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diretto da Romano Luperini

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L'interpretazione e noi

L'interpretazione e noi contiene saggi, interpretazioni e interventi sulla letteratura e su di noi, donne e uomini contemporanei.

Educazione sentimentale nell'anno 1968. Felice Piemontese su “L'uso della vita”/9

194 3d copertina-Luperini3DQuando, una decina d’anni fa, Romano Luperini, uno dei più noti e apprezzati tra i critici e gli storici della letteratura (il suo ultimo saggio è lo splendido Montale e l’allegoria moderna uscito qualche mese fa da Liguori) pubblicò un testo narrativo (I salici sono piante acquatiche) si pensò a una momentanea digressione, quasi a un capriccio. Ma che non di questo si trattasse lo dimostrò, qualche anno dopo, una riflessione in forma narrativa sulla vecchiaia (L’età estrema) e lo conferma adesso un vero e proprio romanzo (lui lo definisce “cronaca romanzata”) – L’uso della vita. 1968, pubblicato da Transeuropa, pagine 140, € 12,90 – che oltre tutto ha come argomento gli avvenimenti di quell’anno fatidico, che nel bene e nel male costituisce uno spartiacque nella storia recente del nostro e di molti altri paesi.

Si tratta, per l’appunto, di un romanzo storico, come sottolinea l’autore, che racconta il ’68 pisano, così come lo visse il giovane protagonista, Marcello, trasparente alter ego dello stesso Luperini: interminabili ma appassionate assemblee, scontri con la polizia e all’interno del Movimento, verbosità e inconcludenze, ma anche la sensazione esaltante di partecipare a qualcosa di irripetibile, a un insieme di eventi che avrebbero “cambiato la vita” e i modi di rapportarsi tra gli individui.

Pisa, come molti sapranno, fu una delle capitali della contestazione, e vi agirono, su posizioni contrapposte, personaggi a diverso titolo carismatici, come Adriano Sofri, Massimo D’Alema, Luciano Della Mea e, nella veste che gli era congeniale di maître-à-penser, Franco Fortini. Tutti si ritrovano nelle pagine di Luperini, che a sua volta ebbe un ruolo non secondario, anche se qui minimizzato, nel succedersi degli avvenimenti. Era infatti già da tre anni direttore della rivista “Nuovo Impegno” (e, per avervi partecipato, l’autore di questo articolo subì un vero e proprio “processo” pubblico da un personaggio allora mitico come Giancarlo Pajetta. Ma questa è un’altra storia, come avrebbe detto un irresistibile personaggio di Irma la dolce), e finì in carcere per parecchi mesi – come accade al personaggio Marcello – per aver partecipato a una manifestazione che finì con duri scontri con la polizia.

L'utopia del '68. Giuseppe Muraca su “L'uso della vita”/8

194 3d copertina-Luperini3DSul '68 si è ormai accumulata una bibliografia sterminata. Romano Luperini ha da poco aggiunto una nuova voce, rompendo però con le consuetudini storiografiche e scegliendo la via del romanzo. L'uso della vita 1968 (Massa, Transeuropa, 2013, pp. 138, Euro 12,90) è infatti la sua terza opera narrativa che è già diventato un piccolo caso letterario. I critici si chiedono: si tratta di un romanzo di formazione, come avverte lo stesso autore nella sua nota conclusiva, di un romanzo storico o di un romanzo politico? Onestamente mi sembra un fatto del tutto secondario. E se fosse tutte queste cose insieme?

Il romanzo è scritto in terza persona e si sviluppa in maniera lineare. Per il titolo Luperini s'ispira a un passo del saggio Mandato degli scrittori e limiti dell'antifascismo di Franco Fortini incluso nel libro Verifica dei poteri, pubblicato nel 1965. Contro la cancellazione del passato, egli ricostruisce e rielabora narrativamente la sua partecipazione al sessantotto pisano, di cui è stato uno dei maggiori protagonisti, inquadrandola nelle vicende collettive di quell'anno, tra occupazioni universitarie, assemblee studentesche e operaie, animate discussioni, picchettaggi davanti alle fabbriche, blocchi ferroviari, scontri con la polizia, pestaggi e arresti, conflitti generazionali e amori complicati. Il protagonista porta il nome di Marcello ed è un personaggio inventato ma rappresenta a tutti gli effetti una proiezione autobiografica dell'autore. Attraverso questa figura vengono rievocati i momenti più significativi di quel percorso soggettivo e politico. Il romanzo è infatti un viaggio attraverso il sessantotto, attraverso il tempo e la memoria. Convivono in queste pagine, vicende e personaggi immaginari con vicende e personaggi reali che fanno parte della storia culturale e politica della sinistra. Sono presenti, tra gli altri, Massimo D'Alema e Adriano Sofri, Riccardo Di Donato, Gianmario Cazzaniga. E incontriamo anche due maestri della nuova sinistra: lo stesso Franco Fortini e Luciano della Mea che avevano già alle spalle una lunga militanza nella sinistra del Partito socialista e nei gruppi della nuova sinistra. Marcello è un giovane insegnante precario e fa parte di una generazione che ha fatto della politica una ragione di vita, che ha sognato di cambiare il mondo e di fare la rivoluzione, in totale contrasto con la sinistra storica e la generazione dei padri ("La nuova rivoluzione doveva andare più in là, cambiare il mondo come il padre e la sua generazione non erano riusciti a fare.", p. 32) Ciò che animava la ribellione di quei giovani era infatti la fede in un comunismo diverso da quello staliniano e togliattiano, nel quadro di una rivoluzione planetaria che stava emergendo in maniera dirompente in diversi luoghi del pianeta. Per alcuni mesi quel sogno sembrava tradursi in realtà mettendo in moto un'onda che stava travolgendo il vecchio sistema e modificando radicalmente i rapporti sociali e il legame tra i sessi, la mentalità collettiva. "Tutto si trasformava, in pochi giorni la gente cambiava, cambiava con una velocità sorprendente, pronunciava nomi nuovi fino a poco tempo prima sconosciuti…" (p. 32) I protagonisti di questa storia vengono colti nel vivo delle lotte e delle accese passioni di quell'anno, come trascinati da una corrente che cresceva continuamente in un mondo che stava mutando profondamente.

Qui è successo un ’68. Roberto Barzanti su “L'uso della vita”/7

194 3d copertina-Luperini3DPerché uno storico della letteratura di chiara fama, nonché critico militante di acre impegno, invece di un argomentato saggio che rifletta sulla cesura del ’68 sceglie di scrivere sui giorni di quella svolta epocale un breve e succoso romanzo? Furono mesi che segnarono per i singoli e per le istituzioni un passaggio irreversibile. Furono duramente messi alla prova decrepiti costumi, schemi didattici abusati furono contestati, rapporti interpersonali sconvolti, compagini politiche delegittimate: e la bibliografia in materia cominciò subito ad abbondare. Ne scrissero in prima persona quanti ritenevano di aver avuto un ruolo di protagonisti con toni tra la compiaciuta autobiografia e la testimonianza di ambizioni storiografiche. Ne trattarono sociologi sempre pronti a segnalare i momenti chiave dello spirito dei tempi. Romano Luperini, che nel febbraio 1968 aveva poco più di ventisett’anni, ci offre ora una narrazione integralmente laicizzata delle gesta – conquiste e illusioni – di quel focoso periodo (L’uso della vita. 1968, pp. 138, € 12,90, Transeuropa, Massa 2013). Ed il suo è un romanzo di formazione oggettivato in terza persona, sobrio e svelto: si tiene alla larga dalle insopportabili inflessioni della nostalgia come dalle labili categorie ideologiche. Ecco – sembra dire l’autore – il tratto di agenda intercorso dal febbraio ’68 al gennaio ’69 per come fu, nel suo nudo presente, nell’essenza che al ricordo n’è rimasta, nell’inclassificabile verità dei moti e delle parole. Siccome assai striminzito è lo spazio accordato all’invenzione, molte identità anagrafiche di personalità o amici che transitarono per quell’affollata sequenza di esperienze e incontri non vengono perlopiù cifrate o anagrammate. Massimo D’Alema rimane il battagliero studente comunista di Normale “con i baffetti neri che spiccavano da lontano sulla chiazza pallida del viso”, e con lui sfilano gli eterodossi Gian Mario (Cazzaniga), (Riccardo) Di Donato, Adriano Sofri, “piccolo, snello, con la vitalità di un giovane animale”. Franco Fortini sta a parte accigliato, dalla severa voce tra il profetico ed il sentenzioso, al limite dell’invettiva. E Luciano Della Mea incarna un’energia popolare che risente degli umori anarchici con la manierata rusticità che assumevano nel pisano. Altri sono rammentati solo col nome di battesimo, ma per chi ha vissuto quei fatti di Toscana non sarà difficile aggiungere un cognome, come in un melanconico cruciverba della memoria.

Romano si proietta in Marcello. E l’inizio del suo travagliato ed esaltante itinerario ha un taglio drammatico, quasi teatrale: un dialogo col padre (fedele iscritto al Pci) che si risolve in una separazione non rimarginabile dal partito e dalla famiglia. Pubblico e privato s’intrecciano da subito in una congiunzione che non concede pause alla libertà da conquistare giorno dopo giorno: “Era giunto il momento in cui doveva imparare a camminare con le sue sole gambe in un mondo minacciato che pretendeva di giudicarlo”. Assemblee interminabili e frettolosi amori, dibattiti a non finire e avventure vogliose, un lessico che va in frantumi con i riti di una svuotata rappresentatività. “Strategia, tattica, piattaforma…Ma il movimento non può ragionare in questi termini vecchi”: non per caso la perfida obiezione è femminile: di una Carla che adopera la filologia studiata a Lettere in chiave iconoclasta. Le scene sono disegnate dalla luce invadente del Lungarno. Durante l’occupazione emergono convinzioni che furono il leit-motiv della rivolta: “La politica, pensava Marcello, non era una parte separata dell’esistenza, era la vita stessa di ogni persona”. Quando in uno sbuffante maggiolino arriva – appare – Franco Fortini è come giungesse un maestro atteso: ascoltato la prima volta a Firenze, il 23 aprile dell’anno prima, durante un comizio poeticamente ritmato contro la guerra del Vietnam che accese la miccia e scatenò i primi sussulti di ribellione: “Storia ed esperienza mi hanno insegnato / che si deve oggi tendere non ad unire ma a dividere” . L’incontro pisano è tutt’altro che pacifico: Fortini ribadisce la mansione che l’intellettuale è chiamato – condannato – ad assolvere nella società capitalistica, in faccia a chi ne teorizzava la totale dissoluzione nella militanza pratica.

Ribellarsi è un desiderio precoce e interrotto. Giacomo Annibaldis su "L’uso della vita"/6

194 3d copertina-Luperini3D«Veramente straordinario»: è il giudizio di Andrea Camilleri esibito sulla copertina del romanzo L’uso della vita. 1968 di Romano Luperini. E il lettore sbaglierebbe se ritenesse che quello stelloncino sia soltanto il frutto di un parere amichevole e “partecipativo”, sfruttato dalla casa editrice in modo propagandistico. Invece il romanzo è un racconto accattivante e illuminante, che immerge il lettore di oggi nella dimensione pubblica di quell’anno fin troppo declamato, non rinunciando al suo versante privato, altrettanto necessario per comprendere il pensiero e l’azione politica.

Ripercorrendo le tracce della memoria, rivisitata con qualche tocco della immaginazione, Luperini narra sostanzialmente i fermenti del movimento studentesco a Pisa nell’anno fatidico 1968; basandosi sulle sue stesse esperienze personali, dall’espulsione dal Partito Comunista fino alla reclusione in carcere: una “cronaca romanzata”, in cui il verosimile è più che mai vero. Sicché, se il protagonista, e il suo alter ego, è Marcello, intorno a lui si avvicendano personaggi “reali” , indicati col loro cognome: da D’Alema a Sofri, Pietrostefani e Della Mea, Fortini e Pasolini; e reali – naturalmente – sono le immagini proiettate sulla scena di fondo, da Rudi Dutstschke e la “lunga marcia attraverso le istituzioni” alla strage degli studenti in Piazza delle Tre Culture a Città del Messico, dal Black Power alle Olimpiadi ai braccianti uccisi dalla polizia ad Avola, dalla contestazione alla prima della Scala di Milano all’assalto della Bussola…

Già dall’inizio il nodo cruciale è esplicitato: c’è una generazione che chiede “tutto e subito” e che deve però fare i conti con i propri padri, col “sistema”. Come lo deve Marcello, a cui il Partito chiede le dimissioni, non intendendo espellerlo in considerazione del padre, un compagno che ha combattuto nella Resistenza. Le scelte della nuova generazione oscillano sostanzialmente fra le istanze di due leader giovanili, Massimo D’Alema e Adriano Sofri. Ambedue beffardi, il primo però incline alla «mediazione, al controllo, all’apparato…lui in realtà crede solo negli organismi e nelle strutture organizzati, nei gruppi dirigenti che tessono, rammendano, ordiscono i fili della politica»; il secondo, Sofri, che invece ha «paura della tregua, della normalità, vorrebbe un perenne stato di eccezione e di eccitazione» e che «alla mediazione che smussa, nasconde, accorda, sintetizza, procrastina» oppone «l’atto immediato, l’azione subito, l’urgenza che non vuole aspettare, che esige subito, che deve ottenere subito».

A questo piccolo genio del male si accosta sempre più, con qualche distinguo, anche Marcello, facendo propria l’invocazione di «rompere i vecchi schemi e imparare a vivere nel terremoto», perché «il terremoto siamo noi». E’ quello il momento del secolo in cui ai giovani parve che l’«intensità» era finalmente a portata di mano. E con essa anche una maggiore libertà di costumi: tra una protesta e l’altra, emergono i primi aneliti per una liberazione sessuale, che esprime i suoi due volti contrapposti nelle donne di Marcello, la Sandra impacciata e un po’ frigida e la salentina Ilaria, disinibita e gioiosa. Con la prima, la reazione di Marcello sarà un’allarmante “ejaculatio praecox”; con la seconda, un eros affrancato e l’esperienza dell’aborto, in cui la donna decide di riconquistare la sua solitudine. (E non sarebbe forzato leggere nel coito precoce delprotagonista l’allegoria diuna gioventù che ha sposato l’«immediatezza senza progetto», diun desiderio sessuale che assomiglia a quello politico, che ha troppa fretta di attuarsi).

Intervista a Fahrenheit su "L'uso della vita"

194 3d copertina-Luperini3DAll'indomani delle elezioni Romano Luperini discute a Fahernheit,  a partire dal suo ultimo romanzo L'uso della vita, di ciò che è stato il 1968 e lo confronta al movimento di Grillo. Nei giovani grillini (non in Grillo) c'è infatti qualcosa che può ricordare il Sessantotto, cioè l'appello alla democrazia diretta, a delegati revocabili in qualsiasi momento, e a una coincidenza fra vita e politica, il rifiuto cioè della politica come attività separata e specializzata. Ma tutto questo è possibile solo in una situazione eccezionale o di rivolta permanente, quando la situazione diventa stabile l'unico sistema che conosciamo è la mediazione politico-culturale, che oggi sembra in grande difficoltà.

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Questo podcast è tratto da Fahrenheit Rai-Radio Tre, Libro del giorno del 26/02/2013.

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A che cosa serve la letteratura?

17 paguro okL'immaginazione letteraria a carico del SSN

Ma davvero la letteratura è diventata un linguaggio anacronistico, o addirittura postumo? Lo pensiamo volentieri da queste parti, alla periferia dell’impero, ma non lo pensano affatto nel centro dell’impero, negli Stati Uniti, dove la letteratura viene usata nei corsi di filosofia morale, di diritto e financo di economia. L’americana Martha Nussbaum, docente di etica, nel Il giudizio del poeta (Feltrinelli) ci mostra la letteratura come componente essenziale dell’argomentazione razionale, e proprio in virtù della sua forza empatica: ci permette infatti “di entrare con l’immaginazione nelle vite di persone lontane e di provare emozioni connesse con tale partecipazione”. Avete mai pensato che la letteratura, per questa ragione, dovrebbe essere rimborsata dall’assistenza sanitaria? Si può infatti equiparare ad una telecamera mentale che ci permette di vedere altri mondi, di viverci dentro, senza peraltro intossicarci come fanno le droghe (vedi Mente al punto del linguista Raffaele Simone, Laterza). Ma soffermiamoci sulla Nussbaum, che forse per prima ha postulato l’importanza dell’immaginazione letteraria nel discorso pubblico, e anche se non andrebbe trascurata in proposito la pionieristica riflessione di Giuseppe Montanelli, prozio di Indro, illustre giurista ottocentesco e patriota federalista.

La letteratura come scienza delle emozioni

In particolare per quanto riguarda il diritto la Nussbaum usa Dickens, e in particolare Tempi difficili, come satira della più angusta mentalità utilitaristica. Per lei le emozioni non hanno tanto a che fare con l’ “irrazionale” quanto sono giudizi di valore, valutazioni che diamo di cose e persone, e che si rivelano importanti per la nostra crescita. E in questo senso la letteratura è l’unica scienza, benché atipica, a che abbiamo del vissuto emotivo. In L’intelligenza delle emozioni (Il Mulino) ci invita a considerare le emozioni come giudizi, dipendenti sia dal loro oggetto e sia dalle nostre credenze. Non sono correnti marine (Seneca) o raffiche d’aria, forze cieche e invisibili (sono parte del ragionamento etico: il suo è un approccio cognitivo. Mi si perdonerà questa digressione personale ma in fondo tutta la mia attività di critico “militante” si potrebbe riassumere proprio in un uso etico-conoscitivo della letteratura, a volte anche spericolato e ai limiti della correttezza filologica (del grande critico americano Lionel Trilling è stato detto che è "uno storico della morale - historian of morality - che lavorava con materiali letterari"…). Quando lessi il saggio di Simone Weil sull’Iliade poema della forza ne fui folgorato. Può darsi che forzasse in alcuni punti il testo omerico ma ne “liberava” tutto il contenuto morale, per la sua ( e nostra) attualità incandescente. Il filosofo analitico (ma non in senso dogmatico) Hilary Putnam ha scritto che la grandezza del Viaggio al termine della notte di Céline non sta tanto nel convincerci che il mondo è un girone infernale, ma nel mostrarci con esattezza come vive chi la pensa in quel modo. Letteratura come empatia, come identificazione con l’altro. Putnam mi ha insegnato che per stabilire la verità o falsità di un enunciato concorrono non solo fatti linguistici ma anche dei fatti oggettivi, esterni al linguaggio.. E così scongiura il rischio di “perdere” il mondo. Per lui la verità, benché non definibile (impossibile trovarle una “sostanza” o una “proprietà” che resti costante in ogni situazione) però indica comunque qualcosa che “fa resistenza alle nostre teorizzazioni limitandone l’arbitrarietà”. Mica possiamo parlare di tutto a piacimento! E qui veniamo a quella che mi sembra la acquisizione fondamentale di questo “realismo” filosofico: dietro a tutte le nostre applicazioni della parola “vero” c’è come una “disposizione naturale”, la intuizione prefilosofica - legata al senso comune - dell’esistenza di un mondo esterno. Singolare come i ragionamenti più sofisticati giungano alla fine a rivalutare una conoscenza intuitiva! Così si salva, tra l’altro, la teoria della verità come corrispondenza alle cose, pur con tutta la sua problematicità. E qui torniamo alla letteratura. La verità che incontriamo nei romanzi, per quanto non scientifica, arricchisce la nostra conoscenza del mondo.

Flatlandia e l’impensabilità dell’inconscio simmetrico di Matte Blanco

labirinto-escher1Pubblichiamo un intervento di Alessandra Ginzburg che rielabora alcune posizioni del suo saggio Lo scandalo dell’indivisibilità, in «Psiche», n. 1, 2007. Ginzburg ha spesso sottolineato i vantaggi dell’applicazione del sistema di pensiero di Ignacio Matte Blanco alla sfera letteraria, si veda in particolare il suo recente Il miracolo dell’analogia (Pacini, Pisa, 2011). Quello di Matte Blanco è un esempio essenziale perché consente di utilizzare la psicoanalisi per lo studio della letteratura seguendo un approccio logico e formale, che prescinde il più possibile da biografismo e contenutismo. Come ha rilevato Orlando, citato anche da Ginzburg all’inizio del suo intervento, «Matte Blanco viene […] a confermare quanto un lettore profano di Freud può avere sospettato da sempre: che le forme tipiche del discorso dell’inconscio hanno portata ancora più universale, più onnipresente dei suoi contenuti tipici» (Illuminismo, barocco e retorica freudiana, Einaudi, Torino, 1997, p. 7). Nonostante questo tipo di impostazione non si possa considerare dominante in Italia, ottimi spunti sono proposti nel volume Aa. Vv., L’emozione come esperienza infinita. Matte Blanco e la psicoanalisi contemporanea, a cura di A. Ginzburg, R. Lombardi, Franco Angeli, Milano, 2007.

 ***

Ad un secolo dalla geniale intuizione freudiana sul funzionamento dell’inconscio contenuta ne L’interpretazione dei sogni, colpisce che di questa scoperta fondamentale e ineguagliata si continui a fare un uso limitato tanto in ambito clinico che epistemologico. Da quando le 5 caratteristiche dell’inconscio individuate da Freud sono state riprese ed ampliate da Ignacio Matte Blanco grazie all’apporto della logica simbolica, ci si sarebbe aspettato che concetti basilari necessari a descrivere i livelli più profondi della mente, quali indivisibilità, infinitizzazione e simmetria preziosi per illuminare fenomeni altrimenti oscuri ed incomprensibili, trovassero una collocazione più evidente nella storia delle idee. Così non è stato e Matte Blanco, nonostante la potenzialità delle applicazioni del suo pensiero, è rimasto per la maggior parte degli psicoanalisti e degli studiosi un personaggio stravagante, le cui idee sulla multidimensionalità dell’inconscio e dell’ emozione in opposizione ai limiti tridimensionali della coscienza sono troppo astratte per poter essere riprese e sviluppate. In campo letterario è stato però Francesco Orlando (e sulla sua scia altri lo hanno seguito), ad individuare l’utilità delle categorie matteblanchiane per la comprensione dell’opera d’arte.

Tuttavia, volendo indagare su quello che altrove ho chiamato lo scandalo dell’invisibilità, cioè sulla remora che ostacola a livello emotivo tutte le acquisizioni che mettono in discussione gli strumenti logici che usiamo abitualmente a favore di un inquietante principio di compatibilità, Flatlandia, un’opera geniale apparsa anonima in Inghilterra nel 1882, e definita dall’autore Edwin Abbott, “un racconto fantastico a più dimensioni “, rappresenta una metafora illuminante della paura che la mente prova, in prossimità degli strati più profondi dell’inconscio, nell’avvicinare una dimensione superiore a quella tridimensionale a cui è abituata, o, ancora peggio, nell’accostarsi all’indivisibilità, uno stato se possibile ancora più inquietante perché è caratterizzato dalla soppressione di ogni criterio di differenza su cui poggia la capacità stessa di pensare. Se tutto è o persino se soltanto appare uguale, la mente può andare incontro a pericolosi corti circuiti emotivi. La creazione del concetto stesso di infinito diventa allora l’unica via di fuga per produrre attraverso l’apparente moltiplicazione degli oggetti una possibilità di pensare la realtà evitando il gorgo pericoloso dell’indeterminato.

L’ipotesi è che sia stato proprio lo scandalo del concetto di indivisibilità, così intollerabile in una cultura come quella occidentale profondamente marcata dal pensiero aristotelico, che abbia condannato ad una forma di isolamento rispetto alla comunità analitica Matte Blanco, il pensatore che della realtà indivisibile ha affermato con forza l’attualità, riproponendo la descrizione dell’Essere fatta a suo tempo da Parmenide per porla al centro della propria riflessione sull’Inconscio.

Il presupposto innovativo è che questo inconscio sia tale non per i divieti della censura, ma a causa di una traduzione della dimensione indivisibile operata dal pensiero in una multidimensionalità che la coscienza con i suoi angusti limiti non è in grado di accogliere e contenere in forma diretta.

Una vicenda analoga di isolamento e persino di ostracismo, quando scopre l’esistenza della tridimensionalità, vive il quadrato abitante di Flatlandia, ovviamente ignaro della terza dimensione in un luogo in cui non è concepita l’altezza e dove tutti appaiono perciò gli uni agli altri come delle linee rette. In questo universo bidimensionale in cui nessuna forma a prima vista si differenzia dall’altra, il quadrato riceve improvvisamente la visita di un essere sconosciuto che sembra un circolo ma è in realtà una sfera ( equivalente cioè ad un numero infinito di Circoli). La sfera proviene da un altro spazio e intende rivelargli l’esistenza della tridimensionalità. All’inizio essa ricorre a ragionamenti analogici, ma infine, vista la scarsità dei risultati, approda bruscamente ad una dimostrazione concreta che consiste nel sollevare a forza il quadrato ad una altezza da cui è impossibile non percepire la profondità dei solidi.

La risposta del quadrato è inizialmente di ostinato quanto terrorizzato rifiuto ed evoca la reazione catastrofica al cambiamento proposta da Bion. Ciò che la sfera non prevede tuttavia è che il quadrato, illuminato dal vangelo delle tre dimensioni, pretenda in seguito di immaginarne una quarta, se non addirittura altre successive. L’opposizione del maestro di fronte a tanta tracotanza non è dissimile dal divieto ad usare l’immaginazione che inchioda alla bidimensionalità gli abitanti di Flatlandia: il quadrato viene rimandato con violenza dalla sfera al suo paese dove finirà in carcere per tutta la vita per aver cercato vanamente di propagandare fra i suoi concittadini la visione mirabolante di un mondo a molte dimensioni, una visione che con il tempo sempre più gli appare come un sogno.

Proprio in un sogno, del resto, la sfera presenta al quadrato la adimensionalità come una condizione ridicola e insensata. Il Punto viene descritto in questi termini spregiativi dalla sfera: «Quel Punto è un essere come noi, ma confinato nel baratro adimensionale. Egli stesso è tutto il suo mondo, tutto il suo universo; egli non può concepire altri fuor di se stesso: egli non conosce lunghezza, né larghezza, né altezza, perché non ne ha esperienza; non ha cognizione neanche del numero Due ; né ha un’idea della pluralità, poiché egli è in se stesso il suo Uno e il suo Tutto, essendo in realtà Niente…» (1).

Parmenide si era servito di espressioni non tanto diverse per esaltare la compiutezza dell’essere, che per Matte Blanco corrisponde alle aree più profonde della mente nelle quali non è concepibile la morte come non è concepibile la vita in quanto essa implica comunque movimento e successione temporale quando secondo le parole che ci sono state tramandate diceva:

«..E come potrebbe l’essere esistere in futuro? E come potrebbe essere stato in passato?

Poiché se fu non è, e così non è se dovrà essere in futuro.

Così si estingue la nascita e la morte scompare.

E inoltre non è divisibile, perché è tutto uguale:

né c’è in qualche parte un di più d’essere che possa impedirgli la contiguità di sé con se stesso,

né un punto in cui meno prevalga, ma è tutto pieno di essere.

Per questo è tutto continuo: che l’essere all’essere è accosto

Ma immobile, costretto nei limiti di vincoli immensi

E’ l’essere senza principio né fine, poiché nascita e morte

Furono respinte lontano, e le allontanò la vera convinzione.

Identico nell’identico luogo restando, giace in se stesso

E così vi rimane immobile, che la forza imbattibile della necessità

Lo costrinse nelle catene del limite che intorno lo avvolge,

poiché l’essere non può non esser compiuto …» (2).

Senza le categorie di tempo e spazio ogni sequenzialità viene infatti abolita, tutto è infinitamente uguale a se stesso. Freud aveva intuito l’esistenza di questo abisso all’interno della psiche quando a proposito della coazione a ripetere aveva parlato di eterno ritorno dell’uguale, oppure aveva intravisto l’assoluta intercambiabilità della classe nella scelta sempre identica dell’oggetto d’amore, ma come la sfera di Flatlandia non era potuto andare al di là dei limiti impostigli dalla cultura del suo tempo, limiti che tuttora frenano la nostra immaginazione, proponendo il binomio indivisibilità-infinito come una astrazione pericolosa, forse addirittura mortale.

E’ questo il livello estremo in cui cessa ogni distinzione fra il Sé e l’oggetto e che Matte Blanco ha denominato matrice di base della proiezione e dell’introiezione per sottolineare come proprio la simmetrizzazione estrema sia alla base di questi due fondamentali processi della vita psichica. Se il livello della matrice di base avesse la possibilità di parlare forse utilizzerebbe le stesse orgogliose parole con cui si descrive il Punto in Flatlandia, il quale, non distinguendosi dal mondo, parla di sé in terza persona: «Esso riempie ogni spazio…e quello che Esso riempie, esso è. Quello che Esso pensa, Esso lo dice; e quello che Esso dice, Esso lo ode; ed Esso è Pensatore, Parlatore, Ascoltatore, Pensiero, Parola, Audizione; è l’Uno, e tuttavia il Tutto nel Tutto. Ah, la felicità, ah la felicità di Essere!» (p. 141).

Ipotizzare un oggetto che diventa potenzialmente tutti gli oggetti e in questo modo coincide sostanzialmente con il soggetto stesso di cui è l’emanazione implica che vi sia un livello in cui le relazioni spaziali e temporali sono catapultate l’una nell’altra fino a rendere ogni cosa e avvenimento identico ad ogni altro (3). Siamo così tornati allo scandalo dell’indivisibilità, per sua natura aliena al pensiero e perciò fonte di ansietà per chi ne fa una esperienza condivisa nella stanza di analisi.

Come fa il quadrato con la sfera, Matte Blanco ha suggerito che sia possibile accogliere nella mente «uno Spazio ancora più spazioso, una Dimensionalità ancora più dimensionale» (Flatlandia, p. 133) tanto da essere percepita come un’unità indivisibile. È allora una nostra difficoltà a servirci concretamente dell’immaginazione che condanna al carcere o all’isolamento tutti i coraggiosi visionari che percorrono nuove strade fino a costringerli persino a mettere in dubbio le proprie idee «come il parto di una fantasia malata, o come l’edificio senza fondamenta di un sogno». (Flatlandia, p. 151).

 

NOTE

(1) E. Abbott, Flatlandia, Adelphi, Milano 1966, pp. 143-44.

(2) Parmenide, “Frammenti” in I presocratici, Laterza, Bari 1969.

(3) I. Matte Blanco, Pensare, sentire ed essere, Einaudi, Torino 1995, p. 301.

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Autobiografia di un anno. Daniela Brogi su "L'uso della vita"/5

194 3d copertina-Luperini3DFino a dove possono spingersi i diritti dell’immaginazione e dell’invenzione letteraria quando a raccontare una vicenda storica non è un autore vissuto molti anni, magari secoli, dopo, ma, piuttosto, è stato uno dei protagonisti di quella storia? La risposta più facile e diretta è: si può arrivare ovunque; quella più condizionata e condizionante invece è: fino al limite di coesistenza armonica di quell’invenzione con l’immagine pubblica che l’autore ha costruito nel corso della propria vita. È anche per azione di questo riflesso, forse, che le recensioni e i giudizi sul testo narrativo di Luperini tendono a scavalcare un dettaglio che invece mi pare significativo, ovvero il fatto che il libro faccia sì risuonare, come del resto si esplicita tanto in epigrafe quanto nel corso del testo (p.123), la formula fortiniana sull’ «uso formale della vita, che è il fine e la fine del comunismo», ma il titolo, in realtà, soltanto in parte è una citazione, perché la ripresa fa saltare l’aggettivo: non uso formale, ma, appunto: L’uso della vita. La rima è imperfetta, il cerchio non è rotondo: l’espressione definisce un taglio, sia di lessico, che di organizzazione della storia narrata, tant’è vero che il racconto comincia con una scena di espulsione del protagonista dai quadri del PCI e, in generale, dal discorso politico di seconda mano costruito su teorie e schemi astratti che lasciano fuori la vita.

Quella sparizione, allora, può valere come soluzione d'inquadratura, e in questo senso aiutarci a capire meglio l'angolazione e la materia del racconto. L'uso della vita, infatti, sembra qualcosa di diverso da un romanzo storico, di cui certamente si riprendono dispositivi forti, come la scelta di riflettere anche sul significato generale di un’epoca, o l’elezione – che è quasi una costante dei romanzi storici – di un punto focale decentrato, sia in senso spaziale che esistenziale. Del romanzo storico, d’altra parte, manca l’intelaiatura storica e romanzesca di grande respiro: in questo caso, come indicato dal sottotitolo, si parla di un tempo preciso e limitato: 1968. Potremmo parlare allora, volendo proprio cercare una definizione, di “autobiografia di un anno”: racconto di un tempo storico filtrato dall’esperienza soggettiva di un unico personaggio. L’io che vede sa e sente di partecipare a un movimento generale – le parole “mare” e “corrente”, non per nulla, ricorrono in continuazione -, ma questa partecipazione avviene anche in uno stato di disforia: non politica, né etica, ma emotiva, proprio nel senso della fatica, dell’ansia vitale che questa situazione comporta. È a questo livello, direi, che agiscono le suggestioni simboliche più forti del richiamo alla ragazza dalle calze colorate del quadro di Kirchner: Marcello si chiama come lei, ma non le somiglia, come non somiglia, pur essendone attratto, alla gioiosa Ilaria. Alla verifica della vita, qualcosa di sé resta fuori da entrambe le ideologie: quella dell’uso formale, come quella stessa della leggerezza evocata dalla seconda frase messa in epigrafe «Il faut etre légercomme l'oiseau, et non comme la plume», firmata da Valery ma, vale la pena di notarlo, recuperata all'attenzione da Calvino nella lezione americana sulla leggerezza.

Raccontare il 1968. Giulio Ferroni su "L'uso della vita" /4

194 3d copertina-Luperini3DCome raccontare il Sessantotto? E come raccontarlo non in un’ottica solo storiografica né in una diretta prospettiva politica, evitando amplificazioni eroiche, scatti apologetici, recriminazioni, revisioni critiche, svolgimenti polemici, ecc.? E come raccontarlo quando lo si è vissuto, si è stati dentro la sua onda, il suo respiro vitale, partecipando alle lotte, ai movimenti, alle speranze, alle illusioni di allora? Non si corre il rischio, se vi si è stati dentro in modo partecipe, di rivestirlo oggi, a quasi cinquant’anni di distanza, di un alone nostalgico, dei rimpianti della giovinezza perduta, dell’inevitabile disillusione, nell’eterna parabola discendente dell’esistenze individuali, nel lamento sul destino delle rivoluzioni tradite e sconfitte? Insomma ancora e sempre il richiamo e l’esito delle Illusions perdues o dell’Éducation sentimentale? Romano Luperini nel suo L’uso della vita. 1968, Transeuropa, 2013, pp.142, €. 12,90, racconta gli eventi del 1968 a Pisa, fino all’episodio della contestazione alla Bussola di Focette del capodanno 1969, senza indulgere a nessuna delle proiezioni di cui si è detto: pur avendovi direttamente partecipato, segue qui gli eventi con un linguaggio narrativo concentrato e oggettivo, che evita ogni sbavatura sentimentale, ogni amplificazione retorica, ogni esplicito confronto con il punto di vista del dopo, ogni diretto richiamo storico-politico o esistenziale alla situazione attuale. In una narrazione in terza persona i dati storici e le persone reali si intrecciano con le immaginarie vicende private (in cui certo non mancano tracce autobiografiche) di un giovane laureato, Marcello Questi è figlio di un professore di scuola iscritto al PCI, che è stato partigiano in Jugoslavia e guarda con una certa ostilità la partecipazione del figlio al movimento. Il racconto inizia significativamente con la scena del “processo” con cui Marcello viene espulso dal PCI, per il suo dissenso con la politica culturale del partito. Così viene subito messa in luce la frattura tra i giovani del Sessantotto e i “padri”, legati a una sinistra uscita dalla guerra e impegnata nelle difficili lotte del dopoguerra: ma già in queste prime pagine i movimenti di Marcello mostrano lo stretto rapporto tra tensione rivoluzionaria, aspirazione ad un nuovo orizzonte vitale e a nuove aperture intellettuali, ricerca di se stesso, di un senso pieno dell’esistenza, di un libero “uso della vita” (dove rilievo essenziale ha anche il rapporto con il mondo femminile, segnato da tante difficoltà e ed esitazioni, quelle che effettivamente ancora pesavano sulle generazioni cresciute negli anni sessanta). Marcello partecipa agli eventi che agitano l’università e la città di Pisa in quell’anno fatidico, tra le occupazioni, le assemblee, le manifestazioni, gli scioperi, le lotte sindacali insieme agli operai, mentre all’interno del movimento si delineano diverse posizioni e scelte politiche: intanto insegna come supplente in una scuola, visita ogni tanto la famiglia a Pontedera, avverte il problematico legame e insieme la distanza dal padre (ma solo di fronte alla sua morte avvertirà la sotterranea, profonda solidarietà con lui), ha un difficile rapporto con una compagna pisana e alcuni incontri con una compagna che viene da Roma (ma con senso di estraneità mai completamente superato).

La diffrazione fra tono e contenuto. Daniele Giglioli su "L'uso della vita"/3

 

194 3d copertina-Luperini3DColpisce, in L’uso della vita. 1968, terzo romanzo di Romano Luperini, la diffrazione tra il contenuto incandescente e il tono, come definirlo? Triste no. Cupo nemmeno, e neanche amaro. Slontanato, forse; insieme partecipe e distante. E colpisce ancor più se si pensa che l’autore, oggi uno dei nostri massimi italianisti, è stato attore di primo piano negli eventi narrati, il ‘68 a Pisa, anticipazione in pratica e teoria di tante cose che nel bene e nel male si sarebbero concretizzate di lì a poco, con l’esplosione mondiale della rivolta da Parigi a Praga, da Città del Messico a Berlino. Luperini, che definisce il suo testo «una cronaca romanzata», sfugge insieme alla Scilla euforica dell’arroganza alla «formidabili quegli anni» e alla Cariddi depressa dell’«eravamo belli e bravi, ma purtroppo…». E ovviamente non è affatto pentito, come tanti che ne hanno ricavato un mestiere, di quanto ha fatto, detto e scritto allora. Ma neppure lo rivende, tutto lustro e ammiccante, agli scontenti di oggi. Fa brillare il passato nella sua unicità, nella sua singolarità, nella sua lontananza: nessuna familiarità, nessuna morale a buon mercato. Perché diventi esempio occorre prima avvertirne la distanza.

Come in ogni romanzo storico, i protagonisti sono inventati e i comprimari celebri. Massimo D’Alema, per esempio, entra in scena con le parole: «avventurismo… disoccupare… portare a casa qualcosa»; e sarà poi sempre così. A lui si contrappone Adriano Sofri, mercuriale, inquietante, demiurgo del caos e dell’improvvisazione. Paziente e umano Luciano della Mea, generoso e plagiabile un Ovidio Bompressi appena dissimulato sotto il nome di Ottavio; tutti colti al momento della genesi, prima che i luoghi comuni si impossessino della loro vita. Romanzesco è invece il personaggio principale, Marcello, cui pure l’autore deve aver prestato molti tratti. Figlio di un partigiano, espulso dal PCI perché in contrasto con la linea del partito, non più studente ma supplente precario, partecipa agli eventi con un trasporto che non sempre scongiura un sottile senso di esclusione: sarà quella la vita, la gioia, la giustizia? Di ogni passo compiuto paga il prezzo intero, compreso un soggiorno non breve nelle patrie galere, il contrasto durissimo col padre comunista, un aborto clandestino della ragazza con cui ha scoperto la felicità di avere un corpo. I brontolii sinistri che si annunciano li avverte nelle ossa, e non per senno di poi: suo allievo è quel Soriano Ceccanti che la notte di Capodanno resterà paralizzato per un colpo di pistola nel corso della contestazione alla Bussola di Viareggio; e si intuisce che Ottavio/Ovidio, il suo più caro amico, si sta preparando quale che sia un destino tragico.