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La biblioteca nel romanzo moderno/1. Manzoni, Nievo, Pirandello e Tozzi

anttinen-oiva-helsinki-university-main-library-designboom-01Ahimè temo assai che vi sieno due vite; l’una piena di ragioni e di sogni che si pensa nelle biblioteche, l’altra ispida di contraddizioni e di verità che si agita pazzamente nel mondo! (1)

Nella narrativa di finzione le biblioteche costituiscono microcosmi autosufficienti in cui i personaggi, approfittando di una pausa nella narrazione, possono riposarsi e leggere, mentre il narratore spiega al lettore il punto di vista dell’autore sulla cultura. Si riportano qui in due tempi le riflessioni conclusive di uno studio sulle rappresentazioni e funzioni della biblioteca in quattro romanzi moderni italiani: I promessi sposi (1840), Il barone di Nicastro (1860), Il fu Mattia Pascal (1904) e Tre croci (1920).

Il ruolo della biblioteca nel plot

Nei Promessi sposi tre biblioteche fanno da complemento rispettivamente a tre personaggi: l’Azzecca-garbugli, il Cardinale Borromeo e Don Ferrante. La prima, lo studio di un leguleio con libri impolverati, è un modello negativo: vana e falsa cultura nelle mani di chi la usa come strumento di potere e quasi come arma contro i poveri(2). La seconda, storica, privata (ma aperta al pubblico), vero e proprio progetto culturale, la Biblioteca Ambrosiana, contando 30.000 libri è, in opposizione, un modello positivo, e appare come climax al centro della narrazione. La terza in ordine di occorrenza, lo studio privato di un intellettuale di provincia, è la più controversa: i suoi 300 libri costituiscono uno spaccato sulla cultura del Seicento, che insieme all’intellettuale isolato, che il personaggio Ferrante incarna, sono oggetto di ironia critica da parte di Manzoni. Nel romanzo breve di Ippolito Nievo, Camillo, ultimo discendente dei baroni di Nicastro, passa venticinque anni a studiare nella biblioteca del castello di famiglia. Dopo aver letto tutti i libri in essa contenuti lascia il castello alla scoperta del mondo. Il protagonista, ossessionato da un sistema filosofico dicotomico, troverà la soluzione ai suoi dilemmi solo dopo un viaggio mutilante attorno al mondo. L’autore, personalmente coinvolto negli eventi storici del Risorgimento, separando emblematicamente gli anni di statica educazione dagli anni di esperienza di vita itinerante, rappresenta la totale incompatibilità tra teoria e prassi, la difficoltà di conciliare lo stile di vita intellettuale con l’impegno in politica. Ne Il fu Mattia Pascal, il protagonista è bibliotecario nella biblioteca comunale di Miragno. La sua vita lavorativa tra le mura dell’antica chiesetta di Santa Maria Liberale è ripetitiva e monotona, con la sola compagnia del mezzo cieco Romitelli e di enormi topi. Perciò non è sorprendente che vada in cerca di una vita migliore. La seconda vita, lontano dalla biblioteca, è necessaria a Mattia (ora Adriano) per trasformare l’avversione verso la biblioteca, i libri, in altre parole la cultura, in attrazione e diventare attivo lettore e scrittore. Quando il fu Mattia, dopo aver sperimentato le complicazioni della seconda identità, torna a Miragno, riconosce la chiesetta-biblioteca come luogo familiare e protetto. Non più gabbia, la biblioteca è diventata un nido produttivo. Infine, nel romanzo di Tozzi, Tre croci, i fratelli Niccolò, Enrico e Giulio Gambi passano la maggior parte del tempo tra le mura della loro libreria: a volte dormono, spesso discutono animatamente tra di loro o con i pochi clienti abituali, e prendono decisioni importanti, come l’ultima firma da apporre. Per avere un quadro completo della libreria, dobbiamo assemblarne i singoli pezzi: i libri, gli scaffali, la scrivania, una cassapanca. I protagonisti guardano il mondo attravereso le vetrine del loro negozio al cui interno l’atmosfera diventa sempre più soffocante. La libreria di Tre Croci, una sorta di campana di vetro che isola i protagonisti dal resto del mondo, si trasforma da prigione quotidiana in rifugio eterno.

L’habitat: scrivania, scala a pioli, scaffali, libri, buio, polvere, topi…

Pochi ed essenziali sono gli elementi di arredo degli spazi librari raffigurati nei quattro romanzi: libri, mensole, scale a pioli e scrivanie. Gli scaffali delle biblioteche sono luoghi di promiscuità tra libri, polvere e topi. La scala a pioli, su cui Camillo sale due volte, prima e dopo il viaggio e da cui tutti i precedenti Nicastro sono precipitati e morti; usata invece da Mattia e dal Romitelli per raggiungere gli scaffali dove mettere in ordine i libri (si tocca qui il motivo “ordine delle biblioteche vs. disordine del mondo”). Entrambi, scaffali e scale a pioli, nei diversi romanzi rappresentano ed evidenziano la verticalità del sapere(3). La finestra, che è uno spazio liminale esemplare, che separa la narrazione dalla descrizione, diventa nel contesto soffocante delle biblioteche, molto significativa (4). Dopo i lunghi anni di formazione Camillo emblematicamente apre la finestra del castello di famiglia “nel giorno che compiva i quarant’anni poté alzarsi dallo scrittoio e spalancar la finestra dicendo:- ho finito! -”(5), per richiuderla non appena si rende conto di aver dimenticato di cercare il tesoro di famiglia. Infine la scrivania è il supporto alla scrittura in occasione di eventi importanti nell’economia delle singole trame : su cui Mattia scrive le proprie memorie, Camillo studia per venticinque anni e i Gambi appongono la firma finale, ultima tappa dell’insorabile tracollo finanziario.

Gli attributi dello spazio biblioteca hanno spesso una connotazione negativa: ristrettezza, mancanza di luce, e austerità. E i libri stessi sono negletti e detestati sia da Mattia Pascal(6) che dai fratelli Gambi(7). Gli unici esseri viventi, oltre i bibliotecari, sono i topi, la cui presenza contribuisce al degrado dell’atmosfera e al disgusto che il narratore vuole trasmettere al lettore. Inoltre nelle biblioteche (o attorno ad esse), accadono per la maggior parte eventi drammatici, quasi che questo interno, in apparenza inoffensivo, fosse un catalizzatore di tragedie, di storie infelici. Secondo Philippe Hamon: «La bibliothèque est d’abord, et souvent, pour le lecteur, comme pour les personnages, un lieu dangereux: on y perd la raison voire la vie»(8). E non bisognerebbe sorprendersi visto che, come afferma Weinrich: «il mondo prende forma letteraria prevalentemente nei suoi caratteri negativi»(9). Hamon suggerisce che c’è una relazione tra habitat e abitante. E qui si può aggiungere che la biblioteca narrativa costituisce l’habitat del personaggio intellettuale. Spesso la biblioteca è un nascondiglio o un luogo privato di meditazione per un personaggio, misantropo e/o inetto.

Il personaggio: cieco, deforme, misantropo, inetto, etc.: un alter ego?

Se la biblioteca è buia, angusta, polverosa e popolata da topi, il bibliotecario, ridotto ai minimi termini, spesso è in cattiva salute: solo la vista, o in sua assenza, l’udito, sembrano essere in funzione, gli altri sensi sono in disuso e gli organi risultano deteriorati, causa abuso o atrofia.

Il personaggio più vicino alla biblioteca ha alcune caratteristiche ricorrenti: bruttezza e deformità (Tre croci e Il miracolo di Tozzi; Mattia Pascal e Fosforo di Primo Levi [1975] (10)), difetti alla vista (in Nievo Camillo ricorda come durante il viaggio “con un ferro appuntato, come da noi si costuma accecare i fringuelli, io fui ridotto ciclope”; in Pirandello, Mattia è strabico, Romitelli, l’altro bibliotecario della Boccamazza, “È sordo, quasi cieco, rimbecillito, e non si regge più sulle gambe”), misantropia (don Eligio del Mattia Pascal e i fratelli di Tre croci), inettitudine, (Una vita [1892] di Italo Svevo) (11), crisi d’identità (Mattia Pascal), follia (Il miracolo di Tozzi, [1919](12)), manie suicide (Tre croci).

I personaggi-biblioteca spesso incarnano, in modo macroscopico, i punti deboli degli intellettuali. Dietro il bibliotecario si cela un alter ego intellettuale dell’autore, e quasi sempre un consenso nascosto. Per spiegare e svelare l’apparente negatività con cui la biblioteca e il bibliotecario sono presentati, ho cercato i dettagli che rivelassero l’attaccamento a questo luogo. Spesso il disprezzo rivela l’attaccamento di ogni intellettuale al proprio guscio. Questi personaggi, incarnando i peggiori aspetti dell’intellettuale, suggeriscono cosa l’autore tema (per sé) e costituiscono un’autocritica o una denuncia. Il personaggio può dunque essere oggetto di critica o incarnare il tipo di intellettuale che l’autore detesta (Ferrante), o al contrario il modello a cui aspira (Borromeo).

La connotazione più o meno negativa del personaggio dipende dalla sua maggiore o minore volontà di frequentare la biblioteca. Se il suo ruolo (bibliotecario, libraio, studioso, lettore) non è frutto di scelta, lo stare in biblioteca diventa una vera e propria prigionia che necessariamente comporta infelicità. Spesso però, da luogo non scelto, condizione forzata, il frequente contatto con i libri dentro la buia e solitaria biblioteca, diventa, dopo difficili e insoddisfacenti peregrinazioni, l’oggetto di una scelta consapevole (Camillo e Mattia). Dopo che il personaggio abbia sperimentato in prima persona che il mondo esterno (estraneo, nemico etc.) non consente felicità, la biblioteca è trasformata in rifugio. Questo accade nei romanzi di formazione (Il barone e Il fu Mattia Pascal). La biblioteca diviene micro-cosmo protettivo per i personaggi inetti alla vita.

In pochi casi (eccezioni a conferma della regola) la biblioteca ha sin dall’inizio una funzione positiva. Questi sono i casi in cui è utilizzata in modo corretto da una comunità di lettori, non è fine a se stessa, al contrario è utile a migliorare le condizioni di vita della società e del personaggio, figura letteraria, intellettuale, tutta positiva (come Borromeo nei Promessi sposi). Il personaggio vincente sceglie di andare in bibliteca e decide quanto tempo passarci, per imparare un sapere utile fuori della biblioteca. Questi personaggi (ne I vecchi e i giovani di Pirandello, Lando Laurentano (13)) trovano e mostrano un equilibrio tra il microcosmo-biblioteca e il macrocosmo-mondo. Sono intellettuali positivi, ma non hanno il ruolo di protagonisti.

Nei romanzi in cui la biblioteca ha una certa importanza, essa evidenzia la dicotomia interno-esterni. Oltre alla decisione di fuggire e abbandonare quel luogo, i personaggi che trascorrono quotidianamente numerose ore all’interno della biblioteca hanno poi bisogno di spazi aperti, aria fresca, e cosí Mattia Pascal e Alfonso Nitti camminano sul lungomare, Pellegrinotto crea un orto intorno alla chiesa-biblioteca, e i fratelli Gambi gironzolano per le strade di Siena. In tal modo all’interno della trita opposizione natura vs. civiltà, troviamo l’opposizione aria aperta vs. biblioteca, passando per spazi aperti e spazi chiusi, che può anche essere inteso come libertà vs. prigionia. Al chiuso delle biblioteche ci sono i protagonisti, soli, separati, e fuori c’è il resto del mondo, la società che loro non conoscono e di cui non fanno parte. La biblioteca è l’habitat degli intellettuali, che non trovano un equilibrio tra il proprio mondo interiore, parte della professione, e le relazioni sociali.

Il personaggio legato alle biblioteche è quasi prigioniero di quello spazio che lo tiene lontano dalla vita in comune, dal tempo storico, dalla politica. Gli studiosi sono o coloro che non sanno come vivere a pieno la vita, e vivono attraverso i libri che scrivono, ma restano frustrati, o coloro che, stanchi e delusi dalle esperienze della vita, trovano consolazione nei libri e per loro la biblioteca è un riparo. Lo studio è in opposizione alla prassi (vita contemplativa vs. vita attiva) : nel romanzo breve di Nievo il protagonista è educato sui libri e successivamente va a verificare le conoscenze acquisite, ma poi, deluso dalla vita dinamica, torna alla biblioteca-castello; Mattia, impaziente, anche se inconsapevole, scappa e deluso torna indietro, conscio che l’unica soluzione sia narrare, e trasporre nella scrittura la propria assurda esperienza di vita.

Funzioni narrative: Objet de description, Place of action, Narrative engine.

Nell’allestire una tassonomia comparativa mi sono domandata volta per volta se la biblioteca fosse oggetto di descrizioni, luogo di azioni, motore narrativo.Quando oggetto di una descrizione, cioè rappresentata nei suoi elementi fisici, è per l’autore canale di comunicazione con il lettore ; se la descrizione è predominante rispetto alla narrazione - a cui può unirsi, come ingrediente necessario e inseparabile - è spesso l’indicazione che non ha un ruolo rilevante nella trama ed è usata per parlare di cultura, per esprimere un disagio o un progetto. E come sappiamo da Philippe Hamon descrizione comporta pausa narrativa e comunicazione di un’ideologia. (14)

Al contrario, se il personaggio agisce nella biblioteca, questa diventa un luogo d’azione (15); in tal caso è parte della narrazione ed ha un ruolo nella trama. È inoltre talvolta teatro di eventi tragici, come il suicidio in Tre croci.

Ma ha un ruolo veramente dominante quando assolve la funzione di motore narrativo(16). Intendo dire che in alcuni casi per la biblioteca i personaggi agiscono, e attorno ad essa ruota la trama. La biblioteca inoltre funziona come centro propulsivo e catalizzatore. Allontana da sé per poi riattrarre i personaggi con una forte energia prima centrifuga e poi centripeta. Questi sono i casi in cui la biblioteca sembra essere la vera protagonista del romanzo (Nievo, Pirandello e Tozzi). Una volta conosciuto intimamente questo microcosmo, il bibliotecario è quasi stregato e anche se il suo primo impulso è scappare o viaggiare e percorrere il mondo intero, qualcosa lo riporta alla bibibliotea, luogo di sofferenze e prima concausa di disavventure. Sia Camillo che Mattia tornano alla biblioteca per scrivere qualcosa dal valore straordinario, che si tratti del segreto della felicità o delle memorie di una vita eccezionale.

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NOTE

Immagine: Antinnen Oiva University Main Library di Helsinki

  1. I. Nievo, Il barone di Nicastro, Imola, Serra e Riva editori, 1980, p. 89

  2. “Renzo fece un grande inchino al dottore che lo accolse umanamente con un ‘venite figliuolo’ e lo fece entrare con se nello studio. Era questo uno stanzone, su tre pareti del quale eran distribuiti i ritratti de’ dodici Cesari; la quarta coperta da un grande scaffale di libri vecchi e polverosi: nel mezzo una tavola gremita d’allegazioni, di suppliche, di libelli, di gride, con tre o quattro seggiole all’intorno, e da una parte un seggiolone a braccioli, con una spalliera alta e quadrata, terminata agli angoli da due ornamenti di legno, che s’alzavano a foggia di corna, coperta di vacchetta, con grosse borchie”. A. Manzoni, I promessi sposi, a cura di L. Caretti, Torino, Einaudi, 1971, p..60.

  3. Si rimanda a J. M. Lotman, La struttura del testo poetico, Milano, Mursia, 1976, pp. 262-263.

  4. Per il ruolo della finestra nella narrazione si veda Ph. Hamon,Qu’est-ce qu’une description?’, in Poètique, 3, 1972, pp. 465–85.

  5. I. Nievo, Il barone di Nicastro, cit. p. 24. Su questo romanzo rimando al mio I. de Seta, Il castello avito e le peripezie per il mondo: dentro e fuori lo spazio domestico del Barone di Nicastro di Ippolito Nievo, in “Spazio domestico e spazio quotidiano”, Firenze, Franco Cesati Editore, 2014, pp. 91-102.

  6. “La prima volta che mi avvenne di trovarmi con un libro tra le mani, tolto così a caso, senza saperlo, da uno degli scaffali, provai un brivido d’orrore. Mi sarei io dunque ridotto come il Romitelli a sentir l’obbligo di leggere, io bibliotecario, per tutti quelli che non venivano alla biblioteca?” L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal,Tutti i romanzi, a cura di G. Macchia e M. Costanzo, Vol. I, Milano, Mondadori, 1973. Sul Mattia Pascal si veda, I. de Seta, From cage to nest: the library of “Il fu Mattia Pascal”, in «Pirandello Studies», volume 30, 2010, pp. 55-74;

  7. «Non capisco come si possano buttar via i denari per comprare la carta stampata! Io sto qui dentro, sacrificato tutto il giorno; non vedo mai di che colore è il cielo; m’è venuto a noia perfino a toccarli, i libri! Bella cosa sarebbe mandarli tutti al macero!», F. Tozzi, Tre Croci, Milano, Garzanti, 1991, p. 16. “Romanzi, novelle... “Pappa sciapa per chi non ha niente da pensare. Al macero!”’ p. 63. Su Tre croci si veda I. de Seta, L'habitat-biblioteca di Francesco Appesi. Un confronto tra Il Miracolo e Tre Croci, in «Intervalles», on-line Journal of CIPA, Special Issue a cura di P. Benzoni on Federigo Tozzi e le forme della discontinuità, n. 6, 2013, pp. 188-197.

  8. Ph. Hamon, «La bibliothèque dans le livre», in Interférences, 11, 1980, pp. 9-13, p. 9.

  9. H. Weinrich, Metafora e menzogna, Bologna, il Mulino, 1976, pp. 251–6.

  10. P. Levi, Fosforo, in Il sistema periodico, in Opere, Torino, Einaudi, 1997. In questo racconto la bibliotecaria è una donna priva di attributi femminili e “mostruosamente miope”. La consultazione dei libri in biblioteca è regolata da un sistema di “precetti e divieti”, per evitare che “qualcuno” potesse ricavare “indizi sugli interessi e le attività della fabbrica, violarne insomma il segreto” p. 836).

  11. I. Svevo, Una vita, in Romanzi, Milano, Mondadori, 1985. In questo romanzo il protagonista cerca di compensare le frustrazioni della vita con lo studio in biblioteche pubbliche e private. Si veda in proposito : I. de Seta, L’inetto nello studiolo. Le biblioteche di Alfonso Nitti ed Emilio Brentani, in Italo Svevo and his Legacy for the Third Millennium, ed. by G. Stellardi and E. Tandello, Leicester, Troubador, 2014 (in corso di stampa).

  12. F. Tozzi, Il miracolo, in Altre novelle, Firenze, Vallecchi, 1989. Il protagonista, bibliotecario, dopo una visione mistica, il miracolo, è preso dalla mania di leggere tutti i libri contenuti nella biblioteca.

  13. Lando Laurentano è un personaggio tutto positivo, incarna lo studioso vincente e felice, perché capace di mediare tra studio e vita. “Fin da giovinetto s’era nutrito di forti e severi studii, non tanto per bisogno di coltura o per passione, quanto per poter pensare e giudicare a suo modo, e serbare così, conversando con gli altri, l’indipendenza del proprio spirito” ; “Leggendo era tratto a tradurre in azione, in realtà viva quanto leggeva.” L. Pirandello, I vecchi e i giovani 1909, Milano, Garzanti, 1993, p. 289).

  14. Hamon distingue tra narrazione e descrizione, in Qu’est-ce qu’une description?, pp. 465–85. Si veda anche Hamon, Introduction à l’analyse du descriptif, Paris, Hachette, 1981 e Du descriptif, Paris, Hachette, 1993.

  15. Per le definizioni di “place” e “place of action” si rimanda a: M. Bal, “From Place to Space”, in Narratology. Introduction to the Theory of Narrative, translated by C. van Boheemen, Toronto, Buffalo, London, University of Toronto Press, 1985, pp. 93–99.

  16. Ho adesso in mente P. Brooks, Reading for the Plot, Oxford, Clarendon Press, 1984.                                                                                                           

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