laletteraturaenoi

!-

diretto da Romano Luperini

-->
icomail twitter facebook
marcella

L'interpretazione e noi

L'interpretazione e noi contiene saggi, interpretazioni e interventi sulla letteratura e su di noi, donne e uomini contemporanei.

Autobiografia di un anno. Daniela Brogi su "L'uso della vita"/5

194 3d copertina-Luperini3DFino a dove possono spingersi i diritti dell’immaginazione e dell’invenzione letteraria quando a raccontare una vicenda storica non è un autore vissuto molti anni, magari secoli, dopo, ma, piuttosto, è stato uno dei protagonisti di quella storia? La risposta più facile e diretta è: si può arrivare ovunque; quella più condizionata e condizionante invece è: fino al limite di coesistenza armonica di quell’invenzione con l’immagine pubblica che l’autore ha costruito nel corso della propria vita. È anche per azione di questo riflesso, forse, che le recensioni e i giudizi sul testo narrativo di Luperini tendono a scavalcare un dettaglio che invece mi pare significativo, ovvero il fatto che il libro faccia sì risuonare, come del resto si esplicita tanto in epigrafe quanto nel corso del testo (p.123), la formula fortiniana sull’ «uso formale della vita, che è il fine e la fine del comunismo», ma il titolo, in realtà, soltanto in parte è una citazione, perché la ripresa fa saltare l’aggettivo: non uso formale, ma, appunto: L’uso della vita. La rima è imperfetta, il cerchio non è rotondo: l’espressione definisce un taglio, sia di lessico, che di organizzazione della storia narrata, tant’è vero che il racconto comincia con una scena di espulsione del protagonista dai quadri del PCI e, in generale, dal discorso politico di seconda mano costruito su teorie e schemi astratti che lasciano fuori la vita.

Quella sparizione, allora, può valere come soluzione d'inquadratura, e in questo senso aiutarci a capire meglio l'angolazione e la materia del racconto. L'uso della vita, infatti, sembra qualcosa di diverso da un romanzo storico, di cui certamente si riprendono dispositivi forti, come la scelta di riflettere anche sul significato generale di un’epoca, o l’elezione – che è quasi una costante dei romanzi storici – di un punto focale decentrato, sia in senso spaziale che esistenziale. Del romanzo storico, d’altra parte, manca l’intelaiatura storica e romanzesca di grande respiro: in questo caso, come indicato dal sottotitolo, si parla di un tempo preciso e limitato: 1968. Potremmo parlare allora, volendo proprio cercare una definizione, di “autobiografia di un anno”: racconto di un tempo storico filtrato dall’esperienza soggettiva di un unico personaggio. L’io che vede sa e sente di partecipare a un movimento generale – le parole “mare” e “corrente”, non per nulla, ricorrono in continuazione -, ma questa partecipazione avviene anche in uno stato di disforia: non politica, né etica, ma emotiva, proprio nel senso della fatica, dell’ansia vitale che questa situazione comporta. È a questo livello, direi, che agiscono le suggestioni simboliche più forti del richiamo alla ragazza dalle calze colorate del quadro di Kirchner: Marcello si chiama come lei, ma non le somiglia, come non somiglia, pur essendone attratto, alla gioiosa Ilaria. Alla verifica della vita, qualcosa di sé resta fuori da entrambe le ideologie: quella dell’uso formale, come quella stessa della leggerezza evocata dalla seconda frase messa in epigrafe «Il faut etre légercomme l'oiseau, et non comme la plume», firmata da Valery ma, vale la pena di notarlo, recuperata all'attenzione da Calvino nella lezione americana sulla leggerezza.

Raccontare il 1968. Giulio Ferroni su "L'uso della vita" /4

194 3d copertina-Luperini3DCome raccontare il Sessantotto? E come raccontarlo non in un’ottica solo storiografica né in una diretta prospettiva politica, evitando amplificazioni eroiche, scatti apologetici, recriminazioni, revisioni critiche, svolgimenti polemici, ecc.? E come raccontarlo quando lo si è vissuto, si è stati dentro la sua onda, il suo respiro vitale, partecipando alle lotte, ai movimenti, alle speranze, alle illusioni di allora? Non si corre il rischio, se vi si è stati dentro in modo partecipe, di rivestirlo oggi, a quasi cinquant’anni di distanza, di un alone nostalgico, dei rimpianti della giovinezza perduta, dell’inevitabile disillusione, nell’eterna parabola discendente dell’esistenze individuali, nel lamento sul destino delle rivoluzioni tradite e sconfitte? Insomma ancora e sempre il richiamo e l’esito delle Illusions perdues o dell’Éducation sentimentale? Romano Luperini nel suo L’uso della vita. 1968, Transeuropa, 2013, pp.142, €. 12,90, racconta gli eventi del 1968 a Pisa, fino all’episodio della contestazione alla Bussola di Focette del capodanno 1969, senza indulgere a nessuna delle proiezioni di cui si è detto: pur avendovi direttamente partecipato, segue qui gli eventi con un linguaggio narrativo concentrato e oggettivo, che evita ogni sbavatura sentimentale, ogni amplificazione retorica, ogni esplicito confronto con il punto di vista del dopo, ogni diretto richiamo storico-politico o esistenziale alla situazione attuale. In una narrazione in terza persona i dati storici e le persone reali si intrecciano con le immaginarie vicende private (in cui certo non mancano tracce autobiografiche) di un giovane laureato, Marcello Questi è figlio di un professore di scuola iscritto al PCI, che è stato partigiano in Jugoslavia e guarda con una certa ostilità la partecipazione del figlio al movimento. Il racconto inizia significativamente con la scena del “processo” con cui Marcello viene espulso dal PCI, per il suo dissenso con la politica culturale del partito. Così viene subito messa in luce la frattura tra i giovani del Sessantotto e i “padri”, legati a una sinistra uscita dalla guerra e impegnata nelle difficili lotte del dopoguerra: ma già in queste prime pagine i movimenti di Marcello mostrano lo stretto rapporto tra tensione rivoluzionaria, aspirazione ad un nuovo orizzonte vitale e a nuove aperture intellettuali, ricerca di se stesso, di un senso pieno dell’esistenza, di un libero “uso della vita” (dove rilievo essenziale ha anche il rapporto con il mondo femminile, segnato da tante difficoltà e ed esitazioni, quelle che effettivamente ancora pesavano sulle generazioni cresciute negli anni sessanta). Marcello partecipa agli eventi che agitano l’università e la città di Pisa in quell’anno fatidico, tra le occupazioni, le assemblee, le manifestazioni, gli scioperi, le lotte sindacali insieme agli operai, mentre all’interno del movimento si delineano diverse posizioni e scelte politiche: intanto insegna come supplente in una scuola, visita ogni tanto la famiglia a Pontedera, avverte il problematico legame e insieme la distanza dal padre (ma solo di fronte alla sua morte avvertirà la sotterranea, profonda solidarietà con lui), ha un difficile rapporto con una compagna pisana e alcuni incontri con una compagna che viene da Roma (ma con senso di estraneità mai completamente superato).

La diffrazione fra tono e contenuto. Daniele Giglioli su "L'uso della vita"/3

 

194 3d copertina-Luperini3DColpisce, in L’uso della vita. 1968, terzo romanzo di Romano Luperini, la diffrazione tra il contenuto incandescente e il tono, come definirlo? Triste no. Cupo nemmeno, e neanche amaro. Slontanato, forse; insieme partecipe e distante. E colpisce ancor più se si pensa che l’autore, oggi uno dei nostri massimi italianisti, è stato attore di primo piano negli eventi narrati, il ‘68 a Pisa, anticipazione in pratica e teoria di tante cose che nel bene e nel male si sarebbero concretizzate di lì a poco, con l’esplosione mondiale della rivolta da Parigi a Praga, da Città del Messico a Berlino. Luperini, che definisce il suo testo «una cronaca romanzata», sfugge insieme alla Scilla euforica dell’arroganza alla «formidabili quegli anni» e alla Cariddi depressa dell’«eravamo belli e bravi, ma purtroppo…». E ovviamente non è affatto pentito, come tanti che ne hanno ricavato un mestiere, di quanto ha fatto, detto e scritto allora. Ma neppure lo rivende, tutto lustro e ammiccante, agli scontenti di oggi. Fa brillare il passato nella sua unicità, nella sua singolarità, nella sua lontananza: nessuna familiarità, nessuna morale a buon mercato. Perché diventi esempio occorre prima avvertirne la distanza.

Come in ogni romanzo storico, i protagonisti sono inventati e i comprimari celebri. Massimo D’Alema, per esempio, entra in scena con le parole: «avventurismo… disoccupare… portare a casa qualcosa»; e sarà poi sempre così. A lui si contrappone Adriano Sofri, mercuriale, inquietante, demiurgo del caos e dell’improvvisazione. Paziente e umano Luciano della Mea, generoso e plagiabile un Ovidio Bompressi appena dissimulato sotto il nome di Ottavio; tutti colti al momento della genesi, prima che i luoghi comuni si impossessino della loro vita. Romanzesco è invece il personaggio principale, Marcello, cui pure l’autore deve aver prestato molti tratti. Figlio di un partigiano, espulso dal PCI perché in contrasto con la linea del partito, non più studente ma supplente precario, partecipa agli eventi con un trasporto che non sempre scongiura un sottile senso di esclusione: sarà quella la vita, la gioia, la giustizia? Di ogni passo compiuto paga il prezzo intero, compreso un soggiorno non breve nelle patrie galere, il contrasto durissimo col padre comunista, un aborto clandestino della ragazza con cui ha scoperto la felicità di avere un corpo. I brontolii sinistri che si annunciano li avverte nelle ossa, e non per senno di poi: suo allievo è quel Soriano Ceccanti che la notte di Capodanno resterà paralizzato per un colpo di pistola nel corso della contestazione alla Bussola di Viareggio; e si intuisce che Ottavio/Ovidio, il suo più caro amico, si sta preparando quale che sia un destino tragico.

Nota di lettura. Emanuele Zinato su "L'uso della vita"/2

 

194 3d copertina-Luperini3DPer capire il senso profondo del romanzo di Romano Luperini, L’uso della vita. 1968, occorre scomporne l’ordine sintagmatico  e  procedere nell’interpretazione ricavando nel testo alcune costanti  strutturali: il titolo, le due citazioni in esergo di Fortini e di Valery.   Il titolo è una ripresa di una famosa  frase di Fortini, che spicca in esergo, riferita al comunismo e a ciò che del comunismo può essere alluso o prefigurato  dalla poesia che, nella sua  formalizzazione estetica, include tanto lo splendore quanto l’orrore, o (con Saba), sia le rose che l’abisso.

I  due nuclei profondi del testo possono dunque essere considerati i seguenti. Il primo:

"L'uso formale della vita, l'uso formale della vita, si ripeteva Marcello seduto sul vagone del ritorno, adeguando il ritmo della formula a quello del treno e nello stesso tempo cercando di afferrarne sino in fondo il significato" ( p. 123)

Questo breve passaggio è altamente significativo, non solo perché è qui ripreso il titolo del romanzo ma anche perché i possibili sensi enigmatici della frase fortiniana sono tradotti nella figura concreta  di  un moto, in un ritmo, esattamente come nella conclusione  incentrata sul contrasto  dialettico fra  pesantezza e leggerezza e sul diverso moto del passero e della piuma (tratto dalla seconda frase programmaticamente posta in esergo, di Valery). E’ esattamente questa ricerca di un moto corporeo e intellettivo, formalmente equilibrato e unitario, ciò che può tradurre nell’attimo vitale individuale una compiuta realizzazione di perfezione sociale. E’ questa, a ben guardare,  l’utopia concreta  del ‘68, che diventa in pochi mesi cenere e dolore, già alla fine di quell’anno, con l’aborto di Ilaria e il ferimento invalidante di Soriano, le due figure nettamente più gioiose, più leggere e dalle vite più compiutamente formalizzate di tutta la vicenda, sia pure nella loro effimera caducità.  Su scala nazionale, questo destino di violenza, sterilità e morte verrà poi confermato dalla bomba di Piazza Fontana, assente dal testo.

Lettura di Corno inglese. Impressionismo, teoria, sintassi

RIVER

Pubblichiamo in due tempi un commento a Corno Inglese di Massimiliano Tortora che uscirà sul n. 65 di Allegoria col titolo«Ogni apparenza dintorno vacilla s’umilia scompare».

L’impressionismo di Corno inglese: alcuni presupposti teorici

Corno inglese è costruito proprio come un’opera del “Debussy impressionista”: non solo svaluta qualsiasi istanza mimetica (il mare e il bosco della poesia montaliana, per quanto reali, non sono depositari del significato più intimo del testo), ma soprattutto richiede un’attiva partecipazione da parte del lettore. Sarà quest’ultimo infatti a dover riportare ad unità e compattezza quel quadro confuso e disordinato disegnato da Montale. Il momento disvelatore della poesia tuttavia non risiederà tanto nell’appagamento ottenuto nel finale attraverso la comprensione del significato e la mise en ordre effettuata dalla mente razionale, quanto nello spaesamento e nella sensazione di irrisolta sospensione che il lettore prova nell’atto della lettura, ossia quando si appropria del testo, o più specificamente di un testo che non conosce. È in quel frangente di smarrimento, di perdita, di non dominio perché assorbito dalle dinamiche imposte e scaturite dal componimento, che il lettore esperisce il superamento della contingenza, il dissolvimento delle categorie spazio-temporali. In questo senso Corno inglese prosegue quella lunga linea che prende le mosse, tanto per citare alcuni modelli, da L’infinito di Leopardi. Qui infatti, a partire dal v. 4 e da quel «Ma» stravagante su cui si è concentrata giustamente l’attenzione di molta critica leopardiana, il lettore, almeno fino al penultimo verso, è costretto a far convivere due diverse dimensioni temporali, quella narrativa inserita dal passato remoto incipitale («mi fu») e quella suggerita dai presenti indicativi successivi, che conducono alla «contrazione della linearità nella puntualità dell’istante»(1): sarà questa oscillazione insanabile, costretta ad esaurirsi solo nel “naufragio” del v. 15, ad offrire al lettore (e non certo all’io che tale esperienza l’ha già fatta) la sensazione dell’Infinito. Un modello, quello leopardiano, ben vivo ad inizio secolo, se addirittura Ungaretti, proprio nei termini qui esposti, non esita a farlo suo per l’Allegria. Non stupisce pertanto che anche il giovanissimo Montale, non affrancato ancora dal simbolismo e dai suoi orizzonti, finisse per ricorrere, sia pur ribaltandone le conclusioni come vedremo, al poeta moderno per eccellenza.

Lettura di Corno inglese. La struttura unitaria e il modello Debussy

 

4288547-lavorati-in-metallo-con-una-struttura-circolare-di-texture-che-senza-soluzione-di-piastrelle-come-unPubblichiamo in due tempi un commento a Corno Inglese di Massimiliano Tortora che uscirà sul n. 65 di Allegoria col titolo «Ogni apparenza dintorno vacilla s’umilia scompare». Lettura di Corno inglese

La struttura unitaria

Corno inglese venne pubblicato il 15 giugno 1922 su «Primo Tempo», insieme ad altri sei componimenti tutti intitolati con nomi di strumenti musicali all’interno della suiteAccordi, prima di essere raccolto in Ossi di seppia nel ’25, e in tutte le successive edizioni. La sua redazione può essere collocata «fra il 1916 e il 1920»(1), sebbene Tiziana Arvigo propenda, senza però l’appoggio di documenti certi al riguardo, a restringere l’arco di datazione al biennio 1917-18(2). In ogni caso si tratta di un testo giovanile, uno dei più antichi del primo libro montaliano, se non addirittura il più antico in assoluto, se si tiene presente che Meriggiare pallido e assorto, scritto sì nel ’16, nel ’22 fu profondamente rimaneggiato. Non stupisce allora che Corno inglese, nei contenuti e soprattutto nell’architettura testuale (e nei fini cui questa tende), risulti appartenere ad una stagione poetica diversa da quella in cui nacquero tutti gli altri testi della raccolta, compresi I limoni e Riviere, che com’è noto furono composti nel ’21 e nel ’20, e abbracciano, al pari di Corno inglese, il simbolismo tipico della poesia a cavallo tra Otto e Novecento.

Il limite e il merito del 1968. Angelo Guglielmi su "L'uso della vita"/1

194 3d copertina-Luperini3D

Caro Luperini,

Ho letto con gran gusto il tuo romanzo sessantottesco che ricostruisce vicende esaltanti che tutti noi, in ruoli diversi, abbiamo patito o goduto. Ma voglio dirti subito che ha un limite: quello di essersi attenuto, come tu esplicitamente ci fai sapere, al modello manzoniano del romanzo storico.

Il romanzo storico è a mio modo oggi irripetibile perché l’alternarsi di “fatti verificabili storicamente...a altri (quelli relativi alla vita privata dei personaggi) che invece sono frutto della fantasia” – come tu hai scritto – produce scompensi disturbanti, appartenendo a due livelli inconciliabili di azioni mentali.

La fantasia non è più realistica, ha perduto la credibilità del fatto accaduto e costringe lo scrittore a riparare in modelli narrativi consunti come la madre che agucchia serena davanti alla finestra e non fa mancare al figlio che ama la crostata di mele (o lo scaldino per i piedi nei giorni di freddo) o come la donna desiderata che tutta intelligenza e impegno civile diventa castrante per il compagno.

La fantasia con la crisi dell’idea di verità (un dato, nonostante Maurizio Ferraris, non rimuovibile) non è più competitiva con la realtà e rischia risultati artificiosi.

Non così la realtà storica proprio perché storica cioè appartenente alle cose accadute. Certo non basta che una cosa accada per essere reale ma non vi è dubbio che (quella cosa) é accaduta e se porta il segno dell’evento (e dunque conserva il linguaggio con cui è accaduta) allora può essere trasferita in scrittura mantenendo la sua credibilità.

Montale. Un classico inattuale

532236 393138427433163 666546355 n montalePubblichiamo il capitolo introduttivo di R. Luperini, Montale e l'allegoria moderna, Liguori Editore, Napoli 2012. I titoletti, non presenti nel volume stampato, sono stati inseriti per facilitare la lettura on line.

Comprai gli Ossi di seppia nel 1956

Comprai gli Ossi di seppia, nella collana dello Specchio Mondadori, nel novembre 1956, attingendo ai miei scarsi risparmi. La data è scritta nella prima pagina del libro, seguita dalla mia firma di adolescente. Non avevo ancora sedici anni e da pochi giorni frequentavo la prima del liceo classico Galileo Galilei a Pisa.

Da pochi mesi era uscito presso Neri Pozza, in una edizione numerata di mille copie, La bufera e altro, ma io non lo sapevo. Per me Montale era Ossi di seppia.

Durante l’estate avevo scoperto Sbarbaro in un’antologia popolare della poesia italiana del Novecento che ospitava cinque poesie di ognuno dei poeti più significativi della prima metà del secolo. Sbarbaro era stato una rivelazione. Poi da Sbarbaro ero passato al Montale degli Ossi. «Linea ligure», avevo trovato scritto da qualche parte. In pochi giorni, a furia di leggerle e rileggerle, avevo imparato a memoria quasi tutte le poesie di Ossi di seppia. E a una ragazzina di cui ero innamorato leggevo Incontro, ricorrendo a un uso della poesia lirica per dir così “privatistico” che oggi sarebbe impensabile. La letteratura non era stata ancora sostituita dalla musica leggera e dalla canzone. Agli adolescenti (o, meglio, ad alcuni liceali) di allora pareva di riconoscere il senso stesso della vita nelle formule aspre e perentorie degli Ossi: «ch’ io scenda senza viltà»; «e dunque non ti tocchi chi più t’ama»; «la mia vita è questo scialo/ di triti fatto, vano/ più che crudele»; «codesto solo oggi possiamo dirti/ ciò che non siamo, ciò che nonvogliamo»; «bruciare,/ questo, non altro, è il mio significato».

In classe non ero il solo a conoscere Montale. C’erano soprattutto due ragazze, sedute una dietro l’altra, dalla parte opposta dell’aula, che lo leggevano sotto banco, lo recitavano a mente. E un altro mio compagno, per quanto meno entusiasta di loro (si professava crociano e ostentava distacco dalle frivolezze della poesia), era capace di unirsi a noi tre e di dire la sua su qualche poesia montaliana.

Allora Montale non era ancora senatore a vita, né aveva vinto il Nobel. Eppure era normale che dei sedicenni lo ammirassero e ne facessero oggetto di conversazione. Oggi ciò non è più possibile. Da un trentennio non sussiste più un’ autorità dei poeti. Esiste forse oggi un poeta italiano vivente che abbia l’autorità che hanno avuto da vivi non dico Carducci o d’Annunzio, ma Ungaretti o Montale?

Montale e il canone poetico del Novecento

montagne2opStoria corografica di Montale

Proviamo a considerare la poesia di Montale da una certa distanza, come un paesaggio visto da lontano o come una catena montagnosa descritta da una pianura.

Ossi di seppia si colloca su un altipiano accidentato, a mezza costa, tra picchi e vallate, cime e bassure. È un libro ricco e vario, scosceso e contraddittorio, ora roccioso, ora verde e frondoso, composito, frastagliato. Si regge su un baricentro precario, sottoposto a spinte contrastanti, crepuscolari, vociane, dannunziane, antidannunziane, prosastiche e cassicistiche. Può dare ragione di tale polivalenza la stessa data in cui il libro appare, il 1925, in bilico fra due opposti momenti: da un lato le avanguardie sono già al tramonto, dall’altro il ritorno all’ordine e al classicismo sta trionfando in ogni campo, non solo in quello letterario. Lo stesso simbolismo degli Ossi è contraddittorio. Certamente nel libro la vocazione a un simbolismo di marca francese – ma con forti componenti pascoliane e soprattutto dannunziane - è forte, e coincide con un’idea alta della poesia come privilegio e nobiltà, come dono per i «pochi felici», per gli «iniziati». Sono termini di Diario genovese, in cui si legge anche: «Il Simbolismo ha avuto il merito d’innalzare l’arte, ponendola al di sopra del contatto delle anime mediocri» (E. Montale, Quaderno genovese, ora in Il secondo mestiere. Arte, musica, società, a cura di G. Zampa, Mondadori, Milano 1996, p. 1326). E tuttavia questa vocazione appare incapace di realizzarsi pienamente, ed è costretta a declinarsi – se si eccettua Riviere e qualche altro esempio minore – su un versante prevalentemente negativo. E cuore è uno strumento troppo «scordato» e le correspondances appaiono impos­sibili o addirittura – Mediterraneo insegna – da fuggirsi perché pericolose per l’integrità morale del soggetto. In Fine dell’infanzia esse sono giudicate adatte alla vita infantile: vanno lasciate dietro alle spalle insieme con, il panismo dannunziano, abbando­nate con gesto doloroso sì, ma anche virilmente sostenuto.

Un'opinione sull'Atlante della letteratura italiana

3DDante e Sherlock Holmes

Il 3 dicembre 1315 la popolazione di Padova ebbe il privilegio di osservare uno spettacolo unico. Albertino Mussato, il primo poeta “laureato” dell’Europa occidentale dall’antichità, venne portato in trionfo per le strade della città a seguito di una lettura pubblica dell’Ecerinis. Più o meno negli stessi anni un poeta esule e che non fu mai incoronato, nella speranza di condividere l’onore supremo, invocava Apollo e tutte le Muse: «O buono Appollo, a l’ultimo lavoro | fammi del tuo valor sì fatto vaso, | come dimandi a dar l’amato alloro» (Par. I, 13-15). È probabile che nell’incipit del Paradiso Dante avesse in mente proprio Mussato e la sua cerimonia, guardando con speranza al suo status di poeta laureato e celebrato. Eppure in una gerarchia attuale di valori, il paragone tra i due autori è talmente sbilanciato da risultare imbarazzante.

La storiografia letteraria — in continuo ribasso nella borsa azionaria degli studi letterari — ha da sempre perseguito due obiettivi principali: abituare alla distanza ed educare alla selezione. Disciplina che consente di mantenere attiva la memoria storica di una comunità, la storiografia ha dovuto sempre mettersi in discussione, accettando l’impossibilità di riunire «lettura dei testi e considerazione dei contesti, contenuto di verità delle opere e loro totale assorbimento nei condizionamenti storici» (R. Luperini, Breviario di critica, Guida, Napoli, 2002, p. 98).

Esattamente come Sherlock Holmes, che conservava nella propria memoria soltanto dati ed esperienze che potessero risultargli utili nelle investigazioni, chi scrive un saggio di storiografia letteraria è chiamato a “dimenticare” qualcosa, portando alla luce qualcos’altro. La storiografia italiana, nell’eleggere Dante a maggiore poeta del medioevo, ha irrimediabilmente “dimenticato” Mussato: un processo lungo, complesso, ma ancora oggi reversibile.