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Binari paralleli e visioni contrapposte: i fratelli ne I vecchi e i giovani

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Questo saggio è stato pubblicato nel volume: AA.VV., Armonia e conflitti. Dinamiche familiari nella narrativa italiana moderna e contemporanea, a cura di Ilaria de Seta, Peter Lang, coll. Destini incrociati, Bruxelles, 2014.

Patrioti per bisogni di famiglia

La Sicilia è entrata nella grande famiglia italianai

Il presente della narrazione de I vecchi e i giovani è occupato da un brevissimo lasso di tempo, i primi anni Novanta dell’Ottocento, (con i fasci siciliani e lo scandalo della banca romana

ii), ma gli eventi storici sullo sfondo – e continuamente richiamati – sono il Quarantotto e l’unità d’Italia. Le rivolte preunitarie, al di là dell’aura di eroismo che hanno lasciato ai caduti e ai loro familiari, sono un ricordo lontano per i personaggi che sembrano superstiti malinconici in un presente amaro, che nega la ventata di modernità provocata da quel momento storico. L’attaccamento al vecchio mondo borbonico da un lato, e le illusioni infrante di chi ha creduto nel processo di unificazione della ex-Sicilia borbonica all’Italia sabauda e costituzionale, dall’altro, sono i temi che attraversano l’intera opera.

L’incipit del romanzo, che si può considerare per esteso il primo capitolo, presenta i personaggi e gli spazi in una serie di coppie binarie: due protagonisti (i fratelli Don Ippolito e Don Cosmo), con due occupazioni di carattere intellettuale (antichista il primo, filosofo il secondo); due deuteragonisti (Placido Sciaralla e Mauro Mortara); due feudi (Colimbetra e Valsanìa) con annesse dimore signorili (la villa principesca di Ippolito e la ‘decrepita stamberga’, residenza di Cosmo) e due stanze (il museo e il camerone). Questa ricca serie di coppie binarie contribuisce a delineare due universi paralleli e contrapposti. Cercherò di illustrare il modo in cui questi due universi evidenziano il legame di fratellanza, orizzontale e sincronico, che si oppone a quello verticale, diacronico e generazionale, che costituisce il tema principale del romanzo: vecchi e giovani.

Il romanzo si apre con l’annuncio, da parte del sessantacinquenne Ippolito, del proprio matrimonio al sessantatreenne fratello Cosmo. Tale notizia di natura familiareiii è affidata al capitan Sciaralla, che porta la missiva da Colimbetra a Valsanìa, conducendo il lettore lungo il territorio che unisce e separa i due fratelli e le due dimore. In un viaggio che dura un paio di capitoli, e che consente di vedere numerosi scorci di paesaggio siciliano, il narratore, attraverso il punto di vista del capitan Sciaralla, istruisce il lettore sulla differenza tra i due feudi.

Trottando e guardando nel cielo la nera nuvolaglia sbrendolata e raminga, pensava proprio a essa per trovarvi una scusa che gli quietasse la coscienza, avendo trasgredito a un ordine positivo ricevuto la sera avanti dal segretario del principe: l’ordine di recare sul tamburo una lettera a don Cosmo Laurentano, fratello di don Ippolito, che viveva segregato anche lui nell’altro fèudo di Valsanìa, a circa quattro miglia da Colimbètraiv.

Sciaralla non condivide il cerimoniale imposto alla guarnigione borbonica, di cui è capitano – «Invano, a quattr’occhi, giurava e spergiurava, che mai e poi mai, al tempo dei Borboni, avrebbe indossato quell’uniforme, simbolo di tirannide allora, simbolo dell’oppressione della patria» – e spiega (al lettore) «che egli poi non era tutto nell’abito che indossava; che sotto quell’abito c’era un uomo come tutti gli altri costretto a guadagnarsi da vivere in qualche porca maniera». D’altronde

Dei rari passanti a piedi o su pigri asinelli qualcuno che ignorava come qualmente il principe don Ippolito Laurentano tenesse una guardia di venticinque uomini con la divisa borbonica nel suo feudo di Colimbètra, dove fin dal 1860 si era esiliato per attestare la sua fiera fedeltà al passato governo delle Due Sicilie, si voltava stupito e si fermava un pezzo a mirare quel buffo fantasma emerso dai velarii strappati di quell’incerto crepuscolo, e non sapeva che pensarne (6).

Tutti ormai sapevano di quel corpo di guardia a Colimbètra, e ne ridevano o se n’indignavano.Il Papa in Vaticano con gli Svizzeri; don Ippolito Laurentano, nel suo fèudo con Sciaralla e compagnia!E Sciaralla, che dentro la cinta di Colimbètra si sentiva a posto, capitano sul serio, fuori non sapeva più qual contegno darsi per sfuggire alle beffe e alle ingiurie (7).

E critica il suo signore che invece se ne sta chiuso nel proprio feudo fuori del tempo senza confrontarsi con la realtà del presente: «Pensava con un po’ di fiele quanto fosse facile al principe il serbare con tanta dignità e tanta costanza quel fiero atteggiamento di protesta, rimanendo sempre chiuso entro i confini di Colimbètra, mentre a lui e ai suoi subalterni toccava d’arrischiarsi fuori a risponderne» (8). Ma una volta a Valsanìa, il suo spirito critico si rivolge a quell’universo. Oltre al terrore che ha per Mauro Mortara, per la brutalità che lo contraddistingue, («L’uscir di Colimbètra era sempre penoso per capitan Sciaralla, ma una vera spedizione allorché doveva recarsi a Valsanìa, dove ogni volta gli toccava d’affrontar paziente l’odio d’un vecchio energumeno, terrore di tutte le contrade circonvicine, chiamato Mauro Mortara»,13), non può fare a meno di notare: «Che differenza tra il principe suo padrone e questo don Cosmo!» (16).

Oltre alla diversità tra i due signori, c’è antagonismo tra Sciaralla e Mortara e l’antagonismo, venato di disprezzo, contempla anche un po’ d’invidia: «Il quale, sí, guaj e rischi d’ogni sorta ne aveva toccati e affrontati in vita sua, senza fine; ma che fortuna, adesso, servire sotto don Cosmo che non si curava mai di nulla, fuori di quei suoi libracci» (15). Mentre il rapporto tra i due fratelli Laurentano è aconflittuale, il conflitto – per le visioni storiche contrapposte – si esplicita tra i due personaggi deuteragonisti. Sciaralla è incattivito e quasi inorgoglito dal divieto d’ingresso: «Sapeva che gli era proibito di salire alla villa, come se, con la sua uniforme, potesse sconsacrare quel vecchiume, quella rozza cascinaccia d’un sol piano: lui che veniva dagli splendori di Colimbètra, dove uno si poteva specchiare anche nei muri!» (33). Se la villa di Colimbetra è un lussuoso emblema del passato, a Valsanìa

Tutto era vecchio e rustico in quell’antica villa abbandonata: rosi i mattoni dei pavimenti avvallati; le pareti e i soffitti, anneriti, le imposte e i mobili, stinti e corrosi; e tutto era impregnato come d’un tanfo di granaglie secche, di paglia bruciata, d’erbe appassite nell’afa delle terre assolate (35).

La lettura della lettera di Ippolito, del cui contenuto il lettore, come Sciaralla, è messo al corrente poco prima dell’arrivo a destinazione – «Qua la lettera! So che l’hai! [...] Mi serve soltanto per annusarla. Càvala fuori. Voglio sentire se sa odor di confetti. Animale, non sai che il tuo padrone sposa?» (18) – comporta per Cosmo una duplice sorpresa: non solo l’annuncio del matrimonio, ma anche la richiesta di Ippolito al fratello di celebrarlo presso la decrepita stamberga. Il sentimento del contrario anima questa trovata di Pirandello che, avendo a disposizione una lussuosa dimora principesca, decide di ambientare una cerimonia nella diroccata abitazione rustica. Lo stupore di Cosmo è forte:

Pensò che il fratello stava attento anche alle minime formalità (minchionerie, le chiamava lui), e che avrebbe considerato come un affronto, o un grave sgarbo per lo meno, non aver risposta; prese dunque un umile foglietto di carta ingiallito; intinse la penna tutta aggrumata in una bottiglina d’inchiostro rugginoso e, in piedi, lì sul piano di marmo del cassettone, si mise a ponzar la risposta, che infine, dopo molto stento, gli uscì in questi termini (40).

Ma a ben vedere, lo scarto tra ciò che pensa e ciò che poi effettivamente scrive non è in fin dei conti cosí forte. Come si può vedere qui di seguito, nel vergare la risposta i toni sono pacati.

Da Valsanìa li 22 di settembre del 1892.

Caro mio Ippolito,

Tu forse non sai in quali miserevoli condizioni sia ridotta questa decrepita stamberga, dove io solamente posso abitare, che mi considero già fuori del mondo, e non me ne lagno! Se tu stimi, ciò non per tanto, che non si possa fare di meno, che ci vengano a rusticare li Salvo; abbi, ti prego, l’avvertenza di prevenirli che qua difettiamo di tutto, e che però seco loro si portino tutte quelle masserizie di casa et ogni altra suppellettile, di cui reputino aver bisogno.

Altro vorrei dirti e direi, se vano non mi paresse lo sperare, che potesse tornare al pro la mia ragione. Onde, senz’altro, caramente ti abbraccio.

Cosmo (40-41) .

Nei preparativi per il matrimonio viene fuori il temperamento di Cosmo, il fratello filosofo: «quei suoi libracci […] lo tenevano tutto il giorno vagante come in un sogno per i viali di Valsanìa!» (15). Queste alcune delle sue riflessioni:

«Da studiare, poco o niente: c’è da godere, sí, della grandezza dell’ingegnaccio umano, che su un’ipotesi, cioè su una nuvola, fabbrica castelli: tutti questi varii sistemi di filosofia, caro avvocato, che mi pajono... sapete che mi pajono? chiese, chiesine, chiesacce, di vario stile, campate in aria» (52).

Poco dopo, attraverso un altro personaggio, abbiamo un’ulteriore osservazione sull’effetto che la lettura dei libri filosofici fa su Cosmo: «La povera casiera, sentendo quanto pesava tutta quella erudizione, non riusciva a capacitarsi come mai don Cosmo che se l’era messa in corpo, potesse vivere poi cosí sulle nuvole» (51). Donna Sara, la ‘casiera’, è custode della dimora e dei valori che essa rappresenta. Se in occasione del matrimonio fa di tutto per rimettere in sesto il ‘casermone’ e il suo proprietario, negli ultimi tempi si chiuderà nella sua stanza rifiutando di uscirne nello strenuo tentativo di una difesa dello status quo. Sara, e come vedremo Mauro, sono i veri esponenti di un microcosmo alla deriva. Per l’occasione la biblioteca di Cosmo viene spostata, ma mite (al contrario del suo alter ego Mortara), pur rammaricandosi, egli non vi si oppone.

Nei preparativi del matrimonio, Donna Sara si è intestardita nel fare indossare a Cosmo abiti desueti, che poi il fratello, arrivando a Valsanìa, gli fa cambiare:

Don Ippolito Laurentano smontò dalla vettura con giovanile agilità. Vestiva da mattina e aveva in capo un cappello avana dalle ampie tese. Baciò il fratello e subito si trasse indietro a osservarlo.«Cosmo, e come ti sei conciato?» gli domandò sorridendo. «Ma no! ma no! Vai subito a levarti codesto monumento dalle spalle... » Don Cosmo si guardò addosso la napoleona, di cui non si ricordava più, quantunque se ne sentisse segar le ascelle. «Sì, difatti», – disse, – «sento un certo odore». «Odore? Ma tu appesti, caro! – esclamò don Ippolito» (219).

L’insistenza sui panni da vestire, caratterizzazione dei personaggi da teatro, spinge il lettore a una riflessione sull’inadeguatezza di Don Cosmov. A suscitare il sentimento del contrario, in occasione del matrimonio, non sono solo gli abiti di Cosmo. Muovendo verso la sala da pranzo, Cosmo si accorge della grazia che la nuova sistemazione conferisce alla sua dimora. Per l’eleganza gli ricorda la dimora del fratello: «Mi par d’essere a Colimbètra». In un brano particolarmente significativo il narratore ritrae la dimora con fattezze e emozioni antropomorfe, espediente che ne esalta il valore di simbolo e specchio del divenire storico. La dimora per l’occasione è addobbata a festa con paramenti che stridono con il suo stato.

Come altrove ho illustratovi, questa descrizione ricorda quella della vecchia signora esemplificativa della differenza tra il ‘comico’ e l’ ‘umoristico’ del saggio L’umorismo. Il tentativo mal riuscito di ringiovanire la dimora, proprio come la vecchia imbellettata dell’Umorismo, è immagine dell’impossibilità di tornare indietro nel tempo e riportare in vita ideali ormai spenti. La villa, parata a festa per l’occasione, è come un cigno che libra l’ultimo canto. Il matrimonio contratto tra due sposi non più giovani è lo strenuo tentativo di saldare due parti sociali. Alla lunghezza della descrizione dei preparativi e degli arrivi si contrappone la brevità del brano dedicato alla vera e propria cerimonia, che consiste in un’orazione di Monsignor Montoro e in un rinfresco. Il tutto si svolge sulla terrazza, spazio di confine tra l’interno e l’esterno della dimora che, facendo da raccordo tra dimensione privata e pubblica, sottolinea la ragione sociale del tardivo matrimonio. Adelaide, che arrivando ha esultato per la villa e il cerimoniale, dopo la cerimonia si sente opprimere dalla ‘tenda a padiglione’ e ha bisogno di prendere aria. Il senso di soffocamento che le comunica quello spazio è il primo sintomo della sua insofferenza e anticipa la sensazione che proverà più avanti a Colimbetra. Una leggera brezzolina dal mare, che è intesa come vento e minaccia di pioggia, accelera la funzione religiosa. La complessiva brevità della cerimonia è premonizione della breve durata di quella tardiva unione.

Facendo un balzo avanti nella trama, nella seconda parte del romanzo, la camera da letto di Ippolito è una fallimentare alcova matrimoniale.

Per donna Adelaide e don Ippolito Laurentano era cominciato, fin dalla prima sera che eran rimasti soli nella villa di Colimbètra, un supplizio previsto da entrambi e difficilissimo da sopportare, per quanta buona volontà l’uno e l’altra ci avrebbero messo (432).

E difatti, quella notte… Ah, la povera donna Adelaide non avrebbe potuto mai immaginare un simile spettacolo, di pietà a un tempo e di paura! Le veniva di farsi ancora la croce con tutt’e due le mani. Ah, Bella Madre Santissima! Un uomo con tanto di barba... un uomo serio... Dio! Dio! Lo aveva veduto, a un certo punto, scappar via, avvilito e inselvaggito. Forse era andato a rintanarsi di notte tempo nelle sale del Museo, a pianterreno (435).

Se l’intimità è la cartina di tornasole del matrimonio, subito è evidente quanto questo sia destinato all’insuccesso. La scena, narrata attraverso lo sguardo impietoso di Adelaide, è il primo passo verso il naufragio finale dell’unione.

Al fallimento consumato nell’alcova, Ippolito reagisce con la fuga nella dimensione intellettuale del Museo. La camera da letto sta alla dimensione intima come il museo sta alla dimensione intellettuale. Quando si fa chiaro che il matrimonio è in crisi, il Museo, ovvero la dimensione intellettuale, diventa un rifugio per Ippolito. Se Cosmo, che abita in una dimora che custodisce i simboli della lotta risorgimentale – nonché appassionato studioso di filosofia – è inadeguato al presente, anche suo fratello Ippolito, che abita nella dimora filo-borbonica – ed è antichista – è duplicemente inadeguatovii. Non è un caso che il ritratto del principe Ippolito, appassionato del mondo classico, venga fatto, come di un’antica statua, tra le mura del Museo, rivelando così un rapporto biunivoco tra personaggio e spazio. Il Museo rappresenta uno dei due poli del duplice passato glorioso di cui la villa è emblema: quello borbonico e, appunto, quello classico. E il corpo di Ippolito costituisce una proiezione nel presente del modello di bellezza classica, corrispettivo maschile e in carne ed ossa della statua di Venere posta nel vestibolo della villa:

Nel museo don Ippolito soleva passare tutta la mattinata, intento allo studio appassionato e non mai interrotto delle antichità akragantine [...]. Tenendosi con una mano sul mento la barba maestosa, che serbava tuttavia un ultimo vestigio, quasi un’aria del primo color biondo d’oro, egli, alto, aitante, bellissimo ancora, non ostanti l’età e la calvizie, si fermava davanti a questo o a quel monumento, e pareva che con gli occhi ceruli, limpidi sotto le ciglia contratte, fosse intento a interpretare una iscrizione o le figure simboliche d’un vaso arcaico. Talvolta anche gestiva o apriva a un lieve sorriso di soddisfazione le labbra perfette, giovanilmente fresche, se gli pareva d’aver trovato un argomento decisivo, vittorioso, contro i precedenti topografi (94-95).

Il mondo classico è la dimensione intellettuale in cui Ippolito si rifugia. Al suo personaggio sono attribuite le riflessioni sulla Civita, sui templi e sul paesaggio ricco di reperti archeologici, in una parola sul passato mitico della terra che lo circonda.Di lui si dice che viva «in un tempo oltrepassato», «fuori della vita». Il Museo è il luogo in cui indugia nella sua occupazione intellettuale di antichista e topografo, estraniandosi dal presente e dai personaggi che lo tempestano di visite per il suo seppur «antistorico» potere. La condizione di intellettuale, infatti, sommandosi all’inadeguatezza derivante dal ruolo di rappresentante del vecchio mondo borbonico, costituisce un’ancora che lo tiene legato al passato; distanzia Ippolito dalla realtà circostante e lo rende per certi versi inadeguato nel presente. Il mondo classico sta a Ippolito come la filosofia sta a Cosmo.

Se l’ambiente più denso di significato a Colimbetra è il Museo – il mondo classico dunque e non quello borbonico –, a Valsanìa vi è un altro ambiente pregno di senso, il camerone, dove sono conservati i cimeli delle battaglie risorgimentali, e la cui chiave è custodita gelosamente non da Cosmo ma da Mortara, più filogaribaldino del suo signore:

[Cosmo] Parecchie volte era stato sul punto di far intendere a Mauro che a Gerlando Laurentano suo padre non era mai passata per il capo l’idea dell’unità italiana, e che il Parlamento siciliano del 1848, nel quale suo padre era stato per alcuni mesi ministro della guerra, non aveva mai proposto né confederazione italiana né annessione all’Italia, ma un chiuso regno di Sicilia, con un re di Sicilia e basta. Questa l’aspirazione di tutti i buoni vecchi Siciliani d’allora; la quale, se di qualche punto, all’ultimo, s’era spinta più in là, non era stato mai oltre una specie di federazione, in cui ciascuno stato dovesse conservare la propria autonomia (39).

Mortara, descritto dal suo antagonista Sciaralla all’inizio del romanzo come violento e duro,è custode gelosissimo della stanza che conserva le memorie di un passato di cui lui solo sembra ricordare, o capire il valore: «Ma la stanza del Generale, no! quella, no! La chiave del camerone la tengo io!» (39).

Il ‘camerone’, un tempo la stanza del generale Gerlando, padre di Ippolito e Cosmo, è da allora chiuso come uno scrigno. Nessuno oltre Mortara vi ha più messo piede. Nessuno più ha memoria di ciò che custodisce. Solo per Mortara esso è un «santuario delle libertà». Come un fedele in chiesa, vi si chiude a respirare l’aria dei tempi rimpianti. Egli, per preservarne i ricordi, lo tiene oscurato. Il pessimo stato di conservazione, di fronte al quale il custode è cieco, prelude a un’imminente rovina. In quella stanza Mortara rievoca il Quarantotto:

Appese alla parete, sopra il divano, eran quattro medaglie, due d’argento, due di bronzo, fisse in una targhetta di velluto rosso ragnato e scolorito. Sopra la targhetta era una lettera, chiusa in cornice, scritta del minutissimo carattere in un foglietto cilestrino, sbiadito. ‘Ah, le medaglie!’ esclamò Dianella. ‘No’, disse Mauro, turbato, con gli occhi chiusi; ‘La lettera. Leggete la lettera’. Dianella s’accostò di piú al divano e lesse prima la firma: GERLANDO LAURENTANO (143).

Al ritorno dal soggiorno romano, in cui gli si sono aperti gli occhi e sono amaramente sfumate tutte le illusioni, Mauro torna a Valsanìa e se ne sta nella sua stanza «come nel suo covo una fiera ferita a morte» (488). Infranti i sogni, il camerone diventa un vero e proprio rifugio. Da lì nessuno lo aveva convinto a uscire. Né Cosmo, né i colombi, né i mastini. Se la prima narrazione-descrizione dell’ambiente era nostalgica ma pur animata di speranze, la seconda è condotta attraverso uno sguardo ferito e disperato:

Appena entrato, era scoppiato in singhiozzi, e senza osare di riaprir gli scuri delle finestre e dei balconi, serrati con cura amorosa prima di partire, era rimasto al bujo, a lungo, con le mani sul volto, a piangere su l’antico divano sgangherato e polveroso. A poco a poco, i fremiti, le ansie degli antichi leoni congiurati del Quarantotto che si riunivano lí in quel camerone attorno al vecchio Generale, s’erano ridestati in lui a farlo vergognare del suo pianto; le ombre di quei leoni, terribilmente sdegnate, gli eran sorte intorno e gli avevan gridato d’accorrere, sí, sí, d’accorrere, pur cosí vecchio com’era, a impedire con gli altri vecchi superstiti la distruzione della patria (490).

Ormai deciso a partire, Mortara avverte come una costrizione il legame viscerale con Valsanìa e teme di lasciare incustoditi i suoi luoghi. Rientrato nella sua stanza, si era sentito soffocare dai ricordi che oggetti e carte rappresentavano e dal desiderio di portarli con sé. La sensibilità e l’istintività bestiale che caratterizzano questo personaggio sono avvalorate dal legame indissolubile con oggetti e luoghi. La sua ingenuità e se vogliamo la sua forza consistono nel non scorgere ciò che per gli altri personaggi è lampante: lo stato di rovina di quei luoghi, segno dell’inesorabile scorrere del tempo.

Nel cuor della notte arriva alla villa, con un gruppo di compagni, Landino, figlio di Ippolito e nipote del vecchio Gerlando; Mortara cerca in ogni modo di fermarli. Dopo aver intimato loro di andare via perché li ritiene indegni di quel luogo che considera sacro, infine, con massimo sprezzo, affida loro la chiave d’accesso alla stanza in cui è custodita la lettera dell’eroico Generale a futuri giovani. Ma Mortara sa che non capiranno: è con lui che quel mondo tramonta definitivamente. Egli, e non Cosmo, è l’ultimo depositario di quei valori. Se il camerone è la stanza dei ricordi, che solo Mortara serba (l’unica depositaria dei suoi racconti, Dianella, è impazzita), è significativo che nell’ultimo capitolo, prima che abbandoni la villa, il camerone sia profanato dai rappresentanti delle nuove generazioni.

Quando Cosmo viene a sapere che i ‘giovani’ hanno avuto la chiave da Mortara, capisce che la minaccia della sua partenza è un rischio reale. Mentre i compagni di Landino accedono al camerone, don Cosmo e il nipote, attraverso uno stanzino segreto e poi una botola, percorrono, illuminati dalla fiamma di una candela, numerosi ambienti al pian terreno della villa fino a vedere una luce nella camera di Mauro Mortara. Quando lo vedono e lo chiamano si accorgono che piange, ma subito dopo la luce si spegne e lui scompare.

Chiamato ‘pazzo’ dai ‘giovani’, il vecchio Mortara è ormai andato incontro al suo destino. Se Ippolito, depositario dei valori del mondo borbonico, ha fatto edificare un tumulo nel giardino della sua dimora, Mortara, depositario dei valori del Risorgimento, è andato a morire lontano, lasciando la dimora all’invasione dei giovani ignari. A Cosmo spetta il compito di spiegare ai nuovi arrivati il valore del camerone: «‘E quella lettera di mio padre? L’avete letta? Un foglietto di carta sbiadito... E la scrisse una mano viva, come questa mia, guardate... Che cos’è ora? Quel povero pazzo l’ha messa in cornice... Luigi Napoleone... il colpo di Stato... gli avvenimenti della Francia...’» (508-509). Inconsapevoli destinatari della lettera di Gerlando Laurentano, i ‘giovani’ hanno definitivamente profanato il luogo. Gli ideali risorgimentali, di cui la ‘rozza cascinaccia’ è simbolo, sono definitivamente spenti.

Nessuno dei due fratelli dunque è realmente portavoce degli ideali di cui le dimore sono raffigurazione spaziale. Però, loro malgrado, l’universo di Ippolito è filo-borbonico, mentre quello di Cosmo è filo-garibaldino. Chi ha creduto, e ancora crede, nel modo di governare degli ex-sovrani ne conserva il lusso, chi a quel tempo ha creduto nella rivoluzione si trova a vivere in un progressivo decadimento materiale: entrambi sono propaggini nel presente di valori sconfitti di un vicino, ma defunto passato; entrambi sono riserve del passato, e pur nella loro apparente forza, hanno in sé i semi della decadenza.

Anche se le loro posizioni – rafforzate dai personaggi deuteragonisti e fra loro antagonisti, Placido Sciaralla e Mauro Mortara, e dalle due dimore, la sontuosa Colimbetra e la rustica Valsanìa – divergono, Don Ippolito antichista e Don Cosmo filosofo hanno entrambi lo sguardo rivolto al passato. Il loro legame di fratellanza, orizzontale, sincronico, si oppone a quello verticale, diacronico e generazionale, che costituisce il tema principale del romanzo. Questo tematizza implicitamente l’assenza di progresso della storia, la mancanza di una dimensione temporale che collega il presente al passato. Tale binarietà orizzontale e ‘armoniosa’ si oppone a quella di tipo verticale e conflittuale, che fa da tema al romanzo, quella cioè tra vecchi e giovani.

Non va dimenticato – un corollario al rapporto orizzontale tra fratelli – che Ippolito e Cosmo hanno una sorella, Caterina, vedova dell’eroe risorgimentale Stefano Auriti, la quale vive con la figlia Anna, anch’essa vedova, a Girgenti in «una vecchia e triste casa sotto la Badía Grande» (80). L’austerità del luogo comporta un senso di oppressione per le due vedove Laurentano che, all’ombra della Badia «tetra, altissima fabbrica» con «grate a gabbia» (81), conducono una vita segregata. La prossimità tra gli edifici implica un’analoga condotta di vita per chi li abita: «Né certo quelle monache avevano potuto sentire alcuna invidia di lei [Anna Auriti], reclusa come loro. [...] Donna Caterina aveva condiviso strettamente questa clausura della figlia vestita anch’essa di nero, fin dal 1860, data della morte eroica del marito, a Milazzo» (81). Vivendo isolata dal mondo, rari sono i contatti anche con i fratelli. Al termine della visita a Ippolito, da cui si è recata per chiedere protezione per il figlio Roberto, attivo in politica e minacciato di morte,

‘Caterina!’ chiamò don Ippolito, quand’ella era già presso l’uscio. ‘Te ne vai cosí? Forse non ci rivedremo mai piú... Tu sei venuta qua...’ ‘Come dall’altro mondo...’ diss’ella, crollando il capo. ‘E non t’avrei riconosciuta,’ soggiunse il fratello. ‘Perché... attendi un po’ qua: ti farò vedere come io ti ricordavo, Caterina.’ Corse a prendere dallo scrigno nella camera da letto il medaglioncino in miniatura, e glielo mostrò: ‘Guarda... Ti ricordi?’. Donna Caterina provò dapprima come un urto violento alla vista della sua immagine giovanile, e ritrasse il capo; poi prese dalle mani di lui il medaglioncino, si appressò al balcone e si mise a contemplarlo. Da un pezzo quegli occhi quasi spenti non avevano piú lacrime, e l’ebbero. Pianse silenziosamente anche lui, il fratello. […]‘Morta,’ disse. ‘Addio’(107).

Emblematicamente, Caterina, dopo il 1860, non vive più. Se Ippolito vive in un «tempo oltrepassato», «fuori della vita» e Cosmo si definisce «fuori del mondo», Caterina, venuta «come dall’altro mondo», si considera «morta». Pertanto, in un romanzo in cui la dimensione temporale diacronica sostiene l’impianto di genere romanzo storico, la famiglia, intesa come stirpe, è presente con svariate generazioni, ma la rappresentazione dei fratelli, in assenza di conflitti, e con un legame di tipo sincronico, dà luogo a microcosmi paralleli e complementari. Tale complementarità sembra tendere a quella “compensazione” di cui parlava Curtius: “In generale le civiltà, al loro inizio ed al loro apogeo, apprezzano i giovani e nel contempo onorano la vecchiaia. Ma è proprio delle fasi tardive di una cultura il foggiare una figura umana ideale in cui la polarità fra gioventù e vecchiaia tende alla compensazione”viii.

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NOTE

i Questi due motti emblematicamente coniugano i due ingredienti del romanzo che nel presente contributo si intende mettere in rilievo: storia e famiglia. La prima citazione è il titolo di un articolo sulla memoria del garibaldino Stefano Auriti (Pirandello, L., I vecchi e i giovani, [Milano, Treves, 1913], ora in Tutti i romanzi, a cura di Macchia, G., con la collaborazione di Costanzo, M., Milano, Mondadori, 1973, p. 78); la seconda è la frase pronunciata da Corrado Selmi di ritorno a Roma dopo essere stato in Sicilia, Idem, p. 200. Va ricordata anche l’edizione a cura di Merola, N., Firenze, Giunti, 1994.

ii Si veda in proposito il capitolo «La crisi del tempo storico» in Lauretta, E., Pirandello o la crisi, Cinisello Balsamo, ed. San Paolo, 1994, p. 35-52 e Dotti, U., «La questione meridionale e i problemi del realismo (Verga – De Roberto – Pirandello)», in Giornale storico della letteratura italiana, anno CXVIII, vol. CLXXVIII, 581, 2001, p. 1-46. Cfr. il capitolo «I romanzi siciliani», in Luperini, R., Pirandello, Roma-Bari, Laterza, 1999, p. 34-46. Salinari aveva parlato di tre fallimenti collettivi che attraversavano l’opera di Pirandello, il Risorgimento, l’Unità e i Fasci (Salinari, C., «La coscienza della crisi», in Miti e coscienza del Decadentismo italiano, Milano, Feltrinelli, 1981 [1960], p. 249-84). Si veda naturalmente anche Spinazzola, V., Il romanzo antistorico, Roma, Editori Riuniti, 1990.

iii Il tema familiare in Pirandello è stato da diverse angolature considerato. Tra gli altri: Persiani, G., «La ‘Saettella del trapano’: identità meridionale e percezione dello straniero nella narrativa di Luigi Pirandello», in Pirandelliana, 4, 2010, p. 35-50; Sarti, L., « ‘Noi donne siamo fatte per patire’. Trame femminili a confronto ne La Balia di Pirandello, dalla pagina allo schermo», in Pirandelliana, 5, 2011, p. 143-153; Santuccio, M.E., «Scene di famiglia: Dal carattere del teatro borghese ai ruoli pirandelliani», in Quaderni di italianistica, 1, 2010, p. 141-171. Sul versante biografico si segnalano: Libertini, A., «Il professor Pirandello e la sua signora, ‘con testo teatrale inedito’ Finché morte non ci separi. Storia quasi vera di un autore in cerca di personaggi e di sua moglie», in Pirandelliana, 4, 2010, p. 135-158; Milone, P., «Padri e figli. La vita ardente di Luigi e Stefano Pirandello», in Pirandelliana, 1, 2007, p. 97-125 e la biografia di Camilleri, A., Biografia del figlio cambiato, Milano, Rizzoli, 2000.

iv Pirandello, L., I vecchi e i giovani, in Id., Tutti i romanzi, a cura di Macchia, G., con la collaborazione di Costanzo, M., Milano, Mondadori, vol. II, p. 3-515, p. 13. Di qui in avanti l’indicazione della pagina sarà indicata nel corpo del testo, dopo la citazione.

v Nell’edizione del 1913 il titoletto relativo a questa porzione di racconto è: Tonaca e napoleona. Si veda in proposito Cappello, G., Quando Pirandello cambia titolo: occasionalità o strategia?, Milano, Mursia, 1986, p. 60. A proposito dell’edizione del 1913 cfr. Pirandello, L., Tutti i romanzi, a cura di Macchia, G., vol. II., Milano, Mondadori, 1973, p. 905. Per un approfondimento si veda il capitolo «L’arte del titolo, da Sterne a Pirandello», in Mazzacurati, G., Pirandello nel romanzo europeo, Bologna, il Mulino, 1995, p. 309-349. Paola Casella, all’interno del capitolo «La ricezione critica dell’opera pirandelliana», dedica al romanzo in questione il paragrafo «Un riconoscimento con riserve» : Casella, P., Strumenti di filologia Pirandelliana. Complemento all’edizione critica delle Novelle per un anno. Saggi e bibliografia della critica, Ravenna, Longo Editore, 1997, p. 200.

vi Si rimanda a de Seta, I., «The ‘vecchio cascinone’ and the ‘vecchia signora’: I vecchi e i giovani in the light of L’Umorismo», in Pirandello Studies, 29, 2009, p. 46-58. Va detto che la stessa Adelaide ha fattezze che suscitano l’avvertimento del contrario.

vii Il tenore di vita si vede dai piccoli gesti: Don Cosmo fa le sue abluzioni quotidianamente. La semplice abluzione quotidiana che è delizia per Cosmo è pazzia per Mauro: «Intanto Mauro era entrato nello stanzino da bagno di don Cosmo. Nello stanzino da bagno, don Cosmo, in mutande a maglia, nudo il torso peloso, nudi i piedi nelle vecchie ciabatte, si preparava alla consueta abluzione con una dozzina di spugne, grandi e piccole, disposte sul lavabo. Si lavava tutto, ogni mattina, anche d’inverno, con l’acqua diaccia; e questa era l’unica delizia della sua vita: solennissima pazzia, invece, per Mauro che, sí e no, ogni mattina si lavava ‘la semplice maschera’, com’egli diceva, per significare la sola faccia», Pirandello, L., I vecchi e i giovani, cit., p. 36.

 

 

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