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diretto da Romano Luperini

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L'interpretazione e noi

L'interpretazione e noi contiene saggi, interpretazioni e interventi sulla letteratura e su di noi, donne e uomini contemporanei.

La letteratura, la storia e il “documento umano”. Il caso di Svetlana Aleksijevič, premio Nobel per la letteratura

svetlana aleksejevic 5614cbd70b2fcIl premio Nobel per la letteratura 2015 è stato assegnato alla scrittrice bielorussa Svetlana Aleksijevič con la seguente motivazione: «per la sua scrittura polifonica, un monumento alla sofferenza e al coraggio nella nostra epoca»

Laborintus, sessant’anni dopo: Sanguineti, l’avanguardia e il modernismo

000000000Sanguineti 1.

Il 9 dicembre di 85 anni fa nasceva Edoardo Sanguineti (1930-2010), uno dei poeti e intellettuali italiani più importanti del secondo Novecento. Questo è il primo pretesto alla base delle riflessioni che seguono, le quali muovono però anche da una seconda considerazione: ci avviciniamo, infatti, al sessantesimo anniversario dell’uscita di Laborintus, opera prima di Sanguineti, pubblicata nel giugno 1956 dall’editore Magenta di Varese. Ad oggi, Laborintus resta un’opera relativamente poco studiata (anche se va segnalato, almeno, il ricco commento di Erminio Risso, 2006), e ancora meno presente nei programmi delle scuole superiori; in quest’ultimo ambito, semmai, si preferisce il Sanguineti comico di Cataletto (1981), quello neo-crepuscolare di Novissimum Testamentum (1982), o quello brechtiano delle Ballate (1982-1989). Che piacciano o meno, tutte opere leggibilissime, senz’altro più di Laborintus; il quale, al contrario, conserva la fama di testo caotico e indecifrabile. Ma davvero, quando sfogliamo le 27 sezioni che compongono il volume, ci troviamo di fronte alla «sincera trascrizione di un esaurimento nervoso», come voleva Andrea Zanzotto?i Davvero la nostra attesa di senso non può che rimanere frustrata?

Il Novecento modernista (risposta pubblica a una domanda privata di un insegnante)

È un dato, e qualunque docente può tentare l’esperimento nella propria classe, che ogni secolo finisce per ottenere un’unica definizione di poetica, sebbene la poetica che riesce a dare il proprio nome al lungo periodo si esaurisca nel giro di pochi decenni: così il Seicento è sinonimo di Barocco, il Settecento è nella percezione comune tutto illuminista, l’Ottocento è romantico, mentre il Novecento… ancora non si sa.

Ora, il quindicennio che ci separa dall’ormai passato XX secolo può sollecitare e legittimare qualche tentativo definitorio; tentativo che proprio per centrare il suo obiettivo non può non essere lapidario e apparentemente estemporaneo (e dunque in parte anche inesatto), sebbene comunque meditato e consapevole del dibattito critico.

Perché un’etichetta di poetica si imponga e diventi espressione di un’epoca sono necessari essenzialmente due fattori. Il primo è strettamente legato al canone: ci sono degli autori che, indipendentemente dal successo avuto in vita, vengono situati al centro del campo letterario, letti e studiati a distanza di anni, indicati costantemente come metro di giudizio; e questo anche nei casi in cui un criterio quantitativo (il numero di opere prodotte in un certo periodo) indurrebbe a riconoscere in altre espressioni artistiche la forma dominante. Così, per il Novecento, Kafka e Musil, Proust e Joyce, Pirandello e Svevo si candidano alla figura di padri fondatori del nuovo mondo, sebbene nello stesso arco di anni la produzione corrente, letta e apprezzata, fosse più legata a moduli estetizzanti e veristici. In secondo luogo certe opere riescono a imporsi nel tempo perché sono in perfetta sintonia con le coeve (e durature) sollecitazioni filosofiche, scientifiche e in parte politiche. Detto in maniera molto brutale, determinati romanzi e specifiche raccolte di poesia, oltre che monumenti, sono anche documenti culturali, espressioni di una percezione del mondo diffusa e, molto spesso, inconsapevole. Al di là delle agguerrite analisi intertestuali, che certamente possono chiarire e modificare il quadro di singoli autori, è indubbio che il romanzo primonovecentesco ha qualcosa da spartire con Bergson e Minkowski, con Freud e Jung, con Poincaré ed Einstein. E proprio per questo motivo, quanto segue dagli anni Quaranta in poi, postmoderno compreso, è inevitabilmente connesso, secondo un complicato rapporto di mediazioni, filiazioni e tradimenti a quanto è preceduto.

The Knick: i turbamenti dell’uomo moderno

the knick cinemax poster 1

 [Avvertenza: contiene spoiler]

L’otto agosto 2014 sul canale Cinemax (di proprietà HBO) viene mandata in onda The Knick. Creata da Jack Amiel e Michael Beglel e diretta dal regista Steven Soderbergh, The Knick si è imposta da subito nello sterminato panorama televisivo, ottenendo un grande successo di pubblico e critica.

Il Mohammed europeo e l’ignoranza dei colti

silvia camporesiTraduzione dall’inglese di Giulia Trentacosti

Quella che segue è la traduzione italiana di un articolo di Hassan Blasim, uscito in inglese sul sito di English Pen (www.englishpen.org), un’associazione che mira a sostenere l’opera di scrittori provenienti da Paesi in cui la libertà di espressione è a rischio. Il titolo inglese del testo – pubblicato il 20 agosto 2015 – è The European Mohammed and the Ignorance of the Educated (traduzione dall’arabo di Jonathan Wright).

Letteratura e crisi

000000000LuperiniCrisi Pubblichiamo una versione ridotta della relazione tenuta da Romano Luperini nel convegno su Letteratura e crisi, Perugia, 6 e 7 novembre 2015.

1.

La modernità è crisi, trasformazione rapida e continua. Questa coincidenza fra modernità e crisi può indurre a genericità e approssimazioni. Perciò preciso subito che quando qui parlo di modernità mi riferisco all’epoca storica che è cominciata con la rivoluzione industriale e con l’affermazione economica e politica della borghesia e del sistema capitalistico e si prolunga sino ai nostri giorni.

Hashem Azzeh

00001Hashem Tra le notizie di attualità che giungono dalla Palestina in questi giorni la morte del dottor Hashem Azzeh ha destato particolare sgomento perché era un punto di riferimento della resistenza non violenta in Cisgiordania. La sua storia esemplare era comparsa in numerosi video e in parte anche nel bel reportage Rai dal titolo This is my land, girato qualche anno fa da un’italiana e un israeliano proprio ad Hebron. Michele Giorgio sul Manifesto di venerdì ha scritto di lui e delle circostanze della sua morte http://ilmanifesto.info/hashem-azzeh-esistenza-come-resistenza/. Sara Montagnani ha conosciuto Azzeh nel 2011 durante un soggiorno in quei territori: in questi giorni di nuova (e vecchia) emergenza in Palestina, il nostro blog pubblica il reportage di Montagnani scritto a Hebron nel 2011, con la speranza che questa piccola storia di resistenza arrivi ai lettori italiani.

 Se avessi contemplato il volto della vittima

E riflettuto, ti saresti ricordato di tua madre nella camera

A gas, avresti buttato via le ragioni del fucile

E avresti cambiato idea: non è così che si ritrova un’identità.

(M.Darwish, Stato d’assedio)

I

Arriviamo ad Hebron il giorno dopo una nottata di arresti. L’esercito occupante stanotte ha catturato centinaia di persone. Dicono oltre quattrocento prigionieri in una sola notte. Molti minorenni, qualche combattente. La maggior parte dei palestinesi che incrocio, mentre spingono i loro carretti di frutta avvizzita, fumano ai bordi della strada o girano affaccendati per chissà dove. Dopo l’incubo di una nottata di arresti, gli abitanti di Hebron si svegliano come ogni giorno e il loro inferno ci accoglie sotto il solito sole. La luce qui non scaccia i fantasmi.

La città, da lungo tempo cuore pulsante dell’economia palestinese, ha al suo interno un insediamento ebraico tra i più violenti dei Territori. Circa cinquecento coloni, protetti da quattromila soldati e un numero imprecisato di contractors privati, tengono in scacco centoquarantamila abitanti palestinesi. I settlers qui sono un manipolo di ultraortodossi, che nel 1982 lasciò Brooklyn per mirare al cuore della Palestina storica. A protezione del loro delirio criminale, il centro storico di Hebron è stato diviso da numerosi checkpoint dell’esercito israeliano in due zone: H1, in cui i palestinesi possono vivere e lavorare e H2, di fatto in mano ai coloni, in cui i palestinesi possono solo vivere, ma non lavorare o aprire i negozi. Le vie del suq della zona H1 sono state coperte da una rete metallica, nel tentativo di proteggere i passanti dalla spazzatura o da oggetti di ogni tipo lanciati dalle finestre delle case sovrastanti occupate dai coloni; ma la rete non protegge gli avventori dal lancio di molotov, acido o urina sui banchi del mercato sottostante. La zona H2 è invece una città fantasma, polverosa e muta come certi set dei film western. L’esercito israeliano ha sigillato le porte di tutti i negozi palestinesi con saldature metalliche e suggellato questa cosiddetta operazione di sicurezza tracciando con lo spray, metodicamente su ogni porta sbarrata, una stella di David. Durante gli anni della seconda Intifada la zona H2 è stata sottoposta ad un severo regime di coprifuoco; ma tutt’oggi i palestinesi preferiscono non uscire di casa, se non, costretti, per recarsi al lavoro. Se i negozi chiusi con la stella di Davide sopra non bastassero ad evocare un passato ben noto, sul muro, vicino all’unica scuola palestinese rimasta nella parte vecchia, campeggia una scritta spray inequivocabile: gas the arabs.

II

Al lato di una delle strade principali Hashem ci fa segno di accostare. Il primo dei numerosi checkpoint, che strangolano il centro storico di Hebron, dista poco più di cinquanta metri da quel marciapiede affollato e va superato a piedi. Le sue raccomandazioni incombono da subito sul calore dell’ospitalità palestinese. Dobbiamo camminare vicini, in gruppo, non incrociare lo sguardo dei coloni. Fingere di ignorarli anche quando brandiscono le armi o urlano le loro furiose litanie. Anche quando i loro pallidi bambini smunti lanciano i sassi con il preciso intento di ferire.

Oltrepassato uno dei checkpoint di ingresso alla zona H2, il silenzio disumano di un quartiere depredato dei suoi abitanti cala come una scure a dividere i pochi metri del varco. Davanti a noi, una violenza muta, sorda e mortifera si è impossessata di quel prezioso centro storico. Nessuno osa muoversi al cospetto di queste case orrendamente mutilate, dei negozi deturpati, delle facciate incarcerate da gabbie metalliche e murate vive. Solo i raffinati arabeschi di palazzi un tempo signorili si ostinano ora ad ornare quest’ecatombe, senza renderla meno spaventosa. Non possiamo sostare troppo a lungo in prossimità del checkpoint. Procediamo disciplinati e attoniti in questo squallore funesto, mentre Hashem ci indica, ad una ad una, le macerie della loro vita assediata. Dove c’erano i giardini terrazzati di ulivi, svettano oggi le torrette militari. Di un’intera area popolata di case, è rimasto solo un lugubre reticolato di fondamenta; gli edifici sono stati completamente rasi al suolo. Sulla via maestra, lì sotto, si erge imponente una caserma israeliana a schiacciare l’arteria principale del centro. Il presidio militare, ci racconta Hashem, è frequentato da coloni e soldati, che qui si confondono, sodali e complici nel loro turpe gioco di sponda. Nelle festività ebraiche, continua il nostro amico, il silenzio livido di Hebron si gonfia dei loro canti religiosi. Cantano e ballano insieme la loro macabra danza sulle rovine del ghetto distrutto.

Il 1915 non è una data letteraria

000000001915Tortora1 È tratto tipico della storiografia letteraria italiana – e nessuno scagli la prima pietra a testimonianza della propria innocenza – l’ancoraggio a date simboliche, elette a turning point capaci di cambiare la direzione a poetiche, correnti, evoluzioni di genere. Fenomeno che diventa tanto più visibile, a tratti plastico e tangibile, in occasione di ricorrenze, anniversari, coincidenze cronologiche. Basti pensare al 2011 che, grazie anche a copiosi quanto discutibili finanziamenti, è riuscito a rendere il 1861 un momento di svolta della letteratura italiana.

Ora, sia pure con energie economiche più limitate, a qualcosa di simile si assiste anche quest’anno in cui ricorre il centenario della nostra entrata in guerra. Per carità, che l’evento bellico sia stato decisivo nell’immaginario collettivo e nella sfera pratica ed esistenziale degli individui è dato certo. Meno scontato è il fatto che la stessa guerra, la “Grande guerra”, abbia modificato il campo letterario subitamente, senza nemmeno offrire il tempo di un’adeguata e fisiologica rielaborazione; rielaborazione che richiede tempi più meditati se volta a sfociare nella produzione artistica.

Se si assume come specola di osservazione il romanzo, infatti, i conti non tornano. È dato acquisito, oggi, che il romanzo italiano (ed europeo) di primo Novecento è il romanzo modernista: Svevo, Pirandello, Tozzi e Gadda sono gli autori di riferimento, ossia quelli che oggi riteniamo la spina dorsale del canone narrativo di inizio secolo. Ebbene per nessuno di questi autori la guerra è tema di riferimento centrale per la loro produzione narrativa. Il dato è altamente significativo se confrontato con quanto si registra per la seconda guerra mondiale: Calvino, Fenoglio, Pavese, Vittorini, Viganò infatti sono impensabili, nel ’45-’50, senza l’esperienza resistenziale. Mentre i modernisti relegano la grande guerra in alcuni punti circoscritti di romanzi (il finale de La coscienza di Zeno), o in alcune specifiche novelle (Berecche e la guerra su tutti, alcuni racconti commissionati a Tozzi, lo sfondo di Una burla riuscita e della Novella del buon vecchio e della bella fanciulla). Certamente ha influito il fatto che gli autori modernisti la guerra non l’hanno fatta, o per questioni di età (Svevo e Pirandello), o perché confinati in un ufficio della Croce Rossa (Tozzi). Ma chi l’ha fatta, come Gadda, ha preferito raccontarla in un tragico diario, piuttosto che trasformarla in asse portante e visibile del proprio romanzo. C’è però un’ulteriore obiezione: De Roberto (autore modernista, secondo la convincente lettura offerta da Margherita Ganeri) nel 1915 aveva 54 anni e pure la trincea l’ha rappresentata; specificamente in alcuni racconti, tra cui La paura, da poco ripubblicati (va da sé in occasione del centenario bellico) da Garzanti. Ebbene proprio De Roberto, che esplicita il tema della guerra, in fondo sembra fornire alcune indicazioni.

Innanzitutto, i suoi racconti, e La paura in primis, sfruttano il conflitto bellico per affrontare quelli che possiamo definire i valori universali dell’umanità: la paura della morte, appunto, e il conflitto tra legge e giustizia, o meglio ancora tra legge morale e legge istituzionale. L’ufficiale che per conquistare una strategica postazione vede morire i suoi uomini, uno dopo l’altro, freddati da un cecchino austriaco, non riesce a dare nessun valore militare all’impresa: quella «consegna [infatti] costava già troppe vite». Per questo si domanda: «Infrangerla? Assumersi le responsabilità delle conseguenze?». È l’eterna diatriba tra legge e giustizia,che peraltro si ripropone ne Il rifugio,in cui i militari devono dare la morte ad un proprio compagno. In De Roberto i soldati non riescono a mangiare, sono bloccati, sentono «passare per la gola moti di nausea». La stessa scena, ne Il vecchio Blister di Fenoglio, non conosce invece esitazioni. Il fatto è che la “Grande guerra”, in De Roberto e negli altri che non la descrivono, non è un fatto storico-collettivo, da rappresentare epicamente, ma è una tragedia talmente enorme, a cui non ci si può rapportare che in estrema solitudine. La guerra è insomma un fatto puramente individuale. Come appunto è la vita, nelle configurazioni de La coscienza di Zeno e de Il fu Mattia Pascal, di Serafino Gubbio, di Uno, nessuno, centomila, e de Il vegliardo. Del resto se Fenoglio fa dire a Raoul che la guerra (la Resistenza) è «una cosa giusta. La parte buona è quella dove vado io» (e addirittura, nel momento in cui Sergio-Raoul fugge dalla brigata, trasforma i tocchi del campanile in un «saggio, amichevole consiglio di togliersi da quella solitudine»), i modernisti lasciano i loro eroi abbandonati a loro stessi, di fronte a un evento completamente incomprensibile, che amplifica le ovvie, banali e tragiche domande esistenziali: «E dov’erano gli spiriti di quei caduti»? si domanda l’ufficiale derobertiano de L’ultimo voto (il quale si accanisce nel recuperare il cadavere di un militare, a fronte di migliaia dispersi; ma è solo l’individuo che può restituire il senso di vita e morte, non certo la guerra nel suo complesso).

Due forme di narrativa letteraria: appunti per un’indagine

00001CasadeiPubblichiamo questo intervento di Alberto Casadei, che è parte di un più ampio lavoro, in corso di stampa (in versione inglese), nella rivista “Reti, saperi, linguaggi” (II, 2015, 2). A sua volta, questo contributo sulla narrativa si inserirà in un’indagine complessiva sui fondamenti biologici e storici delle varie forme letterarie.

1. Per procedere a una disamina dei presupposti cognitivi delle forme di narrativa individuabili in testi letterari, occorre innanzitutto porre in evidenza che le narrazioni a intreccio non lineare, multiplo e finalizzato a un esito non prevedibile dal lettore sono soprattutto moderne. Questo tipo di sviluppo interseca vicende di numerosi personaggi, spesso in modo apparentemente casuale, e solo allo scioglimento conclusivo si colgono interamente le cause e gli esiti delle azioni. Ciò è tipico del romanzo successivo alla Rivoluzione francese, e diventa paradigmatico nel genere del romanzo di investigazione (per approfondimenti e bibliografia, si veda Moretti 2001-2003).

Su «Ma quale rivoluzione»

0000Rivoluzione Pubblichiamo la replica di Ennio Abate all'intervento di Francesco Pecoraro, dal titolo "Ma quale Rivoluzione", uscito qualche giorno fa sul blog Le parole e le cose. L'intervento di Abate è già apparso sul blog Poliscritture.

 

 

Quando spolveri il sacro ripostiglio
che chiamiamo “memoria”
scegli una scopa molto rispettosa
e fallo in gran silenzio.

Sarà un lavoro pieno di sorprese –
oltre all’identità
potrebbe darsi
che altri interlocutori si presentino –

Di quel regno la polvere è solenne –
sfidarla non conviene –
tu non puoi sopraffarla – invece lei
può ammutolire te –

(Emily Dickinson, Tutte le poesie, 1273, pagg.1277-1279, Mondadori, Milano 1997)

Gentile Francesco Pecoraro,
sono quasi un suo coetaneo (4 anni più di lei, credo) e pure io in quegli anni (non più “formidabili” ma appannatissimi e vituperati) ho parlato assieme a tanti di Rivoluzione (a Milano e dintorni, dal 1968 al 1976, in Avanguardia Operaia). Mi permetterò perciò, sulla falsariga del suo scritto, di dirle con massima sincerità e analiticamente cosa penso del modo in cui ha trattato il tema.

1. Non ha senso stabilire se fummo o no rivoluzionari. La Rivoluzione (intesa come mutamento radicale della vita quotidiana o dei rapporti sociali di produzione) non è avvenuta. E allora come si fa a controllare se uno è stato un «vero rivoluzionario»? O a misurare quanti fossero «disposti alla Rivoluzione»? O ad escludere che nello stesso PCI ci fossero persone implicabili in un processo rivoluzionario? Sono cose quasi insondabili. Lei, secondo me, dà troppo peso alla soggettività, alla volontà, all’intenzione. Ma l’animo umano è ambivalente. In esso c’è la spinta a ribellarsi e c’è quella a rassegnarsi. La partecipazione ad avvenimenti che potrebbero portare a una Rivoluzione non nasce, credo, da un DNA. Si è in certe condizioni, si è coinvolti in certi fatti della storia; e allora ci si trasforma. Alla fine, solo alla fine, altri potranno dire (forse) di noi se fummo dei rivoluzionari o dei reazionari o rimanemmo a mezza strada, troppo amletici.

2. Comunque, adottando provvisoriamente la sua espressione, di gente – minoranze senz’altro – *disposta a fare la Rivoluzione* sembrava che ce ne fosse un bel po’ in quegli anni e non solo in Italia. La partecipazione straordinaria a momenti concreti di lotta fino a quelli estremi del “lottarmatismo” è documentabile. Non fu, dunque, uno scherzo. Non si giocò a «fare la guerra» (D. Brogi). Ma le rivoluzioni maturano come *possibilità* dall’addensarsi di molteplici fattori. Che, solo se interpretati correttamente e prontamente da individui e collettività, possono permettere con un po’ di fortuna di *farle*, di guidarle. Almeno in parte. E non a caso Machiavelli accortamente parlò della necessità nell’agire politico di una particolare combinazione di virtù e fortuna. Ma alla fine, da noi, non ci fu Rivoluzione. Perché avvenisse una cosa del genere bisognava (come nell’amore?) incontrarsi in due: i rivoluzionari e la realtà che offra l’occasione giusta. Questo non avvenne.

3. Mi pare un errore da parte sua riconoscere il titolo di rivoluzionario solo a chi commette o è disposto a commettere atrocità, a costruire gulag, etc. Cioè, di fatto, soltanto a quelli che in quegli anni hanno fatto in Italia le scelte più azzardate e risultate poi politicamente sbagliate: illudendosi di poter trascinare un numero sufficiente di altri nella loro avventura; azzittendo con gesta clamorose quelle in apparenza più modeste di molti altri; smorzando a colpi di rapimenti e uccisioni le migliaia di fiammelle di rivolta organizzata che si era riusciti a costruire un po’ ovunque; e che – forse, eh! – avrebbero potuto consolidarsi e permettere di delineare una strategia più adatta alla situazione reale. E, dunque, davvero “rivoluzionaria” (nel senso di inedita, di impensata, di originale, di imprevedibile nei suoi sviluppi). Perché, credo, sì, che le rivoluzioni si misurino in relazione ad altre precedenti, ma anche che non hanno un copione obbligato da ripetere o rispettare diligentemente o miopamente. E, dunque, non mi pare che tra le caratteristiche dei rivoluzionari debba essere essenziale la disposizione a commettere “atrocità”. Queste, ammesso che in circoscritte situazioni vadano definite tali, se manca una teoria, una strategia, in cui iscriverle, vanno definite atti di mera bestialità. (E forse – ma è solo una mia opinione -se avessimo avuto il tempo, la pazienza e le capacità di costruire un partito veramente alternativo a PCI e Psi, saremmo arrivati a vivere la nuova situazione (la “globalizzazione”) con occhi più lucidi e *rivoluzionari*).

4. Ma perché in quegli anni parlò/parlammo tanto di Rivoluzione? Le due sue risposte, in cui vengono presentate «le vere cause del nostro parlare di Rivoluzione» non mi convincono. Mi paiono paradossali e contraddittorie. Perché « stavamo abbastanza bene nel capitalismo italiano»? Oh, bella. Ma allora tutto fu solo un delirio e per giunta collettivo? Possibile che tante menti, forti e abbastanza lucide, contribuirono a un delirio collettivo tanto cieco e prolungato – roba da Anno Mille, insomma. E pensare che ci fu gente che ci spese persino la vita! Secondo me, chi *stava bene* non partecipò. O partecipò in modi marginali, calcolati, strumentali. Annusò esteticamente il buon vento della rivolta giovanile. Andò magari a caccia di belle fighe. Fece il flaneur. Si divertì. Gli altri, molti altri – ed è quel che conta e che distingue quei nostri comportamenti d’allora dal delirio o dal sogno – si misero in vari modi in gioco: manifestazioni, assemblee, scontri fisici con la polizia, rotture con le famiglie, ecc. Credo che l’idea di Rivoluzione funzionò da ideologia e fece fibrillare i nostri immaginari. In parte servì a rafforzare e a modellare sentimenti oscuri di ribellione, di disagio, di voglia di felicità. In parte occultò processi sociali e politici complicatissimi, che non sapevamo dire in modi più lucidi o “scientifici”. In molti, comunque, non stavamo «abbastanza bene». E la fuoriuscita dal «vetero-cattolicesimo autoritario» (ma anche dalla «Chiesa rossa» del PCI) non fu indolore ma faticosa, spesso confusa. Solo dopo la sconfitta (o profilandosi la sconfitta) quel «ribellarsi è giusto», che non poteva – ma lo sappiamo oggi! – diventare Rivoluzione, quel pullulare di ribellioni disordinate s’incanalò (o fu incanalato abilmente da chi aveva strumenti per influire) verso lo sbocco della modernizzazione del mercato e si accomodò nelle seduzioni della «laicità consumista». Però, non era stabilito da una Legge che dovesse finire proprio così. Ci furono spinte e controspinte. Non tutti nel movimento erano in preda alla fregola consumistica. Anzi erano forti le contestazioni di quella tendenza. Solo per bacchettonismo residuale, per savonarolismo? No, perché si sperava, si sentiva ( almeno da parte di alcuni) che c’era una posta in gioco più alta. E la sconfitta non era certa. Erano semmai quelli del PCI – ostili da subito a quei movimenti, attaccati da quei movimenti – a pensare che lo sbocco non poteva essere che quello della cooptazione della solita fetta “intelligente” e “preparata” nelle istituzioni. O che si trattasse soltanto – opinione oggi divenuta canonica! – di una rivolta della “piccola borghesia” o di una ”rivoluzione da figli di papà”. (Pasolini contro gli studenti, etc.). Ma se il PCI si fosse spaccato allora (e non, farsescamente e obbrobriosamente, dopo Berlinguer), come sarebbe finita la faccenda? E se si fosse riusciti davvero a fare un altro partito “a sinistra del PCI”? Il Barbone Tedesco diceva che «gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalle tradizioni. (da L’ideologia tedesca). Non c’è bisogno di essere “ideologici” per dargli ancora ragione, non le pare? Quella nostra ipotesi non era allora del tutto campata in aria. E in tanti ci scommettemmo. Ma non resse.

5. Oggi che tutti si vantano di essere “anti ideologici”, perché non chiedersi: sotto il grande cappello ideologico della Rivoluzione, di cosa si parlava allora più in concreto: davanti alle fabbriche, nelle scuole, nei quartieri, nelle famiglie? E vale ancora la pena di ripensarle? Si dissero cose giuste e sbagliate. Si fecero cose giuste e sbagliate. Ma è su di esse che si dovrebbe riflettere, invece di restare, come lei fa, sulle generali. Occultare in qualche modo (e in fondo liquidare) tutto quel *parlatorio* – caotico, scomposto ma indispensabile e non tutto di vuote chiacchiere – è cancellare semplicemente la storia da cui veniamo. (Lo stesso discorso, credo, si potrebbe fare oggi per il *parlatorio* del Web). E poi: perché non si sarebbe dovuto parlare di Rivoluzione (e del resto, delle cose concrete della vita di tanti)? Era parlando con gli altri, con molti altri, che ci si poteva chiarire le idee su quella “cosa” (la Rivoluzione appunto). Per intendere cosa fosse stata (altrove, e in altri tempi). E cosa poteva essere e se era possibile o no da noi; e come prepararla o prepararsi ad essa. Io avevo capito che, per tentarla (o semplicemente avviarsi verso di essa), bisognasse essere in molti. E mi pareva che parlarne servisse a riconoscere in quella confusa nebulosa (ricorda la folla di certe manifestazioni, di certe assemblee?) i *compagni con cui stare*, e coi quali costruire il *noi* (il ‘partito’ si diceva allora) di cui fidarsi e a cui affidarsi. Mi pareva che, se in tanti si parlava di Rivoluzione, qualche buon motivo ci fosse. Che è meglio puntare al cielo, a «egregie cose» invece di voltolarsi nel fango in cui ci vogliono mantenere. E che, come diceva il Vecchio Scriba, bisognasse «cercare i nostri eguali osare riconoscerli/ lasciare che ci giudichino guidarli esser guidati/ con loro volere il bene fare con loro il male/ e il bene la realtà servire negare mutare». Perciò scrivere come fa lei: « stavamo abbastanza bene nel capitalismo italiano» o « non esisteva uno stato di ingiustizia sociale estrema e di massa, ma solo un normale sfruttamento, con tassi di disoccupazione accettabili» mi pare irresponsabile. Da chi erano accettabili quelle condizioni? Dai disoccupati, dagli operai, dagli studenti o dai manager del PCI?