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diretto da Romano Luperini

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L'interpretazione e noi

L'interpretazione e noi contiene saggi, interpretazioni e interventi sulla letteratura e su di noi, donne e uomini contemporanei.

Una storia avventurosa: per Dante di Alberto Casadei

Dante_CP.jpg Un circuito che lascia aperte le sinapsi

Negli incontri o presentazioni o lezioni, che da numerosi anni tengo in Italia e all’estero, la domanda più ricorrente è la stessa: Dante è attuale? Da un certo punto di vista si tratta di una domanda scontata, perché chiunque vorrebbe sapere se è opportuno impegnarsi a leggere un’opera (o addirittura parecchie opere, se pensiamo a tutta la produzione dantesca) che conta circa settecento anni. Appena qualche decennio fa il problema non sarebbe esistito: la scuola e le istituzioni garantivano che un classico è «per sempre», trasmette «valori perenni», «non ha mai finito quel che ha da dire» (così, per esempio, scriveva Italo Calvino). Ma adesso, nell’epoca del ricambio velocissimo dei gusti estetici e del successo magari alto e però sempre di breve durata, quelle giustificazioni valgono ancora? (p.10) 

Ha l’andamento di una narrazione questo Dante di Alberto Casadei (Il Saggiatore, 2020), seducente Storia avventurosa della Divina Commedia dalla selva oscura alla realtà aumentata. Ma non è solo il racconto delle vicende del poema – di genesi, di ricezione, di interpretazione – a rendere interessante questo volumetto, agile nel formato e nei toni e robusto nello spessore dei contenuti: con l’autorevolezza dello studioso e il garbo di un ospite accogliente, Casadei apre le porte dell’esperienza dantesca a chiunque – lettore specialista o non – desideri conoscerla, mostrandone la dimensione ampia entro cui si dipana un singolarissimo intreccio di politica, relazioni, ambizioni e cadute, studi raffinati e laceranti passioni, bisogni stringenti e scelte coraggiose. Di questo spazio esteso la narrazione recupera la polisemia e la dispiega su tracciati nitidi lungo i quali è possibile seguire le «reazioni piuttosto divaricate» (p.146) all’affermarsi dell’opera di Dante, sicché, una volta ultimata la lettura dell’avventura storica dell’uomo politico, del filosofo, dello scrittore, il lettore intraprende consapevolmente quella dei mutevoli «giudizi su Dante lungo i secoli» (p.145):

Un capolavoro porta in sé i segni e la sintesi più alta del tempo in cui è nato, ma allo stesso tempo è un circuito che lascia aperte sinapsi, ovvero, fuor di metafora, elementi che continuano a risuonare nei lettori perché riguardano la continuità biologico-cognitiva degli esseri umani, oltre che le fasi storiche, e che quindi possono essere più facilmente reinterpretati sotto nuove angolature. (p.145)

Il tempo dell’impegno: Sebastiano Timpanaro intellettuale militante

Sebastiano_Timpanaro.jpgA cura di Alberto Bertino

Sebastiano Timpanaro, scomparso vent’anni fa, è stato un uomo dalla cultura raffinata e addirittura specialistica, essendo un filologo classico, capace, però, di usare la filologia come strumento di oggettivazione del campo d’indagine dello studioso, e non come nicchia separata per addetti ai lavori. Credo che studioso sia il termine che più si addice ad un intellettuale e a Timpanaro in particolare che ha scrupolosamente studiato i testi e la lingua per risalire secondo un procedimento induttivo al pensiero e alla posizione politica al cospetto della vita, senza mai cadere in tentazioni spiritualeggianti o idealistiche. Rigoroso materialista, intransigente nel ribadire le ragioni di un modo di essere piuttosto che di pensare, scandagliando l’opera di Leopardi - dai primi studi filologici all’intero corpus letterario – ha riconosciuto in sé una vena marxista-leopardiana che ha scontentato molti cultori del poeticismo idealistico e romantico.

Personaggio marginalizzato dalla cultura accademica, nonostante fosse accademico dei Lincei  (e socio dell’Accademia toscana di scienze e lettere La Colombaria, della British Academy , dell’Accademia dell’Arcadia e della Società Torricelliana di scienze e lettere di Faenza) ha sempre orbitato intorno alla cultura e al dibattito (niente affatto accademici) della sinistra più radicale. Con il suo acume e con la sua chiarezza espositiva ha fornito contributi essenziali per la formazione di studenti universitari e giovani ricercatori, e più in generale è stato punto di riferimento di generazioni che si sono accalorate nello scoprire ribaltate tradizionali posizioni critiche e storico letterarie ancora dure a morire nelle aule scolastiche (e non solo) a  partire dal classicismo rivoluzionario che capovolge il luogo comune del classicismo come ricettacolo del conservatorismo (e della retorica reazionaria), fino al valore conoscitivo del pessimismo materialistico che scompagina lo stereotipo progressista dell’ottimismo idealistico.

«Un’inconfondibile voce poetica»: Louise Gluck

louise-gluck-1.jpg Un po’a sorpresa e facendo saltare tutti i pronostici che volevano come favorita Anne Carson, l’Accademia di Svezia ha assegnato il Premio Nobel per la letteratura 2020 a Louise Gluck, distintasi tra gli altri candidati per «la sua inconfondibile voce poetica, che con austera bellezza rende l’esistenza individuale esperienza universale». La poetessa americana, tuttavia, è pressoché sconosciuta in Italia, dove si possono trovare solo (e faticosamente) due opere pubblicate da piccoli editori e tradotte da Massimo Bacigalupo: L’iris selvatico uscita per Giano nel 2003 (The Wild Iris, però, è del 1992 e ha vinto il Pulitzer nel 1993) e Averno, del 2009, e pubblicata, nel 2019, dalla libreria e casa editrice napoletana Dante e Descartes, adesso subissata da richieste e prenotazioni. In aggiunta, le traduzioni contenute in West of your cities (nuova antologia della poesia americana), a cura di Mark Strand e Damiano Abeni (Minimum Fax, 2003), di difficile reperibilità, e quelle di Elisa Biagini in Nuovi poeti americani (Einaudi, 2006), ancora in catalogo. D’altronde, appare sempre più evidente che per certi scrittori sia più facile passare dal Nobel che dalle librerie; a conferma c’è anche il caso di Giovanna Giordano, unica italiana presente nella rosa dei candidati, i cui libri sono introvabili.

Una poesia disadorna e universale

Il nome di Louise Gluck è stato spesso associato a quello di Emily Dickinson e Robert Lowell, ma anche a quello di Sylvia Plath e di Anne Sexton; tuttavia, anche se è innegabile il forte legame che la lega a questi poeti (soprattutto alla Dickinson, ma sarebbe opportuno aggiungere anche Dante e T.S. Eliot), è altrettanto chiaro che non la si può relegare nella corrente della «poesia confessionale» (Macha Louis Rosenthal usò per primo questa definizione, nel 1959, in Poetry as Confession dedicato a Life Studies di Lowell) perché, pur non avendo mai avuto reticenze a parlare di sé e del suo vissuto personale (i temi centrali delle sue opere sono «l’infanzia e la vita familiare, lo stretto rapporto con genitori e fratelli», l’anoressia giovanile, il distacco, la solitudine, la morte, la natura), non ne condivide il pathos esistenziale, l’esibizione nuda e brutale del proprio io nell’istante dell’emozione, il soliloquio privato, appassionato e viscerale della propria vita psichica, instabile e repressa.

Teorie e metodi/3. Aria fresca e pulita. Su Il poeta innamorato di Marco Santagata

marco santagata Ieri è morto il critico e scrittore Marco Santagata. Era malato da tempo, ma gli è stato fatale contrarre il covid. Per ricordarlo, riproponiamo questa recensione del nostro collaboratore Daniele Lo Vetere a uno dei suoi ultimi saggi.

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Quando lessi Saggio sul Petrarca di Francesco De Sanctis, ero ancora un lettore acerbo, ma formulai un pensiero che suonava così: che cosa è successo, da allora, alla critica letteraria? Perché (quasi) nessun libro novecentesco di critica mi aveva fatto fare l’esperienza che De Sanctis mi offriva: vedere intero il contorno dell’autore, farmi venire la voglia di leggerlo, sentendo che aveva a che fare con la mia vita.

Era, naturalmente, una sensazione ingenua: oggi un De Sanctis non si potrebbe ridare, l’iperspecialismo che perde di vista la totalità non è (solo) una moda: è una dato strutturale del sistema dei saperi. Eppure, a constatare la quasi completa irrilevanza in esso della attuale critica accademica (e non solo accademica), irresistibilmente rinasce in me quell’ingenua domanda: ma a che e a chi serve una critica che non ha più nulla a che fare con l’esperienza della lettura?

Ecco perché Il poeta innamorato. Su Dante, Petrarca e la poesia amorosa medievale (Guanda, 2017) di Marco Santagata è una boccata d’aria fresca, pulita. Il libro nasce da una «crescente insoddisfazione, stavo per dire irritazione, che in me e, penso, non solo in me sta provocando tanta esegesi critica attuale» (p. 5). 

Le due patologie principali della critica, per Santagata, sono la deriva incontrollata dell’intertestualità, e connesso a questa, il proliferare impazzito di un’esegesi fatta soprattutto di letteratura secondaria e non di contatto diretto con i testi, in un «gioco di confutazioni e ribadimenti, correzioni e aggiustamenti praticato su temi dibattuti e ipotesi interpretative note» (p. 7). 

Ma il libro non parla agli studiosi: esce per un editore che punta al più ampio pubblico colto, intende orientare la lettura della poesia lirica delle origini con chiare scelte interpretative che ripristinino la funzione di mediazione culturale della filologia, vuole rispondere a quel genere di domande «che un lettore normale si pone davanti a un normale testo letterario» (p. 7). 

Fuori cornice: tra scrittura e immagine. Non solo d'arte si vive

89974899a64311050feed7ecfb7700d5.jpg Non è infrequente, leggendo le lettere e i diari degli artisti, incappare in periodi piuttosto lunghi che declinano in vari modi la questione della fame. Fa sicuramente parte dell'immaginario collettivo la figura del pittore che lavora ossessivamente alle proprie opere senza vedersi riconosciuto – lo abbiamo già visto con il caso emblematico di Henri Rousseau – anche se, in modo meno poetico, sono più spesso le scadenze pressanti dei debiti e il rancore verso chi ha la fortuna di conoscere il successo a infiammare le parole delle corrispondenze tra sodali.

A questo immaginario corrisponde perfettamente la figura di Ottone Rosai, che il 28 marzo 1923 scrive all'amico Ardengo Soffici:

Non c'è di peggio che esser poveri e non contar niente. Però, credi Soffici, chi mi à in qualche modo protetto non sarà tanto facilmente dimenticato da me. Tu anche nell'aiutarmi non disgiungi mai la stima e dal'affetto e se ài 50 lire da dare ad uno che disegni anziché darle a Bacci o Mugnai [i due pittori Baccio Maria Bacci e Giulio Mugnai, NdA] le dai a me.

Questo non contar niente, gli aveva fatto scrivere, appena otto giorni prima:

[] tutto ciò (gli amici che non lo aiutano, NdA) mi dimostra l'inutilità della mia presenza in questo mondo e appena mi saprò decidere me ne andrò senza rumori e senza dar noia a nessuno.

In un'altra lettera del 30 maggio 1922 Rosai aveva confidato all'amico Soffici il pensiero ricorrente di ripetere il gesto già compiuto dal padre, che si era tolto la vita gettandosi nell'Arno il 18 febbraio di quello stesso anno.

Scrivere: un antidoto al narcisismo

fortinitimpanaro.jpg Ho avuto due maestri di pensiero e di stile saggistico (le due cose sono ovviamente collegate): Fortini e Timpanaro. Diversissimi, sia nel pensiero che nel modo di scrivere.

Fortini era un poeta. La sua scrittura procede per lampi e cesure improvvisi, per accostamenti imprevisti, per metafore e cortocircuiti. Non è facile. Una volta rimproverò Calvino perché quest’ultimo sarebbe stato, invece, troppo facile e consequenziale nella scrittura, e ciò avrebbe dimostrato una condiscendenza eccessiva verso il lettore, un modo per uniformarsi ai suoi punti di vista, quindi una sorta di conformismo. Ma su questo punto non era privo di contraddizioni. Una altra volta sostenne che bisognava imparare il modo di scrivere dai Vangeli, e ai suoi allievi consigliava un tipo di scrittura semplice e razionale. Non era favorevole a forme di scrittura creativa e poetica. Diffidava dei docenti che insegnavano agli studenti a scrivere poesie, e suggeriva piuttosto di leggere don Milani e di insegnare modelli diversi di scrittura e di relativa retorica (la lettera burocratica, commerciale, familiare ecc.).

Timpanaro era un filologo e un critico, e il suo modello di scrittura era Gramsci e, più indietro, De Sanctis. Diffidava del modo di scrivere di Fortini, lo trovava “misticheggiante”. Sosteneva la necessità di uno stile semplice, democratico, “per tutti”, capace di fare appello all’unico universale che unisce la umanità, la razionalità.

Questi due modi di scrittura critica si sono contrapposti per tutto il Novecento, con due maestri: Debenedetti, desanctisiano e democratico, e Contini, raffinato, “difficile” e aristocratico.

Io ammiro il modello Fortini (o Contini) ma sostengo la necessità del modello Timpanaro (o De Sanctis, Gramsci, Debenedetti, anche, ma con qualche riserva, Pasolini). Il primo possono praticarlo e intenderlo pochi, il secondo si mette al servizio di una idea di collettività e di razionalità comune e “diffusa”. È una scelta politica, in fondo. E va da sé che in un blog è preferibile, anzi quasi indispensabile, il secondo.

«Riscrivere» il massacro di Alatri. Daniele Vicari, Emanuele nella battaglia

51fHjsap4GL.jpg La Ciociaria e l’Alta Sabina. La Riserva dei Monti Cervia e Navegna. Il monte Filone. È la parte più interna dell’Italia mediana, il territorio impervio degli Appennini, dove le stradine interpoderali scavano ancora percorsi con una logica loro. A sud Frosinone e la sua provincia. Ferentino, Alatri. Tecchiena, frazione di Alatri. Borghi antichi, viottoli e piazzette. Luoghi in cui la storia si è fatta, anche quella recente. Tecchiena era sulla linea del fronte, durante la seconda guerra mondiale. A Tecchiena stava il campo di internamento delle Fraschette, costruito dai fascisti. Tecchiena è anche il punto più arretrato, interiormente e intimamente arretrato, della vicenda di cronaca che il regista Daniele Vicari racconta nel libro Emanuele nella battaglia.

La cronaca

È la notte tra il 24 e il 25 marzo del 2017 quando Emanuele Morganti, ventunenne di Tecchiena, decide di trascorrere la serata al music club Miro di Alatri, insieme ad alcuni amici e alla fidanzata. Il locale è pieno zeppo, così come la piccola piazza antistante, che trabocca di persone e di auto. Il Miro attira clienti da ogni angolo del comprensorio, e ci si ritrovano tutti. Bravi ragazzi come Emanuele e tipi discutibili. Chi ha semplicemente voglia di divertirsi e chi, ubriaco e strafatto, cerca solo un pretesto per menare le mani. E ancora: piccoli boss e spacciatori. In questo intrico di intenzioni, mentre si trova al bancone del locale, Emanuele, senza alcuna motivazione, viene ripetutamente spintonato e successivamente aggredito. È il prologo della follia che si scatena di lì a poco fuori dal locale, quando Emanuele viene “abbandonato” dai buttafuori nella piazza e di fatto consegnato ai suoi aggressori. Qui diventa il solo e unico bersaglio di un branco di picchiatori feroci fuori controllo che lo insegue, sotto lo sguardo di decine di persone. C’è un momento in cui potrebbe scappare e mettersi in salvo, quando riesce a sfilarsi dall’imbuto in cui era finito al termine di via dei Vineri, una delle viette che immettono sulla piazza del Miro. Eppure non lo fa. Torna indietro verso il locale, paradossalmente nella direzione da cui proviene un’altra parte dei suoi aggressori, perché vuole ritrovare la sua ragazza. Ci riesce, ma tempo qualche istante e si ritrova di nuovo invischiato nella rete, di nuovo brutalmente colpito, finché non cade battendo il cranio contro il sottoporta di un’auto in sosta, ironia della sorte quella del suo primo aggressore. Emanuele Morganti, come racconta Vicari in apertura del libro, morirà il 26 marzo in ospedale. Questa, spicciola, la cronaca dei fatti come riferiti nel libro. Tuttavia Emanuele nella battaglia non è un reportage su un fatto di cronaca.

Sono due le istanze che sostengono la scrittura e che determinano anche la struttura del testo e le sue caratteristiche linguistiche. La prima è un’istanza narrativa, che si misura con la quasi impossibilità di raccontare in modo logico e consequenziale la dinamica di un evento cui hanno assistito decine di persone, include la cronaca ma non si esaurisce in essa, poiché l’autore tenta di ricostruire attraverso il racconto soprattutto l’universo simbolico entro il quale è stato possibile l’omicidio. La seconda istanza è speculativa, si sostanzia in conclusioni enunciate in modo esplicito nella parte centrale del testo e riguarda il rapporto tra la realtà e le attuali forme della sua rappresentazione artistica, segnatamente letteraria e cinematografica.

Per un dizionario critico della letteratura italiana contemporanea

71idPwfisML.jpg Autori, movimenti, categorie, temi: una mappa per la contemporaneità

Per un dizionario critico della letteratura italiana contemporanea. 100 voci è il volume nuovissimo (settembre 2020) uscito per Carocci a firma di Romano Luperini ed Emanuele Zinato. L’opera trova il suo antecedente dichiarato in quelle Ventiquattro voci per un dizionario di lettere pubblicato da Franco Fortini nel 1968; e questo ne spiega la fisionomia particolarissima: l’opera infatti, se presenta la struttura agile e familiare di qualsiasi dizionario (l’ordine alfabetico), d’altra parte del dizionario rifiuta la funzione unicamente informativa e le accosta, senza soppiantarla, la funzione di orientamento critico e interpretativo. Qui però la struttura che organizza i materiali presenta un’ulteriore novità: alle voci relative agli autori, che rappresentano la metà dei lemmi presenti, si affiancano venticinque voci legate a movimenti e categorie critiche e venticinque voci relative a grandi temi della contemporaneità. Autori, movimenti, categorie, temi si susseguono senza sottopartizioni (per intenderci: dopo Aleramo e Anedda, troviamo Animali, Antinovecentismo, Apocalisse e Automobili; dopo Viaggi, Vittorini, Volponi e Zanzotto), in una sequenza che, se da principio può spiazzare il lettore, in realtà restituisce il senso profondo di questa importante operazione. Gli autori e le loro opere, sottratti al catalogo asettico dal giudizio critico e interpretativo, vengono reimmessi in un tessuto vivo, dinamico di relazioni che contribuisce a definirne con chiarezza lo spessore, la tridimensionalità, e li pone in salvo dall’evidenza piatta dell’exemplum. Non solo: si fa largo, per questa strada, la difficile ma necessaria ricostruzione della condizione dell’intellettuale, dei suoi condizionamenti, dei suoi strumenti, delle sue responsabilità nello spazio oltremodo complesso della contemporaneità, dove le stesse coordinate spazio-temporali subiscono profonde, rapidissime, vertiginose trasformazioni, dove continuamente si deformano, si smarriscono, si ritrovano, si rilanciano le ragioni della letteratura.

Quaestiones

Dentro questo impianto fortemente ragionato e responsabilizzante, ogni lemma diventa dunque autenticamente voce, e come una voce parla e si fa sentire e non soltanto da chi, per mestiere, per vocazione, per necessità di studi, s’interessi di letteratura e critica, ma da chiunque desideri accostarsi alle questioni letterarie senza rinunciare alla serietà scientifica di cui spesso difetta la critica – per dir così – divulgativa. Deliberatamente si è adoperato il termine questioni per indicare quella che è probabilmente la cifra più preziosa di questo volume, cioè la straordinaria capacità di sollevare una quaestio: interrogazione, riflessione, ricerca, disputa sul senso degli accadimenti e sulla responsabilità individuale e collettiva di fronte ad essi. Ogni autore, dunque, ogni tema, ogni movimento, non è soltanto tassello di un mosaico, ma interlocutore dinamico e costruttore di senso nello spazio complesso di cui già s’è detto; ed è per questa via che diventa esemplare, suggerendo – di più: vivamente consigliando - anche al lettore di esercitare parimenti il diritto e il dovere di dire e costruire.

La vita è bella? Un saggio sul mercato della felicità

121033290_820736538698049_7065955436534492829_n.jpg Cunegonda, l’aristocratica protagonista di Candido, o l’ottimismo, il racconto filosofico di Voltaire; Pollyanna Witthier, la giovane orfana di Pollyanna, il classico della letteratura per l’infanzia di Eleanor Porter; e Guido Orefice, il protagonista del film La vita è bella di Roberto Benigni: questi tre personaggi hanno qualcosa in comune. Nonostante le sciagure che gli capitano, rimangono convinti che tutto andrà sempre per il meglio in questa valle di lacrime. La vita gli riserva un trattamento spietato, ma resta pur sempre bella. Il mondo può sottrargli l’onore, la famiglia, la libertà, ma mai impedirgli di giocare al gioco della felicità, che consiste nel trovare il lato positivo di qualsiasi situazione, per quanto tragica. Le storie di questi personaggi luminosi e pieni d’amore hanno però un lato oscuro: presentano la felicità, e la sofferenza, come una questione di scelte personali, per cui chi non vede l’aspetto positivo di una data situazione dà l’impressione di desiderarla, e di conseguenza è ritenuto responsabile delle sue disgrazie.

In modo meno romanzato, lo stesso messaggio è alla base del discorso scientifico sul benessere e in particolare di concetti come quello di resilienza. Le storie citate sopra, le varie agiografie della contentezza che troviamo sugli scaffali dell’autoaiuto e le teorie scientifiche della felicità veicolano tutte due insegnamenti morali: la sofferenza è inutile, a meno che non se ne tragga una lezione positiva; la sofferenza protratta è una scelta, perché, per quanto certe tragedie siano inevitabili, abbiamo sempre la capacità di trovare una via d’uscita.

La “psicologia positiva” è stata  definita dal fondatore Richard Seligman “lo studio scientifico del funzionamento umano positivo e fiorente su più livelli, che include la dimensione biologica,  personale, relazionale, istituzionale, culturale e globale della vita”. Quest’ipotesi di indagine è mossa dall’intento di rompere con la tradizione, che gli psicologi positivi definiscono “modello patologico”, emancipando la ricerca dai suoi fattori di “debolezza” (l’insistenza sulla psiche come luogo di mancanze o di ferite), per esaltarne invece potenzialità costruttive attraverso concetti come resilienza, autoefficacia, sviluppo di sé; in questa prospettiva, lo psicologo rientra nel più vasto campo di quelli che si definiscono  “operatori dello sviluppo personale”.

I minotauri di Sir Roger Penrose

Marcacci 20161019 0045 Il matematico, fisico e cosmologo britannico Roger Penrose, professore emerito dell’Università di Oxford, è stato insignito del Premio Nobel per la Fisica 2020, assegnatogli dall'Accademia svedese delle scienze «per la scoperta che la formazione dei buchi neri è una solida previsione della teoria generale della relatività». Il Nobel è stato condiviso da Penrose per metà con Reinhard Genzel e Andrea Ghez, ai quali congiuntamente è stato conferito «per la scoperta di un oggetto compatto supermassiccio al centro della nostra galassia». Torniamo a condividere questo contributo di Flavia Marcacci, che La Letteratura e noi aveva pubblicato in occasione del conferimento a Roger Penrose della Medaglia Commandiniana nel 2017 da parte dell’Università degli Studi di Urbino.

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8 maggio 2017, Pontificia Università Lateranense, International Symposium “Celebrating twenty Years of the International Research Area on Foundation of Sciences, l’area di ricerca voluta dai grandi matematici Ennio De Giorgi (1928-1996) e Edward Nelson (1932-2014). Il volto simpatico e gli occhi strizzati di Sir Roger Penrose incrociano un attimo i miei, mentre scendiamo le scale per andare a prendere un caffè. “Mi sai dire perché avrebbero dato questo titolo alla versione italiana del mio ultimo libro?”. “No, Professore. A dirle il vero me lo sono chiesta anch’io, se lo sono chiesti molti”. “Ma non viene spiegato in qualche pagina nel testo, il motivo di questo titolo?” “No, almeno fin dove ho letto io non viene spiegato!” "Lei non menziona minotauri nel suo libro?" "No! Affatto!"

12 maggio 2017, Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Lectio Commandiniana Fashion, Faith, and Fantasy. “Sir Roger!”, saluto il prof. Penrose con sincero entusiasmo. È stato alla Specola Vaticana in questi giorni per un importante convegno sulla cosmologia e la gravità quantistica, ma non lo vedo poco propenso a chiacchierare. “Forse ho una ipotesi per interpretare il titolo del suo libro in italiano”, gli faccio. “Davvero? Dimmi!” “Eh, no. Ne parliamo dopo il conferimento della Medaglia Commandiniana” (cose importanti che accadono nella città di Federico Commandino, l’umanista urbinate che permise la diffusione della matematica greca nel cinquecento), uno dei tanti riconoscimenti che Sir Roger ha ricevuto. Posso dirgli così, perché da lì a poco avrò l’onore di commentare pubblicamente la sua lezione.

Non mi dilungo sui dettagli delle celebrazioni accademiche e vado al dubbio che mi è venuto ripensando ai titoli di due noti libri di Penrose. La strada che porta alla realtà (Rizzoli, Milano 2005; ed. or. The road to reality, 2004), anziché essere sicura e difesa dal ferro della matematica e dal fuoco della creatività scientifica, è solo piena di Fede, moda e fantasia (Fashion, Faith and Fantasy in the New Physics of the Universe, Princeton, Princeton Un. Press 2016)? Il sottotitolo al volume italiano suggerisce una risposta: Perché la nuova scienza non è affatto scientifica. Viene insinuato il dubbio che la scienza attuale si stia inabissando sotto il peso della non-scienza, enfatizzando la dicotomia scienza-non scienza che riecheggia nella prefazione. Eppure Sir Roger nella stessa prefazione dichiara che talvolta la fantasia è indispensabile, che la fede gioca un ruolo strategico nella mente degli scienziati e che le mode possono anche fornire vie esplorative che spingono al di là dei confini segnati dalle teorie.