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L'interpretazione e noi

L'interpretazione e noi contiene saggi, interpretazioni e interventi sulla letteratura e su di noi, donne e uomini contemporanei.

Curare la geostoria con l’odeporica contemporanea: Giorgio Bettinelli a scuola

Odeporica

 

 

Edumostri

A volte capita di ritrovarsi a sorridere difronte a certe espressioni che, in modo irriverente, hanno il potere di fare emergere un non detto covato da tempo.

È quanto accaduto al sottoscritto, un giorno qualunque in aula docenti, in un anno in cui avevo una cattedra in un Liceo artistico. Tra il più e il meno delle chiacchiere di un’ora di buco, a un certo punto un collega piuttosto infervorato pronunciò con enfasi l’espressione edumostro, a indicare quell’anomalia didattica che lui reputava essere l’insegnamento della Geostoria nel primo biennio dei licei. Il mio collega aggiunse anche l’affermazione perentoria di «disciplina rabberciata» a suggello di una critica assoluta verso una materia che in quell’anno era di recente introduzione: la contrazione della Storia e della Geografia nel biennio dei licei a un'unica voce curricolare, con restrizione delle ore dedicate a queste materie (due ore di Storia e una di Geografia) avvenne infatti con la riforma Gelmini.

Mi divertì molto quell’espressione, edumostro, sicuramente per l’enfasi con cui fu pronunciata, continuammo a parlare per un po’ e infine ringraziai il mio collega. Lo feci non tanto per quello che ci dicemmo, di cui ricordo davvero poco, quanto per quell’epiteto per me al limite del catartico, edumostro, che finalmente mi metteva senza filtri difronte alla difficoltà che stavo provando anche io da qualche mese nell’affrontare l’insegnamento della Geostoria. Cominciai, proprio a partire da quel momento, a considerare con attenzione come esistesse un problema di coerenza per quella disciplina. Mi tranquillizzai sul fatto che quel senso di inefficacia che avevo provato nei primi tempi di insegnamento di questa, non dipendesse solo da me, ma anche da una questione più strutturale. Il problema insomma non era solo il mio e chiunque anche oggi sfogliasse un qualsiasi manuale di Geostoria potrebbe capire con cosa avessi a che fare: già l’indice gli racconterebbe la giustapposizione della storiografia di un mondo stato, accanto alla geografia di un mondo che c’è e viceversa. Se poi dall’indice passasse a immaginare la prassi didattica di un anno intero, ora per ora, a cercare di far coesistere riscaldamento globale e PIL con guerre persiane e sacco di Roma, comprenderebbe senza troppa fatica l’innaturalezza di una disciplina così «rabberciata» come ebbe a sentenziare il mio collega, e quindi tutta la mia a quel punto legittimata difficoltà.

A farmi sentire ancora colpevole rimaneva un dato di fatto sconveniente, da non poter tacere a una minima onestà intellettuale. La soluzione non detta e abusata da me fino a quel punto per gestire la didattica della Geostoria era infatti risultata essere quella di relegare la Geografia a ruolo di sorellastra appannaggio della Storia. Detto in modo ancora più spiccio, molta Storia e un minimo sindacale di Geografia, tanto per essere a posto con una di certo discutibile deontologia professionale, un tanto da potere scrivere qualche riga alla fine dell’anno sul programma svolto. Da questo punto di vista non potevo certo assolvermi e non mi era sufficiente pensare con ragionevole certezza che in fondo la maggioranza dei miei colleghi si comportasse in modo molto simile.

Fu così l’inizio di una riflessione sul come provare a uscire indenne dalla battaglia contro l’edumostro, che mi proponevo non certo di sbaragliare con successo, ma se non altro di addomesticare. In realtà si sarebbe rivelata questa l’ennesima occasione in cui verificai come anche la didattica di una materia per me difficile come la Geostoria, al netto della necessità di fare i conti in modo serio e dovuto con il programma ministeriale, potesse suscitare soluzioni di rinforzo interdisciplinari persuasive e non solo convenzionali per motivare gli alunni.

Detto più ancora semplicemente, anche quella volta corsi a chiedere aiuto alla letteratura.

Odeporica

Dal punto di vista didattico, dopo non poco riflettere, mi venne l’idea di utilizzare lo spazio che ogni anno riservo al laboratorio di lettura di Italiano del biennio, per un testo contemporaneo di letteratura di viaggio ascrivibile al genere dell’odeporica.

Non avrei così rubato spazio a nessuno dei due curricoli, trattandosi quello del laboratorio di lettura di una attività di potenziamento comunque previsto all’interno della disciplina di Italiano, con la libertà di poterlo organizzare come meglio credessi, a partire dalla scelta dei libri proposti. La ratio della scelta fu quella di rinforzare attraverso le ore di Italiano anche la disciplina della Geografia, la gamba debole del mio programma di Geostoria, riservando l’ora settimanale a essa riservata al programma canonico, ma utilizzando il potenziamento di Italiano per cercare di fare leva sull’idea di volere vedere il mondo ancor prima che descriverlo.

In sintesi si trattò di tentare la strada del suscitare l’interesse degli studenti attraverso l’unica esperienza capace di consegnarci il mondo: quello del viaggio. Va detto che nel corso del curricolo scolastico di qualsiasi ordine di scuola, gli studenti si trovano spesso a fare i conti con diversi viaggi, ma si tratta per lo più di viaggi immaginari e mai reali: il viaggio di Ulisse, il viaggio di Dante, ma anche quelli di Ariosto o di Renzo Tramaglino. Nel caso specifico di quella classe, all’inizio del quinquennio, mi sembrava opportuno dovere farli viaggiare, anche se con il mezzo della pagina scritta, con il fine dichiarato di fondare l’importanza di conoscere il mondo attraverso l’esperienza.

Per quanto riguarda il testo utilizzato, il primo istinto fu quello di andare a cercare qualcosa nei due splendidi Meridiani Mondadori sugli scrittori di viaggio curati da Luca Clerici. Alla fine, la peculiarità della scuola mi spinse verso un autore meno accademico ma a mio giudizio più adatto e accattivante per gli studenti che avevo difronte. Il Virgilio scelto fu così Giorgio Bettinelli, musicista, viaggiatore e scrittore misconosciuto ai più ma idolatrato dallo zoccolo duro dei suoi lettori, in genere viaggiatori o aspiranti tali, a fronte di quattro volumi continuamente ristampati da Feltrinelli, nei quali Giorgio Bettinelli descrive i suoi incredibili viaggi a bordo di una Vespa PX bianca, che lo portarono dal 1992 al 2006 a coprire tutto il globo terrestre.

Il libro scelto fu il secondo, Brum Brum. 254.000 chilometri in Vespa, dove Giorgio Bettinelli racconta tre dei suoi cinque viaggi più importanti: il secondo, quello dall’Alaska alla Terra del fuoco (dal 1994 al 1995 lungo un percorso di 36.000 chilometri), il terzo, quello da Melbourne a Città del Capo, (52.000 km percorsi in un anno esatto, fra il settembre 1995 e il settembre 1996) e infine il vero e proprio giro del mondo da lui ribattezzato World Wide Odyssey (dall'ottobre del 1997 al maggio del 2001 con partenza dalla Terra del Fuoco e arrivo in Tasmania, con in mezzo anche un rapimento subito in Congo).

Naturalmente si trattava di un autore che conoscevo bene e che avevo amato molto da lettore. Inoltre Giorgio Bettinelli rispondeva pienamente ai criteri che mi ero dato ogni volta che avessi avuto la libertà di potere scegliere degli autori-compagni per affrontare le mie classi: che fossero affidabili e che mi dessero garanzie di poter contare su di loro in credibilità letteraria e bellezza di parola. Insomma: ero convinto di poter riporre la mia fiducia su Giorgio Bettinelli e sulla sua Vespa PX bianca nella mia piccola battaglia per domare la Geostoria.

Pozo de Dona Victoria

Ma vediamo concretamente come tutto questo funzionò in classe, raccontando una delle esperienze di lavoro.

La penna di Bettinelli è felice e godibile, di formazione umanistica, lo testimoniano il valore di alcuni racconti che intervalla ai resoconti a cui sarebbe interessante dedicare attenzione critica. I momenti più felici del suo narrare emergono a mio parere soprattutto nei luoghi visitati più remoti, dove il fascino del viaggio avventuroso e scavezzacollo di chi gira il mondo su un minuscolo mezzo, alla media di sessanta chilometri orari, diventa più evidente. I ragazzi ogni settimana avevano la consegna di leggere una parte del libro da me assegnata, che io avevo cura di far coincidere per quanto possibile con un argomento di Geografia. Avendo Bettinelli girato praticamente tutto il mondo e strutturando i suoi diari come capitoli a sé stanti non fu difficile volta per volta trovare il brano giusto. Nel caso che andrò a sintetizzare si trattò di affrontare il macrotema geografico del continente centro-americano. L’episodio odeporico di cui avevo bisogno era già pronto, trattandosi di uno di quelli che a suo tempo avevo più apprezzato da lettore.

Durante il viaggio dall’Alaska alla Terra del fuoco, a un certo punto Bettinelli si deve inoltrare in una striscia desertica al confine tra USA e Mexico, da Mexicali a Sonoyta. Si tratta di percorrere duecentosettantasei chilometri nel nulla del deserto, con la minaccia concreta di essere assalito dai bandoleros, banditi che controllano una zona ad alta densità di narcotraffico ed emigrazione clandestina. Al di là della bellezza e della suggestione del racconto (a un certo punto Bettinelli si imbatte in un moncherino di piede umano abbandonato sulla striscia infuocata dell’asfalto) fu molto bello anche grazie all’ausilio della Lim, di Google maps e di Street View, vedere in classe con gli alunni un posto assolutamente anonimo ma per questo unico.

Arrivato a metà percorso, Bettinelli descrive un remotissimo punto di ristoro incontrato durante il tragitto: Pozo de Dona Victoria. Invito il lettore a rintracciare il luogo a sua volta attraverso Google Maps con queste coordinate e poi a visualizzarlo con Street View: 32.230249, -114.032846. Anche dal proprio Pc si potrà contemplare il nulla di un chiosco abbandonato nel deserto con a pochi metri di distanza una piccola cappellina. Un nulla nel deserto, ma di grandissima suggestione per il lettore attraverso le parole di Giorgio Bettinelli:

Arrivo al rancho di Pozo de Dona Victoria, le cui porte di legno sono sprangate da travi e catene; rallento fino quasi a fermarmi, ma non scorgo tracce di vita: i resti arrugginiti del motore di un camion, un poncho sfilacciato appeso a un chiodo, tre segmenti di una canna fumaria tra la sabbia, e nient’altro. Comincio ad avvertire un' agitazione fastidiosa; le parole dei militari mi martellano in testa, suggestionandomi mio malgrado; un paio di volte mi trovo persino a immaginare qualcuno nascosto dietro gli arbusti o le rocce, che sta aspettando proprio me, e cerco di zittire questo pensiero mettendomi a fischiettare un motivetto qualsiasi, concentrandomi sui numeri del contachilometri che sfilano con una lentezza esasperante, o sul modo di evitare le buche, procedendo a zigzag come sul percorso di una gincana. Mi fermo per accendere una sigaretta, smonto dalla Vespa e fisso a lungo l’orizzonte sabbioso, poi mi guardo dietro le spalle; gli occhi mi si riempiono di fluttuanti macchie nerastre, di piccoli punti impazziti nel chiarore abbacinante del giorno.

Ma perché scegliere un proprio non luogo come viatico privilegiato per suscitare interesse alla conoscenza e quindi alla descrizione del mondo? Rimandando alla bella introduzione di Luca Clerici al Meridiano sugli scrittori di viaggio, forse per lo stesso motivo per cui nel XVIII secolo iniziarono le grandi narrazioni odeporiche: l’irrompere della riflessione estetica e quindi della suggestione del bello che porta prima ad amare e poi a raccontare luoghi sconosciuti. Semplificando: si conosce il mondo perché lo si percepisce bello o comunque interessante. E a mio giudizio un chiosco abbandonato con a pochi metri di distanza una piccola cappellina, in una strada del deserto messicano poteva essere, nel caso della mia classe, il miglior viatico estetico, il miglior contenitore d’immaginario suggestivo per mettere in moto l’interesse di studenti totalmente impermeabile a biomi, climi e biosfere.

L’analisi preliminare del capitolo messicano durò in classe il tempo di due lezioni. Alcuni ragazzi proposero un approfondimento sul tema del narcotraffico in Messico che io rinforzai successivamente attraverso passi scelti dal libro di Roberto Saviano Zero Zero Zero. Anche la componente storico-culturale, che spesso troviamo giustapposta nel manuale di Geostoria a quella più specificamente geografica, fu dunque affrontata con la molla dell’interesse. Da un chiosco abbandonato con a pochi metri di distanza una piccola cappellina, risalimmo alla geofisica del Messico, alle sue città e alle sue aree disabitate, alla sua economia, passando per la sua nazionale di calcio. La verifica scritta finale fu classica ma con un ricordo degno di nota. A una domanda aperta su quale fosse stato l’aspetto di maggiore interesse, uno degli studenti rispose: «un po’ tutti, ma io ci vorrei andare in vacanza in Messico, ma quello abbandonato».

A esperienza conclusa mi trovai a constatare come il laboratorio di lettura su Giorgio Bettinelli fosse stato di notevole rinforzo anche per la Geografia. Eppure si era pur sempre trattato di un laboratorio di lettura e quindi primariamente fatto per il suo scopo principe, quello di stimolare e favorire la passione per la lettura, con esito finale per altro molto positivo anche da questo punto di vista: più di un ragazzo lesse anche altri libri di Bettinelli.

Saggiato il terreno e visto che era solido, decisi di seguire questa direttiva per il resto dell’anno. Il modus operandi fu più o meno omogeneo per tutto il corso: partire da non luoghi, o meglio luoghi dimenticati e non presenti nei manuali, con l’idea di creare suggestione, curiosità, interesse ai fini di una descrizione più strutturata e compiuta. Qualche volta i non luoghi lasciarono il passo ai grandi luoghi della Geografia, come nel caso della lettura sul Taj Mahal o sui marosi della Terra del fuoco, ma la molla fu sempre la stessa, suscitare bellezza per stimolare conoscenza. A quel punto fu piuttosto facile affrontare il classico programma previsto dal libro testo, arrivando a ogni nuova unità didattica con il credito di un minimo di interesse suscitato durante il laboratorio di lettura.

Insomma vedendo il mondo attraverso le piccole ruote della Vespa PX bianca e le parole di Giorgio Bettinelli, in quella classe nacque anche un po’ di voglia, ovviamente non in tutti, di conoscere e di descrivere il mondo: il senso profondo della Geografia se ci pensiamo bene.

Terminai quell’anno con la convinzione e l’esperienza fatta di come le risorse a disposizione di un insegnante possano davvero essere infinite, nella misura in cui si mantenga la perseveranza di andarsele a cercare. E poi, inutile negarlo, nel segreto della fine quell’anno scolastico, dissi per l’ennesima volta il mio personale grazie alla letteratura.

 

Ancora sulla condizione di impotenza. Un libro (non solo) di economia

Andreas Siekmann Il dibattito sul libro di Mazzoni non ha messo a fuoco un aspetto interessante: si può fare una analisi della situazione del nostro tempo che sottolinea l’isolamento e l’atomizzazione della vita, la sua privatizzazione, la sua dipendenza dal consumismo e da narcisismo indotti dal sistema e poi proporre appunto l’isolamento, l’egoismo narcisistico, la depoliticizzazione dell’esistenza. Così una analisi scompagnata da un sistema di valori finisce per avallare o addirittura esaltare proprio il tipo di vita che nell’analisi veniva deprecato.

Anni Novanta. Individui e fluidità /3

00001BurenDaniel

Pubblichiamo la terza parte del saggio di Maria Borio sulla poesia degli Anni Novanta.

 

Due analisi
Umberto Fiori, Scompartimento: la lirica semplice della similitudine e dell’anonimato urbano

 

SCOMPARTIMENTO

L’altra sera sul treno

(l’ultimo, sempre pieno) una ragazza,

dando ogni tanto un’occhiata rapida in giro,

scherzava a voce alta sui suoi amori

finiti male,

del suo nuovo lavoro nello studio

di un avvocato, su quanto lei era brava

- però il lavoro: triste – e si faceva

i conti in tasca in pubblico,

lira per lira.

Quando si mettono a nudo

in questo modo, di fronte a gente mai vista,

e la vita - la loro –

te la mettono in piazza come quella

di chiunque, così, ridotta all’osso,

sono talmente belle

certe persone,

talmente pure

che ti fanno tremare.

Parlano come se fossimo

tutti di tutti. Si mettono nelle mani

di chi è lì

come un cane che si lascia

stringere il muso dal padrone,

con le orecchie abbassate

e gli occhi chiusi.

A sentirle parlare

anche tu chiudi gli occhi: sprofondare

vorresti, e invece cresci,

dentro, diventi ripido,

sconfinato e potente

come quel niente che le ha fatte nascere.

Nel 1998 viene pubblicato Tutti di Umberto Fiori. Fin dai suoi primi libri, la poesia di Fiori si è sviluppata seguendo soprattutto il tema della congiunzione tra l’individuo e la collettività. È una relazione che resta sospesa nell’anonimato della metropoli – dal realismo ambientale di Esempi (1992) e Chiarimenti (1995) fino all’ironico dialogismo straniante di Voi (2009) –, ma che si mantiene pulsante, prova a difendere dal vuoto. Il centro di questo percorso è Tutti.

I protagonisti del libro sono le presenze della quotidianità urbana - l’autobus in mezzo al traffico, le pensiline, le strade affollate, le case della città che si ripetono identiche e fisse - e una soggettività che perde il suo centro individualistico e si fa attraversare da un’esperienza comune, dalla gente ordinaria, diventando un voi omnicomprensivo che fluttua nella normalità dell’anonimato. Suddiviso in due sezioni (Anni e Figure), Tutti è articolato secondo un movimento che va da una ‘fenomenologia dell’abitudine’ nella dimensione spazio-temporale a una ‘fenomenologia dell’abitudine’ incarnata in tipi umani spersonalizzati ed emblematici proprio nella loro ‘essere tutti’ e anonimi. Scompartimento è il primo testo di Figure può rappresentare un nodo di raccordo.

La poesia è suddivisa in quattro tempi, i versi richiamano quelli della tradizione (dal quinario al settenario all’endecasillabo) e seguono un ritmo colloquiale con rari enjambement (come ai vv. 28-29: «sprofondare / vorresti»). Sembra di essere portati in un’atmosfera che ha cancellato tutte le «bravure»i. In questa neutralità ordinaria si sente crescere una pronuncia che diventa precisa e inevitabile: quella che fissa il grado zero della normalità nella sua esattezza, come fa Petrus nelle sue opere con gli effetti di luce e con i netti campi cromatici. L’assolutizzazione del grado zero avviene come un’«occhiata» che si posa sulle cose di tutti i giorni seguendo la routine. In questo testo, coglie una ragazza sul treno e la fa diventare un emblema della «gente» e del trascorrere della serialità lavorativa. L’«occhiata» non è lo sguardo rivelatore epifanico, come poteva essere per le apparizioni di Baudelaire, di Montale e di Sereni, così come la ragazza non è una Clizia salvifica e nemmeno la «bionda e luttuosa passeggera» di Uno sguardo di rimando. Fissato il grado zero della normalità, si fissa anche il grado zero dell’epifania. A proposito, Fiori commenta così la poesia Occhiata dalla stessa raccolta:

L’«occhiata» del titolo è quella che dà luogo – attraverso la vista – a un’improvvisa visione. Senza volerlo, un giorno come un altro, l’io che parla, guardando «col sole» i muri che gli stanno intorno, si trova di fronte a una rivelazione: quella di una forza. // Di norma, l’idea di forza è associata al movimento, a un’energia che anima, opera, sposta, trasforma, genera e distrugge. Le case, invece, sono lì, ferme, immutabili. Ma è proprio nella loro fermezza che una forza più segreta si manifesta. Le case «non vanno da nessuna parte» (in questa osservazione, vagamente comica, il soggetto tradisce la sua puerile sprovvedutezza); non hanno progetti, appuntamenti, imprese da compiere, territori da esplorare, affari da inseguire. La loro immobilità, però, non è inerzia; ad averle fermate non è una costrizione, un limite esterno: è la loro stessa forza. Le case sono ferme perché sono forti. Hanno deciso di stare. In questo sembra nascondersi un ammaestramento (Esempi è il titolo di un libro precedente).ii

Anni Novanta. Individui e fluidità /2

00buren interventionii3 Pubblichiamo la seconda parte del saggio di Maria Borio sulla poesia degli anni Novanta.

Nuove unità e ‘campi’ letterari

1. Il panorama fluido in cui si sviluppano individualità poetiche autonome e in cui l’idea di canone, di genere e di poetica divengono sempre meno influenti, è caratterizzato da un’emersione irregolare delle nuove voci, come se la catena che aveva connesso generazioni di autori – in accordo o in dissonanza tra loro – fosse andata recisa. I nuovi nuclei individuali tendono, infatti, a non sperimentare più la sintonia organica o l’affrancamento conflittuale con la tradizione. Possono rifiutare una forma di scrittura, come fa ad esempio Umberto Fiori nei confronti degli usi metaforici e irrazionalistici della Parola innamorata; oppure cercare, come il Gruppo 63, l’identità collettiva per rinnovare un’idea di letteratura d’avanguardia: nell’uno e nell’altro caso, però, ciò avviene non in modo genealogico, in somiglianza o in differenza, ma attraverso una manifestazione che nasce e si afferma soprattutto come esperienza isolata di individui, con un livello di coscienza storica e letteraria che non è soggetto a metri di valore estesi e riferibili a una comunità integra e integrata.

Anche la generazione del Sessantotto, che negli anni Settanta ha reciso il legame con la tradizione di matrice classico-umanista, tende a ritagliarsi lo spazio di un riconoscimento nell’affermazione dei singoli percorsi, ed è sostenuta dal mercato editoriale che, così come già a partire dagli anni Ottanta ha iniziato a pubblicare l’opera completa degli autori canonici, favorisce questo tipo di edizioni anche per gli esordienti degli anni Settanta. In particolar modo la collana ‘bianca’ Einaudi per Patrizia Cavalli (Tutte le poesie 1974-1992, che contiene le prime due raccolte e L’io singolare mio proprio; 1992), Valerio Magrelli (Poesie 1977-1992 e altre poesie, 1996), Patrizia Valduga (Prima antologia, 1998); la collana degli Oscar Mondadori per Maurizio Cucchi (Poesie 1965-2000, 2001), Dario Bellezza (Poesie 1971-1996, 2002), Vivian Lamarque (Poesie 1972-2002, 2002), Cesare Viviani (Poesie 1967-2002, 2003), Valentino Zeichen (Poesie 1963-2003, 2004); e la collana di poesia di Donzelli con Milo De Angelis (Dove eravamo già stati. Poesie 1970-1999, 2001). Si delinea, così, una sorta di stabilizzazione, quantomeno editoriale, per la generazione del Sessantotto, che va di pari passo con quella di autori come Franco Fortini (Versi scelti, autoantologia, 1990), Giovanni Giudici (Poesie 1953-1990, 1991), Amelia Rosselli (Le poesie, 1997), Antonio Porta (Poesie 1956-1988, 1998), Giovanni Raboni (Tutte le poesie 1951-1998, 2000), Pier Paolo Pasolini (Tutte le poesie, 2003), Edoardo Sanguineti (Mikrokosmos. Poesie 1951-2004, 2004). Da un lato, quindi, prende corpo una costellazione di autorialità in cui la dinamica conflittuale tra i padri e i figli mantiene una rete tesa e conflittuale di rapporti genealogici; dall’altro lato, si forma un magma di scritture dove emergono isole monadiche che portano un percorso per la stabilizzazione di tracciati individuali attraverso una coscienza nei confronti della poesia come forma letteraria isolata, ma di cui si cerca di difendere il valore comunicativo.

Nonostante le somiglianze che si possono individuare tra i vari autori, ad eccezione della configurazione strutturata negli intenti del Gruppo 93, sarebbe riduttivo riportare a una schematicità di categoria i rapporti tra i singoli percorsi poetici. Piuttosto, possono essere osservate connessioni fluide e antigerarchiche, sia nei confronti di scritture coeve che del passato, sia verso la tradizione italiana che estera. La scrittura contemporanea perde le possibili derivazioni piramidali che la critica ha disegnato nel Novecento, sostenuta dal rigore scientifico di un approccio filologico, stilistico, tematico o teorico. La poesia, che già a partire dagli anni Settanta ha rotto la verticalità gerarchica e ha assunto la configurazione di campi di relazioni, presenta ora, per ciascuno di essi, una autonomia reciproca sempre maggiore e richiede una lettura che faccia uso degli strumentini analisi in modo sempre più induttivo, con un aggiustamento della quadratura di fronte a ciascun esempio e con una elasticità dinamica nel confronto reciproco tra le possibili quadrature. I campi letterari ridefiniscono la funzione delle poetiche, dei generi e del canone, la rendono più complessa e più difficile, rinnovando definitivamente il modo di concepire, sia nell’atto creativo sia nell’atto delle divulgazione e della lettura, le forme letterarie.

Il Gruppo 93 - Il Gruppo 93 nasce per un accumulo di reazioni progressive alla crisi postmoderna e alla poetica neo-orfica della Parola innamorata. E’ il risultato di una stratificazione di varie esperienze nel corso degli anni Ottanta, confluite in un accordo militante d’avanguardia che prende avvio nel 1989 con l’obiettivo di sciogliersi polemicamente nel 1993. Riunisce autori di diversa provenienza geografica che sono di solito già legati in progetti comuni manifestati su rivista.

Mariano Baino, Biagio Cepollaro e Lello Voce a Napoli danno vita nel 1990 alla rivista «Baldus» che, richiamandosi alle operazioni provocatorie di Teofilo Folengo, contiene uno sforzo, sia creativo sia teorico, di resistenza e di critica alla insipida e commerciale mediocrità espressiva a cui il capitalismo delle telecomunicazioni sembrano aver plasmato le arti. Lorenzo Durante, Marcello Frixione, Marco Berisso, Piero Cademartori e Paolo Gentiluomo in area ligure, legati alla rivista «Altri luoghi», sono attivi in una forma di revivalismo estremo che usa forme colte e museali facendo deflagrare dall’interno della lingua in un’esposizione performativa che ribalta la stabilità dei generi e delle forme tradizionali. Sperimentali, ma non completamente assimilabili a quelli già menzionati e all’idea di gruppo d’avanguardia, ci sono, in area emiliana, autori come Giuseppe Caliceti, Alessandra Berardi e Rosaria Lo Russo, con i quali la poesia – anche sull’esempio dell’opera di Toti Scialoja - tende ad abbandonare completamente il campo del testo come unità di lettura, trasformandosi in un’unità corporale-orale che mima l’happening, il ready-made e la Body Art. Con autori come Tommaso Ottonieri e Gabriele Frasca la sperimentazione mostra modalità letterariamente molto raffinate.

Ottonieri, a Roma, è forse il primo ad addentrarsi con forza nelle potenzialità di una scrittura fondata interamente sull’esperienza pragmatica dell’oralità e della performatività. La sua poesia, a partire da Memorie di un piccolo ipertrofico (1980), si presenta come un’onda d’urto di memoria sanguinetiana, che cala il lavoro compositivo di Laborintus in una rielaborazione critica dell’atto linguistico come prodotto della civiltà dei media e delle telecomunicazioni. La scrittura è una ipertrofia verbale che forza le barriere del linguaggio e della grammatica, ritrovando una potenzialmente illimitata libertà di pronuncia e di esecuzione grafica. Ciò si verifica con una serie di fluidificazioni dei rapporti dati dalla norma: tra lingua corrente, dialetto e arcaismi; tra i nessi grammaticali, come la preposizione e l’articolo che vengono spesso saldati o scissi in accordo con un ritmo orale anti-ortografico; tra i nessi morfologici e semantici, per cui le parole e le frasi vengono sottoposti ad un continuo atto di oltraggio e di violazione, che ne riduce al minimo quelle che possono apparire le rigidità convenzionali, creando una commistione inscindibile tra il tempo della lettura e quello dell’oralità.

Letteratura e... geografia /1

0000TortoraLetteraturageogrDa tempo (senz’altro decenni) si discute nella scuola (e anche nell’università) di interdisciplinarità. E proprio in nome di tale dogma sono state inserite nella notte dei tempi varie forme di elaborato, le cosiddette tesine, che devono accorpare attorno ad un unico tema/oggetto tutte le materie: esemplari in questo senso sono gli esami finali di scuola secondaria (medie e liceo), che si stanno svolgendo peraltro in questi giorni. Ed è da questa interpretazione bizzarra dell’interdisciplinarità che nascono aberrazioni quali i lavori sulla “luna”, che inducono gli studenti ad accostare geografia astronomica e Leopardi (ma anche storia, con l’allunaggio del 1969), o le foibe, da cui poi si passa ancora a geografia, Trieste, e da lì a Svevo (morto quindici anni prima degli eventi però), ecc. Fortunatamente nella scuola italiana gli insegnanti preparati e intelligenti non sono pochi; e pertanto i casi in cui il povero poeta di Recanati finisce sulla luna, per poi ridiscendere insieme ad Aldrin e Armstrong, vengono drasticamente tamponati. E tuttavia, la scuola e l’università, come ogni categoria del resto, non sono costituite di soli docenti intelligenti. Per questo motivo un’ennesima riflessione su alcune modalità interdisciplinari si ritiene utile, se non indispensabile; tanto più in un momento come questo in cui la critica letteraria, con modalità differenti rispetto a quanto accadeva qualche anno fa, cerca il dialogo con altre discipline.

Il teatro della parola. Il caso Ferrante/6

immagine per giovannuzziC’è forse una questione aperta, che non riguarda solo la Ferrante. Negli anni, con una certa insistenza negli ultimi, si sono ripetuti romanzi, anche di un certo impegno, in cui la vicenda privata di un personaggio (che spesso è il narratore) consente di attraversare la storia italiana; o almeno diventa la storia di una generazione: Con le peggiori intenzioni di Piperno, Il desiderio di essere come tutti di Piccolo, La vita in tempo di pace di Pecoraro, e appunto il ciclo L’amica geniale. L’elenco è per difetto e ovviamente impreciso. Se la formula è il novel inteso come accesso da un punto di osservazione parziale e relativizzato alla vicenda collettiva, che consente di restituire una lettura problematica della storia recente, rimane sempre la sensazione che l’operazione non riesca fino in fondo o sia forzosa. Pecoraro è esemplare: in La vita in tempo di pace i movimenti e i mutamenti del corpo o il rapporto da manuale clinico con Padre e Madre finiscono per essere più in vista (e per essere il vero motore della scrittura) rispetto alla storia pubblica degli anni Sessanta e dei decenni successivi. La storia viene catturata nella lente opaca di una soggettività irrisolta e solipsistica. Neanche L’amica geniale si sottrae a questa dinamica. Il punto di osservazione – come è evidente nel circolo che si chiude fra prologo del primo volume e l’Epilogo dell’ultimo, Storia della bambina perduta – rimane sempre quello della narratrice che elabora retrospettivamente il senso dell’esperienza (propria e del proprio mondo di affetti), piallando e levigando ogni asperità esterna. Ne deriva un’epica della non collettività ma della soggettività, una dilatata impalcatura automitologica che riconfigura la funzione della realtà relegandola al margine del romanzo, se non fuori. Quando un servizio di «Panorama» reinterpreta in chiave di denuncia il romanzo appena pubblicato, sconcertata dalla reazione violenta dei fratelli Solara, camorristi, Elena, la narratrice, dice: «Non volevo metter bocca nelle loro faccende vere, cosa c’entrava “il feudo dei fratelli Solara”. Avevo scritto un romanzo» (p. 267). L’affermazione a prima vista trascrive il senso d’impotenza della letteratura di fronte alla storia: «l’Italia in cui viviamo è assai peggio di quello che ci raccontiamo» (p. 295). A prima vista, perché in realtà la storia entra in scena come un accidente inevitabile, subìto, ma non rappresenta mai il vero centro della narrazione, che invece si ristabilisce con forza sul versante della soggettività, risucchiando verso di sé la misura e il senso delle cose. L’impotenza di fronte alla realtà potrebbe diventare (con un pericoloso ribaltamento di cui si avvertono le tracce) l’alibi per raccontare quello che si vuole. O meglio quello che al soggetto serve per fare il punto di sé.

L’ipotesi può apparire tendenziosa; ma pensando ad un quadro non militante e non agiografico della narrativa italiana recente (magari l’agiografia finanziata del mercato editoriale), sarebbe il caso di interrogarsi sulla sua effettiva capacità di stabilire un nesso che davvero funzioni fra il marcato soggettivismo del narratore autobiografico e un’idea di un romanzo che restituisca l’affresco, controverso, della società contemporanea e delle grandi vicende collettive che l’hanno segnata. Il nodo interessa anche il cinema, se pensiamo alla piega ‘intimistica’ di molte pellicole di questi anni; e forse non riguarda solo questi anni. Viene in mente La storia della Morante e come i due piani, della Grande storia e della vicenda personale, vi compaiano strutturalmente distinti. All’origine, probabilmente, si riconosce il marchio di fabbrica manzoniano, di un legame veramente mai risolto fra storia e invenzione.

Malgrado tutto, in Italia non si riesce ad avere – ed è solo un esempio – un romanzo che assomigli a Una storia di amore e di tenebra di Oz. In Oz sguardo e memoria sono del soggetto narrante, ma consentono di ripercorrere la storia di un popolo: la narrazione si fa carico di una storia che spiega (e talvolta non riesce a spiegare) il presente drammatico in cui il protagonista è immerso. Il soggetto che narra non esisterebbe senza la storia. In Ferrante, ma anche in Piccolo o Pecoraro, la tragedia degli anni di piombo e poi della fine della prima repubblica sembra più che altro lo scenario su cui progettare il monumento a un’inguaribile fascinazione per il proprio sé, di un narratore che troppo spesso è lo specchio dell’autore. La Ferrante scrive di Elena che a sua volta scrive: il romanzo narcisistico ha la meglio sulla pretesa di storia, di riconoscere negli eventi un significato collettivo di cui il narratore si fa interprete. Nella Storia della bambina perduta si assiste ad un impressionante deficit di realtà: la realtà viene confinata dietro la coltre spessa e levigata di una scrittura / memoria che attutisce ogni violenza; prodotto davvero di grande mestiere, o come si legge nel romanzo di una «cura ossessiva» (p. 292). Siamo di fronte ad una sorta di teatro della parola che ripropone ossessivamente se stessa e continuamente si mette alla prova, in un gioco di specchi per cui la verità è menzogna e viceversa. Oltre non c’è forse nulla. Tra Firenze Genova Milano Napoli non rischiamo di incontrare Ben Gurion o il Nobel della letteratura Agnon, per tornare a Oz, ma improbabili – e tuttavia nel romanzo famosissimi – professori universitari (Pietro Airota), improbabili scrittori e altrettanto improbabili editori, per non parlare dell’improbabilissimo Nino Sarratore professore (anche lui!), poi deputato socialista (ovviamente) e quindi – si intuisce – berlusconiano (dovrebbe essere lo specchio della crisi della prima repubblica?). Non c’è più la storia, c’è una meccanica e ci sono i personaggi di un prevedibile romanzo. La complessità e le lacerazioni della storia italiana vengono rideclinate a misura di «rione», attraverso le dinamiche di una famiglia allargata che esaurisce in sé il mondo. L’accadere con la sua drammatica violenza resta fuori o ai margini (la morte / rapimento di Tina), sfiora, ma appare sempre filtrato a posteriori da una memoria che rialloca i fatti nella storia privata, dove i conti tornano sempre. Ma perché sono conti di parole.

Il «buffo» deriso: variazioni su un tema tra realismo e modernismo

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[Questo saggio presenta, in forma sintetica, alcune idee contenute in Alberto Godioli, Laughter from Realism to Modernism: Misfits and Humorists in Pirandello, Svevo, Palazzeschi, and Gadda, Oxford, Legenda, ottobre 2015]

1. Un tema di lunga durata

L’idea che il riso possa essere una forma di violenza è senza dubbio ben attestata nella cultura europea moderna. In un celebre passo del Leviatano (1651), Hobbes definisce «quella smorfia chiamata riso» come una «gloria improvvisa», causata «dal venire a conoscenza di qualche deformità negli altri, al cui confronto ci rallegriamo immediatamente di noi stessi».i Alla concezione hobbesiana del riso come gesto prevaricante si avvicinano (più o meno consapevolmente) numerose teorie elaborate nei secoli successivi; di particolare importanza è Le Rire di Bergson (1900), dove il riso viene definito come un’alternativa alla «repressione materiale», vale a dire un dispositivo sociale volto a «intimidire umiliando», il cui fine principale è castigare ogni forma di «rigidità» o «eccentricità» rispetto alla norma collettiva.ii Per Bergson, il bersaglio fondamentale del riso non è tanto una debolezza o deformità (com’era invece per Hobbes), quanto il mancato rispetto di una convenzione sociale. In entrambi i casi, nondimeno, l’accento è posto sulle forme più aggressive e ostili del riso, e sul loro obiettivo ultimo: isolare e punire anomalie e devianze (perlopiù individuali), nel nome di una norma condivisa.

Anni Novanta. Individui e fluidità /1

00001BurenGli anni Novanta segnano il trionfo di un modo fluido di concepire la poesia. L’idea di canone, di genere e di poetica si allentano e si formano individualità liriche forti e sempre più irrelate. Si sviluppano dinamiche elastiche di rapporti, innesti e scambi, che fanno sì che l’idea di genere lirico tradizionalmente inteso e quella di avanguardia inizino a svuotarsi della rilevanza esemplare, più o meno stabilmente codificata, che godono per tutto il Novecento. La lirica si rifunzionalizza, l’idea di poetica e di canone assume i connotati di una sistema di ‘campi’ letterari in cui possono essere osservate connessioni fluide e antigerarchiche. Pubblichiamo la prima delle tre parti del saggio, che è già uscito su «L’Ulisse», n.18: Poetiche per il XXI secolo, aprile 2015, pp. 181-195. Le due parti successive seguiranno nei prossimi giorni.

Condizione di impotenza e stato di minorità /4. Irreversibilità e quotidianità

0000GrattacieliSclarandis I destini generali di Guido Mazzoni e Stato di minorità di Daniele Giglioli ci chiamano direttamente in causa. I due saggi insistono entrambi sul binomio identità - responsabilità, del quale è data per scontata la portata politica ed esistenziale nel quadro storico delle società moderne, ma di cui è rimarcata l'eclissi nell’epoca attuale. Tale binomio ha compreso per oltre due secoli di storia i conflitti spesso tragici per l’emancipazione di individui capaci di organizzarsi collettivamente e disposti a spendere tempo e fatica per rivendicare il diritto a vivere dignitosamente; ma negli ultimi venti-trent’anni ha perso parte del suo valore simbolico. Attualmente nelle nostre teste e nel nostro linguaggio è diventata residuale «una idea di mondo alternativa a quella occidentale» (Mazzoni, p. 96). Quest’ultima intercetta i desideri consci e inconsci della gente comune in ogni parte del pianeta, cioè le comuni aspirazioni alla felicità privata nell’indifferenza per ciò che accade intorno. Chi patisce la “solitudine sociale” che il modello antropologico della Western way of life comporta si autocondanna alla «depressione» e alla «desoggettivazione», l’altra faccia di una società che ha espunto il conflitto dalla sua grammatica e lo nega in ogni modo (Giglioli p. 68).

Le risposte alla tristezza dell’epoca presente proposte dai due autori sono già state analizzate da molti interventi nella loro divergente portata: politica, esistenziale, antropologica. Per parte mia, confesso che non ho letto i saggi in modo asettico, bensì implicando nel giudizio la mia parzialità di donna e di insegnante.

Anche io voglio contrastare il disagio, ma non esorcizzarlo. Ogni mattino mi attendono degli adolescenti per appartenenza generazionale assai meno garantiti di me, eppure a priori convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili, anche quando nella loro vita incidono i traumi endemici conseguenti alla feroce lotta che il capitalismo nell’attuale fase produce per salvaguardare le storiche rendite di posizione. I comportamenti massificati dei giovanissimi s’inscrivono totalmente in un orizzonte di senso privatistico e consumistico, sempre più impermeabile a ogni sfondamento critico. Ma tocca ancora a noi insegnanti rompere quello schema, proporre una voce dissonante, come quella dei classici antichi e moderni, italiani, europei ed extra-europei, vissuti in un altro tempo e in un altro mondo. Il senso di impotenza è all’ordine del giorno, così come la “tentazione vittimaria”, direbbe Giglioli. Eppure è altrettanto all’ordine del giorno la percezione che un qualche varco si può aprire, che le parole desuete possono sfondare o almeno disturbare il cerchio stretto di quella «vita privata comune», la quale è - e con ogni probabilità resterà - egemonica nel loro inconscio, accolta ideologicamente quale «bene supremo». Per quella via passa la sfida della comunicazione intesa come incontro conflittuale con la diversità: linguistica ed esistenziale fra le generazioni; storico-culturale fra passato e presente; antropologica ed estetica fra modelli di pensiero e universi simbolici distanti, ma non necessariamente irreversibili. Un grumo di senso dialettico e di metodo critico cambia di segno la quotidianità di uno stanco rito collettivo, quello della formazione di base a cui nessuno sembra più credere. Certamente in nessuna aula scolastica si ridisegnano i “destini generali” del mondo, ma ciascuna chiede di trasferire l’etica della cura dal privatissimo campo della reciprocità affettiva a quello della responsabilità sociale.

Mi è capitato di recente di leggere un libro che racconta anch’esso una storia di rassegnazione, M. Jalowicz Simon, Clandestina. Una giovane donna sopravvissuta a Berlino 1940-1945, trad. di I. Amico di Meane, Einaudi, Torino 2015 [ed. in tedesco 2014]: è l’autobiografia postuma di una giovane ebrea berlinese, orfana a vent’anni nel 1942, la quale, vivendo in clandestinità, scampa alla guerra e alla deportazione. È un libro interessante per una serie di motivi: intanto perché mostra come centinaia di ebrei riuscirono a sopravvivere nella Berlino nazista, per caso e per forza di carattere e anche perché un gran numero di tedeschi li nascose nelle loro case o non li denunciò, poco importa se per scelta o per pigrizia, per soldi o per ripicca, per convinzione o per capriccio; poi perché, attraverso una serie di minuti aneddoti risponde alla nostra domanda se i tedeschi furono tutti colpevoli, in modo assai più convincente della storiografia blasonata. Nata nel 1922 e morta nel 1998, comunista, a guerra finita Marie Jalowicz decise di rimanere in Germania dove visse quasi sempre nella DDR e insegnò all’università di Berlino Est. Fra le motivazioni che la indussero a non emigrare in Israele, dichiara a un amico la seguente:

Voglio confutare il consueto argomento secondo cui l’orgoglio non permetterebbe di vivere nel Paese delle camere a gas. Credi che la plebaglia di qualsiasi altra parte del mondo, se qualcuno ne avesse istigato ad arte i più bassi istinti, si sarebbe comportata diversamente dalla plebaglia tedesca? I tedeschi hanno ucciso milioni di ebrei. Ma erano tedeschi anche coloro che, mettendo a repentaglio la propria vita, hanno fatto grandi sacrifici per aiutarmi (p. 326).

Il caso di questa donna è esemplare. Per nulla illusa sulla natura degli uomini, in clandestinità ha imparato a darsi un’alternativa per contrastare il Moloch, qualunque forma assuma, a distinguere la cecità dalla malafede pericolosa e dagli opportunismi innocui o persino utili di chi non vede e non sa. E ci invita, non tanto con la lucidità dell’analisi bensì con la postura anche scomposta della sua esistenza, a fare chiarezza sulla condizione di impotenza, distinguendo «quando e quanto l’impotenza sia davvero incolpevole [...]» (Giglioli, p. 49); ci ammonisce a stare ben attenti a non allontanare la molteplicità delle esperienze sempre più irrelate su uno sfondo metafisico di un “Mondo Nuovo” senza Storia, in cui a prevalere non possono che essere gli istinti animali, quelli incontrovertibilmente universali.

Condizione di impotenza e stato di minorità /3. Primo bilancio del dibattito

00000grattacieli Una premessa, o una confessione. Conosco Guido Mazzoni da vent’anni, da quando cioè era dottorando alla Scuola Normale di Pisa. Me lo presentò Francesco Orlando facendomi leggere le sue poesie e chiedendomi di fare qualcosa per farle conoscere. Essendo un giovane serio, preparato e rigoroso mi sono comportato con lui come ho fatto con tutti i giovani di questo tipo da me incontrati nella mia lunga carriera: per quanto ho potuto, ne ho promosso l’attività intellettuale e accademica. Siamo diventati amici, per anni ha lavorato con me, all’università a un tavolo vicino al mio, nella mia stessa stanza, e nella redazione della rivista «Allegoria». Nell’ ultimo periodo ci siamo allontanati per ragioni a me non chiare e neppure spiegabili razionalmente. Ma ciò non ha impedito la collaborazione fra noi. D’altra parte ho sempre concepito la collaborazione come libero dibattito fra uguali e per quel che ho potuto ho sempre incoraggiato questo metodo di lavoro comune. Questo è il mio stile, perché dovrei cambiarlo? L’ho appreso dai miei maestri e spesso proprio in polemica aperta con loro (polemica che mai ha guastato la stima e l’ amicizia). Non conosco un metodo migliore, perché espurga le eventuali scorie personali del dissenso e ne libera la parte razionale. Ciò spiega perché io abbia sentito e senta il bisogno di esporre pubblicamente le ragioni della mia critica all’ultimo libro di Guido, I destini generali. C’è un solo modo di trattare l’interlocutore che mi pare offensivo, il silenzio, la damnatio memoriae. E invece chiamarlo apertamente in causa, introdurlo nel campo del conflitto delle interpretazioni, per me è sempre una forma di rispetto, l’unica che conti in campo culturale.

E passiamo ora ai termini del dibattito. Di esso una cosa soprattutto mi ha colpito: il silenzio (con poche eccezioni) sulla proposta etico-politica del libro di Guido, una proposta molto seria e molto grave, anche per le sue conseguenze pratiche ed educative (dato che viene da un docente, come ha sottolineato, nel suo intervento, “un insegnante”): quella dell’adeguamento, del piccolo cabotaggio. del compromesso, e insomma dell’accettazione, seppure con disagio, dello status quo, accompagnata dall’elogio della saggezza del senso comune popolare che a tale esito indurrebbe. Insomma: siccome non c’è niente da fare, meglio adattarsi alla situazione e curare i propri interessi. E va da sé che la cosa è seria e grave perché, come ognuno sa, dall’egoismo individuale si passa rapidamente a quello regionale, nazionale e continentale, e senza spirito di sacrificio e di solidarietà qualsiasi civiltà sprofonda nelle barbarie (o nella “animalità”, direbbe Kojève citato da Guido).

Quasi tutti, nel dibattito, si sono fermati invece sull’analisi della condizione di impotenza, trovandola sincera, realistica, spregiudicata, e interpretandola ora come frutto di una depressione, ora come il risultato di una rigorosa e lucida operazione razionale, ora come la conseguenza di una esperienza generazionale.

Questo troppo frequente silenzio sul cuore etico-politico del discorso di Guido può spiegare un effetto paradossale del libro: che, pur suggerendo l’acquietamento e il compromesso quotidiano, viene percepito come spregiudicatamente anticonformista e controcorrente. Paradossalmente un libro che invita al conformismo è percepito come anticonformista. E la cosa è tanto più paradossale in una situazione come l’attuale dove tutto ci spinge naturaliter all’adeguamento e non c’era proprio bisogno di questa spinta in più. E tuttavia la patina di anticonformismo si può capire: rispetto a una certa tradizione del ceto intellettuale “impegnato” che dalla Resistenza agli anni settanta di Pasolini, Fortini, Sciascia, Volponi si era battuto per cambiare lo stato di cose esistente, il libro di Guido va decisamente controcorrente, muovendo da un dato di fatto inconfutabile: quel tipo di intellettuale (fra Vittorini e Fortini, fra Pratolini e Pasolini, fra Muscetta e Sciascia sino a Sanguineti) è finito da un pezzo, il mandato sociale a cui si ispirava è stato ritirato e la funzione di mediazione ideologica è stata pienamente assunta dai grandi apparati massmediologici. Una importante tipologia di intellettuale è venuta meno ormai da quaranta anni e Guido non fa che dichiararlo e trarne alcune conseguenze. Si tratta, beninteso, di una consapevolezza largamente diffusa ormai da qualche decennio (Fortini ne aveva parlato già all’inizio degli anni settanta), ma Guido indubbiamente ne prende coscienza con lucida perentorietà. Ebbene proprio questa esibita discontinuità può apparire ai lettori un fatto nuovo e anticonformista. Per di più il tono del discorso, ora dolente, ora amaro, e il fatto che esso mutui per l’analisi le categorie del pensiero critico moderno (che si fa forte di un costante impegno di inattualità e di spirito critico) fanno evidentemente dimenticare le opposte conseguenze – terrore di essere inattuale e non visibile, elogio dell’adattamento e rinuncia al cambiamento giudicato impossibile – che ne vengono tratte.

Ma il rovesciamento di una recente tradizione da lui operato non può fare dimenticare che, se si guarda alla storia lunga degli intellettuali italiani, quella di Guido non è affatto una posizione nuova e anzi ha alle spalle un costume affermato, che dall’intellettuale cortigiano a quello della Controriforma, dall’intellettuale del periodo fascista a quello largamente prevalente in quest’ultimo trentennio si è contraddistinto per la accettazione della formula proposta nei Destini generali: stato di impotenza, dunque adattamento. Bisognerebbe tornare a leggere Gramsci (cosa che gli americani non hanno mai smesso di fare, mentre noi, più realisti del re e più zelanti dei nostri padroni, abbiamo smesso cinquant’anni fa) per capire quanto il comportamento che da essa deriva sia profondamente inciso nella natura del ceto intellettuale italiano. Basta pensare agli anni del fascismo, quando all’epoca della proclamazione dell’Impero il 95% degli italiani stava con Mussolini e la maggior parte degli intellettuali, avvertendo la propria impotenza (forse con maggiori ragioni che oggi), si era perfettamente adattata al regime, limitandosi a manifestare il proprio «disagio» con qualche barzelletta sul Duce raccontata alle Giubbe rosse fra un punch e una partita a dama o a scacchi (allora molto di moda nei caffè letterari), mentre, nell’università, solo 12 docenti su oltre tremila si rifiutarono al giuramento fascista (e si considerino invece la vastità e la varietà della diaspora accademica tedesca dinanzi al nazismo, imparagonabile con la nostra, da Adorno ad Auerbach, Spitzer, Marcuse, per non parlare dell’esilio di intellettuali come Benjamin o di artisti, come Thomas Mann, Brecht o Schoemberg). Oppure si pensi alla storia dell’università in questi ultimi due o tre decenni, quando, davanti alla proposte di riforme che di fatto liquidavano una nobile tradizione di ricerca che semmai aveva bisogno di essere rinnovata, non cancellata, gli accademici si sono rapidamente adeguati cercando con assoluta miopia di gestire a proprio vantaggio (a vantaggio del proprio personale potere) i cambiamenti che piovevano dalle alte sfere. Insomma, da noi la formula stato di impotenza, dunque adeguamento, ha avuto ampio corso dando vita a una storia tutt’altro che gloriosa di piccoli cabotaggi e di adattamenti interessati.