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diretto da Romano Luperini

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L'interpretazione e noi

L'interpretazione e noi contiene saggi, interpretazioni e interventi sulla letteratura e su di noi, donne e uomini contemporanei.

Dalla teoria della letteratura alla didattica: implicazioni e conseguenze

 

9788862665094 0 0 565 75 Nei prossimi mesi, nella sezione “L’interpretazione e noi”, offriremo ai lettori e ai colleghi una serie di suggerimenti di (ri)lettura di alcuni classici della critica, in prospettiva didattica. Come introduzione al ciclo, riproponiamo un saggio del nostro diretto Romano Luperini, che si può leggere nel suo Insegnare la letteratura oggi, Manni, 2013, alle pp. 70-78.

1. Come ognuno sa, sono possibili tre tipi di approccio critico all'opera letteraria, ognuno riferito a uno del momenti cruciali dell'asse jakobsoniano della comunicazione: emittente, messaggio e destinatario. Avremo una critica letteraria che si basa sulla centralità dell'autore e procede perciò dall'analisi dell'intentio auctoris e cioè dallo studio della persona biografica e storica o comunque della personalità artistica, una che parte dalla considerazione dell'intentio operis dunque dallo studio dell'opera valutata nella sua autonomia e nell’organicità della sua struttura formale e infine una che sceglie come punto di riferimento critico l'intentio lectoris e quindi lo studio del pubblico e dell'orizzonte d'attesa, della circolazione e della fruizione dei prodotti letterari o anche delle reazioni del soggetto nel momento stesso della lettura. Analogamente, anche nella pratica dell’insegnamento della letteratura, si può privilegiare uno o l'altro di questi approcci. 

Di fatto queste tre metodologie sono sempre possibili; tanto è vero che critici di ogni epoca hanno talora fatto ricorso a tutt'e tre. Tuttavia, negli ultimi due secoli, dall'età romantica a oggi, esse caratterizzano anche tre periodi diversi nella storia delle teorie letterarie in Occidente. Beninteso, in ciascuno di essi è frequente il ricorso a tipologie di approccio diverse rispetto a quella dominante. E tuttavia, osservando il panorama da una certa distanza, e con le lenti, a cui è impossibile rinunciare del senno di poi, una certa evoluzione appare del tutto evidente. A un primo periodo in cui ha prevalso la centralità dell'autore hanno fatto seguito un secondo contraddistinto dalla centralità dell'opera e infine un terzo in cui sembra dominare la centralità del lettore. 

Elogio della letteratura

 

zygmunt bauman2 La frase di Hesse citata in questo libro da Bauman – «se [Walser] avesse centomila lettori, il mondo sarebbe un posto migliore» potrebbe essere riferita anche a Elogio della letteratura (Einaudi, 2017, € 16). Si tratta di un libro-conversazione estremamente stimolante fra il noto sociologo, di recente scomparso, Zygmunt Bauman, e Riccardo Mazzeo. L'assunto principale del volume è che letteratura e sociologia «condividono il medesimo campo d'indagine, gli stessi temi e gli stessi argomenti nonché […] la vocazione e l'impatto sulla società». Il dialogo intenso e serrato fra questi due intellettuali felicemente non «soddisfatti», mette in scena il rapporto di fecondazione reciproca che deve stabilirsi fra le due discipline «sorelle». Significativamente, in un primo momento, gli autori avevano pensato come titolo a Sorella Letteratura. Sorelle dunque, anzi di più: gemelle siamesi, perché fisicamente inscindibili. Entrambe condividono l'obiettivo di squarciare il velo delle interpretazioni già formate, fornendo nuove letture del reale e dei suoi problemi decisivi. Questa simbiosi si costruisce sulla convinzione per cui «l'immaginazione nell'analisi è il destino comune di sociologia e letteratura».

Il nodo principale attorno a cui si avviluppano questi dialoghi è quello della trasmissione e della eredità. Con un'opportuna precisazione preliminare: «La trasmissione non è in alcun modo una clonazione». Grazie ad essa si accede a se stessi: «Come potremmo diventare noi stessi senza un'eredità, senza un maestro, senza la sua voce, senza un messaggio profondo?».

La sonda e lo specchio: le identità plurali nella scrittura di Mauro Covacich

per Covacich len Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre. 

Lo scorso 8 giugno a Trieste è stato conferito a Mauro Covacich il Premio Tomizza. Con alcune varianti questa è la prolusione dedicata alla parabola letteraria dell’autore triestino.

È possibile eleggere a metafora della narrativa di Mauro Covacich quella, ben nota a chi conosce i suoi romanzi, del maratoneta ossia dell’atleta che sceglie la faticosa resistenza sulla lunga distanza:

La maratona è un’arte marziale. Chi la corre compie una scelta estetica, non una sportiva. Lo sport non c’entra niente. Vorrei dire: Resistere alla più alta velocità possibile per una strada così lunga è la cosa più bella che una mente umana possa produrre. La mente non è il cervello, la mente è il sistema del corpo che pensa. (M. Covacich, A perdifiato, Milano, La nave di Teseo, 2018, p. 32)

La sua produzione, difatti, conta una quindicina di titoli e occupa un arco cronologico ininterrotto che, dall’anno dell’esordio avvenuto nel 1993, ha visto l’autore confrontarsi con generi letterari sempre differenti e con temi difformi. Covacich è, dunque, uno scrittore perseverante, assiduo ma certo non seriale e mai incline ad assecondare le mode editoriali o le tendenze del mercato.

La critica come didattica: dissenso e verità

d48a4796 bcf9 48d6 86b0 512b3758efda xl Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre. 

L'intervento è stato presentato al Convegno “Ethos democratico e pensiero critico. Saperi, istituzioni, soggettivazioni”, Brescia 5-6 maggio 2017. Una versione ridotta è uscita sul Manifesto  del 3 giugno 2018

  1. Esiste ancora la necessità della critica e la questione del lavoro critico continua a comportare anche oggi il rischio intellettuale di “dire la verità”. Perché esiste la verità, ineludibile pur nel suo essere relativa, parziale e provvisoria (una verità che riguarda l’etica, l’esistenza, la nostra relazione con il mondo). Edward Said, di cui non condivido il metodo “orientalista” ma di cui ammiro lo spirito critico, in Dire la verità. Gli intellettuali e il potere (1995) argomenta coraggiosamente come la questione della verità pertenga alla funzione dell’intellettuale ridefinito nel contesto dei conflitti del mondo globalizzato e della precarietà del suo riconoscimento sociale. A differenza di quanto accade a figure di intrattenitori-professionisti che pongono il proprio lavoro al servizio dell’ordine costituito, Said riprende Gramsci e Sartre e identifica la vocazione di dire la verità con la critica al potere, in bilico tra solitudine e allineamento. Qualche decennio prima, Elsa Morante in Pro o contro la bomba atomica (1965) poneva in modo radicale la questione della verità dell’arte in rapporto alla “lotta contro in drago dell’irrealtà”: “nel sistema organizzato della irrealtà, la presenza dello scrittore è sempre uno scandalo”. Elsa Morante considerava la bomba nucleare come il “fiore” della società piccolo-borghese, della pulsione di morte dei ceti medi e la letteratura come “il contrario della disintegrazione”. Nulla di ciò che hanno scritto Said e Morante su realtà e verità mi sembra oggi tramontato.

Recalcati, l'etica del desiderio e l'occhio cieco della psicoanalisi

Contro il Sacrificio. Al di la del fantasma sacrificale Massimo Recalcati 660x330 Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

La morte di Cristo non è stata un sacrificio patito per ottenere in contraccambio dal Padre – in una logica economica di scambio, di dare e avere  ̶  la possibilità di salvezza del genere umano. Si è trattato invece di una autorealizzazione, della conclusione di un progetto di vita, di una «vocazione» (di un “destino”, avrebbe detto Debenedetti: di un destino in senso freudiano) da porre come esempio agli uomini e così sollecitarli a una vita liberata dai divieti, dalle imposizioni, dai sacrifici che costellano la tradizione moralistica del Vecchio Testamento e continuano a sopravvivere anche oggi, dentro e fuori la religione cristiana.

Questa interpretazione di Recalcati (qui liberamente e molto sinteticamente rielaborata) rovescia un modo di pensare e di vivere un cristianesimo colpevolizzante, ancora largamente egemone nel costume e nella psicologia comune. Nello stesso tempo rivela un carattere della ricerca e della scrittura dell’autore di questo libro (Contro il sacrificio. Al di là del fantasma sacrificale, Cortina editore): Recalcati è un “urbanizzatore”. Come Gadamer, secondo Habermas, “urbanizzò” Heidegger rendendolo accessibile ma anche temperandone asprezze e angoli, così Recalcati fa con Lacan. In questo suo atteggiamento ci sono meriti indubbi (per esempio, la capacità di riportare gradi problemi filosofici e psicoanalitici alla vita comune di oggi, dalla politica alle psicopatologie quotidiane), ma possono annidarsi anche dei rischi di semplificazione e di adeguamento alle esigenze sociali con esiti di tipo conservatore. Voler essere compresi e accettati da tutti può implicare quei facili adeguamenti, che talora si intravedono nei suoi libri più recenti.

La critica secondo Fortini

Fortini Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

Questa relazione è stata scritta in occasione del convegno che si è tenuto all’Università di Padova l’11 e il 12 dicembre 2017.  Fortini ’17. Per Franco Fortini in occasione della nascita.

In questa introduzione non mi occuperò di Fortini critico ma della critica secondo Fortini. Su Fortini critico sono previsti in questa sezione già cinque interventi, e inoltre su questo argomento non saprei dire molto di diverso da quanto da me scritto negli anni Novanta[1].  Confesso tuttavia che non mi sarebbe dispiaciuto fare autocritica su una doppia lacuna di quel lavoro: l’aver taciuto allora sull’importanza fondamentale di un saggio fortiniano di sessanta anni fa ancor oggi attualissimo, Metrica e libertà, e sul ruolo che Fortini critico ha avuto nel delineare il canone del Novecento poetico italiano. Sulla prima questione mi limiterò a un’unica considerazione:  affermare, come fa Fortini, che «L’istituzione metrica è l’inautenticità che sola può fondare l’autentico; è la forma della presenza collettiva»[SI, 334], mettendo così a frutto la lezione di Adorno (la forma è contenuto sedimentato) e di De Martino (la nenia funebre come ritualizzazione e socializzazione del sentimento), significa acquisire  allo spazio della socialità e della storicità anche il territorio della metrica che per molti versi sembrava privilegio di un approccio tecnico-formalistico. Sulla seconda questione  mi limito a ricordare qui una annotazione del 1954 compresa in Un giorno o l’altro in cui Fortini dichiara, in polemica con la proposta di canone avanzata dall’antologia di Anceschi e Antonelli,  che sarebbe giunto il momento di «far occupare da Saba il luogo di Campana, da Montale quello di Ungaretti, da Luzi quello di Quasimodo» [UGA, 115], anticipando di un ventennio la operazione  con cui il suo  I poeti del Novecento e Poeti italiani del Novecento di Mengaldo stabilizzeranno per un considerevole periodo di tempo (e forse sino a oggi) il canone poetico del secolo.

Ma veniamo al mio argomento di oggi, la critica secondo Fortini. Nella dedica lasciatami nel gennaio 1969 su una copia di Ventiquattro voci per un dizionario di lettere, Fortini mi suggeriva di concentrare l’attenzione soprattutto su due luoghi:  le pagine 27-29 della introduzione (dedicate alla figura dell’intellettuale  e ai caratteri della scrittura di tipo comunicativo, suasorio o saggistico) e la voce “Critica”. Fra i due passi c’è in effetti una stretta correlazione, come dimostra, fra l’altro, l’arco  della elaborazione fortiniana su questo doppio tema fra Verifica dei poteri e la premessa, oltre venti anni dopo, ai Nuovi saggi italiani.

Machiavelli in classe. Il saggio come discorso su di sé e sul mondo

1200px Portrait of Niccolo Machiavelli by Santi di Tito Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre. 

Chi si affaccia oggi alla critica letteraria deve prendere atto dell’evaporazione di due attributi essenziali: la sacralità ed il carattere collettivo. Il primo è un fenomeno di cui ha parlato a lungo Bourdieu: il rapporto fra autore, testo e pubblico riflette quello che unisce profeti, sacerdoti e fedeli secondo un meccanismo che consente di attribuire senso e tenere in ri-uso il discorso critico. Il carattere collettivo della scrittura saggistica, invece, ci porta molto indietro nel tempo, alla nascita di questa forma e ad alcune sue caratteristiche fondamentali. In quanto genere letterario argomentativo, il saggio non può liberarsi da un certo tasso di parzialità: i primi saggisti moderni hanno abbracciato la particolarità del proprio punto di vista facendo affidamento a ragione e stile. Ragione, stile e individualità che si realizzano su un piano collettivo sono le forze che muovono uno dei primi esempi di saggismo moderno: Il Principe di Machiavelli. Già in alcuni passaggi della «Dedica» sono percepibili tutti i caratteri che assumerà la scrittura saggistica successiva:

[5] Né voglio sia imputata prosunzione se uno uomo di basso e infimo stato ardisce discorrere e regolare e’ governi de’ principi; perché così come coloro che disegnano e’ paesi si pongono bassi nel piano a considerare la natura de’ monti e de’ luoghi alti e, per considerare quella de’ luoghi bassi, si pongono alto sopra ‘monti, similmente, a conoscere bene la natura de’ populi, bisogna essere principe, e, a conoscere bene quella de’ principi, conviene essere populare. […]

[7] E se vostra Magnificenza da lo apice della sua altezza qualche volta volgerà li occhi in questi luoghi bassi, conoscerà quanto io indegnamente sopporti una grande e continua malignità di fortuna (pp. 5-6).

Merito! Eccellenza! Valutazione! Contro l’università “in scatola”

9788858125618 0 0 3307 75 Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

Una versione più lunga di questa recensione è stata pubblicata sul n. 75 di Allegoria

Universitaly. La cultura in scatola (Laterza, 2016) di Federico Bertoni ci consente uno sguardo critico sugli assetti attuali dell’Università italiana: è dunque un libro prezioso e da discutere. Il volume, dedicato «ai miei tre figli, piccoli maestri», è aperto da avvertenze (Questo libro) che ne precisano il genere, il metodo e gli intenti («al tempo stesso un racconto, un saggio di critica culturale e un testardo gesto d’amore per il sapere, l’insegnamento e un’istituzione che ha accompagnato il progetto della modernità occidentale», p. VII). Il titolo rinvia al pullulare merceologico degli acronimi anglofili nel marketing accademico. La struttura è tripartita: il primo capitolo (Esperienza) è dedito a misurare nella prassi quotidiana (dettagli, relazioni, gesti della «giornata d’un professore») l’impatto delle trasformazioni imposte agli adempimenti burocratici, all’insegnamento, all’organizzazione dei corsi e all’identità stessa di un docente universitario a partire dalla riforma Berlinguer in poi; il secondo capitolo (Narrazione) racconta con intento demistificante (con Flaubert) i luoghi comuni della bêtise  e della master fiction egemone sull’Università e le sue parole magiche (Merito, Eccellenza, Valutazione); il terzo e ultimo capitolo (dal titolo Politica) è diagnostico e terapeutico: cerca di spiegare come sia potuto accadere che l’università da luogo di elaborazione della conoscenza sia diventata un «concentrato di stupidità” e cerca di suggerire alcune minime pratiche di resistenza.

Va detto che la scelta di un taglio demistificante da parte di un docente “strutturato” (e di uno studioso e critico di valore) come Bertoni, è assai coraggiosa. La «bonifica semantica» (p. 62) che permette di decostruire le parole egemoni svelando l’ideologia, è oggi indispensabile. Il metodo della testimonianza sul campo è altresì efficace e condivisibile: dà un’idea problematica e al contempo divulgativa, a un pubblico potenzialmente ampio, di cosa sia oggi l’Università.

Le strade e le forme d’esperienza nella letteratura italiana del secondo Novecento. Morante, Lodoli, Tondelli e Calvino

len 20141201 0048 Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

Lo specifico della letteratura: tempo o spazio?

Affrontare il tema dello spazio, suggerisce Genette, porta ad interrogarsi sui rapporti che le arti e la letteratura intrattengono con questa dimensione. Certo, il nostro immaginario connette con più immediatezza tale immagine ad arti più specificatamente spaziali quali la pittura, la scultura o l’urbanistica. Viene, dunque, da chiedersi se lo specifico della letteratura sia appunto lo spazio, o se piuttosto questa non costituisca che una cornice in cui dipanare il filo delle vicende. Se, allora, ci si appresta ad analizzare un elemento come la strada in alcuni testi della nostra produzione narrativa, si dovrà preliminarmente affrontare una questione specifica: quali interrogativi ha sollevato la rappresentazione dello spazio in letteratura? 

‘La letteratura è tempo’ o ‘La letteratura è spazio’?
Nel saggio Laocconte (1776) Lessing rimarca la natura strettamente temporale della letteratura, fondata su un criterio di successione degli eventi. Ciò che è statico in narrativa deve essere presentato in modo non statico: Omero, per esempio, non descrive la bellezza di Elena, ma mostra gli effetti che ha sugli anziani di Troia (lib. III, vv.152-160).
Il pensatore tedesco, quindi, assegnando il primato indiscusso del tempo alla produzione letteraria e vincolando, invece, l‘arte figurativa alla staticità dello spazio, infrange il principio estetico classico che aveva dominato per secoli, fondato sulla identificazione fra poesia e pittura. Il detto di Simonide «la pittura è una poesia muta e la poesia una pittura parlante», giunge ad Orazio che enuncia il principio dell’ ut pictura poësis, fondante il rapporto di reciprocità fra arte figurativa e arte poetica.
Che si sia andata affermando una dimensione fortemente narrativa nella tradizione seguente lo testimoniano opere come quelle di Ariosto e Tasso: un vorticoso succedersi di eventi labilmente intercalati da elementi descrittivi. La frequenza dei fatti, incalzati da un vivace senso dello scorrere del tempo, si riverserà poi nei romanzi picareschi del ‘600 e quindi del ‘700, riducendo la componente spaziale a debole contenitore di intrecci.

Spazi novecenteschi: la strada
Ora, questo primato del tempo nella narrazione pare messo in discussione dalla cultura novecentesca che ha enfatizzato, invece, l’elemento spaziale in letteratura – si pensi al valore degli ambienti chiusi, per esempio in Kafka, ma anche oltre nel Noveau roman e nell’École du regard. Anche la critica degli anni ’60 e ’70 del ‘900 ha riservato grande attenzione allo spazio pervenendo a soluzioni interpretative che per decenni hanno fatto scuola e alle quali ci si è rifatti per le proposte di letture che qui vengono avanzate: pensiamo soprattutto a Bachtin, per l’elaborazione del concetto di cronotopo, e Lotman, per la relazione indagata fra spazio e cultura. Modelli critici questi che si cercherà, in questa sede, di far dialogare con testi a nostro modo di vedere rappresentativi della produzione narrativa italiana fra gli anni ’60 ai ’90 del secolo scorso, in cui l’immagine della strada emerge come immagine-simbolo della natura spaziale della sensibilità del nostro tempo: La strada di San Giovanni di Italo Calvino (1962), La Storia di Elsa Morante (1974), Autobahn di Pier Vittorio Tondelli (1980) e Crampi di Marco Lodoli (1992).
Per affrontare materiali così eterogenei, scartata la prospettiva cronologica, ci si muoverà lunga una trama di interrogativi-guida, quali la natura reale o immaginaria delle stesse e la loro capacità di innescare il processo narrativo. L’elemento spaziale fa fermare il tempo fino a spegnerlo? La presenza della strada nel testo fa prevalere l’elemento descrittivo o l’elemento dinamico? conferma i personaggi nella loro identità o li muta, attivando un processo di formazione o almeno di trasformazione?

Cosa deve sapere di Tozzi un italiano mediamente colto?

len 2018 02 06 001  Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

Da qualche settimana lo stato italiano ha riconosciuto Federigo Tozzi fra i classici della letteratura italiana decretandone (e finanziandone) la pubblicazione dell’opera omnia. I classici italiani che hanno avuto questo riconoscimento sono circa un centinaio, ma fra questi Tozzi è fra i meno noti al pubblico. Le cause sono diverse: il carattere apparentemente provinciale e periferico della sua personalità, la sgradevolezza della sua scrittura acre e amara, il carattere sperimentale della sua ricerca. Anche la scuola sinora ha fatto ben poco per far conoscere questo grande scrittore. Si può dichiarare senza molti dubbi che gli italiani, anche mediamente colti, ne ignorino la produzione. Penso che sia necessario farsi carico di questo problema. Ecco qui un rapido profilo dell’autore, scritto in modo semplice e chiaro, senza inutili specialismi.

Federigo Tozzi (nato a Siena nel 1883, morto a Roma nel 1920) è, con Verga e Pirandello, il maggior novelliere dell’Italia unita. Ha scritto anche poesie, opere teatrali e soprattutto raccolte di frammenti e romanzi, ma è nelle novelle che raggiunge i risultati migliori. Ciò d’altronde è anche una conseguenza della poetica, elaborata dapprima, nel periodo senese, sulla base di letture disordinate da autodidatta ma già vivificata da scoperte assolutamente moderne nel campo della psicologia, poi, nel periodo romano (1914-1920), sviluppata grazie alla frequentazione di critici e scrittori di grande rilievo, come Borgese e Pirandello (con quest’ultimo collaborò negli anni della guerra). È una poetica fondata su alcuni punti essenziali, culturali e stilistici: 1) l’interesse per la psicologia, maturato grazie alla lettura giovanile di Principi di psicologia di William James e dei saggi di Janet e Ribot (psicologi francesi della scuola di Charcot), lo induce a esprimere la variabilità continua degli stati di coscienza  e a mettere al centro della scrittura «qualunque misterioso atto nostro», anche il più insignificante, che può rivelare comunque il segreto di un’anima; 2)  lo svuotamento della trama tradizionale e la scelta di una scrittura sussultoria e paratattica nel tentativo di cogliere il «mistero» più profondo dei sentimenti, delle sensazioni, delle impressioni, anche le più minute e fuggevoli, dei suoi personaggi: il punto di vista  non è dunque quello di un narratore oggettivo, ma è calato nell’interiorità del soggetto, e ne riflette gli stati d’animo, anche i più confusi e contraddittori, con effetti onirici, allucinati e visionari e una deformazione grottesca della rappresentazione; 3) a fondamento di tale interesse psicologico sta una concezione dell’«anima» che è, nello stesso tempo, luogo in cui si manifesta il sentimento religioso e sede dell’inconscio, cosicché la scrittura  è registrazione di un doppio «mistero”, quello della presenza di Dio, che qui si rivela,  e quello della psiche umana. A queste prese di posizione si aggiunge, nel periodo romano, lo sforzo di chiudere in una «impalcatura» (come la chiama Tozzi) l’originaria tendenza al frammento, superando il frammentismo vociano e recuperando la misura tradizionale del genere narrativo (novella e romanzo), fondato sulla durata e sulla continuità della narrazione. Date le premesse, questo sforzo si realizza meglio nella misura della novella e meno in quella del romanzo, dove, anche nei risultati più riusciti, resta sempre qualcosa di irrisolto.