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Gli intellettuali-massa e il Sessantotto. Felice Rappazzo su “L'uso della vita”/15

vogliamo-pensare-672x3651 – Il libro di Romano Luperini (la sua terza opera “creativa”) è innanzi tutto un romanzo-testimonianza sul ’68. Diciamo meglio, sull’anno 1968 a Pisa. Si svolge col ritmo di una cronaca, a vari livelli (personale e pubblico), con le opportune analessi ma senza proiezioni in avanti, oltre il limite della cronaca stessa. Questo, semmai, sarà compito del lettore.

Detto questo, di che tipo di testimonianza si tratta? Non certamente di una celebrazione, né di una riproposizione di un metodo di mobilitazione e protagonismo giovanile da additare quale esempio für ewig. Né di una palinodia. O di un gesto da reduci. Nell’intreccio fra privato e pubblico, che Luperini programmaticamente persegue, si legge la necessità, anche soggettiva, di affrontare un nodo, un conflitto non appieno risolto, che “il ‘68” mostra nel suo costituirsi, e che è lasciato in eredità alle generazioni successive.

Va da sé che si tratta di una narrazione tendenzialmente autobiografica, ma anche che il Marcello protagonista delle vicende, distanziato dalla narrazione in terza persona e dunque cautamente oggettivato, è, ma al tempo stesso non è, l’autore. I personaggi reali che s’incontrano (alcuni notissimo, come D’Alema, o Sofri, o Fortini), le vicende di cronaca che si ricostruiscono (occupazioni, volantinaggi, manifestazione alla Bussola di Viareggio), accreditano certo l’idea di un racconto-cronaca, di una compartecipe testimonianza. E certamente in parte è così; ma solo in parte, per la parte dei “fatti”.

Nel raccontare di se stesso, di eventi di cui palesemente è stato coprotagonista o testimone, Luperini si pone certamente il problema di una posizione (di un’extralocalità) necessaria per dire di sé e della sua generazione da una distanza temporale e intellettuale che, senza azzerare né attenuare la partecipazione accorata, possa collocare la testimonianza e l’autobiografismo su un piano di implicita analisi critica. Perché occorre dire subito che misurarsi col ’68 (con la sua eredità e con i problemi che ha posto e solo in piccola parte sono stati risolti) significa misurarsi con l’oggi. Anzi è proprio il presente a esigere, in qualche modo, un confronto con uno dei suoi momenti genetici.

2 – C’è innanzi tutto un ’68 di movimenti (studenti e intellettuali, ma anche gruppi politici, aggregazioni operaie, attività culturali e così via), non legalitari ma legali (come più volte ha ribadito lo stesso Luperini), che ne costituiscono la parte più nota. Questo ’68 di movimenti vive di attività e situazioni in cui si alternano durezza e leggerezza. Il rapporto col Partito, da cui Marcello è espulso (significativamente il romanzo inizia da qui, da una espulsione-fuoriuscita), le lotte e le assemblee, gli esperimenti di democrazia diretta (espressione che, ahimè, presenta oggi solo la sua facies grottesca) il carcere, l’assedio alla Bussola di Viareggio, la morte del giovanissimo Soriano sono la parte “dura”; l’incontro con la vitale Ilaria, ancora Soriano, per certi aspetti la fantasia di Sofri ne costituiscono la parte creativa e il versante di leggerezza.

Ma, indirettamente, sono evidenti nel libro alcune questioni problematiche, la necessità di un giudizio – storico e antropologico - sul ’68; quanto in esso, anche negli aspetti più radicali di rivolta, sia risultato un elemento di modernizzazione culturale (frutto dunque, e ad un tempo moltiplicatore di questo processo), e quanto di vera e propria trasformazione, in radice; quanto in esso siano risultate egemoni le componenti fenomenologiche e culturali della società dello spettacolo o – se si vuol essere più concreti e volare più basso – alla semplice mutazione dei costumi e delle pratiche sociali di superficie, rispetto alle quali i poteri reali rimangono del tutto non intaccati, e fors’anche potenziati; quanto, ancora – per utilizzare una terminologia lacaniana di recente riproposta da Massimo Recalcati - esso abbia significato solo un rito di passaggio dal discorso del Padre (del potere inibente e castratorio) al discorso del capitalista, ossia di quel diverso potere che spegne il desiderio inducendolo a trasformarsi in puro godimento consumistico. Un nucleo di questi problemi (ad esempio nella contrapposizione, anche caratteriale, fra Adriano Sofri, da una parte, Marcello e Fortini, dall’altra) mi pare emerga da queste pagine. Ma ovviamente il giudizio sul ’68, sull’esperienza del ’68, non si riduce a questi elementi critici o almeno problematici.

3 – C’è infatti anche un altro aspetto della testimonianza: esso è quello che riguarda, soprattutto, la formazione intellettuale, morale emotiva di un giovane entro un contesto storico in rapida metamorfosi, e dunque quello che chiama a misurarsi con temi inerenti all’ “uso formale della vita” (l’espressione, di Franco Fortini, è posta in epigrafe) entro un processo che coinvolge, con la modernizzazione, lo spirito di rivolta, la tendenza alle ricadute intimistiche, ma anche che preveda uno scatto, un’interrogazione sulla direzione e sul processo della vita, sulla dimensione sociale e collettiva dell’esistere e dell’agire, e che ponga dunque, indirettamente, la questione ineludibile del rapporto fra generazioni fra “tempi” della vita, fra variabili e compresenti identità; in altri termini, la questione dell’eredità culturale e della sua trasmissibilità è inseparabile dal progetto e dall’utopia. Qui il libro si rivela anche una sorta di piccolo romanzo di formazione. Gli elementi ci sono tutti, o quasi: la fuoriuscita dall’ambito familiare e il conflitto col padre che l’ha accelerata, ma, in essa, anche il dato “elegiaco” della separazione (che per Goethe è la sola tragedia possibile nella modernità); l’amore e l’erotismo, drammaticamente separati (Marcello oscilla fra due donne, e due esperienze, molto diverse) e a loro volta dominati da un processo di razionalizzazione; la dimensione pubblica e collettiva e quella privata e individuale; una rapida maturazione, ma precaria e incompleta, compiutasi nel corso di un anno (e qui bisogna ricordare, a rafforzare questo aspetto della “formazione”, che il romanzo è la “cronaca” privata di un anno, entro una dimensione locale, a Pisa – sia pure con tutte le proiezioni globali del caso). Ma soprattutto decisivo è, a mio avviso, il primo elemento, il conflitto col padre; col Padre simbolico, ma anche con quello reale, duro e tenero, aspro e fragile, modello positivo e negativo rigettato e introiettato. È questo, probabilmente, il nucleo rimosso e poi riaffiorato, il motore e l’impulso del raccontare. La castrazione simbolica operata dalla figura, dal nome, del padre (qui per un conflitto ideologico-politico, ma anche, s’intende, per una sottile gelosia, una inespressa competizione) è la spinta per l’età adulta, per uno strappo, per desideri diversi e autonomi. Il padre, classicamente, detiene le chiavi di una eredità, ma questa va tuttavia conquistata giorno dopo giorno. Essa si manifesta per continuità e rotture; prima le seconde, poi, forse, la prima. Un riconoscimento reciproco fra padre e figlio avviene infatti, non a caso, solo sul letto i morte del genitore. E il figlio sistemerà poi le memorie del padre, in quell’atto di singolare pietas e riconoscimento che è la scrittura. Per essere come il padre bisogna essere diversi dal padre, bisogna entrare in conflitto con lui. Ed è su questo terreno che la dimensione privata s’incontra con quella pubblica, che la quotidianità assume valore esemplare, si riscatta dalla banale ripetizione di atti e gesti e dalla costrizione, per dispiegarsi come “vita”. È qui, forse, che la figura paterna s’incontra con quella materna.

4 – Torniamo così là da dove siamo partiti: dalla testimonianza sul ’68. E al titolo L’uso della vita, citazione monca di un noto enunciato di Fortini, «l’uso formale della vita, che è il fine e la fine del comunismo»; allusione a quel che vorrebbe essere l’oggetto, il nucleo generativo del romanzo. Si comprenderà meglio, a questo punto (questa è, se non altro, la mia opinione) perché questo libro non ha, e non vuole avere, alcun connotato celebrativo o commemorativo, non voglia indicare verità o strade obbligate, ma alluda a compiti, civici e morali, ostinati e perfino velleitari, che i nostri giorni dovranno imporsi. Gli intellettuali-massa che il ’68 porta alla ribalta, al netto del protagonismo esibizionista di alcuni o di molti fra loro, sono i soggetti moderni e ancora attuali, tutt’altro che eroi singolari, di cui i nostri giorni hanno ancora bisogno. La loro iniziazione, privata e pubblica, comincia là dove il romanzo finisce: dal confronto con l’eredità, dallo scavo e selezione fra le rovine; dal volo leggero e consapevole del passero, che chiude simbolicamente il libro.

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