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L'interpretazione e noi

L'interpretazione e noi contiene saggi, interpretazioni e interventi sulla letteratura e su di noi, donne e uomini contemporanei.

I dagherrotipi contemporanei di Francesco Targhetta: dalle vite in posa di Perciò veniamo bene nelle fotografie alle esistenze frenetiche di Le vite potenziali

 

000000000000000000targhetta 

Teo legge una proposta su un job posting

Che fa il caso suo: risorse umane

eicar, acca-erre, se ti piace la psicologia

E hai letto Ottieri, Donnarumma all’assalto

Non puoi tirarti indietro. Da due settimane,

infatti, non pensa ad altro […]

e alla fine decide di buttarsi

in quei colloqui che in realtà sono

guerre

(F. Targhetta, Perciò veniamo bene nelle fotografie, Milano, ISBN Edizioni, 2012, p. 70)

 

Dopo il romanzo generazionale in versi Perciò veniamo bene nelle fotografie (2012), Francesco Targhetta approda alla narrazione in prosa con Le vite potenziali (Mondadori, 2018) per raccontare le “guerre” aziendali che nella precedente opera erano per lo più alluse: abbandonata l’ambientazione padovana e studentesca, qui lo scrittore mescida, infatti, lo spietato ritratto di un Veneto produttivo e all’avanguardia, in cui la microimprenditorialità del “Giappone italiano” si è specializzata nell’informatica, con i dagherrotipi contemporanei di tre comprimari alle prese con gli intrecci delle loro vite lavorative e private: Alberto, Giorgio e Luciano, ex compagni di liceo e ora colleghi nella medesima azienda.

I personaggi

Di dagherrotipi propriamente si tratta, più che degli sfuggenti selfie che fanno mostra di sé nei social di oggi: quelle di Targhetta sono, infatti, “immagini non riproducibili” che abbisognano del tempo paziente della camera oscura – in questo caso i 12 capitoli che compongono il romanzo – per definire contorni, lasciar emergere sfumature, stabilire differenze tra primi piani e campi lunghi. Nel nuovo romanzo non siamo più di fronte a personaggi precari immobilizzati in pose bohémien («Non si muove nessuno, qua, perciò veniamo bene nelle fotografie»). Viceversa le esistenze dei personaggi de Le vite potenziali sono frenetiche, diversamente vorticose e destinate a mutare i reciproci destini come il titolo stesso, ancora una volta, suggerisce: persino Fulvio, che compare di scorcio e resta un personaggio sostanzialmente assente dal cuore del plot, rivestirà infatti un ruolo determinante per le vite altrui.

Un fraterno diagnosta. Su La pura superficie di Guido Mazzoni

 

Mazzoni Pura superficie Lo scandaglio di un occhio clinico

C’è un topos nei film di evasione carceraria e in quelli di fantascienza: la luce  proiettata di un faro o un laser puntato setacciano il terreno palmo a palmo, metodicamente. Nella realtà sarebbe probabilmente impossibile sfuggire a questo controllo panottico. Nella logica fantastica e arbitraria del film, al contrario, al protagonista è lecito infrangere questa impossibilità. Lo stile di Mazzoni e la sua visione del mondo (e di conseguenza del rapporto tra linguaggio e mondo) possono essere descritti, credo, con questa metafora.

Mazzoni sembra mirare a una visibilità ed esteriorizzazione totali. Tutto è scandagliato da un occhio clinico: l’interno e l’esterno – la psiche e i corpi – degli individui, i pensieri e le emozioni, il dettaglio di un gesto e la filosofia della storia, la vita domestica e i grandi eventi politici e sociali, il fatto autobiografico e la letteratura, il sogno e la veglia, la vita umana e quella animale. È uno stile privo di allusioni, reciso, anti-orfico. La ricognizione procede millimetricamente, un dettaglio alla volta, con sovrumana calma, sia quando si tratta delle più trita quotidianità, sia quando la materia è orribile:

Scende in metropolitana, gioca col telefono, si stanca / di uccidere gli alieni, allora lascia / che emerga un pensiero complesso, prova a dargli forma. / Chiude la custodia, guarda fuori senza vedere. / È un pensiero sulla vita sociale, sulle cerchie. (Cinque cerchie)

La breve estate di Gerda Taro: vita e morte della rivoluzione in Spagna. Note sul libro di Helena Janeczek (Premio Strega 2018)

000000000000000000000000000000Janeczeck Ripubblichiamo la recensione a "La ragazza con la Leica" di Emanuele Zinato, già uscita qualche settimana fa sul nostro blog

Fotografia e letteratura: il passato e il futuro

Per Walter Benjamin, le tecniche alla fine del loro sviluppo o mentre stanno scomparendo, mettono in relazione il passato con il futuro e prefigurano ciò che verrà: così i passages ottocenteschi anticipano il feticismo delle merci e il videorama anticipa il cinema. La fotografia, assai presente nella letteratura odierna nelle forme della descrizione delle immagini o nella loro diretta inclusione in “iconotesti” (da Sebald a Annie Ernaux), sembra oggi vivere questa medesima condizione: resa obsoleta dal digitale è, grazie a ciò, scavo vitale nella memoria e indice di futuro.

L’ultimo romanzo di Helena Janeczek, La ragazza con la Leica (Guanda, 2017) è a questo proposito esemplare: ha come protagonisti una fotoreporter leggendaria prematuramente scomparsa (Gerda Taro) e una tragedia collettiva in apparenza inattingibile (gli anni Trenta in Spagna), utilizza la narrazione multiprospettica cara ai modernisti americani, come Faulkner e Dos Passos, per interrogare i dettagli muti dei fotogrammi fino a farne materia di romanzo.

Superficie

d4ed7d58 03f5 4b3d 8bd6 ea203ee1734d large È un libro singolarmente spiazzante l’ultimo di Diego De Silva.

Alle prime pagine viene da pensare: tutto quello che non vorremmo mai sentire né dagli altri né tantomeno dalla nostra bocca. Ha dunque il primo effetto di ammutolire il lettore per il terrore di dire banalità. Chi poi è già restio a esprimersi per un eccesso di autoconsapevolezza (maestro ne è stato Italo Svevo, prototipo dell’intellettuale moderno) un po’ si compiace del fatto che adesso anche gli atri impareranno a tacere (!) Ma naturalmente non tutti i lettori sono uguali e non è affatto detto che un libro così, che si presenta in medias res, senza cornice, premessa, prefazione, note, privo totalmente di un apparato paratestuale, se non il laconico e sibillino titolo, sia recepito da tutti allo stesso modo; è di facile lettura, troppo facile e dunque difficile da interpretare.

Ma poi suscita l’interrogativo: che operazione culturale è mai questa? Certo non è un romanzo né un racconto, ma nemmeno narrativa; si potrebbe paragonare a una raccolta di “prose” - per contrasto; dove lì c’era il pieno di senso qui c’è il vuoto. E perché mai lo scrittore si fa portavoce di tale vuoto di senso? È una denuncia. Mirando in basso, provoca.

L’immagine di copertina mi ha fatto venire in mente il libro inglese per bambini, Tiddler con tutte le voci della classe che ripetono come una cantilena le sue gesta.

La sonda e lo specchio: le identità plurali nella scrittura di Mauro Covacich

per Covacich len Lo scorso 8 giugno a Trieste è stato conferito a Mauro Covacich il Premio Tomizza. Con alcune varianti questa è la prolusione dedicata alla parabola letteraria dell’autore triestino.

È possibile eleggere a metafora della narrativa di Mauro Covacich quella, ben nota a chi conosce i suoi romanzi, del maratoneta ossia dell’atleta che sceglie la faticosa resistenza sulla lunga distanza:

La maratona è un’arte marziale. Chi la corre compie una scelta estetica, non una sportiva. Lo sport non c’entra niente. Vorrei dire: Resistere alla più alta velocità possibile per una strada così lunga è la cosa più bella che una mente umana possa produrre. La mente non è il cervello, la mente è il sistema del corpo che pensa. (M. Covacich, A perdifiato, Milano, La nave di Teseo, 2018, p. 32)

La sua produzione, difatti, conta una quindicina di titoli e occupa un arco cronologico ininterrotto che, dall’anno dell’esordio avvenuto nel 1993, ha visto l’autore confrontarsi con generi letterari sempre differenti e con temi difformi. Covacich è, dunque, uno scrittore perseverante, assiduo ma certo non seriale e mai incline ad assecondare le mode editoriali o le tendenze del mercato.

La critica come didattica: dissenso e verità

d48a4796 bcf9 48d6 86b0 512b3758efda xl L'intervento è stato presentato al Convegno “Ethos democratico e pensiero critico. Saperi, istituzioni, soggettivazioni”, Brescia 5-6 maggio 2017. Una versione ridotta è uscita sul Manifesto  del 3 giugno 2018

  1. Esiste ancora la necessità della critica e la questione del lavoro critico continua a comportare anche oggi il rischio intellettuale di “dire la verità”. Perché esiste la verità, ineludibile pur nel suo essere relativa, parziale e provvisoria (una verità che riguarda l’etica, l’esistenza, la nostra relazione con il mondo). Edward Said, di cui non condivido il metodo “orientalista” ma di cui ammiro lo spirito critico, in Dire la verità. Gli intellettuali e il potere (1995) argomenta coraggiosamente come la questione della verità pertenga alla funzione dell’intellettuale ridefinito nel contesto dei conflitti del mondo globalizzato e della precarietà del suo riconoscimento sociale. A differenza di quanto accade a figure di intrattenitori-professionisti che pongono il proprio lavoro al servizio dell’ordine costituito, Said riprende Gramsci e Sartre e identifica la vocazione di dire la verità con la critica al potere, in bilico tra solitudine e allineamento. Qualche decennio prima, Elsa Morante in Pro o contro la bomba atomica (1965) poneva in modo radicale la questione della verità dell’arte in rapporto alla “lotta contro in drago dell’irrealtà”: “nel sistema organizzato della irrealtà, la presenza dello scrittore è sempre uno scandalo”. Elsa Morante considerava la bomba nucleare come il “fiore” della società piccolo-borghese, della pulsione di morte dei ceti medi e la letteratura come “il contrario della disintegrazione”. Nulla di ciò che hanno scritto Said e Morante su realtà e verità mi sembra oggi tramontato.

Roth, Kafka, Flaubert e altre influenze

philip roth La prima volta che ho avuto in mano un romanzo di Philip Roth è stato alla fine degli anni Ottanta, quando mio padre, uomo tutto sommato pudico, mi aveva regalato Lamento di Portnoy in una vecchia edizioni Bompiani, dicendomi che ormai ero abbastanza grande per leggerlo. La biografia nella quarta di copertina parlava di un autore che, dopo aver conosciuto un grande successo proprio grazie a quel libro, era passato per fortune alterne, almeno in Italia: sarebbe stato necessario aspettare quasi dieci anni per la consacrazione definitiva che avvenne con quella che viene comunemente chiamata la "seconda trilogia di Zuckerman". Il Lamento di Portnoy, pubblicato in America nel 1969 e arrivato in Italia un anno dopo, era un libro diverso da tutti quelli che avevo letto fino a quel momento: con il suo linguaggio sfrenato e osceno, era irresistibilmente esilarante. A George Plimpton che lo intervistava poco dopo l'uscita del romanzo, Roth aveva detto: "Nella mia vita di scrittore, l’uso dell’oscenità è stato in gran parte governato dal gusto letterario e dal mio gusto, e non dai costumi dei lettori o dalle  mode". Gli swinging sixties, aggiungeva Roth, i ruggenti anni sessanta che avevano contribuito a togliere i freni alle inibizioni sessuali, non erano stati determinanti nella liberazione che il suo linguaggio, così controllato e misurato nei romanzi precedenti aveva conosciuto. "Il libro non è pieno di parolacce perché è così che la gente parla: questa è una delle ragioni meno convincenti per usare l’oscenità nella narrativa".

Roth aveva esordito alla fine degli anni cinquanta con un romanzo breve che, nelle prime edizioni, era accompagnato da cinque racconti. Ne ho un'edizione piuttosto vecchia, in casa, con il titolo tradotto in italiano (da poco Einaudi l'ha pubblicato con una nuova traduzione, e libero dai racconti: è "Goodbye, Columbus"). E' un Roth in nuce, ancora imberbe, a tratti titubante; leggendolo, si prova la stessa impressione che si ha quando, guardando la foto di un bambino, si intravede l'adulto che sarà e allo stesso tempo si intuisce che manca ancora qualcosa di fondamentale. Poi, ci fu Quando Lucy era buona, storia di una famiglia del Middle West, uscito nel 1965, austero e sobrio come un libro dell'Ottocento. Cosa era successo, nei dieci anni che hanno portato a Lamento di Portnoy? Come lui stesso riconosceva, Roth aveva finalmente trovato la propria voce. Era uscito dall'Università di Chicago convinto che uno scrittore dovesse per forza assomigliare a Henry James. Un ideale di scrittura che non gli apparteneva, e che infatti non portò grandi frutti.

Da Piombino all’Inghilterra. L’epica working class di Alberto Prunetti

schermata 2018 04 05 alle 08.59.51 Margaret Thatcher non è Margaret Thatcher. È “Maggie”, è la dea Kali, è un’anima precipitata in Malebolge, è il lovecraftiano Cthulhu, mostro ancestrale venerato da un popolo degenere dedito a sacrifici umani. Il protagonista di 108 metri. The new working class hero (Laterza, 2018), alla ricerca di un lavoro come pizzaiolo in Inghilterra, tenta di placare la divinità feroce e vendicativa con una formula apotropaica: «Margherita, la pizza in onore di Margaret Thatcher. / Margherita, la pizza in onore di Margaret Thatcher. / Margherita...». Maggie-Cthulhu sembra essere soddisfatta e gli concederà non solo di servire pizze ai sudditi di Sua Maestà, ma anche di sturare cessi in un centro commerciale e di spiattellare un’immangiabile sbobba in una mensa scolastica. 

Quando Napoleone compare in scena in Guerra e pace, non è il Napoleone storico (e degli storici: che devono analizzare, distinguere, ponderare), eppure è anche il Napoleone storico: è una figura dell’impronta psicologica che un grande personaggio lascia nell’immaginario di noi che, entusiasti o annichiliti, subiamo gli effetti delle gesta con cui questi Grandi (chi vuole aggiunga delle virgolette) vogliono consegnarsi alla posterità. La Lady di Ferro di Prunetti è un totem su cui proiettare tutta l’incertezza esistenziale e professionale degli ultimi tre decenni di politiche neoliberiste e anti-keynesiane. Privilegio della letteratura è garantirci un risarcimento simbolico che la storiografia non può darci: il protagonista, tornando in Italia, cercherà di sfuggire alla caccia al topo della «corporation globalizzata il cui nome demoniaco era Cthul Ltd. […] Il mostro dalla testa di polpo, Cthul, Das Kapital, Moloch, l’Entità, l’orrore gelido e silenzioso, il fantasma della Lady di Ferro», ma è una fuga impossibile. Eppure questa potente e terrificante figura lovecraftiana dà corpo alle nostre paure e, come le fiabe, ci conduce a una minima ma purissima catarsi.

Recensione a «La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea» di Gianluigi Simonetti

99e222bcover27497 I libri che oggi leggiamo ci dicono molto del contesto storico-culturale in cui viviamo. Lo ha capito sicuramente Gianluigi Simonetti, che da anni studia il panorama letterario italiano contemporaneo cercando di usare i testi come indicatori di fenomeni e di trasformazioni che avvengono al di fuori del campo letterario stesso. Proprio questo approccio critico guida e struttura La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea, edito da Il Mulino e apparso da poche settimane in libreria. Questo saggio rappresenta il coronamento di almeno un decennio di studio sul campo, visto che – lo dice Simonetti stesso – le sue idee portanti e le sue considerazioni più innovative sono state precedentemente collaudate in numerosi interventi apparsi in riviste e volumi miscellanei dal 2008 al 2017. In effetti, La letteratura circostante è anche il titolo della rubrica tenuta per Il Sole 24 Ore tra il 30 luglio e il 2 ottobre dello scorso anno, uno spazio che ha permesso a Simonetti di introdurre i lettori del quotidiano ad alcune tematiche che ritroviamo oggi nell’indice del libro complessivo: le scritture di frontiera, il ritorno dei generi, la narrazione degli anni di piombo, il fascino esotico delle periferie e, più in generale, la tendenza di molta narrativa odierna ad essere sempre più veloce e sempre più ibrida.

Etica e letteratura. Prospettive, resistenze, sguardi leopardiani

len 20160511 0021 gabbiani Emozioni e politica: il bello e l’utile della letteratura                                                Nell’ambito della cultura umanistica contemporanea un nuovo interessante settore di ricerca guarda da vicino ai rapporti tra etica e letteratura. Si tratta di un indirizzo di studio nato principalmente nel mondo accademico statunitense negli ultimi decenni del XX secolo e che alimenta ancora oggi un importante dibattito critico. Esso tende in sostanza ad assegnare un «valore sociale positivo» al fatto di natura artistico-letteraria, legandolo alle dinamiche eterogenee del presente. Le due discipline, una d’ambito filosofico e speculativo (l’etica), l’altra di tipo linguistico-storico (la tradizione letteraria, appunto) mantengono una specifica fisionomia, eppure intrecciano spesso le differenti sfere d’azione in un rapporto in realtà  molto complesso e, a tratti,  antitetico: ci si chiede infatti come possa l’individualità creativa propria di attività libere come lo scrivere, il leggere o l’interpretare un testo letterario, coniugarsi con le scelte, le responsabilità e le norme, morali e civili dell’uomo. Specialmente guardando ai postumi di un periodo storico che – come ci ricorda Ceserani in Raccontare la letteratura – pullula di una miriade di testualità non letterarie «che trasmettono e diffondono conoscenze, immagini della realtà e del mondo»?

All’interno delle prospettive critiche messe a punto negli ultimi anni spicca l’esperienza portata avanti dalla neo aristotelica americana Martha Nussbaum, la quale declina in senso politico concetti quali la forza dell’immaginazione, il cosmopolitismo, le differenze di genere, le identità, le emozioni e l’educazione, connettendoli alla forte valenza attualizzante che possono avere gli studi classici oggi: soprattutto per quel che concerne il rapporto diretto tra istruzione pubblica e cittadinanza.  L’insegnamento della filosofia antica, dell’arte e, soprattutto, della letteratura nelle scuole di ogni ordine e grado svilupperebbe nel concreto – scrive infatti Nussbaum – «le capacità di giudizio e sensibilità che possono e devono essere espresse nelle scelte effettuate dal cittadino». Inoltre verrebbero fuori dal singolo individuo caratteristiche e qualità come la capacità di scelta, l’autonomia critica e l’attitudine figurativa, promosse rispettivamente dal ragionamento socratico e dall’immaginazione narrativa, addensata nelle trame di opere antiche e moderne.