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L'interpretazione e noi

L'interpretazione e noi contiene saggi, interpretazioni e interventi sulla letteratura e su di noi, donne e uomini contemporanei.

L’uso della vita. Il ’68 di Romano Luperini

 

3233129 1937 milano 68 A cinquant’anni di distanza da uno degli snodi più significativi della storia recente, l’editore Solfanelli pubblica il volume Il '68. Costruzione e decostruzione di un mito, a cura di Sandro de Nobile. I sedici saggi compresi nel volume tentano da un lato di ricostruire l’eredità che il ’68 ha lasciato all’interno di particolari settori artistici (la poesia e il teatro), dall’altro di analizzare come il movimento sia stato osservato, metabolizzato e cristallizzato nel racconto dalla stessa poesia, dalla narrativa, dalla canzone d’autore, dal cinema, strumenti fondamentali nella costruzione di un mito che ancora oggi divide, tra esaltazioni, riduzioni e stigmatizzazioni. La redazione, per gentile concessione dell’editore, è lieta di pubblicare il saggio di Roberto Contu dedicato al romanzo di Romano Luperini, L’uso della vita, Transeuropa, 2013.

Il Sessantotto lontano

Nato nel 1976, appartengo a quella parte della mia generazione che ha ricevuto in dote con la prima giovinezza il mito[1] già trentennale e pronto per i due decenni a venire di un Sessantotto narrato, celebrato, immaginario formidabile di un tempo solo da benedire, fascinazione per una leva che visse l’eden dell’età ribelle, battagliera, militante, eden della rivoluzione che riflussi, muri andati in pezzi, televisioni private avrebbero poi a noi negato. Per quelli come me che iniziavano a tentare l’essere adulti in un mondo nostro malgrado post-ideologico, il richiamo di quel tempo fu forte, fortissimo, tanto da lasciarci indifesi e anzi docili alla sedimentazione di un patrimonio simbolico che ci avrebbe ammaliato nel suo splendore, che ci avrebbe blandito nella malinconia della sua irriproducibilità, che in ragione di un’epica della storia ostentata ci avrebbe per anni lasciati prigionieri dell’abbraccio letale che ogni epica può portare in sé: la perdita della complessità e della possibilità della conoscenza critica. Noi stessi ci saremmo fatti poi strumenti di questo paradosso, non solo come consumatori di quelle storie che continuavamo a chiedere a chi era assurto ad aedo del mito, ma iniziando ad accettare narrazioni di narrazioni[2], affreschi di suggestioni, mitologie letterarie, senza più ipotizzare la necessità del racconto oggettivo e libero di chi il Sessantotto l’aveva effettivamente fatto ma non aveva voluto farlo continuare a vivere di una vita che non fosse la sua. Quarantacinque anni dopo l’annus mirabilis sarebbe però comparsa una delle poche eccezioni, quello che Paolo Di Stefano[3] ha definito «l’unico vero romanzo storico sul Sessantotto», L’uso della vita. 1968 (Transeuropa, 2013) scritto da Romano Luperini, il quale attraverso la lente paradigmatica di uno dei Sessantotto più importanti a livello mondiale, quello pisano, indicava attraverso l’invenzione letteraria e la ricostruzione storica una porta d’accesso diretta alla conoscenza finalmente credibile dell’anno del maggio.    

La lotta e il negativo nel romanzo storico contemporaneo: un saggio di Emanuela Piga Bruni

 

Piga Bruni Esistono nel panorama letterario contemporaneo due tipi di romanzi storici, che si confrontano rispettivamente con modalità diverse di scavo nella memoria storica. A una prima categoria appartengono quelle opere che si confrontano con l’evento indagandone il rimosso attraverso l’azione degli esclusi della storia ufficiale e la narrazione della loro lotta. Una seconda categoria è invece costituita dalle opere che dell’evento narrano il negativo, ovvero la mancata rielaborazione delle esperienze traumatiche.

È questa la tesi di fondo dell’importante saggio di Emanuela Piga Bruni, La lotta e il negativo. Sul romanzo storico contemporaneo (Mimesis, 2018), in cui la studiosa solleva alcuni quesiti che risuonano più che mai attuali: quale rapporto intratteniamo con la memoria? In quali modi la narrativa contemporanea rappresenta il rimosso storico rendendolo accessibile e concreto nella narrazione, piazzandolo davanti al lettore perché ne faccia un uso consapevole? In quale misura il rimosso si ripresenta nell’agone politico e quali ne sono gli antidoti?

L’interesse per il romanzo storico è attualmente molto vivo. Si tratta di un tipo di produzione che da qualche anno a questa parte affolla gli scaffali di narrativa e che, a detta dell’autrice, “[a] giudicare dalla risposta del pubblico e dalle pubblicazioni accademiche sull’argomento […] gode di ottima salute. I titoli di questo genere ampio e trasversale si rivolgono a varie tipologie di lettore e si ritrovano spesso nelle selezioni dei premi più prestigiosi. […] Il successo del genere e l’eterogeneità del pubblico può derivare da diverse ragioni: per esempio la suggestione di un immaginario legato a tempi diversi innescata attraverso intrecci e personaggi ben congegnati, oppure la possibilità di interpretare il presente alla luce del passato e di leggere il passato in chiave allegorica, o ancora uno specifico interesse per le vicende passate di luoghi e culture” (p. 33).

Il «contado interiore» di Alba Donati. Tu, paesaggio dell’infanzia. Tutte le poesie 1997-2018

donati paesaggio infanzia Che cos’è il «contado interiore» di cui parla Alba Donati in una delle sue poesie?

Le prime parole che leggiamo nel suo libro d’esordio (La Repubblica contadina, 1997), sono un exergo eliotiano: «E non la vita di un uomo / soltanto», che ha il proprio doppio nella «vita immensa di ognuno» della poetessa (L’azzurro di Osip, in RC). 

Fin dall’inizio la Donati, pur senza perdere nulla della forza individuale, ha dato in pegno la propria voce a chiunque potesse garantirle la possibilità di trascenderla, facendola diventare coro e comunità, o eco di voci passate e incubazione materna di quelle future. 

Le qualità primarie del poeta sono innanzitutto silenzio, disponibilità all’ascolto, francescano pauperismo intellettuale:

Devo lo scrivere alle poche

cose avute in dono dalla sorte

una povertà possidente

di boschi d’ottobre e brina

di dicembre, di rose di maggio

e soffitte arredate di ragni

e vecchi cappotti.

Devo tutto al niente, al caso

come è giusto che sia

(Scrivere quattro, in Tu, paesaggio dell’infanzia, l’ultima raccolta, finora inedita);

Bauman e la scuola

731 Recentemente è uscito in Italia da Einaudi un libro scritto da Bauman e da un suo collega italiano, Riccardo Mazzeo. Entrambi sono sociologi, ma il libro è intitolato Elogio della letteratura. Se ne è occupato qui qualche settimana fa Gabriele Fichera. E vorrei aggiungere qualche considerazione alle sue. Bauman vi afferma che il mercato si è impossessato della transizione della cultura, cioè della sua trasmissione, e insomma della educazione delle società moderne. Poiché sono entrate in crisi le due agenzie fondamentali della educazione, la scuola e la famiglia (basti pensare alla evaporazione della figura paterna e dunque della sua autorità), la mediazione culturale è stata assunta direttamente dal mercato a cui non interessa formare tanto buoni cittadini quanto dei produttori-consumatori. Di qui l’invasione del linguaggio e delle logiche economiche nel campo della educazione, che incentivano gli aspetti pratici ed egoistici della persona umana.

A un certo punto incontriamo una frase che merita una riflessione e un commento:

«Come potremmo diventare noi stessi senza un’eredità, senza un maestro, senza la sua voce, senza un messaggio profondo?».

Il fine della scuola è sviluppare le potenzialità del giovani facendoli diventare  persone mature, sviluppandone al massimo le capacità. Nella scuola insomma si impara a diventare se stessi. La maturità non è una somma di competenze, ma una capacità di distinguere il bello e il giusto, di goderne, di ragionarci, e di commuoversene. Ma questo risultato si raggiunge solo se la scuola permette ai giovani di recuperare l’eredità del passato, svolgendo così una mediazione fondamentale fra passato-presente-futuro. Per selezionare il passato, raccordarlo al presente e proiettarne una linea di continuità verso il futuro occorre un maestro. Compare qui questa parola, “maestro”, che oggi sembra scomparsa dall’uso (almeno nel suo significato più nobile). Un tempo ci si vantava dei propri maestri (quando tali erano stati) o si esecravano quelli che non avevano saputo esserlo. Oggi nessuno ricorda i propri maestri e anzi esibisce come un vanto il non averne avuti (una inchiesta sui giovani critici condotta da «Allegoria» un paio di anni fa testimonia ampiamente questa tendenza). Ma il maestro è un mediatore culturale, quello che fornisce insegnamenti capaci di far crescere il giovane e di portarlo alla piena maturità intellettuale. Oggi non ci sono più maestri perché è venuta a cadere ogni possibilità di mediazione culturale, e il rapporto passato-presente-futuro  si è  spezzato. Viviamo nell’eterno presente di un mondo che non sembra avere più storia.

Un fraterno diagnosta. Su La pura superficie di Guido Mazzoni

 

Mazzoni Pura superficie Guido Mazzoni ha vinto il Premio Nazionale Elio Pagliarani 2018, per la poesia edita, con la seguente motivazione: "La pura superficie è lo schermo opaco su cui scivola lo sguardo quando viene rivolto sull'altro da sé. Fino dal titolo del suo libro Guido Mazzoni costringe il lettore a confrontarsi con il paradosso di un tempo, il nostro, nel quale l'egocentrismo eretto a sistema coesiste con una individualità tanto incerta da doversi continuamente riparare - schermare, appunto. Esponendo lo sfaldamento, il disincanto, l'esibizionismo, l'insignificanza, infine il nostro essere, tutti, "soli e incomprensibili", Mazzoni esercita un'assunzione di responsabilità che rappresenta l'unica istanza etica a noi oggi forse concessa. Se la nostra epoca può esprimere una poesia civile, La pura superficie ne è un esempio". Ripubblichiamo la recensione che al libro ha fatto il nostro collaboratore Daniele Lo Vetere. 

Lo scandaglio di un occhio clinico

C’è un topos nei film di evasione carceraria e in quelli di fantascienza: la luce  proiettata di un faro o un laser puntato setacciano il terreno palmo a palmo, metodicamente. Nella realtà sarebbe probabilmente impossibile sfuggire a questo controllo panottico. Nella logica fantastica e arbitraria del film, al contrario, al protagonista è lecito infrangere questa impossibilità. Lo stile di Mazzoni e la sua visione del mondo (e di conseguenza del rapporto tra linguaggio e mondo) possono essere descritti, credo, con questa metafora.

Mazzoni sembra mirare a una visibilità ed esteriorizzazione totali. Tutto è scandagliato da un occhio clinico: l’interno e l’esterno – la psiche e i corpi – degli individui, i pensieri e le emozioni, il dettaglio di un gesto e la filosofia della storia, la vita domestica e i grandi eventi politici e sociali, il fatto autobiografico e la letteratura, il sogno e la veglia, la vita umana e quella animale. È uno stile privo di allusioni, reciso, anti-orfico. La ricognizione procede millimetricamente, un dettaglio alla volta, con sovrumana calma, sia quando si tratta delle più trita quotidianità, sia quando la materia è orribile:

Scende in metropolitana, gioca col telefono, si stanca / di uccidere gli alieni, allora lascia / che emerga un pensiero complesso, prova a dargli forma. / Chiude la custodia, guarda fuori senza vedere. / È un pensiero sulla vita sociale, sulle cerchie. (Cinque cerchie)

Storia di un impiegato. Il ’68 di Fabrizio de André

 

Copertina libro A cinquant’anni di distanza da uno degli snodi più significativi della storia recente, l’editore Solfanelli pubblica il volume Il '68. Costruzione e decostruzione di un mito, a cura di Sandro de Nobile. I sedici saggi compresi nel volume tentano da un lato di ricostruire l’eredità che il ’68 ha lasciato all’interno di particolari settori artistici (la poesia e il teatro), dall’altro di analizzare come il movimento sia stato osservato, metabolizzato e cristallizzato nel racconto dalla stessa poesia, dalla narrativa, dalla canzone d’autore, dal cinema, strumenti fondamentali nella costruzione di un mito che ancora oggi divide, tra esaltazioni, riduzioni e stigmatizzazioni. La redazione, per gentile concessione dell’editore, è lieta di pubblicare il saggio di Michele Rossi dedicato a Storia di un impiegato.

Quando all’alba del 30 aprile 1975 le forze della polizia politica travestite da operai dell’elettricità riuscirono a farsi aprire la porta e fecero irruzione in un appartamento torinese ponendo fine alla clandestinità di due brigatisti rossi, tra cui il reggiano Tonino Passaroli (nome di battaglia “Pippo”), compagno di lotta di Alberto Franceschini, Prospero Gallinari e Mara Cagol, che due mesi prima aveva preso parte a una delle azioni più clamorose delle Brigate rosse, l’evasione di Renato Curcio dal carcere di Casale Monferrato, ebbero una bella sorpresa. Mentre il terrorista veniva portato via con le manette ai polsi e con il pugno chiuso esclamava “Mi dichiaro prigioniero politico”, in mezzo all’arsenale teorico e militare del covo (testi di storia, filosofia e teoria politica, materiale di propaganda e pistole di vario calibro) la squadra investigativa scorse diverse musicassette contenenti le canzoni di Fabrizio De André[1]. Se la notizia non provocò stupore negli ex sessantottini, in quanto le idee anarcoidi di cantautore genovese e le sue canzoni grondanti ribellione esistenziale avevano influenzato una parte significativa dei giovani irreverenti e contestatari, i reparti investigativi lo furono probabilmente ancora di meno. Per l’antiterrorismo Fabrizio De André era un delinquente allo stato potenziale, vicino ai sovversivi.

Due romanzi sul tema del lavoro

tram milano 009 1000x600 Il tema è molto attuale: nel dibattito in corso nella redazione di Allegoria per uno studio materialistico della letteratura sono stati censiti almeno trenta titoli negli ultimi anni. Ne ho scelto due, tra quelli che mi (ci) sono sembrati più significativi.

Questa volta il mio collaudato metodo delle orecchie ha fallito (segno - piegando un angolo - la pagina che contiene qualcosa di interessante, alla fine della lettura - anche a occhio - posso sapere quanto mi è piaciuto il libro[1]). La mia copia del romanzo di Giorgio Falco (Ipotesi di una sconfitta, Einaudi, 2017) ha un numero elevato di pagine segnate (eccetto un capitolo specifico), ma non mi è piaciuto. A un certo punto mi sono accorto della contraddizione: segno le pagine più significative per qualche ragione e qui sono tante, ma il giudizio complessivo è negativo. Falco è un autore possiamo dire affermato: oggi ha 51 anni, ha esordito nel 2004; con il suo "La gemella H" (Einaudi, 2014) è stato finalista del Campiello (lo racconta nel libro), ha vinto il Super-Mondello e il Premio Volponi. Il romanzo in esame ha avuto molte recensioni positive, ma la lettura ha deluso le mie aspettative. Si tratta di un romanzo autobiografico senza schermi, diretto, in senso stretto neppure una auto-fiction - come è di moda dire oggi -, che narra l’intera parabola del protagonista dalla giovinezza all’età adulta, in particolare il rapporto con il padre, autista di autobus dell'ATM milanese, emigrato dal Sud nel dopoguerra, con il doppio lavoro di insegnante di scuola guida. Il protagonista è in perenne conflitto con se stesso adulto, che passa da un lavoro all'altro (ad ogni esperienza è dedicato un capitolo del romanzo) e "sempre più aggrappato/arreso alla letteratura" come ha scritto Giovanni Turi. La scrittura è l'approdo di una sconfitta esistenziale, cosa che rende conto del titolo, una sorta di ripiego rispetto all'esistere, "una resa" per niente agonista. Se ne ricava l'immagine di una generazione "cinica", senza emozioni (da cui una scrittura abbastanza piatta): "Non credevano in niente, solo alla propria sconfitta, che arrivava ogni giorno " (p. 305). Lo stesso libro è una resa fino alla frase che chiude il romanzo: "o forse dovevo solo arrendermi, scrivere il libro che avete appena letto" (p. 379). Nella materia non vi è neppure un accenno a una trasgressione sessuale (il sesso, ingrediente di ogni romanzo secondo Camilleri, è del tutto assente) o semplicemente a un'emozione amorosa (la dedicataria del libro "Sa" è una sorta di grigia "fidanzata coniugale"). Non vi è spinta libidica, nessun desiderio.

Sì, è davvero la buona battaglia. Sull’ultimo libro di Claudio Giunta

 

36304341. UY499 SS499  1. L’istruzione umanistica «non serve»?

Nell’Epilogo che dà il titolo al suo libro, E se non fosse la buona battaglia?,[i] e ne compendia le tesi centrali, Claudio Giunta traccia un quadro del clima attuale, poco propizio alla cultura umanistica:

La crisi che attraversiamo oggi non è tanto un fatto di quantità (un po’ meno di latino e greco nei curriculum della classe dirigente, una sua minore famigliarità con la musica classica eccetera) quanto un fatto di qualità, cioè un vero e proprio mutamento di paradigma tanto in ciò che la generalità delle persone ritiene sia oggi una formazione culturale adeguata ai tempi quanto nel campo dei consumi culturali: la scomparsa della poesia anche dai radar dei letterati, la sostituzione del pop alla musica classica anche nell’orizzonte del pubblico acculturato, il primato delle lingue moderne sulle lingue classiche, delle scienze applicate su quelle teoriche, delle materie tecniche come l’economia e la giurisprudenza sulle discipline speculative, l’oggettivamente scarsa presenza della cultura umanistica tra i membri dell’élite politico-economica, una lacuna che non sembra aver ostacolato la loro marcia verso il successo («Non leggo» stava scritto nel profilo di Mark Zuckerberg: ma Zuckerberg, oltre a essersi inventato Facebook, parla cinese), e infine, da parte di questa élite, una generale sfiducia nei confronti di qualsiasi formazione scolastica che abbia come principale campo d’indagine il passato anziché il futuro.

E in base a queste considerazioni conclude:

Se questa è l’aria del tempo, ed è certamente questa, diventa difficile sostenere che il modo migliore per starci dentro sia spendere gli anni della propria formazione studiando le belle arti o le belle idee del passato. E ai paladini dell’utilità dell’inutile bisognerebbe far presente che la cultura umanistica che non serve un tempo serviva eccome, non perché avesse alcuna reale applicazione pratica ma perché valeva come metonimia. Chi la padroneggiava, chi aveva avuto la possibilità di sfiorare per alcuni anni della propria vita le lingue classiche, l’arte, la filosofia, disponeva di un capitale culturale che gli permetteva di consolidare il proprio privilegio o di progredire rispetto alla propria classe di origine. […]

Il laboratorio ingorgato. Il cinema di Pasolini nell’ultimo libro di Paolo Desogus

 

pasolini 696x459 La cenere e la fiamma

«Se si vuole concepire, con una metafora, l'opera in sviluppo nella storia come un rogo, il commentatore gli sta davanti come il chimico, il critico come l'alchimista. Se per il primo legno e cenere sono i soli oggetti della sua analisi, per l'altro solo la fiamma custodisce un segreto: quello della vita». Questo memorabile passo di Benjamin mi sembra utile per introdurre il nuovo saggio di Paolo Desogus sul cinema di Pasolini (Laboratorio Pasolini. Teoria del segno e del cinema, Quodlibet, Macerata, 2018). Intrecciando l'analisi dei film a quella dei saggi raccolti in Empirismo eretico (1972) l'autore ci conduce per mano, con garbo e intelligenza, dentro un laboratorio artistico in cui il poeta sembra vestire di volta in volta i panni ora del chimico, ora dell'alchimista. Il primo caso si verifica quando Pasolini si concentra su alcuni concetti primari come quelli di “realtà” e di “corpo”, astrattamente intesi però come elementi naturali e immediati, dunque scissi da ideologia e cultura. Il secondo caso si ha invece quando lo scrittore, mediando fra natura e cultura, va oltre la scissione degli elementi, ricombinandoli e quindi facendo secernere dalla sua opera delle sostanze chimiche artificiali che possiamo chiamare “popolo”, “espressività originaria”, il “precategoriale” – potremmo anche dire, col Contini del saggio su Pascoli, il “pregrammaticale”. Scrive Desogus: «In quanto infinito piano sequenza formato da elementi precategoriali, il cinema si presenta come il sistema capace di restituire le condizioni originarie e fondanti scoperte a Casarsa. Il regista ha infatti a che fare con una materia a cui deve conferire una grammatica, una forma». Dopo aver opportunamente richiamato l'attenzione sul precoce interesse dimostrato da Pasolini per Vico, Desogus si concentra sull'analisi del cinema di poesia, in cui prevale un approccio antinaturalistico che privilegia la tecnica del montaggio, l'artificio della soggettiva libera indiretta e la mediazione figurativa di una certa tradizione pittorica italiana che elegge a propri fari Giotto, Masaccio e Pontormo. Grazie a queste invenzioni stilistiche l'alchimista Pasolini può dar vita a quel fenomeno che lui stesso ha chiamato «transustanziazione», per cui «il reale assume valore linguistico e diviene un elemento disponibile a combinazioni formali per il montaggio».

Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 di Maria Borio

9788831727303 0 0 0 75 Nel 2018 è uscito Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 di Maria Borio. Su gentile concessione dell’autrice, ne pubblichiamo un estratto: è il capitolo conclusivo del volume ed è dedicato a Mario Benedetti.

Mario Benedetti, poesia e esperienza

Che cos’è la solitudine.

Ho portato con me delle vecchie cose per guardare gli alberi:

un inverno, le poche foglie sui rami, una panchina vuota.

Ho freddo, ma come se non fossi io.

Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro                     5

come un uomo con un libro, ingenuamente.

Pareva un giorno lontano oggi, pensoso.

Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri,

il Natale nei racconti,

le stampe su questo parco come uno spessore.                                     10

Che cos’è la solitudine.

La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,

si è distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto,

un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande.

L’ho letto in un foglio di giornale.                                                            15

Scusatemi tutti.[1]