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L'interpretazione e noi

L'interpretazione e noi contiene saggi, interpretazioni e interventi sulla letteratura e su di noi, donne e uomini contemporanei.

Le forme dell’emozione. Qualche nota su letteratura e scienze cognitive

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1. La mente creativai

Le scienze della mente sono un eterogeneo insieme di discipline che studiano le strategie umane di assorbimento, elaborazione e trasmissione della conoscenza (Legrenzi 2012; Marconi 2001). Non coincidono integralmente con lo studio dei processi fisiologici del cervello, anche se la conoscenza dei meccanismi cerebrali è un presupposto fondamentale per lo studio delle funzioni mentali complesse, delle quali fanno parte anche le pratiche simboliche, quindi l’arte e la letteratura. La mappa del cervello e la mappa della mente non sono perfettamente sovrapponibili: sono però confrontabili e intersecabili. E in una delle loro intersezioni si situano i processi creativi, che rappresentano un’elaborazione dell’esperienza umana di immersione nel mondo. Studiare i prodotti artistici da una prospettiva cognitiva significa osservare i movimenti che avvengono nella mente quando una forma si stacca dall’informe delle percezioni e delle cognizioni per assumere un significato estetico e culturale.

Perché non ho firmato l'appello di Catozzella per De Luca

0000DeLuca Lo scrittore Giuseppe Catozzella fa girare un appello in difesa di un altro scrittore, Erri De Luca, che rischia una condanna a otto mesi di carcere perché ha invitato al sabotaggio della TAV. Vorrei spiegare perché non ho firmato questo appello anche se mi auguro che De Luca venga assolto, sono a favore della libertà di pensiero e mi sento solidale con chi lotta contro la TAV.

Trovo intollerabile la retorica. Anche quella di Catozzella. Trovo insopportabile che si scriva «La parola è libera – e quindi potente – oppure non è», oppure «Riconosco il peso terribile della parola che soltanto ha il potere di farci liberi», oppure «Quando uno scrittore nomina l’abisso – ovvero fa il suo lavoro – viene isolato dai più. Ci vogliono spalle forti per reggere il peso tremendo della libertà». Mica è solo questione di forma, di troppi e troppo roboanti aggettivi; è questione di pensiero, cioè di sostanza. Questa esaltazione della parola degli scrittori e del suo privilegio non mi appartiene, e, fra l’altro, mi pare molto anacronistica. Perché la libertà dovrebbe coincidere con la parola? E quelli che non sanno scrivere non hanno diritto alla libertà e non possono impegnarsi a favore della libertà? «Soltanto» la parola degli scrittori «ha il potere di renderci liberi». Soltanto? E gli atti, le azioni, il lavoro, l’impegno degli uomini comuni che non fanno gli scrittori? E scrivere, poi, significa nominare l’abisso? Dire che bisogna sabotare la TAV è nominare l’abisso? Scrivere, come Céline o Pound, che i nazisti o i fascisti hanno ragione è nominare l’abisso?

Gli scrittori non sono creature privilegiate. In uno stato democratico sono sottoposti alla legge come tutti gli altri. Spero che De Luca venga assolto e si riconosca così a tutti i cittadini la stessa libertà di pensiero.

In vacanza

Dal 1 agosto al 1 settembre la Letteraturaenoi "va in vacanza", nel senso che interromeperà l'abituale pubblicazione di interventi inediti.  In questo periodo desideriamo però riproporre una selezione degli articoli pubblicati nel 2014. La lettura on line a volte è rapida, frammentata, distraente. Forse i ritmi più lenti dell'estate permetteranno ai lettori di rileggere riflessioni e interventi dedicandovi una maggiore attenzione, o di leggere per la prima volta articoli che gli sono sfuggiti. In ogni caso gli auguriamo di riappropriarsi del tempo vuoto delle vacanze, lo stesso necessario a far delle buone letture.

 

 

Letteratura e Diritto: breve tracciato di una disciplina. Il caso italiano: qualche riflessione

00001Toracca Origini

Salvo alcuni studi interdisciplinari condotti alla fine del XIX secolo (molti dei quali in Italia), il movimento di Law and Literature nasce negli Stati Uniti all’inizio del XX secolo in un clima di generale reazione contro il formalismo giuridico ottocentesco. Nel 1908 John Henry Wigmore con A List of Legal Novels seleziona alcuni romanzi (soprattutto anglosassoni) che trattano temi giuridici e li classifica con l’obiettivo di diffondere opere letterarie in grado di testimoniare i valori fondamentali della cultura giuridica americana del primo Novecento. Nei decenni successivi vengono pubblicate altre opere simili (F. J. Loesch, W. H. Hitchler) volte cioè a consolidare e diffondere l’idea secondo cui la letteratura può contribuire a formare la coscienza etica di giudici, avvocati e giuristi.

Letteratura e diritto /2: Gadda, Musil e la semi-infermità mentale

0000Godioli Dal 1 agosto  verranno ripubblicati alcuni interventi usciti nel corso del 2015. La pubblicazione di inediti riprenderà il 1 settembre. Questo articolo è apparso il 25 luglio 2015. 

 

Nel loro intervento di pochi giorni fa, Angela Condello e Tiziano Toracca hanno evidenziato – tra l’altro – come lo studio delle rappresentazioni letterarie di temi giuridici possa rivelarsi utile in due modi complementari: da una parte, leggere tali rappresentazioni da una prospettiva giuridicamente informata contribuirà in misura sostanziale alla nostra comprensione del testo letterario di partenza; dall’altra, la letteratura può essere il luogo di una riflessione tanto critica quanto produttiva sul rapporto tra diritto e vita.

Da stigma a stemma. Il malato come eroe letterario

bufalinoLetteratura e medicina: per analizzare questo rapporto, abbiamo scelto di pubblicare il testo della lezione tenuta da Gesualdo Bufalino il 27 ottobre 1990 a Messina in occasione dell’inaugurazione del Congresso Nazionale della Società italiana di Medicina Interna.

Per Bufalino la malattia è «il tema centrale d’ogni narrare». Senza eccezione tutti i protagonisti dei suoi libri sono posti in una condizione estrema, alle soglie della morte. Nell’imminenza della fine questi «catecumeni del nulla» si lasciano allettare da una lusinga di teatralità e vivono la malattia come un privilegio.

In questo intervento l’autore comisano passa rapidamente in rassegna tutto un nutrito campionario di “malattie letterarie” nella convinzione che la malattia, percepita fino al Settecento come «stigma» e come «colpa», a partire dal Romanticismo abbia assunto la valenza positiva di uno «stemma››, di un segno d’elezione. Qui Bufalino non esaurisce la complessità dei significati che la letteratura moderna attribuisce al tema della malattia, ma si concentra su una tendenza precisa (l’esaltazione degli stati patologici tipica di certo Romanticismo e del Decadentismo) e insieme ci parla in modo mediato della sua stessa opera, facendosi «chirurgo e cavia di sé medesimo».

Più volte, mentre aspettavo il mio turno in qualche an­ticamera di medici, e leggiucchiavo le riviste sparse sul ta­volo, ho rilevato con favore l'uso di premettere a ciascuno studio scientifico un sommario che ne anticipasse le tesi. Non diversamente, qui di seguito, ecco in brevi parole il mio assunto:

La malattia, che nel corso dei secoli è stata quasi sempre rappresentata nei testi letterari come uno squilibrio dell'es­sere e uno scandalo biologico, con effetti di stupore, paura, ribrezzo; e le cui radici sono state via via attribuite a un sopruso degli dei, a una rivolta del corpo, a una crudele maledizione, a un'oscura autopunizione... la malattia, di­co, dopo essersi a lungo incarnata in personaggi disgraziati e commiserabili, a un certo punto della sua storia, poco me­no di due secoli fa, ha preso ad assumere un carattere posi­tivo, di distinzione e quasi di araldico blasone, trasforman­dosi, come suona appunto il titolo del mio intervento, da stigma in stemma. Vocaboli che in fondo vogliono dire la stessa cosa, e cioè "segno". Solo che, nel primo caso, il se­gno è una piaga, uno sfregio, un marchio d'infamia, men­tre nel secondo è un'insegna di nobiltà.

Come questo processo si sia attuato, è il mio tema; che svolgerò, data la vastità dell'argomento, più per asserzioni che per dimostrazioni; bensì col supporto, quanto piùlar­go possibile, di testimonianze dirette.

Comincio con tre citazioni bibliche, dal Vecchio e dal Nuovo Testamento:

«La collera del Signore si accese contro costoro. Ed ecco Maria divenne lebbrosa: bianca come la neve …».

È un passo del libro dei Numeri, dove si narra di Mo­sè. Ancora: «Satana percosse Giobbe di un'ulcera maligna, dalla punta del piede alla cima del capo». È un passo del libro di Giobbe.

Infine, dal Vangelo di Matteo: «La folla gli depose ai piedi storpi, zoppi, ciechi, sordi e molti altri: Gesù li guarì…». Ebbene, in questi tre esempi la malattia appare opera di forze celesti o diaboliche, mentre la guarigione pertiene solamente a Dio. In ogni caso il malato è un reprobo, un colpevole, che può sperare salvezza solo da un'infrazione alle leggi di natura, da un miracolo, cioè.

Nel mondo greco antico le cose non mutano molto. Il nosos, vale a dire il morbo, sia che colpisca l'individuo, sia che affligga una collettività, s'incardina sempre su una dialettica di colpa e pena: il malato è responsabile, più o meno cosciente, della sua malattia e la subisce come una condanna dovuta. Prometeo, incatenato a una rupe del Cau­caso, a cui un'aquila rode il fegato (metafora, forse, d'una cirrosi!), paga a Zeus il conto della sua ribellione; così co­me gli Achei, nel I canto dell'Iliade, soffrono l'epidemia di peste per un'offesa che hanno inflitto ad Apollo.

La malattia è dunque un castigo ed ha per primo ef­fetto l'impurità dell'uno o dei molti. L'impurità, a sua vol­ta, esige la catarsi, vale a dire un gesto espiatorio da attuare attraverso un sacrificio umano o la scoperta del colpevole. Nell'Edipo re di Sofocle, la città è contaminata per l'uccisione del re Laio. Ascoltiamo due battute di dialogo:

Creonte: Il re Febo ci ordina di scacciare il miasma che noi stessi di questa terra abbiamo allevato e nutrito.

Edipo: E come purificarci? E la colpa, qual è?

Creonte: Esiliare il colpevole o punire con la morte la morte.

Curare la geostoria con l’odeporica contemporanea: Giorgio Bettinelli a scuola

Odeporica

 

 

Edumostri

A volte capita di ritrovarsi a sorridere difronte a certe espressioni che, in modo irriverente, hanno il potere di fare emergere un non detto covato da tempo.

È quanto accaduto al sottoscritto, un giorno qualunque in aula docenti, in un anno in cui avevo una cattedra in un Liceo artistico. Tra il più e il meno delle chiacchiere di un’ora di buco, a un certo punto un collega piuttosto infervorato pronunciò con enfasi l’espressione edumostro, a indicare quell’anomalia didattica che lui reputava essere l’insegnamento della Geostoria nel primo biennio dei licei. Il mio collega aggiunse anche l’affermazione perentoria di «disciplina rabberciata» a suggello di una critica assoluta verso una materia che in quell’anno era di recente introduzione: la contrazione della Storia e della Geografia nel biennio dei licei a un'unica voce curricolare, con restrizione delle ore dedicate a queste materie (due ore di Storia e una di Geografia) avvenne infatti con la riforma Gelmini.

Mi divertì molto quell’espressione, edumostro, sicuramente per l’enfasi con cui fu pronunciata, continuammo a parlare per un po’ e infine ringraziai il mio collega. Lo feci non tanto per quello che ci dicemmo, di cui ricordo davvero poco, quanto per quell’epiteto per me al limite del catartico, edumostro, che finalmente mi metteva senza filtri difronte alla difficoltà che stavo provando anche io da qualche mese nell’affrontare l’insegnamento della Geostoria. Cominciai, proprio a partire da quel momento, a considerare con attenzione come esistesse un problema di coerenza per quella disciplina. Mi tranquillizzai sul fatto che quel senso di inefficacia che avevo provato nei primi tempi di insegnamento di questa, non dipendesse solo da me, ma anche da una questione più strutturale. Il problema insomma non era solo il mio e chiunque anche oggi sfogliasse un qualsiasi manuale di Geostoria potrebbe capire con cosa avessi a che fare: già l’indice gli racconterebbe la giustapposizione della storiografia di un mondo stato, accanto alla geografia di un mondo che c’è e viceversa. Se poi dall’indice passasse a immaginare la prassi didattica di un anno intero, ora per ora, a cercare di far coesistere riscaldamento globale e PIL con guerre persiane e sacco di Roma, comprenderebbe senza troppa fatica l’innaturalezza di una disciplina così «rabberciata» come ebbe a sentenziare il mio collega, e quindi tutta la mia a quel punto legittimata difficoltà.

A farmi sentire ancora colpevole rimaneva un dato di fatto sconveniente, da non poter tacere a una minima onestà intellettuale. La soluzione non detta e abusata da me fino a quel punto per gestire la didattica della Geostoria era infatti risultata essere quella di relegare la Geografia a ruolo di sorellastra appannaggio della Storia. Detto in modo ancora più spiccio, molta Storia e un minimo sindacale di Geografia, tanto per essere a posto con una di certo discutibile deontologia professionale, un tanto da potere scrivere qualche riga alla fine dell’anno sul programma svolto. Da questo punto di vista non potevo certo assolvermi e non mi era sufficiente pensare con ragionevole certezza che in fondo la maggioranza dei miei colleghi si comportasse in modo molto simile.

Fu così l’inizio di una riflessione sul come provare a uscire indenne dalla battaglia contro l’edumostro, che mi proponevo non certo di sbaragliare con successo, ma se non altro di addomesticare. In realtà si sarebbe rivelata questa l’ennesima occasione in cui verificai come anche la didattica di una materia per me difficile come la Geostoria, al netto della necessità di fare i conti in modo serio e dovuto con il programma ministeriale, potesse suscitare soluzioni di rinforzo interdisciplinari persuasive e non solo convenzionali per motivare gli alunni.

Detto più ancora semplicemente, anche quella volta corsi a chiedere aiuto alla letteratura.

Odeporica

Dal punto di vista didattico, dopo non poco riflettere, mi venne l’idea di utilizzare lo spazio che ogni anno riservo al laboratorio di lettura di Italiano del biennio, per un testo contemporaneo di letteratura di viaggio ascrivibile al genere dell’odeporica.

Non avrei così rubato spazio a nessuno dei due curricoli, trattandosi quello del laboratorio di lettura di una attività di potenziamento comunque previsto all’interno della disciplina di Italiano, con la libertà di poterlo organizzare come meglio credessi, a partire dalla scelta dei libri proposti. La ratio della scelta fu quella di rinforzare attraverso le ore di Italiano anche la disciplina della Geografia, la gamba debole del mio programma di Geostoria, riservando l’ora settimanale a essa riservata al programma canonico, ma utilizzando il potenziamento di Italiano per cercare di fare leva sull’idea di volere vedere il mondo ancor prima che descriverlo.

In sintesi si trattò di tentare la strada del suscitare l’interesse degli studenti attraverso l’unica esperienza capace di consegnarci il mondo: quello del viaggio. Va detto che nel corso del curricolo scolastico di qualsiasi ordine di scuola, gli studenti si trovano spesso a fare i conti con diversi viaggi, ma si tratta per lo più di viaggi immaginari e mai reali: il viaggio di Ulisse, il viaggio di Dante, ma anche quelli di Ariosto o di Renzo Tramaglino. Nel caso specifico di quella classe, all’inizio del quinquennio, mi sembrava opportuno dovere farli viaggiare, anche se con il mezzo della pagina scritta, con il fine dichiarato di fondare l’importanza di conoscere il mondo attraverso l’esperienza.

Per quanto riguarda il testo utilizzato, il primo istinto fu quello di andare a cercare qualcosa nei due splendidi Meridiani Mondadori sugli scrittori di viaggio curati da Luca Clerici. Alla fine, la peculiarità della scuola mi spinse verso un autore meno accademico ma a mio giudizio più adatto e accattivante per gli studenti che avevo difronte. Il Virgilio scelto fu così Giorgio Bettinelli, musicista, viaggiatore e scrittore misconosciuto ai più ma idolatrato dallo zoccolo duro dei suoi lettori, in genere viaggiatori o aspiranti tali, a fronte di quattro volumi continuamente ristampati da Feltrinelli, nei quali Giorgio Bettinelli descrive i suoi incredibili viaggi a bordo di una Vespa PX bianca, che lo portarono dal 1992 al 2006 a coprire tutto il globo terrestre.

Il libro scelto fu il secondo, Brum Brum. 254.000 chilometri in Vespa, dove Giorgio Bettinelli racconta tre dei suoi cinque viaggi più importanti: il secondo, quello dall’Alaska alla Terra del fuoco (dal 1994 al 1995 lungo un percorso di 36.000 chilometri), il terzo, quello da Melbourne a Città del Capo, (52.000 km percorsi in un anno esatto, fra il settembre 1995 e il settembre 1996) e infine il vero e proprio giro del mondo da lui ribattezzato World Wide Odyssey (dall'ottobre del 1997 al maggio del 2001 con partenza dalla Terra del Fuoco e arrivo in Tasmania, con in mezzo anche un rapimento subito in Congo).

Naturalmente si trattava di un autore che conoscevo bene e che avevo amato molto da lettore. Inoltre Giorgio Bettinelli rispondeva pienamente ai criteri che mi ero dato ogni volta che avessi avuto la libertà di potere scegliere degli autori-compagni per affrontare le mie classi: che fossero affidabili e che mi dessero garanzie di poter contare su di loro in credibilità letteraria e bellezza di parola. Insomma: ero convinto di poter riporre la mia fiducia su Giorgio Bettinelli e sulla sua Vespa PX bianca nella mia piccola battaglia per domare la Geostoria.

Pozo de Dona Victoria

Ma vediamo concretamente come tutto questo funzionò in classe, raccontando una delle esperienze di lavoro.

La penna di Bettinelli è felice e godibile, di formazione umanistica, lo testimoniano il valore di alcuni racconti che intervalla ai resoconti a cui sarebbe interessante dedicare attenzione critica. I momenti più felici del suo narrare emergono a mio parere soprattutto nei luoghi visitati più remoti, dove il fascino del viaggio avventuroso e scavezzacollo di chi gira il mondo su un minuscolo mezzo, alla media di sessanta chilometri orari, diventa più evidente. I ragazzi ogni settimana avevano la consegna di leggere una parte del libro da me assegnata, che io avevo cura di far coincidere per quanto possibile con un argomento di Geografia. Avendo Bettinelli girato praticamente tutto il mondo e strutturando i suoi diari come capitoli a sé stanti non fu difficile volta per volta trovare il brano giusto. Nel caso che andrò a sintetizzare si trattò di affrontare il macrotema geografico del continente centro-americano. L’episodio odeporico di cui avevo bisogno era già pronto, trattandosi di uno di quelli che a suo tempo avevo più apprezzato da lettore.

Durante il viaggio dall’Alaska alla Terra del fuoco, a un certo punto Bettinelli si deve inoltrare in una striscia desertica al confine tra USA e Mexico, da Mexicali a Sonoyta. Si tratta di percorrere duecentosettantasei chilometri nel nulla del deserto, con la minaccia concreta di essere assalito dai bandoleros, banditi che controllano una zona ad alta densità di narcotraffico ed emigrazione clandestina. Al di là della bellezza e della suggestione del racconto (a un certo punto Bettinelli si imbatte in un moncherino di piede umano abbandonato sulla striscia infuocata dell’asfalto) fu molto bello anche grazie all’ausilio della Lim, di Google maps e di Street View, vedere in classe con gli alunni un posto assolutamente anonimo ma per questo unico.

Arrivato a metà percorso, Bettinelli descrive un remotissimo punto di ristoro incontrato durante il tragitto: Pozo de Dona Victoria. Invito il lettore a rintracciare il luogo a sua volta attraverso Google Maps con queste coordinate e poi a visualizzarlo con Street View: 32.230249, -114.032846. Anche dal proprio Pc si potrà contemplare il nulla di un chiosco abbandonato nel deserto con a pochi metri di distanza una piccola cappellina. Un nulla nel deserto, ma di grandissima suggestione per il lettore attraverso le parole di Giorgio Bettinelli:

Arrivo al rancho di Pozo de Dona Victoria, le cui porte di legno sono sprangate da travi e catene; rallento fino quasi a fermarmi, ma non scorgo tracce di vita: i resti arrugginiti del motore di un camion, un poncho sfilacciato appeso a un chiodo, tre segmenti di una canna fumaria tra la sabbia, e nient’altro. Comincio ad avvertire un' agitazione fastidiosa; le parole dei militari mi martellano in testa, suggestionandomi mio malgrado; un paio di volte mi trovo persino a immaginare qualcuno nascosto dietro gli arbusti o le rocce, che sta aspettando proprio me, e cerco di zittire questo pensiero mettendomi a fischiettare un motivetto qualsiasi, concentrandomi sui numeri del contachilometri che sfilano con una lentezza esasperante, o sul modo di evitare le buche, procedendo a zigzag come sul percorso di una gincana. Mi fermo per accendere una sigaretta, smonto dalla Vespa e fisso a lungo l’orizzonte sabbioso, poi mi guardo dietro le spalle; gli occhi mi si riempiono di fluttuanti macchie nerastre, di piccoli punti impazziti nel chiarore abbacinante del giorno.

Ma perché scegliere un proprio non luogo come viatico privilegiato per suscitare interesse alla conoscenza e quindi alla descrizione del mondo? Rimandando alla bella introduzione di Luca Clerici al Meridiano sugli scrittori di viaggio, forse per lo stesso motivo per cui nel XVIII secolo iniziarono le grandi narrazioni odeporiche: l’irrompere della riflessione estetica e quindi della suggestione del bello che porta prima ad amare e poi a raccontare luoghi sconosciuti. Semplificando: si conosce il mondo perché lo si percepisce bello o comunque interessante. E a mio giudizio un chiosco abbandonato con a pochi metri di distanza una piccola cappellina, in una strada del deserto messicano poteva essere, nel caso della mia classe, il miglior viatico estetico, il miglior contenitore d’immaginario suggestivo per mettere in moto l’interesse di studenti totalmente impermeabile a biomi, climi e biosfere.

L’analisi preliminare del capitolo messicano durò in classe il tempo di due lezioni. Alcuni ragazzi proposero un approfondimento sul tema del narcotraffico in Messico che io rinforzai successivamente attraverso passi scelti dal libro di Roberto Saviano Zero Zero Zero. Anche la componente storico-culturale, che spesso troviamo giustapposta nel manuale di Geostoria a quella più specificamente geografica, fu dunque affrontata con la molla dell’interesse. Da un chiosco abbandonato con a pochi metri di distanza una piccola cappellina, risalimmo alla geofisica del Messico, alle sue città e alle sue aree disabitate, alla sua economia, passando per la sua nazionale di calcio. La verifica scritta finale fu classica ma con un ricordo degno di nota. A una domanda aperta su quale fosse stato l’aspetto di maggiore interesse, uno degli studenti rispose: «un po’ tutti, ma io ci vorrei andare in vacanza in Messico, ma quello abbandonato».

A esperienza conclusa mi trovai a constatare come il laboratorio di lettura su Giorgio Bettinelli fosse stato di notevole rinforzo anche per la Geografia. Eppure si era pur sempre trattato di un laboratorio di lettura e quindi primariamente fatto per il suo scopo principe, quello di stimolare e favorire la passione per la lettura, con esito finale per altro molto positivo anche da questo punto di vista: più di un ragazzo lesse anche altri libri di Bettinelli.

Saggiato il terreno e visto che era solido, decisi di seguire questa direttiva per il resto dell’anno. Il modus operandi fu più o meno omogeneo per tutto il corso: partire da non luoghi, o meglio luoghi dimenticati e non presenti nei manuali, con l’idea di creare suggestione, curiosità, interesse ai fini di una descrizione più strutturata e compiuta. Qualche volta i non luoghi lasciarono il passo ai grandi luoghi della Geografia, come nel caso della lettura sul Taj Mahal o sui marosi della Terra del fuoco, ma la molla fu sempre la stessa, suscitare bellezza per stimolare conoscenza. A quel punto fu piuttosto facile affrontare il classico programma previsto dal libro testo, arrivando a ogni nuova unità didattica con il credito di un minimo di interesse suscitato durante il laboratorio di lettura.

Insomma vedendo il mondo attraverso le piccole ruote della Vespa PX bianca e le parole di Giorgio Bettinelli, in quella classe nacque anche un po’ di voglia, ovviamente non in tutti, di conoscere e di descrivere il mondo: il senso profondo della Geografia se ci pensiamo bene.

Terminai quell’anno con la convinzione e l’esperienza fatta di come le risorse a disposizione di un insegnante possano davvero essere infinite, nella misura in cui si mantenga la perseveranza di andarsele a cercare. E poi, inutile negarlo, nel segreto della fine quell’anno scolastico, dissi per l’ennesima volta il mio personale grazie alla letteratura.

 

Ancora sulla condizione di impotenza. Un libro (non solo) di economia

Andreas Siekmann Il dibattito sul libro di Mazzoni non ha messo a fuoco un aspetto interessante: si può fare una analisi della situazione del nostro tempo che sottolinea l’isolamento e l’atomizzazione della vita, la sua privatizzazione, la sua dipendenza dal consumismo e da narcisismo indotti dal sistema e poi proporre appunto l’isolamento, l’egoismo narcisistico, la depoliticizzazione dell’esistenza. Così una analisi scompagnata da un sistema di valori finisce per avallare o addirittura esaltare proprio il tipo di vita che nell’analisi veniva deprecato.

Anni Novanta. Individui e fluidità /3

00001BurenDaniel

Pubblichiamo la terza parte del saggio di Maria Borio sulla poesia degli Anni Novanta.

 

Due analisi
Umberto Fiori, Scompartimento: la lirica semplice della similitudine e dell’anonimato urbano

 

SCOMPARTIMENTO

L’altra sera sul treno

(l’ultimo, sempre pieno) una ragazza,

dando ogni tanto un’occhiata rapida in giro,

scherzava a voce alta sui suoi amori

finiti male,

del suo nuovo lavoro nello studio

di un avvocato, su quanto lei era brava

- però il lavoro: triste – e si faceva

i conti in tasca in pubblico,

lira per lira.

Quando si mettono a nudo

in questo modo, di fronte a gente mai vista,

e la vita - la loro –

te la mettono in piazza come quella

di chiunque, così, ridotta all’osso,

sono talmente belle

certe persone,

talmente pure

che ti fanno tremare.

Parlano come se fossimo

tutti di tutti. Si mettono nelle mani

di chi è lì

come un cane che si lascia

stringere il muso dal padrone,

con le orecchie abbassate

e gli occhi chiusi.

A sentirle parlare

anche tu chiudi gli occhi: sprofondare

vorresti, e invece cresci,

dentro, diventi ripido,

sconfinato e potente

come quel niente che le ha fatte nascere.

Nel 1998 viene pubblicato Tutti di Umberto Fiori. Fin dai suoi primi libri, la poesia di Fiori si è sviluppata seguendo soprattutto il tema della congiunzione tra l’individuo e la collettività. È una relazione che resta sospesa nell’anonimato della metropoli – dal realismo ambientale di Esempi (1992) e Chiarimenti (1995) fino all’ironico dialogismo straniante di Voi (2009) –, ma che si mantiene pulsante, prova a difendere dal vuoto. Il centro di questo percorso è Tutti.

I protagonisti del libro sono le presenze della quotidianità urbana - l’autobus in mezzo al traffico, le pensiline, le strade affollate, le case della città che si ripetono identiche e fisse - e una soggettività che perde il suo centro individualistico e si fa attraversare da un’esperienza comune, dalla gente ordinaria, diventando un voi omnicomprensivo che fluttua nella normalità dell’anonimato. Suddiviso in due sezioni (Anni e Figure), Tutti è articolato secondo un movimento che va da una ‘fenomenologia dell’abitudine’ nella dimensione spazio-temporale a una ‘fenomenologia dell’abitudine’ incarnata in tipi umani spersonalizzati ed emblematici proprio nella loro ‘essere tutti’ e anonimi. Scompartimento è il primo testo di Figure può rappresentare un nodo di raccordo.

La poesia è suddivisa in quattro tempi, i versi richiamano quelli della tradizione (dal quinario al settenario all’endecasillabo) e seguono un ritmo colloquiale con rari enjambement (come ai vv. 28-29: «sprofondare / vorresti»). Sembra di essere portati in un’atmosfera che ha cancellato tutte le «bravure»i. In questa neutralità ordinaria si sente crescere una pronuncia che diventa precisa e inevitabile: quella che fissa il grado zero della normalità nella sua esattezza, come fa Petrus nelle sue opere con gli effetti di luce e con i netti campi cromatici. L’assolutizzazione del grado zero avviene come un’«occhiata» che si posa sulle cose di tutti i giorni seguendo la routine. In questo testo, coglie una ragazza sul treno e la fa diventare un emblema della «gente» e del trascorrere della serialità lavorativa. L’«occhiata» non è lo sguardo rivelatore epifanico, come poteva essere per le apparizioni di Baudelaire, di Montale e di Sereni, così come la ragazza non è una Clizia salvifica e nemmeno la «bionda e luttuosa passeggera» di Uno sguardo di rimando. Fissato il grado zero della normalità, si fissa anche il grado zero dell’epifania. A proposito, Fiori commenta così la poesia Occhiata dalla stessa raccolta:

L’«occhiata» del titolo è quella che dà luogo – attraverso la vista – a un’improvvisa visione. Senza volerlo, un giorno come un altro, l’io che parla, guardando «col sole» i muri che gli stanno intorno, si trova di fronte a una rivelazione: quella di una forza. // Di norma, l’idea di forza è associata al movimento, a un’energia che anima, opera, sposta, trasforma, genera e distrugge. Le case, invece, sono lì, ferme, immutabili. Ma è proprio nella loro fermezza che una forza più segreta si manifesta. Le case «non vanno da nessuna parte» (in questa osservazione, vagamente comica, il soggetto tradisce la sua puerile sprovvedutezza); non hanno progetti, appuntamenti, imprese da compiere, territori da esplorare, affari da inseguire. La loro immobilità, però, non è inerzia; ad averle fermate non è una costrizione, un limite esterno: è la loro stessa forza. Le case sono ferme perché sono forti. Hanno deciso di stare. In questo sembra nascondersi un ammaestramento (Esempi è il titolo di un libro precedente).ii

Anni Novanta. Individui e fluidità /2

00buren interventionii3 Pubblichiamo la seconda parte del saggio di Maria Borio sulla poesia degli anni Novanta.

Nuove unità e ‘campi’ letterari

1. Il panorama fluido in cui si sviluppano individualità poetiche autonome e in cui l’idea di canone, di genere e di poetica divengono sempre meno influenti, è caratterizzato da un’emersione irregolare delle nuove voci, come se la catena che aveva connesso generazioni di autori – in accordo o in dissonanza tra loro – fosse andata recisa. I nuovi nuclei individuali tendono, infatti, a non sperimentare più la sintonia organica o l’affrancamento conflittuale con la tradizione. Possono rifiutare una forma di scrittura, come fa ad esempio Umberto Fiori nei confronti degli usi metaforici e irrazionalistici della Parola innamorata; oppure cercare, come il Gruppo 63, l’identità collettiva per rinnovare un’idea di letteratura d’avanguardia: nell’uno e nell’altro caso, però, ciò avviene non in modo genealogico, in somiglianza o in differenza, ma attraverso una manifestazione che nasce e si afferma soprattutto come esperienza isolata di individui, con un livello di coscienza storica e letteraria che non è soggetto a metri di valore estesi e riferibili a una comunità integra e integrata.

Anche la generazione del Sessantotto, che negli anni Settanta ha reciso il legame con la tradizione di matrice classico-umanista, tende a ritagliarsi lo spazio di un riconoscimento nell’affermazione dei singoli percorsi, ed è sostenuta dal mercato editoriale che, così come già a partire dagli anni Ottanta ha iniziato a pubblicare l’opera completa degli autori canonici, favorisce questo tipo di edizioni anche per gli esordienti degli anni Settanta. In particolar modo la collana ‘bianca’ Einaudi per Patrizia Cavalli (Tutte le poesie 1974-1992, che contiene le prime due raccolte e L’io singolare mio proprio; 1992), Valerio Magrelli (Poesie 1977-1992 e altre poesie, 1996), Patrizia Valduga (Prima antologia, 1998); la collana degli Oscar Mondadori per Maurizio Cucchi (Poesie 1965-2000, 2001), Dario Bellezza (Poesie 1971-1996, 2002), Vivian Lamarque (Poesie 1972-2002, 2002), Cesare Viviani (Poesie 1967-2002, 2003), Valentino Zeichen (Poesie 1963-2003, 2004); e la collana di poesia di Donzelli con Milo De Angelis (Dove eravamo già stati. Poesie 1970-1999, 2001). Si delinea, così, una sorta di stabilizzazione, quantomeno editoriale, per la generazione del Sessantotto, che va di pari passo con quella di autori come Franco Fortini (Versi scelti, autoantologia, 1990), Giovanni Giudici (Poesie 1953-1990, 1991), Amelia Rosselli (Le poesie, 1997), Antonio Porta (Poesie 1956-1988, 1998), Giovanni Raboni (Tutte le poesie 1951-1998, 2000), Pier Paolo Pasolini (Tutte le poesie, 2003), Edoardo Sanguineti (Mikrokosmos. Poesie 1951-2004, 2004). Da un lato, quindi, prende corpo una costellazione di autorialità in cui la dinamica conflittuale tra i padri e i figli mantiene una rete tesa e conflittuale di rapporti genealogici; dall’altro lato, si forma un magma di scritture dove emergono isole monadiche che portano un percorso per la stabilizzazione di tracciati individuali attraverso una coscienza nei confronti della poesia come forma letteraria isolata, ma di cui si cerca di difendere il valore comunicativo.

Nonostante le somiglianze che si possono individuare tra i vari autori, ad eccezione della configurazione strutturata negli intenti del Gruppo 93, sarebbe riduttivo riportare a una schematicità di categoria i rapporti tra i singoli percorsi poetici. Piuttosto, possono essere osservate connessioni fluide e antigerarchiche, sia nei confronti di scritture coeve che del passato, sia verso la tradizione italiana che estera. La scrittura contemporanea perde le possibili derivazioni piramidali che la critica ha disegnato nel Novecento, sostenuta dal rigore scientifico di un approccio filologico, stilistico, tematico o teorico. La poesia, che già a partire dagli anni Settanta ha rotto la verticalità gerarchica e ha assunto la configurazione di campi di relazioni, presenta ora, per ciascuno di essi, una autonomia reciproca sempre maggiore e richiede una lettura che faccia uso degli strumentini analisi in modo sempre più induttivo, con un aggiustamento della quadratura di fronte a ciascun esempio e con una elasticità dinamica nel confronto reciproco tra le possibili quadrature. I campi letterari ridefiniscono la funzione delle poetiche, dei generi e del canone, la rendono più complessa e più difficile, rinnovando definitivamente il modo di concepire, sia nell’atto creativo sia nell’atto delle divulgazione e della lettura, le forme letterarie.

Il Gruppo 93 - Il Gruppo 93 nasce per un accumulo di reazioni progressive alla crisi postmoderna e alla poetica neo-orfica della Parola innamorata. E’ il risultato di una stratificazione di varie esperienze nel corso degli anni Ottanta, confluite in un accordo militante d’avanguardia che prende avvio nel 1989 con l’obiettivo di sciogliersi polemicamente nel 1993. Riunisce autori di diversa provenienza geografica che sono di solito già legati in progetti comuni manifestati su rivista.

Mariano Baino, Biagio Cepollaro e Lello Voce a Napoli danno vita nel 1990 alla rivista «Baldus» che, richiamandosi alle operazioni provocatorie di Teofilo Folengo, contiene uno sforzo, sia creativo sia teorico, di resistenza e di critica alla insipida e commerciale mediocrità espressiva a cui il capitalismo delle telecomunicazioni sembrano aver plasmato le arti. Lorenzo Durante, Marcello Frixione, Marco Berisso, Piero Cademartori e Paolo Gentiluomo in area ligure, legati alla rivista «Altri luoghi», sono attivi in una forma di revivalismo estremo che usa forme colte e museali facendo deflagrare dall’interno della lingua in un’esposizione performativa che ribalta la stabilità dei generi e delle forme tradizionali. Sperimentali, ma non completamente assimilabili a quelli già menzionati e all’idea di gruppo d’avanguardia, ci sono, in area emiliana, autori come Giuseppe Caliceti, Alessandra Berardi e Rosaria Lo Russo, con i quali la poesia – anche sull’esempio dell’opera di Toti Scialoja - tende ad abbandonare completamente il campo del testo come unità di lettura, trasformandosi in un’unità corporale-orale che mima l’happening, il ready-made e la Body Art. Con autori come Tommaso Ottonieri e Gabriele Frasca la sperimentazione mostra modalità letterariamente molto raffinate.

Ottonieri, a Roma, è forse il primo ad addentrarsi con forza nelle potenzialità di una scrittura fondata interamente sull’esperienza pragmatica dell’oralità e della performatività. La sua poesia, a partire da Memorie di un piccolo ipertrofico (1980), si presenta come un’onda d’urto di memoria sanguinetiana, che cala il lavoro compositivo di Laborintus in una rielaborazione critica dell’atto linguistico come prodotto della civiltà dei media e delle telecomunicazioni. La scrittura è una ipertrofia verbale che forza le barriere del linguaggio e della grammatica, ritrovando una potenzialmente illimitata libertà di pronuncia e di esecuzione grafica. Ciò si verifica con una serie di fluidificazioni dei rapporti dati dalla norma: tra lingua corrente, dialetto e arcaismi; tra i nessi grammaticali, come la preposizione e l’articolo che vengono spesso saldati o scissi in accordo con un ritmo orale anti-ortografico; tra i nessi morfologici e semantici, per cui le parole e le frasi vengono sottoposti ad un continuo atto di oltraggio e di violazione, che ne riduce al minimo quelle che possono apparire le rigidità convenzionali, creando una commistione inscindibile tra il tempo della lettura e quello dell’oralità.