racconta con intento demistificante (con Flaubert) i luoghi comuni della bêtise  e della master fiction egemone sull’Università e le sue parole magiche (Merito, Eccellenza, Valutazione); il terzo e ultimo capitolo (dal titolo Politica) è diagnostico e terapeutico: cerca di spiegare come sia potuto accadere che l’università da luogo di elaborazione della conoscenza sia diventata un «concentrato di stupidità” e cerca di suggerire alcune minime pratiche di resistenza.

Va detto che la scelta di un taglio demistificante da parte di un docente “strutturato” (e di uno studioso e critico di valore) come Bertoni, è assai coraggiosa. La «bonifica semantica» (p. 62) che permette di decostruire le parole egemoni svelando l’ideologia, è oggi indispensabile. Il metodo della testimonianza sul campo è altresì efficace e condivisibile: dà un’idea problematica e al contempo divulgativa, a un pubblico potenzialmente ampio, di cosa sia oggi l’Università.

Le strade e le forme d’esperienza nella letteratura italiana del secondo Novecento. Morante, Lodoli, Tondelli e Calvino

len 20141201 0048 Lo specifico della letteratura: tempo o spazio?

Affrontare il tema dello spazio, suggerisce Genette, porta ad interrogarsi sui rapporti che le arti e la letteratura intrattengono con questa dimensione. Certo, il nostro immaginario connette con più immediatezza tale immagine ad arti più specificatamente spaziali quali la pittura, la scultura o l’urbanistica. Viene, dunque, da chiedersi se lo specifico della letteratura sia appunto lo spazio, o se piuttosto questa non costituisca che una cornice in cui dipanare il filo delle vicende. Se, allora, ci si appresta ad analizzare un elemento come la strada in alcuni testi della nostra produzione narrativa, si dovrà preliminarmente affrontare una questione specifica: quali interrogativi ha sollevato la rappresentazione dello spazio in letteratura? 

‘La letteratura è tempo’ o ‘La letteratura è spazio’?
Nel saggio Laocconte (1776) Lessing rimarca la natura strettamente temporale della letteratura, fondata su un criterio di successione degli eventi. Ciò che è statico in narrativa deve essere presentato in modo non statico: Omero, per esempio, non descrive la bellezza di Elena, ma mostra gli effetti che ha sugli anziani di Troia (lib. III, vv.152-160).
Il pensatore tedesco, quindi, assegnando il primato indiscusso del tempo alla produzione letteraria e vincolando, invece, l‘arte figurativa alla staticità dello spazio, infrange il principio estetico classico che aveva dominato per secoli, fondato sulla identificazione fra poesia e pittura. Il detto di Simonide «la pittura è una poesia muta e la poesia una pittura parlante», giunge ad Orazio che enuncia il principio dell’ ut pictura poësis, fondante il rapporto di reciprocità fra arte figurativa e arte poetica.
Che si sia andata affermando una dimensione fortemente narrativa nella tradizione seguente lo testimoniano opere come quelle di Ariosto e Tasso: un vorticoso succedersi di eventi labilmente intercalati da elementi descrittivi. La frequenza dei fatti, incalzati da un vivace senso dello scorrere del tempo, si riverserà poi nei romanzi picareschi del ‘600 e quindi del ‘700, riducendo la componente spaziale a debole contenitore di intrecci.

Spazi novecenteschi: la strada
Ora, questo primato del tempo nella narrazione pare messo in discussione dalla cultura novecentesca che ha enfatizzato, invece, l’elemento spaziale in letteratura – si pensi al valore degli ambienti chiusi, per esempio in Kafka, ma anche oltre nel Noveau roman e nell’École du regard. Anche la critica degli anni ’60 e ’70 del ‘900 ha riservato grande attenzione allo spazio pervenendo a soluzioni interpretative che per decenni hanno fatto scuola e alle quali ci si è rifatti per le proposte di letture che qui vengono avanzate: pensiamo soprattutto a Bachtin, per l’elaborazione del concetto di cronotopo, e Lotman, per la relazione indagata fra spazio e cultura. Modelli critici questi che si cercherà, in questa sede, di far dialogare con testi a nostro modo di vedere rappresentativi della produzione narrativa italiana fra gli anni ’60 ai ’90 del secolo scorso, in cui l’immagine della strada emerge come immagine-simbolo della natura spaziale della sensibilità del nostro tempo: La strada di San Giovanni di Italo Calvino (1962), La Storia di Elsa Morante (1974), Autobahn di Pier Vittorio Tondelli (1980) e Crampi di Marco Lodoli (1992).
Per affrontare materiali così eterogenei, scartata la prospettiva cronologica, ci si muoverà lunga una trama di interrogativi-guida, quali la natura reale o immaginaria delle stesse e la loro capacità di innescare il processo narrativo. L’elemento spaziale fa fermare il tempo fino a spegnerlo? La presenza della strada nel testo fa prevalere l’elemento descrittivo o l’elemento dinamico? conferma i personaggi nella loro identità o li muta, attivando un processo di formazione o almeno di trasformazione?

Luigi Pirandello

800px Luigi Pirandello 1934b Luigi Pirandello (nato a Girgenti, poi Agrigento, nel 1867, morto a Roma nel 1936, premio Nobel per la letteratura nel 1934) probabilmente è l’unico scrittore italiano del Novecento conosciuto in tutto il mondo. Termini come “pirandelliano” e “pirandellismo” si sono diffusi in quasi tutte le lingue dell’Occidente a indicare situazioni e atteggiamenti paradossali, ispirati a un assoluto relativismo o a un esasperato cerebralismo. Se si aggiunge che Pirandello è uno degli inventori del teatro di avanguardia e, insieme con Svevo, il maggior rappresentante del modernismo italiano per la produzione teatrale e narrativa, si può capire la sua importanza sullo scenario culturale e sull’immaginario dell’età contemporanea.

La fortuna planetaria di Pirandello ha una ragione: ha saputo dare voce all’autocoscienza del moderno. La teoria e la poetica dell’umorismo (a cui Pirandello dedicò un libro, L’umorismo, nel 1908) costituiscono uno dei fondamenti di tale autocoscienza.

Per Pirandello l’uomo ha avuto sempre bisogno di autoinganni, di ideali e di leggi morali e sociali per cercare di dare un senso a un mondo che in realtà non ne ha, e l’umorismo ha denunciato tale situazione irridendo le illusioni che l’umanità si costruisce in questo vano tentativo. È però con la nascita della modernità e con la scoperta di Copernico, con la fine dell’antropocentrismo tolemaico e con la scoperta dell’assoluta irrilevanza del pianeta Terra e della stessa vita umana, che ai afferma pienamente la consapevolezza della relatività di ogni fede, di ogni valore, di ogni ideologia e l’intuizione che si tratta solo di autoinganni, utili per sopravvivere ma del tutto mistificatori. Nella modernità una letteratura fondata sul tragico e sull’eroico non è perciò più praticabile. I parametri distintivi che rendevano possibili l’epos e il tragico – come le categorie vero/falso o bene/male – si rivelano alla coscienza moderna come mere illusioni. L’umorista perciò non propone valori, né eroi esemplari, ma un atteggiamento critico-negativo e personaggi problematici, inetti all’azione; non risolve problemi, non indica soluzioni, ma mette in rilievo le contraddizioni, irridendo e compatendo nello stesso tempo.

Emozioni e letteratura

mommy Emozioni e letteratura è una proposta teorica pubblicata sull’ultimo numero della rivista «Moderna» (XVII, 2, 2015), curato da Alessandra Ginzburg, Romano Luperini e Valentino Baldi. L’intero numero è dedicato a questo argomento e il saggio qui pubblicato ne costituisce l’introduzione. Il testo presenta due particolarità rispetto alla scrittura saggistica a cui siamo abituati: è scritto da quattro autori ed è strutturato per punti di media e breve lunghezza. Note e bibliografia sono ridotte, le questioni vengono affrontate con minime premesse storiche o di contesto. Questo stile frammentario, ellittico e asseverativo è funzionale all’intento militante perseguito da Baldi, Cataldi, Ginzburg e Zinato.

Il saggio è diviso in quattro sezioni principali: Fra psicoanalisi, storia e letteratura; Matte Blanco e la teoria delle emozioni;  Ritorno del represso e formazione di compromesso; La retorica delle emozioni. Ciascuna sezione presenta sotto-paragrafi numerati e titolati. Gli autori hanno discusso e scritto assieme l’intero saggio, che è il risultato di una riflessione condivisa sul rapporto tra emozioni, retorica e letteratura che prosegue dal 2012. 

Pirandello post-umano? Ecocritica, modernismo e coscienza di specie/Teorie e metodi 4

pirandello 759x500 [Il testo seguente raccoglie, in forma abbreviata, alcune osservazioni tratte da un saggio che sarà incluso negli atti del seminario Posthumanist Modernism, tenutosi a Utrecht nel luglio 2017. Il volume è attualmente in preparazione; un resoconto del seminario si può trovare qui]

Cos’è il post-umanesimo? Nel libro omonimo oggi considerato tra i principali punti di riferimento in quest’ambito (What Is Posthumanism?, 2009), Cary Wolfe lo definisce come un tentativo di abbattere ogni rigida dicotomia tra umano e animale, ripensando la stessa categoria dell’umano (con i suoi tratti distintivi) all’interno di un continuum biologico ed evoluzionistico. Questa prospettiva filosofica ha svolto un ruolo fondamentale negli sviluppi recenti dell’ecocritica, ovvero la disciplina che studia i modi in cui la letteratura e le arti rappresentano il groviglio che lega la specie umana all’ambiente (l’enmeshment, per usare una metafora introdotta da Timothy Morton, come spiega Marco Caracciolo in un’intervista per laletteraturaenoi). Per quanto riguarda gli studi letterari, l’ecocritica ha avuto il merito di inserire nozioni ben note (come ad esempio la critica all’antropocentrismo) all’interno di un quadro filosofico più articolato, e di promuovere l’analisi del rapporto tra coscienza di specie da una parte e scelte tematiche o formali dall’altra; è ormai possibile trovarne ottimi esempi anche in ambito italiano, dal volume Ecocritica. La letteratura e la crisi del pianeta a cura di Caterina Salabè (Donzelli, 2013) al recentissimo Letteratura e ecologia di Niccolò Scaffai (Carocci, 2017).