Note sulla poesia

Scritto da Felice Rappazzo - - Categoria: L'interpretazione e noi

d23b4ebda1a5f22410f777d37b0759cc.jpg Ad alcuni piace la poesia

 

Ad alcuni –

Cioè non a tutti.

E neppure alla maggioranza, cioè alla minoranza.

Senza contare le scuole, dov’è un obbligo,

e i poeti stessi,

ce ne saranno forse due su mille.

 

Piace –

Ma piace anche la pasta in brodo,

piacciono i complimenti e il colore azzurro,

piace una vecchia sciarpa,

piace averla vinta,

piace accarezzare un cane.

 

La poesia –

Ma cos’è mai la poesia?

Più d’una risposta incerta

È stata già data in proposito.

Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo

Come all’ancora d’ un corrimano.

 (Wisława Szymborska) 

1[1] - Della poesia si è voluto sottolineare, soprattutto in età moderna (dal romanticismo fino al surrealismo e alle esperienze che lo hanno seguito) l’aspetto di divina mania, ossia di irrazionalità, sregolatezza, estasi fulminante, intuizione pura, oscurità, capacità sapienziale, ineffabilità: tratti e potenzialità che si svilupperebbero al di fuori della discorsività, di una appartenenza al linguaggio e al senso comune. In questa tendenza, che è tanto della critica (anche di quella che i poeti svolgono su se stessi) quanto della percezione diffusa e delle idee correnti, Poesia e Poeta finiscono con l’identificarsi. Non si può negare che, per certi versi e in una certa misura, questa doppia percezione, che tuttavia sfuma spesso nel luogo comune o nel pregiudizio, colga nel segno. Ma bisogna, appunto, definirne confini, misure, quantità, spazi. Diciamo che la dimensione che chiamiamo irrazionale o sublime o ineffabile ne è una componente; ma non necessariamente quella maggiore e più significativa, men che mai quella totalizzante. All’idea di poesia come rinuncia o rifiuto della discorsività e della asseverazione possiamo accostarne – se non contrapporne – un’altra, che del lavoro di scavo, di costruzione paziente, di artigianalità e lavoro sulla lingua, di esigenza comunicativa (che potremmo dire intransitiva, con un ossimoro: perché la poesia afferma, ma non dimostra) fa il suo strumento e il suo obbiettivo. La poesia è, innanzi tutto, poiesis, una modalità creativa del fare e dell’esperire, un lavoro sul linguaggio che comporta l’inciampo e l’incertezza, e non esclude l’attività raziocinante.

2 – La poesia non è solo lirica: in versi leggiamo anche epica e tragedia. Essa è una modalità di scrittura e di espressione che permea modifica e innova i generi letterari. L’equivoco maggiore è proprio quello di identificare tutte le forme di poesia con la lirica, ossia con la soggettività che si fa espressione, assenza di contenuto: quando, invece, anch’ essa cela nella forma proprio una stratificazione di contenuti poi svaniti, com’ebbe a osservare Adorno; e si presenta con molte modalità, anche in conflitto. Ma non possiamo rimuovere è che la poesia è versificazione, ossia misura e incolonnamento, verticalità di parole ed enunciati, al contempo logica e ludo, essenzialità e dispersione, rigore e piacere; e si regge su sottili ma robuste trame di parallelismi e richiami (la rima, il ritmo, le assonanze, gli anagrammi…), ma anche solo di allusioni a tali procedure, anche quando esse si presentino (come nel caso delle avanguardie e in genere della poesia moderna) sotto forma di ripulse e negazioni. Queste procedure si ritrovano anche là dove la poesia tende a dissolversi nel verso lungo o nella prosa detta poetica (dal secondo Ottocento, diciamo a partire da Baudelaire). In varie esperienze degli ultimi due secoli questa contaminazione sembra annullare, per l’appunto, gli effetti di verticalità, di parallelismo, di rime e ritmo: ma ci si ritrova sempre, alla fine, davanti a composizioni che di tali elementi sono costituite, seppur in maniera dissimulata. Se la prosa è orizzontalità e dispiegamento lineare, la poesia tende, all’inverso, alla ripetizione e alla compattezza: quasi una forma ossessiva e compulsiva del dire; fatto che rivelava in passato (e oggi invece tende a occultare) la sua natura di discorso eminentemente sociale, con funzione di coagulo, di cerimonia, di riconoscimento interno ai gruppi che la praticavano o ne fruivano. In ciò le due modalità dell’espressione letteraria trovano, di fatto, profonde parentele e altrettanto profonde linee di frattura.  

3 – In qualsiasi forma si presenti (lirica, narrativa, tragica, satira, invettiva ecc.), la poesia si rivela processo e azione linguistica e formalizzante nella quale l’intelletto media l’esperienza umana, ne fa emergere tratti, di volta in volta, poco riconoscibili dal pensiero centrato sul principio di non-contraddizione, e soprattutto dal principio di prestazione. Questo significa forse che essa è discorso di opposizione al potere? Certo, anche questo; purché non si dimentichi che essa è stata, nei secoli o nei millenni, anche discorso interno al potere, e che il poeta, come il pittore, lo scultore, il musicista, ha avuto un posto, spesso defilato, nell’organizzazione gerarchica dei potenti, e che poeti e poemi hanno accompagnato, fin dall’Iliade, eserciti in marcia per conquiste commerciali e coloniali, pur dolendosi spesso anche per gli sconfitti. Tale contraddizione interna ne rivela anche altre: ad esempio, quella fra logica “razionale” e logica dell’inconscio, che non è, come da tempo sappiamo, “irrazionale”, ma fondata su propri criteri di necessità e cognitività. La poesia si presenta dunque come essenzialmente conflittuale: da qui la sua ricchezza e la sua necessità, da qui, forse, il prestigio che continua ad avere, almeno su un piano cerimoniale, anche entro le società moderne che del principio di efficienza e di prestazione hanno ormai fatto il loro unico criterio di valore, e che onorano, per contrasto, il fascino umbratile della gratuità.

4 – Non ineffabilità, ma lingua, linguaggio, lavoro ed inventiva su lingua e linguaggio, espressione, voce, suono e comunicazione: non può mancare questo dato essenziale nelle riflessioni sulla poesia. Anche i tratti ineffabili (si pensi a quante volte questo motivo ricorra in un poeta che fa del presentarsi rigoroso e quasi arcigno una regola, come Dante; si veda come questi riesca a modulare una gamma pressoché infinita di linguaggi e di nuances) sono in realtà il frutto di un lavoro e di una riflessione interna sulle forme ricevute dell’espressione, e sulla necessità di riutilizzarle alterandole, torcendole: di far ciò creativamente, tuttavia, per dire “altro”, rivelando del mondo latenza e tendenza, secondo una formula di Ernst Bloch. Possiamo chiederci se il linguaggio della poesia sia altra cosa dal linguaggio comune. La risposta è bifida: da una parte, no: la poesia si avvale sempre di una lingua (o di una pluralità di lingue), se vogliamo della “linguisticità” universale, senza rinunciare al senso comune implicito nel codice; dall’altra ne deborda, produce una formidabile eccedenza di senso.

5 – Si pone ora la questione della soggettività del poeta, e anche quella del rapporto fra poesia e lettore. Se si rifiuta l’identificazione della poesia con l’ineffabilità e del poeta con uno strambo portatore di alterità, di invasato, di inconsapevole naïf, occorrerà riconoscere che egli è sempre investito dei problemi del mondo; (l’esempio di Leopardi, a lungo ritenuto lirico “puro”, che conosce e si duole della sorte dei minatori peruviani, dei pellerossa, è esemplare); ed è sempre un intellettuale, la cui cultura, la cui formazione profonda e vasta non comporta necessariamente una sistematica sequenza di studi e di esperienze “professionali”. La cultura è soprattutto esperienza del mondo, mediata dalla conoscenza, dalla riflessione e dalla passione, dunque anche dai libri e dalle elaborazioni; e da applicazione artigianale. Si provi a segnalare un grande poeta che non sia anche un grande intellettuale. Potrà essere o presentarsi come un esule (ossia un non-integrato), un trasgressore (il poeta maledetto ne è l’esempio più diffuso), un disadattato, un incompreso, un originale, ma rimane un intellettuale, dunque un mediatore di cultura; e il suo gesto, l’atto poetico, “creativo”, nasce poi come cosa nuova da tale contesto di esperienze non per miracolo, ma per elaborazione formale di un nuovo modo di percepire la vita e la storia: cosa che non a tutti è data, che non a tutti interessa. La farfalla che esce dal bozzolo ha già vissuto una lunga vita come crisalide.

C’è poi un altro protagonista di questo quadro: il lettore. Non esiste testo senza la sua fruizione e la sua interpretazione, a qualunque livello essa si compia. La poesia non ha natura di essenza; essa è una relazione, come ogni opera di conoscenza, come ogni visione del mondo e della vita. La centralità del soggetto poetante ritrova nel lettore, perfino nel lettore passivamente estatico, il necessario terzo protagonista, ineludibile, talvolta imprevedibile, di quel mondo che chiamiamo “poesia”.

6 – Ci chiediamo infine: qual è l’utilità, se non la necessità della poesia? Risponderò per punti. In primo luogo: la poesia non cambia il mondo, ma è una delle forze necessarie, o almeno utili, per cambiarlo (in meglio, s’intende). Penso infatti che una quota almeno del prestigio che continua a cingere la poesia, anche da parte di coloro a cui non interessa nulla, o che al massimo ritengono che essa abbia funzioni consolatorie, consista nel suo corrodere, sottotraccia, i criteri di valore consolidati, il mondo brutale, e sciocco, dei dati di fatto.

Per usare, un po’ impropriamente, un’espressione di Jacques Lacan, nella poesia si rivela il manque à être, una spina, un pungolo che rivela il deficit e bisogno (nel secondo Novecento il poeta italiano che più si è arrovellato su questo punto è stato forse Vittorio Sereni); da qui nasce il Desiderio. Il desiderio, non il piacere come consumo di esperienze ed oggetti. Essa è il regno del lavoro in profondità, dell’artigianalità come lentezza e accuratezza: e al mondo della cura, in quanto cura del mondo, essa allude nella sua pienezza formale, e anche nella sua insoddisfatta imperfezione: percepisce dati elementari ed essenziali della vita, li mette in rilievo e li strappa alla routine del quotidiano; rivela talvolta, ad esempio nell’ironia che la pervade, nelle punte aggressive e satiriche che ne emergono, la vacuità del primeggiare, il volto ridicolo e ghignante del potere e dei potenti; cura, lentezza, profondità, ironia, ne svelano il profondo spirito gregario che la anima (eppure è ritenuta il luogo dell’elitarismo culturale!), l’esigenza umana, sociale, dell’operare assieme, del costruire eredità, del distruggere i patrimoni di cultura per ricostruirli. Essa, insomma, è uno strumento che l’umanità si è dato per muovere verso «il sogno di una cosa» (l’autore dell’enunciato, ricordiamolo, non è Pasolini ma il giovane Marx utopista ed erede del giusnaturalismo radicale) che essa già possiede da tempo ma che non ha mai realizzato: il sogno della felicità, del compimento, arricchito e reso vigile, tuttavia, dall’inevitabilità del suo contrario, la parzialità, la sconfitta e l’imperfezione. «Scimus enim quod omnis creatura ingemiscit et parturit usque adhuc», tutta la creazione geme fino ad ora nelle doglie del parto (Epistola ai Romani, 8, 22).

[1] Questo intervento è apparso sul «Bollettino d’Ateneo» dell’Università di Catania il 19 marzo 2021; lo si ripropone qui, con brevi rimaneggiamenti, per gentile autorizzazione della redazione del Bollettino e del suo responsabile, prof. Guido Nicolosi, che ringraziamo.

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