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diretto da Romano Luperini

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L'interpretazione e noi

L'interpretazione e noi contiene saggi, interpretazioni e interventi sulla letteratura e su di noi, donne e uomini contemporanei.

Sì, è davvero la buona battaglia. Sull’ultimo libro di Claudio Giunta

 

36304341. UY499 SS499  1. L’istruzione umanistica «non serve»?

Nell’Epilogo che dà il titolo al suo libro, E se non fosse la buona battaglia?,[i] e ne compendia le tesi centrali, Claudio Giunta traccia un quadro del clima attuale, poco propizio alla cultura umanistica:

La crisi che attraversiamo oggi non è tanto un fatto di quantità (un po’ meno di latino e greco nei curriculum della classe dirigente, una sua minore famigliarità con la musica classica eccetera) quanto un fatto di qualità, cioè un vero e proprio mutamento di paradigma tanto in ciò che la generalità delle persone ritiene sia oggi una formazione culturale adeguata ai tempi quanto nel campo dei consumi culturali: la scomparsa della poesia anche dai radar dei letterati, la sostituzione del pop alla musica classica anche nell’orizzonte del pubblico acculturato, il primato delle lingue moderne sulle lingue classiche, delle scienze applicate su quelle teoriche, delle materie tecniche come l’economia e la giurisprudenza sulle discipline speculative, l’oggettivamente scarsa presenza della cultura umanistica tra i membri dell’élite politico-economica, una lacuna che non sembra aver ostacolato la loro marcia verso il successo («Non leggo» stava scritto nel profilo di Mark Zuckerberg: ma Zuckerberg, oltre a essersi inventato Facebook, parla cinese), e infine, da parte di questa élite, una generale sfiducia nei confronti di qualsiasi formazione scolastica che abbia come principale campo d’indagine il passato anziché il futuro.

E in base a queste considerazioni conclude:

Se questa è l’aria del tempo, ed è certamente questa, diventa difficile sostenere che il modo migliore per starci dentro sia spendere gli anni della propria formazione studiando le belle arti o le belle idee del passato. E ai paladini dell’utilità dell’inutile bisognerebbe far presente che la cultura umanistica che non serve un tempo serviva eccome, non perché avesse alcuna reale applicazione pratica ma perché valeva come metonimia. Chi la padroneggiava, chi aveva avuto la possibilità di sfiorare per alcuni anni della propria vita le lingue classiche, l’arte, la filosofia, disponeva di un capitale culturale che gli permetteva di consolidare il proprio privilegio o di progredire rispetto alla propria classe di origine. […]

Il laboratorio ingorgato. Il cinema di Pasolini nell’ultimo libro di Paolo Desogus

 

pasolini 696x459 La cenere e la fiamma

«Se si vuole concepire, con una metafora, l'opera in sviluppo nella storia come un rogo, il commentatore gli sta davanti come il chimico, il critico come l'alchimista. Se per il primo legno e cenere sono i soli oggetti della sua analisi, per l'altro solo la fiamma custodisce un segreto: quello della vita». Questo memorabile passo di Benjamin mi sembra utile per introdurre il nuovo saggio di Paolo Desogus sul cinema di Pasolini (Laboratorio Pasolini. Teoria del segno e del cinema, Quodlibet, Macerata, 2018). Intrecciando l'analisi dei film a quella dei saggi raccolti in Empirismo eretico (1972) l'autore ci conduce per mano, con garbo e intelligenza, dentro un laboratorio artistico in cui il poeta sembra vestire di volta in volta i panni ora del chimico, ora dell'alchimista. Il primo caso si verifica quando Pasolini si concentra su alcuni concetti primari come quelli di “realtà” e di “corpo”, astrattamente intesi però come elementi naturali e immediati, dunque scissi da ideologia e cultura. Il secondo caso si ha invece quando lo scrittore, mediando fra natura e cultura, va oltre la scissione degli elementi, ricombinandoli e quindi facendo secernere dalla sua opera delle sostanze chimiche artificiali che possiamo chiamare “popolo”, “espressività originaria”, il “precategoriale” – potremmo anche dire, col Contini del saggio su Pascoli, il “pregrammaticale”. Scrive Desogus: «In quanto infinito piano sequenza formato da elementi precategoriali, il cinema si presenta come il sistema capace di restituire le condizioni originarie e fondanti scoperte a Casarsa. Il regista ha infatti a che fare con una materia a cui deve conferire una grammatica, una forma». Dopo aver opportunamente richiamato l'attenzione sul precoce interesse dimostrato da Pasolini per Vico, Desogus si concentra sull'analisi del cinema di poesia, in cui prevale un approccio antinaturalistico che privilegia la tecnica del montaggio, l'artificio della soggettiva libera indiretta e la mediazione figurativa di una certa tradizione pittorica italiana che elegge a propri fari Giotto, Masaccio e Pontormo. Grazie a queste invenzioni stilistiche l'alchimista Pasolini può dar vita a quel fenomeno che lui stesso ha chiamato «transustanziazione», per cui «il reale assume valore linguistico e diviene un elemento disponibile a combinazioni formali per il montaggio».

Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 di Maria Borio

9788831727303 0 0 0 75 Nel 2018 è uscito Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 di Maria Borio. Su gentile concessione dell’autrice, ne pubblichiamo un estratto: è il capitolo conclusivo del volume ed è dedicato a Mario Benedetti.

Mario Benedetti, poesia e esperienza

Che cos’è la solitudine.

Ho portato con me delle vecchie cose per guardare gli alberi:

un inverno, le poche foglie sui rami, una panchina vuota.

Ho freddo, ma come se non fossi io.

Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro                     5

come un uomo con un libro, ingenuamente.

Pareva un giorno lontano oggi, pensoso.

Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri,

il Natale nei racconti,

le stampe su questo parco come uno spessore.                                     10

Che cos’è la solitudine.

La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,

si è distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto,

un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande.

L’ho letto in un foglio di giornale.                                                            15

Scusatemi tutti.[1]

Il libro, lo schermo, la vita. Il viaggio di Gino Roncaglia nella scuola digitale

 

9788858130667 In Zone grigie, Goffredo Fofi si chiede retoricamente che bisogno ci sia ormai di dittature, quando il pieno “controllo del consumo mediatico” è sufficiente ad assicurare il potere. Riflette poi sulla possibilità che alcune minoranze possano produrre cultura attraverso questi canali, esplorando la “possibilità di usare nel bene quel che è stato programmato nel male”.

Il libro di Gino Roncaglia L’età della frammentazione si pone interrogativi non dissimili – in ambito didattico/ pedagogico e non politico - ed approda a risposte diverse.

1. Materiali per una storia contemporanea del digitale

L’autore ritiene che ci troviamo in “una situazione in cui le tradizionali strategie di riconoscimento, comprensione, costruzione della complessità (prevalentemente lineare e testuale) del passato non bastano più”, e che “occorre fornire le competenze necessarie per produrre, comprendere e gestire la complessità in nuove forme e attraverso nuovi strumenti”. Come la produzione automatizzata di merci nell’età dell’industrializzazione comporta enormi rischi nel mondo reale, così il passaggio alla produzione automatica di informazioni costituisce un momento delicatissimo nelle trasformazioni del pensiero e dell’immaginario. Consentire agli studenti/cittadini di comprendere il processo in corso e contribuire alla sua gestione è quindi un compito ineludibile, che non può essere affrontato servendosi semplicemente degli strumenti intellettuali legati alla cultura del buon vecchio libro di carta.

Il mondo del digitale sta attraversando una fase storica in cui prevalgono manifestazioni e prodotti segnati da granularità, frammentazione, dispersione, ma Roncaglia ritiene che questo non sia un destino, ma un passaggio: il recupero della complessità, di una nuova epoca di critica e logica basata anche sul contributo del digitale non è solo un orizzonte utopistico, ma una concreta possibilità.

La scuola potrà essere protagonista del cambiamento, a condizione che quelli che oggi sono sporadici tentativi (e talvolta mode) diventino parte integrante delle pratiche educative e didattiche. Non lo sarà certamente, se non si supereranno sterili contrapposizioni fra i cantori del nuovo che avanza e i laudatores temporis acti.

(Ri)leggere un classico della critica letteraria /2: Starobinski, Ritratto dell’artista da saltimbanco

Jean Starobinski Totus mundus agit histrionem

Quando lessi per la prima volta Ritratto dell’artista da saltimbanco (1970; trad.1984), avevo diciotto anni: l’età dei miei studenti di oggi. Dubito di averlo realmente compreso: mi mancavano gli strumenti, gli antecedenti, i contesti di riferimento e parecchi degli autori in esame. Eppure ne rimasi come folgorata. Quel libro era destabilizzante - ma seducente a cominciare dalla sua copertina, anticipazione elegante e sobria di un irresistibile repertorio di immagini. L’ho poi letto e riletto tante volte, negli anni; per intero, a brani. Ed è a questo libro che penso, oggi, se parliamo di critica come didattica (Zinato); e per questo libro penso al triplice approccio di Jakobson che – ancora qualche settimana fa – Luperini ci ricordava dalle pagine di questo blog.

1.Intentio auctoris

A partire dagli anni Cinquanta, Jean Starobinski, psichiatra e studioso di letteratura, si muove fra artisti, scrittori e poeti con passo tutto nuovo. Lo sguardo della critica più attenta (si pensi per esempio a Calvino nelle Lezioni americane[1]) intercetta le movenze originali con cui lo studioso costruisce e attraversa l’architettura solida e complessa dei piani intersecati che fanno l’opera d’arte.

Armi di distruzione matematica: come il mito dell’oggettività dei numeri rischia di rovinarci la vita

91374b3f1e094d55908c6d6b8776ec3db08305 HPHHL9X1 La matematica è il più potente strumento di cui l’uomo disponga. Per quanti non sono matematici di professione essa è un ricordo scolastico o un utile strumento per i calcoli della vita quotidiana. Ma l’idea più corrente su di essa è che “non è un’opinione”. Per distruggere quest’ultima convinzione è utile la lettura di Cathy O’Neill Armi di distruzione matematica (Bompiani, 2018). 

L’autrice è una matematica, con dottorato ad Harvard e postdottorato al Mit, che ha insegnato al Barnard College di New York, prima di passare a lavorare nel settore finanziario privato come analista quantitativa per l’hedge fund D.E. Shaw e poi come Data Scientist per diverse start-up dell’e-commerce. Insomma la O’Neill con la matematica ha lavorato a lungo e ha raccolto le sue esperienze in un blog molto frequentato, www.mathbabe.org. Il libro è una denuncia dell’uso di questo sapere per costruire quelle che l’autrice chiama “armi di distruzione di massa”. 

Un linguaggio costruttivo e dalle potenzialità infinite

Ricco di aneddoti ed esempi, il libro mostra come le applicazioni matematiche regolino la nostra vita in maniera spesso occulta e, talvolta, con effetti perversi, per esempio contribuendo a innescare la crisi economica del 2008 o consentendo di violare la nostra privacy come nel caso di Cambridge Analitics. Ma quello di Cathy O’Neill non è un libro di denuncia. L’idea di fondo è che la matematica sia un linguaggio e, come tale, ci permetta di “narrare” e “descrivere” mondi: un linguaggio incredibilmente espressivo, chiaro e preciso. 

(Ri)leggere un classico della critica letteraria/1. Walter Benjamin, Di alcuni motivi in Baudelaire

walter benjamin Un modo praticabile per interrogare nel nostro presente Walter Benjamin (1892-1940), teorico della cultura ebreo-tedesco, è innanzitutto quello di trattarlo per quel che è stato: un precario del lavoro intellettuale. Benjamin ha esercitato da outsider il lavoro culturale, sopravvivendo di traduzioni, recensioni, trasmissioni radiofoniche e racconti per l’infanzia. Una delle sue opere più note il Dramma barocco tedesco, inoltre, altro non è che la tesi presentata nel 1925 per accedere alla  docenza universitaria, una tesi rifiutata dalla commissione esaminatrice perché poco accademica. Va detto inoltre che la sua opera critica, comprensiva di saggi illuminanti su grandi autori come Goethe, Kafka, Brecht, Proust e Baudelaire, è frammentaria anche per la concreta posizione precaria e esule dell’autore. Un altro modo per sentirlo prossimo è quello di interpretarlo (come Gramsci) come un esemplare testimone del rapporto tragico fra cultura e potere politico nell’Europa dello stalinismo e del nazifascismo trionfante. Nel 1933, per sfuggire al terrore nazista, emigrò a Parigi dove visse in una dura povertà, nonostante la quale riuscì a mettere a punto la sua riflessione sulla mercificazione dell’arte, sulla rappresentazione urbana e due progetti interconnessi: uno studio delle gallerie commerciali o passages, costruite a Parigi nel primo Ottocento e interpretate come preistoria della cultura dei consumi, e un libro su Baudelaire, poeta della modernità. A differenza di altri intellettuali tedeschi, come Thomas Mann o Adorno, Benjamin non riuscì a lasciare l’Europa: quando, nel 1940, la Francia fu invasa dai tedeschi, tentò disperatamente di attraversare il confine con la Spagna ma fu fermato alla frontiera e si tolse la vita il 26 settembre 1940. Per sottrarlo alla sua leggendaria oscurità messianica, che lo rende inattingibile, credo inoltre si possa procedere isolando e comprendendo le sue parole-chiave: aura, merce e allegoria. Il saggio critico più rilevante in cui questi termini-chiave sono messi alla prova nella lettura di un testo, è quello su Baudelaire. Utilizzando Georg Simmel, che era stato suo professore a Berlino, Benjamin identifica in un preciso luogo delle Fleurs du mal, il sonetto A una passante, i segni distintivi dello shock della vita metropolitana:

Dalla teoria della letteratura alla didattica: implicazioni e conseguenze

 

9788862665094 0 0 565 75 Nei prossimi mesi, nella sezione “L’interpretazione e noi”, offriremo ai lettori e ai colleghi una serie di suggerimenti di (ri)lettura di alcuni classici della critica, in prospettiva didattica. Come introduzione al ciclo, riproponiamo un saggio del nostro diretto Romano Luperini, che si può leggere nel suo Insegnare la letteratura oggi, Manni, 2013, alle pp. 70-78.

1. Come ognuno sa, sono possibili tre tipi di approccio critico all'opera letteraria, ognuno riferito a uno del momenti cruciali dell'asse jakobsoniano della comunicazione: emittente, messaggio e destinatario. Avremo una critica letteraria che si basa sulla centralità dell'autore e procede perciò dall'analisi dell'intentio auctoris e cioè dallo studio della persona biografica e storica o comunque della personalità artistica, una che parte dalla considerazione dell'intentio operis dunque dallo studio dell'opera valutata nella sua autonomia e nell’organicità della sua struttura formale e infine una che sceglie come punto di riferimento critico l'intentio lectoris e quindi lo studio del pubblico e dell'orizzonte d'attesa, della circolazione e della fruizione dei prodotti letterari o anche delle reazioni del soggetto nel momento stesso della lettura. Analogamente, anche nella pratica dell’insegnamento della letteratura, si può privilegiare uno o l'altro di questi approcci. 

Di fatto queste tre metodologie sono sempre possibili; tanto è vero che critici di ogni epoca hanno talora fatto ricorso a tutt'e tre. Tuttavia, negli ultimi due secoli, dall'età romantica a oggi, esse caratterizzano anche tre periodi diversi nella storia delle teorie letterarie in Occidente. Beninteso, in ciascuno di essi è frequente il ricorso a tipologie di approccio diverse rispetto a quella dominante. E tuttavia, osservando il panorama da una certa distanza, e con le lenti, a cui è impossibile rinunciare del senno di poi, una certa evoluzione appare del tutto evidente. A un primo periodo in cui ha prevalso la centralità dell'autore hanno fatto seguito un secondo contraddistinto dalla centralità dell'opera e infine un terzo in cui sembra dominare la centralità del lettore. 

Elogio della letteratura

 

zygmunt bauman2 La frase di Hesse citata in questo libro da Bauman – «se [Walser] avesse centomila lettori, il mondo sarebbe un posto migliore» potrebbe essere riferita anche a Elogio della letteratura (Einaudi, 2017, € 16). Si tratta di un libro-conversazione estremamente stimolante fra il noto sociologo, di recente scomparso, Zygmunt Bauman, e Riccardo Mazzeo. L'assunto principale del volume è che letteratura e sociologia «condividono il medesimo campo d'indagine, gli stessi temi e gli stessi argomenti nonché […] la vocazione e l'impatto sulla società». Il dialogo intenso e serrato fra questi due intellettuali felicemente non «soddisfatti», mette in scena il rapporto di fecondazione reciproca che deve stabilirsi fra le due discipline «sorelle». Significativamente, in un primo momento, gli autori avevano pensato come titolo a Sorella Letteratura. Sorelle dunque, anzi di più: gemelle siamesi, perché fisicamente inscindibili. Entrambe condividono l'obiettivo di squarciare il velo delle interpretazioni già formate, fornendo nuove letture del reale e dei suoi problemi decisivi. Questa simbiosi si costruisce sulla convinzione per cui «l'immaginazione nell'analisi è il destino comune di sociologia e letteratura».

Il nodo principale attorno a cui si avviluppano questi dialoghi è quello della trasmissione e della eredità. Con un'opportuna precisazione preliminare: «La trasmissione non è in alcun modo una clonazione». Grazie ad essa si accede a se stessi: «Come potremmo diventare noi stessi senza un'eredità, senza un maestro, senza la sua voce, senza un messaggio profondo?».

La sonda e lo specchio: le identità plurali nella scrittura di Mauro Covacich

per Covacich len Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre. 

Lo scorso 8 giugno a Trieste è stato conferito a Mauro Covacich il Premio Tomizza. Con alcune varianti questa è la prolusione dedicata alla parabola letteraria dell’autore triestino.

È possibile eleggere a metafora della narrativa di Mauro Covacich quella, ben nota a chi conosce i suoi romanzi, del maratoneta ossia dell’atleta che sceglie la faticosa resistenza sulla lunga distanza:

La maratona è un’arte marziale. Chi la corre compie una scelta estetica, non una sportiva. Lo sport non c’entra niente. Vorrei dire: Resistere alla più alta velocità possibile per una strada così lunga è la cosa più bella che una mente umana possa produrre. La mente non è il cervello, la mente è il sistema del corpo che pensa. (M. Covacich, A perdifiato, Milano, La nave di Teseo, 2018, p. 32)

La sua produzione, difatti, conta una quindicina di titoli e occupa un arco cronologico ininterrotto che, dall’anno dell’esordio avvenuto nel 1993, ha visto l’autore confrontarsi con generi letterari sempre differenti e con temi difformi. Covacich è, dunque, uno scrittore perseverante, assiduo ma certo non seriale e mai incline ad assecondare le mode editoriali o le tendenze del mercato.