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Una storia avventurosa: per Dante di Alberto Casadei

Dante_CP.jpg Un circuito che lascia aperte le sinapsi

Negli incontri o presentazioni o lezioni, che da numerosi anni tengo in Italia e all’estero, la domanda più ricorrente è la stessa: Dante è attuale? Da un certo punto di vista si tratta di una domanda scontata, perché chiunque vorrebbe sapere se è opportuno impegnarsi a leggere un’opera (o addirittura parecchie opere, se pensiamo a tutta la produzione dantesca) che conta circa settecento anni. Appena qualche decennio fa il problema non sarebbe esistito: la scuola e le istituzioni garantivano che un classico è «per sempre», trasmette «valori perenni», «non ha mai finito quel che ha da dire» (così, per esempio, scriveva Italo Calvino). Ma adesso, nell’epoca del ricambio velocissimo dei gusti estetici e del successo magari alto e però sempre di breve durata, quelle giustificazioni valgono ancora? (p.10) 

Ha l’andamento di una narrazione questo Dante di Alberto Casadei (Il Saggiatore, 2020), seducente Storia avventurosa della Divina Commedia dalla selva oscura alla realtà aumentata. Ma non è solo il racconto delle vicende del poema – di genesi, di ricezione, di interpretazione – a rendere interessante questo volumetto, agile nel formato e nei toni e robusto nello spessore dei contenuti: con l’autorevolezza dello studioso e il garbo di un ospite accogliente, Casadei apre le porte dell’esperienza dantesca a chiunque – lettore specialista o non – desideri conoscerla, mostrandone la dimensione ampia entro cui si dipana un singolarissimo intreccio di politica, relazioni, ambizioni e cadute, studi raffinati e laceranti passioni, bisogni stringenti e scelte coraggiose. Di questo spazio esteso la narrazione recupera la polisemia e la dispiega su tracciati nitidi lungo i quali è possibile seguire le «reazioni piuttosto divaricate» (p.146) all’affermarsi dell’opera di Dante, sicché, una volta ultimata la lettura dell’avventura storica dell’uomo politico, del filosofo, dello scrittore, il lettore intraprende consapevolmente quella dei mutevoli «giudizi su Dante lungo i secoli» (p.145):

Un capolavoro porta in sé i segni e la sintesi più alta del tempo in cui è nato, ma allo stesso tempo è un circuito che lascia aperte sinapsi, ovvero, fuor di metafora, elementi che continuano a risuonare nei lettori perché riguardano la continuità biologico-cognitiva degli esseri umani, oltre che le fasi storiche, e che quindi possono essere più facilmente reinterpretati sotto nuove angolature. (p.145)

Fra quanti elementi concorrono a lasciare aperte le sinapsi, su due in particolare questo Dante sembra mettere l’accento. Proveremo a inquadrarli brevemente qui di seguito.

La vocazione poetica come questione esistenziale

Lo scontro tra Papato e Impero, le lotte tra Guelfi e Ghibellini e tutto quanto costituisce il tessuto storico dell’epoca in cui Dante visse e operò non è mai sfondo a questa narrazione: al contrario, gli eventi la penetrano in profondità, imprimendovi un segno deciso; e «i segni della storia» (p.95) a volte la fecondano, altre la arricchiscono di un lascito il cui valore si rivela a poco a poco. Sbiadisce così l’immagine assoluta del sommo poeta, per lasciare campo a una figura dinamica e drammatica, inestricabilmente implicata nel suo tempo, abitata da forti contraddizioni, animata da grandi ambizioni, cui non sono estranei sentimenti di rivalsa sociale come altissime istanze di rinnovamento morale e di giustizia. Questo accredita il profilo dello scrittore impegnato («un dotto che s’impegna in politica», p.39), senza mai scadere tuttavia nella ingenuità di ritenerlo modernamente engagé; di questa nascente «vocazione poetica» la narrazione, mentre affronta «l’amore e i versi nuovi» (pp.17-37), non manca di raccontare il radicamento nell’esperienza, il suo essere «prima di tutto una questione esistenziale (…) e solo in seconda battuta determinata dalle competenze tecniche»:

Tanto è vero che solo per effetto di questo manifestarsi nella sua vita della visione poetica – che lo visita e lo cerca quasi costringendolo in una condizione di passività – egli si sente in diritto, ancora giovanissimo e sconosciuto, di chiamare in causa i migliori autori dell’epoca per sottoporgli l’emergenza di un argomento oscuro (…). Mentre imposta una storia di amore assoluto, fondato su un atteggiamento diremmo oggi iperfeticistico (…) Dante ci dice che diventa poeta, titolo all’epoca riservato a pochi, per via esperienziale, dimostrando che le sue opere nascono da un coinvolgimento integrale e quasi misterioso. (p.29)

Nella intuizione, accettazione, rappresentazione da parte di Dante di queste «spinte contraddittorie» viene individuata dunque con chiarezza e fuori da un impensabile appiattimento sul presente l’autentica modernità del poeta, capace di «riformulare il senso complessivo della sua esistenza», riportando, «su una linea apparentemente retta, fatti divaricati, casuali, illogici» (p.31). È un’indicazione non da poco: essa dà ragione del coesistere, all’interno della ricca produzione letteraria di Dante, di opere di segno apparentemente assai diverso, eppure così importanti all’interno della storia avventurosa (e tutte affrontate da Casadei con grande cura); non solo: è la stessa indicazione che disegna la straordinaria novità del narratore della Comedìa:

Dante è davvero il primo narratore moderno: a lui interessano i destini, riesce a vederli sinteticamente ponendosi nella posizione superiore necessaria al giudizio, ma soprattutto vuole costruire dei destini rappresentativi, anche a costo di integrare informazioni incredibili (…). Sono scelte da grande narratore perché inventano il senso ultimo di quelle vite, che ovviamente non sono affatto vacue allegorie di vizi, virtù o concetti vari. (p.90)

Il poema viene così svincolato da una lettura (anche scolastica) unicamente fondata sull’allegoria, e soprattutto da una accezione di allegoria viziata da quel documento discutibile che è l’Epistola a Cangrande (cfr.pp.123-127); si recuperano piuttosto come strumenti di interpretazione i «modi» della narrazione: «la varietà delle situazioni narrative», «le soluzioni linguistiche e stilistiche memorabili per essenzialità e definitezza» (p.94), la geniale terzina (cfr.pp.91-93), non complemento ma corollario, di quel caleidoscopio di destini.

Una perfezione in progress

Quanto s’è detto impone un ripensamento dell’obiectum della specialissima recherche dantesca:

Certo, Dante aspirava alla perfezione; si tratta però di una perfezione in progress, non monolitica, e anzi sono proprio le sfumature e i cambiamenti che ora ci interessano maggiormente. (p.16)

Dante, «amante delle verità filosofiche e teologiche» (p.142), tanto da fare della adorata Beatrice il suo filosofico «avatar definitivo» (p.134), non vi rimane tuttavia invischiato. Se tutta la sua opera sembra snodarsi lungo un percorso di progressivo avvicinamento a quella perfezione, è vero pure che essa non viene attinta semplicemente guardando verso l’alto, ma facendo la spola tra basso e alto: «la perfezione del vero ordine universale», che si dispiega al termine del poema (e che coincide significativamente con la conclusione dell’intero percorso umano e artistico del poeta), è sintesi irripetibile di «pura astrazione» e «concretissima carne» (p.141). Il Paradiso, «il cui ultimo cielo è quasi una realtà virtuale» (p.16), apre scenari mai visti, «caratterizzati da analogie e sintesi di nuove entità» che «con un termine oggi molto impiegato nelle scienze, si direbbe blending»: «le dimensioni spaziali e temporali sono azzerate» (p.139). È «una sorta di sfida intellettuale» (p.141), che Dante lancia al lettore di ogni tempo, ma prima di tutto a se stesso; e in quella vertiginosa proiezione in avanti, ancora più avanti di quanto la conclusione stessa del poema lasci intendere, è il segno più vistoso di una ricerca inesauribile. Casadei ne ricostruisce con passione e cura tutti i passaggi e, insieme a una storia avventurosa, ci consegna generosamente anche gli strumenti per raccontarla ai nostri allievi e a chi abbia intelletto d’amore.

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