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diretto da Romano Luperini

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L'interpretazione e noi

L'interpretazione e noi contiene saggi, interpretazioni e interventi sulla letteratura e su di noi, donne e uomini contemporanei.

Luperini sull'insegnante di Siracusa. Una replica

 

ph-enrico-amici-031 00E0115Tra i vari interventi mi ha interessato soprattutto quello di Margherita Romano, perche' coglie due aspetti reali, la contestazione del giovane prof e la mia incapacita' di capirne le ragioni. Il giovane prof infatti contestava non il metodo (per esempio, dogmatico, autoritario ecc.), ma il merito in ordine alla interpretazione di 'A mia madre' (a suo avviso, priva dell'elemento laico, immanentistico e foscoliano) e a quella della figura femminile di ' Voce giunta con le folaghe' (a suo parere, si trattava della madre del poeta e non di Clizia).

Ora si tratta di due ipotesi che non stanno in piedi non perché contrastanti con le opinioni della comunità scientifica, ma perché contrastanti semplicemente con la lettera materiale dei testi in questione e con una conoscenza anche sommaria della poesia montaliana. Il testo di ' A mia madre' non si presta a equivoci, la componente laica, non cristiana, immanentista e foscoliana e' evidente. Il ritratto della donna fatto in 'Voce che giunge con le folaghe' coincide con quello che Montale ci fornisce di Clizia in molte altre poesie. Se uno mi chiede 'Dove vai?' e io rispondo ' Son cipolle' , non ci si capisce più. Durante un dibattito Deleuze contesto' Gadamer sostenendo, contro il grande filosofo tedesco, che ogni discorso e' destinato alla misinterpretazione e alla incomprensione, e Gadamer rispose semplicemente ' Ma tu vuoi che ti risponda, pero' .

La madre di Montale e l'insegnante di Siracusa

 

IMG20120326165830862 900 700Ho fatto una lezione di aggiornamento agli insegnanti di italiano delle medie superiori a Siracusa. Tema: il modernismo nella poesia italiana del primo Novecento. Pubblico attento, motivato e preparato. Finché al quinto intervento del pubblico…

Avevo letto rapidamente la poesia di Montale A mia madre, spiegando che rientra nella fase foscoliana del poeta (il ricordo dei morti vale per i vivi, ed è l’unica cosa dei morti che resti) e che i suoi valori sono laici e immanentisti, non cattolici, tanto è vero che vi si può leggere in filigrana una polemica con la poesia di Ungaretti La Madre, invece ispirata ai valori cristiani, come mostra la ripresa in Montale della parola «ombra» presente nel testo di Ungaretti ma con significato opposto (per la madre di Ungaretti, e per Ungaretti stesso, la vita terrena è solo un’«ombra», perché la vera vita è quella ultraterrena; mentre Montale nega, appunto, che l’esistenza terrena sia «un’ombra»). Interviene un giovane insegnante, in prima fila, con l’I Pad in mano, e contesta questa interpretazione appoggiandosi a un’altra poesia di Montale di qualche anno posteriore, Voce giunta con le folaghe. A suo dire la donna che in questa poesia appare al soggetto lirico e contesta al padre l’attaccamento alla vita terrena è la madre del poeta. Io gli faccio osservare che non si tratta della madre, ma di Clizia e leggo i versi in cui viene descritta la figura femminile con gli «occhi ardenti», lo «scarto altero della fronte» e il «biocco» della famosa frangetta. Lui ribadisce che si tratta invece della madre: «Cosa c’entra Clizia col padre del poeta? E’ chiaro che qui si tratta della madre che rimprovera il marito morto perché troppo attaccato alla vita terrena…», è la sua argomentazione. Io gli faccio osservare che in quei versi di Voce giunta con le folaghe c’è proprio il ritratto di Clizia (lo sguardo ardente è un suo segnale specifico, come la alterezza o la frangetta o biocco) e che tutti i commentatori non hanno dubbi su questo punto; aggiungo che si può discutere di tutto, ma che vi sono dei dati unanimemente accettati che non possono essere ignorati. Ma lui a ogni mia osservazione ribatte, ostinato. Dice, per esempio, che anche Clizia è Cristofora, e io gli faccio notare che è tale solo più tardi, a partire da Iride, e mai in Finisterre, a cui appartiene A mia madre. Ma lui continua, mi interrompe più volte, sistematicamente, sempre agitando l’I Pad. Io perdo la pazienza e gli dico che è ignorante, ignorante del senso proprio del termine: nel senso che ignora i testi di Montale in cui si parla di Clizia e i numerosi commenti e brani critici che unanimemente riconoscono nella figura femminile di Voce giunta con le folaghe l’immagine di Irma Brandeis trasfigurata in Clizia. Lui grida che l’ho deluso, e continua a lungo a protestare. Di fatto ottiene di porre fine alla lezione che termina così nella confusione e nella agitazione.

Le parole di Gramsci sui nostri tempi

LucaePaoloGramsciQuesto scritto risale al 2004, quando uscì Le parole di Gramsci, a cura di F. Frosini e G. Liguori, Carocci. Per completezza va ricordato che sempre Carocci ha pubblicato nel 2009 un ponderoso Dizionario gramsciano, a cura di G. Liguori e P. Voza. Oggi ripubblichiamo questo scritto perchè per la lettura della nostra attualità storico-politica ci sembrano ancora molto utili le categorie concettuali gramsciane.

Il brescianesimo

Nei periodi di crisi, quando la forza espansiva delle classi dominanti si ripiega su se stessa e l'intera società attraversa un declino di civiltà, in letteratura si affermano "i nipotini di padri Bresciani". La "letteratura alla padre Bresciani", o brescianesimo, era espressione, originariamente, delle tendenze reazionarie e gesuitiche volte a propagandare, negli anni del Risorgimento, una posizione antigiacobina, austriacante e filoborbonica e un perbenismo angustamente cattolico e conservatore; poi diventa, nella terminologia gramsciana, una etichetta intesa a definire un atteggiamento letterario autocelebrativo, meschino e superficiale, incapace di confrontarsi con la realtà viva della storia. Anzi - spiega Marina Musitelli Paladini che tratta la voce "brescianesimo" nel libro di vari autori "Le parole di Gramsci" a cura di F. Frosini e G. Liguori (Carocci editore) - il "brescianesimo" si trasforma per Gramsci in una "categoria teorico-metodologica" che serve a cogliere una tendenza profonda all'insincerità, all'evasione e al disimpegno, sempre presente nella letteratura italiana di ogni secolo, ma particolarmente attiva in quella contemporanea.

Quando vengono a mancare il sentimento della "storicità" e il bisogno di "socialità", non resta che l'individualismo aggressivo e convulso. E infatti i "nipotini di padre Bresciani" si diffondono nei periodi di crisi, quando, scrive Gramsci, "la libertà creatrice è sparita" e "rimane l'astio, lo spirito di vendetta, l'accecamento balordo": allora "tutto diventa pratico, inconsciamente, tutto è propaganda e polemica, è negazione, ma in forma meschina, ristretta, gesuitica appunto". Un ritratto dello scittore italiano, come si vede, quanto mai attuale.


L'adulterio nel romanzo

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Pietà e distacco

Uno dei passi più noti di Mimesis[1] è dedicato all’analisi di un capoverso di Madame Bovary, in cui si rappresenta la scena del pranzo dei due coniugi (cap. 9, parte I):

Mais s’était surtout aux heures des repas qu’elle n’en pouvait plus, dans cette petite salle au rez-de-chaussée, avec le poêle qui fumait, la porte qui criait, les murs qui sumtaient, les pavés humides; toute l’amertume de l’existence lui semblait servie sur son assiette, et, à la fumée du bouilli, il montait du fond de son âme comme d’autres bouffées d’effadissement.Charles était long à manger; elle grignotait quelques noisettes, ou bien, appuyée du coude, s’amusait, avec la pointe de son couteau, de faire des raies sur la toile cirée.

[Ma era soprattutto all’ora dei pasti che lei non ne poteva più, in quella saletta a pian terreno, con la stufa che faceva fumo, la porta che cigolava, i muri trasudanti, le mattonelle umide: tutta l’amarezza dell’esistenza le sembrava scodellata nel suo piatto,e, col fumo del lesso, salivano dal fondo del suo animo altri vapori di squallore. Carlo era lento nel mangiare; lei sgranocchiava qualche nocciola, oppure, appoggiata al gomito, si divertiva a fare con la punta del coltello delle righe sulla tela incerata.][2]

E’ il momento in cui l’insoddisfazione di Emma, il tedio che lei prova per la nuova vita a Tostes dopo le speranze che avevano preceduto il trasferimento, la nausea per il comportamento apatico del marito stanno raggiungendo l’esasperazione creando nello stesso tempo le condizioni che la indurranno poi all’adulterio. Auerbach anzitutto considera la stretta connessione dei periodi, in cui tutto è subordinato «nel senso e nel ritmo all’intento principale». Anche quando viene rappresentato il marito, che era lento a mangiare, si tratta «solo» di «una ripresa e [di] una variazione del motivo principale». Come sempre in Auerbach, non è solo una constatazione stilistica. Essa prelude a una considerazione più generale: l’unità della scena si realizza attraverso un doppio movimento della scrittura. Da un lato l’unità e la interconnessione che la determina sono fornite dalla prospettiva della protagonista cosicché il lettore viene indotto a vedere il quadro attraverso di lei; ma dall’altro non è Emma a parlare, bensì lo scrittore. Scrive Auerbach: «ella non guarda solamente, ma è guardata come riguardante, e con ciò giudicata attraverso una semplice e chiara definizione della sua esistenza soggettiva e attraverso le sue proprie sensazioni». Qui – aggiunge - «vi è la mano ordinatrice dello scrittore». Ne deriva – mi pare - un corrispondente doppio movimento nella ricezione del lettore che da un lato avverte quanto sia «profonda» la «comprensione» dell’autore per la sua eroina – il che esclude immediatamente, secondo Auerbach, la possibilità del comico -, ma dall’altro «non potrà mai sentirsi una sola anima con lei», non potrà né dovrà identificarsi - come invece accade nei personaggi della tragedia-: «ella viene sempre esaminata, giudicata e condannata insieme con tutto il mondo che la irretisce».

Sin qui Auerbach che nel passo studiato vede il fondamento del realismo moderno, e cioè la trattazione seria della realtà quotidiana, lo svuotamento definitivo della separazione degli stili e il superamento tanto del tragico quanto del comico tradizionali. Ma le sue osservazioni possono interessare anche da un altro punto di vista, quello del rapporto fra romanzo e adulterio. Mi riferisco ai due rilievi dell’interconnessione sintattica del procedimento narrativo e del fenomeno che ho appena chiamato “doppio movimento” per cui pietà e distacco, comprensione e giudizio sono egualmente presenti sulla pagina. Che esista un collegamento fra questi due rilievi e più in generale fra la struttura del romanzo ottocentesco e la figura dell’adultera, è tesi che qui vorrei provare a esporre.

Glossario per affrontare la migrazione digitale

traduzione di Valentina Celona

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 Versione del 13 gennaio 2013

Importante nota cautelativa: questo è un documento di lavoro. Mi aspetto che si evolva nei prossimi mesi. Sarei molto felice di ricevere commenti e critiche, ma in questo momento non posso impegnarmi in una discussione sui princìpi chiave e le tesi del documento. Sono prevalentemente alla ricerca di commenti per migliorarlo. Il documento può essere riutilizzato  usando la Creative Common Licence BY-CC-ND (Attenzione: questo non vuol certo dire copia e incolla indiscriminato...la licenza BY-CC-ND è molto specifica)Parte di ciò che segue amplia le tesi che difendo nel libro “Contro il colonialismo digitale” (versioni italiana e francese, 2013).

Il pubblico cui questo documento è rivolto è formato da genitori, insegnanti, quanti devono prendere decisioni. Molti di noi si confrontano quotidianamente con questioni che nascono da una società sempre più digitale. La migrazione digitale è piena di promesse, ma non tutte saranno necessariamente mantenute ed in alcuni casi si potrebbero creare altri e più difficili problemi. Ciò significa che dobbiamo usare un principio di precauzione nell’affrontare ogni singolo caso di migrazione, cioè non soltanto rifiutare la migrazione, quando si dimostra una scelta sbagliata, ma rifiutarla se non ci sono prove che sia benefica. Quando si parla di migrazione caso per caso, dovremmo far attenzione agli slogan, e ai dati insufficienti e falsati che introducono fattori di disturbo nella discussione o astutamente la distorcono. Quanto segue propone delle chiarificazioni sui concetti usati nel dibattito sulla migrazione digitale. In alcuni casi, propongo quella che mi sembra un’alternativa migliore: anche solo usare descrizioni e frasi più appropriate può aiutarci a vedere le cose in una luce più chiara e ciò a sua volta può aiutare nella decisione.

La freccia ‘→‘ significa che un certo concetto a sinistra dovrebbe essere sostituito da un altro alla sua destra.

DIGITALIZZARE X → DIGITALIZZARE UNA RAPPRESENTAZIONE DI X

Si può digitalizzare (o trasferire nella sfera digitale) una rappresentazione di cibo o di un rifugio per proteggersi dalla neve. Non il cibo stesso o il rifugio. Le rappresentazioni sono il candidato naturale della digitalizzazione:  digitalizziamo il contenuto di libri, fotografie, registrazioni. Ogni volta che vengono elaborate informazioni, queste possono essere trasformate in formato digitale e mediate attraverso un apparecchio elettronico. Alcune attività sono destinate a non rimanere digitali. In alcuni casi bisogna muovere ed elaborare molecole ed atomi, non solo elettroni.

DIGITALIZZARE X → ASSISTENZA DIGITALE DI X

Non posso digitalizzare i miei esercizi di stretching, li devo fare se voglio migliorare, però posso farmi assistere in modo digitale. Posso usare la Wii per esercitarmi. Ma è soltanto un’assistenza, non la digitalizzazione di un’ attività.

Molta retorica nasce dall’ignorare queste distinzioni base (la pubblicità ha le sue colpe: “a device for everything in yuor life" - campagna pubblicitaria della Microsoft 2013 - qualsiasi attività, nientemeno)

MULTITASKING →TASK SWITCH, ovvero PASSARE DA UN COMPITO AD UN ALTRO

Il cervello fa molte attività in multitasking inconscio (non potreste leggere questo testo, mantenere la posizione eretta e masticare una gomma allo stesso tempo), ma questa nozione è senza conseguenze sul dibattito.

Il cervello non è capace di effettuare attività in multitasking conscio, cosa che ci si aspetta invece dai bambini e dagli adulti che utilizzano le apparecchiature elettroniche. Non si può allo stesso tempo compilare la propria dichiarazione dei redditi, correggere il compito di uno studente e imparare a memoria una poesia, anche se si usano canali diversi (visivo e uditivo). Quello che si può fare è passare da un compito ad un altro, al ritmo che preferiamo. Il problema è che spostarsi da un compito ad un altro ha un costo. Alla fine della giornata chi usa questo modo di lavorare produce di meno di chi lavora completando un compito e poi passando al successivo.

C’è da aggiungere che non ci si può allenare a diventare più efficienti solo esercitandosi: contrariamente ad ogni aspettativa, coloro i quali effettuano più passaggi da un compito ad un altro sono meno efficienti proprio nel cosiddetto multitasking di quelli che effettuano meno passaggi.

Ophir E, Nass C, Wagner AD. Cognitive control in media multitaskers. Proc Natl Acad Sci U S A. 2009 Sep 15;106(37):15583-7. doi: 10.1073/pnas.0903620106. Epub 2009 Aug 24.

LA MEMORIA COME DEPOSITO E RECUPERO MECCANICO DI INFORMAZIONI  → LA MEMORIA BIOLOGICA

Le memorie dei computer usano indirizzi precisi e quindi in linea di principio non falliscono mai. La nostra memoria biologica lavora sul principio di “rispondere all'appello”. Quando cercate le chiavi della vostra macchina vi vengono in mente tutte le rappresentazioni di angoli del vostro appartamento. La maggior parte sussurra debolmente (la rappresentazione della stufa o del televisore); alcune (il posto delle chiavi) si fanno sentire di più, gridano, perché è lì che le avete messe di solito. Il risultato è che vi "ricordate" del vuotatasche anche se le chiavi non erano lì. I dispositivi digitali sono utili come aiuto ad una memoria imperfetta, ma non aiutano molto se hai bisogno di memorizzare qualcosa. Il modo migliore di memorizzare è lavorare sulla sua rappresentazione mentale così da rinforzarlo in modo che “alzerà la voce” quando sarà utile: leggerlo a voce alta (supplemento auditivo), copiarlo a mano (supplemento motorio), creare una rima (supplemento fonetico- ci ricordiamo facilmente di 6x8=48), disegnare uno schema o un’ immagine (supplemento visivo), fare un riassunto e parlarne (supplemento concettuale) e fare alcune di queste cose ripetutamente! Non ci sono scorciatoie, sfortunatamente.

Marcus, G. Kluge. Kandel, E., In search of memory.

NATIVI DIGITALI → SOGGETTI DIGITALI

La parola nativo suggerisce l’acquisizione di competenze nello stesso modo in cui i madrelingua acquisiscono la prima lingua. I bambini nati dopo il 1990 (o altra data significativa) sarebbero stati così profondamente esposti alle nuove tecnologie da mutare le loro menti e acquisire delle competenze, come quelle dei madrelingua esposti alla loro lingua madre. E avrebbero appreso senza difficoltà unnuovo "linguaggio".

Non esiste alcuna prova di tale presunta mutazione antropologica. In verità data l’estrema fruibilità di tutte le apparecchiature elettroniche che circolano oggigiorno, tutti sono ormai abbastanza pratici di nuove tecnologie (i nonni digitali sono in ascesa). La nozione di nativo digitale è una narrazione, non un dato di fatto in termini psicologici. Usate il termine soggetti digitali quando parlate di persone che sono state esposte alle apparecchiature digitali per la maggior parte della loro vita. E' un termine più neutro, non suggerisce una nuova (inesistente) forma di intelligenza o abilità cognitiva.

Su migliaia d'altri volti. Vittorio Sereni e la memoria di Anna Frank

sereni 300x293.jpgw700In occasione della giornata della memoria, pubblichiamo questo intervento su Vittorio Sereni e la memoria di Anna Frank.

I.

«La lacuna, il mancamento storico, che ha segnato l'esperienza di Sereni si è ripetuto e prolungato per lui[…], per tutti noi. Tutti continuiamo ad essere uomini che“non hanno partecipato, che hanno mancato le esperienze fondamentali, poiché queste quando ci sono state, si sono svolte altrove o lontano, in assenza di noi. Per questo, se non altro, lumanissimo poeta che è Sereni continua a rappresentarci tutti» (1).

Con questa affermazione lapidaria e profondamente vera, Pier Vincenzo Mengaldo chiudeva nel 1972 il suo intervento decisivo sulle figure dell'iterazione e della specularità nella poesia di Vittorio Sereni. La lacuna a cui fa riferimento il critico è, com'è noto, la detenzione del poeta in un campo alleato in Nord Africa, a seguito della cattura avvenuta nel luglio del 1943, vicino Trapani. La prigionia, che negò al poeta la possibilità di partecipare alla Resistenza e agli ultimi anni della guerra in Italia, è percepita da Sereni come un tempo sospeso, una «parentesi personale e storica», che gli impedì di prendere parte ad eventi che avrebbero cambiato il corso della sua vita e della storia. L'episodio biografico, centrale nella sua seconda raccolta fin dal titolo, Diario d'Algeria, percorre sotterraneamente le opere successive, caricandosi di significati ulteriori. E' con la poesia degli Strumenti umani che il poeta prova a rielaborare quel trauma, a partire dalla consapevolezza irreversibile di essere «straniero al grande moto e da questo agganciato». Il tentativo di rompere la solitudine del soggetto per aprirsi alla storia prende forma in una poesia capace di intrecciare una rete di relazioni tra io e mondo, entro cui trattenere il senso della storia e un nuovo senso del sé nel mondo (2). L'operazione è tanto più sofferta quanto a parlare è un autore che considerava fondante, più delle visioni ideologiche o programmatiche, «quell'oroscopo dei destini immediati assunto ad oggetto e contenuto concreto della poesia», che altro non è se non una fiducia pressoché esclusiva nell'Erlebnis. Se l'esperienza personale di Sereni risulta segnata da un'esclusione rispetto ai grandi scenari della Storia (un''esclusione che per lui fu spaziale e che è temporale per i suoi lettori contemporanei, accomunati al poeta dalla stesso destino di ascoltatori passivi di eventi), la nuova passione per la storia dovrà realizzarsi nel recupero di una dimensione temporale che sovverta la relazione consueta tra passato e presente. Il passato non potrà più darsi come successione di eventi, che rimangono estranei a chi non li ha vissuti, quanto piuttosto come un'immagine discontinua, breve illuminazione di senso, relazione dialettica tra ciò che è stato e ora. Il dato di partenza di questo processo è la realtà, mentre il luogo della sua realizzazione il linguaggio dell'arte.

Alcune questioni oggi sul tappeto nel dibattito culturale

crea gallerie fotografiche virtuali 3d 1Le recensioni di Saccone e di Pellini a Tramonto e resistenza della critica toccano vari temi comuni che mi sembrano rilevanti per due ordini di ragioni: mettono sul tappeto alcuni nodi fondamentali del dibattito culturale attuale; e riguardano anche il mondo della scuola, al quale possono essere agevolmente riferiti. Si tratta dell’attuale gravissimo deterioramento della situazione universitaria e di quella editoriale, della questione teorica del modernismo come nuova categoria storiografica per il primo Novecento, dell’intrinseca politicità dell’intervento culturale, e infine del realismo nella letteratura contemporanea.

Entrambi i critici sottolineano gli aspetti grotteschi dell’attuale metodo di valutazione nei concorsi universitari e dunque nella selezione dei docenti (la cosiddetta “mediana”, il privilegiamento della monografia sul saggio, il predominio della quantità purchessia sulla qualità), con il conseguente drastico abbassamento dei livelli qualitativi. Bisognerebbe aggiungere che queste tendenze sono attive anche nello insegnamento delle scuole medie, che tende a inaridirsi nella tecnicizzazione e per risolversi nella perdita della dimensione intellettuale della docenza, sempre più ridotta a un ruolo meramente burocratico. Se si considera poi che il mondo della industria culturale ha scelto da tempo la strada dell’interesse economico immediato (di qui la tendenza ormai dilagante a non pubblicare più saggi), il quadro è completo.

Sul modernismo, Pellini è esplicito nell’affermare che l’utilità di questa categoria è “indubitabile”. Sarebbe dunque il momento che essa entri anche nello insegnamento scolastico: infatti semplificherebbe molto la periodizzazione della letteratura del primo Novecento, dove ancora si alternano confusamente nozioni come “decadentismo”, “avanguardia”, “letteratura fra le due guerre”, senza le dovute distinzioni.

Infine entrambi si dichiarano d’accordo sull’atto critico come momento di intervento politico-culturale e di militanza intellettuale: cosa oggi assai inattuale e qui ribadita, invece, significativamente, da due critici che appartengono a una generazione diversa dalla mia e che esprimono quindi una tendenza in atto fra i giovani a recuperare forme di impegno nell’ambito di una concezione della cultura come “bene comune”. Mi sembra anche importante, per questa stessa ragione, la difesa della forma-saggio proprio come articolazione specifica di tale tipo di impegno.

Pierluigi Pellini su Tramonto e resistenza della critica

blogSolo in apparenza intona, questo nuovo libro di Romano Luperini, l’ennesima lamentazione sulla conclamata (da due decenni almeno) crisi della critica: dei metodi d’analisi del testo letterario che si sono sviluppati e affrontati nella seconda metà del Novecento è data infatti per scontata l’obsolescenza, e non tanto per l’eventuale fragilità intrinseca delle singole proposte teoriche, quanto per l’irreversibile venir meno di un pubblico della saggistica letteraria e di un riconosciuto ruolo sociale della letteratura stessa. E a Luperini non interessa scrivere per una ristretta cerchia di colleghi, alimentando la sterile industria dello specialismo universitario: perciò apre il libro con un’affermazione perentoria («Questa è la mia ultima raccolta di saggi»), motivata dall’assottigliarsi della platea degli interlocutori assai più che dalla stanchezza dell’età. Ma fin dal titolo del volume (Tramonto e resistenza della critica, Macerata, Quodlibet, 2013, pp. 265, euro 22), alla constatazione di una fine inevitabile s’accompagna l’auspicio e a tratti la fiducia in una possibile sopravvivenza di una civiltà letteraria fondata sul dialogo aperto, sul conflitto (aspro e leale) delle interpretazioni e su un investimento intellettuale che è sempre anche politico. L’elegia per la forma-saggio si rovescia allora in rivendicazione della sua insostituibile necessità: genere privilegiato da una critica che, pur consapevole di essere sempre «particolare e parziale», non può risolversi a rinunciare a un’«esigenza di universalità»; e saprà forse trovare nuovi spazi: per esempio sulla rete, nella nebulosa ancora informe dei blog letterari – Luperini stesso ne gestisce uno (www.laletteraturaenoi.it).

Antonio Saccone su Tramonto e resistenza della critica

nothingEsiste ancora la critica letteraria? Non mi riferisco all'esercizio funzionale a superare, secondo recenti disposizioni ministeriali, le cosiddette “mediane” incaricate di santificare l'abilitazione all'insegnamento universitario delle discipline letterarie. Esercizio privo di un'udienza “reale” che non sia quella coatta (studenti, commissari, valutatori di ogni sorta) obbligata cioè per ufficio istituzionale, a percepirne, talora a pesarne, lo spessore culturale minimo o massimo che sia. Intendo piuttosto la saggistica che, attiva fino a qualche decennio fa, attraverso l'indagine su figure e vicende della grande letteratura sollecitava idee e dibattiti culturali e politici nella società civile.

Tali riflessioni scaturiscono, inevitabili, leggendo l'ultimo libro di un veterano dell'ermeneutica applicata ai testi letterari, Romano Luperini. Il titolo eloquentissimo, Tramonto e resistenza della critica (Quodlibet, Studio 22 euro), prende atto da un lato dall'irrevocabile eclissi del mandato sociale di quelli che oggi si definiscono “lavoratori della conoscenza”; dall'altro ribadisce con altrettanta lucida consapevolezza, l'imprescindibile urgenza di capire le ragioni di quel declino. E insieme di rintracciare dentro le rovine della condizione intellettuale, nella stagione del web, nuove identità che possano restituire senso all'operatività critica.

Insomma il deprofundis per quella, un tempo assai fervida e pugnace, forma di comunicazione ormai sostituita dall'istantaneità giornalistica, dall'intrattenimento televisivo, dalla effimera spettacolarità dell'evento, per stare all'ambito accademico, dell'arroccamento neotradizionalista su un'asfittica erudizione microfilologica. Che non può equivalere alla mesta deprecazione del presente, o a “nuotare nel fiume del tempo, tenendo continuamente rivolta indietro la testa, verso la lontana sorgente azzurra del passato”, secondo quanto proclamava cento anni fa l'inventore del futurismo, Filippo Tommaso Marinetti. Il congedo dal compito di mediazione culturale è opportuno declinarlo sulla tenace persistenza che la cultura sia un “bene comune” e dunque abbia una intrinseca, genetica, dimensione politica, riguardante l'esistenza e l'immaginario di tutti.

A proposito dell’appello per le scienze umane

ebookENzo2-c2c48Tre studiosi di indirizzi diversi e di diverse idee politiche, Asor Rosa, Esposito e della Loggia, hanno firmato sulla rivista «il Mulino» (2013, 6) Un appello per le scienze umane (pure loro, dunque, chiamano «scienze» le discipline umanistiche, pur rimproverando nel loro manifesto l’andazzo attuale, anche nelle università, a chiamare “scienza” anche gli indirizzi di tipo storico ed ermeneutico). Il manifesto contiene molte prese di posizione pienamente condivisibili sul collasso dei modelli culturali del passato e sul «retaggio» (termine ricorrente) «di cui la tradizione umanistica è parte fondamentale», contro la marginalizzazione delle «scienze umane», la tecnicizzazione dell’insegnamento anche in campo umanistico, l’uso indiscriminato (e spesso grottesco e caricaturale) della lingua inglese, i sistemi di valutazione mutuati dalle discipline che si applicano alle scienze della natura, alla medicina e alla matematica. Benissimo, erano cose già note e più volte dichiarate (anche dal sottoscritto, per quel poco che può valere, e anche recentemente in Tramonto e resistenza della critica), ma che ora vengano riprese e rilanciate da tre studiosi di grande autorità non può che fare piacere.

Il problema non è quello che c’è, è quello che non c’è. Mi spiego. Di fronte alla crisi culturale attuale si può rispondere in vari modi. Quello scelto dai tre studiosi è l’arroccamento, la difesa unilaterale, priva di sfumature e spesso retorica, del passato. Manca, per esempio, la nozione di relativismo che andrebbe applicata pure alla tradizione dell’umanesimo, invece esaltata in blocco, non senza esplicita ripresa delle tesi, persino ingenue nel loro entusiasmo, della candida Nussbaum. Prendiamo il nesso fra umanesimo e democrazia, su cui molto si insiste nell’Appello. E’ vero: le discipline ermeneutiche possono essere scuola di democrazia perché insegnano la relatività (appunto!) delle interpretazioni e dunque possono insegnare anche metodi di studio e di discussione fondati sulla tolleranza e sul rispetto degli altri. Ma la democrazia moderna è nata in Inghilterra da una tradizione fortemente collegata al metodo scientifico, all’empirismo e allo sperimentalismo (anche in campo filosofico: basti pensare alla linea che va da Guglielmo d’Ockam a Newton, passando attraverso Locke, che è stato, come è noto, uno dei padri dello Stato liberale quando da noi “umanisti” imperavano la Controriforma e l’alleanza fra Trono e Altare, che fra l’altro i tre autori, volti alla celebrazione della tradizione italiana, sembrano voler rivalutare).