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diretto da Romano Luperini

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L'interpretazione e noi

L'interpretazione e noi contiene saggi, interpretazioni e interventi sulla letteratura e su di noi, donne e uomini contemporanei.

Le strade e le forme d’esperienza nella letteratura italiana del secondo Novecento. Morante, Lodoli, Tondelli e Calvino

len 20141201 0048 Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

Lo specifico della letteratura: tempo o spazio?

Affrontare il tema dello spazio, suggerisce Genette, porta ad interrogarsi sui rapporti che le arti e la letteratura intrattengono con questa dimensione. Certo, il nostro immaginario connette con più immediatezza tale immagine ad arti più specificatamente spaziali quali la pittura, la scultura o l’urbanistica. Viene, dunque, da chiedersi se lo specifico della letteratura sia appunto lo spazio, o se piuttosto questa non costituisca che una cornice in cui dipanare il filo delle vicende. Se, allora, ci si appresta ad analizzare un elemento come la strada in alcuni testi della nostra produzione narrativa, si dovrà preliminarmente affrontare una questione specifica: quali interrogativi ha sollevato la rappresentazione dello spazio in letteratura? 

‘La letteratura è tempo’ o ‘La letteratura è spazio’?
Nel saggio Laocconte (1776) Lessing rimarca la natura strettamente temporale della letteratura, fondata su un criterio di successione degli eventi. Ciò che è statico in narrativa deve essere presentato in modo non statico: Omero, per esempio, non descrive la bellezza di Elena, ma mostra gli effetti che ha sugli anziani di Troia (lib. III, vv.152-160).
Il pensatore tedesco, quindi, assegnando il primato indiscusso del tempo alla produzione letteraria e vincolando, invece, l‘arte figurativa alla staticità dello spazio, infrange il principio estetico classico che aveva dominato per secoli, fondato sulla identificazione fra poesia e pittura. Il detto di Simonide «la pittura è una poesia muta e la poesia una pittura parlante», giunge ad Orazio che enuncia il principio dell’ ut pictura poësis, fondante il rapporto di reciprocità fra arte figurativa e arte poetica.
Che si sia andata affermando una dimensione fortemente narrativa nella tradizione seguente lo testimoniano opere come quelle di Ariosto e Tasso: un vorticoso succedersi di eventi labilmente intercalati da elementi descrittivi. La frequenza dei fatti, incalzati da un vivace senso dello scorrere del tempo, si riverserà poi nei romanzi picareschi del ‘600 e quindi del ‘700, riducendo la componente spaziale a debole contenitore di intrecci.

Spazi novecenteschi: la strada
Ora, questo primato del tempo nella narrazione pare messo in discussione dalla cultura novecentesca che ha enfatizzato, invece, l’elemento spaziale in letteratura – si pensi al valore degli ambienti chiusi, per esempio in Kafka, ma anche oltre nel Noveau roman e nell’École du regard. Anche la critica degli anni ’60 e ’70 del ‘900 ha riservato grande attenzione allo spazio pervenendo a soluzioni interpretative che per decenni hanno fatto scuola e alle quali ci si è rifatti per le proposte di letture che qui vengono avanzate: pensiamo soprattutto a Bachtin, per l’elaborazione del concetto di cronotopo, e Lotman, per la relazione indagata fra spazio e cultura. Modelli critici questi che si cercherà, in questa sede, di far dialogare con testi a nostro modo di vedere rappresentativi della produzione narrativa italiana fra gli anni ’60 ai ’90 del secolo scorso, in cui l’immagine della strada emerge come immagine-simbolo della natura spaziale della sensibilità del nostro tempo: La strada di San Giovanni di Italo Calvino (1962), La Storia di Elsa Morante (1974), Autobahn di Pier Vittorio Tondelli (1980) e Crampi di Marco Lodoli (1992).
Per affrontare materiali così eterogenei, scartata la prospettiva cronologica, ci si muoverà lunga una trama di interrogativi-guida, quali la natura reale o immaginaria delle stesse e la loro capacità di innescare il processo narrativo. L’elemento spaziale fa fermare il tempo fino a spegnerlo? La presenza della strada nel testo fa prevalere l’elemento descrittivo o l’elemento dinamico? conferma i personaggi nella loro identità o li muta, attivando un processo di formazione o almeno di trasformazione?

Cosa deve sapere di Tozzi un italiano mediamente colto?

len 2018 02 06 001  Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

Da qualche settimana lo stato italiano ha riconosciuto Federigo Tozzi fra i classici della letteratura italiana decretandone (e finanziandone) la pubblicazione dell’opera omnia. I classici italiani che hanno avuto questo riconoscimento sono circa un centinaio, ma fra questi Tozzi è fra i meno noti al pubblico. Le cause sono diverse: il carattere apparentemente provinciale e periferico della sua personalità, la sgradevolezza della sua scrittura acre e amara, il carattere sperimentale della sua ricerca. Anche la scuola sinora ha fatto ben poco per far conoscere questo grande scrittore. Si può dichiarare senza molti dubbi che gli italiani, anche mediamente colti, ne ignorino la produzione. Penso che sia necessario farsi carico di questo problema. Ecco qui un rapido profilo dell’autore, scritto in modo semplice e chiaro, senza inutili specialismi.

Federigo Tozzi (nato a Siena nel 1883, morto a Roma nel 1920) è, con Verga e Pirandello, il maggior novelliere dell’Italia unita. Ha scritto anche poesie, opere teatrali e soprattutto raccolte di frammenti e romanzi, ma è nelle novelle che raggiunge i risultati migliori. Ciò d’altronde è anche una conseguenza della poetica, elaborata dapprima, nel periodo senese, sulla base di letture disordinate da autodidatta ma già vivificata da scoperte assolutamente moderne nel campo della psicologia, poi, nel periodo romano (1914-1920), sviluppata grazie alla frequentazione di critici e scrittori di grande rilievo, come Borgese e Pirandello (con quest’ultimo collaborò negli anni della guerra). È una poetica fondata su alcuni punti essenziali, culturali e stilistici: 1) l’interesse per la psicologia, maturato grazie alla lettura giovanile di Principi di psicologia di William James e dei saggi di Janet e Ribot (psicologi francesi della scuola di Charcot), lo induce a esprimere la variabilità continua degli stati di coscienza  e a mettere al centro della scrittura «qualunque misterioso atto nostro», anche il più insignificante, che può rivelare comunque il segreto di un’anima; 2)  lo svuotamento della trama tradizionale e la scelta di una scrittura sussultoria e paratattica nel tentativo di cogliere il «mistero» più profondo dei sentimenti, delle sensazioni, delle impressioni, anche le più minute e fuggevoli, dei suoi personaggi: il punto di vista  non è dunque quello di un narratore oggettivo, ma è calato nell’interiorità del soggetto, e ne riflette gli stati d’animo, anche i più confusi e contraddittori, con effetti onirici, allucinati e visionari e una deformazione grottesca della rappresentazione; 3) a fondamento di tale interesse psicologico sta una concezione dell’«anima» che è, nello stesso tempo, luogo in cui si manifesta il sentimento religioso e sede dell’inconscio, cosicché la scrittura  è registrazione di un doppio «mistero”, quello della presenza di Dio, che qui si rivela,  e quello della psiche umana. A queste prese di posizione si aggiunge, nel periodo romano, lo sforzo di chiudere in una «impalcatura» (come la chiama Tozzi) l’originaria tendenza al frammento, superando il frammentismo vociano e recuperando la misura tradizionale del genere narrativo (novella e romanzo), fondato sulla durata e sulla continuità della narrazione. Date le premesse, questo sforzo si realizza meglio nella misura della novella e meno in quella del romanzo, dove, anche nei risultati più riusciti, resta sempre qualcosa di irrisolto.

Buone vacanze! I consigli per le letture estive della nostra redazione

1 Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Vi salutiamo con questi consigli di lettura dei nostri redattori. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

Valentino Baldi

Col trascorrere degli anni mi accorgo che, più dei miei gusti letterari, sta mutando la mia pazienza nei confronti della letteratura. Fino ai trent’anni era raro che interrompessi un libro, lasciandolo impietosamente a metà. Adesso, sempre più spesso, lascio in sospeso pagine su pagine. La cosa mi mette di cattivo umore, ma sempre meglio della tortura di un libro mal scritto. Uno stile all’altezza e una trama scorrevole sono rarità che cerchiamo tutti, soprattutto in estate quando si fa il pieno di letture rimandate. Con questa premessa, ho pensato di segnalare una sola autrice che mi ha incantato e che vale la pena di conoscere bene. Si chiama Shirley Jackson, è un’americana di San Francisco che ha pubblicato un pugno di racconti e romanzi in una vita breve e piuttosto travagliata (1916-1965). In Italia non è molto nota, nemmeno per il suo racconto di culto del 1949 che si intitola La lotteria. Adelphi ha recentemente ripubblicato questo capolavoro che sfugge a qualsiasi definizione genere. Sono in difficoltà nel tentare di incasellare La lotteria: è un racconto perfetto, scritto in modo semplice ed elegante e scosso da un orrore che si muove sempre nel fondo. La lotteria sembra il racconto realistico di un convegno cittadino, ma è un realismo al servizio di una struttura distopica di cui il lettore si accorge progressivamente. Al centro del racconto c’è una delle costanti della narrativa della Jackson: la descrizione di una folla distruttiva, violenta e sadica. Eppure non c’è mai anarchia, ma la distruzione è al servizio di una organizzazione matematica, aspetto che rende più intollerabile l’atmosfera da incubo collettivo in cui la Jackson ci accompagna gradualmente. 

Sempre Adelphi ha pubblicato Abbiamo sempre vissuto nel castello del 1962. È un’opera in cui la Jackson conferma la sua perizia stilistica, dimostrando di essere a proprio agio anche con strutture più ampie. Abbiamo sempre vissuto nel castello è la storia di Mary Catherine e Constance Blackwood, due sorelle che vivono recluse in una grossa casa con giardino ai limiti di un villaggio senza nome, abitato da personaggi evidentemente ostili alle ragazze. Il sottofondo è quello del thriller psicologico, eppure il romanzo è costruito per piccoli tocchi, con uno sguardo sempre laterale sull’evento principale: la narratrice Mary Catherine, diciottene, ci accompagna in un universo delicato e fragilissimo, quasi fiabesco. Eppure, al fondo di queste esistenze ripetitive, c’è l’orrore di un delitto avvenuto sei anni prima: la famiglia Blackwood è stata decimata a causa di un avvelenamento durante una cena, i protagonisti del romanzo sono anche gli unici sopravvissuti. L’autrice si muove dunque tra frammenti di un passato tragico e descrizioni di un presente fatto di cene, letture e piccole ritualità. Come per La lotteria, la Jackson è maestra di una tensione smorzata e martellante, che procede per accumulazione, senza fretta, con ogni pagina che diventa un gradino di una discesa negli inferi. È un romanzo sul rapporto tra individuo e comunità in cui la linea che separa la civiltà dalla violenza è sempre più sottile e frastagliata. 

Tornare a Gramsci

 

gramsci warhol Tra i numerosi e meritori volumi che, negli ultimi tempi, riflettono su Gramsci sotto il profilo pedagogico o propongono sillogi della sua costante elaborazione - personale e teorica, formale e informale – sui temi della scuola, dello studio e del sapere, il libro di Giuseppe Benedetti e Donatella Coccoli “Gramsci per la scuola. Conoscere è vivere”, recentemente pubblicato da L’asino d’oro edizioni, mi pare degno di particolare interesse. Dirò subito perché: in tempi così bui per la condivisione di un’idea umanistica dell’istruzione, che non si pieghi ai diktat del pensiero unico economicista che sta colonizzando, a livello globale, coscienze, comportamenti, processi, politiche di gestione, orientamenti didattici e scelte pedagogiche, producendo non solo una realtà ma anche un immaginario antropologico e sociale ormai dominato (e non solo egemonizzato) dal più bieco utilitarismo, tornare alle parole e ai pensieri di Gramsci produce il profondo sollievo di chi respira dopo una lunga apnea.

No, Gramsci non è consolatorio. Né induce laiche o teologiche stille di speranza. Il pensiero di Gramsci è drammaticamente lucido e razionale. Fortemente calato nel suo tempo ma capace di andare oltre la contingenza, quale solo un’indagine profonda e ‘molecolare’ di un presente storico ma, nel contempo, talmente potente da diventare metastorica, può esserlo. Leggere quanto Gramsci ha scritto sulla scuola, lo studio e il sapere ormai quasi cent’anni fa, fa comprendere meglio il suo tempo e il nostro. E, soprattutto, legittima l’idea di una battaglia, quella per un sapere - attenzione - non disinteressato, bensì profondamente interessato a comprendere meglio l’uomo e a liberarlo dalle sue catene materiali e morali. Una battaglia che fu la sua e che possiamo riprendere dove lui l’ha lasciata per cancellare il mortifero orizzonte normativo psicopolitico[1] in cui oggi tutti noi, docenti e studenti, siamo risucchiati.

I dagherrotipi contemporanei di Francesco Targhetta: dalle vite in posa di Perciò veniamo bene nelle fotografie alle esistenze frenetiche di Le vite potenziali

 

000000000000000000targhetta 

Teo legge una proposta su un job posting

Che fa il caso suo: risorse umane

eicar, acca-erre, se ti piace la psicologia

E hai letto Ottieri, Donnarumma all’assalto

Non puoi tirarti indietro. Da due settimane,

infatti, non pensa ad altro […]

e alla fine decide di buttarsi

in quei colloqui che in realtà sono

guerre

(F. Targhetta, Perciò veniamo bene nelle fotografie, Milano, ISBN Edizioni, 2012, p. 70)

 

Dopo il romanzo generazionale in versi Perciò veniamo bene nelle fotografie (2012), Francesco Targhetta approda alla narrazione in prosa con Le vite potenziali (Mondadori, 2018) per raccontare le “guerre” aziendali che nella precedente opera erano per lo più alluse: abbandonata l’ambientazione padovana e studentesca, qui lo scrittore mescida, infatti, lo spietato ritratto di un Veneto produttivo e all’avanguardia, in cui la microimprenditorialità del “Giappone italiano” si è specializzata nell’informatica, con i dagherrotipi contemporanei di tre comprimari alle prese con gli intrecci delle loro vite lavorative e private: Alberto, Giorgio e Luciano, ex compagni di liceo e ora colleghi nella medesima azienda.

I personaggi

Di dagherrotipi propriamente si tratta, più che degli sfuggenti selfie che fanno mostra di sé nei social di oggi: quelle di Targhetta sono, infatti, “immagini non riproducibili” che abbisognano del tempo paziente della camera oscura – in questo caso i 12 capitoli che compongono il romanzo – per definire contorni, lasciar emergere sfumature, stabilire differenze tra primi piani e campi lunghi. Nel nuovo romanzo non siamo più di fronte a personaggi precari immobilizzati in pose bohémien («Non si muove nessuno, qua, perciò veniamo bene nelle fotografie»). Viceversa le esistenze dei personaggi de Le vite potenziali sono frenetiche, diversamente vorticose e destinate a mutare i reciproci destini come il titolo stesso, ancora una volta, suggerisce: persino Fulvio, che compare di scorcio e resta un personaggio sostanzialmente assente dal cuore del plot, rivestirà infatti un ruolo determinante per le vite altrui.

Un fraterno diagnosta. Su La pura superficie di Guido Mazzoni

 

Mazzoni Pura superficie Lo scandaglio di un occhio clinico

C’è un topos nei film di evasione carceraria e in quelli di fantascienza: la luce  proiettata di un faro o un laser puntato setacciano il terreno palmo a palmo, metodicamente. Nella realtà sarebbe probabilmente impossibile sfuggire a questo controllo panottico. Nella logica fantastica e arbitraria del film, al contrario, al protagonista è lecito infrangere questa impossibilità. Lo stile di Mazzoni e la sua visione del mondo (e di conseguenza del rapporto tra linguaggio e mondo) possono essere descritti, credo, con questa metafora.

Mazzoni sembra mirare a una visibilità ed esteriorizzazione totali. Tutto è scandagliato da un occhio clinico: l’interno e l’esterno – la psiche e i corpi – degli individui, i pensieri e le emozioni, il dettaglio di un gesto e la filosofia della storia, la vita domestica e i grandi eventi politici e sociali, il fatto autobiografico e la letteratura, il sogno e la veglia, la vita umana e quella animale. È uno stile privo di allusioni, reciso, anti-orfico. La ricognizione procede millimetricamente, un dettaglio alla volta, con sovrumana calma, sia quando si tratta delle più trita quotidianità, sia quando la materia è orribile:

Scende in metropolitana, gioca col telefono, si stanca / di uccidere gli alieni, allora lascia / che emerga un pensiero complesso, prova a dargli forma. / Chiude la custodia, guarda fuori senza vedere. / È un pensiero sulla vita sociale, sulle cerchie. (Cinque cerchie)

La breve estate di Gerda Taro: vita e morte della rivoluzione in Spagna. Note sul libro di Helena Janeczek (Premio Strega 2018)

000000000000000000000000000000Janeczeck Ripubblichiamo la recensione a "La ragazza con la Leica" di Emanuele Zinato, già uscita qualche settimana fa sul nostro blog

Fotografia e letteratura: il passato e il futuro

Per Walter Benjamin, le tecniche alla fine del loro sviluppo o mentre stanno scomparendo, mettono in relazione il passato con il futuro e prefigurano ciò che verrà: così i passages ottocenteschi anticipano il feticismo delle merci e il videorama anticipa il cinema. La fotografia, assai presente nella letteratura odierna nelle forme della descrizione delle immagini o nella loro diretta inclusione in “iconotesti” (da Sebald a Annie Ernaux), sembra oggi vivere questa medesima condizione: resa obsoleta dal digitale è, grazie a ciò, scavo vitale nella memoria e indice di futuro.

L’ultimo romanzo di Helena Janeczek, La ragazza con la Leica (Guanda, 2017) è a questo proposito esemplare: ha come protagonisti una fotoreporter leggendaria prematuramente scomparsa (Gerda Taro) e una tragedia collettiva in apparenza inattingibile (gli anni Trenta in Spagna), utilizza la narrazione multiprospettica cara ai modernisti americani, come Faulkner e Dos Passos, per interrogare i dettagli muti dei fotogrammi fino a farne materia di romanzo.

Superficie

d4ed7d58 03f5 4b3d 8bd6 ea203ee1734d large È un libro singolarmente spiazzante l’ultimo di Diego De Silva.

Alle prime pagine viene da pensare: tutto quello che non vorremmo mai sentire né dagli altri né tantomeno dalla nostra bocca. Ha dunque il primo effetto di ammutolire il lettore per il terrore di dire banalità. Chi poi è già restio a esprimersi per un eccesso di autoconsapevolezza (maestro ne è stato Italo Svevo, prototipo dell’intellettuale moderno) un po’ si compiace del fatto che adesso anche gli atri impareranno a tacere (!) Ma naturalmente non tutti i lettori sono uguali e non è affatto detto che un libro così, che si presenta in medias res, senza cornice, premessa, prefazione, note, privo totalmente di un apparato paratestuale, se non il laconico e sibillino titolo, sia recepito da tutti allo stesso modo; è di facile lettura, troppo facile e dunque difficile da interpretare.

Ma poi suscita l’interrogativo: che operazione culturale è mai questa? Certo non è un romanzo né un racconto, ma nemmeno narrativa; si potrebbe paragonare a una raccolta di “prose” - per contrasto; dove lì c’era il pieno di senso qui c’è il vuoto. E perché mai lo scrittore si fa portavoce di tale vuoto di senso? È una denuncia. Mirando in basso, provoca.

L’immagine di copertina mi ha fatto venire in mente il libro inglese per bambini, Tiddler con tutte le voci della classe che ripetono come una cantilena le sue gesta.

Roth, Kafka, Flaubert e altre influenze

philip roth La prima volta che ho avuto in mano un romanzo di Philip Roth è stato alla fine degli anni Ottanta, quando mio padre, uomo tutto sommato pudico, mi aveva regalato Lamento di Portnoy in una vecchia edizioni Bompiani, dicendomi che ormai ero abbastanza grande per leggerlo. La biografia nella quarta di copertina parlava di un autore che, dopo aver conosciuto un grande successo proprio grazie a quel libro, era passato per fortune alterne, almeno in Italia: sarebbe stato necessario aspettare quasi dieci anni per la consacrazione definitiva che avvenne con quella che viene comunemente chiamata la "seconda trilogia di Zuckerman". Il Lamento di Portnoy, pubblicato in America nel 1969 e arrivato in Italia un anno dopo, era un libro diverso da tutti quelli che avevo letto fino a quel momento: con il suo linguaggio sfrenato e osceno, era irresistibilmente esilarante. A George Plimpton che lo intervistava poco dopo l'uscita del romanzo, Roth aveva detto: "Nella mia vita di scrittore, l’uso dell’oscenità è stato in gran parte governato dal gusto letterario e dal mio gusto, e non dai costumi dei lettori o dalle  mode". Gli swinging sixties, aggiungeva Roth, i ruggenti anni sessanta che avevano contribuito a togliere i freni alle inibizioni sessuali, non erano stati determinanti nella liberazione che il suo linguaggio, così controllato e misurato nei romanzi precedenti aveva conosciuto. "Il libro non è pieno di parolacce perché è così che la gente parla: questa è una delle ragioni meno convincenti per usare l’oscenità nella narrativa".

Roth aveva esordito alla fine degli anni cinquanta con un romanzo breve che, nelle prime edizioni, era accompagnato da cinque racconti. Ne ho un'edizione piuttosto vecchia, in casa, con il titolo tradotto in italiano (da poco Einaudi l'ha pubblicato con una nuova traduzione, e libero dai racconti: è "Goodbye, Columbus"). E' un Roth in nuce, ancora imberbe, a tratti titubante; leggendolo, si prova la stessa impressione che si ha quando, guardando la foto di un bambino, si intravede l'adulto che sarà e allo stesso tempo si intuisce che manca ancora qualcosa di fondamentale. Poi, ci fu Quando Lucy era buona, storia di una famiglia del Middle West, uscito nel 1965, austero e sobrio come un libro dell'Ottocento. Cosa era successo, nei dieci anni che hanno portato a Lamento di Portnoy? Come lui stesso riconosceva, Roth aveva finalmente trovato la propria voce. Era uscito dall'Università di Chicago convinto che uno scrittore dovesse per forza assomigliare a Henry James. Un ideale di scrittura che non gli apparteneva, e che infatti non portò grandi frutti.

Da Piombino all’Inghilterra. L’epica working class di Alberto Prunetti

schermata 2018 04 05 alle 08.59.51 Margaret Thatcher non è Margaret Thatcher. È “Maggie”, è la dea Kali, è un’anima precipitata in Malebolge, è il lovecraftiano Cthulhu, mostro ancestrale venerato da un popolo degenere dedito a sacrifici umani. Il protagonista di 108 metri. The new working class hero (Laterza, 2018), alla ricerca di un lavoro come pizzaiolo in Inghilterra, tenta di placare la divinità feroce e vendicativa con una formula apotropaica: «Margherita, la pizza in onore di Margaret Thatcher. / Margherita, la pizza in onore di Margaret Thatcher. / Margherita...». Maggie-Cthulhu sembra essere soddisfatta e gli concederà non solo di servire pizze ai sudditi di Sua Maestà, ma anche di sturare cessi in un centro commerciale e di spiattellare un’immangiabile sbobba in una mensa scolastica. 

Quando Napoleone compare in scena in Guerra e pace, non è il Napoleone storico (e degli storici: che devono analizzare, distinguere, ponderare), eppure è anche il Napoleone storico: è una figura dell’impronta psicologica che un grande personaggio lascia nell’immaginario di noi che, entusiasti o annichiliti, subiamo gli effetti delle gesta con cui questi Grandi (chi vuole aggiunga delle virgolette) vogliono consegnarsi alla posterità. La Lady di Ferro di Prunetti è un totem su cui proiettare tutta l’incertezza esistenziale e professionale degli ultimi tre decenni di politiche neoliberiste e anti-keynesiane. Privilegio della letteratura è garantirci un risarcimento simbolico che la storiografia non può darci: il protagonista, tornando in Italia, cercherà di sfuggire alla caccia al topo della «corporation globalizzata il cui nome demoniaco era Cthul Ltd. […] Il mostro dalla testa di polpo, Cthul, Das Kapital, Moloch, l’Entità, l’orrore gelido e silenzioso, il fantasma della Lady di Ferro», ma è una fuga impossibile. Eppure questa potente e terrificante figura lovecraftiana dà corpo alle nostre paure e, come le fiabe, ci conduce a una minima ma purissima catarsi.