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Machiavelli e la contraddizione. Figure della negazione dalla sintassi al pensiero nel VII capitolo del «Principe»

niccolo-machiavelli-analisi-opere.jpg Pubblichiamo una analisi del settimo capitolo del «Principe» di Machiavelli, che parte da considerazioni sulla sintassi per poi spostarsi sull’interpretazione della contraddizione rappresentata da Cesare Borgia. Per Machiavelli, l’esempio di Borgia può insegnare meglio di qualsiasi precetto astratto come deve comportarsi un principe in un dominio nuovo: eppure il suo regno è stato brevissimo ed è nato grazie al potere di suo padre, papa Alessandro VI.

Coloro e quali solamente per fortuna diventano privati principi, com poca fatica diventono ma con assai si mantengano; e non hanno alcuna difficultà fra via perché vi volano, ma tutte le difficultà nascono quando e’ sono posti. E questi tali sono quando è concesso ad alcuno stato o per danari o per grazia di chi lo concede: come intervenne a molti in Grecia nelle ciptà di Ionia e di Ellesponto, dove furono fatti principi da Dario, acciò le tenessino per sua sicurtà e gloria; come erano fatti ancora quelli imperatori che di privati, per corruptione de’ soldati, pervenivano allo imperio.

Questi stanno semplicemente in sulla volontà e fortuna di chi lo ha concesso loro, che sono dua cose volubilissime et instabili. E non sanno e non possano tenere quello grado: non sanno, perché, se non è omo di grande ingegno e virtù, non è ragionevole che, sendo vixuto sempre in privata fortuna, sappia comandare; non possono, perché non hanno forze che gli possino essere amiche e fedeli. Dipoi gli stati che vengano subito, come tutte l’altre cose della natura che nascono e crescono presto, non possano avere le barbe e correspondenzie loro in modo che il primo tempo adverso non le spenga; se già quelli tali (come è detto) che sì de repente sono diventati principi non sono di tanta virtù, che quello che la fortuna ha messo loro in grembo, e’ sappino subito prepararsi a conservarlo, e quelli fondamenti che gli altri hanno fatti avanti che diventino principi, gli faccino poi.

Io voglio a l’uno e l’altro di questi modi detti, circa il diventare principe per virtù o per fortuna, addurre dua exempli stati né dì della memoria nostra: e questi sono Francesco Sforza e Cesare Borgia. Francesco, per gli debiti mezi e con una grande sua virtù, di privato diventò Duca di Milano; e quello che con mille affanni aveva acquistato, com poca fatica mantenne. Dall’altra parte Cesare Borgia, chiamato dal vulgo Duca Valentino, acquistò lo stato con la fortuna del padre e con quella lo perdé; non obstante che per lui si usassi ogni opera e facessini tutte quelle cose che per uno prudente e virtuoso uomo si doveva fare, per mettere le barbe sua in quelli stati che l’arme e fortuna di altri gli aveva concessi. Perché (come di sopra si disse) chi non fa e fondamenti prima, gli potrebbe con una grande virtù farli poi, ancora che si faccino con disagio dello architettore e pericolo dello edifizio. Se adunque si considerrà tutti e progressi del duca, si vedrà lui aversi fatti grandi fondamenti alla futura potenzia; li quali non iudico superfluo discorrere, perché io non saprei quali precepti mi dare migliori a uno principe nuovo, che lo exemplo delle azioni sue. E se gli ordini sua non gli profittorno, non fu sua colpa, perché nacque da una extraordinaria et extrema malignità di fortuna.

(Il principe, VII)

 

Il sesto capitolo del Principe è dedicato ai principati che si ottengono per virtù e con le armi proprie ed è in continuità strutturale, per antitesi, con il successivo, in cui sono presentati quei principati ottenuti per mezzo della fortuna e delle armi altrui. Sebbene all’inizio del settimo capitolo Machiavelli citi le imprese di Dario in Grecia, la sua attenzione è completamente assorbita da due esempi a lui contemporanei: Francesco Sforza a Milano e Cesare Borgia in Romagna. Si tratta di esempi «stati ne dì della memoria nostra», a cui, cioè, Machiavelli ha potuto assistere da vicino. Si riferisce a Borgia, frequentato dall’ottobre 1502 al gennaio 1503, dunque anche nei giorni cruciali della congiura di Senigallia, la cui ferocia lo impressionò così tanto da portarlo al paradosso di considerare Borgia il principe ideale incarnato. Riflettiamo più da vicino su questo paradosso, focalizzandoci anzitutto sulla costruzione sintattica.

Il periodo di apertura detta la regola generale a cui il destinatario dell’opera – inizialmente Giuliano e poi Lorenzo de’ Medici – deve uniformarsi ed è costruito attraverso due antitesi. La prima oppone «poca» e «assai» fatica: quei principi che ottengono il proprio regno attraverso la fortuna non fanno sforzi iniziali, ma poi avranno vita dura per mantenerlo. Questo introduce la seconda antitesi, temporale: se non ci sono difficoltà nell’ottenimento del principato - «fra via» - esse esploderanno quando i principi dovranno iniziare a governare - «sono posti». Alle due antitesi succede un paragrafo che si fonda su strutture di negazione: chi ottiene il principato basandosi sul volere e sulla fortuna altrui affida il proprio governo – e la propria vita – a due «cose volubilissime et instabili». La prima negazione, che ha che fare col non sapere, spiega che chi è vissuto sempre facendo i conti con questioni personali - «privata fortuna» - non saprà come comportarsi nell’amministrare una collettività; la seconda, più grave, dimostra che, non possedendo armi proprie, sarà impossibile governare. Qui Machiavelli insiste su un corollario a cui tiene molto, visto che è approfondito sia nei Discorsi che nell’Arte della guerra: buoni governi necessitano di buone armi. Ma nella prima negazione c’è un inciso che fa problema, perché apre a una contraddizione logica che percorre tutto l’opuscolo e che esploderà solo nel capitolo XXV. Rileggiamolo con attenzione:

non sanno, perché, se non è omo di grande ingegno e virtù, non è ragionevole che

Machiavelli contraddice la sua prima negazione, anche se lascia il periodo in sospeso, e l’inciso, per ora, sembra avere solo la funzione di confermare, per assurdo, la regola: chi ha vissuto solo «in privata fortuna» non sa governare, «se non è omo di grande ingegno e virtù». Altrove, sempre nel Principe, la coppia è «prudenza» con «virtù» e ci rimanda all’allegoria della volpe e del leone, che verrà sviluppata nel capitolo XVIII. Si muove, nei pensieri di Machiavelli, un esempio di principe effettivamente di grande ingegno e virtù: Cesare Borgia. Questo inciso, dunque, anticipa la comparsa di Borgia, ma il suo effetto di contraddizione esplosiva diventa chiaro solo alla fine del capitolo. La logica che si innesta nel ragionamento è ambigua e paradossale: l’inciso contraddice la regola generale – «se non» come “a meno che” -, ma è una contraddizione solo in apparenza, perché la storia di Borgia finisce per confermare la regola iniziale: coloro i quali governano basandosi solo su fortuna e armi altrui sono destinati alla rovina, dunque che valore dare a quel «se non»? Siamo al cospetto di una doppia contraddizione e, per capirne meglio le implicazioni, è necessario continuare con l’analisi.

Dopo aver dichiarato l’intento di presentare i casi di Sforza e Borgia, Machiavelli liquida rapidamente la storia del condottiero milanese e apre la lunga parentesi dedicata al figlio naturale di Alessandro VI attraverso un’altra negazione: «Dall’altra parte». Borgia conferma subito la regola generale per cui i principati ottenuti con le armi e la fortuna degli altri sono troppo instabili e sono destinati a «ruinare», infatti la sua storia potrebbe esaurirsi già con il periodo di apertura: «Dall’altra parte Cesare Borgia, chiamato dal vulgo Duca Valentino, acquistò lo stato con la fortuna del padre e con quella lo perdé». Eppure, ecco che compare di nuovo l’inciso, stavolta più esteso:

non obstante che per lui si usassi ogni opera e facessini tutte quelle cose che per uno prudente e virtuoso uomo si doveva fare, per mettere le barbe sua in quelli stati che l’arme e fortuna di altri gli aveva concessi

Ancora virtù, assieme a prudenza questa volta, con in più l’inizio della stupenda metafora naturalistica delle radici come fondamento degli stati. «Per lui si usassi ogni opera e facessini tutte quelle cose»: come dirà tra un attimo, e come ripeterà alla fine del capitolo, Borgia costituisce ancora un problema per l’autore del Principe. Un problema che ha una spiegazione di carattere storico – Borgia rovina a causa della morte della sua “fortuna”, papa Alessandro VI, e anche a causa della sua malattia -, ma non di carattere logico. La sua eccezione contraddice e allo stesso tempo conferma la regola: la contraddice, perché egli incarna quell’eccezione espressa nel primo inciso – possiede ingegno, prudenza e virtù sufficienti a “mettere le barbe” al suo regno, e infatti lo fa in modo impareggiabile, tanto che Machiavelli non potrebbe suggerire di meglio ad un principe nuovo che seguire il suo esempio -, ma, allo stesso tempo, la conferma, perché anche lui, nonostante tale virtù, «ruina». Questa struttura generale fatta di antitesi e negazioni che si negano annullandosi a loro volta diventa, così, una fotografia del trattato: l’antitesi si estende alle figure di pensiero: Borgia è una sineddoche del principe moderno, anche se è un principe che ha governato pochissimo e basandosi, inizialmente, sulla fortuna di altri. Machiavelli lo considera così virtuoso, da dichiarare per due volte di non sapere cosa poter consigliare di meglio. Ed è così radicale questo convincimento da ritornare nel finale di capitolo:

Racolte io adunque tutte le actioni del duca, non saprei riprenderlo; anzi mi pare, come io ho fatto, di preporlo imitabile a tutti colori che per fortuna e con le arme di altri sono ascesi allo imperio. Perché lui, avendo l’animo grande e la sua intenzione alta, non si poteva governare altrimenti; e solo si oppose alli sua disegni la brevità della vita di Alexandro e la sua malattia. Chi adunque iudica necessario nel suo principato nuovo assicurarsi degli inimici, guadagnarsi delli amici, vincere o per forza o per fraude, farsi amare e temere da’ populi, seguire e reverire da’ soldati, innovare con nuovi modi gli ordini antiqui, essere severo e grato, magnanimo e liberare, spegniere la milizia infedele, creare della nuova , mantenere l’amicizie degli re e de’ principi in modo che ti abbino a beneficare con grazia o offendere con respecto: non può trovare e più freschi exempli che le actioni di costui.

(Il principe, VII)

Qui c’è un altro passaggio, sempre espresso attraverso un inciso, che ha un’importanza capitale, perché sottintende la vera contraddizione che mette in cortocircuito il ragionamento di Machiavelli dal capitolo VII fino al capitolo XXV:

Perché lui, avendo l’animo grande e la sua intenzione alta, non si poteva governare altrimenti

Le implicazioni di questo passaggio sono enormi e si dispiegano su livelli diversi. Il primo, più superficiale, ha a che fare con la natura della virtù umana: avendo, Borgia, «animo grande» e mire elevate, non poteva governare in un altro modo. Quello che ha tutto l’aspetto di un complimento finisce per diventare, pensandoci bene, un’accusa: se le qualità di Borgia sono innate, naturali, le sue azioni non dimostrano alcun ingegno, ma sono solo la manifestazione di un’inclinazione spontanea. Il secondo livello è ancora più destabilizzante: la natura dell’uomo si associa alla fortuna come forza in grado di farlo rovinare ed è la seconda scossa che corre nell’intero trattato. Ma una scossa ancora più grave di quella inferta dalla fortuna: nel capitolo XXV Machiavelli affronta entrambi i problemi e, se riesce a dare una risoluzione - per quanto utopistica - alla questione della virtù contro la fortuna, non è in grado di risolvere la dinamica tra natura umana e variazione storica. Se la natura umana è fissa, ci spiega, i tempi storici mutano continuamente, dunque è possibile che natura e storia si accordino o meno:

Da questo ancora depende la variazione del bene: perché, se uno che si governa con respetti e pazienzia, e’ tempi e le cose girono in modo che il governo suo sia buono, e’ viene felicitando; ma, se e’ tempi e le cose si mutano, rovina, perché non muta modo di procedere. Né si truova uomo sí prudente che si sappi accomodare a questo; sí perché non si può deviare da quello a che la natura l’inclina; sí etiam perché, avendo sempre uno prosperato camminando per una via, non si può persuadere partirsi da quella. E però lo uomo respettivo, quando elli è tempo di venire allo impeto, non lo sa fare; donde rovina: ché, se si mutassi di natura con li tempi e con le cose, non si muterebbe fortuna.

(Il principe, XXV)

L’opposizione tra fissità e mutazione è l’antitesi fondamentale del Principe, più importante di quella tra virtù e fortuna, perché da essa dipende «la variazione del bene». Ed è una contraddizione che Machiavelli non riesce a risolvere. Ma il fallimento del Principe è anche la fortuna della letteratura moderna. È questa la contraddizione fondamentale che da Machiavelli si propagherà alla tragedia shakespeariana. Il Riccardo III si apre esattamente sulla stessa antitesi: adesso che i tempi sono mutati, che non si fa più guerra, che Marte ha spianato la sua fronte corrugata, che fine toccherà a Riccardo, che porta anche nel corpo i segni di una brutalità adatta a tempi dell’«impeto»? La sua sfida, la sua tragedia, starà nel tentativo di piegare le circostanze alla natura, provando a mutare il procedere dei tempi. Una sfida che nemmeno Cesare Borgia era riuscito ad affrontare:

Ora l’inverno del nostro scontento

S’è fatto estate sfolgorante ai raggi

Di questo sole di York; e le nuvole

Che incombevano sulla nostra casa

Son sepolte nel fondo dell’oceano.

Ora le nostre fronti

si cingono di serti di vittoria;

peste e ammaccate sono appese al muro

le nostre armi, gloriose panoplie,

e in giulivi convegni tramutate

le massacranti marce militari.

Deposto ha Marte l’arcigno cipiglio

e spianata la corrugata fronte,

e, non più in sella a bardati destrieri

ad atterrir sgomente anime ostili,

ora se’n va, agilmente saltellando

per l’alcova di questa o quella dama

alle lascive note d’un liuto.

Ma io che son negato da natura

a questi giochi, che non son tagliato

per corteggiare un amoroso specchio,

plasmato come son da rozzi stampi,

e privo della minima attrattiva

per far lo sdilinquito bellimbusto

davanti all’ancheggiar d’una ninfetta;

io, che in sì bella forma son tagliato,

defraudato d’ogni armonia di tratti,

monco, deforme, calato anzitempo

in mezzo a questo mondo che respira;

io, che sono sbozzato per metà

e una metà sì sgraziata e sbilenca

che m’abbaiano i cani quando passo;

io, dico, in questa nostra neghittosa

e zufolante stagione di pace,

altro svago non ho, altro trastullo

da consentirmi di passare il tempo,

fuor che sbirciare la mia ombra al sole

e intonar col pensiero, in vari toni,

variazioni sul mio stato deforme.

Sicché, poiché natura m’ha negato

di poter fare anch’io il bellimbusto

di su e di giù, com’è frivola moda

di questi tempi dal parlar fiorito,

ho deciso di fare il delinquente,

e di odiare gli oziosi passatempi

di questa nostra età.

(Riccardo III, I 1).

Nota

Le citazioni sono tratte da:

Niccolò Machiavelli, De principatibus, in Id., Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, Dell’arte della guerra e altre opere_1, a cura di Rinaldo Rinaldi, Utet, Torino, 1999.

William Shakespeare, I drammi storici, a cura di Giorgio Melchiori, Mondadori, Milano, 1998.

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