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diretto da Romano Luperini

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L'interpretazione e noi

L'interpretazione e noi contiene saggi, interpretazioni e interventi sulla letteratura e su di noi, donne e uomini contemporanei.

Recensione a «La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea» di Gianluigi Simonetti

99e222bcover27497 I libri che oggi leggiamo ci dicono molto del contesto storico-culturale in cui viviamo. Lo ha capito sicuramente Gianluigi Simonetti, che da anni studia il panorama letterario italiano contemporaneo cercando di usare i testi come indicatori di fenomeni e di trasformazioni che avvengono al di fuori del campo letterario stesso. Proprio questo approccio critico guida e struttura La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea, edito da Il Mulino e apparso da poche settimane in libreria. Questo saggio rappresenta il coronamento di almeno un decennio di studio sul campo, visto che – lo dice Simonetti stesso – le sue idee portanti e le sue considerazioni più innovative sono state precedentemente collaudate in numerosi interventi apparsi in riviste e volumi miscellanei dal 2008 al 2017. In effetti, La letteratura circostante è anche il titolo della rubrica tenuta per Il Sole 24 Ore tra il 30 luglio e il 2 ottobre dello scorso anno, uno spazio che ha permesso a Simonetti di introdurre i lettori del quotidiano ad alcune tematiche che ritroviamo oggi nell’indice del libro complessivo: le scritture di frontiera, il ritorno dei generi, la narrazione degli anni di piombo, il fascino esotico delle periferie e, più in generale, la tendenza di molta narrativa odierna ad essere sempre più veloce e sempre più ibrida.

Etica e letteratura. Prospettive, resistenze, sguardi leopardiani

len 20160511 0021 gabbiani Emozioni e politica: il bello e l’utile della letteratura                                                Nell’ambito della cultura umanistica contemporanea un nuovo interessante settore di ricerca guarda da vicino ai rapporti tra etica e letteratura. Si tratta di un indirizzo di studio nato principalmente nel mondo accademico statunitense negli ultimi decenni del XX secolo e che alimenta ancora oggi un importante dibattito critico. Esso tende in sostanza ad assegnare un «valore sociale positivo» al fatto di natura artistico-letteraria, legandolo alle dinamiche eterogenee del presente. Le due discipline, una d’ambito filosofico e speculativo (l’etica), l’altra di tipo linguistico-storico (la tradizione letteraria, appunto) mantengono una specifica fisionomia, eppure intrecciano spesso le differenti sfere d’azione in un rapporto in realtà  molto complesso e, a tratti,  antitetico: ci si chiede infatti come possa l’individualità creativa propria di attività libere come lo scrivere, il leggere o l’interpretare un testo letterario, coniugarsi con le scelte, le responsabilità e le norme, morali e civili dell’uomo. Specialmente guardando ai postumi di un periodo storico che – come ci ricorda Ceserani in Raccontare la letteratura – pullula di una miriade di testualità non letterarie «che trasmettono e diffondono conoscenze, immagini della realtà e del mondo»?

All’interno delle prospettive critiche messe a punto negli ultimi anni spicca l’esperienza portata avanti dalla neo aristotelica americana Martha Nussbaum, la quale declina in senso politico concetti quali la forza dell’immaginazione, il cosmopolitismo, le differenze di genere, le identità, le emozioni e l’educazione, connettendoli alla forte valenza attualizzante che possono avere gli studi classici oggi: soprattutto per quel che concerne il rapporto diretto tra istruzione pubblica e cittadinanza.  L’insegnamento della filosofia antica, dell’arte e, soprattutto, della letteratura nelle scuole di ogni ordine e grado svilupperebbe nel concreto – scrive infatti Nussbaum – «le capacità di giudizio e sensibilità che possono e devono essere espresse nelle scelte effettuate dal cittadino». Inoltre verrebbero fuori dal singolo individuo caratteristiche e qualità come la capacità di scelta, l’autonomia critica e l’attitudine figurativa, promosse rispettivamente dal ragionamento socratico e dall’immaginazione narrativa, addensata nelle trame di opere antiche e moderne.

La poesia e lo stalinismo: Anna Achmàtova

len 20160812 0508 “Il Palazzo d'Inverno e i Musei, li odio quanto voi. Ma la distruzione è vecchia come la costruzione ed è altrettanto tradizionale. Distruggendo quel che odiamo, siamo stanchi e disgustati non meno di quando consideriamo il processo della costruzione. Il dente della storia è molto più velenoso di quanto pensiate” (Da una lettera di Aleksandr Blok a Majakovskji)

Ho l’impressione che una delle ragioni culturali più profonde dell’evaporazione della sinistra sia annidata nella rimozione dello stalinismo, la cui traccia o memoria, - capace di produrre al più spallucce, negazioni, pentimenti o rossori in chi l’ha introiettata - è stata interamente abbandonata alla grossolana propaganda del  “libro nero del  comunismo”, edito a suo tempo da Silvio Berlusconi.

La vicenda di Anna Achmàtova (pseudonimo di Anna Gorenko, 1889-1966) emblematizza esemplarmente il “dente della storia” (Blok), e il rapporto contraddittorio e dialettico tra letteratura e ideologia. L’aveva ben compreso l’altra grande voce femminile della poesia russa, Marina Cvetaeva, sua coetanea, che non a caso dedicò a Achmàtova questi tre versi lapidari:

“Un solo destino. / E un comune foglio di via ci è dato/ nel vuoto senza contenuto” (in Verste).

Il presente di Gramsci. Letteratura e ideologia oggi

ilpresentedigramsci 325x487 Pubblichiamo l'introduzione del volume di prossima uscita Il presente di Gramsci. Letteratura e ideologia oggi (Galaad edizioni), a cura di Paolo Desogus, Mimmo Cangiano,Marco Gatto e Lorenzo Mari. Ringraziamo l'editore per averci concesso di pubblicarlo.

Con Gramsci era il titolo di un fortunato libro di Eugenio Garin. Quell’opzione è ancora oggi valida: senza il pensiero di Gramsci poco si comprende del mondo attuale e delle sue complesse stratificazioni; e senza lo strumentario concettuale depositato negli scritti giovanili e nei Quaderni del carcere, lo stesso marxismo ha poche possibilità, in tempi odierni, di rifiorire.

Questa raccolta di saggi ha una semplice e diretta ambizione: dimostrare che il confronto con i testi gramsciani non può limitarsi a una passiva pratica di richiamo bibliografico (un destino, questo, che i classici del marxismo vivono sulla pelle ormai da qualche decennio), bensì deve dirigersi verso l’orizzonte della politica, invadendo quei campi – e gli studi letterari rientrano fra questi – tradizionalmente tentati dal vizio dell’autonomia disciplinare. L’ambizione può essere letta anche come una fortiniana insistenza: ha a che vedere con la riabilitazione del nesso tra teoria e prassi. Che, nell’ambito sempre meno politico degli studi letterari, ha un significato assai preciso: le traiettorie interpretative, le riflessioni sullo statuto della letteratura, il modo in cui una certa produzione viene letta e pensata, la discussione sui valori e sulle categorie – tutto ciò influenza e determina il campo culturale, produce visioni del mondo, abilita punti di vista, che, inevitabilmente, si legano alle pratiche quotidiane.

L’economia del gratis. Su Pagare o non pagare di Walter Siti

len 20160221 0053 carrello Il saggio di uno scrittore si distingue da quello di uno scienziato “puro” per la quota di soggettività che è capace di incorporare nell'analisi “oggettiva” del reale. E anche per la tendenza a trasformare la contraddizione in valore. L'ultimo libro di Siti (Pagare o non pagare. L'evaporazione del denaro, Nottetempo, € 12) sulla «evaporazione del denaro» non fa eccezione, perché associa alla lucida analisi socio-economica di questo frangente storico un'impietosa disamina delle contraddizioni di un “io” che risponde al nome di Walter Siti.

Pagare o non pagare si occupa di un cambiamento di paradigma totale, maturato negli ultimi vent'anni, e che investe l'economia, la società e la cultura del mondo odierno. Si tratta dell'affermarsi dell'«economia del gratis», in un quadro in cui una certa idea novecentesca di lavoro, caratterizzata dai punti cardine del salario e dei diritti, è messa in gravissima crisi. Scrive Siti: «La catena socialmente consapevole che cinquant'anni fa appariva infrangibile (lavorare → essere pagati → pagare → comprare) è evaporata in una nebbia di delusioni e speranze in cui sembra che il denaro abbia perso la propria funzione di perno, in quanto collegato al lavoro». È da notare qui l'uso del sostantivo «catena»: chiaro sintomo linguistico di una concezione del lavoro come duplicità fra abbrutimento e libertà, dura necessità ed emancipazione – le catene prima o poi vengono spezzate. Se si è in grado di vederle.

De Sanctis - nel bicentenario dalla nascita - al Parlamento europeo

36379765dc49427182b4fb6fdf71061e 1 Almeno è certo che andranno al Parlamento solo quelli che sanno parlare - Federico De Roberto, I viceré

Quella nella sede del Parlamento europeo di Bruxelles è stata sicuramente la più insolita delle numerose manifestazioni celebrative del bicentenario della nascita di Francesco De Sanctis padre della storia della letteratura italiana e punto di riferimento essenziale per gli umanisti, a partire da Borgese e Croce, che si contesero anche il primato di quella paternità.

Borgese aveva dedicato a De Sanctis la tesi di laurea, lavoro conclusivo degli studi letterari condotti all’Istituto di Studi Superiori di Firenze, ponendolo come epigone della critica romantica; Croce aveva accolto quella tesi, La storia della critica romantica in Italia,  nel 1905 nelle edizioni  della «La critica» di Napoli, in 100 copie, con la dedica: «Nel congedare questo libro alle stampe, esprimo la mia gratitudine ai maestri che mi furono larghi di consigli e di aiuti, e in particolar modo a Guido Mazzoni e a Benedetto Croce». Ma quando Borgese, in “esilio volontario” negli Stati Uniti propose l’idea di tornare a De Sanctis, Croce puntò i piedi: “Vedo, in una rivista che mi capita sott’occhio, che anche il Borgese, dalla lontana America, manda il suo messaggio, esortando a «tornare al De Sanctis» […]. Dell’esortazione io non ho bisogno […]. ma non disconvengo che il Borgese, brillante giornalista, che volentieri illude e delude sé ed altrui coi periodi della sua prosa fastosa, potrebbe con profitto rivolgersi a quella immagine, ancorché dapprima le dovesse leggere in volto il rimprovero: – il rimprovero, che è salutare” (B. Croce, Necessità di tornare al De Sanctis, in «La Critica», 20 novembre 1932, 30, pp. 475-6). Borgese inserì De Sanctis nei programmi dei corsi  universitari. Compare ad esempio nel corso di letterature comparate, The nature of Beauty, dato allo Smith College a Northampton Massachussetts nel 1936. Nella bibliografia di quel corso insieme ad altri giganti (Vico, Lessing, Winkelmann, Goethe, Madame de Staël, Poe, Bergson, Nietzsche, Tolstoj), fa capolino Francesco De Sanctis, History of Italian Literature, transl. by Jean Redfern, New York, 1932. Una canonizzazione nella cultura occidentale.

Medicina e letteratura /2: Thomas Mann fra corpo e storia

00000000000mann malattia Se, come ha affermato Susan Sontag, tutte le culture umane tendono a trattare “le malattie come metafore”, forse nessuno scrittore del Novecento europeo ha fatto della malattia un mito letterario quanto Thomas Mann. Del resto, a fine Ottocento, in un rampollo dell’aristocrazia commerciale di Lubecca, la stessa vocazione artistica poteva essere avvertita come simmetrica all’inoculazione di un agente patogeno.

Mann ha metaforizzato due flagelli epidemici: il colera, che raggiunge l’Europa solo nel XIX secolo proveniente dall’Asia, e la tubercolosi, le cui caverne polmonari, già note alla medicina del Cinquecento e a Fracastoro, solo nell’immaginario dell’Ottocento divengono emblema di un male “intellettuale”, segno dell’acume della mente a detrimento del corpo, e figura di una “diversità” sociale.

Nel racconto lungo La morte a Venezia (1912) il desiderio stesso di un viaggio nella città lagunare nasce nell’anziano protagonista, lo scrittore Von Aschenbach, “come un attacco di malattia”: Venezia, dalla tolda del traghetto imperiale proveniente da Pola, lo accoglie avvolta in un’”afa senza sole”, in una nebbia appiccicosa, equivoca e torbida, che preannuncia il colera. Le autorità cittadine tengono segreta l’epidemia finché possono, per salvaguardare “la grande e multiforme industria del turismo” ma, col favore dalla canicola, “si sono già inquinati i generi alimentari”. A fronte dell’incombere del colera secco, migrato con i suoi sintomi spaventosi dalle paludi del Gange a quelle Adriatiche, all’Hotel des Bains del Lido il senile Aschenbach vive una grottesca passione per il ragazzino Tadzio, il cui sguardo docile e disarmante e il cui corpo fragile e malaticcio travolgono ogni impalcatura razionale dell’uomo di cultura, lo inducono a sognare una regressione selvaggia e tribale. In balìa del suo demone, l’intellettuale si sottopone a cosmesi per coprire con uno strato posticcio i segni della vecchiaia, e insegue e spia senza più ritegno il bambino per le calli veneziane “dove vagava dissimulata la morte oscena”. Finché, morente per il colera, assiste sulla spiaggia del Lido a una rissa sulla sabbia, in cui l’oggetto del suo desiderio viene sottomesso nella lotta, con crudele violenza, da un ragazzo più robusto.

Medicina e letteratura: la fragilità dell’interprete

len 20171017 053 Agli amici insegnanti che  mi confidano  il loro  scoramento  quando  gli  studenti dell’ultimo anno, anziché interessarsi a  Montale e Svevo, appaiono intenti a memorizzare i test per l’ammissione a Medicina….

Il medico e l’interprete

Un’idea radicata nel senso comune, come si sa,  vuole che Scienza e Letteratura siano due campi antitetici dell’attività umana. Le cosiddette "due culture"- come le battezzò sul finire degli  anni Cinquanta lo scienziato, saggista e romanziere inglese Charles Percy Snow  -  sono infatti per tutta l’età moderna e specie nella cultura italiana, separate in casa. Oggi questo divorzio appare tuttavia desueto perché un  terzo incomodo,  le scienze applicate, sembrano egemonizzare in modo arrogante il campo, a detrimento sia delle scienze pure che delle discipline umanistiche.   Eppure, forse la più “applicata” fra le aree scientifiche, quella medico-biologica, sembra intrattenere  più di qualche corrispondenza illecita con la critica letteraria.

Innanzitutto,  prima del Moderno, la medicina,  basata sugli umori, era fortemente “simbolica”, figurale  e a suo modo “letteraria”. I salassi e i  purganti inflitti come cura avevano lo scopo di mondare i pazienti da umori guasti o eccedenti, concepiti secondo un’immagine del corpo fondata su corrispondenze e analogie. Le  epidemie, come insegna candidamente nei Promessi sposi Don Ferrante, erano ritenute conseguenza di influssi astrali  o di agenti diabolici e, prima di Vesalio,  solo i barbieri-chirurghi avevano una qualche cognizione dell’anatomia umana. La nozione di contagio faceva parte insomma di una visione “magica” del mondo in cui – come accadrà nelle Corrispondenze di Baudelaire - tutti gli eventi si influenzano, si  compenetrano, si rispondono e possiedono un senso. Il termine stesso “influenza”, usato ancora oggi per designare l’epidemia più nota, ha esattamente questa origine.

L’incontro e il caso. Narrazioni moderne e destino dell’uomo occidentale

die zirkusreiterin a1129 A distanza di dieci anni dalla prima edizione, è uscito nuovamente per Laterza L’incontro e il caso. Narrazioni moderne e destino dell’uomo occidentale di Romano Luperini.

Non è frequente che un “libro di critica”, per quanto fortunato al momento della sua apparizione, sia ripubblicato. C’è sempre, anche negli studi critici di maggiore spessore, una porzione fisiologicamente, forse persino logicamente vincolata all’hinc et nunc che li ha prodotti: è la dimensione psicologica, esistenziale, storica, ideologica di chi scrive. Essa è destinata a mutare nel tempo e a decretare – a torto o a ragione – la marginalizzazione o persino la messa al bando di certi studi, in nome di categorie interpretative percepite come meglio rispondenti a un complesso di circostanze mutato.

L’incontro e il caso, invece, non è soltanto un libro ancora genericamente “attuale”: l’esperienza didattica (e non solo) ci insegna a dubitare dell’attualità come indicatore di profondità, giacché troppo spesso le operazioni critiche “attualizzanti” hanno avuto come esito lo schiacciamento deformante di un testo del passato sul presente e non la restituzione prospettica dei suoi elementi vitali. L’incontro e il caso è – semmai – un libro pulsante e urgente, problematico; oggi come dieci anni fa, ci interroga ancora sul valore ineludibile dell’incontro e ci obbliga a pensare all’attività del critico come ad autentica militanza. Vediamo perché.

(Non) è la fine! Letteratura come ecologia ai tempi della crisi ambientale

00000000000000000000000scaffai Crisi ambientale, “svolta ecologica” e nascita dell’ecocritica

Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa di Niccolò Scaffai (Carocci, 2017) si inserisce all’interno di quella “svolta ecologica” che da alcuni decenni coinvolge gli studi letterari in ambito anglosassone, e che è stata introdotta in Italia soprattutto dalle ricerche di Serenella Iovino. L’ecocriticism, affermatosi come corrente critica proprio alle soglie della prima Conferenza mondiale sul clima svoltasi a Rio de Janeiro nel 1992, da un lato nasce dall’esigenza di aprire la critica letteraria ad una prospettiva ecologica, attraverso un confronto vivace con le discipline volte allo studio dell’ambiente; dall’altro, sorge dall’urgenza concreta di recuperare, a fronte dei cambiamenti climatici e della crisi ambientale, un rapporto critico tra testo e referente, tra dimensione finzionale e contesto reale.

Il volume di Scaffai parte dunque dalla consapevolezza che la relazione tra uomo e ambiente fisico, oggi al centro di un dialogo interdisciplinare che coinvolge studi scientifici, filosofici, tecnologici e sociologici, è da sempre stata oggetto di riflessione da parte degli studi umanistici, ma soprattutto di narrazione da parte di molti autori protagonisti del canone letterario occidentale. Scaffai si inserisce così in un filone di studi che conosce oggi una rinnovata fortuna, anche in Italia: infatti, i temi della crisi ambientale, degli ecosistemi e dell’impatto che l’azione dell’uomo ha sulla violazione dei loro equilibri, hanno varcato le soglie della critica italiana, proponendo relazioni sempre più strette tra prospettiva ecologica e analisi letteraria, rintracciabili in alcuni recenti volumi, tra cui Ecocriticism and Italy: Ecology, Resistance, and Liberation (Bloomsbury Academic, 2016) di Serenella Iovino, Ecosistemi Letterari. Luoghi e Paesaggi nella Finzione Novecentesca (Firenze UP, 2016) a cura di Nicola Turi e Ecocritica. La letteratura e la crisi del pianeta (Donzelli Editore, 2013) a cura di Caterina Salabè, per citarne solo alcuni.