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Su Tramonto e resistenza della critica

 

L’ultima raccolta di saggi di Romano Luperini è, amaramente, uno dei suoi lavori più belli. Uso questo avverbio perché lo studioso, fin dal titolo, annuncia il proprio congedo dal mestiere di critico. Le ragioni addotte per una simile scelta sono sia pubbliche che private e, se su queste ultime è inutile quanto scorretto interrogarsi, resta da considerare quello che Luperini ci dice sullo stato di salute della disciplina a cui ha dedicato più della metà della sua vita. «Oggi», leggiamo all’inizio di Tramonto e resistenza della critica, «chi scrive sulla letteratura e sulla condizione intellettuale si rivolge tutt’al più a una cerchia ristretta di specialisti o, peggio, di lettori coatti (colleghi e studenti): una circolazione a circuito interno» (p. 7). Ed è una realtà che qualsiasi relatore ad un convegno di studi umanistici ha potuto sperimentare sulla sua persona. Le reazioni a questa condizione variano da un estremo di chiusura ultraspecialistica (spesso di marca linguistica o filologica, almeno in campo italianistico), ad un’apertura modaiola ed interdisciplinare di marca anglo-americana (sembra che senza la parola “interdisciplinarity” non sia più possibile vincere una scholarship per dottorato o post-dottorato in nessun campus statunitense). Sono gli estremi contemplati anche da Luperini in molti suoi saggi sulla condizione intellettuale: da una parte il tecnico, l’esperto, il critico che indossa il camice ed i guanti e che risponde alla crisi della sua disciplina con l’indifferenza suggeritagli dalla sua stessa specializzazione («It’s the end of the world and I feel fine»), dall’altra il critico-intrattenitore, altrettanto disimpegnato ma in continua ricerca di approvazione (e a cui sembra che neppure Saviano, iniziale speranza di Luperini, sia riuscito a scampare). Le ragioni culturali e politiche che spingono Luperini a «chiudere i conti» in apertura della sua ultima raccolta di saggi dicono molto del rapporto che ha sempre intrattenuto con la propria scrittura critica. Se molti studiosi della sua generazione (e di quelle successive) hanno potuto (o sono riusciti a) prescindere dal proprio pubblico, Luperini non è mai stato capace di dividere la scrittura dall’impegno. Vivere lo studio della letteratura come una scommessa (quella di avere un pubblico da sedurre ed accompagnare) è stato il suo unico obiettivo e si sente particolarmente nei suoi lavori più importanti, negli studi su Verga, nel Dialogo e il conflitto e nell’Incontro e il caso, libro in cui Luperini affronta a suo modo la critica tematica. Non stupisce che se una possibilità di ritorno esiste questa risieda nella scrittura creativa e i suoi romanzi (in ultimo L’uso della vita 1968 insignito del premio Volponi) permettono retroattivamente di comprendere ancora di più quanta parte di sé stesso abbia messo in ogni singolo saggio. Da Fortini e Timpanaro, ma anche dalle sue letture giovanili di Marx, Lukàacs e Benjamin, Luperini ha imparato a considerare ogni azione come atto politico, una presa di posizione parziale di fronte al mondo. Il suo più grande insegnamento, almeno per chi scrive, sta nell’attenzione al dibattito, nella ricerca di un confronto (dialogo e conflitto) aperto e problematico. È quindi con amarezza che leggo e rileggo il primo periodo di Tramonto e resistenza della critica: «Questa è la mia ultima raccolta di saggi» (p. 7). Non è però possibile trovare scoramento fra le pagine del libro: nonostante la necessaria disorganicità che ogni raccolta di saggi porta con sé, Tramonto è anche una mappa in cui Luperini ha dispiegato i suoi punti di riferimento esistenziali e culturali. E allora le pagine su De Sanctis, Debenedetti e Guido Gugliemi ci presentano modelli diversi di passione e resistenza critica capace di trasformare i difetti della saggistica in pregi incommensurabili. Nella serie di saggi su autori e questioni è evidente la necessità di Luperini di intervenire continuamente sul canone: ogni sua scelta è politica e autori studiati dagli esordi (Verga, Manzoni) sono accostati a nuovi scrittori (McCarthy su tutti). È impossibile per Luperini esprimere una propensione di lettura senza pensare al “noi”, parola-chiave che ha scelto anche per il suo blog. L’ultima sezione del libro, quella intitolata Temi/quadri storici è dominata da una categoria che ha interessato lo studioso da qualche anno a questa parte: il modernismo. Diventando capofila di una nuova scuola critica convinta della necessità di adottare anche per la letteratura italiana questa etichetta, Luperini si è mosso in un solco che Guglielmi aveva iniziato a tracciare e che oggi riunisce Castellana, Donnarumma, Pedriali, Savettieri, Tortora e molti altri studiosi appartenenti a generazioni diverse dalla sua.

Non credo, in definitiva, al congedo di Luperini. Non ci credo perché, oltre alla bellezza, è la passione che leggo fra le pagine di Tramonto e resistenza della critica. Non ci credo perché la parola finale del suo titolo è «resistenza», un termine che anche nella nostra attualità post-ideologica non si pronuncia mai indifferentemente. Non ci credo perché esiste Laletteraturaenoi. E perché ovunque vada, Luperini è capace di ricreare un suo pubblico. Questa è ancora la sua scommessa.  

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