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diretto da Romano Luperini

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L'interpretazione e noi

L'interpretazione e noi contiene saggi, interpretazioni e interventi sulla letteratura e su di noi, donne e uomini contemporanei.

Binari paralleli e visioni contrapposte: i fratelli ne I vecchi e i giovani

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Questo saggio è stato pubblicato nel volume: AA.VV., Armonia e conflitti. Dinamiche familiari nella narrativa italiana moderna e contemporanea, a cura di Ilaria de Seta, Peter Lang, coll. Destini incrociati, Bruxelles, 2014.

Patrioti per bisogni di famiglia

La Sicilia è entrata nella grande famiglia italianai

Il presente della narrazione de I vecchi e i giovani è occupato da un brevissimo lasso di tempo, i primi anni Novanta dell’Ottocento, (con i fasci siciliani e lo scandalo della banca romana

ii), ma gli eventi storici sullo sfondo – e continuamente richiamati – sono il Quarantotto e l’unità d’Italia. Le rivolte preunitarie, al di là dell’aura di eroismo che hanno lasciato ai caduti e ai loro familiari, sono un ricordo lontano per i personaggi che sembrano superstiti malinconici in un presente amaro, che nega la ventata di modernità provocata da quel momento storico. L’attaccamento al vecchio mondo borbonico da un lato, e le illusioni infrante di chi ha creduto nel processo di unificazione della ex-Sicilia borbonica all’Italia sabauda e costituzionale, dall’altro, sono i temi che attraversano l’intera opera.

Attualizzare l’illuminismo. Per una didattica della narrativa ipermoderna: Affinati e Janeczek

Auschwitz aerial view RAF

L’ intervento è stato presentato il 26 febbraio 2015 nell’ambito del ciclo di incontri di aggiornamento per docenti di Lettere “Gli sviluppi della modernità: dall’illuminismo all’ipermoderno”, organizzati da ADI-SD Palermo, da G. B. Palumbo Editore, dall’ITI “Vittorio Emanuele III” e dall’Università degli Studi di Palermo – Dipartimento di Scienze Umanistiche. Esso rappresenta lo sviluppo e l’ampliamento della relazione presentata nel corso del Convegno Nazionale dell’ADI-SD tenutosi a Padova nel settembre 2014.

Questo intervento riguarda il canonico e scottante confronto fra l’eredità illuminista e Auschwitz, verificato attraverso le opere di due scrittori degli Anni Zero: Eraldo Affinati e Helena Janeczek.. Credo infatti che uno dei modi praticabili per porre in cortocircuito l’autocoscienza del moderno nella sua fase inaugurale, settecentesca, con l’esito più cupo del Novecento consista nel valorizzare a scuola alcune tra le scritture recenti che hanno tentato di rendere dicibile quel “trauma” nel nostro contesto contemporaneo. Si tratta, cioè, come suggerisce Romano Luperini nell’articolo Per un nuovo paradigma didattico, di proporre un insegnamento della letteratura che istituisca “un necessario, costante raffronto fra l’immaginario del passato e quello del presente quale è vissuto dai giovani” e che guardi al “romanzo come immagine dell’uomo moderno, quasi come uno specchio in cui si riflettono il vissuto quotidiano e anche la civiltà e il destino dell’Europa negli ultimi tre secoli”. Pertanto nel proporre Campo del sangue e Lezioni di tenebra come testi-chiave per una didattica della letteratura ipermoderna si terrà conto, in via preliminare, di alcuni assunti che costituiranno anche l’ossatura della mia relazione, articolata in quattro sezioni:

  1. La modernità come presupposto necessario dell’Olocausto - Mentre il mondo concentrazionario può sembrare l’emblema della negazione della razionalità e dell’idea di progresso acquisiti nella modernità con l’Illuminismo, al contrario l’ideazione e la realizzazione della soluzione finale sono state rese possibili proprio dalle conquiste della moderna civilizzazione.

  2. Una letteratura dell’esperienza e del trauma - Affinati e Janeczek sono scrittori figli del secondo Novecento, nati dopo Auschwitz, eppure coniugano come testimoni “di secondo grado” la razionalità e la postura etica con le tragiche smentite novecentesche di questi principi che hanno i loro emblemi nell’universo concentrazionario, nello sgancio della bomba atomica, nei Gulag.

  3. Tra recupero memoriale e diario di viaggio - Nei loro testi narrativi sono ancora presenti, seppur reinterpretati in chiave contemporanea e ibridati fra loro, due dei generi letterari più rappresentativi del Settecento, la narrazione autobiografica e il diario di viaggio.

  4. Dall’indicibilità del lager all’era del testimone, dal logorio museale alla restituzione di senso - Campo del sangue e Lezioni di tenebra, dunque, proprio perché frutto della generazione “nata dopo”, possono aiutare a ostacolare la progressiva erosione e usura dell’esperienza e della memoria storica della Shoah reificata e istituzionalizzata nel cosiddetto “Giorno della Memoria” spesso riproposto nel tempo attraverso letture o film che rischiano di venire svuotati della loro forza testimoniale e/o rappresentativa e percepiti come rituali, ma vuoti e prescrittivi.

1. La modernità come presupposto necessario dell’Olocausto

Nel suo saggio Modernità e Olocausto, Bauman ha ricostruito la matrice razionale, moderna e ordinatamente pianificata dello sterminio. Ha infatti svuotato di consistenza la convinzione – assai rassicurante e diffusa nel senso comune - che l’Olocausto possa essere liquidato come “questione ebraica” e che sia stato il tragico apice di un diffuso e persistente antisemitismo spesso operante nei secoli precedenti della storia europea. Lo studioso ha inoltre negato che esso sia il frutto di una ricaduta in quell’’aggressione istintuale” che caratterizza l’ animale - uomo, dimostrando invece che la persecuzione nazista nei confronti degli ebrei è nata nel cuore della nostra civiltà e cultura e che, pertanto, riguarda tutti noi, ancora oggi (cfr. Z. Bauman, Modernità e Olocausto, Bologna, Il Mulino, 2010, p. 25).

Infatti il genocidio è stato possibile grazie agli strumenti che solo una civiltà assai avanzata e dotata di una buona tecnologia poteva permettersi:

  1. una meticolosa e precisa divisione del lavoro

  2. una trasmissione fluida di ordini e di informazioni

  3. una perfetta coordinazione di azioni autonome ma complementari.

Del resto proprio la razionalità costante con cui fu affrontata dalle gerarchie naziste la questione ebraica e il processo di burocratizzazione cui essa fu sottoposta permise “agli addetti ai lavori” quel superamento delle inibizioni morali che, altrimenti, ne avrebbero impedito la concreta messa in atto:

Il successo tecnico-amministrativo dell’Olocausto fu dovuto in parte alla sapiente utilizzazione dei «tranquillanti morali» messi a disposizione dalla tecnologia e dalla burocrazia moderne. Tra essi i più importanti furono la naturale invisibilità delle connessioni causali interne a un sistema di interazione complesso, e la collocazione «a distanza» degli esiti sgradevoli e moralmente ripugnanti dell’azione, fino al punto di renderli invisibili all’attore. (Z. Bauman, Modernità e Olocausto, Bologna, Il Mulino, 2010, pp. 47-48)

In particolare il passaggio dal progetto di una Germania judenfrei al piano di un’Europa judenfrei portò in modo consequenziale alla definizione della soluzione finale:

Ambizioni di tale portata non potevano essere soddisfatte da ipotesi come quelle del Madagascar, per quanto praticabili […] lo sterminio fu scelto essendo il più praticabile ed efficace dei mezzi atti a raggiungere l’obiettivo originario, successivamente divenuto più ampio. Il resto fu una questione […] di tediosa ruotine burocratica.(Ivi, p. 35-36)

Dunque poiché nessuna delle condizioni sociali che hanno dato vita allo sterminio ebreo è venuta meno e poichè la nostra contemporaneità è figlia diretta della modernità che ha generato l’Olocausto, lo sgancio della bomba atomica e i Gulag sovietici, si comprende perché la riflessione sulla Shoah ci riguardi ancora tutti profondamente. Pertanto è proprio questo presupposto sociologico e etico a dare senso alla presente proposta didattica: la lettura di testi scritti dalla generazione “nata dopo” e che rivisitano il dramma dello sterminio costituisce un modo incisivo per riallacciare Illuminismo e Contemporaneità, per tracciare quella linea di continuità tra genesi della razionalità e suo stravolgimento nel cuore dell’Europa nazifascista. Il proposito dei testimoni di secondo grado, lungi da ogni ricostruzione retorica o da intenti vittimistici, è di “impedire […] che il sole arresti il proprio corso, che il trauma l’abbia vinta e si proceda unicamente nelle tenebre.” (G. Genna, Le lezioni di tenebra che hanno messo in moto il romanzo Hitler, in www.giugenna.it).

2. Tra recupero memoriale e diario di viaggio

Campo del sangue (1997) è un testo narrativo fuori dal coro, originale nella struttura e pregnante nel contenuto: si tratta di un diario di viaggio sui generis, nel quale Affinati, in una ricca e articolata opera di montaggio, ricostruisce il suo viaggio a piedi da Venezia a Auschwitz. A esso può essere affiancata, in un percorso di lettura pensato per le classi quarte o le quinte, la prova narrativa di un’autrice nata e cresciuta a Monaco di Baviera ma naturalizzata italiana, Helena Janeczek: in Lezioni di tenebra (1997) essa ripercorre, con il suo italiano d’adozione, la storia della famiglia ebreo-polacca da cui proviene. La ricostruzione della vicenda culmina nel viaggio in Polonia insieme alla madre, con cui visita prima i luoghi di sterminio, poi quelli di origine della sua famiglia.

Nell’uno e nell’altro caso, il richiamo a generi letterari di matrice saggistica e di ascendenza settecentesca, ossia la narrazione autobiografica e il diario di viaggio, è consapevole e esibito; nella Premessa a Campo del sangue Affinati ha infatti dichiarato:

Al mio ritorno […] certi appunti che già avevo scritto si sono intrecciati con le note prese durante il cammino e hanno prodotto ulteriori riflessioni […]. in questa memoria collettiva mi sono poi, per le ragioni storiche e autobiografiche di cui ho dato conto al lettore, interamente rispecchiato. (E. Affinati, Campo del sangue, Milano, Mondadori, 2009, p. 9)

Janezeck, dal canto suo, ha affermato di recente, dopo quasi vent’anni dalla prima pubblicazione del suo racconto:

Quando ho scritto Lezioni di tenebra volevo raccontare un doppio viaggio: uno reale in Polonia con mia madre e uno che ripercorreva la ricerca della mia memoria nella quale i brandelli di passato recuperati convivevano con le enormi zone di buio che non sarei mai arrivata a conoscere e a capire. Proprio per questo […] era un’impresa in fondo illuministica che, con le dovute proporzioni, si collocava in continuità con lo sforzo titanico di Primo Levi (e di altri) di rappresentare con programmatica chiarezza l’inesperibile affinché diventasse conoscibile e afferrabile per gli altri.(H. Janeczek, What went wrong ? in http://www.minimaetmoralia.it/wp/what-went-wrong/)

Il punto di partenza del movimento conoscitivo di Affinati e di Janeczek è così dato da una “inchiesta” di matrice personale, ma dettata da intenti diversi: Affinati mira a ripristinare l’esperienza memoriale biografica e quella percettivo-cognitiva del viaggiatore che, attraversandoli, interiorizza i luoghi in un’epoca, la nostra, che si rappresenta come quella dell’inesperienza o come priva di trauma. Janeczek, invece, si dice convinta che quello che l’ha mossa è stato non tanto il bisogno di ricostruire la propria identità, quanto piuttosto quello “più urgente di giustizia” per riattingere a un verità strappata alla violenza e alla morte.

Per affrontare più da vicino il testo di Affinati, va sottolineato come egli intraprenda il suo viaggio a piedi verso Auschwitz per darsi delle risposte alle domande che due figure familiari catalizzano: quella del nonno partigiano trucidato e quella della madre scampata fortunosamente al lager. Del primo, Affinati rievoca lapidariamente cattura e fucilazione e ascrive la scelta del nonno alla “morale del sacrificio”, secondo cui la morte dell’individuo è comunque funzionale alla vittoria di una causa superiore.

Anche intorno a Maddalena, la madre di Affinati, si affolla una ridda di riflessioni e di interrogativi: perché, caricata sui treni diretti in Polonia, non era stata chiusa nei carri piombati? Era forse, si chiede ora il figlio, una prigioniera destinata ad una “baracca dei tristi piaceri” (l’espressione è mutuata dall’omonimo titolo di un libro di Helga Scheneider, La baracca dei tristi piaceri, Milano, TEA, 2012)? E perché era stata collocata in un vagone in cui la vigilanza fu così blanda da permetterle di comunicare con un estraneo in bicicletta che si offrì di portarla in salvo? Sono domande destinate a rimanere senza risposta mentre è improvvisamente chiaro all’autore che “nel caso in cui [la fuga] fosse fallita, io e mio fratello non saremmo nati”(E. Affinati, op.cit., p. 20).

Ma le ragioni autobiografiche si dipanano soprattutto nei primi capitoli del libro: quando il viaggio porta Affinati fuori dai confini italiani, la testimonianza soggettiva si dirada per lasciare il posto al diario di viaggio, alternato a molteplici altre voci cui l’autore dà spazio; il montaggio di narrazione individuale e citazione altrui provoca nel lettore, soprattutto nel corso dei primi capitoli, un effetto straniante di cui l’autore ci dà un assaggio all’arrivo a Villach, appena al di là del confine con l’Austria:

Sostiamo alla toilette di un benzinaio. C’è una scopa incrociata all’entrata: l’inserviente sta pulendo. Riposiamo sulla panca in attesa.

Nessun prigioniero poteva servirsi della latrina o dei lavandini dopo che era passata la prima mezz’ora; e solo parecchie ore più tardi avrebbe avuto il permesso di servirsene di nuovo. Era perciò assolutamente necessario evacuare prima di aver lasciato le baracche. (Bruno Bettelheim, 1988)

(E. Affinati, op. cit., p. 31)

L’esperienza del viaggio, con l’autobiografia, è la caratteristica testuale dominante di Campo del sangue e, al contempo, il segno della sua indiretta matrice “illuminista”. Le élites culturali d’Europa che nel ‘700 percorrevano il continente nel Gran Tour fissavano la loro esperienza o con una fitta rete di scambi epistolari o tramite il travel book, diario che registrava i fatti occorsi, i tratti geografici, gli usi, le caratteristiche dei luoghi visitati e le riflessioni del viaggiatore.

In Campo del sangue Affinati sembra riappropriarsi di tale modalità espositiva, coniugandola però con la sua intima essenza di “reduce”. E’ evidente, infatti, che l’obiettivo da raggiungere è esattamente opposto rispetto a quello settecentesco: la destinazione sarà la capitale dell’orrore delle coscienze novecentesche, il posto dove si è vissuta la disumanità assoluta. Questa direzione informa di sé il travel book dell’autore romano: per farne esperienza basterà osservare la differente percezione spaziale e mentale che Affinati ha dell’Austria rispetto ai paesi che hanno fatto parte della cortina di ferro. In effetti la prima viene a più riprese descritta come un paese “da cartolina”: nei suoi villaggi lacustri “l’acqua scintilla di luci come nella locandina di un vecchio film hollywoodiano”. E’ un paesaggio che stride con la meta ultima del viaggio di Affinati e, talvolta, sembra disturbarlo. L’avvicinamento all’Ungheria e poi l’ingresso nella Repubblica slovacca, pertanto, vengono accolti con sguardo benevolo, come l’approdo a qualcosa d’essenziale per quanto lacerato dalle tracce di un comunismo ibridato alla modernità occidentale senza soluzione di continuità.

Il livello emotivo si innalza nella fase finale del viaggio: le parti saggistiche sono rese drammatiche dalle riflessioni sulle ragioni antropologiche che hanno determinato la Shoah nonché dal “catalogo” di intellettuali morti suicidi per essersi caricati sulle spalle, come dei capri espiatori, tutte le efferatezze di cui l’uomo è stato capace:

Poeti e narratori, pur evocando il silenzio, lavorano sul linguaggio: assomigliano a negromanti, in bilico tra vita e ignoto, il cui gesto espressivo ottunde tale distinzione. […] Il progresso scientifico del ventesimo secolo, moltiplicando le possibilità dell’esistenza, sembra lasciare brancolare nel buio chi, come lo scrittore, abita nel discrimine, alla frontiera della solitudine. (Ivi, p. 108)

Gli ultimi tre capitoli sono dedicati alla permanenza a Auschwitz e si giunge all’acme di questa esperienza: Affinati rivive il trauma in modo secondario ma non emotivamente anestetizzato, e in tal modo ne salva la dicibilità. La meticolosa pianificazione, la progettazione ordinata della “corte dell’orrore” rimandano alla razionalità stravolta di chi ha voluto l’universo concentrazionario; la caotica fuga di riflessioni e di testimonianze che si avvicendano nella mente dello scrittore producono in lui una sorta di trance che lo porta a girovagare “disorientato e confuso”:

Quando già le tenebre rischiavano di avvolgermi, alcune immagini si sono incrociate fra loro, nella tipica scarica elettrica degli attacchi febbrili, come un montaggio affrettato: ho riconosciuto mio nonno, nel momento in cui fu raggiunto dalla sventagliata dei mitra, mia madre, mentre di corsa fuggiva fuori dalla stazione di Udine, gli scrittori suicidi, tutti i fucilati, i gassati e quei milioni di cadaveri bruciati le cui ceneri ricadevano sulle foglie degli alberi circostanti. La bizzarra processione di poveri derelitti ha cominciato a circondarmi fino a farmi mancare il respiro. (Ivi. p. 152)

Tutti i fantasmi che lo hanno accompagnato nel suo singolare iter gli si affollato intorno compiendo una sorta di danza macabra che lo comprime fisicamente e lo porta quasi allo svenimento; nel campo sente il respiro venire meno, le gambe deboli, la morte lambirlo, ma poco dopo percepisce la vita riemergere prepotentemente nella forma dell’egoistico istinto di sopravvivenza degli internati; e viene trovato, come un reduce deperito ma ancora attaccato alla vita, dalla guardia polacca che, senza fare domande, lo riaccompagna all’uscita poco prima della chiusura del campo-museo:

Siamo sfilati fra i Block in perfetto silenzio, spalla a spalla, […]. Ho pensato: questo è il corpo del Novecento, il campo del sangue, il vero giardino di pietra del tempo che abbiamo vissuto. (Ivi, p. 153)

Il tono e la struttura di Lezioni di tenebra sono molto diverse da Campo del sangue anche se la spinta generatrice, come si è detto, è in parte simile; anche in questo caso è la figura della madre, con la quale la figlia intrattiene un rapporto spesso conflittuale, a spingere Helena a ricostruire la storia sua e della travagliata famiglia da cui proviene:

Io, già da un pezzo, vorrei sapere un‘altra cosa. Vorrei sapere se è possibile trasmettere conoscenze e esperienze non con il latte materno, ma ancora prima, attraverso le acque della placenta o non so come, perché il latte di mia madre non l’ho avuto e ho invece una fame atavica, una fame da morti di fame, che lei non ha più. […]. Non dice che per puro caso o miracolo non è morta di fame o, più probabilmente, morta ammazzata per astenia da denutrimento, ammazzata col gas. (H. Janeczek, Lezioni di tenebra, Parma, Guanda, 2011, pp. 11-12)

Ormai adulta Helena, attraverso alcuni nodi tematici che incidono sulla sua vita come hanno inciso su quella della madre, cerca di fare quadrare i conti. Innanzitutto si interroga su quale sia davvero la sua lingua madre: è il tedesco appreso fin dall’infanzia a Monaco nonostante il refrain familiare noi non siamo tedeschi o il polacco usato esclusivamente tra i genitori di cui lei conosce solo poche e sparute parole? Indaga poi sulle ragioni del suo rapporto squilibrato con il cibo, sulla sua propensione alla bulimia, sulla fame perenne che tanto infastidisce la madre, sempre a rimproverarla per il suo disordine alimentare. Infine si chiede quale sia il peso da attribuire a documenti essenziali non solo per spostamenti e permanenze nei vari paesi europei ma anche per “fissare” la propria identità. Il passaporto, la richiesta di cittadinanza, il permesso di soggiorno hanno un valore simbolico che va al di là della loro mera funzione burocratico-amministrativa; anche se Helena, sposata con un italiano, potrebbe ormai chiedere il passaporto del nostro paese senza più ricorrere al permesso di soggiorno, ha deciso di non farlo:

Così come so un’altra cosa: c’è passaporto e passaporto. Quello tedesco vale di più […].

C’è stata un’unica occasione per me, figlia di due ebrei, prima polacchi e poi apolidi, di avere quel passaporto, Se lo mollo adesso, lo perdo per sempre, visto che non sono io la vittima. Il passaporto tedesco ha quotazioni altissime, bisogna tenerselo stretto. (Ivi, pp. 13-14)

Ma è con il passato traumatico della madre che Helena vuole misurarsi: conoscere il senso e l’origine delle “lezioni di tenebra” che le sono state impartite con l’educazione dovrebbe riconciliare i volti contradditori della madre, permettere di trovare un bandolo al groviglio delle vicende familiari che non si sono ancora comprese anche per la lunga reticenza che ha contraddistinto entrambi i genitori.

La madre è sopravvissuta alla famiglia per essere coraggiosamente fuggita dal ghetto della cittadina polacca di Zawiercie, pochi giorni prima del rastrellamento avvenuto nell’agosto del 1943. E’ una colpa che non si perdona, la signora Nina Franziska, e che, anzi, sembra riaffiorare più forte con l’avanzare dell’età:

E’ quella che con due soldi in tasca è scappata dal ghetto, sapendo che lo stavano per liquidare, sapendo il significato di quelle parole, dicendo a sua madre «me ne vado, non voglio bruciare nei forni!» (Ivi, p. 98)

Nel racconto di Janeczek il diario di viaggio è meno penetrante e incisivo rispetto a quello di Affinati e, del resto, il trasferimento in Polonia avviene con una comitiva organizzata che unisce persone tra loro sconosciute, per quanto tutte siano dirette a visitare i luoghi di sterminio dove è stata inghiottita la loro famiglia. L’episodio cruciale di questo viaggio sta nell’urlo dirompente che scuote la signora Nina, così imprevedibile in una donna elegante e controllata come è lei:

Piange, cinquant’anni dopo, in Polonia, urla di aver lasciato sola «la mia mamma, la mia mamma» Strilla come un’aquila nel museo installato ad Auschwitz I […] davanti a una teca che mostra un campione di Zyklon B, urla di nuovo come una bambina «mamma, mamma».

[…]

E’ un furore bello, sono orgogliosa di mia madre, vicina, così vicina a lei da guardarla con appena una mano appoggiata alle sue spalle, un abbraccio abbozzato, e aspettare che finisca di piangere, che si calmi, respiri e si rialzi per continuare il giro insieme agli altri, non come se niente fosse, ma come se fosse giusto, giusto e naturale far tremare i muri con il pianto. (Ivi, pp. 15-16 e pp.153-154)

In Lezioni di tenebra è l’autobiografia, dunque, a dominare: l’autrice non si limita a ricostruire il suo passato di adolescente ebrea nella Monaco bene, ma rinviene l’emergere del prezioso istinto alla vita che ha contraddistinto i genitori. Janeczek interpola al suo racconto alcuni spezzoni della testimonianza della madre, scampata sì al rastrellamento del ghetto, ma catturata nel maggio del ’44 in un appuntamento - tranello ordito da un conoscente; il montaggio è segnalato dall’uso del corsivo e dagli inviti dell’anziana donna, sempre perentori, a registrare quanto le sta dicendo, o a inserire nel racconto qualche aneddoto dal tono più leggero:

Fai bene a scrivere il libro, tu che sai scrivere, ma non tirarla in lungo. […] Soprattutto non tirarla troppo in lungo con questa storia di Auschwitz. […] Adesso te la racconto, ma la gente si stufa di sentire queste storie. Devi metterci più roba divertente . (ivi. pp. 15-16)

Nel corso del libro Helena fissa l’unica “lezione di tenebra” che la madre le ha tramandato direttamente dal lager: “La sola cosa che poteva salvarti era saper fare.” A questa prescrizione se ne affiancano altre, che l’autrice riporta anche in tedesco, e che solo in apparenza sono indipendenti dall’esperienza del lager:

Dice che non bisogna mai smettere di lavorare su se stessi, «man muß an sich arbeiten». Parla di «sich weiter fördern» procedere nelle sfide, « sich selbstbeweisen», dimostrarsi quanto si vale, «sich selbst loben», lodarsi da soli, così come spiega che ha imparato «bewußt zu essen», a mangiare con coscienza, sbattendomi in faccia quelle espressioni intraducibili profondamente assimilate, e io una volta a replicarle «guarda che termini più teutonici di quelli è difficile trovarne», e lei che davvero non capiva. (Ivi, pp. 146-147).

Sono tutte indicazioni molto pragmatiche, “teutoniche” per l’ intransigenza del loro spirito ma vanno nella direzione di quella voglia di vivere che, unita a una serie di circostanze favorevoli, ha salvato molti reduci: scrivendo, Helena comprende che nessun meticoloso studio del fenomeno storico dello sterminio potrà permetterle di mettere a fuoco la vera fisionomia – fisica, morale, psichica - dei suoi genitori nel passato, ma intuisce di aver ereditato “la voglia di vivere, quella voglia primitiva che emerge dall’azzeramento […] l’unico antidoto che ho ricevuto” (ivi, p. 129)

E’ proprio questo istinto primordiale a aver portato la signora Nina a ricostruirsi una vita come raffinata commerciante di calzature italiane nella Monaco del dopoguerra:

Così, quando finalmente ebbe l’idea che avrebbe potuto vendere scarpe, le nuove scarpe puntute, dai tacchi sottilissimi, che aveva visto in viaggio con mio padre durante l’Anno Santo in Italia, non solo aveva trovato di che campare, ma anche una sorta di nuova identità. Mia madre racconta che la gente si fermava davanti all’unica vetrina a guardare esterrefatta quelle creazioni esotiche e mostruose, all’apparenza impossibili da calzare per dei piedi normali, piedi da dopoguerra. […] ancora oggi mezza Monaco è convinta che la padrona dei negozi di scarpe «Italy-Ninetta» sia, giustamente, italiana, così come buona parte dei fornitori italiani pensa che lei sia tedesca. (Ivi. p. 25-27)

La sua nazionalità polacca emerge invece chiaramente dal passaporto, un documento “che non legge nessuno” mentre la sua identità di ebrea si sarebbe potuta rilevare dal numero, fortunatamente alto, che portava inciso sul braccio, “che lei si è fatta togliere come si toglie qualsiasi tatuaggio” (ivi, pp. 26-27).

L’Illuminismo e noi. Le sfide dell’ipermodernità

SapereAude

 Con poche modifiche questo testo riprende l'intervento tenuto da Emanuele Zinato a Palermo nell’ambito degli incontri di formazione organizzati dall’ADI sul tema "Gli sviluppi della modernità: dall'illuminismo all'ipermoderno."

 Questo mio intervento vorrebbe proporre una “verifica dei Lumi” nell’ambito delle problematiche didattiche del presente. Si divide in tre momenti: A) in un primo momento sottoporrò il termine illuminismo a una serie di verifiche, attraverso l’analisi e l’attualizzazione di un testo canonico settecentesco. B) In seconda istanza mi occuperò di due strumenti critico-teorici e delle loro ricadute didattiche. C) Infine considererò tre grandi autori italiani dei secoli successivi: Leopardi, Levi, Sciascia.

Gli oggetti desueti e Les Objects désuets: due nuove edizioni per Francesco Orlando

309961 476572685745341 1122129211 nIl 18 febbraio 2015, all’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, è stata presentata la nuova edizione Classiques Garnier (en poche) de Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura di Francesco Orlando (Les Objets désuetes dans l’imagination littéraire, Garnier, Paris, 2015) con una preziosa prefazione firmata da Carlo Ginzburg. La tavola rotonda organizzata da Luciano Pellegrini e Luca Pietromarchi presso l’Istituto ha coinvolto vecchi amici ed allievi di Orlando - come Carlo Ginzburg, Paolo Tortonese e Fabien Kunz -, ma anche Antoine Compagnon, che ha riflettuto sull’attualità della ricerca sugli oggetti desueti, riservando anche critiche all’impianto generale del libro, nonché al significato dell’aggettivo desueto. L’uscita di questa nuova edizione francese del libro (nel 2010 era già stata pubblicata una prima traduzione Garnier) è comunque significativa e potrebbe assumere un valore simbolico: i libri di Orlando, oggi introvabili anche in Italia, non hanno goduto di una ampia diffusione estera, circostanza che ha afflitto ripetutamente lo stesso studioso negli ultimi anni della sua vita. Ginzburg, in un’intervista pubblicata su «Repubblica» lo stesso giorno della tavola rotonda, ha sostenuto che la fortuna internazionale delle opere di Orlando «sta appena cominciando» e la speranza è che, come più volte è accaduto nella storia culturale del nostro paese, proprio una rinnovata attenzione estera possa rilanciare il dibattito anche da noi. Assieme agli Oggetti desueti, la casa editrice Garnier ha anche pubblicato la prima traduzione francese di L’intimità e la storia, libro che Orlando ha dedicato al Gattopardo nel 1998.

Uno può anche non leggere?

lettore-della-metropolitana 

In un articolo uscito sul Sole 24 ore e poi sul blog Le parole e le cose Claudio Giunta critica una iniziativa volta a favorire la lettura e sostenuta dalla Conferenza dei Rettori. Tale iniziativa conferisce particolari agevolazioni, anche in termini di crediti, agli studenti che leggano dei romanzi inseriti in una lista probabilmente scelta dagli editori e probabilmente composta da opere di vasto e facile consumo. Provocatoriamente l’articolo si intitola Uno può anche non leggere, ed è questo titolo, che d’altronde riflette abbastanza l’idea dell’autore, che ha scandalizzato.

A proposito di Sottomissione di Houellebecq...

michel houllebecqSottomissione sta tutto nell’idea che lo ha fatto nascere. Un’idea intelligente e provocatoria, come è sempre in Houellebecq, a partire dal suo capolavoro, Le particelle elementari. L’idea è questa: in Occidente l’umanità è così tranquillamente disposta ad assecondare il corso delle cose che lo stato più vicino alla felicità è per lei quello di una sottomissione totale. Questo assunto viene poi esemplificato nella rappresentazione di una Francia facilmente disponibile, in un prossimo futuro, a sottoporsi a un regime islamico. Il problema è che questa idea non produce alcuna reazione nell’autore, se non quella di un ghigno scettico. Il libro, insomma, si esaurisce nella provocazione iniziale e poi procede assai stancamente e scontatamente. La provocazione non viene spinta alle estreme conseguenze, la situazione è indubbiamente paradossale, ma il paradosso non viene fatto esplodere.

Il problema è nel manico. Houellebecq non ha energia, non conosce l’irrisione o il sarcasmo, si accontenta del brillìo sterile della propria indubbia intelligenza. Sembra aver dimenticato che la vera provocazione nasce da una spinta insopprimibile alla opposizione e alla negazione. Lui si limita a guardare distante e tranquillo, soddisfatto del suo giochino.

Ora io confesso che comincio ad averne piene le scatole del diluvio di ironia, dei sogghigni scettici e della esibizione di cinismo intelligente e saputo a cui siamo sottoposti da un trentennio a questa parte. Leopardi diceva che l’eccesso di civiltà è una delle cause della sua decadenza. La sappiamo troppo lunga (o fingiamo), siamo troppo stanchi e vecchi, troppo superbi e gonfi della nostra civiltà, e per questo amiamo solo ciò che è sporco, ambiguo, doppio, non sappiamo riconoscere più i sentimenti e le emozioni se non per sbeffeggiarli. Eppure i sentimenti, le emozioni, il bene, il male esistono ancora.

Per questo ho accolto con piacere il film dei Taviani su Boccaccio. Un film ingenuo, tolstoiano assai più che boccaccesco. Un film che crede ancora alla forza dei sentimenti e delle emozioni, e alla purezza dello stile che li esprime. Un film fortemente inattuale.

Può darsi che questo film sia il canto del cigno di due vecchi registi, ormai estranei al mondo d’oggi. Può darsi che ormai la umanità occidentale sia diventata totalmente anaffettiva. Ma se non si vede più una ragione di vivere possibile che si trovi ancora una ragione per scrivere?

"Il mondo non è bello se non veduto da lontano." Il carteggio fra Leopardi e la sorella Paolina

Giacomo e Paolina. Carteggio tra Giacomo e Paolina Leopardi Grazie alla gentile concessione dell'editore nottetempo  e dei curatori Laura Barile e Antonio Prete, pubblichiamo la nota introduttiva e una lettera del carteggio "Il mondo non è bello se non veduto da lontano. Lettere 1812-1835", a cura di Laura Barile e Antonio Prete, nottetempo 2014. 

 Nota introduttiva di Laura Barile 

 Questo carteggio fa parte del vasto epistolario leopardiano, uno fra i più bei libri della letteratura italiana, e commovente per il profondissimo affetto, e bisogno di affetto, che esprime. Proponiamo qui per la prima volta in Italia nella sua autonomia e completezza il dialogo – un centinaio di lettere su quasi duemila – fra Giacomo e la sorella Paolina: interlocutrice privilegiata per la sua complicità e intimità scherzosa col fratello, e per la grazia intelligente della scrittura.

I legami di Leopardi con i famigliari, di estrema intensità affettiva ed emotiva, sono di grande interesse. Prima di tutti il complesso, controverso e fondamentale rapporto con il padre Monaldo; poi quello col fratello Carlo, per molti anni partecipe attento della vicenda esistenziale di Giacomo. Con Paolina si aggiunge l'elemento del genere: con lei, infatti, Giacomo intrattiene il più intenso, prolungato e condiviso rapporto col femminile della sua esistenza.  

A una prima pubblicazione delle lettere di Paolina alle amiche, che risale alla fine dell'Ottocento, ne sono seguite negli anni varie altre: ma sempre scambi epistolari con alcune amiche di penna, interessanti soprattutto sul piano della condizione femminile espressa nella vicenda esemplare di questa intellettuale, nata in una famiglia della piccola aristocrazia di provincia all'inizio del XIX secolo.

Giacomo si confronta con la sua condizione di reclusa e la durezza del suo destino di prigioniera nella casa avita, finché non venga a liberarla col matrimonio un principe azzurro. C'è in Giacomo una particolare dolcezza protettiva che lo spinge ad attivarsi nella ricerca di un marito, e insieme aprire alla sorella con passione generosa e assolutamente paritaria i suoi interessi intellettuali, filologici e filosofici, e la sua attività creativa.

La rilevanza di questo epistolario sta però anche nella dolorosa rottura, non mai detta, ma reale, che conclude l'intenso scambio tra i due fratelli: una rottura che avviene sul piano religioso, ideologico e politico. Ci sono di mezzo i moti del '31, che lambiscono nella Marca pontificia anche Recanati e che fanno ricredere Paolina sulle idee liberali francesi. C'è il suo contributo fondamentale, di cui non parla a Giacomo, alla rivista cattolica, lealista e reazionaria La Voce della Ragione, fondata da Monaldo nel '32; e, di contro, l'ateismo di Giacomo, da lei paventato e per lei impensabile e inaccettabile. C'è la pubblicazione quasi anonima nel '32, e da molti attribuita a Giacomo, dei Dialoghetti di Monaldo, fortunatissimo libretto che usa la formula delle Operette morali, uscite pochi anni prima, per rovesciarne il contenuto morale, religioso e politico. E c'è in quello stesso anno la traduzione di Paolina, che però non ne fa parola al fratello, dello stravagante e umoristico Viaggio notturno intorno alla mia camera di Xavier de Maistre, indolente e svagato fratello di quel Joseph de Maistre, fierissimo pensatore reazionario, che lo zio Carlo Antici ripetutamente aveva invitato Giacomo a leggere e meditare, per correggere il pensiero espresso nelle Operette, appunto...C'è infine, anche questo non detto, il recente, stretto rapporto di Giacomo cin Antonio Ranieri e insieme la sua ferma intenzione, dopo l'ultimo penoso soggiorno del 1829-'30, di non rimettere mai più piede a Recanati. Una decisione che Paolina forse percepisce e che la offende e sdegna.

E' anche questa curva del rapporto, che vira verso un dissidio ideologico ormai insanabile pur se mai dichiarato – e che emerge drammaticamente attraverso il vivace, ironico e appassionato fluire della scrittura fino ai silenzi, e poi al silenzio, degli ultimi anni – a costituire dunque un particolare motivo di interesse per questo carteggio.

Certo, anche Paolina è “la sorella”, è stato detto di lei. E' vero: ma Paolina, prigioniera del suo tempo e della sua classe, era riuscita a trovare se stessa proprio grazie alla largesse di quel fratello di genio sofferente, che capisce il mondo e lo ama disperatamente.

 

Di Paolina Leopardi

Recanati, 13 Gennaio 1823

Caro Giacomuccio mio. Ecco cominciato questo nuovo anno, che io vi desidero pieno di felicità, e lo sarà senza dubbio, avendolo cominciato sotto favorevoli auspicj. Per me non ho altro desiderio a formare, che di non vederne il fine, ed è questo desiderio concepito con il più intimo sentimento del cuore, e voi lo crederete bene, conoscendo me e quelli che mi governano. Dei quali io sono così annoiata, e di questo modo di vita, che non ne posso più;ed il peggio è il non avere alcuna speranza, neppur lontana, di miglioramento; no, non vedere per fine a questo stato altro che la morte! Ebbene, venga pure questa morte, e venga anzi prestissimo, chè sempre sarà troppo tarda ai miei voti; e se mi si assicurasse di morire domani, forse dalla consolazione non ci arriverei. Voi dite che l’allegria e la malinconia sono frutti d’ogni paese; per la malinconia crederò che possa essere frutto di Roma, ma l’allegria di Recanati credo che sbagliate. E poi il paese dove abito io, è casa Leopardi; e voi sapete meglio di me come vi si vive. Insomma io sono disperata; ed alla fine, essendo certa di dover vivere sempre miseramente, termino sicuramente col farmi monaca. E potessi farlo adesso in questo momento in cui piango, e mi dispero! Voi mi domanderete forse cosa mi è avvenuto di nuovo. Niente, Giacomuccio mio, ma ogni giorno che passa, accresce la mia infelicità. Ma adesso che vi rifletto, non so perchè venga a tormentarvi con queste ciarle, ora che vi godete la vostra pace, e vi ridete di tutte le nostre miserie. Scusate, caro Giacomo mio; io sono amareggiata talmente, e così intimamente desolata, che senza accorgermi ho preso a parlare di me, non ricordandomi, che questa è la cosa pegli altri più noiosa che si possa dare. Non così però è per me quando mi parlate di voi, anzi vi prego a farlo sempre, prendendo io moltissima parte nei vostri affari; come prendo molto dolore ai vostri geloni, che dal vostro silenzio nell’ultima a Carlo argomentiamo che stiano meglio. Non dimenticate però di parlarcene, e se avete usato di quell’unguento che vi hanno mandato ec.

Mi fate strabiliare colle lodi, che date alle mie lettere. In verità che fino ad ora ho creduto che valessero niente, e quasi mi vergognavo di scrivere a voi, come al primo intelligente a cui le abbia indrizzate, temendo che scopriste l’inganno di quelli che le lodavano. Adesso però sospetto che voi pecchiate un poco di adulazione, come peccate certo di bugia nel dire che non sapete rispondermi con galanteria ec. Benchè questo sia assolutamente falso, è certo però che io non ne esigo, e mi basta solo che mi diciate di volermi bene, anche in termini trivialissimi, chè io mi contento; ma voglio positivamente che me lo diciate.

Non vi perdono più le scuse che mi fate sopra le mie commissioni. Se non volete farmi pentire di avervele date, non me le rinnovate più. Esse sono di così poca importanza, che quasi non giustificano l’incommodo che vi prenderete per esaurirle. Abbiamo tutti compianta la morte del povero Quercia, ed io più degli altri, che secondo il mio fare gli volevo bene. E quel pensiero di non doverlo rivedere più, io che lo vidi montare in legno, e salutarci partendo e ridendo, mi tormenta un poco. Voi però non ci penserete più, e succederà in Roma ciò che diceva Madame de Sévigné succedere in Parigi rapporto alle grandi nuove o morti, che era un torrente che trascinava tutto, e l’ammirazione e il dolore; solo la morte di Turenna fece parlare per più lungo tempo; ma non sarà paragonabile a questa morte di Quercia o Cerqua, ch’io non ho mai imparato il vero nome. Vedete dunque a che proposito ho cavato fuori la mia erudizione, e ridete; e già sapete che Madame de Sévigné è la mia opera classica, e avendola letta tre volte, la so bene a memoria. Addio, Giacomuccio mio. Se vi siete annoiato delle mie ciarle, come sarà senza dubbio, ringraziatemi che ho cominciato in un mezzo foglio di carta. Tutti vi salutano, ed io saluto tanto Mariuccia e voi, Giacomo mio, abbracciandovi affettuosamente. Addio.

Per vostra regola, ho renduto già le vostre lettere e le mie invisibili ad ogni altro.

Boccaccio dei Taviani

 Meraviglioso Boccaccio, torna il cinema dei fratelli TavianiSono andato a Firenze alla prima del film dei fratelli Taviani ispirato al Decameron. Ne sono uscito turbato. E’ un film molto intenso. Ed è intenso perché sa esprimere l’intensità delle emozioni e dei sentimenti, dei gesti e dei silenzi. Eravamo tutti abituati allo scetticismo, al diluvio di ironie, alla esibizione di cinismo, a una letteratura e cinematografia volutamente sporche e sapute, e qui invece c’è una opera che tende a purezza e semplicità e fa coincidere con esse la propria moralità.

I personaggi e i paesaggi sono essenziali, riportati a una assoluta elementarità.

I personaggi della novella della donna lasciata come morta e salvata dall’amante e soprattutto quelle di Tancredi e Ghismunda e del falcone sono scarnificati, ridotti a pochi atti, a poche parole, a molti sguardi e a molti silenzi. Così atti e parole, riportati alla loro autenticità elementare, sembrano recuperare significati che l’abuso retorico e pletorico che se ne fa da decenni sembravano aver cancellato per sempre.

I paesaggi toscani si sono prestati, anche nella cinematografia più recente, a una serie di belle cartoline illustrate. Qui il paesaggio ha invece la stessa impronta dei sentimenti e delle parole. E’ un paesaggio innocente, prima del diluvio. Nessun estetismo. E nessuna citazione da dipinti famosi. Colli, alberi, campi, prati è come se fossero visti per la prima volta, prima che la pittura e la fotografia li trasfigurassero.

Il film non è boccaccesco. Per quanto ne so, è il film più originale che sia stato tratto dal Decameron. Qui c’è un Boccaccio casto, di una innocenza primordiale. Agli antipodi, per esempio, rispetto a quello di Pasolini. La purezza del film esclude qualsiasi cedimento alla grossezza dell’erotismo. Il sesso qui è sempre sentimento amoroso.

Dopo tanta raffinatezza, dopo tanta ricchezza di informazione, dopo tanto saperla lunga, tanta civiltà stanca e sfinita, oppure superba e gonfia di sé (e l’eccesso di civiltà, come Leopardi sapeva, è causa del suo decadimento, una delle ragioni della peste che ci travolge), l’opera dei Taviani sembra voler riproporre una autenticità da raggiungersi non già regredendo a prima della peste ma oltrepassandola. Il ritorno alle emozioni e ai sentimenti non è frutto di incoscienza, anzi è immaginato come un passaggio difficile attraverso la peste del nostro tempo. I Taviani non ignorano l’ironia e la crudeltà del Novecento, ma proprio perché l’hanno sperimentata si pongono al di là di essa, in una zona di innocenza che è conquista non smemoratezza. Ciò si percepisce dai due tipi di recitazione che si alternano sullo schermo: quando sono in scena i novellatori della cornice essi portano ancora nel tono, talvolta quasi manierato o artefatto, le regole del mondo civile e le memorie della peste che esso ha prodotto; quando vi subentrano i personaggi delle novelle, essi parlano invece il linguaggio diretto dei sentimenti, con le sfumature, i silenzi e il pudore che i sentimenti esigono. A poco a poco però i due tipi di recitazione tendono a unificarsi: la civiltà che la comunità rappresenta, coi suoi divieti e il suo ordine, sembra recuperare l’autenticità originaria espressa dai personaggi delle novelle. I due mondi si ricongiungono. Dopo la peste i giovani torneranno in città. La vita rinascerà non già attraverso scelte anarchiche o di isolamento sociale, ma con un nuovo compromesso fra civiltà e natura.

Gli intellettuali italiani e la Grande Guerra/ 2

 Pubblichiamo la seconda parte di questo intervento di Romano Luperini sugli intellettuali italiani e la grande guerra, in cui saranno analizzate le posizioni di Piero Jahier e di Renato Serra e verrà tracciato un bilancio complessivo sulla crisi d'identità degli intellettuali italiani al cospetto della prima guerra mondiale. Il saggio può essere didatticamente molto utile per problematizzare le categorie di interventismo e neutralismo, per collegare la letteratura italiana dei primi del Nocecento con i temi storici del tempo e per aprire alla comprensione degli anni del fascismo. L'intervento è stato letto al convegno "Riflessi letterari della Grande Guerra", tenutosi a Giovinazzo, Bari, il 15-16 gennaio 2015.

Piero Jahier

Jahier concepisce la funzione intellettuale essenzialmente come protesta antiborghese da un lato ed educazione e direzione delle masse diseredate dall’altro. A tenere unite le due posizioni è il populismo ideologico, che può esprimersi tanto con la polemica antiborghese quanto con l’adesione a un idealizzato mondo di montanari e contadini.

Anche in Jahier convivono una spinta alla ribellione anarchica (che artisticamente si manifesta soprattutto nelle Resultanze in merito alla vita e al carattere di Gino Bianchi) e un bisogno evangelico di disciplina e di integrazione, rivolta, nel suo caso, all’universo contadino. Benché queste esigenze esprimano aspetti ideologicamente diversi e per certi aspetti opposti, egli le convoglia entrambe nel proprio iniziale interventismo, quello dei nove mesi di neutralità italiana. Così da un lato rivendica i diritti dell’individualismo contro l’autoritarismo germanico, il gusto personale dell’esistenza, spontaneo e anarchico, degli italiani contro lo spirito di caserma e la piatta uniformità di vita del popolo austriaco: «Avanti, Italia, sempre tempo di libertà mai di caserma!»1: liberalismo e individualismo, insomma, contro dogmatismo e massificazione burocratica. Dall’altro il conflitto fra estro latino e ordine autoritario germanico viene presentato anche come scontro di civiltà fra «Naturvölker» e «Volkulturvölker», fra popoli contadini contro popoli «meccanici» e industrializzati2. Dopo l’entrata dell’Italia in guerra, Jahier, ufficiale degli alpini, si trova a vivere a diretto contatto con fanti contadini e montanari e comincia a rendersi contro della distanza fra gli entusiasmi degli intellettuali e la rassegnazione degli soldati che non sanno perché vengono mandati a morire. A differenza di Slataper, però, non vuole che la guerra sia imposta al popolo e intenderebbe persuaderlo a una concezione democratica del conflitto capace di far prevalere gli interessi materiali e ideali dei più poveri sia a livello nazionale sia nei rapporti fra gli stati. È questo il momento di Con me e con gli alpini, in cui Jahier mette in scena, alternando prose liriche e versi fortemente prosastici, questo complesso rapporto di educazione ma anche di autoeducazione che si svolge fra intellettuale e popolo. Come Salvemini, anche Jahier tra l’altro si troverà a svolgere nell’esercito una funzione ideologica precisa dato che farà parte del servizio “P” (Propaganda) e per questo dopo Caporetto, come vedremo, dirigerà un giornale destinato a rincuorare e indirizzare la truppa; e tuttavia il suo atteggiamento non è certo riducibile a questo intento strumentale. Anzi Con me e con gli alpini trova il suo motivo conduttore, la sua interna coerenza di svolgimento, proprio in una continua dialettica fra una volontà astrattamente didattica volta a rendere accessibile ai soldati un apriori ideologico a loro estraneo e l’esigenza dello scrittore di confrontarsi realmente con loro e di imparare da loro una lezione di pazienza, di rassegnazione, di fraterna solidarietà che a quell’a priori invece radicalmente si oppone. Così, nonostante l’esaltazione dell’esercito e l’ingenua idealizzazione dell’etica montanara, nel libro sono continuamente presenti la polemica contro gli ufficiali, che Jahier vede lontani dai fanti perché divisi da una distanza di classe, e contro la disumanità del militarismo e una esigenza fortissima di eguaglianza e di giustizia fra gli uomini. Quando Jahier inizia una delle sue prose con l’avversativa «Ma», è evidente che intende rovesciare un luogo comune diffuso: «Ma questa guerra non dire neanche che è una lezione. – Muoiono i migliori, muoiono i soli che potessero approfittare»3. E poi:

Domanda angosciosa che torna quando vi guardo e voi non potete sapere: Perché alcuni son chiamati a lavorare e a guadagnare sulla guerra, e altri a morire? Morire non ha equivalente di sacrificio; morire è un fatto assoluto. – Se la guerra ha un valore morale: rieducare alla salute, alla mansuetudine, alla giustizia, attraverso il passaggio nella pena della privazione e distruzione, perché più di tutti debbon portarne il peso questi che erano nella privazione e nella mansuetudine, e non desideravan più che la salute?4

In Jahier è in atto quel «logorio delle motivazioni originarie» della guerra di cui ha parlato Isnenghi5 e che è riscontrabile anche in altri autori (fra tutti, soprattutto Lussu, che scrive però Un anno sull’altipiano vent’anni dopo). La revisione critica fu però bloccata sia dalla catastrofe di Caporetto e dalla necessità della difesa nazionale, sia dalle teorie wilsoniane, che sembravano rilanciare l’idea di una possibile «giustizia fra i popoli» nell’assetto della futura Società delle nazioni e di una corrispondente «giustizia sociale» al loro interno. È allora il momento del giornale di trincea «L’Astico» che Jahier dirige nell’ultimo anno del conflitto. La guerra contro l’Austria e la Germania vi viene presentata ormai come «guerra redentrice» contro i «popoli sfruttatori» necessaria per aprire un’età nuovo di pace e di giustizia. Il passo successivo, a guerra finita, fu l’avventura giornalistica di «Il nuovo contadino», rivolto al mondo agrario con un duplice scopo: costringere il governo a mantenere le promesse fatte ai fanti contadini negli ultimi mesi di guerra e vigilare che ciò potesse accadere senza scontri di classe, nell’ambito di una politica interclassista di collaborazione. Questo secondo compito si rivelerà irrealizzabile: in quel 1919 in cui lo scontro sociale si era fatto durissimo. Non era più tempo di pacificazione, e Jahier è costretto a chiudere il suo giornale, dando ragione, nel suo ultimo scritto, a un contadino socialista con cui aveva sino allora dialogato e schierandosi significativamente dalla sua parte nel conflitto di classe che si era aperto.

Anche in questo caso la realtà dei fatti si incarica di logorare prima e di annientare poi le istanze di mediazione ideologica che l’intellettuale Jahier aveva professato e cercato di tradurre nella pratica. Il successivo ventennale silenzio dello scrittore sarà un riconoscimento di questa sostanziale sconfitta.

Renato Serra

Renato Serra presenta un profilo assolutamente diverso rispetto ai casi sinora considerati. Collaborò sì alla «Voce» prezzoliniana, ma senza aderirvi mai veramente, mentre sarà assai vicino a De Robertis e alla «Voce» bianca. E infatti ostentò sempre una certa insofferenza nei confronti dell’engagement dei vociani e al loro intento di unire politica e cultura. Vissuto a Cesena, dove era nato, lontano dai centri del potere politico e culturale, amò coltivare per sé una immagine di umanista provinciale, di lettore «disinteressato» di poesia (come dirà di sé), di appartato uomo di lettere che poteva dichiararsi ancora ammiratore e seguace di Carducci. Per questo poté sembrare ai vociani un «conservatore», come lo chiamò Boine. Che però subito si affretta a correggersi con la formula «moderno conservatore»6. «Moderno»: perché Serra non si rifugia in una difesa del passato ma vive drammaticamente, come gli altri vociani, la crisi dei vecchi valori e della stessa funzione umanistica. Ed è la guerra, di nuovo, a far precipitare questa crisi, a fargli avvertire l’insufficienza stessa della letteratura e della religione umanistica delle lettere sino allora affermata, e a indurlo a un interventismo lontanissimo dalle ideologie democratiche come da quelle nazionaliste e anzi estraneo alle posizioni culturali allora prevalenti. Espressione di questa crisi è l’ Esame di coscienza di un letterato, scritto da Serra fra il 20 e il 25 marzo 1915, a due mesi dall’entrata dell’Italia in guerra e a quattro dalla sua morte in trincea sul Podgora (anche lui, come Slataper).

Nell’Esame di coscienza di un letterato (e si noti l’ostentazione polemica della qualifica di «letterato», non molto ben vista in ambito vociano) egli si affretta subito a condividere l’assunto di De Robertis per cui il valore della letteratura non era affatto da abbandonare in tempo di guerra (e anzi, da buon crociano, De Robertis aggiungeva che della guerra era giusto si occupassero il governo e il ceto politico, non i letterati7). Ma, pur sostenendo anche lui che dedicarsi alla letteratura sarebbe stata comunque una delle poche cose degne che si potessero allora fare, la sua scelta è poi sostanzialmente diversa. Da otto mesi, dice, da quando cioè ha avuto inizio la neutralità italiana, la letteratura a lui non interessa più, anzi «gli fa schifo»8. Il «letterato» dichiara dunque che il suo primum non è più la letteratura. Bisogna partire da qui, da questa bruciante contraddizione, per capire la portata di uno scritto per molti aspetti straordinario sia per ciò che lo distingue e anzi nettamente lo differenzia dalle posizione degli altri vociani, sia per ciò che invece a loro lo unisce.

L’Esame si divide nettamente in due parti attraverso uno spazio tipografico lasciato in bianco a segnare la distinzione. La prima parte comincia e finisce evocando la letteratura, sostenendo dapprima il diritto di farla malgrado la guerra e, poi, introducendo il cauto proposito (preceduto infatti da un «forse») di tornare a essa dopo quegli otto mesi di intervallo: «il meglio forse è di tornare […] proprio a quella letteratura che io ho sempre considerata la cosa più estrinseca e meno compromettente». Ma il lettore, avvertito anche da questi due ultimi aggettivi, farà bene a dubitarne. Il proposito è insieme vero e non vero, come vedremo. E d’altronde in tutto l’Esame, che pure avanza alla fine una tesi molto netta e precisa, Serra gioca di continuo con il lettore, avanzando ipotesi, correggendole, ritirandole, ritornando spesso sugli stessi argomenti da angolature diverse, ed esibendo non poche ironiche e autoironiche cautele.

Il proposito di tornare «forse» alla letteratura è giustificato dal fatto che, secondo Serra, tutte le motivazioni «intellettuali e universali», anzi «tutte le ragioni» portate a favore dell’interventismo gli paiono ora inconsistenti. In realtà la guerra a suo avviso non cambierà nulla, né in campo letterario, né in campo spirituale, e neppure in quello materiale. La guerra non migliora la letteratura (anzi, se la cambia, è solo perché incoraggia la sua trasformazione in retorica) e non rende migliori i popoli. Sì, ci saranno cambiamenti di confini e di tendenze politiche, ma lo «spirito della nostra civiltà» resterà invariato. I tempi in cui le razze le nazioni i popoli modificano la loro identità sono lentissimi. Nella sostanza partecipare alla guerra o restarne fuori non cambierà il destino dell’Italia. Se la classe dirigente manca oggi l’occasione della guerra, ne capiteranno altre domani. L’ira e il disprezzo contro Giolitti, contro i preti e contro i socialisti sono perciò esagerati e soprattutto inutili. La razza è fondata su una «animalità istintiva e primordiale» (e più avanti si parlerà di «animalità sorda e irriducibile») che procede attraverso impercettibili mutazioni che si misurano sui secoli e sui millenni. Il popolo viene ricondotto al «branco», il corso della civiltà a quello della natura. Evidenti sono qui le tracce di una formazione ancora positivistica.

Contro gli interventisti di destra e di sinistra Serra è categorico: la guerra «non migliora, non redime, non cancella; per sé sola. Non fa miracoli. Non paga i debiti, non lava i peccati». Peggio ancora: la guerra è comunque una «perdita cieca»:

Non c’è bene che paghi la lagrima pianta invano, il lamento del ferito che è rimasto solo, il dolore del tormentato di cui nessuno ha avuto notizia, il sangue e lo strazio umano che non ha servito a niente. Il bene degli altri, di quelli che restano, non compensa il male. […] [La guerra] è un perdita cieca, un dolore, uno sperpero, una distruzione enorme e inutile.

Sono queste, forse, le parole più chiare e più dure che siano state scritte in quei mesi contro l’interventismo.

Ebbene, proprio perché, alla fine della prima parte del suo scritto, Serra ha esaminato e distrutto, uno per uno, tutti i «pretesti», come li chiama, in cui anche lui si era rifugiato in quegli otto mesi, ora parrebbe propenso a ritornare forse alla letteratura. In realtà non è esattamente così. Eliminati quei pretesti, all’inizio della parte seconda dell’Esame Serra può sentirsi finalmente libero: «libero e vuoto», e anche «vuoto e nuovo». In cosa consiste questa nuova libertà? Forse nel dedicarsi liberamente alla letteratura? La libertà di cui Serra parla è un’altra: quella di vivere al di fuori delle ideologie e di lasciarsi travolgere dalla «irresistibile onda della vita», di cui fanno parte gli elementi della natura (l’erba, la polvere, il vento, il verde delle prode) e dell’umanità (le case, le strade, gli altri uomini). È la libertà di vivere pienamente la passione per la vita, colta nei suoi momenti più fugaci, negli attimi, nelle occasioni che essa presenta. Siamo in presenza qui di un grande tema del modernismo europeo, anche se declinato in termini che possono apparire provinciali. Una concezione attimale dell’esistenza viene piegata a motivare una scelta che dovrebbe essere altrimenti complessa. Perché per Serra cogliere il momento significa vivere «l’ora di passione» della guerra. La guerra è un’opportunità di vita, e va colta se non si vuole «invecchiare falliti». «Fra milioni di vite c’era un minuto per noi» («noi, quelli della mia generazione», specifica), «e non l’avremo vissuto». Non si tratta beninteso, di una scelta etica. «Non è un sacrificio indispensabile», precisa infatti. Si tratta di una scelta esistenziale. Non è una «fede», dichiara ancora, ma una «voglia» («Si ha voglia di camminare, di andare). Di fronte a questa spinta puramente emotiva, qualsiasi precedente ragionamento si rivela inessenziale, compreso evidentemente quello che aveva giudicato la guerra una «perdita cieca».

La «voglia di andare insieme agli altri» nasce dall’esigenza di ritrovare «il contatto col mondo e con gli altri uomini». L’aspetto morale, che induce Serra a chiamare «fratelli» coloro che marciano con lui, è indubbiamente presente, ma come risucchiato all’interno di quello esistenziale ed emotivo. Osserva Guido Guglielmi che sembra esserci in Serra, come in Ungaretti, il richiamo a una comune umanità elementare, «a una condizione di unanimità».9 Ma è una condizione che si può raggiungere non per via ideologica ma solo grazie a un empito. Questo appello alla fratellanza, pur declinato in questo caso in chiave esistenziale, è presente anche nei “moralisti” vociani, come Slataper o Jahier. E soprattutto anche in loro è dato riscontrare questa esigenza – individuale e insieme collettiva perché riguarda tutta una generazione – di un momento decisivo da non perdere. Basti citare il caso di Jahier per cui, nella poesia appunto intitolata In questo momento partecipare alla guerra è l’ultima speranza per salvare la vita: «Ti scade l’ultima speranza di essere uomo in questo momento»10.

Questa rinuncia alla mediazione ideologica può esprimersi solo nell’immediatezza attimale. «Non mi occorrono altre assicurazioni sopra un avvenire che non mi riguarda. Il presente mi basta; non voglio né vedere né vivere al di qua di questa ora di passione», scrive Serra. Distrutta ogni mediazione intellettuale (anche di tipo umanistico, in questo caso), dissolta ogni prospettiva di agire sul futuro, non resta che lasciarsi bruciare dall’ora di passione della guerra. L’orizzonte di Serra è ontologico, non storico11. Sta qui la sua originalità. Ma il suo è ovviamente anche un modo per vivere la stessa crisi dei suoi coetanei vociani.

Anche per Serra, l’ora di passione esprime la rinuncia a svolgere un qualsivoglia ruolo intellettuale. Non resta che «andare a vivere e morire insieme, anche senza saperne il perché». «Senza saperne il perché»: non potrebbe essere immaginato scacco maggiore per un intellettuale.

A questo punto – siamo alle battute finali dell’Esame – si riaffaccia, introdotto con la solita ironica cautela, il tema della letteratura. Serra sa bene, e lo dice, che la soluzione da lui proposta potrà apparire anch’essa un modo letterario di reagire alla guerra. Ma che importa? «Io sono contento, oggi», sono le ultime parole. Conta solo l’istante, la contentezza dell’«oggi».

Ma il lettore non può non scorgere un velo di malinconia dietro questo eventuale ritorno alla letteratura, d’altronde così ambiguo e circospetto, e dietro questa contentezza troppo esibita.