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diretto da Romano Luperini

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L'interpretazione e noi

L'interpretazione e noi contiene saggi, interpretazioni e interventi sulla letteratura e su di noi, donne e uomini contemporanei.

Rileggere Cesare Cases: un antidoto

cases-copertina-1078x516.jpg Tra i modelli discorsivi da utilizzare come antidoti o vaccini negli anni attuali, del narcisismo dei social e dello specialismo dei “papers”, vi è la scrittura di un critico dimenticato che sulla rivista L’Indice dei libri del mese da lui fondata aveva fissato con chiarezza le buone regole per una recensione onesta: Cesare Cases (1920-2005). Cases è un stato un importante germanista ma anche un brillante critico letterario, un ironista e polemista nei saggi raccolti nei volumi Patrie lettere e Il testimone secondario (Einaudi, 1974 e 1985). I suoi autori italiani prediletti, difesi nell’ambito delle accanite discussioni degli anni Sessanta e Settanta, sono Calvino, Primo Levi, Elsa Morante.   Cases è abitato dal lukacsiano “demone della Totalità” che sopravvive in lui anche dopo le negazioni e le abiure. Dunque, è sbilenca in lui la situazione dell'interprete, apparentemente secondaria e marginale e su questa esibita provvisorietà si articolano le sue forme aggressive e difensive: l'ironia, il paradosso, la parodia.  Non a caso, il saggio critico in Cases può mascherarsi in altre forme del discorso: la lettera burocratica, il racconto, il dialogo. A esempio, nella  rubrica  «Libri da leggere e da non leggere», provocatoria tabella di stroncature e di approvazioni  della rivista Quaderni piacentini nel 1967, compare il suo saggio Difesa di “un” cretino: una appassionata difesa di Damiano Malabaila, pseudonimo del Primo Levi di Storie naturali, scritta in forma ironica come finta abiura e  lettera apologetica indirizzata all'«Onorevole redazione» che quel libro aveva stroncato:

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Realismo capitalista

00000000000000001Fisher Confesso di non aver sentito parlare di Mark Fisher, critico sociale e blogger di culto britannico, fino a poche settimane or sono. Avevo invece incontrato qua e là l’espressione «realismo capitalista» (che vedremo meglio fra poco), che è anche il titolo della sua opera più nota (2009), tradotta anche in italiano per l’editore Nero (Roma, 2018). Una serie di casuali incontri con citazioni e riferimenti in varie riviste o giornali mi hanno fatto poi collegare autore e titolo, e ho acquistato e letto d’un fiato questo prezioso pamphlet. Mi permetto di suggerirne la lettura ai docenti che frequentano questo sito e che non l’avessero da soli incontrato, sia perché è d’interesse generale, e l’intreccio fra temi sociali e culturali è oggi, come sempre, ineludibile, sia perché uno spazio tutt’altro che marginale è dedicato alla scuola, alla formazione, all’immaginario e perfino all’inconscio.

Il pamphlet non è un genere minore, anche se certo non tutti i pamphlet sono grandi opere. Appartengono a questa categoria Il principe di Machiavelli (a suo modo), Una modesta proposta… di Swift e Candide di Voltaire, per citare grandi capolavori. La scrittura saggistica e l’intento divulgativo vi s’incontrano, così come la riflessione filosofica, la prospettiva satirica o critica e l’esperienza quotidiana; il tutto dev’essere anche efficacemente condensato ed esposto in maniera argomentata sì, ma asseverativa. Non vorrei, con tali esempi, esagerare la portata del libello di Mark Fisher, ma certo in esso questi intrecci sono evidenti e rilevanti, e tale densità rende ardua e frustrante una concisa esposizione del libello.

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Borges, Leopardi e l’infinito

800px-Vincent_van_Gogh_-_Starry_Night_-_Google_Art_Project.jpg Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

Ad Antonio Prete

Ho vissuto in due città che hanno concepito e pensato l’infinito in modo diverso, se non contrapposto. Si tratta di due città differenti, per lingua, dimensioni e complessità, ma ciascuna, attraverso i suoi autori principali, ha dato un’idea di sé in modo tale che oggi è impossibile pensarle senza tenere conto di questo fatto. In una, l’infinito è rappresentato da un punto che contiene l’intero e inconcepibile universo, con tutte le sue possibilità, anche quella di vedere il proprio volto riflesso in quel segmento inesteso, scoperto nella concretezza di un luogo preciso; nell’altra, invece, è l’immensità dello spazio, attraverso l’immaginazione, a raffigurarlo: quell’orizzonte lontano che convoca dentro di sé, nei timori del cuore («ove per poco il cor non si spaura»), l’idea d’eternità. Uno di questi autori ha concepito l’infinito in una città malinconica, quando era un quarantenne e cominciava a imperversare il buio della sua cecità; l’altro, l’ha concepito nella sua prima giovinezza, osservando gli spazi sterminati oltre la siepe, in una piccola città arroccata sul crinale di una collina. Il primo si chiama Borges ed è nato a Buenos Aires allo scadere del XIX secolo; l’altro Leopardi ed è nato a Recanati, quasi un secolo prima. A Buenos Aires non si può pensare l’infinito senza tenere conto di quel punto che contiene ogni cosa, anche sé stesso, e che Borges ha raffigurato in un Aleph, ovvero in un «luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli». L’ha scoperto nel diciannovesimo gradino di una scala nei sotterranei della casa dove abitava Beatriz Viterbo, in via Garay. Si tratta di un infinito separato dal soggetto che lo contempla, quindi, esterno all’osservatore, eppure, in quel minuscolo frammento Borges scopre il suo stesso volto e il suo stesso sguardo. Non lo scopre nella sua interiorità, ma vede sé stesso dentro quel punto. Allo stesso modo, a Recanati, non si può pensare l’infinito senza tenere conto di quel confine spaziale, la siepe che lo «sguardo esclude», lassù, sul Monte Tabor, che si affaccia verso sud e dal quale, nelle giornate con poca foschia, si riescono a scorgere le cime innevate dei monti Sibillini, perché è a partire da quella barriera che la poesia di Leopardi, L’infinito, composta presumibilmente fra la primavera e l’autunno del 1819, prende il volo verso gli «interminati spazi». Dunque, parliamo di un infinito rappresentato da un universo interiore, che nello sguardo dispiega i propri sentimenti. Un anno dopo L’infinito, nella prosa poetica dello Zibaldone chiarirà un punto fondamentale:

L’anima s’immagina quello che non vede, che quell’albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe se la sua vista si estendesse da per tutto, perché il reale escluderebbe l’immaginario.

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Rileggere un classico della critica: Eros e civiltà di Herbert Marcuse

marcuse.jpg Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

“In questo saggio si usano categorie psicologiche, poiché sono diventate categorie politiche. Le tradizionali linee di demarcazione tra psicologia da un lato e filosofia politica e sociale dall’altro, sono state rese antiquate dalla condizione dell’uomo della nostra epoca: processi psichici un tempo autonomi e identificabili vengono assorbiti dalla funzione dell’individuo nello stato - dalla sua esistenza pubblica. Problemi psicologici diventano dunque problemi politici (…). In queste circostanze, voler applicare la psicologia all’analisi di eventi sociali e politici, significa dare al problema un’impostazione cui gli eventi stessi hanno tolto ogni validità. Si presenta piuttosto il compito opposto: sviluppare la sostanza politica e sociologica delle nozioni psicologiche.” (H. Marcuse, Eros e civiltà)

In una delle pagine più suggestive di Eros e civiltà, pubblicato in Italia nel 1964 con prefazione di Giovanni Jervis, Herbert Marcuse affidava alla psicoanalisi il compito di smascherare i dispositivi di interiorizzazione del dominio contemporaneo (“l’epoca che tende al totalitarismo anche là dove non ha prodotto stati totalitari”) improntato al profitto e all’estraneazione del lavoro. Questo libro alla fine degli anni sessanta ha conosciuto innumerevoli ristampe e, nonostante fosse assai complesso, è divenuto estremamente popolare soprattutto presso i giovani dei movimenti di contestazione e di lotta. Mezzo secolo più tardi, quella prima fortunata edizione di Eros e civiltà fa sorridere come un relitto di un’età ingenua: occhieggia nelle bancarelle dell’usato o nelle biblioteche residuali dei personaggi di Francesco Pecoraro. Non si potrebbe pensare, stando al senso comune, a nulla di più desueto nell’epoca in cui marxismo e psicoanalisi vengono considerati per decreto come gli emblemi stessi del sorpassato: il capolavoro di Marcuse, nel solco della prospettiva della Scuola di Francoforte, nella sua edizione americana (1955) recava infatti come sottotitolo A Philosophical Inquiry into Freud.

È tuttavia a partire dalla sua apparente inattualità che il libro può essere valorizzato. Due sono le ragioni per rileggerlo: il rovesciamento problematico del pensiero freudiano e la valorizzazione utopica della dimensione estetica.

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Rinnovare la letteratura per fondare una nazione: una morale politica?

 2970732.jpg Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

È uscito, per Marsilio editore, Leopardi moralista di Chiara Fenoglio. Pubblichiamo un estratto dal capitolo quinto, ringraziando l’editore e l’autrice per la concessione.

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Tutto proteso verso l’edificazione coerente di un sistema universale, che soddisfi le esigenze degli uomini e spieghi la natura delle cose in ogni luogo e tempo, Leopardi scende raramente nell’agone della cronaca e di una progettualità politica – quella risorgimentale – che è inequivocabilmente lo spirito dei tempi. Tra i nostri autori ottocenteschi, egli è probabilmente il meno interessato a un discorso sul genio dei popoli, eppure anch’egli quando parla di patria iscrive il suo ragionamento nella contrapposizione tra centro e periferia che caratterizza tutta la stagione risorgimentale. Così, in una lettera a Giordani dell’agosto 1823, la partenza da Roma è descritta come rientro nella propria «povera patria», come ritorno ai margini e al sepolcro, e tuttavia un ritorno assai poco doloroso se anche nel centro romano egli dice di «non aver mai saputo vivere».[1]

Dopotutto per Leopardi, come molti anni dopo per Alberto Arbasino, l’Italia è un paese senza, senza centro e senza costumi, privo di autentico senso di appartenenza, di “coscienza antropologica” e dunque anche di civiltà, perché tutto compreso nella contrapposizione di piccole patrie periferiche assimilabili a tanti sepolcri, repubblichette e città che, «formando tante nazioni [...] nemiche scambievoli», fomentano fin dal medioevo «la piccolezza delle virtù patrie, e il poco splendore dello stesso eroismo».[2] Per dirla ancora con Arbasino, è un’Italia che si rituffa di continuo nei medesimi Corsi e Ricorsi storici, vivendoli di volta in volta come farse o tragedie, senza mai riuscire a prendere coscienza del fatto che si tratta di vere costanti antropologiche e non di inopinati bubboni destinati, una volta guariti, a non presentarsi più.[3]

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«Un’inconfondibile voce poetica»: Louise Gluck

louise-gluck-1.jpg  Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

Un po’a sorpresa e facendo saltare tutti i pronostici che volevano come favorita Anne Carson, l’Accademia di Svezia ha assegnato il Premio Nobel per la letteratura 2020 a Louise Gluck, distintasi tra gli altri candidati per «la sua inconfondibile voce poetica, che con austera bellezza rende l’esistenza individuale esperienza universale». La poetessa americana, tuttavia, è pressoché sconosciuta in Italia, dove si possono trovare solo (e faticosamente) due opere pubblicate da piccoli editori e tradotte da Massimo Bacigalupo: L’iris selvatico uscita per Giano nel 2003 (The Wild Iris, però, è del 1992 e ha vinto il Pulitzer nel 1993) e Averno, del 2009, e pubblicata, nel 2019, dalla libreria e casa editrice napoletana Dante e Descartes, adesso subissata da richieste e prenotazioni. In aggiunta, le traduzioni contenute in West of your cities (nuova antologia della poesia americana), a cura di Mark Strand e Damiano Abeni (Minimum Fax, 2003), di difficile reperibilità, e quelle di Elisa Biagini in Nuovi poeti americani (Einaudi, 2006), ancora in catalogo. D’altronde, appare sempre più evidente che per certi scrittori sia più facile passare dal Nobel che dalle librerie; a conferma c’è anche il caso di Giovanna Giordano, unica italiana presente nella rosa dei candidati, i cui libri sono introvabili.

Una poesia disadorna e universale

Il nome di Louise Gluck è stato spesso associato a quello di Emily Dickinson e Robert Lowell, ma anche a quello di Sylvia Plath e di Anne Sexton; tuttavia, anche se è innegabile il forte legame che la lega a questi poeti (soprattutto alla Dickinson, ma sarebbe opportuno aggiungere anche Dante e T.S. Eliot), è altrettanto chiaro che non la si può relegare nella corrente della «poesia confessionale» (Macha Louis Rosenthal usò per primo questa definizione, nel 1959, in Poetry as Confession dedicato a Life Studies di Lowell) perché, pur non avendo mai avuto reticenze a parlare di sé e del suo vissuto personale (i temi centrali delle sue opere sono «l’infanzia e la vita familiare, lo stretto rapporto con genitori e fratelli», l’anoressia giovanile, il distacco, la solitudine, la morte, la natura), non ne condivide il pathos esistenziale, l’esibizione nuda e brutale del proprio io nell’istante dell’emozione, il soliloquio privato, appassionato e viscerale della propria vita psichica, instabile e repressa.

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Le Mille e una notte oltre l’“orientalismo”

519O-s9ervL._SX323_BO1,204,203,200_.jpg Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

Parlare di un libro come Le mille e una notte implica immergersi in un mondo misterioso. Ciò vale non solo per le sue atmosfere favolose o esotiche, ma perché è la stessa vicenda editoriale dell'opera ad essere labirintica e complessa.

È nel Settecento che le mille e una notte giunge in Europa, quando l'orientalista Antoine Galland dà alla stampa la sua traduzione in francese delle Notti arabe, testo che costituisce fino al Novecento il punto di riferimento fondamentale nella storia della tradizione che ha portato sino a noi questa raccolta di novelle. Alla base dell'opera di Galand c'è un manoscritto arabo in tre volumi di qualche secolo precedente e proveniente dalla Siria. Ma il numero di novelle della traduzione gallandiana è superiore a quello del manoscritto di riferimento, che contiene soltanto 282 notti, pertanto è evidente che Galland si è servito di altre fonti per completare la sua traduzione. Il risultato è un'opera nuova, sia dal punto di vista stilistico e linguistico, che contenutistico. Galland inserisce infatti nell'opera storie che non appartengono alla tradizione araba delle Notti. Nonostante questa versione sia unanimemente riconosciuta come infedele, resta il fatto che è la prima traduzione che ha permesso all'Occidente di conoscere l'opera, ed è stata la più letta e la più diffusa. Di essa Jorge Luis Borges ha scritto «la peggio scritta di tutte, la più bugiarda e la più debole; ma è stata la meglio letta. Chi le si accostò conobbe la felicità e la meraviglia».

Nuove fonti per le traduzioni europee dell'opera si rintracciano nelle diverse edizioni arabe uscite nel corso dell'Ottocento e utilizzate da traduttori inglesi, francesi ed italiani in alternativa alla versione di Galland, senz'altro più nota, ma meno completa dal punto di vista delle fonti utilizzate. Le Mille e una notte è dunque un testo che ha subito molti cambiamenti. È in questa intricata vicenda testuale che si colloca, nel 2006, la traduzione italiana condotta sull'edizione critica di Muhsin Mahdi, arabista e professore all'Università di Harvard che ricostruisce la più antica versione del testo arabo sulla base del manoscritto in tre volumi utilizzato da Galland.

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Marginalità e piccole patrie in Rigoni Stern e oggi

mariorigonistern Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

Ho passato l’estate a leggere romanzi contemporanei italiani (da Veronesi a Durastanti, Covacich, Perrella, Terranova, Vicari, Bazzi…), afroitaliani (Igiaba Scego) e americani (Whitehead, una mezza delusione nonostante il Pulitzer), ma nessuno mi ha dato l’emozione e la gioia di un vecchio libro di Rigoni Stern, regalatomi in agosto da un amico, un dolce amico avrebbero detto gli antichi latini. Si tratta di due racconti lunghi accomunati dall’argomento: contadini e montanari in una terra fra i monti, marginale e di confine, fra Italia e Austria: Storia di Tönle e L’anno della vittoria,  il primo del 1978, il secondo del 1985, ma riuniti in volume unitario da Einaudi già nel 1993. E in effetti L’anno della vittoria, quello immediatamente successivo alla conclusione della prima guerra mondiale, sembra la continuazione ideale di Storia di Tönle, che termina con la morte del protagonista alla fine del 1918.

Nei due racconti gli abitanti della piccola patria non parlano fra loro né italiano né veneto né tedesco, ma un’”antica lingua” (come vi si legge) più vicina al tedesco che all’italiano (ma con qualche influenza anche del ladino, se non erro). E tuttavia i protagonisti conoscono bene, e speditamente parlano, italiano, tedesco, veneto. E si capisce: il protagonista, per esempio, è italiano ma ha fatto il soldato nell’esercito dell’impero austroungarico agli ordini di un ufficiale certamente anche lui italiano, il maggiore Fabiani, e pratica il piccolo contrabbando di nascosto alla polizia di frontiera dei due stati, ma talora anche con il suo interessato accordo, e vive per alcuni anni facendo il venditore ambulante (vende stampe iconografiche, che diffondevano nel centro Europa la lezione dei grandi maestri della pittura italiana) in Boemia, Austria, Polonia, Ungheria mentre alcuni suoi amici e conterranei si spingono sino ai Carpazi, all’Ucraina e alla lontana Russia. Sono certo contadini e montanari, ma sanno leggere e scrivere e conoscono Vienna, Cracovia, Praga,  Budapest, oltre naturalmente a Venezia, Belluno, Trento. La loro piccola patria non conosce confini: è il luogo della casa e della famiglia, dei parenti, degli amici e dei morti, a cui il protagonista sempre fa ritorno dopo ogni viaggio; ma è una patria aperta al mondo, senza angustie e senza limiti, una patria dove ancora le stagioni dell’anno scorrono con il ritmo della natura annunciato dal canto e dal volo degli uccelli, dal succedersi dei raccolti e dalla trasformazione delle piante. In questa terra l’unico vero nemico è la miseria contro cui lottano tenacemente in modo solidale tutte le famiglie.

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Su Contro l’impegno di Walter Siti

61wnyRMXXBL-349x600.jpg Ho finito di leggere più di un mese fa Contro l’impegno. Riflessioni sul Bene in letteratura di Walter Siti (Rizzoli editore). È un libro pieno di conoscenze in ogni campo letterario (poliziesco, romanzo di denuncia, romanzo di intrattenimento, tendenze della critica attuale…) ed extraletterario (TV, giornalismo, fumetti, canzoni, cinema…). Il lettore, nonostante tanto sciorinamento di cognizioni e di titoli, lo legge di un fiato, e finisce per convincersi che il guaio della nostra letteratura più recente sia l’impegno, la tendenza (ad avviso di Siti, dominante) a battersi per il Bene contro il Male, promossa, parrebbe, dal sistema vigente in campo economico, culturale e politico. L’impegno, anzi il “neoimpegno”, caratterizzerebbe l’ultimo ventennio e sarebbe, sembra di capire, il responsabile della decadenza attuale delle lettere.

Chiuso il libro, vorrei parlarne, se posso dirlo, all’ingrosso, senza entrare nel dettaglio, senza citazioni (se non di passi che mi sono rimasti impressi in mente), ma confrontandomi direttamente con la sua tesi di fondo, che ho riassunto sopra brevemente. Ho l’impressione che questa opera brillante e per molti versi intricante e acuta si fondi su una contraddizione non risolta. L’autore afferma di continuo che la letteratura, quando è artisticamente ben risolta, sta non nel contenuto, ma nella capacità della forma di conoscere il mondo, sempre in modo ambiguo, complesso, problematico. La vera letteratura insomma non offrirebbe convinzioni, ma smarrimento. E tuttavia poi l’analisi di Siti è sempre contenutistica: sembrerebbe, per esempio, che occuparsi delle vittime, farle parlare o far parlare i loro aguzzini, mettere in scena gli esuli e così via, sarebbe uno dei tratti più esecrabili del cosiddetto “neoimpegno”. La vittima sarebbe usata, ohibò, per una “visione sentimentale” del mondo, scrive Siti. Ma non è da secoli che la letteratura si occupa di questi temi, dall’Odissea e dalla Eneide ai Miserabili di Hugo sino a oggi?  Rosso Malpelo incoraggia una “visione sentimentale” del mondo? Siti sa bene, e lo scrive a chiare lettere, che un testo può sostenere cause etiche e politiche “senza avvilire” (la litote è dell’autore) le potenzialità conoscitive della letteratura. E d’altronde la Commedia dantesca (opera incomprensibile senza pensare alla lotta del Bene contro il Male) sta lì a dimostrarlo. Rosso Malpelo è una vittima perseguitata tanto dal padrone, quanto dalla comunità; ma la grandezza del racconto sta nello stravolgimento per cui la sua vicenda è narrata dalla prospettiva dei suoi aguzzini. In quegli anni (in cui bisognava, fatta l’Italia, “fare gli italiani”) raccontare la storia dei bambini che dovevano imparare a lavorare e a integrarsi nel mondo degli adulti era un topos presente in Collodi, de Amicis, Capuana e molti altri, ma Verga lo riprende solo per rovesciarlo. Eppure Siti, quando passa dalla teoria alla pratica critica; sembra dimenticare la prima e seguire solo il proprio istinto di polemista. Così, per esempio, reso omaggio a Gomorra, intende ridimensionare la figura complessiva di Saviano scrittore. Ma che Saviano, dopo Gomorra, non abbia più scritto opere di sicuro valore letterario lo hanno dimostrato in molti (e io stesso fra questi), senza per questo avvertire la necessità di attaccare l’impegno che infesterebbe la letteratura contemporanea e limiterebbe fatalmente questo autore.

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Mozzi fra neomodernismo e postmoderno

 9788829708871.1000.jpg Le ripetizioni è un romanzo (Marsilio editore) di quasi quattrocento pagine. Il romanzo di una vita, si direbbe, dato che la sua composizione, attesta l’autore, Giulio Mozzi, sembra durata un ventennio. Certo, una opera impegnativa, e come tale va trattata. Non uno dei soliti romanzi di intrattenimento, insomma.

Detto questo, reso l’onore delle armi all’autore, il risultato è convincente solo nella  prima metà, quella d’impostazione neomodernista, evidente già nella struttura multipla. Le storie dei vari personaggi non sono raccontate di seguito, ma con interruzioni, ritorni all’indietro, riprese a distanza. A mano a mano che essi entrano in contatto col protagonista, compaiono le loro “storie” che vengono raccontate a frammenti, con interruzioni  e riprese. Il romanzo è fatto di queste vicende diverse in un intreccio complessamente articolato. Ogni storia è ripresa a distanza anche di molte pagine, continuata, interrotta, ripresa di nuovo con sbalzi temporali. L’ordine numerico permette di collegarle fra loro, ma a volte la sovrapposizione di storie diverse, spesso con trapassi temporali vertiginosi, può disorientare il lettore. Sta qui il carattere neomodernista: nella struttura narrativa appunto. E nel carattere sperimentale della scrittura, che a volte sfiora la poesia o tenta il flusso del monologo interiore, o mima i dialoghi teatrali, o riflette su materiale fotografico esibito al lettore. Anche il protagonista, Mario, inizialmente si direbbe uscito dalle pagine di un romanzo primonovecentesco: è un inetto, che cerca di adattarsi per forza di inerzia alla vita senza reagire, ripetendo sempre le solite situazioni di passività. Vorrebbe sposare una ragazza, Viola, ma nello stesso tempo è attratto da Bianca, da cui forse ha avuto una figlia, Agnese. Inoltre ha per amico un pittore geniale (di una genialità molto ovvia e convenzionale, invero) e un amante, Santiago, di cui si sa solo che ha gusti sessuali particolari (sadici) e ama schiavizzare i suoi amanti.

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