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diretto da Romano Luperini

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L'interpretazione e noi

L'interpretazione e noi contiene saggi, interpretazioni e interventi sulla letteratura e su di noi, donne e uomini contemporanei.

Armi di distruzione matematica: come il mito dell’oggettività dei numeri rischia di rovinarci la vita

91374b3f1e094d55908c6d6b8776ec3db08305 HPHHL9X1 La matematica è il più potente strumento di cui l’uomo disponga. Per quanti non sono matematici di professione essa è un ricordo scolastico o un utile strumento per i calcoli della vita quotidiana. Ma l’idea più corrente su di essa è che “non è un’opinione”. Per distruggere quest’ultima convinzione è utile la lettura di Cathy O’Neill Armi di distruzione matematica (Bompiani, 2018). 

L’autrice è una matematica, con dottorato ad Harvard e postdottorato al Mit, che ha insegnato al Barnard College di New York, prima di passare a lavorare nel settore finanziario privato come analista quantitativa per l’hedge fund D.E. Shaw e poi come Data Scientist per diverse start-up dell’e-commerce. Insomma la O’Neill con la matematica ha lavorato a lungo e ha raccolto le sue esperienze in un blog molto frequentato, www.mathbabe.org. Il libro è una denuncia dell’uso di questo sapere per costruire quelle che l’autrice chiama “armi di distruzione di massa”. 

Un linguaggio costruttivo e dalle potenzialità infinite

Ricco di aneddoti ed esempi, il libro mostra come le applicazioni matematiche regolino la nostra vita in maniera spesso occulta e, talvolta, con effetti perversi, per esempio contribuendo a innescare la crisi economica del 2008 o consentendo di violare la nostra privacy come nel caso di Cambridge Analitics. Ma quello di Cathy O’Neill non è un libro di denuncia. L’idea di fondo è che la matematica sia un linguaggio e, come tale, ci permetta di “narrare” e “descrivere” mondi: un linguaggio incredibilmente espressivo, chiaro e preciso. 

(Ri)leggere un classico della critica letteraria/1. Walter Benjamin, Di alcuni motivi in Baudelaire

walter benjamin Un modo praticabile per interrogare nel nostro presente Walter Benjamin (1892-1940), teorico della cultura ebreo-tedesco, è innanzitutto quello di trattarlo per quel che è stato: un precario del lavoro intellettuale. Benjamin ha esercitato da outsider il lavoro culturale, sopravvivendo di traduzioni, recensioni, trasmissioni radiofoniche e racconti per l’infanzia. Una delle sue opere più note il Dramma barocco tedesco, inoltre, altro non è che la tesi presentata nel 1925 per accedere alla  docenza universitaria, una tesi rifiutata dalla commissione esaminatrice perché poco accademica. Va detto inoltre che la sua opera critica, comprensiva di saggi illuminanti su grandi autori come Goethe, Kafka, Brecht, Proust e Baudelaire, è frammentaria anche per la concreta posizione precaria e esule dell’autore. Un altro modo per sentirlo prossimo è quello di interpretarlo (come Gramsci) come un esemplare testimone del rapporto tragico fra cultura e potere politico nell’Europa dello stalinismo e del nazifascismo trionfante. Nel 1933, per sfuggire al terrore nazista, emigrò a Parigi dove visse in una dura povertà, nonostante la quale riuscì a mettere a punto la sua riflessione sulla mercificazione dell’arte, sulla rappresentazione urbana e due progetti interconnessi: uno studio delle gallerie commerciali o passages, costruite a Parigi nel primo Ottocento e interpretate come preistoria della cultura dei consumi, e un libro su Baudelaire, poeta della modernità. A differenza di altri intellettuali tedeschi, come Thomas Mann o Adorno, Benjamin non riuscì a lasciare l’Europa: quando, nel 1940, la Francia fu invasa dai tedeschi, tentò disperatamente di attraversare il confine con la Spagna ma fu fermato alla frontiera e si tolse la vita il 26 settembre 1940. Per sottrarlo alla sua leggendaria oscurità messianica, che lo rende inattingibile, credo inoltre si possa procedere isolando e comprendendo le sue parole-chiave: aura, merce e allegoria. Il saggio critico più rilevante in cui questi termini-chiave sono messi alla prova nella lettura di un testo, è quello su Baudelaire. Utilizzando Georg Simmel, che era stato suo professore a Berlino, Benjamin identifica in un preciso luogo delle Fleurs du mal, il sonetto A una passante, i segni distintivi dello shock della vita metropolitana:

Dalla teoria della letteratura alla didattica: implicazioni e conseguenze

 

9788862665094 0 0 565 75 Nei prossimi mesi, nella sezione “L’interpretazione e noi”, offriremo ai lettori e ai colleghi una serie di suggerimenti di (ri)lettura di alcuni classici della critica, in prospettiva didattica. Come introduzione al ciclo, riproponiamo un saggio del nostro diretto Romano Luperini, che si può leggere nel suo Insegnare la letteratura oggi, Manni, 2013, alle pp. 70-78.

1. Come ognuno sa, sono possibili tre tipi di approccio critico all'opera letteraria, ognuno riferito a uno del momenti cruciali dell'asse jakobsoniano della comunicazione: emittente, messaggio e destinatario. Avremo una critica letteraria che si basa sulla centralità dell'autore e procede perciò dall'analisi dell'intentio auctoris e cioè dallo studio della persona biografica e storica o comunque della personalità artistica, una che parte dalla considerazione dell'intentio operis dunque dallo studio dell'opera valutata nella sua autonomia e nell’organicità della sua struttura formale e infine una che sceglie come punto di riferimento critico l'intentio lectoris e quindi lo studio del pubblico e dell'orizzonte d'attesa, della circolazione e della fruizione dei prodotti letterari o anche delle reazioni del soggetto nel momento stesso della lettura. Analogamente, anche nella pratica dell’insegnamento della letteratura, si può privilegiare uno o l'altro di questi approcci. 

Di fatto queste tre metodologie sono sempre possibili; tanto è vero che critici di ogni epoca hanno talora fatto ricorso a tutt'e tre. Tuttavia, negli ultimi due secoli, dall'età romantica a oggi, esse caratterizzano anche tre periodi diversi nella storia delle teorie letterarie in Occidente. Beninteso, in ciascuno di essi è frequente il ricorso a tipologie di approccio diverse rispetto a quella dominante. E tuttavia, osservando il panorama da una certa distanza, e con le lenti, a cui è impossibile rinunciare del senno di poi, una certa evoluzione appare del tutto evidente. A un primo periodo in cui ha prevalso la centralità dell'autore hanno fatto seguito un secondo contraddistinto dalla centralità dell'opera e infine un terzo in cui sembra dominare la centralità del lettore. 

Elogio della letteratura

 

zygmunt bauman2 La frase di Hesse citata in questo libro da Bauman – «se [Walser] avesse centomila lettori, il mondo sarebbe un posto migliore» potrebbe essere riferita anche a Elogio della letteratura (Einaudi, 2017, € 16). Si tratta di un libro-conversazione estremamente stimolante fra il noto sociologo, di recente scomparso, Zygmunt Bauman, e Riccardo Mazzeo. L'assunto principale del volume è che letteratura e sociologia «condividono il medesimo campo d'indagine, gli stessi temi e gli stessi argomenti nonché […] la vocazione e l'impatto sulla società». Il dialogo intenso e serrato fra questi due intellettuali felicemente non «soddisfatti», mette in scena il rapporto di fecondazione reciproca che deve stabilirsi fra le due discipline «sorelle». Significativamente, in un primo momento, gli autori avevano pensato come titolo a Sorella Letteratura. Sorelle dunque, anzi di più: gemelle siamesi, perché fisicamente inscindibili. Entrambe condividono l'obiettivo di squarciare il velo delle interpretazioni già formate, fornendo nuove letture del reale e dei suoi problemi decisivi. Questa simbiosi si costruisce sulla convinzione per cui «l'immaginazione nell'analisi è il destino comune di sociologia e letteratura».

Il nodo principale attorno a cui si avviluppano questi dialoghi è quello della trasmissione e della eredità. Con un'opportuna precisazione preliminare: «La trasmissione non è in alcun modo una clonazione». Grazie ad essa si accede a se stessi: «Come potremmo diventare noi stessi senza un'eredità, senza un maestro, senza la sua voce, senza un messaggio profondo?».

La sonda e lo specchio: le identità plurali nella scrittura di Mauro Covacich

per Covacich len Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre. 

Lo scorso 8 giugno a Trieste è stato conferito a Mauro Covacich il Premio Tomizza. Con alcune varianti questa è la prolusione dedicata alla parabola letteraria dell’autore triestino.

È possibile eleggere a metafora della narrativa di Mauro Covacich quella, ben nota a chi conosce i suoi romanzi, del maratoneta ossia dell’atleta che sceglie la faticosa resistenza sulla lunga distanza:

La maratona è un’arte marziale. Chi la corre compie una scelta estetica, non una sportiva. Lo sport non c’entra niente. Vorrei dire: Resistere alla più alta velocità possibile per una strada così lunga è la cosa più bella che una mente umana possa produrre. La mente non è il cervello, la mente è il sistema del corpo che pensa. (M. Covacich, A perdifiato, Milano, La nave di Teseo, 2018, p. 32)

La sua produzione, difatti, conta una quindicina di titoli e occupa un arco cronologico ininterrotto che, dall’anno dell’esordio avvenuto nel 1993, ha visto l’autore confrontarsi con generi letterari sempre differenti e con temi difformi. Covacich è, dunque, uno scrittore perseverante, assiduo ma certo non seriale e mai incline ad assecondare le mode editoriali o le tendenze del mercato.

La critica come didattica: dissenso e verità

d48a4796 bcf9 48d6 86b0 512b3758efda xl Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre. 

L'intervento è stato presentato al Convegno “Ethos democratico e pensiero critico. Saperi, istituzioni, soggettivazioni”, Brescia 5-6 maggio 2017. Una versione ridotta è uscita sul Manifesto  del 3 giugno 2018

  1. Esiste ancora la necessità della critica e la questione del lavoro critico continua a comportare anche oggi il rischio intellettuale di “dire la verità”. Perché esiste la verità, ineludibile pur nel suo essere relativa, parziale e provvisoria (una verità che riguarda l’etica, l’esistenza, la nostra relazione con il mondo). Edward Said, di cui non condivido il metodo “orientalista” ma di cui ammiro lo spirito critico, in Dire la verità. Gli intellettuali e il potere (1995) argomenta coraggiosamente come la questione della verità pertenga alla funzione dell’intellettuale ridefinito nel contesto dei conflitti del mondo globalizzato e della precarietà del suo riconoscimento sociale. A differenza di quanto accade a figure di intrattenitori-professionisti che pongono il proprio lavoro al servizio dell’ordine costituito, Said riprende Gramsci e Sartre e identifica la vocazione di dire la verità con la critica al potere, in bilico tra solitudine e allineamento. Qualche decennio prima, Elsa Morante in Pro o contro la bomba atomica (1965) poneva in modo radicale la questione della verità dell’arte in rapporto alla “lotta contro in drago dell’irrealtà”: “nel sistema organizzato della irrealtà, la presenza dello scrittore è sempre uno scandalo”. Elsa Morante considerava la bomba nucleare come il “fiore” della società piccolo-borghese, della pulsione di morte dei ceti medi e la letteratura come “il contrario della disintegrazione”. Nulla di ciò che hanno scritto Said e Morante su realtà e verità mi sembra oggi tramontato.

Recalcati, l'etica del desiderio e l'occhio cieco della psicoanalisi

Contro il Sacrificio. Al di la del fantasma sacrificale Massimo Recalcati 660x330 Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

La morte di Cristo non è stata un sacrificio patito per ottenere in contraccambio dal Padre – in una logica economica di scambio, di dare e avere  ̶  la possibilità di salvezza del genere umano. Si è trattato invece di una autorealizzazione, della conclusione di un progetto di vita, di una «vocazione» (di un “destino”, avrebbe detto Debenedetti: di un destino in senso freudiano) da porre come esempio agli uomini e così sollecitarli a una vita liberata dai divieti, dalle imposizioni, dai sacrifici che costellano la tradizione moralistica del Vecchio Testamento e continuano a sopravvivere anche oggi, dentro e fuori la religione cristiana.

Questa interpretazione di Recalcati (qui liberamente e molto sinteticamente rielaborata) rovescia un modo di pensare e di vivere un cristianesimo colpevolizzante, ancora largamente egemone nel costume e nella psicologia comune. Nello stesso tempo rivela un carattere della ricerca e della scrittura dell’autore di questo libro (Contro il sacrificio. Al di là del fantasma sacrificale, Cortina editore): Recalcati è un “urbanizzatore”. Come Gadamer, secondo Habermas, “urbanizzò” Heidegger rendendolo accessibile ma anche temperandone asprezze e angoli, così Recalcati fa con Lacan. In questo suo atteggiamento ci sono meriti indubbi (per esempio, la capacità di riportare gradi problemi filosofici e psicoanalitici alla vita comune di oggi, dalla politica alle psicopatologie quotidiane), ma possono annidarsi anche dei rischi di semplificazione e di adeguamento alle esigenze sociali con esiti di tipo conservatore. Voler essere compresi e accettati da tutti può implicare quei facili adeguamenti, che talora si intravedono nei suoi libri più recenti.

La critica secondo Fortini

Fortini Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

Questa relazione è stata scritta in occasione del convegno che si è tenuto all’Università di Padova l’11 e il 12 dicembre 2017.  Fortini ’17. Per Franco Fortini in occasione della nascita.

In questa introduzione non mi occuperò di Fortini critico ma della critica secondo Fortini. Su Fortini critico sono previsti in questa sezione già cinque interventi, e inoltre su questo argomento non saprei dire molto di diverso da quanto da me scritto negli anni Novanta[1].  Confesso tuttavia che non mi sarebbe dispiaciuto fare autocritica su una doppia lacuna di quel lavoro: l’aver taciuto allora sull’importanza fondamentale di un saggio fortiniano di sessanta anni fa ancor oggi attualissimo, Metrica e libertà, e sul ruolo che Fortini critico ha avuto nel delineare il canone del Novecento poetico italiano. Sulla prima questione mi limiterò a un’unica considerazione:  affermare, come fa Fortini, che «L’istituzione metrica è l’inautenticità che sola può fondare l’autentico; è la forma della presenza collettiva»[SI, 334], mettendo così a frutto la lezione di Adorno (la forma è contenuto sedimentato) e di De Martino (la nenia funebre come ritualizzazione e socializzazione del sentimento), significa acquisire  allo spazio della socialità e della storicità anche il territorio della metrica che per molti versi sembrava privilegio di un approccio tecnico-formalistico. Sulla seconda questione  mi limito a ricordare qui una annotazione del 1954 compresa in Un giorno o l’altro in cui Fortini dichiara, in polemica con la proposta di canone avanzata dall’antologia di Anceschi e Antonelli,  che sarebbe giunto il momento di «far occupare da Saba il luogo di Campana, da Montale quello di Ungaretti, da Luzi quello di Quasimodo» [UGA, 115], anticipando di un ventennio la operazione  con cui il suo  I poeti del Novecento e Poeti italiani del Novecento di Mengaldo stabilizzeranno per un considerevole periodo di tempo (e forse sino a oggi) il canone poetico del secolo.

Ma veniamo al mio argomento di oggi, la critica secondo Fortini. Nella dedica lasciatami nel gennaio 1969 su una copia di Ventiquattro voci per un dizionario di lettere, Fortini mi suggeriva di concentrare l’attenzione soprattutto su due luoghi:  le pagine 27-29 della introduzione (dedicate alla figura dell’intellettuale  e ai caratteri della scrittura di tipo comunicativo, suasorio o saggistico) e la voce “Critica”. Fra i due passi c’è in effetti una stretta correlazione, come dimostra, fra l’altro, l’arco  della elaborazione fortiniana su questo doppio tema fra Verifica dei poteri e la premessa, oltre venti anni dopo, ai Nuovi saggi italiani.

Machiavelli in classe. Il saggio come discorso su di sé e sul mondo

1200px Portrait of Niccolo Machiavelli by Santi di Tito Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre. 

Chi si affaccia oggi alla critica letteraria deve prendere atto dell’evaporazione di due attributi essenziali: la sacralità ed il carattere collettivo. Il primo è un fenomeno di cui ha parlato a lungo Bourdieu: il rapporto fra autore, testo e pubblico riflette quello che unisce profeti, sacerdoti e fedeli secondo un meccanismo che consente di attribuire senso e tenere in ri-uso il discorso critico. Il carattere collettivo della scrittura saggistica, invece, ci porta molto indietro nel tempo, alla nascita di questa forma e ad alcune sue caratteristiche fondamentali. In quanto genere letterario argomentativo, il saggio non può liberarsi da un certo tasso di parzialità: i primi saggisti moderni hanno abbracciato la particolarità del proprio punto di vista facendo affidamento a ragione e stile. Ragione, stile e individualità che si realizzano su un piano collettivo sono le forze che muovono uno dei primi esempi di saggismo moderno: Il Principe di Machiavelli. Già in alcuni passaggi della «Dedica» sono percepibili tutti i caratteri che assumerà la scrittura saggistica successiva:

[5] Né voglio sia imputata prosunzione se uno uomo di basso e infimo stato ardisce discorrere e regolare e’ governi de’ principi; perché così come coloro che disegnano e’ paesi si pongono bassi nel piano a considerare la natura de’ monti e de’ luoghi alti e, per considerare quella de’ luoghi bassi, si pongono alto sopra ‘monti, similmente, a conoscere bene la natura de’ populi, bisogna essere principe, e, a conoscere bene quella de’ principi, conviene essere populare. […]

[7] E se vostra Magnificenza da lo apice della sua altezza qualche volta volgerà li occhi in questi luoghi bassi, conoscerà quanto io indegnamente sopporti una grande e continua malignità di fortuna (pp. 5-6).

Merito! Eccellenza! Valutazione! Contro l’università “in scatola”

9788858125618 0 0 3307 75 Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

Una versione più lunga di questa recensione è stata pubblicata sul n. 75 di Allegoria

Universitaly. La cultura in scatola (Laterza, 2016) di Federico Bertoni ci consente uno sguardo critico sugli assetti attuali dell’Università italiana: è dunque un libro prezioso e da discutere. Il volume, dedicato «ai miei tre figli, piccoli maestri», è aperto da avvertenze (Questo libro) che ne precisano il genere, il metodo e gli intenti («al tempo stesso un racconto, un saggio di critica culturale e un testardo gesto d’amore per il sapere, l’insegnamento e un’istituzione che ha accompagnato il progetto della modernità occidentale», p. VII). Il titolo rinvia al pullulare merceologico degli acronimi anglofili nel marketing accademico. La struttura è tripartita: il primo capitolo (Esperienza) è dedito a misurare nella prassi quotidiana (dettagli, relazioni, gesti della «giornata d’un professore») l’impatto delle trasformazioni imposte agli adempimenti burocratici, all’insegnamento, all’organizzazione dei corsi e all’identità stessa di un docente universitario a partire dalla riforma Berlinguer in poi; il secondo capitolo (Narrazione) racconta con intento demistificante (con Flaubert) i luoghi comuni della bêtise  e della master fiction egemone sull’Università e le sue parole magiche (Merito, Eccellenza, Valutazione); il terzo e ultimo capitolo (dal titolo Politica) è diagnostico e terapeutico: cerca di spiegare come sia potuto accadere che l’università da luogo di elaborazione della conoscenza sia diventata un «concentrato di stupidità” e cerca di suggerire alcune minime pratiche di resistenza.

Va detto che la scelta di un taglio demistificante da parte di un docente “strutturato” (e di uno studioso e critico di valore) come Bertoni, è assai coraggiosa. La «bonifica semantica» (p. 62) che permette di decostruire le parole egemoni svelando l’ideologia, è oggi indispensabile. Il metodo della testimonianza sul campo è altresì efficace e condivisibile: dà un’idea problematica e al contempo divulgativa, a un pubblico potenzialmente ampio, di cosa sia oggi l’Università.