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diretto da Romano Luperini

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L'interpretazione e noi

L'interpretazione e noi contiene saggi, interpretazioni e interventi sulla letteratura e su di noi, donne e uomini contemporanei.

Da Piombino all’Inghilterra. L’epica working class di Alberto Prunetti

schermata 2018 04 05 alle 08.59.51 Margaret Thatcher non è Margaret Thatcher. È “Maggie”, è la dea Kali, è un’anima precipitata in Malebolge, è il lovecraftiano Cthulhu, mostro ancestrale venerato da un popolo degenere dedito a sacrifici umani. Il protagonista di 108 metri. The new working class hero (Laterza, 2018), alla ricerca di un lavoro come pizzaiolo in Inghilterra, tenta di placare la divinità feroce e vendicativa con una formula apotropaica: «Margherita, la pizza in onore di Margaret Thatcher. / Margherita, la pizza in onore di Margaret Thatcher. / Margherita...». Maggie-Cthulhu sembra essere soddisfatta e gli concederà non solo di servire pizze ai sudditi di Sua Maestà, ma anche di sturare cessi in un centro commerciale e di spiattellare un’immangiabile sbobba in una mensa scolastica. 

Quando Napoleone compare in scena in Guerra e pace, non è il Napoleone storico (e degli storici: che devono analizzare, distinguere, ponderare), eppure è anche il Napoleone storico: è una figura dell’impronta psicologica che un grande personaggio lascia nell’immaginario di noi che, entusiasti o annichiliti, subiamo gli effetti delle gesta con cui questi Grandi (chi vuole aggiunga delle virgolette) vogliono consegnarsi alla posterità. La Lady di Ferro di Prunetti è un totem su cui proiettare tutta l’incertezza esistenziale e professionale degli ultimi tre decenni di politiche neoliberiste e anti-keynesiane. Privilegio della letteratura è garantirci un risarcimento simbolico che la storiografia non può darci: il protagonista, tornando in Italia, cercherà di sfuggire alla caccia al topo della «corporation globalizzata il cui nome demoniaco era Cthul Ltd. […] Il mostro dalla testa di polpo, Cthul, Das Kapital, Moloch, l’Entità, l’orrore gelido e silenzioso, il fantasma della Lady di Ferro», ma è una fuga impossibile. Eppure questa potente e terrificante figura lovecraftiana dà corpo alle nostre paure e, come le fiabe, ci conduce a una minima ma purissima catarsi.

Recensione a «La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea» di Gianluigi Simonetti

download I libri che oggi leggiamo ci dicono molto del contesto storico-culturale in cui viviamo. Lo ha capito sicuramente Gianluigi Simonetti, che da anni studia il panorama letterario italiano contemporaneo cercando di usare i testi come indicatori di fenomeni e di trasformazioni che avvengono al di fuori del campo letterario stesso. Proprio questo approccio critico guida e struttura La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea, edito da Il Mulino e apparso da poche settimane in libreria. Questo saggio rappresenta il coronamento di almeno un decennio di studio sul campo, visto che – lo dice Simonetti stesso – le sue idee portanti e le sue considerazioni più innovative sono state precedentemente collaudate in numerosi interventi apparsi in riviste e volumi miscellanei dal 2008 al 2017. In effetti, La letteratura circostante è anche il titolo della rubrica tenuta per Il Sole 24 Ore tra il 30 luglio e il 2 ottobre dello scorso anno, uno spazio che ha permesso a Simonetti di introdurre i lettori del quotidiano ad alcune tematiche che ritroviamo oggi nell’indice del libro complessivo: le scritture di frontiera, il ritorno dei generi, la narrazione degli anni di piombo, il fascino esotico delle periferie e, più in generale, la tendenza di molta narrativa odierna ad essere sempre più veloce e sempre più ibrida.

Etica e letteratura. Prospettive, resistenze, sguardi leopardiani

len 20160511 0021 gabbiani Emozioni e politica: il bello e l’utile della letteratura                                                Nell’ambito della cultura umanistica contemporanea un nuovo interessante settore di ricerca guarda da vicino ai rapporti tra etica e letteratura. Si tratta di un indirizzo di studio nato principalmente nel mondo accademico statunitense negli ultimi decenni del XX secolo e che alimenta ancora oggi un importante dibattito critico. Esso tende in sostanza ad assegnare un «valore sociale positivo» al fatto di natura artistico-letteraria, legandolo alle dinamiche eterogenee del presente. Le due discipline, una d’ambito filosofico e speculativo (l’etica), l’altra di tipo linguistico-storico (la tradizione letteraria, appunto) mantengono una specifica fisionomia, eppure intrecciano spesso le differenti sfere d’azione in un rapporto in realtà  molto complesso e, a tratti,  antitetico: ci si chiede infatti come possa l’individualità creativa propria di attività libere come lo scrivere, il leggere o l’interpretare un testo letterario, coniugarsi con le scelte, le responsabilità e le norme, morali e civili dell’uomo. Specialmente guardando ai postumi di un periodo storico che – come ci ricorda Ceserani in Raccontare la letteratura – pullula di una miriade di testualità non letterarie «che trasmettono e diffondono conoscenze, immagini della realtà e del mondo»?

All’interno delle prospettive critiche messe a punto negli ultimi anni spicca l’esperienza portata avanti dalla neo aristotelica americana Martha Nussbaum, la quale declina in senso politico concetti quali la forza dell’immaginazione, il cosmopolitismo, le differenze di genere, le identità, le emozioni e l’educazione, connettendoli alla forte valenza attualizzante che possono avere gli studi classici oggi: soprattutto per quel che concerne il rapporto diretto tra istruzione pubblica e cittadinanza.  L’insegnamento della filosofia antica, dell’arte e, soprattutto, della letteratura nelle scuole di ogni ordine e grado svilupperebbe nel concreto – scrive infatti Nussbaum – «le capacità di giudizio e sensibilità che possono e devono essere espresse nelle scelte effettuate dal cittadino». Inoltre verrebbero fuori dal singolo individuo caratteristiche e qualità come la capacità di scelta, l’autonomia critica e l’attitudine figurativa, promosse rispettivamente dal ragionamento socratico e dall’immaginazione narrativa, addensata nelle trame di opere antiche e moderne.

Recalcati, l'etica del desiderio e l'occhio cieco della psicoanalisi

Contro il Sacrificio. Al di la del fantasma sacrificale Massimo Recalcati 660x330 La morte di Cristo non è stata un sacrificio patito per ottenere in contraccambio dal Padre – in una logica economica di scambio, di dare e avere  ̶  la possibilità di salvezza del genere umano. Si è trattato invece di una autorealizzazione, della conclusione di un progetto di vita, di una «vocazione» (di un “destino”, avrebbe detto Debenedetti: di un destino in senso freudiano) da porre come esempio agli uomini e così sollecitarli a una vita liberata dai divieti, dalle imposizioni, dai sacrifici che costellano la tradizione moralistica del Vecchio Testamento e continuano a sopravvivere anche oggi, dentro e fuori la religione cristiana.

Questa interpretazione di Recalcati (qui liberamente e molto sinteticamente rielaborata) rovescia un modo di pensare e di vivere un cristianesimo colpevolizzante, ancora largamente egemone nel costume e nella psicologia comune. Nello stesso tempo rivela un carattere della ricerca e della scrittura dell’autore di questo libro (Contro il sacrificio. Al di là del fantasma sacrificale, Cortina editore): Recalcati è un “urbanizzatore”. Come Gadamer, secondo Habermas, “urbanizzò” Heidegger rendendolo accessibile ma anche temperandone asprezze e angoli, così Recalcati fa con Lacan. In questo suo atteggiamento ci sono meriti indubbi (per esempio, la capacità di riportare gradi problemi filosofici e psicoanalitici alla vita comune di oggi, dalla politica alle psicopatologie quotidiane), ma possono annidarsi anche dei rischi di semplificazione e di adeguamento alle esigenze sociali con esiti di tipo conservatore. Voler essere compresi e accettati da tutti può implicare quei facili adeguamenti, che talora si intravedono nei suoi libri più recenti.

La poesia e lo stalinismo: Anna Achmàtova

len 20160812 0508 “Il Palazzo d'Inverno e i Musei, li odio quanto voi. Ma la distruzione è vecchia come la costruzione ed è altrettanto tradizionale. Distruggendo quel che odiamo, siamo stanchi e disgustati non meno di quando consideriamo il processo della costruzione. Il dente della storia è molto più velenoso di quanto pensiate” (Da una lettera di Aleksandr Blok a Majakovskji)

Ho l’impressione che una delle ragioni culturali più profonde dell’evaporazione della sinistra sia annidata nella rimozione dello stalinismo, la cui traccia o memoria, - capace di produrre al più spallucce, negazioni, pentimenti o rossori in chi l’ha introiettata - è stata interamente abbandonata alla grossolana propaganda del  “libro nero del  comunismo”, edito a suo tempo da Silvio Berlusconi.

La vicenda di Anna Achmàtova (pseudonimo di Anna Gorenko, 1889-1966) emblematizza esemplarmente il “dente della storia” (Blok), e il rapporto contraddittorio e dialettico tra letteratura e ideologia. L’aveva ben compreso l’altra grande voce femminile della poesia russa, Marina Cvetaeva, sua coetanea, che non a caso dedicò a Achmàtova questi tre versi lapidari:

“Un solo destino. / E un comune foglio di via ci è dato/ nel vuoto senza contenuto” (in Verste).

Il presente di Gramsci. Letteratura e ideologia oggi

ilpresentedigramsci 325x487 Pubblichiamo l'introduzione del volume di prossima uscita Il presente di Gramsci. Letteratura e ideologia oggi (Galaad edizioni), a cura di Paolo Desogus, Mimmo Cangiano,Marco Gatto e Lorenzo Mari. Ringraziamo l'editore per averci concesso di pubblicarlo.

Con Gramsci era il titolo di un fortunato libro di Eugenio Garin. Quell’opzione è ancora oggi valida: senza il pensiero di Gramsci poco si comprende del mondo attuale e delle sue complesse stratificazioni; e senza lo strumentario concettuale depositato negli scritti giovanili e nei Quaderni del carcere, lo stesso marxismo ha poche possibilità, in tempi odierni, di rifiorire.

Questa raccolta di saggi ha una semplice e diretta ambizione: dimostrare che il confronto con i testi gramsciani non può limitarsi a una passiva pratica di richiamo bibliografico (un destino, questo, che i classici del marxismo vivono sulla pelle ormai da qualche decennio), bensì deve dirigersi verso l’orizzonte della politica, invadendo quei campi – e gli studi letterari rientrano fra questi – tradizionalmente tentati dal vizio dell’autonomia disciplinare. L’ambizione può essere letta anche come una fortiniana insistenza: ha a che vedere con la riabilitazione del nesso tra teoria e prassi. Che, nell’ambito sempre meno politico degli studi letterari, ha un significato assai preciso: le traiettorie interpretative, le riflessioni sullo statuto della letteratura, il modo in cui una certa produzione viene letta e pensata, la discussione sui valori e sulle categorie – tutto ciò influenza e determina il campo culturale, produce visioni del mondo, abilita punti di vista, che, inevitabilmente, si legano alle pratiche quotidiane.

L’economia del gratis. Su Pagare o non pagare di Walter Siti

len 20160221 0053 carrello Il saggio di uno scrittore si distingue da quello di uno scienziato “puro” per la quota di soggettività che è capace di incorporare nell'analisi “oggettiva” del reale. E anche per la tendenza a trasformare la contraddizione in valore. L'ultimo libro di Siti (Pagare o non pagare. L'evaporazione del denaro, Nottetempo, € 12) sulla «evaporazione del denaro» non fa eccezione, perché associa alla lucida analisi socio-economica di questo frangente storico un'impietosa disamina delle contraddizioni di un “io” che risponde al nome di Walter Siti.

Pagare o non pagare si occupa di un cambiamento di paradigma totale, maturato negli ultimi vent'anni, e che investe l'economia, la società e la cultura del mondo odierno. Si tratta dell'affermarsi dell'«economia del gratis», in un quadro in cui una certa idea novecentesca di lavoro, caratterizzata dai punti cardine del salario e dei diritti, è messa in gravissima crisi. Scrive Siti: «La catena socialmente consapevole che cinquant'anni fa appariva infrangibile (lavorare → essere pagati → pagare → comprare) è evaporata in una nebbia di delusioni e speranze in cui sembra che il denaro abbia perso la propria funzione di perno, in quanto collegato al lavoro». È da notare qui l'uso del sostantivo «catena»: chiaro sintomo linguistico di una concezione del lavoro come duplicità fra abbrutimento e libertà, dura necessità ed emancipazione – le catene prima o poi vengono spezzate. Se si è in grado di vederle.

De Sanctis - nel bicentenario dalla nascita - al Parlamento europeo

36379765dc49427182b4fb6fdf71061e 1 Almeno è certo che andranno al Parlamento solo quelli che sanno parlare - Federico De Roberto, I viceré

Quella nella sede del Parlamento europeo di Bruxelles è stata sicuramente la più insolita delle numerose manifestazioni celebrative del bicentenario della nascita di Francesco De Sanctis padre della storia della letteratura italiana e punto di riferimento essenziale per gli umanisti, a partire da Borgese e Croce, che si contesero anche il primato di quella paternità.

Borgese aveva dedicato a De Sanctis la tesi di laurea, lavoro conclusivo degli studi letterari condotti all’Istituto di Studi Superiori di Firenze, ponendolo come epigone della critica romantica; Croce aveva accolto quella tesi, La storia della critica romantica in Italia,  nel 1905 nelle edizioni  della «La critica» di Napoli, in 100 copie, con la dedica: «Nel congedare questo libro alle stampe, esprimo la mia gratitudine ai maestri che mi furono larghi di consigli e di aiuti, e in particolar modo a Guido Mazzoni e a Benedetto Croce». Ma quando Borgese, in “esilio volontario” negli Stati Uniti propose l’idea di tornare a De Sanctis, Croce puntò i piedi: “Vedo, in una rivista che mi capita sott’occhio, che anche il Borgese, dalla lontana America, manda il suo messaggio, esortando a «tornare al De Sanctis» […]. Dell’esortazione io non ho bisogno […]. ma non disconvengo che il Borgese, brillante giornalista, che volentieri illude e delude sé ed altrui coi periodi della sua prosa fastosa, potrebbe con profitto rivolgersi a quella immagine, ancorché dapprima le dovesse leggere in volto il rimprovero: – il rimprovero, che è salutare” (B. Croce, Necessità di tornare al De Sanctis, in «La Critica», 20 novembre 1932, 30, pp. 475-6). Borgese inserì De Sanctis nei programmi dei corsi  universitari. Compare ad esempio nel corso di letterature comparate, The nature of Beauty, dato allo Smith College a Northampton Massachussetts nel 1936. Nella bibliografia di quel corso insieme ad altri giganti (Vico, Lessing, Winkelmann, Goethe, Madame de Staël, Poe, Bergson, Nietzsche, Tolstoj), fa capolino Francesco De Sanctis, History of Italian Literature, transl. by Jean Redfern, New York, 1932. Una canonizzazione nella cultura occidentale.

Cosa deve sapere di Tozzi un italiano mediamente colto?

len 2018 02 06 001 Da qualche settimana lo stato italiano ha riconosciuto Federigo Tozzi fra i classici della letteratura italiana decretandone (e finanziandone) la pubblicazione dell’opera omnia. I classici italiani che hanno avuto questo riconoscimento sono circa un centinaio, ma fra questi Tozzi è fra i meno noti al pubblico. Le cause sono diverse: il carattere apparentemente provinciale e periferico della sua personalità, la sgradevolezza della sua scrittura acre e amara, il carattere sperimentale della sua ricerca. Anche la scuola sinora ha fatto ben poco per far conoscere questo grande scrittore. Si può dichiarare senza molti dubbi che gli italiani, anche mediamente colti, ne ignorino la produzione. Penso che sia necessario farsi carico di questo problema. Ecco qui un rapido profilo dell’autore, scritto in modo semplice e chiaro, senza inutili specialismi.

Federigo Tozzi (nato a Siena nel 1883, morto a Roma nel 1920) è, con Verga e Pirandello, il maggior novelliere dell’Italia unita. Ha scritto anche poesie, opere teatrali e soprattutto raccolte di frammenti e romanzi, ma è nelle novelle che raggiunge i risultati migliori. Ciò d’altronde è anche una conseguenza della poetica, elaborata dapprima, nel periodo senese, sulla base di letture disordinate da autodidatta ma già vivificata da scoperte assolutamente moderne nel campo della psicologia, poi, nel periodo romano (1914-1920), sviluppata grazie alla frequentazione di critici e scrittori di grande rilievo, come Borgese e Pirandello (con quest’ultimo collaborò negli anni della guerra). È una poetica fondata su alcuni punti essenziali, culturali e stilistici: 1) l’interesse per la psicologia, maturato grazie alla lettura giovanile di Principi di psicologia di William James e dei saggi di Janet e Ribot (psicologi francesi della scuola di Charcot), lo induce a esprimere la variabilità continua degli stati di coscienza  e a mettere al centro della scrittura «qualunque misterioso atto nostro», anche il più insignificante, che può rivelare comunque il segreto di un’anima; 2)  lo svuotamento della trama tradizionale e la scelta di una scrittura sussultoria e paratattica nel tentativo di cogliere il «mistero» più profondo dei sentimenti, delle sensazioni, delle impressioni, anche le più minute e fuggevoli, dei suoi personaggi: il punto di vista  non è dunque quello di un narratore oggettivo, ma è calato nell’interiorità del soggetto, e ne riflette gli stati d’animo, anche i più confusi e contraddittori, con effetti onirici, allucinati e visionari e una deformazione grottesca della rappresentazione; 3) a fondamento di tale interesse psicologico sta una concezione dell’«anima» che è, nello stesso tempo, luogo in cui si manifesta il sentimento religioso e sede dell’inconscio, cosicché la scrittura  è registrazione di un doppio «mistero”, quello della presenza di Dio, che qui si rivela,  e quello della psiche umana. A queste prese di posizione si aggiunge, nel periodo romano, lo sforzo di chiudere in una «impalcatura» (come la chiama Tozzi) l’originaria tendenza al frammento, superando il frammentismo vociano e recuperando la misura tradizionale del genere narrativo (novella e romanzo), fondato sulla durata e sulla continuità della narrazione. Date le premesse, questo sforzo si realizza meglio nella misura della novella e meno in quella del romanzo, dove, anche nei risultati più riusciti, resta sempre qualcosa di irrisolto.

Medicina e letteratura /2: Thomas Mann fra corpo e storia

00000000000mann malattia Se, come ha affermato Susan Sontag, tutte le culture umane tendono a trattare “le malattie come metafore”, forse nessuno scrittore del Novecento europeo ha fatto della malattia un mito letterario quanto Thomas Mann. Del resto, a fine Ottocento, in un rampollo dell’aristocrazia commerciale di Lubecca, la stessa vocazione artistica poteva essere avvertita come simmetrica all’inoculazione di un agente patogeno.

Mann ha metaforizzato due flagelli epidemici: il colera, che raggiunge l’Europa solo nel XIX secolo proveniente dall’Asia, e la tubercolosi, le cui caverne polmonari, già note alla medicina del Cinquecento e a Fracastoro, solo nell’immaginario dell’Ottocento divengono emblema di un male “intellettuale”, segno dell’acume della mente a detrimento del corpo, e figura di una “diversità” sociale.

Nel racconto lungo La morte a Venezia (1912) il desiderio stesso di un viaggio nella città lagunare nasce nell’anziano protagonista, lo scrittore Von Aschenbach, “come un attacco di malattia”: Venezia, dalla tolda del traghetto imperiale proveniente da Pola, lo accoglie avvolta in un’”afa senza sole”, in una nebbia appiccicosa, equivoca e torbida, che preannuncia il colera. Le autorità cittadine tengono segreta l’epidemia finché possono, per salvaguardare “la grande e multiforme industria del turismo” ma, col favore dalla canicola, “si sono già inquinati i generi alimentari”. A fronte dell’incombere del colera secco, migrato con i suoi sintomi spaventosi dalle paludi del Gange a quelle Adriatiche, all’Hotel des Bains del Lido il senile Aschenbach vive una grottesca passione per il ragazzino Tadzio, il cui sguardo docile e disarmante e il cui corpo fragile e malaticcio travolgono ogni impalcatura razionale dell’uomo di cultura, lo inducono a sognare una regressione selvaggia e tribale. In balìa del suo demone, l’intellettuale si sottopone a cosmesi per coprire con uno strato posticcio i segni della vecchiaia, e insegue e spia senza più ritegno il bambino per le calli veneziane “dove vagava dissimulata la morte oscena”. Finché, morente per il colera, assiste sulla spiaggia del Lido a una rissa sulla sabbia, in cui l’oggetto del suo desiderio viene sottomesso nella lotta, con crudele violenza, da un ragazzo più robusto.