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Michele Rossi, Lottare per scelta - C’era una volta la Resistenza

lottare_resistenza.jpeg Dopo la gran quantità di articoli, ricerche e saggi storici che negli ultimi anni sono stati dedicati alla guerra partigiana ha davvero senso tornare di nuovo sull’argomento? Michele Rossi dice di sì e ne spiega il motivo ad inizio di libro: «Scrivo perché siamo un popolo di smemorati. Si avverte oggi più che mai la necessità di rimettere in gioco i nudi sentimenti, quelli più importanti, e scegliere da che parte stare» [pag. 8]. Già nella pagina successiva peraltro Rossi dichiara di volere raccontare «senza orientamento di parte, sine ira et studio, cosa sia stato effettivamente il movimento resistenziale, cercando di dare voce ai sentimenti, alle paure, alle aspettative di tutte le parti». Contraddizione, ma solo fino ad un certo punto: perché il volume cerca, contemporaneamente, sia di descrivere con la maggiore oggettività possibile quali motivi spinsero i nostri connazionali dopo l’otto Settembre a schierarsi in campo (o a estraniarsi per quanto possibile dal conflitto), sia di mostrarci proprio grazie a questa ricostruzione perché le ragioni di chi scelse di battersi contro il nazifascismo dovremmo sentirle ancora come nostre. Per raggiungere questo risultato complesso ed ambizioso, Rossi ricostruisce anzitutto le vicende che portarono all’arresto di Mussolini, alla formazione delle prime bande di “ribelli” e alla costituzione della Repubblica Sociale; espone quindi i principali filoni interpretativi con cui la Resistenza è stata studiata e narrata dagli storici, con particolare attenzione ai cosiddetti revisionisti (Gobbi, De Felice, Galli Della Loggia), ai quali contrappone Scoppola e la sua teoria della Resistenza come fatto popolare e collettivo; per giungere poi a quella che sembra la zona nevralgica dell’intero volume, aperta dal capitolo Memorie frantumate e che trova il suo compimento nella parte finale, con una interessante rassegna della narrativa e della memorialistica nata in entrambi gli schieramenti, quello antifascista e quello repubblichino.  Se tra gli studiosi negli ultimi decenni c’è chi ha avuto buon gioco a demolire il mito della Resistenza, suggerisce Rossi, è perché si trattava di una lettura dei fatti artificiosa e dettata più da ragioni di convenienza politica che dalla volontà di ritrarre in modo verosimile gli eventi. Ma, anche ammettendo che l’importanza strategica delle brigate partigiane vada ridimensionata, pur accettando l’idea che a determinare nei giovani la scelta di schieramento siano state spesso ragioni opportunistiche o contingenti, e persino riconoscendo che la Resistenza non fu una guerra di popolo contro un invasore straniero bensì un conflitto armato tra minoranze, l’importanza determinante di questo fatto storico non ne risulta affatto sminuita. Quella che (finito il tempo delle pacificazioni forzate) possiamo finalmente chiamare guerra civile mantiene anzi il suo ruolo fondativo nella storia dell’Italia democratica: perché nessuna delle revisioni o dei tentativi di ridimensionarla può mettere in discussione il fatto che la Resistenza fu il primo caso in cui la popolazione italiana venne chiamata realmente, e in massa, a compiere una scelta determinante, le cui conseguenze avrebbero pesato sulle singole vite non meno che su quella dell’intero paese.

Le indagini storiche degli ultimi decenni, dettagliatamente passate in rassegna da Rossi, hanno anzi dato, di quella scelta e di quella partecipazione, un’immagine più ampia e profonda: dalla parte degli antifascisti, a resistere non furono solo le bande partigiane che per due terribili anni sfuggirono ai rastrellamenti, attaccarono, sabotarono: lo furono anche i quasi settecentomila soldati italiani internati in Germania che accettarono la durissima vita dei campi di prigionia pur di non combattere a fianco del Reich; lo furono i molti civili che, in maniera continuata od occasionale, sostennero e protessero i ribelli, gli ebrei, i prigionieri di guerra sfuggiti alle grinfie dei nazifascisti. Da questa capacità di scelta prende un senso diverso persino la violenza, che da entrambe le parti fu molta e spesso efferata: Rossi ha buon gioco, concatenando le osservazioni degli studiosi che lo hanno preceduto, a mostrare che «quelle [violenze] commesse dai partigiani non corrispondevano organicamente alla natura di un sistema di potere [il fascismo] che della violenza aveva fatto la regola» [pag. 200].

Lottare per scelta è quindi sia un testo polemico che la ricostruzione ampia, utile e chiara di un momento nodale nel formarsi della identità italiana (argomento cui Rossi ha dedicato nel 2012 un altro saggio impegnativo). Se poi vogliamo proprio trovare dei difetti al libro diremmo che la parte iniziale, quella della ricostruzione storica, oltre a essere molto e dichiaratamente debitrice delle grandi sintesi di Sante Peli e di Gianni Oliva presenta qualche disinvoltura di troppo; non si può usare lo stesso criterio quando le fonti esaminate sono diari o resoconti scritti a caldo, e quando invece sono romanzi autobiografici come Il clandestino di Mario Tobino e Giovinezza, giovinezza… di Luigi Preti, composti a parecchia distanza dai fatti narrati; bisognerebbe poi mantenere una certa cautela anche di fronte alle ricostruzioni storiche quando siano opera di autori dichiaratamente schierati (vale per la Breve storia della Resistenza italiana di Battaglia e Garritano, uscita a soli dieci anni dalla fine della guerra per la Editori Riuniti, ma vale anche per le osservazioni polemiche di Roberto Vivarelli, storico di vaglia ed ex repubblichino mai pentito, sul quale si riflette solo parecchio dopo averlo chiamato a testimone, cioè quasi a chiusura di volume). Di questa minore cura metodologica mi sembra siano riprova, accanto ai refusi, anche le piccole ma significative inesattezze che si riscontrano solo nella parte iniziale del saggio, quella più strettamente ricostruttiva e storiografica (sbagliare i cognomi di Furio Scarpelli [p. 29] o di Franco Serantini [p. 296 n. 15], il nome di Sante Peli [p. 56], confondere Umberto I con Umberto II [p. 71], trascrivere scorrettamente le citazioni tedesche [pp. 51 e 74], non distinguere fra cechi e cecoslovacchi [p. 103]).  Allo stesso modo stupiscono certe assenze: che non si citi mai dagli scritti dei fratelli Pintor ad esempio, o che nelle efficaci pagine su Piazzale Loreto [pp. 91-93] non venga chiamato in causa Il corpo del Duce di Sergio Luzzatto; e magari ci sarebbe da ridire anche certe presenze, come trovare citato nella letteratura dei reduci di Salò [p. 237] Autobiografia di un picchiatore fascista di Giulio Salierno, classe 1935 ed escluso dalla guerra civile per ovvi motivi di età.